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San Martino (parte seconda)

 

NOTE ALLA TRADUZIONE

Mi sono avvalso, per la traduzione della Vita sancti Martini di Fortunato Venanzio, dell’edizione curata dalla Belles Lettres (Parigi 1996, Texte ètabli e traduit par Solange Quesnel). Ho tenuto presente anche la traduzione in francese di François Corpet, che ha affrontato con rigore molte delle difficoltà che il testo propone; meno ho usato la traduzione italiana di G. Palermo. Il testo presenta notevoli difficoltà in relazione allo stile di Venanzio Fortunato: i giochi verbali del tutto intraducibili (accumulazioni ed enumerazioni, bisticci, paronomasie, climax e iperboli, enfasi, figure ossimoriche solo per citare qualcuna delle situazioni proposte) e quella che Solange Quesnel chiama l’anarchie dans l’emploi des temps. Io ho tradotto tenendomi fedele il più possibile al testo e tuttavia discostandone (anche se in misura minima) quando dovevo privilegiare la “leggibilità” del testo venanziano. Che ha, a mio giudizio, il suo pregio letterario più alto in una vis narrativa che incatena il lettore e talora lo ammalia. (G.D.M.)

 

1Per la cronologia della vita di san Martino si rimanda alla scheda in appendice a questa introduzione.
2Per la cronologia completa del quarto secolo si consulti la scheda in appendice a questa introduzione.
3Epist. 5, 14 a Severo.
4Si discute sull’ubicazione esatta di Primuliacum. Certo era località che si trovava sulla direttrice viaria che congiungeva Tolosa a Carcassonne e Narbonne.
5Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, III, vv. 1-23.
6Quanto l’episodio sia importante nella storia della “fortuna” martiniana è evidenziato dal fatto che Venanzio Fortunato lo racconta tra gli episodi di esordio del suo poema (1, 68-77), subito dopo il racconto del taglio del mantello avvenuto ad Amiens. I due episodi sono quelli che effettivamente più caratterizzano il periodo militare di Martino. Si confronti anche la nota 30, in cui si esamina il periodo della vita di Martino cui l’episodio è da ascrivere.
7Sulpicio Severo, Vita di san Martino, 28, 8 e seguenti.
8Sulpicio Severo, Vita di san Martino, 25, 6 e seguenti.
9Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, II, v. 396.
10Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, II, vv. 403- 404.
11Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, II, vv. 397- 406.
12Venanzio Fortunato, Vita santi Martini, III, vv. 193-194.
13nos pie praestruere profitemur historiae veritatem, dice nei Dialoghi (3, 5, 6). E professa la sua instancabile indagine a più riprese: si confrontino Vita di san Martino, 24, 8 e 25, 1.
14Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, v. 20.
15Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, v. 44.
16Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, IV, vv. 689-701.
17Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini Prefazione, 30; 1, 43; 4, 26; Carmina 8, 16, 2; 8, 20, 13; 2, 13, 12.
18Venanzio Fortunato, Vita sancti martini, IV, vv. 636-637.
19Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, Epistula ad Gregorium 1.
20Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, Epistula ad Gregorium 3: in hoc ter bimenstre spatium, seconda la autorevole lezione del Vat. N 845.
21Per Radegonda si legga la nota 13 alla traduzione (nel contesto del Prologo che dedica l’opera alla stessa Radegonda e ad Agnese).
22Jaroslav Šašel, Il viaggio di Venanzio Fortunato e la sua attività in ordine alla politica bizantina in Antichità alto adriatiche XIX, 1981.
23Si confronti la dedica a Gregorio, in particolare la nota 8.
24Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, vv. 202-222.
25Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 3: Nubit ergo terreno principi, nec tamen separata a coelesti…subdita semper Deo, sectans monita sacerdotum, plus participata Christo, quam sociata coniugio.
26Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 5.
27Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 9.
28Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 13.
29Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 3 (credens sub inopis veste Christi membra se tegere, hoc se reputans perdere quod pauperibus non dedisset).
30Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 14.
31Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, vv. 56-66.
32Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, III, vv. 24-73.
33Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, vv. 64-68.
34Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, vv. 487-500.
35Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 19.
36Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 17 (sanctissima domina, quis te osculetur, quae sic leprosos amplecteris?).
37Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, III, vv. 252-261.
38Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 4.
39Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 17 (Languidis autem et caecis non cessabat ipsa cibos cum cochleari porrigere, hoc praesentibus duabus, sed se sola serviente, ut nova Martha satageret…). Qui Venanzio non fa altro che parafrasare l’evangelista: Martha autem satagebat… (Luca 10, 40).
40Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, v. 302.
41Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 22 (…peragebat vigilias: ante se cinerem stratum superiecto cilicio, hoc utebatur pro lectulo).
42Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 27.
43Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, II, vv. 38-43.
44Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 28 e 30.
45Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, vv. 467-470.
46Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, IV, vv. 402-425 (al verso 406: turbinis inpatiens oritur violentia venti) e Vita sanctae Radegundis reginae, 31 (…oborto ventorum turbine…).
47Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 29.
48Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, v. 165.
49Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, I, v. 183.
50Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 37
51Venanzio Fortunato, Vita sanctae Radegundis reginae, 38 (…apprehendit tribuni manum beatissima dicens: “Hoc loco sint confessoris venerandae reliquiae; per hoc aedificate templum, quod sibi ducat dignissimum”. Quale Dei mysterium! Fundamentum et pavimentum repertum est, quo basilica facta est. Adhuc in ipso sopore manum trahit per fauces eius et gulam diu deliniens, insuper et hoc dicens: “Veni ut tibi melior a Deo conferatur”. Et videbatur sic rogare: “Per meam vitam ut propter me relaxes illos quos habes in carcere!”.)
52Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, III, vv. 121-152.
53Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini, IV, vv. 98-157.
54Giorgio Florenzio Gregorio, (nato a Clermont-Ferrand nel 538 ca, da una nobile famiglia senatoria e morto a Tours nel 594), vescovo di Tours, santo (festeggiato il 17 novembre). Diacono dal 563, devoto di san Martino sulla cui tomba ha chiesto più volte la grazia della guarigione, è probabilmente amico di antica data di Venanzio Fortunato con cui scambia scritti e favori. Gregorio di Tours fu storico insigne: scrisse i 10 libri della Historia Francorum in latino volgare, oggi leggibili nell’edizione curata dalla Fondazione Lorenzo Valla di Milano (1981, traduzione di M. Oldoni). È autore anche del De virtutibus sancti Martini episcopi libri quattuor cui fa cenno Venanzio in questa lettera dedicatoria. Tra i suoi scritti da ricordare anche il Liber in gloria confessorum, il Liber in gloria martyrum, il De cursibus ecclesiasticis, l’Octo miraculorum libri.
55Papa, nel testo latino. Solo dal sesto secolo il termine papa (che appartiene ad un registro affettuoso, non ufficiale) è riservato al vescovo di Roma. Anteriormente era titolo normale accanto a episcopus.
56L’unico codice che reca questo passaggio della lettera dedicatoria a Gregorio (il Vaticanus Palatinus 845) propone i quattro termini vergati in maldestri caratteri greci: l’epicherema è un sillogismo in cui le premesse non sono per sé evidenti e dunque sono accompagnate dalla loro dimostrazione; l’ellissi è la soppressione di alcuni argomenti dati per sottintesi o scontati e, di contro, la diairesis è da accostarsi alla distributio così come la definisce la Rhetorica ad Herennium (4, 47): la divisione di un concetto in più concetti simili tra loro.
57L’unico codice che reca questo passaggio della lettera dedicatoria a Gregorio (il Vaticanus Palatinus 845) propone i quattro termini vergati in maldestri caratteri greci: l’epicherema è un sillogismo in cui le premesse non sono per sé evidenti e dunque sono accompagnate dalla loro dimostrazione; l’ellissi è la soppressione di alcuni argomenti dati per sottintesi o scontati e, di contro, la diairesis è da accostarsi alla distributio così come la definisce la Rhetorica ad Herennium (4, 47): la divisione di un concetto in più concetti simili tra loro.
58Con felice movimento stilistico Venanzio alterna il plurale di rispetto al “tu” che un figlio e un padre affettuosi sono soliti scambiarsi.
59Venanzio racconta di essere contadino che, nelle pause dei lavori dei campi, compone la sua biografia martiniana. Naturalmente all’immagine del poeta intento al lavoro nei campi, si associa la metafora biblica della mietitura cui era connesso anche il ricordo della promulgazione della legge sul Sinai (Festa della Mietitura chiamata Festa delle Settimane in Esodo 34, 22 che si celebrava sette settimane o cinquanta giorni dopo la Pasqua come in Lv 23, 16).
60Sancta corona, nel testo latino, cioè il giro di capelli che circonda la testa attorno alla tonsura. Era il simbolo della dignità episcopale e il termine indicava talvolta direttamente il vescovo.
61Questa lettera dedicatoria è scritta da Venanzio nel 575: in questa data Gregorio non ha ancora compiuto il suo lavoro su san Martino (vi lavorerà anzi fino al 594, cioè praticamente fino alla sua morte). Sono i De virtutibus Sancti Martini episcopi libri quattuor.
62Venanzio ci informa dunque che la sua fonte è Sulpicio Severo (Aquitania 360- Béziers 420 ca), l’avvocato e storico, amico e discepolo di Martino, che è autore di una Vita Sancti Martini e di tre Dialoghi sullo stesso argomento: la Vita offre a Venanzio materia per la prima metà della sua opera, i Dialoghi per gli altri due libri (si confronti anche l’introduzione generale).
63Commeatus, nel testo latino. Il senso è abbastanza controverso: a me pare che qui Venanzio voglia concedersi il sorriso di una battuta dopo tante professioni di modestia (e in accordo con esse): il “soldato” Martino, proprio lui in persona, deve ottenere un congedo, una licenza per dare così una mano a Venanzio.
64Quaternio, nel testo latino: un foglio piegato in quattro in modo da formare otto facciate.
65Chiude la sua lettera, Venanzio, con questa umanissima e piccola richiesta. Di ricopiare non si sogna nemmeno ed è la seconda volta, assieme all’accenno fatto ai quaterniones inviati da Gregorio, che ci troviamo davanti alla penuria di materiale atto alla scrittura tipica del tempo. Ovviamente le macchie si riferiscono alla sola lettera, non al testo della Vita che sappiamo dover ancor essere copiata. È stato osservato che la lacunosa tradizione manoscritta di questa lettera potrebbe essere collegata proprio alle macchie generate dalla pioggia sul foglio redatto da Venanzio, nei campi, durante una pausa della mietitura.
66Deduciamo molte notizie su queste due figure femminili dalla Vita Radegundis dello stesso Venanzio Fortunato (oltre che dal De vita sanctae Radegundis composta da una monaca del monastero di Santa Croce di Poitiers, Baudonivia nei primi anni del VII secolo; da notare che lo stesso Gregorio di Tours ci fornisce alcune notizie, soprattutto riguardo ai funerali, nel Liber in gloria confessorum). Radegonda nasce attorno al 518, figlia di Bertario, ultimo re di Turingia. È donna di notevole e raffinata cultura, di grandi devozione, religiosità e pietà. Quando il regno patrio cade sotto gli assalti dei Franchi nel 531, viene fatta prigioniera. Riceve una buona educazione e sposa, pochi anni dopo (538. Vitry in Artois), proprio da Clotario, re dei Franchi. Nel contesto di terribili lotte dinastiche, Clotario uccide il fratello di Radegonda, fatto prigioniero assieme a lei. Le ragioni della soppressione non sono note (si trattava forse di segrete intese con Costantinopoli). Radegonda decide allora, dopo essersi consultata con Medardo (il santo vescovo di Noyon), di entrare in convento. Consacrata proprio da Medardo, fonda, tra 552 e il 557, un monastero maschile a Tours e poi un altro a Poitiers, aiutata e sostenuta dallo stesso Clotario, che non aveva mai smesso di amarla appassionatamente. Radegonda vi vive dal 560 fino alla morte (587) come semplice monaca. A capo del monastero essa aveva fatto eleggere Agnese, figlia della più alta aristocrazia di Poitiers e consacrata da Germano, il santo vescovo di Parigi. Nell’ombra di una voluta posizione da comprimaria, Radegonda svolge un ruolo che è religioso ma in gran misura anche politico. Quando Clotario muore (561) la sua autorità cresce ulteriormente nel rispetto, anche, dei suoi figliastri Cariberto, Chilperico, Gontrando, Sigiberto. È il vero e proprio ago della bilancia della politica del regno. È lei che ottiene da Giustino II, imperatore d’Oriente, un frammento della Santa Croce (e Santa Croce sarà da allora il nome del monastero). Forti sono infatti i suoi legami con l’Oriente dove si trova una parte della sua famiglia: il cugino Amalafrido serviva nell’armata imperiale. Per far entrare in Poitiers la preziosa (e prestigiosa!) reliquia, Radegonda deve vincere l’ostilità e la gelosia del vescovo Maroveo. Venanzio le era certamente vicino, prodigo di consigli. E per l’ingresso del frammento, Venanzio compone il Vexilla regis prodeunt, ancor oggi inno vivissimo nella liturgia cristiana. Sono proprio Radegonda e Agnese a insistere perché Venanzio ponga fine al suo vagabondaggio e si stabilisca a Poitiers. Quando esse muoiono (rispettivamente 587 e 589) Venanzio è ancora un laico: in quel momento è amministratore dei beni del monastero di Santa Croce.
67Arca, nel testo latino. Tra le tante metafore indotte da questo termine (ben studiate dal Blomgren nei sui scritti dedicati a Venanzio) scelgo una immagine ancora legata all’acqua, allo scorrere dalla resorgiva. Intendo arca come serbatoio, dunque, e traduco di conseguenza.
68Passo di non facile comprensione. Alumnus, nel testo latino. Escluderei che, come intende qualcuno, si tratti dello stesso Venanzio: come potrebbe dare fenore, cioè ad usura, con gli interessi, colui che ha appena fatto tante e tali professioni di modestia? Alumnus è sia qui alitur che qui alit: dunque il Cristo, il Verbum, del v. 39 oppure il Padre che ricolma di tesori le due sante donne, tesori a cui Venanzio aggiungerebbe i suoi parva talenta. È quest’ultima l’interpretazione che preferisco.
69Claustra, nel testo latino. Catene, si può intendere, o muraglie. Venanzio sa da Virgilio (Eneide VI, 439) che lo Stige lega e circonda con nove spire il regno degli Inferi e dunque lo difende come per una serie di muraglie.
