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SUI MARI DI OMERO

Egle ed io in questi primi giorni di giugno 2017 abbiamo fatto, per la prima volta, un’esperienza di crociera. Non parlerò dell’ospitalità ricevuta in nave (la Costa Deliziosa, ospitalità peraltro eccezionale, basata su gentilezza e organizzazione minuziosa e rigorosa, non ci si annoia di sicuro), ma delle mete del nostro viaggiare. Volevamo, dopo l’esperienza nella Grecia continentale, correre tra le isole del mare greco.
In pratica abbiamo disceso l’Adriatico. Con partenza da Venezia. Mai visti San Marco, la Salute e il canale della Giudecca da questa prospettiva. Nel sole del meriggio sono panorama che toglie il fiato. Lo dico schierandomi (lo faccio da sempre) dalla parte di coloro che sostengono che il moto ondoso e il transito dei giganti sono esiziali per la fragile Venezia. Tuttavia lo spettacolo resta grandioso. E se lo è per chi conosce a fondo Venezia, posso immaginare gli occhi e l’anima di chi la vede per la prima volta.
Ci siamo fermati a Bari (con l’immagine bella delle donne che nei vicoli fanno le mitiche orecchiette), poi Corfù, periplo del Peloponneso, Santorini e Myconos.
Al ritorno sosta nel gioiello Dubrovnik, la veneziana Ragusa, sull’estrema punta meridionale della Croazia.

 

CORFÙ, LA CONTINENTALE

Corfù è la più continentale delle isole che abbiamo visitato. Con i suoi 600 chilometri quadrati (quasi il triplo, per dire, della nostra isola d’Elba) e i più di centomila abitanti, è la seconda isola greca del mare ionico (dopo Cefalonia).
Lasciandoci la sempre splendida Bari alle spalle, attraversiamo il canale d’Otranto e tiriamo indietro le lancette di un’ora (in Grecia vige l’ora solare).
Il pullman che ci attende sulla banchina comincia a inerpicarsi sulle colline. Strade strette, strettissime, come è usuale nelle isole. La nostra guida dice che gli autisti devono fare i kamikaze, altrimenti non si va avanti. Visti gli strapiombi senza guardrail e i tornanti sui quali viene sfruttato ogni centimetro per fare manovra, c’è solo da sperare bene e fare scongiuri.
E pregare. Ce ne viene data subito l’occasione perché la nostra meta è il monastero di Paleokastritsa, Παλαιοκαστρίτσα in greco, a 25 chilometri da Corfù. Il nome richiama il castello della vicina Angelokastro. Davanti a noi, dalle terrazze naturali, si spalanca la baia a forma di trifoglio con le sue spiagge e il mare trasparente, color turchese. Tutto attorno le colline di boschi e ulivi. Il monastero della Panagia, fondato nel Duecento, è letteralmente preso d’assalto dai turisti. Bisogna chiudere gli occhi per trovare la dimensione di silenzio cui dovrebbe essere votato il luogo. Vicino a noi, il simandron, la tavola di legno sospeso che scandisce i tempi del monastero. Un rintocco per chiamare alla preghiera, due per la refezione…
Nella chiesetta si entra a piccoli gruppi, si acquista per pochi centesimi la candelina da accendere e impiantare nella bacinella con la sabbia.
In mezzo al verde, un po’ inattesa, la bandiera gialla con l’aquila bicipite, eredità dell’impero di Bisanzio.
Poi verso Corfù, la capitale che raggruppa quasi tutti gli abitanti dell’isola. Seguiamo un percorso tortuoso tra spiagge e collina. Qui vicino, sulla spiaggia di Issos, è stata girata una famosa scena di Solo per i tuoi occhi (uno dei film della saga di James Bond, in questo caso col volto di Roger Moore), l’uccisione della contessa Lisl Von Schlaf (Cassandra Harris).
Visitiamo la Spianáda, la piazza d’armi a scopo difensivo per realizzare la quale i Veneziani rasero al suolo tremila case. Oggi è un giardino di aiole e alberi. Confina col campo di cricket, sport che ha qui la sua capitale greca. Poi Paleó Froúrio, uno sperone di roccia che si allunga nel mare.
I Veneziani nel XVI secolo lo separarono dalla terraferma scavando un canale (la Controfossa). Verso la fine del Cinquecento vi costruirono due possenti bastioni (Martinengo e Savorgnan). Nella cattedrale è sepolta la basilissa d’Oriente Teodora Armena, che resse l’impero bizantino dall’842 all’855. È santa della Chiesa ortodossa. Sulla Spianáda si affaccia il Paleá Anáktora, sontuoso palazzo, costruito nel 1816 da George Whitmore per ospitare l’alto commissario inglese. Nel 1864 divenne residenza estiva del re. Oggi l’edificio ospita il museo d’arte asiatica. Noi ci perdiamo nei vicoletti della Paleá Póli, la città veneziana.
Sulla via principale (odós Nikifórou Theotóki, vi si fa ancora, venetamente, il liston) si aprono le porte di tre chiese: Panagía ton Xenón, Ágios Ioánis Pródromos e Agíi Vassílios. Sulla platía Dimarhíou ecco la Loggia veneziana, costruita come luogo d’incontro dei nobili nella seconda metà del Seicento. Vicino alla Loggia si trova la Katholikí Mitrópoli, cattedrale cattolica dedicata a san Giacomo.
È un pullulare di negozi e bottegucce. Si assaggia la famosa grappa greca, l’ouzo e un liquore dolcissimo, il koum quat (trasparente oppure rosato), che si distilla dal frutto omonimo (noi lo chiamiamo mandarino cinese). Non c’è bottega che non abbia appesi grappoli enormi di spugne. Comperiamo i soliti canovacci di artigianato locale per i regalini. Un gioiello in argento (due orecchini con opale incastonata tra il verde e il turchese) per nostra figlia: obbligatorio chiedere uno sconto. Che viene accordato, ma devono sparire le carte di credito, solo contanti. E ovviamente niente scontrino. Non sono d’accordo, ma bisogna abbozzare.
Torniamo alla nave. Ogni luogo è un trionfo di oleandri e boungaville, un tripudio di colori. Ma è evidente una certa trascuratezza. Molte case chiuse e in rovina, giardini incolti.
Però… nello zaino ci portiamo via qualcosa di quel tripudio di colori. Nel monastero di Paleokastritsa abbiamo visto un intero pergolato (!) formato da un cactus rampicante. Egle ha chiesto ai bravi monaci di strapparne un pezzetto…
Adesso, tornati, speriamo che attecchisca.

