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Tito Livio

Dal primo libro della Storia di TITO LIVIO, proemio e primi 12 capitoli

LIBER I

Il primo libro racconta la storia di Roma dalle origini alla fine della monarchia e alla istituzione del consolato (753 a.c. – 509 a. C.).

PROEMIO

Non so se vale davvero la pena raccontare tutte le vicende del popolo romano fin dai primordi di Roma. E quand’anche ne fossi convinto, non oserei affermarlo apertamente. Mi rendo ben conto infatti che questa è materia antica e già sfruttata; e poi, di continuo, si fanno avanti nuovi storici che presumono di apportare qualche dato più sicuro agli eventi narrati oppure di superare con il loro stile più raffinato il rozzo narrare degli antichi. In ogni caso, qualunque sia il risultato del mio lavoro, avrò pur sempre il merito di aver contribuito per la mia parte a illustrare le gesta del popolo più importante della terra. E anche se una schiera così folta di scrittori eclisserà la mia fama, mi sarà consolazione la nobile grandezza di coloro che oscureranno il mio nome. Sono, del resto, eventi d’immensa portata poiché risalgono a più di settecento anni fa: è la storia di una città che, partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla sua stessa grandezza. Sono anche certo che alla maggior parte dei lettori le lontane origini e gli eventi ad esse connessi recheranno minor diletto per l’impazienza di giungere alla storia più recente che vede deteriorarsi da se stesse le forze di un popolo abituato da così lungo tempo a dominare tutti gli altri. Ma io anche questo premio chiederò per la mia fatica: allontanarmi dallo spettacolo delle calamità che l’era contemporanea ha dovuto vedere, almeno per tutto il tempo in cui dedicherò ogni mia energia a rievocare i tempi dei primordi, lontano da tutte quelle preoccupazioni che magari non fanno deviare dalla verità uno scrittore, ma ne perturbano comunque l’animo.

Quanto agli eventi che si dicono accaduti molto prima della fondazione di Roma (o quando questa era imminente) essi appaiono più abbelliti da fole poetiche che sostenuti da incorrotti documenti storici e non è mia intenzione né confermarli né confutarli. È questa una concessione che si fa ai tempi andati: mescolare vicende divine e umane per rendere più autorevoli gli inizi delle città. Se dunque esiste una nazione cui si debba concedere di ritenere sacre le proprie origini e di riferirle anzi agli dei stessi, tale è la gloria militare del popolo romano che, quando esso vanta Marte come proprio padre e come padre del proprio fondatore, le altre genti debbono mettersi l’animo in pace e accettare questa sacralità delle origini allo stesso modo in cui subiscono la supremazia di Roma. Ma io non mi attarderò ad esaminare leggende di questo tipo, comunque esse saranno intese e valutate. Piuttosto, a questo argomento ognuno rivolga con grande intensità il suo animo: quale sia stata la vita e quali i costumi che hanno permesso la nascita e la crescita dell’impero. E grazie a quali uomini, grazie a quali strumenti ciò sia avvenuto, in pace e in guerra. E si consideri come il vacillare della disciplina abbia prima snervato i costumi, poi li abbia fatti precipitare e quindi li abbia definitivamente rovinati: siamo, ai nostri tempi, giunti al punto che non ci possiamo permettere più né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi. Questo, nell’indagine storica, è fertile di vantaggi futuri: il poter cogliere ogni genere di esempi, testimoniati in uno splendido monumento.[1]

Del resto può essere che l’entusiasmo per l’opera che ho intrapreso mi induca in errore: ma a me sembra che mai una repubblica sia stata più grande, più sacra, più ricca di buoni esempi. Mai uno stato si è difeso così a lungo dall’ingresso dell’avarizia e della lussuria, mai tanto a lungo sono rimaste in auge povertà e parsimonia: quanto minore era il benessere tanto meno si desiderava arricchirsi. Ma da qualche tempo la ricchezza ha introdotto l’avarizia. E piaceri sempre più sfrenati hanno generato la smania di rovinarsi e di sperperare ogni cosa nel lusso e nella libidine. Ma almeno ora, all’inizio dell’esame di una così vasta materia, voglio evitare lamentazioni che non saranno gradite nemmeno, forse, quando saranno necessarie. Certo: più volentieri inizierei il mio lavoro, se come per i poeti, anche per noi esistesse l’abitudine di invocare, con buoni auguri e voti e supplicazioni, gli dei e le dee per ottenere da loro il felice esito per chi, come me, ha intrapreso un’opera così grande.[2]