70Sua dextera dexter in Venanzio. Evidentemente il poeta gioca tra l’espressione biblica (Act., 7, 55-56) e il fatto che lo stesso Cristo sia dexter, cioè propizio, favorevole. Ma non sarà estraneo il fatto che la mano destra sia segno di fede, promessa. Quindi Cristo propizio, ma anche segno di promessa fatto carne.
71Gaio Vettio Aquilino Giovenco, prete spagnolo che, attorno al 329, mise in versi il vangelo di Matteo (e usando parzialmente i vangeli di Luca e Giovanni) rifacendosi allo stile dei poeti epici.
72Fu vescovo, forse di origine italiana, visse nel V secolo. Compose un Paschale carmen in 5 libri in esametri, importante anche per le innovazioni stilistiche e metriche che introdusse nel latino (ad esempio, l’uso della rima e dell’assonanza).
73Vescovo, nella seconda metà del V secolo, a Auch, in Francia. Fu autore di un Commonitorium, esortazione ai suoi fedeli a non essere schiavi del peccato. Nel suo Epitaphium Orientii (Carmina 4, 24, 7-9), Venanzio lo definisce vir sapiens, iustus, moderatus, honestus, amatus.
74Aurelio Prudenzio Clemente (348-410 ca), spagnolo di Calahorra, avvocato, poi dedicatosi alla vita ascetica durante la quale compose molte opere di argomento religioso. Qui Venanzio cita il Peristephanon, titolo che allude alla corona di vittoria di cui si cinsero 14 martiri. Considerato il più grande poeta latino cristiano, qui viene definito attraverso la duplice ripresa del suo nome: prudens prudenter.
75Paolino di Perigueux (non Paolino di Nola, per il quale si veda il II libro, nota 69, come equivoca Gregorio di Tours), autore dei 6 libri di una Vita Sancti Martini, in versi, peraltro poco utilizzata da Venanzio (si confronti anche l’introduzione).
76In latino: Sortis apostolicae quae gesta vocantur et actus/ facundo eloquio sulcavit vates Arator. Versi di duro impegno stilistico. Si aprono con sortis che allude al destino e si chiudono con vates che è il poeta che interpreta i destini dell’uomo. E poi l’autore gioca tra il solcare e il nome del poeta, Arator. Aratore, vescovo di Milano tra il 500 e il 513, scrisse 2 libri De actis apostolorum, in versi.
77Alcimo Ecdicio Avito, morto nel 519, vescovo in Provenza, a Vienne. Fu autore di 5 Libelli de spiritalis historiae gestis, in esametri, in cui racconta le vicende accadute tra la creazione del primo uomo e il diluvio.
78Cote ex iuridica: qui non vi è probabilmente allusione agli studi e alla formazione di Venanzio. Intendo cos come la pietra della critica che affila lo stile (per stare in immagine). Come in Orazio (Ars Poetica, 304) e nello stesso Venanzio (Carmina, 2, 9, 9).
79Venanzio ha qui probabilmente in mente Tacito (Dialogus de oratoribus, 39, 1), dove lo storico discute sull’”uniforme” dell’avvocato. L’ideale uniforme sarebbe la praetexta, immagine dello splendore dell’epoca d’oro dell’arte oratoria, anche se poi gli avvocati si sono ridotti a presentarsi nel foro con la paenula, la mantellina, sorta di uniforme degradata. Insomma è come se Venanzio ci dicesse: “A parlare non valgo come un grande oratore e nemmeno come uno piccolo”.
80Res illa: Venanzio salda il suo esordio al finale del poema. Quel famoso evento lo racconterà proprio nei versi finali (4, 685-701): si tratta della sua miracolosa guarigione da una malattia agli occhi, avvenuta a Ravenna. Proprio quella guarigione lo spinse in Gallia, nei luoghi stessi in cui Martino aveva vissuto.
81La Pannonia corrisponde all’attuale Ungheria; Sabaria (oggi Szombathely) era importante centro militare e commerciale, residenza imperiale all’epoca degli Antonini.
82Il racconto della vita di Martino comincia dal celebre episodio del mantello tagliato in due e regalato al povero che ha determinato la tradizionale iconografia del santo. Da Sulpicio Severo (VSM 2, 1-5) sappiamo che egli fu arruolato, sull’esempio della carriera militare del padre, molto giovane e contro la sua volontà. Aveva circa 17 anni e l’anno è dunque il 331 (essendo Martino nato tra il 316 e il 317). L’episodio del mantello ha, in qualche modo, una singolare continuazione nell’episodio analogo (ma di complessità narrativa ed ideologica ben diversa) narrato all’inizio del III libro (vv 24-73). Martino è già vescovo e fa, di una situazione particolare, un emblema dei valori della povertà, in un dialogo, a tratti perfino drammatico, con un suo diacono.
83Sono trascorsi più di vent’anni dall’episodio di Amiens: nel 352 cominciarono le invasioni degli Alemanni e dunque Martino, all’epoca dell’episodio che Venanzio si accinge a narrare, è attorno ai quarant’anni. I Vangioni erano una popolazione stanziata sulla riva sinistra del Reno e avevano la loro capitale in Brotomagus, l’odierna Worms. L’imperatore di cui si parla è Giuliano l’Apostata, comandante di una serie di campagne condotte contro gli Alemanni e concluse dalla vittoriosa battaglia di Strasburgo nel 358. Durante una di queste campagne, accadde l’episodio narrato da Venanzio e che sarebbe da collocare nel 356. Come al solito Venanzio trae la notizia da Sulpicio Severo. Secondo altri computi, l’episodio sarebbe da anticipare di due anni (354): sarebbe avvenuto dunque sotto l’imperatore Costanzo a Rauracum (Augusta Raurica, una colonia fondata da Munazio Planco, vicino all’attuale Basilea). Si confronti Ammiano Marcellino (Storie 14, 10) che riferisce un episodio che potrebbe essere quello che ha per protagonista Martino accaduto proprio a Costanzo impegnato nella campagna sul Reno. Gli Alemanni avrebbero desistito dall’attacco, pur essendo in posizione vantaggiosa grazie all’informazione che avevano ricevuto da alcune spie infiltrate circa una manovra di aggiramento messa in atto dalle truppe imperiali, per aver tratto cattivi auspici (dirimentibus forte auspiciis vel congredi prohibente auctoritate sacrorum: 14, 10, 9). Dunque la motivazione è in qualche modo, anche nel racconto di Ammiano, legata al sacro. Costanzo convinse i suoi ad accettare le proposte di pace con un lungo discorso al margine del quale Ammiano Marcellino annota la vera, inconfessata ragione che induce l’imperatore a pacifici propositi. Costanzo ha una tradizione favorevole nelle battaglie delle guerre civli, ma non in quelle contro nemici esterni (quod norat expeditionibus e crebris fortunam eius in malis tantum civilibus vigilasse; cum autem bella moverentur externa , accidisse plerumque luctuosa: 14, 10, 16).
84L’antico nemico, il diavolo, per definizione.
85Venanzio pone in bocca a Martino una serie di citazioni scritturali a iniziare a iniziare da Salmi 117, 6. Ma qui si rifà anche ampiamente alle sue fonti, parafrasando Sulpicio Severo e Paolino di Perigueux che raccontano in modo molto simile questo episodio.
86Ma in latino c’è un efficace (e non traducibile) gioco di parole: Sic umbra fugit quem Christus obumbrat.
87Decrepitamque senem sancto facit amne renasci/ et meliore sinu generant sua viscera matrem: è chiaro che Venanzio allude all’acqua lustrale del battesimo, ma ho voluto rispettare questa bella immagine del fiume che, a mio parere, poi genera quella del meliore sinu. Insomma la madre di Martino emerge dalle acque in cui ha ricevuto il battesimo come suo figlio è uscito dal suo stesso ventre.
88Ario (256- 336), un prete proveniente dalla Libia, sosteneva la natura solo umana e non anche divina del Cristo. L’eresia ariana prese a diffondersi nei primi anni del IV secolo e si propagò dapprima in Oriente. Non ne arrestò la diffusione la condanna avvenuta nel concilio di Nicea del 325 (poi ribadita dal concilio di Costantinopoli nel 361): fu ariana gran parte dell’Europa e furono ariani i Goti, i Longobardi, i Visigoti.
89L’Illirico era la regione che si affaccia sull’Adriatico corrispondente alla Dalmazia e all’Albania.
90Forse Sirmio, città della Pannonia inferiore, in cui era nato nel 317 l’imperatore Costanzo II, fautore dell’arianesimo, e divenuta una delle capitali dell’eresia.
91Per nomen amantis, in cui amans ha pregnanza diversa che in italiano perché è colui che si ama, essendone riamati.
92Ilario di Poitiers (315-367): nativo di questa città dell’Aquitania, ne divenne vescovo dopo la sua conversione al cristianesimo. Lottò con grande convinzione contro l’arianesimo riuscendo a mantenere la Gallia nell’ortodossia. Nel De Trinitate affrontò il problema del rapporto tra Padre e Figlio. Fu autore anche di un Liber Hymnorum di cui soltanto tre sono giunti fino a noi.
93In questa città dell’Isauria, in Asia Minore, si tenne nel 359 un concilio che aveva come obiettivo (peraltro non raggiunto) la conciliazione tra ariani e cristiani ortodossi. L’esilio in quella città da parte di Ilario in quella città durò quattro anni. L’espressione di Venazio (petit hinc sua praemia miles) allude al fatto che Ilario continuò a lottare pubblicando i suoi combattivi libelli e diventando così scomodo che l’imperatore Costanzo fu costretto, nei mesi successivi al concilio, a rilasciarlo o quantomeno a lasciarlo fuggire.
94Nella primavera del 335 Costanzo II aveva cacciato in esilio il vescovo ortodosso di Milano, Dionigi, e lo aveva sostituito con un vescovo ariano, Aussenzio. Aussenzio era di origine orientale, non conosceva il latino e non esitò ad usare violenza e uomini in armi per consolidare la sua presenza in Milano. Morì nel 373 e gli succedette Ambrogio. Ilario fu a Milano nel 364 per sfidarlo e combatterlo, ma la politica di compromesso attuata da Valentiniano I (imperatore tra il 364 e il 375) non gli consentì di avere il sopravvento sull’ariano. Valentiniano aveva organizzato in Milano l’incontro di dieci vescovi che avevano ottenuto da Aussenzio la firma di un documento molto vicino all’ortodossia. Misura insufficiente per l’intransigente Ilario che dunque fu invitato dall’imperatore ad allontanarsi dalla città.
95Sulla costa ligure, davanti ad Albenga. Martino vi si trattenne quattro anni, tra il 357 e il 361. In quegli anni, secondo il racconto che ci fa Venanzio nella Vita Hilarii (§ 35-40), vi sarebbe sbarcato lo stesso Ilario, di ritorno da Costantinopoli. Ilario avrebbe liberato l’isola dai serpenti: bastò alzare la croce cristiana al momento dello sbarco (praecedente crucis auxilio, descendit in insulam; eoque viso, serpentes in fuga conversi sunt, non tolerantes eius adspectum).
96Excipit hic cupidum cupiens et amator amantem: l’espressione di Venanzio è, indubbiamente, più leggera. Il traduttore, per rispettare in qualche modo il gioco verbale, è costretto ad appesantire.
97La fondazione del monastero avvenne alla fine del 360 o all’inizio del 361. La località si trova a sud di Poitiers, sulle rive del Clain, dove ora sorge l’abbazia di Ligugé.
98Redivivus: non solo tornato fisicamente alla vita, ma anche risorto alla vita spirituale. Il catecumeno è, per definizione, in attesa del battesimo e, come si apprende tra un istante, il Giudice lo avrebbe dannato.
99Difficile dire chi sia questo Lupicino. Viene individuato in un Lupicino, magister equitum nel 365, console insieme a Jovino nel 367. Dopo il consolato si sarebbe ritirato nelle campagne di Poitiers. Se l’identificazione regge, il prodigio va posto dunque in data successiva a quel 367.
100Levior se terra: mi pare che qui Venanzio giochi sul concetto di leggerezza. Terra sarà da intendere come pulvis. Nulla di più leggero, facile ad alzarsi della polvere: non così la polvere cui si riduce il corpo umano dopo la morte. Rendo di conseguenza.
101Nel 371 (370 secondo computi diversi) era morto Liborio, vescovo di Tours. In quello stesso anno (il 4 luglio, secondo la tradizione) Martino dovrebbe essere stato eletto vescovo della città della Turenna.
102Venanzio risolve così, quasi frettolosamente, l’episodio del rapimento, in seguito al quale Martino fu convinto ad accettare l’elezione a vescovo. Elezione non certo tranquilla e non solo per i modi: il cenno che fa Venanzio Fortunato all’opposizione di Defensore (forse vescovo di Angers) è certo specchio di una resistenza alla sua elezione. Le modeste origini di Martino (padre militare, forse arrivato al grado di tribunus militum) non deponevano a sua favore e soprattutto era di ostacolo il fatto che avesse prestato servizio militare dopo il battesimo. Martino poi recava nel suo stesso nome un segno in qualche modo negativo: Martino è diminutivo di Marte (la divinità pagana della guerra). Non a caso Venanzio, subito dopo, lo chiama con l’appellativo di insons, innocente. Quanto ai modi dell’elezione, non devono stupire. Erano frequenti comportamenti del genere: lo stesso Ambrogio, di cui si è parlato e che nel 373 succedette a Milano ad Aussenzio, fu forzato ad accettare l’elezione che accolse molto malvolentieri.
103Si tratta del salmo 8, 2: Ex ore infantium et lactantium profecisti laudem propter inimicos tuos, ut destruas inimicum et ultorem. Probabilmente il testo della Vulgata in uso aveva defensorem al posto di ultorem, ed ecco il vescovo oppositore riconoscersi nel versetto. L’uso voleva che si aprisse a caso il libro dei salmi e che si leggesse il versetto su cui cadevano gli occhi: un’usanza molto discutibile che destava parecchie perplessità. Ma la condanna definitiva di tale usanza venne solo nell’829.
104È il monastero di Marmoutier, sulla riva destra della Loira e a due miglia da Tours (in questo modo Martino poteva davvero rivestire due ruoli diversi, il vescovo e il monaco). Era attivo ancora nel VI secolo, avendo anche funzione di seminario. Martino lo volle sul modello delle laure orientali, in cui i monaci vivevano in eremitaggi separati e si riunivano solo in occasione delle sacre funzioni.
105Situazione consueta: la lotta contro paganesimo ed eresia passava esplicitamente attraverso la distruzione dei luoghi di culto. Alcune piante facevano parte integrante di tali culti, legate com’erano alla tradizione druidica. In particolare il pino era pianta sacra a Cibele. Una testimonianza di questi sistemi di estirpazione del paganesimo ci viene offerta da Callinico il quale, raccontando la vita del suo maestro Ipazio (Vita Ipatii, 30), dice che costui «quando veniva informato che in qualche luogo si adorava un albero, si recava sul posto seguito dai suoi monaci, abbatteva l’albero e lo bruciava». Comprensibile la resistenza delle popolazioni locali ed efficacissimo il racconto di questo prodigio operato da Martino che si sottopone ad un vero e proprio giudizio di Dio. Nel suo racconto Venanzio segue uno schema fisso: la presenza del santo stravolge le leggi fisiche: qui l’albero va in direzione opposta a quella in cui lo tira il suo peso; nel prodigio successivo, ad esempio, le fiamme vanno in direzione contraria al vento e, proprio dal vento che le dovrebbe alimentare, vengono spente.
106Popolazione stanziata tra Loira e Saône.
107Dum temperat ungues: Venanzio ha forse in mente un verso della Tebaide di Stazio (2, 130) che reca identica espressione. Nel passo staziano si parla di una tigre che, all’arrivo dei cacciatori, si mette sulla difensiva, spalanca le sue fauci e , appunto, temperat ungues, prepara i suoi artigli. Traduco, adattando alla situazione.