 

SANTORINI, LA SCOSCESA

Santorini ci appare all’alba con i suoi strati geologici longitudinali a picco sul mare. Tagliati di netto. La laguna ha qualcosa di primordiale. La geologia è scrittura e cronaca. In cima, sulla cresta della costiera, il bianco luminoso delle case. Nella luce del crepuscolo, quando lasceremo l’isola, quelle case sembreranno neve, in cima ad una vetta alpina. Non c’è possibilità di attracco, sbarchiamo su una lancia che fa la spola tra nave e terraferma.
Santorini  è un vulcano. Anzi, quel che resta di un vulcano, di fatto mezzo cratere. Ora l’isola assomiglia ad una mezza luna, una volta era circolare, solo che metà è sprofondata nel mare, attorno al 1627 avanti Cristo, sventrata da una terribile eruzione, la più disastrosa eruzione avvenuta in Europa documentata in epoca storica. Un paesaggio da apocalisse: pioggia di pomici e ceneri, poi di massi più grossi e infine della famosa pomice rosa.
Alla fine fu esplosione. Un getto di materiali compressi e di gas surriscaldati raggiunse la stratosfera. Le ceneri furono sparse in un territorio amplissimo tra Asia, Africa ed Europa. I boati si udirono probabilmente fino in Scandinavia e a Gibilterra. Forse ci fu un terribile tsunami che raggiunse l’isola di Creta. E, secondo alcuni, iniziò così il declino della civiltà minoica.
Quegli sconvolgimenti hanno propiziato la formazione della pozzolana, utilissima in edilizia, che è tra le maggior risorse dell’isola, ovviamente oltre il turismo. Qui si produce anche un vino dolce, il vin santo (che naturalmente è cosa tutta diversa dal suo omonimo toscano).
Nel 1967 nella località di Akrotiri, gli archeologi riportarono alla luce un’antica città. Una vera e propria fotografia di vita quotidiana in un’operosa cittadina i cui abitanti dovettero, allertati dalle scosse, lasciare in fretta e in furia le loro case. Che furono sommerse dalle ceneri e oggi vengono restituite intatte. Qualcuno parla, con buona esagerazione, di Pompei greca.
Visitiamo questo prezioso sito archeologico. Solo una parte minima è stata riportata alla luce. Tutti gli scavi sono ricoperti da un’enorme struttura all’interno della quale è stato ricavato un percorso didattico. Le case, le botteghe, le cantine, le giare che contenevano granaglie e vino, il sofisticato sistema idraulico. I bagni, le terme, le fognature. La piazza del Triangolo.
Un sito importante. La nostra guida è laureata in archeologia e il suo maestro Spyridōn Nikolaou Marinatos è stato proprio l’iniziatore degli scavi. Un giorno fu travolto e ucciso dal crollo di un muro. È sepolto qui e una croce segnala il luogo. Non mi è simpatico nonostante questa morte “in prima linea”. Mentre la guida ce ne parla mi sovviene infatti che fu ministro della cultura durante la dittatura dei colonnelli.
Poi ci inerpichiamo ai 567 metri del monte Profitis Illas, il punto più alto dell’isola. È un vulcano con la sua piccola caldera. Sotto di noi il panorama mozzafiato della piana di Santorini coi suoi centri bianchi e luminosi, Fira, la piccola capitale, Imerovigli e Oia, famosa per i suoi mulini a vento. Dappertutto le moto a quattro ruote che sembrano essere il mezzo di locomozione più diffuso nelle isole e si affittano un po’ ovunque.
Attorno abbiamo le piccolissime isole satellite: Therasia (prima dell’eruzione era parte di Santorini stessa, come lo scoglio di Aspronisi), Palea Kameni, che invece è frutto delle effusioni di magma successive all’eruzione, Nea Kameni, l’isola vulcanica più recente, un vulcano ancora attivo, la cui ultima eruzione risale al 1950.
Ci inerpichiamo per i vicoletti di Fira. Il bianco delle case è abbagliante. Visitiamo la cattedrale cattolica dedicata a san Giovanni. E arriviamo al terminale della cable car, la teleferica costruita nel 1979 dall’armatore Evangelos Nomikos che volle creare un’alternativa alla scoscesa strada che si percorre a dorso di mulo.
Io sarei tentato di percorrerla a piedi (in discesa…) ma lo stato delle mie ginocchia me lo sconsiglia.
Santorini ci lascia col suo panorama unico. Qui è scritta la storia del pianeta.
E nel suo nome è scritta la storia più recente. Santorini è deformazione di Sant’Erini, nome che le fu dato dai Veneziani in onore di Santa Irene, martire del 304. Alla santa (martirizzata sul territorio greco, a Tessalonica/Salonicco) era dedicata la basilica di Perissa, villaggio nella parte sud-orientale dell’isola. Ma io penso che sul nome abbia agito anche l’antica denominazione Θήρα, cioè caccia, preda.