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Comincio dunque dalla caduta di Troia cui, come è abbastanza noto, seguì lo sterminio di quasi tutti i suoi abitanti; ma su due di essi, Enea e Antenore, gli Achei non esercitarono in alcun modo il diritto di guerra sia per un antico vincolo di ospitalità sia perché erano sempre stati fautori della pace e della restituzione di Elena. È anche risaputo che Antenore, dopo varie vicende, giunse nella parte più interna del mare Adriatico assieme ad un gran numero di Eneti. Costoro erano stati cacciati dalla Paflagonia in seguito ad una rivolta e stavano cercandosi una sede stabile e un capo dopo aver perso, sotto Troia, il loro re Pilemene. Troiani ed Eneti si insediarono nel luogo in cui erano sbarcati, dopo aver cacciato gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi, e chiamarono Troia il luogo in cui avevano preso terra. Dunque questo territorio ha un nome che richiama quello di Troia, mentre quei popoli, nel loro insieme, si chiamarono Veneti.[3]

Enea, travolto dalla stessa rovina e in fuga dalla sua patria, era condotto dal fato ad avviare ben più significativi eventi: prima sbarcò in Macedonia; poi, alla ricerca di una nuova sede, si trasferì in Sicilia e di lì diresse la sua flotta verso l’agro Laurente.[4]

Anche questo luogo ricevette il nome di Troia. Dopo il loro sbarco, i Troiani (come è naturale per gente che dalle sue lunghe peregrinazioni aveva salvato solo le armi e le navi) depredavano il territorio circostante. Il re Latino e gli Aborigeni[5] che allora occupavano quella regione, accorsero in armi da città e campagne, per respingere la violenza degli stranieri. A questo punto la tradizione offre due differenti versioni. Alcuni sostengono che Latino, una volta sconfitto in battaglia, abbia prima sancito la pace e poi stretto rapporti di parentela con Enea. Invece, secondo un’altra versione, quando già i due eserciti erano schierati e poco prima che risuonasse il segnale della battaglia, Latino sarebbe avanzato assieme ai maggiorenti del suo popolo e avrebbe chiamato a colloquio il capo degli invasori. Latino volle sapere chi fossero, da dove venissero, a causa di quale evento si fossero allontanati dalla loro patria e soprattutto che cosa speravano di ottenere sbarcando nell’agro Laurente. Seppe che quella era una moltitudine di Troiani e che a guidarla era Enea, figlio di Anchise e di Venere; che erano fuggiti dalla loro patria e dalla loro città in fiamme; che cercavano un luogo dove stabilirsi e fondare una città. Allora ebbe parole di ammirazione per la nobiltà di quel popolo e del suo capo. Dopo aver apprezzato la loro disponibilità sia a vivere in pace che a combattere, porse la destra per stabilire un segno di futura amicizia. Tra i due comandanti fu stretto un patto e i due eserciti si scambiarono la formula del saluto. Enea fu ospite di Latino il quale, a questo punto, sancì il patto pubblico con un accordo domestico, facendogli sposare la propria figlia.[6] Ciò confermò nei Troiani la speranza di porre finalmente termine al loro vagabondare in una sede certa e sicura. Fondarono una città che Enea chiama, dal nome della moglie, Lavinio. Di lì a poco, da questo nuovo matrimonio, nacque un figlio maschio, che i genitori chiamarono Ascanio.

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Accadde presto che Aborigeni e Troiani fossero insieme provocati a combattere. Turno, re dei Rutuli, cui era stata promessa Lavinia prima che arrivasse Enea, mal sopportava che gli fosse preferito uno straniero e aveva dichiarato guerra contemporaneamente ad Enea e Latino. I Rutuli furono sconfitti, ma nessuno dei due eserciti ebbe di che rallegrarsi della battaglia perché anche i Troiani e gli Aborigeni che avevano avuto la meglio, persero il loro capo Latino. Allora Turno e i Rutuli, senza più fiducia nelle loro attuali condizioni, cercarono sostegno presso la fiorente potenza degli Etruschi e presso il loro re, Mesenzio[7]. Costui, signore della allora ricchissima città di Cere, fin dai suoi inizi considerava di malanimo la nascita di una nuova città e pensava anzi che lo stato troiano stesse crescendo più di quanto fosse concesso in relazione della tranquillità dei popoli limitrofi. Dunque, senza indugio, si alleò all’esercito dei Rutuli.

Enea, minacciato da una guerra immane, per conciliarsi l’animo degli Aborigeni, volle che si unissero ai Troiani non solo come portatori dello stesso diritto, ma anche nel nome: e l’uno e l’altro popolo presero il nome complessivo di Latini. E da allora mai gli Aborigeni si fecero sopravanzare dai Troiani in devozione e lealtà nei riguardi di Enea. Egli aveva dalla sua, dunque, la fiducia in due popoli che di giorno in giorno desideravano sempre più unirsi; sebbene la potenza etrusca fosse ormai a tal punto cresciuta da aver riempito con la fama del suo nome non solo la terra ma anche il mare, dalle Alpi al mar di Sicilia, per quanto era estesa l’Italia, Enea, pur potendo respingere gli assalti nemici rimanendo entro le mura, volle tuttavia sfidare i nemici in campo aperto. La battaglia ebbe esito favorevole per i Latini, ma fu l’ultima impresa mortale di Enea: sia che debba essere chiamato uomo o dio in virtù del diritto umano e divino, giace in riva al fiume Numico e viene chiamato Giove Indigete[8].

