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Voleva fare il cowboy, il mio amico Luigi

FELTRIN I WANTED TO BE A COWBOY

Che ci fa uno scrittore alla convention di una grande azienda di respiro mondiale e pluripremiata come Arper? Beh, è la domanda che mi sono posto anch’io venerdì 11 marzo nella affollatissima sala convegni dell’hotel BHR, vicino a Paese di Treviso. Ero stordito dall’organizzazione: fotografi, riprese tv, incredibile sala regia, traduttori simultanei per le molte lingue rappresentate. Mi sono passati davanti i grandi di questa azienda che esporta sedie in tutte il mondo, aprendo showroom (e ora anche linee di produzione) ad ogni latitudine. Claudio Feltrin, figlio del fondatore Luigi Feltrin e attuale vicepresidente, Alberto Lievore, il grande designer argentino che ha fatto di Barcellona la sua patria di elezione e tanti altri. La Catifa, storico cavallo di battaglia e prodotto di punta, è una sedia che ha venduto qualcosa come due milioni di esemplari nelle sue varie versioni.
IFELTRIN FOTO PRESENTAZIONE 1nsomma: perché ero lì?
Il fatto è che in questi mesi io ho scritto la biografia di Luigi Feltrin, il Grande Vecchio che, partito da condizioni di assoluta miseria dalla sua Vallio di Roncade, passando attraverso l’emigrazione in Svizzera, è approdato a fondare Arper (ora a Monastier di Treviso) che crea posti di lavoro, benessere (e bellezza, vista la qualità del prodotto). Una straordinaria avventura durante la quale sono diventato amico dei Feltrin e soprattutto di Luigi, uomo straordinario nella sua semplicità. Ma anche nella sua genialità. Ne è uscito VOLEVO FARE IL COWBOY (I WANTED TO BE A COWBOY, nella versione inglese). E così, durante la convention, il momento che mi ha coinvolto è stato il commovente talk show familiare che ha visto sul palco Luigi Feltrin, simpaticissimo affabulatore, i figli Claudio e Mauro, Marco e Giulio, figli di Claudio mentre Gregory, figlio di Mauro, era in platea. Un momento di grandi felicità e gioia durante il quale sono passati davanti agli occhi dei presenti eventi e situazioni che hanno segnato la vita di Luigi.
Luigi Feltrin nasce il 23 novembre 1934 a Vallio, minuscolo paese del Trevigiano, tra Roncade e Monastier, da Carlo e Stella Lava. Grande povertà. I Feltrin sono mezzadri in un territorio che offre poche risorse e che spesso va sotto acqua. Papà Carlo muore presto, una malattia lasciata in eredità dal primo conflitto mondiale che nel territorio di Treviso ha avuto il suo fronte principale, sulla linea Piave, Montello, Grappa. Tocca a mamma Stella tirar su una famiglia numerosa.
Fin dall’infanzia Luigi mostra insofferenza nei riguardi di una realtà soffocante. Emigra giovanissimo, prima Piemonte e poi Svizzera. Qui rimane 14 anni, con alcuni intervalli legati a diverse esperienze di lavoro e alla costruzione della casa in Italia.
In Svizzera conosce la compagna della sua vita, Giovanna Casagrande, e nascono i figli Claudio e Mauro. Anni durissimi. Ma anche crogiolo di esperienze umane e lavorative che frutteranno negli anni a venire. Al ritorno in Italia, Luigi, con i figli, tenta diverse strade.
Questo libro racconta come egli, partito dal nulla, sia arrivato a realizzare quella realtà che è oggi Arper. E ne disegna lo spirito. Sempre capace di vedere lo spiraglio buono, di intuire la soluzione giusta. Con ottimismo, con perenne capacità di proporre e realizzare idee. Animato dalla volontà di costruire e di offrire a tanti le occasioni che lui non ha avuto.FELTRIN FOTO PRESENTAZIONE 3
Ama ripetere: “Ai giovani dico che, nel percorso della vita, capitano ostacoli e difficoltà. Ma non ci si deve demoralizzare al primo impatto, bisogna fermarsi e riflettere. Non molto, un quarto d’ora al massimo. E ripartire facendo tesoro degli sbagli”.
Luigi Feltrin è uomo saggio e sorridente. In lui la voglia e la capacità di progettare sono di segno alto. Non dimentica mai le difficoltà e la povertà da cui proviene. Sa come affrontare la vita con anima positiva. Spirito di avventura ma anche testa sulle spalle.
VOLEVO FARE IL COWBOY vuole radunare il tesoro di saggezza e di esperienze di una vita. L’anima di Luigi non dimentica il passato (lo valorizza anzi), il suo sguardo scruta il futuro.