 

MYKONOS, LA VENTOSA

Che peccato. Mykonos, nel cuore delle Cicladi, ci aspetta avvolta nella pioggia che non offre requie. Ma non c’è verso. Quando ci torniamo qui, in questo luogo splendido? Avanti stretti e incappucciati nel k-way, sperando che lo zaino delle macchine fotografiche regga l’acqua. Qui, secondo i racconti mitologici, sarebbe avvenuta la battaglia fra Zeus e i Titani, a colpi di macigni scagliati (le isole stesse) e il nome verrebbe da Mykons, nipote di Febo.
Febo/Apollo sarebbe nato proprio nell’isola di Delo, in faccia a noi, separata da uno stretto braccio di mare. E, forse in ossequio alla divinità di arti, musica, profezia, poesia, Mykonos è storicamente un polo di attrazione per intellettuali e artisti.
L’isola era il paradiso della comunità LGBT e tuttora conserva questa sua fama di luogo della tolleranza.
Anche qui è arrivata, ovviamente l’occupazione veneziana. A quei tempi risale la costruzione delle chiese della Panaghía Paraportiani, poi proseguita fino al XVII secolo.
Mykonos fu anche covo di pirati. Nel 1537 fu conquistata dal corsaro Khayr al-Din Barbarossa e poi dai Turchi. Che rimasero qui fino alla rivoluzione del 1821 che vide i Miconiani in prima linea. Tra i leader si distinse l’eroina Manto Mavrogenous cui sono dedicati un monumento e una piazzetta proprio qui nel porto.
Mykonos ci accoglie nel suo golfo che sembra abbracciare il visitatore e che percorriamo tutto. Tra le case bianche incombenti e i mercatini di frutta e pesce. Anastasia, la nostra guida, si toglie il cappuccio e ci guida imperterrita. Grazie, che brava. Ci conduce nel labirinto tra le stradine della piccola capitale (stesso nome dell’isola) in salita tremenda.
Assaggiamo il caratteristico formaggio dell’isola, forte e salato, il Kopanisti.
Sul lato ovest della città, sopra Kastro, visitiamo l’incredibile chiesa di Paraportiani (XVI secolo) con i campanili a vela e le sue cinque piccole cappelle, che si fondono in un unico edificio. Clamoroso documento di architettura cicladica. Il nome significa Nostra Signora della Porta e viene dalla presenza qui di un varco nella cinta muraria costruita dai Veneziani e ora scomparsa.
Su tutto domina il vento che impedisce perfino agli alberi di crescere. Un albero di alto fusto è una rarità e, paradossalmente, cresce all’interno della città protetto dai muri delle case.
Vento significa mulini, che qui sono protagonisti del paesaggio. Uno di essi sorge proprio nel punto più alto della città ed è in fase di ristrutturazione. Si vuole farne un centro del folklore locale. Anche perché qui vediamo un forno antico e soprattutto una struttura particolarissima, una vasca squadrata in muratura. Forse un tre metri per tre. La vasca è in leggera discesa e presenta, nella parte più bassa un’apertura per il deflusso del vino, perché si tratta di un vero e proprio tino fisso per la pigiatura dell’uva.
Un po’ discosta una costruzione misteriosa, una sorta di parallelepipedo con strane piccole guglie e aperture triangolari. Mistero presto svelato: colombaie per allevarvi piccioni e variare dunque la dieta.
Lasciamo l’isola con un po’ di rabbia, perché era proprio la nuvoletta di Fantozzi. Appena fuori della laguna di Mykonos splende il sole.