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Ascanio, figlio di Enea, era ancora troppo giovane per regnare; tuttavia quel potere rimase intatto per lui fino alla pubertà: nel frattempo lo stato latino e il regno avito e paterno rimasero sotto reggenza muliebre (tanto forte era il carattere di Lavinia). Non ho intenzione di indagare (che senso avrebbe infatti cercare certezze in una questione tanto antica?) se l’Ascanio di cui stiamo parlando sia proprio quel Julo che la gente Giulia proclama iniziatore del suo nome o se sia uno più anziano di lui, che nacque da Creusa, quando Ilio si ergeva ancora incolume e che fu poi compagno del padre durante la fuga. Questo Ascanio, non importa dove e da quale madre nato (l’unica certezza riguarda il padre, Enea), quando la popolazione di Lavinio crebbe oltre misura, lasciò alla madre (o matrigna) quella città già fiorente in proporzione alle condizioni del tempo ed egli stesso ne fondò una di nuova ai piedi del monte Albano. Dalla posizione della città, allungata sul dorso del monte, venne il nome di Albalonga. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Albalonga trascorsero circa trent’anni. Tuttavia tanto era cresciuta la potenza latina, soprattutto dopo la vittoria riportata sugli Etruschi, che né l’Etruria, né Mesenzio né alcuno tra i popoli confinanti osarono attaccarla: nemmeno quando Enea morì, nemmeno quando il regno fu retto da Lavinia, nemmeno quando Ascanio, ancor giovanissimo, stava apprendendo a regnare. La pace prevedeva che, tra Etruschi e Latini, il confine fosse segnato dal fiume Albula, lo stesso che ora chiamiamo Tevere.

Ad Ascanio, succedette suo figlio Silvio, nato, per strano accidente, in mezzo ad un bosco. Egli generò Silvio Enea da cui nacque Silvio Latino. Costui dedusse un gran numero di colonie che furono dette dei Prischi Latini. E a tutti quelli che regnarono in Alba rimase il soprannome di Silvio. Da Latino nacque Alba, da Alba Ati, da Ati Capi, da Capi Capeto, da Capeto Tiberino il quale annegò mentre attraversava il fiume Albula e gli diede quel nome con cui esso è noto presso i posteri. Quindi prese il regno il figlio di Tiberino, Agrippa e, dopo di lui, Romolo Silvio ricevette il regno dal padre. Questi fu colpito da un fulmine e il regno passò di mano in mano fino ad Aventino che è sepolto in quel colle che ora è parte del territorio urbano di Roma e che da lui prese nome. Gli successe Proca che ebbe due figli, Numitore e Amulio. Al primo, che era anche il più anziano, lasciò in eredità l’antico regno della gente Silvia. Ma, sulla volontà paterna e sul rispetto per l’età, finì col prevalere la violenza. Amulio scacciò il fratello e assunse il regno. Aggiunse delitto a delitto: trucidò i figli maschi del fratello e tolse, con l’obbligo ad una perpetua verginità, la speranza di generare alla figlia del fratello, Rea Silvia. Infatti, fingendo di tributarle un onore, la fece diventare vestale.[9]

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Ma ho motivo di credere che l’origine di una così grande città fosse voluta dal fato: doveva nascere l’impero più prestigioso che mai sia esistito, secondo solo alla potenza degli dei. Rea Silvia subì una violenza in seguito alla quale partorì due gemelli. Proclamò che Marte era il padre di quella discendenza illegittima: forse ne era davvero convinta, forse pensava che attribuire la paternità ad un dio giustificasse la colpa. Ma certo non ci furono divinità o uomini capaci di mettere al riparo lei e i figli dalla crudeltà del re. La sacerdotessa viene imprigionata e incatenata. Amulio ordina poi che i due fanciulli vengano gettati nella corrente del fiume. Per una caso provvidenziale il Tevere aveva tracimato e aveva formato dei larghi stagni sicché non era possibile raggiungere il normale corso della corrente. Coloro che eseguirono l’ordine avevano tuttavia fondate probabilità che i bambini annegassero nonostante le acque ristagnanti. E dunque, convinti di eseguire al meglio l’incarico ricevuto dal re, espongono i fanciulli nella pozza più facilmente raggiungibile proprio nel luogo (chiamato Romulare) in cui oggi si trova il Fico Ruminale[10]. Quelli erano allora luoghi del tutto abbandonati. Sopravvive ancor oggi la credenza che le acque basse abbandonassero su una secca il cesto in cui erano stati esposti i bambini e che aveva preso a galleggiare sulla corrente. Una lupa assetata si diresse, dai colli vicini, verso il luogo da cui veniva un vagito. Si abbassò e porse ai due fanciulli le proprie mammelle con tanta mitezza che un pastore che custodiva il gregge del re (se ne tramanda ancora il nome: Faustolo) la trovò mentre lambiva con la lingua i due gemelli. Faustolo li portò alle stalle dove si trovava sua moglie Larenzia perché li allevasse. Non manca chi crede che Larenzia, poiché‚ si prostituiva, fosse chiamata lupa tra i pastori.[11] Così nacquero e così furono allevati. Crescendo non si dimostrarono certo pigri nei lavori delle stalle o nel pascolare le greggi, ma preferivano errare e andare a caccia per i boschi. Si irrobustirono in tal modo nel corpo e nel carattere ed erano in grado non solo di affrontare le bestie selvagge ma anche di assaltare i predoni carichi di bottino. Dividevano con gli altri pastori le loro prede e, assieme ad essi, attendevano sia ai diversi lavori che agli svaghi. E intanto cresceva ogni giorno, intorno a loro, la schiera di giovani.