108Treviri, l’antica capitale dei Treveri, sulla Mosella, tra i rilievi dell’Eifel e dell’Hunsrück, oggi Triers, nel tedesco land Renania-Palatinato. Sappiamo che Martino fu due volte a Treviri, tra il 385 e il 386, la prima in occasione del processo al teologo spagnolo Priscilliano, la seconda dopo la conclusione del processo. Priscilliano fu giustiziato assieme a sei suoi seguaci sollevando il furore di Martino che era un suo fautore: si capisce che in entrambe le occasioni ci fosse grande folla. Durante una di queste visite a Treviri è presumibilmente da collocarsi l’episodio della guarigione miracolosa. Ma Venanzio, con movimento splendido, personalizza la venuta a Treviri di Martino e, attraverso le parole del vecchio padre, il lettore comprende che il vero motivo del viaggio in un paese così lontano è quello di fare del bene, di donare la salute: mea causa trahit.
109Il passo è di difficile resa. E arcano…anhelo è stato variamente interpretato. Ricordo che arca, in contesti simili a questo (lo stesso Venanzio lo attesta più e più volte), significa corpo umano e talora petto (ma qualcuno intende che la fanciulla aspira all’estremo segreto dell’esistenza, anela verso di esso). Venanzio, come gli è consueto, costruisce i suoi quadri e le sue immagini ricorrendo all’accumulazione di molti termini che appartengono alla stessa area semantica e/o etimologica. A me pare chiaro l’impianto generale del discorso di Venanzio il quale vuole rappresentare la fanciulla paralitica ancora viva, ma già dentro l’arcano, il mistero della sua stessa morte (perché non posso escludere –direi anzi che è plausibile- che Venanzio giochi col doppio senso di arcano). Risolvo in questo modo, ma perdo la possibile duplicità di significato.
110Venanzio ha saltato un passaggio di cui invece ci parla Sulpicio Severo: Martino ha introdotto dell’olio nella bocca della fanciulla.
111Forse un Tetradio proconsole d’Africa, ritiratosi nei suoi possedimenti di Treviri.
112Solito accumulo di termini affini: risolvo in questo modo. Quanto a Martius (che rendo con “figlio di Marte”), ricordo che Martino è diminutivo di Marte.
113Ancora un demonio cacciato, in questo modo irrituale: Martino impedisce con le mani che il demonio prenda la via della bocca e lo costringe ad uscire, bestialmente (sic te decet), dall’orifizio opposto. Aveva raccontato un fatto simile, Venanzio, nella Vita di Radegonda (Sancta plena fide cum calcasset in cervice, fluxu ventris egressus est, Vita sanctae Radegundis, 30).
114Si chiude così questa sorta di trilogia del demonio (altre molteplici apparizioni e manifestazioni diaboliche saranno raccontate nel secondo libro). Qui Venanzio racconta che Martino è così potente da servirsi perfino dei diavoli per conoscere la verità. Anzi è tanto forte da costringerli a fare qualcosa di contrario alla loro stessa natura maligna. Ma probabilmente l’episodio è da leggere sotto traccia. Forse questi demoni hanno carne, ossa …ed insegne episcopali. I dieci demoni di cui qui si parla, infatti, potrebbero essere i dieci vescovi che, a Treviri, durante il processo a Priscilliano erano seriamente preoccupati per la presenza di Martino (che, come si è detto, era schierato dalla parte del teologo spagnolo). Proprio loro potrebbero aver diffuso le false dicerie di un pericolo barbarico per indurre Martino a lasciare la città.
115Parole dell’indemoniato, evidentemente.
116Qui sibi dispar erat nec iam a se cognitus ibat: passo variamente inteso. A me pare molto convincente l’interpretazione per cui un lebbroso diventa straniero a se stesso. Rendo di conseguenza. Del resto lo stesso Venanzio, poco oltre, riprende il concetto quando dice che il pallore riveste il lebbroso peregrino tegmine. E poi, ancora più in là, la peregrina fronte. Per cui il locus caro a tanta agiografia del bacio al lebbroso qui assume una valenza aggiunta: il bacio diventa restituzione di identità e dignità al malato. Tema carissimo a Venanzio che riferisce un episodio analogo a proposito di Radegonda (…ferens aquam calidam, facies lavabat, manus, ungues et ulcera et rursus administrabat ipsa pascens per singula, Vita sanctae Radegundis, 19).
117Cutis advena: nel lessico dei cristiani, advena è “colui che è giunto da poco”, cioè “che è appena stato battezzato”. Come al solito Venanzio gioca con le contrapposizioni: qui ecco dunque la peregrina fronte del verso successivo. Ma quell’advena è traccia scoperta della simbologia del battesimo. La saliva del santo, poi accostata all’acqua del Giordano, è l’acqua lustrale che genera l’uomo nuovo.
118Lustrante viro: preferisco accogliere lustrare nell’accezione più pregnante di “purificare” che in quella, credo più banale, di “percorrere”
119Magno Arborio, appartenente alla nobiltà gallo-romana, era nipote del poeta Ausonio. Forse proprio per la protezione di costui, aveva fatto carriera a Roma, diventando nel 380 praefectus urbis. Era cristiano, amico di Sulpicio Severo e dello stesso Martino: proprio al santo egli chiede la guarigione della figlia affetta da febbre probabilmente di origine malarica.
120Venanzio cita così il secondo libro della Bibbia, l’Esodo, dove si legge di una nuvola che Dio mandò sul popolo di Israele in fuga dall’Egitto, in forma di colonna (fuoco di notte e nuvola vera e propria di giorno) per guidarlo e difenderlo (Esodo 13, 21; 14, 19-20). La stessa colonna (Esodo 40, 34-38) protesse il tabernacolo costruito da Mosè, destinato ad ospitare l’arca e ad essere il luogo di culto degli Ebrei.
121Che sono il parto e le difficoltà del matrimonio. A partire dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo (e in particolare da una frase -Tribulationem carnis non habebit, I Cor. 7, 28) andava sviluppandosi l’idea che la verginità fosse preferibile per una donna al matrimonio, una condizione più consona alla stessa natura femminile.
122Si tratta di san Paolino, vescovo di Nola. Meropio Ponzio Paolino (Bordeaux 353- Nola 431), appartenente all’aristocrazia gallo-romana, ebbe una carriera politica molto brillante: consul suffectus nel 378, senatore, proconsole in Campania nel 381. Battezzato a Bordeaux nel 389, fu molto influenzato dalle correnti ascetiche e, anche spinto dalla moglie Terasia, imboccò la via di un completo cambiamento di vita. Rinunciò al suo immenso patrimonio, tornò con la moglie in Spagna (dove aveva appunto conosciuto Terasia) e nel natale del 394, a Barcellona, fu ordinato prete. Poi andò a Nola, conosciuta e amata durante il suo proconsolato, dove fu eletto vescovo nel 409, consacrandosi al culto di san Felice. Terasia rimase sempre con lui, pur avendo interrotto qualsiasi rapporto coniugale. Fu un buon poeta: di lui si ricordano soprattutto i Carmina, raccolta di 33 componimenti di cui 14 dedicati a san Felice.
123Maximus Augustus, nece regis maximus: rendo in questo modo il concettismo di Venanzio. Magno Clemenzio Massimo era un generale spagnolo, agli ordini dell’imperatore Flavio Graziano che spartiva l’impero con Teodosio e che gli aveva affidato il comando delle truppe di Britannia. Qui fu proclamato Augusto dai suoi soldati e, trasferitosi in Gallia, sconfisse Graziano nei pressi di Parigi costringendolo a fuggire a Lione. A Lione Graziano fu tradito dai suoi soldati e da loro massacrato il 25 agosto 383. Massimo andò a risiedere a Treviri e l’anno successivo gli fu riconosciuta la carica di console. Infine, grazie ad un compromesso con Teodosio, Valentiniano II accettò di riconoscerlo come collega. Massimo, pur avendo avuto fama di usurpatore e assassino, fu buon reggente dell’impero attuando una politica religiosa di equilibrio e tolleranza. Tuttavia fu lui che processò e condannò nel 385 Priscilliano: l’episodio qui narrato deve essere accaduto proprio in quell’anno, quando Martino si recò a Treviri prendendo le parti del teologo spagnolo. Quindi, a intendere il testo, bisogna ricordare che Martino e Massimo erano su posizioni contrapposte. Dunque ecco anche la curiosità dei convitati. Massimo morirà di lì a qualche anno (nel 388), sconfitto presso Aquileia da Teodosio e, a sua volta, tradito dai suoi soldati. Si avverò in questo modo la predizione di Martino che Venanzio riporta in chiusura della narrazione di questo banchetto.
124Geon e Fison sono fiumi dell’Eden, secondo il racconto biblico, come il Tigri e l’Eufrate del resto. L’Atace è l’odierno Aude. L’Istro è il Danubio mentre l’Oronte è il siriano Ahssy. Colofone era città di fondazione ionica sulle coste della Lidia, famosa per ospitare l’oracolo di Apollo Clario.
125Il presbiter che accompagna Martino e che avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo degli eventi. Massimo infatti vorrà essere il secondo a bere dalla coppa cui ha bevuto Martino, ma costui la porge al prete che è con lui: non solo un affronto a Massimo, ma anche la sottolineatura che la Chiesa ha preminenza sull’Impero.
126Pro supplice: Si intende generalmente “a favore di un supplicante”. A me pare che sia necessario, in funzione del ribaltamento voluto dal paradosso di Venanzio, intendere altrimenti.
127Tenuata: qui, come altrove, è epiteto consueto per definire, l’aria, l’atmosfera. Rendo con “sottile”.
128Infitiator: cioè “colui che nega, che dice no”. Traduco di conseguenza.
129Non mi pare possibile accettare quel socios come viene generalmente inteso, cioè come “compagni dei frati” (tra l’altro Venanzio ci ha appena detto che Martino li ha convocati tutti): tutto in questo contesto sembra alludere ad una conta del bestiame. E la scelta lessicale va nella direzione di indicare in quel gregge una metafora della societas umana, sulla scorta di tante metafore e parabole scritturali: oltre a socios, l’allusione all’innocenza del gregge stesso (grege de niveo che non vorrà certo suggerirne solo il colore). Preferisco interpretare come “membri del gregge”.
130Conclusione assai debole, in cui la manifestazione del potere di Martino si riduce ad aver scoperto in breve tempo quale sia effettivamente la vittima dell’attacco del diavolo. Nemmeno un cenno ad una possibile guarigione prodigiosa del mandriano.
131Maculosa cohors: la scelta lessicale trova motivazione nel fatto che i rimproveri messi in bocca al diavolo sono specchio di un effettivo disagio collegato alla presenza nel monastero di Marmoutier di exsoldati generosamente accolti da Martino.
132Orbita è propriamente la traccia lasciata dalla ruota dei carri che viene seguita dagli altri carri come una sorta di binario: chi ne esce finisce col perdersi. Nelle parole che Venanzio mette in bocca a Martino si può sentire l’eco dell’eresia novazianista (Novaziano era un presbitero romano, fattosi eleggere papa –di fatto un antipapa- nel 251 e morto nel 257) secondo la quale, a dispetto del potere concesso agli apostoli di rimettere i peccati, esistevano peccatori le cui colpe non potevano essere in alcun modo rimesse: sono i lapsi. I lapsi venivano divisi in libellatici (coloro che si erano procurati documenti che falsamente attestavano di aver sacrificato agli dei pagani), sacrificati (avevano davvero sacrificato agli dei), turificati (avevano bruciato incenso agli dei), traditores (avevano consegnato testi sacri alle autorità romane). La caduta dei lapsi, dunque, consisteva principalmente nei cedimenti alla politica persecutoria della Roma pagana. L’eresia novazionista si colloca nel quadro di quei movimenti e di quegli orientamenti teologici, spesso oltre il limite dell’eresia, che volevano intransigenza e inflessibilità contro certe forme gravi di peccato (adulterio, omicidio e, appunto, idolatria).
133In discussione è la delicata questione dell’eternità delle pene e della possibile riconciliazione del diavolo con Dio, querelle aperta dalle tesi di Origene. Venanzio mette in bocca a Martino un prudente promittere possim e un altrettanto prudente piacula, che vale propriamente “mezzo di espiazione” (non è detto che questo comporti una remissione vera e propria, ma nella traduzione evito di sottilizzare). E tuttavia è innegabile (si legga anche il prosieguo) che Martino sia su posizioni molto vicine a quelle di Origene.
134Claro, un giovane prete che si fece seguace di Martino. Di nobile famiglia, volle attuare il precetto evangelico dell’abbandono di ogni legame coi bene terreni. Morì poco tempo dopo Martino e fu sepolto in un possedimento di Sulpicio Severo. Testimonianze su di lui ci vengono da Paolino di Nola (Epistulae 2 e 36).
135Anatolio doveva essere uno di quei monaci girovaghi che si aggregavano occasionalmente a qualche comunità. Il nome sembra alludere ad una sua origine orientale (e forse Venanzio vuole indicare in lui un aderente all’eresia montanista).
136Iam spumabat equis Aurorae auriga rubores: la perifrasi per indicare il rosseggiare dell’aurora è, nel testo di Venanzio, anche più pesante.
137Questa presentazione risponde alla tipologia del monarca orientalizzante, così come Roma era abituata a vedere soprattutto dall’epoca dei Severi in poi, cioè dai primi anni del III secolo. Il diadema era diventato il blasone della dignità imperiale. Gli imperatori contemporanei di Martino, Valentiniano e Massimo, portavano un diadema, una fascia tessuta di fili d’oro, ornata di pietre preziose e perle (ordine gemmarum numerosa luce) e calzature di cuoio impreziosite da oro e gemme (calceus inlitus auro).
138Cardine nec tremulo vento neque flante rotatur: Venanzio vuole dire che Martino non fa perno sui suoi piedi e dunque non si gira nonostante il soffio del vento del male (o del maligno). Nella mia traduzione faccio generare dall’immagine del cardine l’immagine della porta che cede al soffio del vento. Traduco di conseguenza. Del resto tutto il passo, pur trasparente, ha una sua complessità. Ad esempio il successivo mordacia sibila richiama sia il morso del serpente in sé sia il fatto che il lubricus serpens (il demonio) cerca un altro modo per attaccare con le sue parole (per azzannare, verrebbe da dire) il santo e convincerlo. Anche qui devo cercare un aggiustamento.
139Unde probanda probo, reprobo reprobrantia probra: una delle più ricche paronomasie della Vita, con probra che vale probationes e reprobrantia che equivale a reproba. Naturalmente la traduzione può rendere la paronomasia solo in minima parte.
140Martino, l’umile: questo ritratto tende a presentarlo come trasparente immagine del Cristo.
141Paolino di Nola, si veda la nota 69. Rectore superno: Venanzio ricorda la duplicità del comando avuto da Paolino in Campania, dapprima proconsole per Roma, poi vescovo.
142Fonte perenne bibens quod rivulus ille rigaret: l’immagine della fonte perenne genera quella del rigagnolo della scienza e della cultura di Martino. Venanzio risolve così un problema che aveva angustiato Sulpicio Severo, vale a dire la mancanza di cultura di Martino che, tra l’altro, non aveva lasciato alcunché di scritto, ma si era limitato ad un insegnamento affidato alla trasmissione orale. Nelle parole di Venanzio, Martino diventa un “giurista” che si fa avvocato di ogni uomo, intercessore per lui presso Dio (adsertor validus, superans fora, iura, togatos, / nobilis adstructor, facundus concionator). Si vada anche a leggere nel libro terzo (vv 193-194) l’episodio del fanciullo risuscitato in cui Martino è davvero il bonus orator che pronuncia la sua arringa davanti a Dio (Ordine disposito postquam se oratio complet).