E, in premessa, mi sono sentito di scrivere questa lettera a Luigi Feltrin.

 

Caro Luigi…

Volevo scrivere una lettera di amicizia e simpatia a Luigi Feltrin.
Una lettera di gratitudine, anche, perché conoscerlo è stato un onore ed è stata una ricchezza.
Poi mi sono reso conto che dovevo rendere soprattutto conto al lettore di come questo libro è nato ed è andato sviluppandosi.
Così…
Scrivo queste note proprio nei giorni in cui Arper inaugura lo showroom nella Grande Mela e il titolare e amministratore delegato Claudio Feltrin dichiara che “lo spazio di New York non vuole essere solo uno showroom per esporre i nostri prodotti ma anche un luogo accogliente dove architetti e designer possano trovare ispirazione per i loro progetti”.
Così le luminose immagini degli interni allestiti dall’architetto Solveig Fernlund si mescolano nell’anima con la memoria della dura vita da emigrante di Luigi Feltrin, il capostipite, la radice, il nucleo originario della splendida realtà di oggi.
E i difficili inizi al ritorno in Italia, in laboratori di fortuna (dei “pollai”, per dirla con l’architetto e designer Alberto Lievore), con l’imperativo di impiegare tecnologie a basso costo. Vivendo alla giornata e sperando sempre nella commessa giusta per crescere e andare avanti.
Ieri e oggi. Il contrasto è forte, duro, perfino stridente.
Ma molto suggestivo e significativo perché il presente nasce dal passato, vi mette radici, ne trae motivazioni.
Raccontare Luigi Feltrin.
Cioè l’anima e il senso profondo di una esperienza bella e fertile.
Non è difficile. La persona è limpidissima e semplice, nel cuore e negli atteggiamenti.
Ha una storia personale bella.
In salita e culminata in un successo pieno.
Lui racconta sé stesso con ritrosia, ma anche con gioia e orgoglio.
Più difficile è cogliere la complessità dell’uomo, la sua vicenda personale che non ha mai conosciuto soste o pause, il suo attivismo, il suo non riuscire mai a stare fermo (con le mani in mano, come si dice), la sua generosità, la sua capacità di progettare.
Il far crescere le idee. La sfida, l’ottimismo. Sempre la metà piena del bicchiere.
Per me (che pure sono stato aiutato con disponibilità assoluta dal figlio Claudio e sono stato supportato con impegno e rigore assoluti da una sua collaboratrice, Stefania Zamuner) non è stato semplice arrivare al cuore di questa complessa realtà che ha i suoi estremi, da una parte, nella povertà e nel lavoro durissimo (una infanzia senza nulla prima e la Svizzera della migrazione dopo) e, dall’altra, in quell’azienda leader del settore che è adesso Arper.
L’idea che il patrimonio di valori, di idee e di sentimenti andasse in qualche modo raccolto per evitarne la dispersione, è venuta a Claudio Feltrin, il figlio più vecchio.
E sono stato coinvolto. Mi sono accostato con molta umiltà. Ho ascoltato amici e conoscenti (per lo più legati al periodo svizzero), i due figli (Claudio e Mauro), fratelli, cognate, nipoti (tra i quali Gastone Feltrin, figlio del fratello Pierino che si considera un terzo figlio di Luigi), alcuni dipendenti, Alberto Lievore, il designer, indissolubilmente legato alla ascesa di Arper.
Poi ho intervistato a lungo lui, Luigi. In una occasione, a casa sua, alla presenza della compagna di tutta la vita, Giovanna. Donna luminosa e intelligente.