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Si racconta anche che già allora si celebrava questa nostra festa Lupercale sul Palatino: il colle traeva il suo nome da Pallanteo, città dell’Arcadia, divenuto prima Pallanzio e poi Palatino.[12] Evandro[13], proveniente appunto dalla stirpe arcade di Pallanteo, che già molto tempo prima aveva occupato quel territorio, aveva istituito quella festa importandola dalla sua terra: dei giovani nudi correvano scherzando licenziosamente in onore del dio Pan Liceo (che i Romani avrebbero poi chiamato Inuo)[14]. Mentre i giovani erano tutti intenti a questa festa gioiosa, la cui ricorrenza era ben conosciuta, subirono l’assalto dei predoni arrabbiati per la perdita del loro bottino. Romolo si difese con grande vigore; ma Remo fu catturato: i ladroni lo portarono al re Amulio e presero l’iniziativa dell’accusa nei suoi riguardi. Fu infatti incriminato per aver invaso, assieme al fratello, il territorio di Numitore e di essersi comportato in modo ostile raccogliendo una schiera di giovani e depredando quel luogo. Remo fu dunque consegnato a Numitore perché lo punisse.

Fin da quando li aveva raccolti, Faustolo aveva sperato che coloro che aveva allevato fossero discendenti di re; conosceva gli ordini per i quali gli infanti erano stati esposti e calcolava la coincidenza col tempo in cui li aveva raccolti. Ma mai aveva voluto rivelare il suo pensiero in modo prematuro perché aspettava o l’occasione giusta o lo stato di necessità. E si verificò, per primo, lo stato di necessità: soggiogato dalla paura, rivelò ogni cosa a Romolo. Casualmente anche Numitore era stato toccato dal ricordo dei nipoti: aveva suo prigioniero Remo, aveva appreso che aveva un fratello gemello e andava analizzando la loro età e la loro indole per nulla incline ad accettare imposizioni. Indagò e, condividendo il dubbio di Faustolo, quasi gli parve di riconoscere Remo.[15]

Contro Amulio vengono recate insidie da ogni parte. Romolo attacca il re: non si era portata dietro una schiera di giovani perché non aveva forze sufficienti ad un assalto frontale, ma aveva ordinato ai pastori di portarsi verso la reggia a intervalli regolari e seguendo itinerari diversi. Remo porta aiuto con un’altra schiera partendo dalla casa di Numitore. In questo modo uccidono il re.

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Numitore, al primo manifestarsi del tumulto, sparse la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano aggredendo la reggia, indirizzando gli uomini di Alba al presidio e alla difesa della rocca. Poi, quando vide i giovani che gli si facevano incontro congratulandosi per il felice esito dell’impresa, convocò lì per lì l’assemblea e spiegò chiaramente i delitti che il fratello aveva commesso contro di lui, l’origine e la nascita dei nipoti, la loro educazione e il loro riconoscimento. Poi dichiarò che il tiranno era stato giustiziato su sua iniziativa. Romolo e Remo entrarono con la loro schiera proprio in mezzo all’assemblea e salutarono re il nonno, mentre voci di consenso si alzavano da tutta la folla che riconobbe legittimo al re il titolo e il comando.

Romolo e Remo, lasciato in questo modo il governo di Alba a Numitore, furono presi dal desiderio di fondare una città nel luogo in cui erano stati prima esposti e poi educati. La popolazione di Albani e latini era ormai eccessiva e ad essi si erano aggiunti anche molti pastori: tutta questa gente faceva prevedere che piccole sarebbero state Alba e Lavinio a confronto della città che sarebbe stata fondata. E in mezzo a queste considerazioni sopraggiunse il male connaturato a quella famiglia della cupidigia di dominio. Di qui una ignobile conflitto, sorto nonostante i pacifici inizi. Erano gemelli e dunque l’età non serviva come discriminante: affinché gli dei, patroni di quella regione, indicassero con segni augurali chi doveva dare il nome alla nuova città e chi dovesse detenere il potere dopo la fondazione, Romolo occupò il Palatino, Remo l’Aventino. Furono questi gli spazi scelti[16] per l’osservazione degli auspici.