143L’albero cui Martino è paragonato fert perennia poma e secus est ubi cursus aquarum. Riecheggia, Venanzio, il salmista (1, 3: et erit tamquam lignum quod plantatum est secus decursus aquarum). E riprende se stesso, quando, in uno degli inni che dedica alla croce, dice: Tu plantata micas secus est ubi cursus aquarum (2, 1, 15).
144La toga palmata, che cioè recava i ricami di foglie di palma, era la toga di Giove Capitolino e poi dei generali vittoriosi. La trabea era il mantello che, adorno di strisce di porpora, veniva indossato nelle occasioni ufficiali da auguri, re, consoli, cavalieri.
145Lumine purpureo redimite: mi pare che il termine purpureo in questo contesto alluda più alla luce che al colore, al radiare celeste di Martino che al suo essere adorno della porpora del trionfatore.
146Transcripte: secondo la definizione di Isidoro di Siviglia (9, 3, 40) transcripti milites vocantur cum de alia in aliam regionem transeunt et inde “transcripti” quia nomina dant ut transcribantur. Venanzio vuole insomma dire che il nome di Martino è stato “trascritto” altrove, che cioè Martino è stato arruolato nell’esercito dei santi dopo aver militato nell’esercito terreno (con duplice allusione: alla sua militanza come soldato di Roma e come soldato di Cristo).
147Venanzio dice nel famoso inno Pange lingua (2, 2, 2) dedicato alla croce: super crucis trophaeo dic triumphum nobilem.
148È probabile che qui continui l’equivoco, che sappiamo appartenere sicuramente a Gregorio di Tours, tra Paolino di Nola e Paolino di Périgueux (che è effettivamente il secondo biografo di Martino).
149Gallo, un discepolo di Martino, è la voce narrante dei Dialoghi di Sulpicio Severo.
150In bibulis…terris: bibulus (da bibo, quindi “che si imbeve, umido”) è attestato nel significato di “facile”, “agevole”, “disponibile” già in Persio (bibulas aures accomodet, Sat. 4, 50). Ben tre le occorrenze di questo termine (e sempre in contesti analoghi) in questa stessa Vita di Martino (3, 1; 4, 280).
151L’anfibalo era una sorta di cappa che copriva il corpo intero.
152Bigerra, città degli Oretani nella Hispania Tarraconensis (oggi Becerra).
153Rendo così ignis amici, “il fuoco amico, inoffensivo” di Venanzio.
154Evanzio era zio materno di Sulpicio Severo, come ci informa lo stesso Sulpicio nei Dialoghi (2, 2, 3): avunculus meus, vir licet saeculi negotiis occupatus, tamen admodum christianus. La precisazione di Sulpicio è importante visto quello che ci dice Venanzio con riferimento alla sua fede (fluitans): il cenno alla fede ancora vacillante alluderà al fatto che la sua adesione al cristianesimo, nel senso di una completa rinuncia ai beni terreni, non è ancora perfetta.
155Le minuziose, costanti, affettuose visite pastorali di Martino sono uno dei tratti caratteristici dei 26 anni del suo episcopato. Qui, nel racconto di Venanzio (ma anche in quello di Sulpicio Severo e di Paolino di Perigueux) lo vediamo vestito di tunica grossolana incrociare una rheda fiscalis, cioè di uno di quei carri coperti adibiti al trasporto di persone e cose. In questo caso la rheda è usata da agenti del fisco, sicuramente dei militari.
156È chiaro che siamo di fronte, in qualche modo, ad un discorso indiretto. Traduco di conseguenza.
157Popolo della Gallia che aveva in Genabum (Orléans) la sua capitale. Tours, la sede episcopale di Martino, si trovava a circa 150 chilometri a sud-ovest di Parigi che era raggiungibile proprio attraversando il territorio dei Carnuti lungo due direttrici, una che passava per Orléans, l’altra per Chartres.
158Ambit, l’ultima delle sei operazioni del contadino qui descritte, è l’atto finale dell’innesto che consiste nello stringere bene attorno al ramo il nuovo innesto. Traduco dunque discostandomi un po’ dal significato di ambio (“circondare”). Le prime tre operazioni alludono alla semina sia con la deposizione che con lo spargimento del seme.
159Leti mutasse vigorem, nel testo latino: rendo in questo modo l’efficace e icastica espressione di Venanzio, seguendo quanto l’autore dice nel verso seguente (et qui in morte manet morti sua iura tulisse) il quale a sua volte chiama qualche libertà per una opportuna resa in italiano.
160Fieri se lege beati: mi pare che qui il senso esiga di intendere beati come “abilitati dal battesimo a raggiungere il regno dei cieli”. Rendo di conseguenza.
161Flavio Valentiniano I (Cibala, Pannonia 321- Brigetio, Pannonia 375) fu imperatore per 11 anni, tra il 364 e il 375. Era figlio di un ufficiale illirico. Quando, nel 364, morì Gioviano egli venne eletto imperatore dall’esercito. Si associò al trono il fratello Valente affidando a lui l’Oriente e tenendo per sé l’Occidente. In Gallia combatté gli Alamanni, i Pitti e gli Scotti in Britannia. Quando in Africa si ebbe la ribellione di Mauro, Valentiniano organizzò una spedizione che fu vittoriosa (grazie anche al generale Teodosio, padre del futuro imperatore, in un secondo momento ucciso da Valentiniano che lo aveva sospettato di cospirazione) tra il 372 e il 373. Stabilì dapprima la sua residenza a Milano, poi dal 367 a Treviri (quindi l’episodio qui narrato si colloca certo dopo tale data). Fu cristiano ortodosso, mentre il fratello Valente era ariano. Tollerante in fatto di religione e portato ad equilibrare la componente cristiana dell’impero con le altre componenti religiose, ebbe a sposare in seconde nozze Giustina che era ariana (se ne parla in questo episodio a giustificazione dell’avversione nei riguardi di Martino) e che gli diede un figlio (Flavio Valentiniano II, suo successore salito al trono ancora giovanissimo, nel 375, sotto la tutela della madre). A dispetto della sua fama di re autoritario e crudele (pesa l’odio che ebbe per lui lo storico Ammiano Marcellino che non perdonava a Valentiniano l’avversione per la nobiltà senatoria romana) fu giusto ed equilibrato. Fu difensore dei poveri istituendo anche la magistratura del defensor plebis a difesa dei provinciali che subivano ingiustizie ad opera di funzionari poco scrupolosi e dei ricchi proprietari. In generale promosse una legislazione di taglio decisamente umanitario.
162Cervicis durae, nel testo latino: rendo in questo modo l’espressione di Venanzio che non è tra le più agevoli. Anche perché tutta la frase è introdotta da un sed avversativo che si comprende solo con la volontà dell’autore di confrontare la durezza di Valentiniano con il fervente amore e la disponibilità di Martino, cui , in contrapposizione, le fiamme soltanto sfiorano i capelli come è accaduto nell’episodio della donazione della tunica ad un povero, narrato in questo terzo libro (vv 24- 73) con quel bel verso 55 in cui il fuoco gli è amico: protinus a capite emicuit globus ignis amici. Quanto al significato di cervix (che rendo con “anima”) mi pare giustificato dal fatto che il termine venne ad indicare semplicemente il cervello a partire dalla definizione di Isidoro di Siviglia (11, 1): cervix vocata quod per eam partem cerebrum ad medullam spinae dirigitur, quasi cerebri via.
163Per Massimo si veda nota 70 (libro II). Per comprendere l’episodio si deve tener conto che Martino era restio ad accettare di sedersi a mensa, come è attestato dal rifiuto opposto a Valentiniano nell’episodio appena narrato e dal rifiuto opposto allo stesso Massimo in una situazione analoga (vv 58-121).
164Rendo arx con “impero”: il significato di luogo privilegiato, che si distingue da altri luoghi è attestato già in epoca classica: arcem omnium gentium, dice Cicerone nelle Catilinarie (4, 6, 11); arx imperii caputque rerum dice Livio (37, 18).
165Publica gesta, nel testo latino: la scelta di tradurre in questo modo nasce dal confronto con le analoghe espressioni che, a questo proposito, usano Sulpicio Severo e lo stesso Venanzio (nell’episodio del II libro citato alla precedente nota). Ma serve ricordare che Massimo fu proclamato imperatore dalle legioni nel 383 in Britannia dove era stato inviato da Valentiniano I.
166Evidente, nell’episodio, la suggestione di alcuni passi evangelici. La moglie di Massimo imita la Maddalena così come ci racconta Luca (7, 38: lacrimis coepit rigare pedes eius et capillis capitis sui tergebat) ma anche le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria di Betania come nel racconto di Giovanni (12, 2-3: Et Martha ministrabat…Maria unxit pedes Iesu et extersit pedes eius capillis suis).
167Alta potestas: preferisco intendere, sulla base delle considerazioni fatte in nota 110, che l’espressione si riferisca a Massimo e non a sua moglie. Altri intende: “con la bontà ottiene ciò che la sua dignità di regina non aveva ottenuto”.
168Clion, nella valle dell’Indre (il fiume dà anche il nome al dipartimento), tra Berry e Turenna. Si tratta di una parrocchia fondata da Martino. Era importante centro religioso direttamente collegato all’episcopato di Tours.
169Rabiens invaserat hostis: il nemico per eccellenza, il demonio.
170Erroris spiritus: Venanzio trova questa espressione nella prima lettera di Giovanni (4, 6), in contrapposizione allo “spirito della verità”.
171Un giavellotto che poteva anche recare ad una estremità del materiale incendiario per appiccare fuoco lontano.
172Timidum sembra esprimere più l’effetto del lancio del proiettile che la condizione di paura di chi si vede arrivare il colpo e teme di essere colpito. Rendo di conseguenza.
173Adamantinus hostis: altri intendono “dal cuore d’acciaio” che mi sembra traduzione poco soddisfacente rispetto alla costruzione del brano tutto impostato tra la fragilità dell’arma che colpisce e uccide e la falsa durezza, la fittizia invulnerabilità di chi è colpito.
174Ac velut ex stipulis coqueret se flamma camini: Venanzio con questa espressione involuta (ma forse non infelicissima, almeno in latino) vuole dire che la fiamma implode, non riesce a divampare, si estingue proprio ad opera di un materiale, la paglia appunto, che invece dovrebbe fornire facile esca al fuoco stesso. Nella resa, rispetto, come posso, il concetto così come lo esprime Venanzio.
175Pastoris voce revincta: attribuisco al verbo il significato di “slegare” che mi pare più consono al contesto e rendo di conseguenza. Altri intendono: “legata dalla voce del pastore”, che in questo caso sarebbe non più Martino, ma il guardiano del gregge. Dopo essere stata “legata” dal demonio, la voce del pastore è il vincolo giusto e adeguato.
176L’episodio ci viene narrato da Sulpicio Severo nella Epistula prima ad Eusebium (10-15): una notte prese fuoco la paglia su cui Martino dormiva e i tentativi di aprire la porta della sacrestia dove stava riposando risultarono vani. Martino si gettò in ginocchio e si mise a pregare fino a quando le fiamme si allontanarono, disponendosi in cerchio attorno a lui. I monaci, accorsi per salvarlo, lo trovarono incolume contro ogni aspettativa.
177Capturae unius cunctorum frendet hiatus: rendo con qualche libertà cercando di coniugare il significato concreto di hiatus (“voragine”, “apertura”, “bocca”) con quello astratto (“avidità”, “ingordigia”) perché mi pare che proprio su questo ventaglio ampio di significati giri il verso di Venanzio (che poggia anche sulla forza famelica del gruppo contro la povera, isolata preda).
178Effugit incolomis per aperta lepusculus arva/ et cane seposito tutus terit alta viator: perché può trovare nascondigli che in pianura non ci sono. Intendo che viator sia ancora la lepre e non Martino come altri intendono.
179Quanta etiam sancti sermonis gratia fulsit! Sulpicio Severo nei Dialoghi (2, 10, 1) definisce familiaria illius verba, spiritualiter salsa, vere e proprie espressioni spiritose, cioè. Insomma Martino non ha lasciato nulla di scritto, cosa che, come sappiamo, mise a disagio i suoi biografi (si confronti nota 24 al II libro), ma quando parlava era brillante e sapeva coinvolgere.
180È la predicazione di Giovanni Battista, così come la apprendiamo da Luca (3, 11): «Colui che ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha ».
181Il riferimento è alla Genesi (3, 21): «il Signore Iddio fece per Adamo e sua moglie delle tuniche di pelle e li rivestì». E, a proposito dell’uomo nuovo, Paolo dice nella lettera agli Efesini (4, 21-24):…«siete stati in lui ammaestrati a spogliarvi, per quanto riguarda la vostra vita passata, dell’uomo vecchio, che si corrompe seguendo le concupiscenze ingannatrici; a rinnovarvi nello spirito della vostra mente, a rivestirvi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e santità della verità».
182Una sorta di palude, insomma. Il carice è una pianta erbacea palustre, di solito usata per impagliature.
183Linquere, deponere cingula vale “lasciare il servizio militare” (si confronti il Codice di Giustiniano 7, 38, 1 e 12, 17, 3).
184Le onorificenze, nell’esercito romano, venivano attribuite attraverso l’imposizione della corona (esistevano diversi tipi di corona). Qui Venanzio usa l’espressione che vale “ottenere la vittoria” adeguandosi al contesto tutto militaresco. Naturalmente è la vittoria che si ottiene nella militia Christi, non nella militia saecularis, cioè il servizio civile o militare.
185Nemausum, in latino. Il sinodo si tiene nel 394 e vi partecipano 21 vescovi. Martino ha quasi ottant’anni e si muove con difficoltà. Ma certamente sulla sua decisione di non partecipare pesò anche la volontà di non rinfocolare le polemiche seguite alla condanna di Priscilliano (ed è probabile che con parecchi di quei vescovi Martino fosse in pieno dissidio).
186Certamente la Loira.
187Sulpicio Severo, il primo biografo di Martino, spesso citato in queste note. Per Gallo si veda il primo episodio di questo III libro (e la relativa nota 95).
188Le tre vergini sono spesso presentate assieme come fa per esempio Ambrogio nel suo De virginitate (1, 2; 2, 2-3); Ambrogio dedicò parecchi scritti al tema della verginità che erano quasi sicuramente noti a Martino: oltre al citato De virginitate, De virginibus, De institutione virginis e anche una Exhortatio virginitatis). Tecla, vergine e martire, visse nel I secolo, fu convertita da Paolo quando aveva 18 anni; subì il martirio a Seleucia. Agnese subì il martirio ad opera di Diocleziano nel 303, quando aveva 12 anni. Maria è la madre di Gesù il cui culto inizia subito nella cristianità e presto si sviluppa anche l’idea della sua maternità verginale. Il concilio di Efeso del 432 la proclama theotokos, cioè madre di Dio.
189L’iconografia del paesaggio celeste esige la rappresentazione di fiori, alberi, praterie. Nei mosaici che si trovano nell’abside di san Vitale a Ravenna, Dio è rappresentato sopra un prato fiorito.
190Stilus ille cucurrit, nel testo latino. Dunque Venanzio dice che è la penna di Paolo a correre in ogni parte del mondo. In italiano, mi pare, l’immagine riuscirebbe piuttosto infelice e dunque mi prendo un po’ di libertà.
191La mitica ultima Thule, di volta in volta identificata con le coste della Norvegia, con l’Islanda, con Mainland, la più estesa delle Shetland.
192Pietro fu crocifisso (a testa in giù, come si sa) sotto Nerone, forse nel 64. Fu inumato nella collina vaticana, in un antica necropoli pagana. Anche Paolo fu martirizzato a Roma, in una data compresa tra il 64 e il 68, decapitato, secondo la leggenda, in una zona che è ora detta delle Tre Fontane, sulla riva sinistra del Tevere, e sepolto sulla Via Ostia, dove oggi sorge la basilica a lui dedicata (San Paolo fuori le Mura).
