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San Vendemiano

REFRONTOLO, I BAMBINI E SAN MARTINO

un viaggio tra le colline del trevisano
alla ricerca di cultura e tradizioni popolari

i proverbi e le filastrocche

le usanze legate all’11 novembre

Venerdì 13 novembre 2009 ho trascorso una intensa giornata “martiniana” a Refrontolo, paese di straordinaria bellezza nelle prealpi trevisane tra Conegliano e Pieve di Soligo, adagiato sui pendii che guardano al Quartier del Piave.

Al mattino ho raccontato san Martino ai bambini delle scuole, alla sera ai cittadini.

Refrontolo è luogo di bellezze assolute: il panorama che si gode dal tempietto Spada occupa l’anima. Le brume confondono l’orizzonte; i tagli di luce, tra declivi e profili collinari in lontananza, circoscrivono i confini di un eletto territorio dello spirito.

Se l’aria è limpida la visione si dilata fin quasi al mare. Tuttavia io amo le foschie del crepuscolo. Vigneti, case, campanili, viottoli: qui l’opera dell’uomo ha trovato moduli sobri e fertili di convivenza con la natura. E il Molinetto della Croda, nel precipitare eterno delle acque del torrente Lierza, sembra rallentare il ritmo del tempo. Che il tempo esista, ci viene ricordato dal giro maestoso della ruota: qui il grano si macina ancora davvero, come secoli fa, quando questo complesso molitorio venne costruito. Abbarbicato alla roccia, in simbiosi forte con terra e montagna.

Oggi il Molinetto ospita mostre e manifestazioni varie (durante la visita, nel pomeriggio in compagnia di Alberto Dalle Ceste e del presidente dell’associazione che trae il suo nome dal Molinetto, Pietro Lorenzon) l’avvocato Renzo Gambato stava smontando la sua bella mostra fotografica.

Il molinetto ha anche un suo sito: http://www.molinettodellacroda.it (come del resto ha un suo sito Refrontolo: http://www.comunedirefrontolo.it, oltre ad una voce dedicata in wikipedia) Refrontolo, anche, terra di sapori e di odori: su tutti quelli del verdiso, un vitigno che qui trova nuova, trionfale vita dopo lunghi periodi di eclisse.

E poi il passito che viene fatto con uve marzemino, con tutta probabilità il marzemino citato nel secondo atto del mozartiano Don Giovanni (il cui felicissimo libretto nasce dal genio del cenedese Lorenzo Da Ponte).

Assieme al vino, la cucina di cui ho avuto piccolo ma seducente indizio presso la trattoria Il Forno, proprio in centro di Refrontolo. Raffinati, gentili e colti i due titolari.

Ero invitato dall’amministrazione comunale (grazie all’antica amicizia che mi lega ad Alberto Dalle Ceste, consigliere comunale con delega alla cultura) e dovevo parlare, in questo luogo di radicata cultura veneta, delle tradizioni legate a San Martino.

Ho via via conosciuto persone squisite con le quali costruire un solido rapporto di cultura e amicizia: il sindaco Mariagrazia Morgan e poi il vicesindaco Mauro Canal e l’assessore Maria Pia Orecchia (con la mamma Amalia). Alla sera si è aggiunto anche il vicepresidente dell’amministrazione provinciale Floriano Zambon.

Ho parlato del santo che ha tagliato il suo mantello per donarne la metà ad un povero nella bella sala di villa Battaglia Spada Peretti, che risale al XVII secolo e che durante il primo conflitto mondiale fu sede (Refrontolo era osservatorio strategico) del comando austriaco.

Con francescana e amicale castagnata finale nel portico antistante. Il buio della notte era rotto dalle falive del falò. Una lezione anche per me: il gesto esterno di Martino è davvero radicato nell’immaginario collettivo della gente. È condensata immagine e metafora della solidarietà. In occasioni come queste comprendo il persistere nel cuore e nell’anima di una figura che ha attraversato indenne i secoli ed è anzi più vitale che mai.

Era poco più di un adolescente Martino quando, sotto le mura di Amiens, avvolse il mendico intirizzito nel suo mantello. Con la sua istintiva generosità ha fatto irruzione nel cuore della cultura occidentale. E persiste.

Tuttavia devo dire che l’emozione più grande l’ho provata al mattino, con i settanta bambini delle scuole elementari. Ho raccontato loro molte cose ma moltissime le ho apprese io.

Posso proprio dire di essere uscito dall’aula magna delle elementari di Refrontolo molto più ricco di quando sono entrato.