Poco a poco ho capito chi avevo davanti. E soprattutto come lo dovevo raccontare.
Quella di Luigi Feltrin è una storia che incrocia tante altre storie. Un destino che attraversa tanti destini.
Come le infinite strade che solcano e segnano il mondo. E le storie che ho incontrato in questa avventura, era giusto raccontarle tutte, poco o tanto.
Luigi Feltrin viene da una povertà così dura che doveva andare a scuola con calzoni che erano più tacconi e rammendi che altro.
Nel periodo denso e ardente della fanciullezza e dell’adolescenza le privazioni hanno fatto crescere la generosità e la disponibilità di oggi.
Luigi ha conosciuto soprusi e ingiustizie e ha deciso di dare il suo contributo per un mondo con meno soprusi e meno ingiustizie.
Come? Offrendo a tanti, soprattutto giovani, opportunità che lui non ha avuto. Che a lui sono state negate.
Lavoro. E un ambiente di lavoro in cui esprimere compiutamente le proprie potenzialità.
Luigi ha dovuto, con la poca scuola della sua infanzia e sprovvisto di tutto, andarsele a cercare lontano le opportunità, le occasioni.
Non se lo dimentica mai. Ed è orgoglioso di quello che ha fatto.
Senza enfasi, senza esaltarsi troppo. Consapevole, piuttosto.
Ecco, se dovessi dare una definizione di Luigi Feltrin, direi così: un uomo giusto e consapevole. Saggio e consapevole. Luigi Feltrin conserva la sua timidezza e il suo profondo rispetto per gli altri. Col dovere di aggiungere: un uomo restato semplice, assolutamente genuino. Simpatico. Lo stesso uomo che lavorava sulle strade della Svizzera e che ha martoriato con duecentomila chilometri la Bianchina, su cui girava il Veneto alla ricerca dei primi clienti. E dentro la quale dormiva, non potendosi permettere l’albergo.
“Ma la pastasciutta e la bistecca non me le negavo mai”, aggiunge con un sorriso. Ora, beh, ora può permettersi altre cilindrate.
Luigi Feltrin conosce ad uno ad uno i dipendenti Arper. Non dimentica mai di fare il “giro” per salutare tutti. Devo poi dire che ci sono cose impossibili da raccontare o quanto meno rendere nella parola scritta in modo adeguato.
Tutto l’affetto e tutta l’ammirazione che il figlio Claudio ha per il padre Luigi. Tutta la confidenza. E l’affetto dei dipendenti Arper.
Davvero impossibile.
Ma spero che si comprenda tutto (o quasi) dal discorso generale.
Lunga vita Luigi, amico mio. A te e alla tua Giovanna.

 

E QUESTA LA FRASE
CON CUI LUIGI FELTRIN
HA VOLUTO APRIRE LA SUA BIOGRAFIA.

C’È TUTTA LA SUA FILOSOFIA,
LA SUA VISIONE DELLA VITA

Negli ultimi mesi qui,
dai dipendenti Arper, sono nati 11 figli.
È la cosa più bella,
offrire ai giovani la possibilità di realizzarsi,
nel lavoro e nella famiglia.
È un bel segnale.
Ai giovani dico che, nel percorso della vita,
capitano ostacoli e difficoltà.
Ma non ci si deve demoralizzare al primo impatto,
bisogna fermarsi e riflettere.
Non molto, un quarto d’ora al massimo.
E ripartire facendo tesoro degli sbagli.
Ripartire e fare meglio.
Non scoraggiarsi, riflettere.
A me è capitato tante volte.
Mi sono fermato e sono ripartito.
Dico: abbiate fiducia in voi, nelle vostre forze.
E non rimandate a domani quello che potete fare oggi.

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