193Una leggenda voleva che Pietro e Paolo avessero affrontato il martirio nello stesso giorno. Tale leggenda in qualche modo raccoglie l’antichissima e pia abitudine di rappresentare i due santi insieme e con pari attribuzioni e pari dignità. Si vedano i mosaici ravennati che li raffigurano vicini, ad esempio nel Mausoleo di Galla Placidia e nel battistero degli Ariani.
194Il riferimento è all’abitudine romana di indicare gli anni col nome dei due magistrati che in ogni singolo anno avevano ricoperto il consolato. Come dire che i due “consoli” Pietro e Paolo hanno dato il loro nome all’intera era cristiana.
195Vidistis Sion speciosas ordine portas :questo verso si trova in tutti i manoscritti, tranne uno.
196Le 12 porte di Sion sono metafora dei 12 apostoli. Venanzio ripropone qui un versetto del salmo 86 (2): «Il signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe ». Venanzio usa il passo biblico anche in Laud. Mar. 271: «Diligat has portas Sion super omnia Iacob». Le porte di Sion sono anche le 12 porte che aprono la Gerusalemme celeste così come troviamo nell’Apocalisse di Giovanni (21, 12): Aveva un muro grande e alto munito di 12 porte, presso le quali vi erano 12 angeli; vi erano scritti dei nomi che sono quelli delle 12 tribù dei figli di Israele.
197Due scogli all’ingresso del Ponto Eusino: si diceva che fossero vivi e che, al passaggio dei naviganti, si stringessero per stritolarli. Di qui l’ambiguas di Venanzio.
198Promontorio a sud-est del Peloponneso.
199In bibulis ne mergeret auster harenis: per bibulis si confronti nota 96 (III libro).
200Si veda la nota 103 (III libro). L’espressione indica probabilmente che Martino si trova nella città di Chartres.
201Tenens digito linguam miserando: c’è chi traduce “afferrando con le dita in un gesto di compassione”, ma è resa decisamente pesante. Rispetto il senso generale e semplifico.
202Le corde vocali cioè, ma conservo il tinnile plectrum di Venanzio perché parte integrante dell’immagine che lui vuole comporre: uno strumento finalmente accordato e in grado di produrre un suono bellissimo e puro. L’immagine è poi completata dalla successiva espressione: canit camerati concha palati.
203Cavo.. fritillo: è propriamente il bussolotto in cui vengono agitati i dadi prima della giocata. Anche questo fa parte in qualche modo dell’immagine musicale perché è bello pensare a queste parole che rotolano e rumoreggiano come dadi prima di uscire.
204Sono state fatte diverse ipotesi per identificare Aviziano; oltre a tutto il titolo di iudex è molto generico. Probabilmente era commissario imperiale in qualche provincia della Gallia. Sulpicio Severo che lo nomina 3 volte nei suoi Dialoghi (3, 3, 2; 3, 4, 1; 3, 5, 1) e lo definisce comes, ci conferma che era ferus come dice Venanzio. Sulpicio ci dice anche che non aveva sede fissa e che circolava in continuazione nel territorio provinciale. Il lettore ritroverà presto Aviziano, questa volte definito anche da Venanzio comes, in un episodio in cui è costretto a rivedere i suoi propositi di torture e sevizie nei riguardi degli abitanti di Tours. Apparendogli in modo strano Martino lo convince a recedere dal suo proposito. (vv 98- 157). In un altro episodio è proprio Martino a liberare Aviziano da una possessione diabolica: il diavolo sta sulle spalle del giudice e la sua cacciata lo rende più mite (vv 196- 209).
205Potevano essere prigionieri politici. Se l’episodio si riferisce al principato di Massimo erano partigiani di Graziano. Potevano essere anche criminali comuni o soldati disertori. Ma è probabile che il grosso della schiera dei prigionieri sia dato da debitori insolventi davanti al fisco. Le imposte erano gravosissime e quindi anche sproporzionate e ingiuste; chi non le pagava, veniva torturato e giustiziato tra pene orribili per servire da ammonimento. Proprio questa categoria di prigionieri spiega il soffermarsi di Venanzio sulle torture e sul pianto della gente. E spiega anche l’intervento di Martino, al solito difensore dei deboli, che, all’epoca in cui avviene il fatto, era già vecchio, se il viaggio lo stanca tantissimo come dice Venanzio.
206Sive pedem cellae foris adveniendo tulisset: si può intendere che Venanzio voglia indicare il ritorno dalla città o, di contro, il momento in cui inizia il viaggio verso di essa. Questa seconda interpretazione esige che foris equivalga ad extra e si costruisca col genitivo. Privilegio la seconda ipotesi.
207Si veda l’episodio degli assalti diabolici a Martino (II, 162-178).
208Popolazione della Gallia Lugdunese. Avevano la loro capitale in Agedincum (oggi Sens).
209Cum ieiunia suo torperent iugera sulco: l’immagine di Venanzio ha una sua qualche felicità e cerco di conservarla nella resa italiana.
210Se l’indicazione dei 20 anni è esatta, il prodigio avvenne nel 377.
211Nella liturgia cristiana (si pensi al battesimo) il soffio rappresenta la volontà di cacciare il demonio.
212Vico Ambaciense: la parrocchia di Amboise (Ambacia/ Ambatia), fondata da Martino nella diocesi di Tour. Ospitava un monastero.
213Metallo: il termine indicava genericamente un po’ tutto quello che si estraeva dalla terra. Per l’accezione di “marmo” si confronti ad esempio Stazio (Silv. 3, 98)
214Falsa superstitio, deceptio vera precantium: il verso gioca sulla contrapposizione falsa/ vera, che in qualche misura si perde nella resa italiana.
215Rite ruendum: difficile intendere quel rite, perché ovviamente non esisteva alcuna liturgia ufficiale per la distruzione di un tempio pagano. Allora Venanzio avrà voluto dire che la distruzione in sé rientrava nelle regole della lotta al paganesimo.
216Altaque turrigero ceciderunt moenia fastu: si può intendere in senso materiale (la torre che comincia a crollare dall’alto) e in senso metaforico (crolla la torre fino a poco tempo prima immagine stessa dell’orgoglio) a seconda che si attribuisca a fastu un significato concreto (“fastigio”, “culmine”, ma in questo caso bisognerebbe dire che Venanzio usa fastus come sinonimo di fastigium) o astratto (“orgoglio”, “superbia”). Preferisco la seconda interpretazione e rendo di conseguenza.
217Informis forma: intraducibile in italiano. Si potrebbe puntare su un ossimoro (“orribile bellezza”) ma con esiti decisamente infelici.
218Norma salutis: espressione un po’ dura. La norma era propriamente la “squadra”, talora la “livella” di falegnami e muratori. Immagino che Venanzio lo usi genericamente nel senso di “strumento”.
219Medico ignorante: Martino è medico inconsapevole della guarigione che opera. L’episodio racconta un miracolo assolutamente identico a quello operato da Gesù, così come ce lo racconta Luca (8, 43-48). Dice tra l’altro il Cristo, “medico inconsapevole”: «Qualcuno mi ha toccato, perché io ho sentito che una virtù è uscita da me». Lo stesso episodio è raccontato anche da Marco (5, 25-34) il quale rappresenta il Cristo che si gira e chiede più volte: «Chi mi ha toccato?»
220Che è quasi sicuramente la Loira. Questa narrazione sembra in qualche modo preparare l’episodio che segue. Pare quasi che Martino liberi il fiume dagli iniqua venena del serpente per rendere possibile la pesca miracolosa in occasione della Pasqua.
221bibulas …harenas: terza occorrenza nel poema dell’aggettivo bibulus. Solo qui appare usato in senso etimologico (“umido”). Si confronti nota 96 (libro III).
222Per Arborio si veda nota 66 (libro II).
223Haec venerando magis poterunt quam fando referri: difficile intendere se venerando e fando siano dativi di fine o ablativi strumentali (o magari il primo sia un dativo e il secondo un ablativo). Propongo la traduzione che meglio mi pare soddisfare nel contesto del racconto, alla luce di quanto Venanzio aggiunge nel verso seguente (Quid secreta petis nec in abdita luminis intrans?).
224Per queste vicende che sono successive alla condanna di Priscilliano, si confrontino le note 55 e 61 (libro I), la nota 70 (libro II), la nota 131 (libro III). Itacio, vescovo della diocesi spagnola di Ossonoba, era stato tra i principali accusatori (con lui erano altri due spagnoli, Igino di Cordova e Idacio di Merida) di Priscilliano. Durante il concilio di Saragozza (380), pur facendolo incriminare, non ne aveva ottenuto la condanna. Priscilliano comprese di avere contro uno schieramento episcopale ostile e compatto al concilio di Bordeaux. Cercò pertanto di recarsi a Treviri dove fu processato da Massimo, nel frattempo salito al potere e al quale Priscilliano si era appellato. Martino, come si è detto, era contrario alla condanna del teologo spagnolo e sulla stessa posizione era il vescovo di Milano, Ambrogio (tra l’altro originario proprio di Treviri). Itacio, dopo i fatti di Treviri, rientrò in Spagna dove rimase fino al 389. In seguito fu esiliato a Napoli dove morì.
225Leucadio, governatore e seguace di Graziano al pari del conte Narsete. Leucadio e Narsete erano stati condannati da Massimo, dopo la sua vittoria su Graziano (ucciso a Lione nel 383). Il motivo per cui Martino si reca a Treviri è proprio la richiesta della grazia per loro. Ricorda Venanzio che Martino ha anche altri motivi per portarvisi (aliis quoque mota querellis): vuole infatti evitare quello che ormai tutti paventavano, una strage di priscillanisti. Ma a Treviri la situazione era incandescente e apertamente ostile a Martino. Durante il sinodo, riunito per stabilire la successione di Felice al suo predecessore, Itacio ebbe un netto successo personale che sancì, davanti a tutti i suoi pari e allo stesso imperatore, l’isolamento di Martino. La questione riguardava anche la tesi che si cercava di far passare secondo la quale dei monaci non potevano accedere alle più alte cariche della chiesa. Itacio trionfò in quel sinodo, si tolse ogni preoccupazione circa una sua possibile incriminazione, soprattutto arrivò al punto di far quasi apparire lo stesso Martino eretico agli occhi di Massimo (cogat ut innocuum se partecipare nocivis).
226Considerazione di Venanzio, ovviamente, e non argomentazione dei vescovi che cercano di tirare dalla loro parte Martino o, meglio, di comprometterlo su posizioni antipriscillaniste che certo a Martino non appartenevano.
227Di un vescovo di nome Teognisto che ha abbandonato lo schieramento di Itacio, ci dà notizia Sulpicio Severo.
228Dice proprio così Martino: se partecipare sinistris.
229Oggi Echternach, a 20 chilometri da Treviri (ma più di cinquecento da Tours), al confine col Lussemburgo. Il borgo oggi si espande sulle due rive della Mosella.
230Finisce qui la narrazione di questo compromesso che, per la prima volta nella sua vita, Martino deve accettare. Periodo difficile per la vita del vescovo di Tours che sentì l’evento come una diminuzione dei propri poteri e come una sconfitta. Anche perché probabilmente il compromesso cui è sceso gli valse l’accusa di ambiguità da parte di chi gli era più vicino. Si dovrà attendere la morte di Massimo, per trovare un po’ di pace grazie alla decisione di Teodosio di restituire parte dei beni confiscati dal suo predecessore.
231Rapiuntur signa ceruchis: ceruchi è termine che indicava genericamente e indifferentemente le sartie, gli anelli che sono agganciati al pennone, lo stesso pennone. Sul pennone si trovavano i signa (bandiere o anche fanali) che servivano per segnalazioni varie.
232Levis et antemnae coeuntia cornua frendent: l’antenna era l’albero obliquo che sosteneva la vela latina, formato da due pezzi di legno cilindrici assottigliati in punta. Sono i due cornua che vibrano e tremano.
233Celeuma: cantilena cadenzata, certo anche per dare il ritmo ai rematori. In una situazione analoga, indirizzandosi a Gregorio (8, 19, 5-6), Venanzio scrive: lapsibus et tumidis dum fertur nauta carinis/ iugera culta videt, quando celeuma canit.
234Di Liconzio, Sulpicio Severo ci dice nei Dialoghi (3, 14, 3) che era un alto dignitario (forse, dunque, si tratta di un proprietario terriero abitante non lontano da Marmoutier) e cristiano ai tempi dei fatti narrati: Lycontius ex vicariis vir fedelis.
235Dice proprio così, Venanzio: rediviva salus.
236Come nel racconto di Luca (7, 9) e Matteo (8, 10), Gesù dice: «Non ho trovato tanta fede in Israele». Dunque il centurione viene preferito a tutta la nazione ebraica. Da notare che qui Venanzio mescola tra loro due miracoli evangelici, quello del servitore del centurione e quello della figlia di Giairo, uno dei capi della sinagoga, come nel racconto di Matteo (9, 18-19 e 23-26).
237100, insomma. Si tratta di libbre d’argento lingottate, con cui venivano pagate imposte e multe, e che tenevano il posto del denaro contante visto che era insufficiente il circolante coniato.
238Era uno dei compiti del vescovo quello di raccogliere delle somme che servivano per riscattare i prigionieri caduti in mano di qualche popolazione barbarica.
239Brizio era un allievo di Martino a Marmoutier, forse novizio, forse già prete all’epoca dei fatti narrati. Fu su posizioni antagoniste a quelle del suo maestro che gli rimproverava atteggiamenti troppo mondani. Nei Dialoghi (3, 15, 7) Sulpicio Severo ricorda che un giorno Martino ebbe a scherzare con queste parole: «Se Cristo ha sopportato Giuda, perché io non dovrei sopportare Brizio?» Quando Martino morì, Brizio fu designato suo successore nella sede episcopale di Tours da un sinodo in cui la maggioranza era data da vescovi contrari a Martino. Gli ambienti legati a Martino presero le distanze da lui e, al concilio di Torino (398), un discepolo di Martino, Lazzaro, vescovo di Aix, ebbe ad accusarlo di immoralità. Il suo episcopato fu lungo (quasi cinquant’anni) ma tormentato. Nel 429, per una accusa di immoralità forse non fondata, fu deposto ed esiliato a Roma per 6 anni. Riprese poi la sua sede rimanendovi fino alla morte (436-444). Fondò cinque parrocchie ed edificò sulla tomba di Martino una basilica nella quale volle essere a sua volta sepolto. Nell’episodio che segue, il senso della sua opposizione a Martino è spiegato semplicemente con una possessione diabolica, ma probabilmente i contrasti erano profondi: forse due condizioni sociali diverse, forse il fatto stesso che Martino poteva apparire come un vecchio esaltato. Certo su Martino pesava come un fardello ingestibile, il suo passato di soldato e il suo tardo approdo alla militanza cristiana.
240Lo stesso Brizio, cioè. Vicino a satellis si possono intendere due genitivi diversi. Insomma Brizio può essere compagno di Satana o di Martino. Mi pare più coerente al contesto la prima ipotesi.
241Neque se agnoscebat, alla lettera «non riconosceva più se stesso». Per coerenza al contesto devo forzare un po’ il senso.
242Tumido gliscente coturno: espressione intraducibile. Rendo in questo modo e ricordo che il coturno è il calzare che contraddistingueva l’attore tragico sulla scena.
243Corpore supplex: Brizio esprime la sua supplica, la sua richiesta di perdono con ogni parte del corpo. Cerco di rendere la forte espressione latina.
244Qui tibi digna loqui valeat cui laudis debitor mundus est?: sostituisco la domanda impersonale del testo latino con una invocazione in prima persona che il poeta Fortunato fa, ovviamente, per se stesso perché mi pare più consona al contesto.