 

DUBROVNIK, LA VENEZIANA

La fortezza della veneziana Ragusa è un gioiello in cui tutto riporta ai costruttori veneziani. E ha due protettori.
San Biagio (in croato sveti Vlaho) ha una chiesa a lui dedicata e guarda ovunque i visitatori da mille nicchie. Qui si conserva la sacra reliquia del suo cranio in una teca a forma di corona bizantina. Viene portato in processione nella ricorrenza del santo, che secondo la tradizione popolare, difese e protesse la città da un’aggressione della Repubblica di Venezia.
Ma c’è anche, come dire, un protettore laico. Orlando, il paladino di Carlo Magno cui è dedicata in piazza della Loggia una colonna che lo ritrae con la spada in mano. Risale ai tempi in cui Ragusa ebbe uno scontro col pirata saraceno Spucente che proprio da Orlando fu ucciso. Simbolo della libertà della città e… unità di misura: la lunghezza del suo braccio destro (51,2 cm) divenne l’unità di misura del braccio raguseo. E anche simbolo della cultura: la stagione musicale reca il titolo tutto italiano e ariostesco di Orlando Furioso.
Entriamo da porta Pile e ci immettiamo nello Stradun che taglia in due la città e conduce alla piazza della Loggia. Ci accoglie la fontana maggiore di Onofrio. Seduto sui gradini della fontana, un suonatore muove l’archetto sul suo guzle. Dall’unica corda di crini di cavallo trae un suono aspro e monotono.
La fontana è stata costruita nel 1438 dal napoletano Onofrio Giordano (Onofrio della Cava) il quale convogliò in città l’acqua della sorgente Šumet che dista dodici chilometri da Dubrovnik e alimenta il fiume Dubrovača.
Piazza della Loggia è il cuore della città che noi vediamo oggi nella forma che assunse dopo la ristrutturazione seguita al terremoto del 1667. Oltre alla colonna di Orlando, qui si affacciano palazzo Sponza, sede della Dogana e della Zecca e la porta della Dogana con la sovrastante loggia delle Campane. Adiacente è Prid Dvorom (Davanti al Palazzo). Infatti si trova davanti al palazzo dei Rettori. A sud la cattedrale dedicata a Maria Assunta. Accanto c’è la piazza Marino Darsa con la piccola Chiesa di san Bartolomeo, che incorpora i resti della chiesa dei santi Cosma e Damiano.
Accediamo a piazza Gondola, anticamente sede del mercato. Oggi ospita il mercatino dell’artigianato locale (tessuti ricamati, sapori per la cucina, frutti canditi, miele). Al centro la statua dello scrittore raguseo Giovanni Gondola (1588-1638), opera di Ivan Rendić. Un irriverente colombo gli scagazza sulla testa.
La scritta di un negozio ci ricorda che siamo nella patria della cravatta. Croazia: il nome di questo accessorio maschile (ma non sempre) viene proprio dall’uso dei soldati croati di avvolgersi attorno al collo sciarpe e strisce di stoffa colorate.
Da un angolo della piazza si accede alla maestosa scalinata della chiesa di sant’Ignazio.
Quando i Gesuiti si installarono a Ragusa costruirono questa chiesa barocca in onore del loro fondatore. Costruita su progetto di Andrea Pozzo fu inaugurata nel 1699. Gli affreschi interni (1735-1737) sono opera del pittore barocco siciliano di origine spagnola Gaetano Garcia.
Manca il tempo di fare il giro delle mura. Così ci rifugiamo, per le ultime foto, nel porto vecchio.

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