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Tradizione vuole che Remo scorgesse per primo sei avvoltoi. Quando già la visione augurale era stata annunciata, Romolo ne vide un numero doppio. Le schiere dei fautori dell’uno e dell’altro salutarono entrambi re, attribuendo il diritto di regnare a Remo per aver scorto prima gli uccelli e a Romolo per averne scorti di più. Per questo nacque una zuffa, e, sotto la spinta dell’ira, si arrivò a spargere sangue. Colpito a morte nella mischia, Remo cadde. È comunque più diffusa la leggenda secondo cui Remo, in segno di scherno verso il fratello, fosse saltato oltre le mura che stavano sorgendo. Romolo, trasportato dall’ira, lo avrebbe ucciso e avrebbe inveito contro di lui gridando: “patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura”. Romolo detenne così da solo l’imperio e diede il suo nome alla città appena fondata.

Come prima cosa fortificò il Palatino, su cui era stato allevato. Celebrò dei riti sacri a tutti gli dei secondo il rito albano; a Ercole invece sacrificò secondo il rito greco, seguendo la liturgia introdotta da Evandro. Si narra che Ercole, una volta ucciso Gerione,[17] avesse condotto in quei luoghi i buoi di straordinaria bellezza che aveva trafugato. Giunto in riva al Tevere (che aveva fatto passare a guado al suo armento spingendolo davanti a sé), stanco per la via e in attesa che i buoi si riposassero e riprendessero vigore pascolando abbondantemente, si sdraiò in un luogo erboso. Lì, oppresso dal cibo e dal vino, si lasciò andare ad un profondo sonno. Un pastore di nome Caco che abitava quei luoghi ed era bellicoso e forte, fu preso dalla bellezza dei buoi. Progettò di derubare Ercole: se però avesse spinto l’armento verso la sua spelonca, sarebbero state proprio le orme a mettere sulla pista buona il padrone quando si fosse posto alla ricerca. Allora trasse a ritroso, tirandoli per la coda, i buoi più belli nella sua spelonca. Ercole con la prima luce si svegliò e diede un’occhiata al suo armento. Si rese conto che ne mancava una parte e si diresse verso la vicina spelonca, sperando che lì conducessero le impronte. Vide però che si dirigevano tutte verso l’esterno e non in altre direzioni; allora perplesso e turbato cominciò a portar via l’armento da quel luogo infausto. Ma mentre spingeva le vacche, queste, come accade di solito, avvertirono l’assenza di quelle che rimanevano indietro e presero a muggire. Quelle rimaste chiuse risposero dalla spelonca ed attrassero l’attenzione di Ercole. Caco si oppose a forza all’ingresso di Ercole nella spelonca, ma fu colpito dalla clava e, mentre cercava invano la solidarietà degli altri pastori, ne morì.

In quell’epoca Evandro, profugo dal Peloponneso, governava quei luoghi in virtù del suo prestigio più che grazie all’imperio. La sua autorità era grande perché conosceva le meraviglie della scrittura, grande novità tra quegli uomini ignari di ogni arte; e prestigio ancora maggiore gli derivava dall’aura di divinità che circondava la madre Carmenta, venerata come profetessa da quei popoli prima dell’arrivo in Italia della Sibilla. Allora questo Evandro, richiamato dalla folla di pastori intimoriti che circondavano quello straniero manifestamente colpevole di omicidio, volle sapere del delitto e delle sue cause. Notò il portamento e l’aspetto di quell’uomo, assai più imponente e augusto del comune e volle sapere chi fosse. Appena apprese il nome, il padre e la patria gli si rivolse così: “salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, veridica portavoce degli dei, ebbe a profetizzarmi che tu saresti andato ad accrescere il numero dei celesti e che a te qui sarebbe stata dedicata un’ara. Per il popolo che diventerà il più potente della terra sarà, anzi, questa l’Ara Massima[18] e qui saranno celebrati riti secondo la tua liturgia.” Ercole gli porse la destra e proclamò di accettare l’augurio e di volersi rendere garante della profezia edificando e dedicando egli stesso l’altare. Allora, scelta una splendida vacca dall’armento, furono celebrati sacrifici in onore di Ercole e furono designati per i servizi religiosi e per il banchetto i Potizii e i Pinarii, le due famiglie più illustri che abitavano allora in quei luoghi. Accadde fortuitamente che soltanto i Potizii fossero pronti al momento fissato e solo a loro, dunque, furono imbandite le viscere. I Pinarii giunsero solo per il resto del banchetto, dopo che le viscere erano già state mangiate. Ciò divenne istituzione: i Pinarii, finché durò la loro discendenza, non si nutrirono delle viscere dei sacrifici. I Potizii, istruiti da Evandro, furono per lungo tempo i sacerdoti di quel culto fino a quando, trasferito a pubblici ufficiali il sacro ministero di quella famiglia, tutta la stirpe dei Potizii si estinse. Romolo adottò, tra tanti, unicamente questi riti forestieri, già presago dell’immortalità cui lo destinavano il suo valore e il fato.[19]