245Quaeque referre volens neque totus id explicat axis: qual è il soggetto di volens? Io, Venanzio, oppure totus axis? Scelgo, dato il contesto, la prima ipotesi e attribuisco a volens valore concessivo.
246Vedi nota 130 (libro III).
247Venanzio dice al suo “libretto” di raggiungere Augsburg (Augusta) e di lì iniziare il suo viaggio verso Ravenna. La strada che congiungeva le due città era la Claudia Augusta: il Fernpass nel Tirolo, il Reschenpass (passo di Resia), Merano, Trento e Verona. Una variante partiva da Abodiacum (o Abudiacum, oggi Epfach o forse Füssen) a sud di Augsburg, attraversava Veldidena (Innsbruck), la Rezia (qui indicata con la perifrasi qua vicina sedent Breonum loca ), il Brennero. Queste vallate erano state romanizzate un po’ prima dell’era cristiana, evangelizzate nel corso del V secolo e, nel secolo successivo, annesse al regno dei Franchi. Anche per l’indizio relativo alla tomba di Valentino (vedi successiva nota 203) pare che l’itinerario che Fortunato raccomanda alla sua opera sia il secondo. Il viaggio del libellus rimane comunque controverso. Ne ha discusso, tra gli altri, Guido Rosada (con traduzioni di Floriana Rizzetto) nel suo intervento (“Il viaggio di Venanzio Fortunato ad Turones: il tratto da Ravenna ai Breonum loca e la strada per submontana castella”) al convegno “Venanzio Fortunato tra Italia e Francia” tenutosi a Valdobbiadene e Treviso il 17, 18, 19 maggio 1990 (Atti a cura della Provincia di Treviso, Grafiche Zoppelli, 1993).
248Parigi, naturalmente, l’antica capitale della popolazione celtica dei Parisii (Lutetia Parisiorum).
249Passo importante per la datazione dell’opera che era completa quando Germano era ancora in vita. Germano era stato eletto vescovo di Parigi nel 558 e morì il 28 maggio 576. Fortunato lo conobbe nell’inverno del 566 durante il suo soggiorno a Parigi. Dionigi, evangelizzatore e primo vescovo di Parigi attorno al 250, subì il martirio sotto Decio nel 270.
250Remedio/ Remigio, vescovo di Reims, nacque a Laudunum (Laon, una cinquantina di chilometri a nord di Reims) nel 437, e divenne vescovo a trent’anni; durante i cinquant’anni di episcopato operò tali prodigi che il suo nome veniva letto come Remedius. Morì il 3 marzo del 533. Medardo, vescovo di Noyon dal 535, morì nel 560. Fu sepolto a Soissons dove Clotario gli alzò una basilica, poi completata da Sigoberto.
251L’Istro è il Danubio. Credo sia opportuno conservare ai nomi la loro forma latina perché mi pare che l’introduzione dei nomi moderni tolga in qualche modo tensione narrativa (con tono, vorrei dire, quasi di favola) e atmosfera a queste raccomandazioni che Venanzio fa al suo libretto al momento di congedarlo.
252L’odierna Augsburg (Augusta Vindelicorum).
253Oggi Lech e Wertach che, dopo essere confluiti l’uno nell’altro, vanno a sbucare nel Danubio, una quarantina di chilometri sopra Augsburg.
254Martire sotto Diocleziano attorno al 304. Se ne celebra la festa il 5 agosto.
255I Bavari. Nel Lexicon totius latinitatis del Forcellini si legge: Fortasse illam regionem incoluerunt quae postea Baiovaria dicta est (Baviera).
256L’Inn.
257Vescovo evangelizzatore della Rezia, Valentino fu sepolto nel 440 in una chiesa che lui stesso aveva fatto erigere. Sulla sua tomba fiorì un vero e proprio culto e la sua figura si ricorda il 3 gennaio. Tra il passo di Resia e Merano c’è una località che si chiama Valentino alla Muta (sotto l’Ortles, tra i laghi di Resia e san Valentino) che potrebbe essere il luogo indicato da Venanzio. Altre possibili individuazioni portano vicino a Vipiteno.
258La Rienza, che nasce dal monte Paterno e confluisce nell’Isarco a Bressanone. L’Isarco viene seguito proprio fino al punto di confluenza e si lascia quindi la via Claudia Augusta per prendere decisamente la direzione est, verso il Norico, seguendo il corso della Drava fino ad Aguntum.
259Qua se castella supinant: il verbo supino (propriamente “metto supino”, “faccio distendere supino”) è attestato anche nel significato di “estendersi”, “affacciarsi”. Così, ad esempio, Stazio in un contesto analogo della sua Tebaide: Iamque supinantur fessis lateque fatiscunt/ Penthei devexa iugi (12, 243).
260Aguntum si trova a 5 chilometri da Lienz in direzione est. Un tempo fiorente centro commerciale, è oggi un importante parco archeologico.
261Non Cividale, sorta come centro di scambio sul Natisone nel corso del I secolo a. C., la cui fondazione viene attribuita a Giulio Cesare. Si tratta di Zuglio (Forum Iulii Carnicum), fondata dai Celti e poi municipio e colonia romana nel I secolo a. C., fiorente fino all’VIII secolo. Si trova una decina di chilometri a nord di Tolmezzo sulla destra del torrente But che poi va a sfociare nel Tagliamento.
262Per rupes, Osope, tuas: per un attimo Venanzio non si rivolge più al suo libretto ma direttamente ad Osoppo.
263Vicino a san Daniele del Friuli. Città antichissima che, in epoca romana (documentata dalla presenza di numerose villae e del guado sul Tagliamento-Tabine), divenne sede di un castrum fortificato con compiti di difesa sulla strada che conduceva verso il Norico. Nell’altomedioevo offriva comodo rifugio alle popolazioni aggredite dalle invasioni barbariche.
264Da Agunto si poteva raggiungere l’Italia abbandonando la vallata della Drava ad Oberdrauburg, e procedendo verso est nella vallata del Gail (fiume che nasce in Carinzia ed è affluente di destra della Drava, attraversa il solco vallivo tra le Alpi Carniche e la Gailtaler Alpen) e attraverso il colle di Tarvisio. Si potevano anche attraversare le Alpi Carniche al passo di Monte di Croce Carnico (Plöckenpass) sulla frontiera italoaustriaca tra Sava e Isonzo. È probabilmente questo l’itinerario indicato da Venanzio.
265Nel Veneto il libro di Venanzio troverà una situazione politica complessa che forse è all’origine della sua decisione di recarsi in Gallia (ben oltre la volontà di sciogliere il voto per la guarigione dalla cecità). Nel 568 arriva, dalla Pannonia, Alboino alla testa del suo popolo i Longobardi, ma anche di una vasta coalizione assetata di potere e ricchezze (Sassoni tributari dei Franchi d’Austrasia, Svevi stanziati in Dalmazia, Ostrogoti del Norico, Gepidi, Sarmati, Bulgari e Turingi). Alboino conquista le fortezze bizantine di Cividale e Aquileia, tutto il Friuli e parte del Veneto. L’Italia bizantina rimane divisa in tante parti debolmente collegate tra loro: Venezia, Istria, l’Esarcato (l’Emilia a sud di Modena con capitale Ravenna, la meta del libro di Venanzio) e poi, andando verso sud, la Pentapoli marittima ecc. L’anno successivo Alboino occupa Trento, Brescia, Bergamo, Mantova. E inoltre stringe d’assedio Pavia, Padova e Monselice. Pavia cade nel 572 e diventa la capitale dei Longobardi. Da notare che in questi anni (573) Gregorio viene eletto vescovo di Tours.
266Tre fratelli di Aquileia (due maschi e una donna): Canzio, Canziano (nome fortunatissimo in area veneta nei secoli scorsi), Canzianilla membri della nobile famiglia degli Anicii, martirizzati da Diocleziano che li fece decapitare nel 290. Qualcuno data al 303 il martirio, avvenuto assieme al precettore Proto e all’amico Crisogono. Il loro culto è diffusissimo nel Friuli. A san Canzian d’Isonzo (l’antico Aquae Gradatae che si trova a venti chilometri da Aquileia sulla riva sinistra dell’Isonzo, mentre Aquileia è sulla destra), in recenti scavi archeologici, è emersa una basilica paleocristiana che conserva la tomba con le ossa dei fratelli Canziani. Nel V secolo era già fiorente una comunità ecclesiastica che accoglieva i molti pellegrini i quali si recavano a venerare le spoglie mortali dei tre fratelli. La loro festa si celebra il 31 maggio.
267Fortunato, vescovo e martire di Aquileia. Difficile distinguerlo dai molti santi che recano lo stesso nome (quasi una quarantina). Questo Fortunato, assieme al fratello Felice, dovrebbe essere stato martirizzato durante le persecuzioni di Diocleziano e Massimiano vicino ad Aquileia ed inumati nel luogo del martirio. Lì sorse presto una basilica che attirava molti pellegrini già nel IV secolo. Fortunato e Felice erano di origine vicentina: proprio nel IV secolo il corpo di Felice fu traslato a Vicenza assieme, forse, alla testa di Fortunato visto che i vicentini reclamavano i corpi di due martiri così illustri e venerati.
268Eletto vescovo di Aquileia nel 558, fu tra gli oppositori a Roma e Bisanzio quando si trattò di condannare i come consigliava Pelagio (papa dal 556 al 561) per sottomissione a Giustiniano. Pelagio arrivò perfino a chiedere all’autorità militare bizantina l’arresto dei vescovi che erano rimasti fedeli alle risoluzioni del concilio di Calcedonia del 451. In quell’occasione era stata proclamata la duplicità, umana e divina, della natura del Cristo. Lo scisma dei Tre Capitoli trae nome dai tre capitoli di condanna, firmati dallo stesso Giustiniano (che non voleva alienarsi le correnti monofisite, molto forti soprattutto nella Chiesa d’Oriente), di tre vescovi fedeli ai dettami del concilio di Calcedonia. Il concilio di Costantinopoli (secondo di quella città e quinto nella storia della Chiesa) tenutosi nel 553, fu detto concilio dei Tre Capitoli perché durante i lavori Vigilio (papa tra il 537 e il 555) finì con l’accettare l’imposizione di Giustiniano. Si creò un vero e proprio scisma da parte di alcuni vescovi dell’Italia del Nord che durò dal 557 al 699. Dunque Aquileia era in situazione di scisma. Anche questa situazione di disagio può aver spinto Venanzio a recarsi in Gallia: la questione teologica era probabilmente superiore alle sue cognizioni e alle sue capacità di comprensione e analisi, ma l’intellettuale avvertiva profondamente il venir meno di un sistema di valori cui era legato.
269L’attuale Concordia Sagittaria (Concordia Iulia Sagittaria), a sud di Portogruaro, tra Tagliamento e Livenza. Era stata distrutta da Attila nel 352, ma poi restituita dai Goti al suo ruolo strategico. Quanto a Basilio e Agostino si tratta forse di due santi locali, forse di Agostino d’Ippona e di Basilio di Cesarea il cui culto poteva essersi sviluppato anche in Friuli.
270Qua mea Tarvisus residet si molliter intras: difficile attribuire un valore a quel molliter. Potrebbe alludere alla tranquillità del viaggiare, potrebbe perfino alludere alla dolcezza del paesaggio trevisano.
271Felice, amico e compagno di studi di Fortunato. Fu vescovo di Treviso e la leggenda vuole che fosse lui ad ottenere da Alboino, durante un incontro avvenuto sulle rive del Piave nel 568 o forse nel 569, un trattamento umano delle popolazioni locali ad opera dei Longobardi invasori. Del resto lo si trova anche nel racconto di Paolo Diacono (Historia Langobardorum 2, 12: Alboin cum ad fluvium Plabem venisset, ibi ei Felix episcopus Tarvisianae ecclesiae occurrit. Cui rex, ut erat largissimus, omnes suae ecclesiae facultates postulanti concessit et per suum pracmaticum postulata firmavit).
272Antichissima città con memorie paleovenete, alle soglie delle Prealpi bellunesi. Nel 1866 fu unita alla città di Serravalle dando luogo al toponimo di Vittorio Veneto.
273Duplavilis/Duplavenis è l’attuale Valdobbiadene a nord di Treviso e centro importante delle Prealpi trevisane. Il toponimo è legato con tutta evidenza al fiume Piave (Plabes/ Plavis).
274Ordo nepotum, la discendenza dei nipoti. Rendo in questo modo per cercare di restituire l’affetto, la commozione della pagina venanziana da cui traspare anche tanta nostalgia. E questo pone un problema caro ai biografi del poeta di Valdobbiadene: perché egli non è mai tornato nella sua terra? Le difficoltà politiche e sociali non bastano certo a spiegare. Forse, come si è detto (nota 214) il suo disagio ideologico era profondo e inguaribile. È possibile che si fosse radicata in lui la volontà di una “opzione franca”, nel tentativo di trovare presso la cultura di approdo (la cultura dei Franchi, appunto) una spiritualità certo diversa dalla sua cultura ma legata ai valori tradizionali. Comunque l’ordo nepotum rimanda a identica espressione del carme VII, 9. In esso, nel nono anno dal suo arrivo in Gallia, egli si rivolge a Lupo, potentissimo duca d’Austrasia e suo protettore, con toni di grande nostalgia. Gli dice che le sue affettuose lettere hanno preso il posto della corrispondenza che mai ha ricevuto dalla sua famiglia, mai ha ricevuto dalla sua patria. (vv.7-14: Exul ab Italia nono, puto, volvor in anno/ litoris Oceani contiguante salo./Tempora tot fugiunt et adhuc per scripta parentum/ nullus ab exclusis me recreavit apex./ Quod pater ac genetrix, frater, soror, ordo nepotum,/ quod poterat regio, solvis amore pio./ Pagina blanda tuo sub nomine missa benigno/nectarei fontis me renovavit aquis).
275Santa Giustina da Padova, martirizzata forse nel 304 sotto Diocleziano. Il suo culto è largamente diffuso nel padovano; si festeggia l’8 ottobre, in altre località il 7.
276Il vescovo Giovanni è personaggio di difficile identificazione (potrebbe essere il Giovanni che depone le reliquie nella nuova basilica di sant’Andrea di cui ci parla Venanzio in Carmina 1, 2, 25).
277È il Retrone che confluisce da destra nel Bacchiglione, a sua volta affluente del Brenta.
278Ecco i tre grandi santi ravennati. Vitale, secondo la leggenda martirizzato sotto Nerone, è patrono di Ravenna ma è in effetti martire bolognese. Fortunato credeva forse che il suo corpo, come quello di Ursicino (martirizzato assieme a lui, come ricorda Venanzio), si trovasse a Ravenna. Ambrogio, che ne aveva rinvenuto le spoglie mortali nel 393, lo fece seppellire invece a Bologna. La basilica che porta il suo nome fu consacrata nel 547 da Massimiano. Conteneva anche un altare, oggi disperso, dedicato a Ursicino il quale viene festeggiato il 19 giugno e anche, in altre località, il 5 settembre. Apollinare fu il primo vescovo di Ravenna, l’unico martire davvero originario di Ravenna tra i tre citati. La basilica di cui parla qui Venanzio non può che essere sant’Apollinare in Classe, consacrata il 9 maggio 549, dove fu sepolto il santo.
279È la tuttora esistente chiesa dei ss. Giovanni e Paolo in Ravenna (tra via Cura e via Massimo d’Azeglio). È stata profondamente ristrutturata nel Seicento e solo il campanile rivela elementi più antichi (forse IX secolo). Nella sua lunga storia ha avuto anche una inversione tra ingresso principale e altare maggiore. Ovviamente della nicchia di cui parla Venanzio non è più traccia. Il culto di Martino è però attestato da una grande pala settecentesca (?) che si trova su un altare laterale (a destra rispetto all’attuale altar maggiore). Martino vi è ritratto in abiti vescovili accanto a san Rocco. C’è un particolare curioso: la persona che ha in cura la chiesa (l’edificio apre solo su richiesta) racconta della leggenda di un tale che lì, nella notte dei tempi, sarebbe stato guarito da una malattia agli occhi. Nella leggenda il personaggio è nominato come il Veneziano: il nostro Venanzio?
280Anplectenda…pictura: ovviamente è il personaggio raffigurato che fa venir voglia di allungare le braccia.
281Di cui nulla sappiamo tranne quello che ci dice Venanzio stesso in questo contesto: Felice e i figli del vescovo Giovanni.