Infatti, ben aiutati dalle loro maestre, i bambini hanno preparato con intelligenza e grandi cura e passione l’incontro, raccogliendo materiale relativo a proverbi e tradizioni. E hanno perfino composto una filastrocca. Di un’altra filastrocca popolare hanno trascritto rigorosamente i versi. Il tutto trova cittadinanza a pieno diritto in questa parte del mio sito dedicata a San Martino.

Comincio con i proverbi, alcuni assolutamente inediti e tutti molto intriganti. Mi appaiono come un piccolo condensato di antiche conoscenze contadine.

Una sorta di manuale. Anzi, un lunario in versi.

San Martino si lega al vino (e certo non solo per la rima). Si lega al momento di cogliere il grano e portarlo al mulino. L’italiano, lingua colta, si mescola efficacemente alla lingua popolare e, in generale, la scadenza legata al santo allude allo stare bene, alla pace domestica, alla tranquillità dolce dei buoni rapporti all’interno del nucleo familiare. Meno alla scadenza del contratto sempre incombente come una minaccia.

Un panorama in cui troneggiano i cibi poveri e ghiotti insieme: oche (animali che la tradizione lega da sempre a Martino) e castagne. Insomma qualche agio tanto che, apprendiamo, non c’è solo la preoccupazione dello scomio (cioè la disdetta, lo sfratto dal fondo) ma trova spazio anche il progetto di sposare le figlie.

Poi le due filastrocche (per prima quella composta dai bambini) e infine la carrellata sulle tradizioni legate all’11 novembre. Singolare: un bambino che ha i genitori originari della Romagna, ha raccontato una tradizione in uso a Sant’Arcangelo.

PROVERBI

A San Martino
il mosto si fa vino.

Per San Martino
ogni mosto è vino.

A San Martino
un po’ di castagne e un po’ di vino.

E co riva San Martin
quatro castagne e do goti de vin.

Per San Martino
cadono le foglie e si spilla il vino.

A San Martin
se imbriaga el grando e anca el picenin.

Oche, castagne e vino
tieni tutto per San Martino.

Caldarroste a San Martino
annaffiate col nuovo vino.

Chi vuol far buon vino
zappi e poti a San Martino.

A San Martino
si lascia l’ acqua e si beve il vino.

L’estate di San Martino
dura tre giorni e un pochino.

Fino a San Martino
sta meglio il grano al campo che al mulino.

A San Martin
tuti i pensieri i va su pal camin.

A San Martino
la neve è sullo spino.

A San Martin
l’inverno l’è vissin.

Trenta diese, trenta undese,
San Martin el vien all’undese,
te pagarò a San Martin.

Da San Martino
l’ inverno è in cammino.

A San Martin
si sposa la figlia del contadin.

Passata l’estate di San Martino
mette le calze il grande e il piccino.

A San Martin
i pulz i cambia el pajon.

LE FILASTROCCHE/1

SAN MARTINO

Era novembre e nevicava
San Martino a cavallo andava.
Lui gran freddo non aveva
perché un mantello lo avvolgeva.

Ad un tratto, dopo un po’
un povero incontrò:
il mantello non portava
per il gelo lui tremava.

San Martino si fermò
e commosso lo guardò:
a metà tagliò il mantello
per donarne al poverello.

Presto il sole fuori uscì:
il miracolo si compì!
Da quel gesto di bontà
ogni anno tornerà
qualche giorno caloroso
nel novembre freddoloso.

LE FILASTROCCHE /2

San Martino va sui copi
per trovar i vieri roti
viri roti no ghe n’era
San Martino l’e cascà partera
e se a roto na gambeta
e so mama povereta
la ghe ha mes un boletin
viva viva San Martin !!!

USANZE E TRADIZIONI

Tempo fa, a Refrontolo, si festeggiava San Martino con dei carri che rappresentavano la vita di tutti i giorni e si mangiavano le castagne.

Una volta, proprio il giorno di San Martino, lo spazzacamino andava nelle case dei contadini per pulire i camini.

Al tempo dei nonni la sera di San Martino i contadini si ritrovavano nelle stalle per togliere le “scartoze” dalle pannocchie.

A Sant’ Arcangelo di Romagna, durante la festa paesana in onore di San Martino, i contadini fissano il prezzo del vino novello.

Una volta molte famiglie di contadini lavoravano la terra per le famiglie ricche. Quando il padrone non rinnovava il contratto c’era lo sfratto, detto “scomio”. Ciò avveniva il giorno di San Martino; da qui deriva l’espressione “fare San Martino” cioè traslocare.

I vecchi di una volta dicevano che il giorno di San Martino si dovevano pagare i debiti.

Che dire? Solamente: grazie Refrontolo.

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