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Compiute dunque secondo il rito le cerimonie e adunata la gente in assemblea, Romolo dettò i fondamenti del diritto, perché solo le leggi consentono a un popolo di diventare un unico e compatto organismo. Consapevole che le leggi sarebbero apparse inviolabili a quelle genti ancor rozze, solo se egli stesso si fosse reso degno di venerazione grazie ai segni esteriori dell’autorità, accrebbe la propria maestà abbigliandosi in modo particolare e soprattutto ponendosi vicino dodici littori. Alcuni pensano che egli abbia scelto quel numero dagli uccelli che gli avevano profetizzato il regno. A me non dispiace invece condividere il parere di coloro che pensano che anche quelle guardie derivassero dai vicini Etruschi. Da essi provenivano anche la sedia curule e la toga pretesta[20]; perfino il numero sembra importato da là: presso gli Etruschi, dopo che i dodici popoli avevano eletto insieme un re, ognuno di questi popoli gli forniva un littore.[21]

Intanto la città si ingrandiva e comprendeva sempre nuove porzioni di territorio entro la cinta murata: si costruivano fortificazioni più per la speranza della grandezza futura che sulla base del numero di uomini effettivamente esistenti in quel momento. Poi, perché la città non rimanesse inutilmente grande e per aumentare la popolazione, seguendo l’antico accorgimento dei fondatori di città i quali richiamavano una folla di persone ignobili e di bassa origine, fingendo di averla generata dalla terra[22], Romolo aperse un asilo, nel luogo -per chi scende dal Campidoglio- recintato e tra due boschi. Lì trovò rifugio una folla che proveniva dai popoli confinanti: gente di ogni tipo, uomini liberi e schiavi, tutti desiderosi di rivolgimenti. E quello fu il nucleo iniziale dell’incipiente grandezza. Romolo era soddisfatto di quei rinforzi e nominò un consiglio per governare quelle forze. Creò cento senatori: forse era un numero sufficiente o forse soltanto cento erano coloro che potevano essere elevati a tale dignità. Questa loro carica li rendeva padri dello stato e i loro discendenti presero il nome di patrizi.

9

Ormai lo stato romano era tanto forte da poter competere in potenza militare con tutte le popolazioni confinanti. Tuttavia, a causa della mancanza di donne, quella grandezza poteva durare quanto la vita di un uomo: in patria non vi era speranza di prole e non esistevano accordi matrimoniali con i vicini. Allora i senatori consigliarono Romolo di mandare dei messi presso i popoli circostanti chiedendo per il nuovo popolo alleanze e patti matrimoniali: le città, come ogni altro organismo, sono piccole al loro nascere, ma grazie al valore dei cittadini e all’aiuto degli dei, possono salire a grande potenza e a grande nome. Romolo era ben certo che gli dei avessero garantito il loro favore alla nascita di Roma e che il valore non sarebbe venuto meno. Dunque degli uomini non dovevano sdegnarsi di stringere patti con altri uomini e di mescolare sangue e stirpe. In nessun luogo la delegazione fu ascoltata con esito favorevole: da una parte a tal punto disprezzavano i romani, dall’altra temevano per sé e per i propri figli quella potenza che cresceva in mezzo a loro. I legati furono scacciati da quasi tutti. E quasi tutti chiedevano perché non avessero aperto un asilo anche per le donne. Alla fin fine non potevano che essere di questo tipo i matrimoni degni di loro!

I giovani romani accolsero molto male questa risposta e, senza ripensamenti, si progettò di ricorrere alla violenza. Romolo, per preparare tempo e luogo adatti ad una azione di forza, dissimulò la sua profonda delusione e predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno equestre[23], cui diede il nome di Consuali. Ordina poi che circoli tra i confinanti la notizia di un grande spettacolo: per renderlo più attraente e grandioso, lo organizzano con il più grande apparato consentito dalle loro conoscenze e dalle loro possibilità. Accorse gran numero di persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumesi, gli Antemnati[24].

E venne anche, praticamente al completo, con mogli e figli, la popolazione dei Sabini. Ricevuti ospitalmente nelle case, guardano la posizione, le fortificazioni e i numerosi edifici della città, stupendosi che lo stato romano sia in poco tempo tanto cresciuto. Venne il momento dello spettacolo che occupava totalmente gli occhi e le menti degli ospiti: ad un certo punto nacque un tumulto (che era stato precedentemente organizzato) e quando venne fatto il segnale convenuto, i giovani romani si precipitarono a rapire le vergini. La maggior parte di esse fu rapita da coloro nelle cui mani erano casualmente cadute; alcune, particolarmente belle e destinate ai senatori più autorevoli, furono portate nelle case di questi da alcuni uomini della plebe cui era stato affidato tale incarico. Una, fra tutte la più bella, fu, a quanto si dice, rapita dai servi di un tal Talassio. E siccome molti chiedevano a chi fosse portata, i servi, perché‚ nessuno la violasse, andavano gridando che la recavano a Talassio: fu in questo modo che nacque questo grido nuziale[25].