 


 

 

CRONOLOGIA E OPERE

DI FORTUNATO VENANZIO

(Venantius Honorius Clementianus Fortunatus)

 anno

evento

535 ca

Nasce a Duplavenis, l’attuale Valdobbiadene in provincia di Treviso. Valdobbiadene viene da Vallis Duplavis/ Vallis Dupladinis con etimo legato al fiume Piave (Plavis/Plabes); Duplavenis si trova anche in altre grafie: Duplavine, Duplavilis, Duplabilis. Pare che la casa di Venanzio si trovasse nell’attuale frazione di Martignago. Della sua terra e della sua gente dà notizia lo stesso Fortunato nel IV libro della Vita di san Martino, quando, indicando al suo poema la strada da percorrere per raggiungere Ravenna gli dice di passare per Valdobbiadene: “Avanza attraverso Ceneda e vai a visitare i miei amici di Duplavilis: è la terra dove sono nato, la terra del mio sangue e dei miei genitori. Qui c’è l’origine della mia stirpe, ci sono mio fratello e mia sorella, tutti i miei nipoti che nel mio cuore io amo di un amore fedele. Valli a salutare, ancora ti chiedo, anche se di fretta”. Era di antica e nobile famiglia romana, ebbe sicuramente un fratello e una sorella di nome Tiziana (la cita lui stesso scrivendo alla badessa Agnese; può essere, dunque, che suo padre si chiamasse Titio o Tiziano) e molti nipoti.