Il terrore turbò la festa e i genitori delle vergini fuggirono profondamente afflitti, accusando chi era venuto meno al diritto di ospitalità e invocando il dio alla cui solenne cerimonia e ai cui giochi erano venuti, ricevendo il tradimento dei loro diritti e della loro fiducia. Le rapite provavano ugual sdegno e uguale disperazione per il proprio futuro. Tuttavia lo stesso Romolo faceva loro frequenti visite dicendo che questo era accaduto per la superbia dei loro padri, che avevano negato matrimoni ad un popolo confinante. Ma esse avrebbero avuto il vincolo del matrimonio e la comunanza di tutti i beni, della cittadinanza e di ciò che è più caro a ogni persona, i figli. Dunque attenuassero il loro sdegno e regalassero anche il loro animo a coloro cui la sorte aveva concesso il loro corpo. Spesso, col tempo, da una ingiustizia nasce un vantaggio ed esse avrebbero avuto mariti migliori nella misura in cui questi, per la loro parte, si fossero sforzati di riempire il vuoto lasciato dai genitori e dalla patria, adempiendo al proprio dovere. Si aggiungevano le blandizie dei mariti che cercavano di rimediare alla violenza con la loro passione amorosa; e queste sono le lusinghe più efficaci presso l’animo muliebre.

10

Gli animi delle rapite si acquietarono in fretta. Ma tanto più i loro genitori, vestiti a lutto, con lacrime e lamentazioni, eccitavano i concittadini. E la loro ira usciva anche dai confini della patria, e da ogni parte si radunavano attorno a Tito Tazio, re dei Sabini. E a lui facevano capo anche ambascerie perché grandissima era la sua fama in quelle regioni. Si trattava dei Ceninesi, dei Crustumini, degli Antemanti che erano stati coinvolti in quella ingiustizia. A costoro sembrò che troppo lentamente Tazio si muovesse; e dunque quei tre popoli fecero parte a sé e prepararono insieme la guerra. Ma di fronte al furore e all’ira dei Ceninesi, nemmeno i Crustumini e gli Antemnati fanno abbastanza in fretta. E, da solo, il popolo dei Ceninesi invade il territorio Romano. Ma Romolo li affronta mentre questi si danno a disordinato saccheggio e con una battaglia non molto impegnativa dimostra che a poco serve l’ira se non è sostenuta da adeguate forze. Sbaraglia e mette in fuga i nemici; arriva perfino ad incalzarli e nella battaglia che segue ne uccide il re, facendo bottino delle sue spoglie. Dopo l’uccisione del comandante nemico, gli basta un assalto per prendere la città.

Ricondotto di là l’esercito vittorioso, Romolo, abile ad agire ma anche a mettere in evidenza le sue imprese, portando le spoglie del comandante nemico ucciso su un carro costruito a questo scopo, ascese al Campidoglio e le depose presso una quercia venerata dai pastori. Con quel dono delimitò il tempio di Giove e insieme aggiunse l’epiteto al dio invocandolo con queste parole: “Giove Feretrio[26], io Romolo, re vittorioso, ti reco queste armi di re e ti dedico, in questo luogo, questo tempio che solo con la mia mente ho delimitato, come sede per le spoglie opime che i posteri qui recheranno seguendo il mio esempio e dopo aver ucciso re e comandanti nemici.” Questa è l’origine del tempio che Roma consacrò primo fra tutti. E gli dei poi vollero che non rimanesse senza seguito la preghiera di chi aveva fondato il tempio e aveva impegnato i posteri a portare là le spoglie; e nemmeno permisero che molti divenissero partecipi di questo titolo di merito svilendo così tale onore. In seguito due volte soltanto, in così gran numero di anni e in così numerose guerre, furono ottenute spoglie opime[27]. Tanto rara fu la fortuna di quell’onore.

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Mentre i Romani attendono a quell’impresa, l’esercito degli Antemnati, approfittando dell’abbandono dei luoghi, compie un’irruzione nel loro territorio. Romolo anche contro costoro conduce l’esercito romano e li distrugge mente sono dispersi nelle campagne. A sbaragliare il nemico bastarono il primo assalto e l’urlo di battaglia: anche lo loro città cadde. Ersilia, moglie di Romolo, indotta dalle suppliche delle altre donne rapite, pregò il marito esultante per la duplice vittoria, di perdonare i genitori e di accoglierli come nuovi cittadini. Così lo stato avrebbe potuto metter più solide radici grazie alla concordia di intenti. Ersilia non trovò difficoltà ad essere esaudita. Romolo poi si mise in marcia contro i Crustumini che, a loro volta, erano scesi in guerra ma il conflitto con loro durò anche meno degli altri perché le sconfitte altrui avevano minato la fiducia. In entrambe le città furono mandate colonie; si trovò maggior numero di persone che diedero il nome per andare nel Crustumino poiché quelle terre erano particolarmente fertili. Roma fu, in seguito, sempre più spesso meta di immigrazioni soprattutto da parte di genitori e parenti delle donne rapite.

Un’ultima guerra venne dai Sabini e fu di gran lunga la più difficile. I Sabini infatti non erano mossi in alcun modo da ira o da ingordigia di bottino e soprattutto non fecero trapelare nulla della loro volontà di guerra prima di essere pronti in armi. A questa accorta strategia si aggiunse poi l’inganno. Comandava il presidio della rocca romana Spurio Tarpeio di cui Tazio corruppe la figlia, vergine vestale, con dell’oro perché facesse entrare degli armati nella cittadella. Lei intanto si era allontanata per cercare fuori delle mura dell’acqua che doveva servire per una cerimonia. I soldati, una volta entrati, la uccisero seppellendola sotto le armi forse per far sembrare che la presa della rocca era dovuta ad un atto di forza, forse per dimostrare in modo esemplare che nessuna lealtà è dovuta ad un traditore. La leggenda aggiunge anche un altro particolare. La vergine aveva pattuito come ricompensa ciò che i Sabini reggevano con la sinistra: essi infatti portavano normalmente dei bracciali d’oro di grande peso sul braccio sinistro e anelli adorni di gemme e molto belli. Dunque i Sabini la ricoprirono con i loro scudi invece che con doni aurei. Qualcuno sostiene che essa, pattuendo che le consegnassero ciò che reggevano con la sinistra, volesse davvero avere gli scudi e i Sabini l’avrebbero uccisa con la sua stessa ricompensa, rendendosi conto dell’inganno.[28]

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Comunque quel che è certo è che i Sabini occuparono saldamente la rocca. Il giorno dopo l’esercito romano, schierato a battaglia, empì lo spazio tra Palatino e Campidoglio[29]; ma i Sabini discesero nel piano soltanto quando i Romani, sospinti dall’ira e dalla voglia rabbiosa di riprendersi la rocca, presero d’assalto il colle. Sui due fronti, davanti a tutti, Mettio Curzio tra i Sabini, Ostio Ostilio tra i Romani incitavano alla battaglia. Ostio, schierato nelle prime file, sosteneva i suoi dimostrando tutto il coraggio del suo animo nonostante la posizione svantaggiosa. Ma Ostio ebbe a cadere, e subito la schiera romana prese a ripiegare e fu anzi respinta fino all’antica porta Palatina. Lo stesso Romolo fu travolto dalla massa dei fuggitivi e, innalzando le armi al cielo, cosi pregò: “o Giove, è qui, sul Palatino, che i tuoi uccelli mi hanno indicato il luogo in cui gettare le prime fondamenta della città. Ora i Sabini occupano la tua rocca, dopo averla presa con il tradimento. E vengono qui, armati, dopo aver superato la spianata. Ma tu, padre degli dei e degli uomini, almeno da qui tieni lontano i nemici. Libera i Romani dalla paura e arresta qui la loro ignobile fuga. Io faccio voto di dedicare in questo stesso luogo un tempio a Giove Statore[30] che ricorderà per sempre ai posteri che qui, grazie al tuo tempestivo aiuto, è stata salvata la città.” Così pregò e quasi sembrava avvertire che le preghiere erano state accolte. Allora, rivolgendosi ai suoi, disse: “Giove Ottimo Massimo ci ordina che da qui parta la nostra riscossa, che da qui rinnoviamo la battaglia.”

I Romani si fermarono, come se avessero ricevuto un ordine dall’alto. Lo stesso Romolo volò in prima linea. Mettio Curzio, davanti a tutti i Sabini, era sceso dalla rocca e aveva incalzato i Romani sparpagliandoli per tutta l’estensione attuale del Foro. Ormai vicino alla porta Palatina, urlava: “abbiamo sconfitto degli ospiti malfidati, dei nemici incapaci di combattere; gli abbiamo insegnato che non è la stessa cosa rapire vergini e combattere con degli uomini!” Proprio contro di lui che si vantava in tal modo, si avventò Romolo con una schiera di fierissimi giovani. Mettio, in quel momento, combatteva stando a cavallo e dunque fu più facile respingerlo indietro. E una volta respinto, i Romani lo incalzavano. Nel frattempo il resto dell’esercito romano, pungolato dal coraggio del re, sbaragliò i Sabini. Mettio andò a cacciarsi in una palude[31] poiché il suo cavallo si era impaurito per lo strepito degli inseguitori. I Sabini, scorgendo il pericolo di un cosi valoroso combattente, furono distolti dalla battaglia. Allora presero a far cenni e ad invocare Mettio, il quale riprese animo grazie all’incitamento di tanti e riuscì a trarsi d’impaccio. Romani e Sabini rinnovarono la battaglia nella valle compresa tra i due colli, ma ormai i Romani stavano prendendo il sopravvento.

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