557 ca

Si reca ad Aquileia probabilmente per studiare. I primi studi li ha fatti probabilmente nel Trevigiano (forse proprio a Treviso, forse ad Asolo, forse ad Oderzo). Il vescovo di Aquileia, Paolino forse gli propone di prendere i voti sacerdotali (stando ad una testimonianza che lo stesso Venanzio ci offre nella Vita di san Martino), ma egli rifiuta.

560 ca

Si trasferisce a Ravenna dove studia grammatica, retorica, poetica (e forse anche giurisprudenza), secondo le notizie che ci dà Paolo Diacono. È affetto da una grave malattia agli occhi (forse un glaucoma) come il suo amico Felice, il futuro vescovo di Treviso che fermerà Alboino e i Longobardi sul Piave. Venanzio e Felice si ungono gli occhi con l’olio della lampada che brucia nella cripta dedicata a san Martino nella chiesa di santi Giovanni e Paolo e guariscono.

565

Nell’autunno Venanzio lascia Ravenna e si reca in Gallia, per sciogliere il voto di pregare sulla tomba di Martino a Tours (testimonianza di Paolo Diacono). È probabile che egli abbia compiuto quel viaggio che, a ritroso, descrive proprio nella parte finale del IV libro della Vita di san Martino.

566

È a Metz dove si celebrano le nozze (Venanzio compone un epitalamio) tra Sigiberto, re d’Austrasia, e Brunechilde, figlia del re Visigoto di Spagna, Atanagildo. Nello stesso anno è a Parigi dove conosce il vescovo Germano.

567

Durante l’inverno di quest’anno (forse nei primi mesi del successivo. Dunque più di due anni dopo la sua partenza!) raggiunge Tours. Dedica un carme al vescovo Eufronio (nipote di san Gregorio, vescovo di Langres)che ci permette di datare l’arrivo. Si allontana dalla città.

568

Ritorna a Tours diventando intimo del nuovo vescovo, Gregorio. Si muove in continuazione. Le tappe del suo viaggio sono Poitiers, Tolosa, forse la Spagna, Saintes, ancora Poitiers dove conosce Radegonda (520-587). Radegonda, già moglie del crudele Clotario I, era stata consacrata da Medardo, vescovo di Noyon, e aveva fondato a Saix, vicino a Poitiers, un monastero in cui si era ritirata. Questo periodo appare caratterizzato da una grande inquietudine. Venanzio, che non tornerà mai a Valdobbiadene, è impaurito dalla situazione politica di grande instabilità di cui sono vittima le sue terre (Bizantini sconfitti a più riprese e costretti a ritirarsi lasciando il posto ai nuovi occupatori, i Longobardi). Tuttavia appare anche dominato dalla voglia di far conoscere la sua opera letteraria e di trovare un suo preciso ruolo. Nel monastero di Saix, Venanzio, che non ha ancora preso i voti, svolge il lavoro di economo.

575

Nell’estate scrive la Vita di san Martino.

574-579

In questo periodo si colloca l’ordinazione sacerdotale di Venanzio.

587

Il 13 agosto muore Radegonda. Venanzio resta nel monastero, diretto fin dalla sua fondazione da Agnese, allieva e amica di Radegonda, come direttore spirituale ed elemosiniere.

592-593

Muore il vescovo di Poitiers, Platone, e Venanzio viene designato a suo successore. È consacrato dall’amico Gregorio, vescovo di Tours.

603

Il 14 dicembre Venanzio muore.

 

Oltre al poema dedicato alla vita di san Martino, Venanzio ha composto un altro poema (De excidio Thuringiae) sulla fine della casa reale di Turingia sottomessa dai Franchi (530). Il grosso della sua composizione è compresa negli 11 libri di Carmina Miscellanea (di cui fanno parte anche i famosi Pange, lingua e Vexilla regis prodeunt composti attorno al 569 quando Radegonda si fece inviare a Poitiers dall’imperatore Giustino II le reliquie della Croce). La Vita di san Martino è l’unica vita scritta in versi. Ne ha scritto altre sei, tutte in prosa. Sono le vite di sant’Ilario vescovo di Poitiers, san Germano vescovo di Parigi, sant’Albino vescovo di Angers, san Paterno vescovo di Avranches, santa Radegonda, san Marcello vescovo di Parigi. Qualcuno gli ha attribuito anche la vita di Amanzio vescovo di Rodez, la vita di Remigio vescovo di Reims, la vita di san Medardo vescovo di Noyon, la vita di Leobino vescovo di Chartres, la vita di san Maurilio vescovo di Angers, una passio dei martiri Dionigi (saint Denis), Rustico, ed Eleuterio.



 

CRONOLOGIA DI SAN MARTINO

anno

Evento

315 o 316 o 317 Nasce a Sabaria (odierna Szombathely) città della Pannonia (Ungheria). Il padre militare lo chiama Martino, cioè “piccolo Marte”.
Infanzia  Ancora bambino raggiunge Pavia dove il padre viene trasferito e lì viene allevato.
Attorno ai suoi 10 anni Conosce il cristianesimo ed entra a far parte del gruppo di catecumeni di Pavia.
Ai suoi 15 anni Presta giuramento militare fortemente voluto e forzato dal padre che non condivideva il disprezzo per la vita militare ostentato dal figlio.
338 ca ai suoi 17 anni Inizia il servizio militare. A questo periodo si assegna il famoso episodio del mantello diviso col povero ad Amiens.
339 Riceve il battesimo mentre è di guarnigione ad Amiens.
Fino al 354 Presta servizio militare come ufficiale nel corpo scelto della guardia imperiale (alae scolares). Questo servizio renderà difficile la sua ammissione nel clero, molto osteggiata nel caso di battezzati che avevano continuato a prestare il servizio militare dopo aver ricevuto il sacramento.
354 Si congeda, durante la campagna militare condotta dall’imperatore Costanzo contro gli Alamanni. Nella decisiva battaglia, combattuta a Rauracum (presso Basilea), egli rifiuta il tradizionale donativum offerto dall’imperatore e per punizione viene schierato in prima linea perché sia il primo a morire. Egli si presenta disarmato, dopo una notte passata in catene: avviene il prodigio dei nemici che mandano emissari per chiedere pace.
Dopo il 354 Dopo il congedo si reca a Poitiers, presso Ilario eletto vescovo di quella città tra il 350 e il 355. I due stringono amicizia fino a quando, sollecitato da un sogno, Martino decide di partire per la Pannonia per convertire i suoi genitori. Attraversa  le Alpi (converte una banda di ladroni), passa per Milano, raggiunge la Pannonia. Converte la madre ma non il padre. Torna a Milano. Perseguitato, si ritira a Gallinaria, un’isola della costa ligure.
360 Cerca di raggiungere a Roma Ilario che era stato esiliato in Frigia, ma questi aveva già lasciato la città. L’incontro avviene a Poitiers e qui Martino viene ordinato prima diacono e poi prete. Martino si ritira in una casa di Ilario a non molte miglia da Poitiers, a Ligugé, e la trasforma in un monastero. Si tratta del più antico monastero cristiano d’Europa. Opera i primi miracoli: guarisce lebbrosi, caccia demoni, risana infermi.
371 Muore Liborio vescovo di Tours e Martino viene eletto al suo posto. L’episcopato durerà 26 anni. Cura le visite pastorali e la formazione del clero. Crea il monastero di Marmoutier, vicino a Tours, dove si pratica vita ascetica. Da Marmoutier e da Tours parte l’azione evangelizzatrice di Martino, fiero oppositore delle eresie, ma anche di soprusi e ingiustizie.
384/385 A Bordeaux si tiene un concilio per istruire il processo contro il teologo spagnolo Priscilliano e i suoi discepoli accusati di eresia. Viene deposto il vescovo Idace che era dalla parte di Priscilliano. Anche Martino prende le difese di Priscilliano e tra il 384 e il 385 è due volte a Treviri ottenendo, la prima volta, dall’imperatore Massenzio che Priscilliano e i suoi non siano condannati a morte. Ma Priscilliano viene giustiziato con sei suoi discepoli, sotto l’accusa di maleficium (magia a scopi delittuosi).
394 Si celebra un sinodo a Nîmes cui Martino si rifiuta di presenziare, probabilmente in polemica con i 21 vescovi che vi aderiscono dopo i fatti che avevano portato alla condanna di Priscilliano.
8 nov. 397 Martino ha superato gli 80 anni. Una mattina, tra autunno e inverno, si reca nella parrocchia rurale di Condate (oggi Candes). Durante la visita pastorale si sente male, capisce di essere allo stremo delle forze e muore.
11 nov. 397 Il suo corpo viene ricondotto navigando sulla Loira fino a Tours dove l’11 novembre viene celebrato il suo funerale con immenso concorso di folla.

 


 

                                                                 CRONOLOGIA DEL IV SECOLO

data

fatti politici

altri eventi*

300

 

In Egitto sant’Antonio abate si ritira nel deserto, primo modello (presto diffuso in Oriente -Siria e Palestina- poi in Occidente) di eremita o anacoreta.

301

270°

olimp.

Diocleziano (imperatore dal 284; la riforma istituzionale che prevede una tetrarchia a capo dell’impero è operante dal 293) promuove, per arginare la fuga da attività poco remunerative, una legislazione che vincola i figli a fare lo stesso mestiere dei padri. Nasce da qui l’istituto medievale della servitù della gleba.

 

302

Diocleziano giunge per la prima volta a Roma.

 

303

In coincidenza col ventennale della salita al trono di Diocleziano inizia una violenta persecuzione dei cristiani soprattutto in Oriente.

Nasce in Africa la setta dei donatisti che negano l’efficacia dei sacramenti amministrati da sacerdoti indegni.

305

271°

olimp.

Diocleziano decide di abdicare (Milano) imponendo lo stesso atto anche all’altro Augusto, Massimiano (Nicomedia). Assumono il titolo di Augusto i Cesari Galerio e Costanzo Cloro. Sono nominati nuovi Cesari Flavio Severo e Massimino Daia.

Arnobio completa i sette libri dell’Adversus Nationes (centrale nel cristianesimo è la fede, viene svalutata la ragione umana).

306

Durante una campagna militare in Britannia muore l’Augusto Costanzo Cloro. Gli succede il Cesare Flavio Severo mentre al posto di questo viene scelto il figlio di Costanzo Cloro, Costantino. In Roma, tuttavia, è acclamato Augusto Massenzio, figlio di Massimiano. Alla reazione di Severo scende in campo lo stesso Massimiano col titolo di Senior Augustus.

·        Il nuovo Cesare Costantino concede libertà di culto ai Cristiani.

·        In Spagna il sinodo di Elvira condanna la venerazione delle immagini.

307

·        L’Augusto Flavio Severo inizia un’offensiva contro Massimiano e Massenzio, ma, tradito dai suoi soldati, si rifugia a Ravenna dove viene catturato, deposto e messo a morte.

·        Il Cesare Costantino estende il suo potere politico dalla Britannia alla Gallia. Ottiene di essere proclamato Augusto, riconosce lo stesso titolo a Massenzio. Ripudia la prima moglie Minervina e sposa Flavia Massima Fausta (figlia di Massimiano e sorella di Massenzio).

·        Nascono dissensi tra Massenzio e il padre Massimiano che cerca di allearsi con Costantino.

 

308

A Carnunto (Pannonia) si tiene un convegno cui partecipano l’Augusto Galerio, i due ex Augusti Diocleziano e Massimiano per porre un freno all’anarchia. Diocleziano rifiuta l’offerta di tornare in carica. Costantino e Massimino Daia vengono equiparati col titolo di Cesare. Viene proclamato Augusto per l’Occidente Licinio, in sostituzione del defunto Severo.

Marcello, romano, viene eletto vescovo di Roma, succedendo a Marcellino (vescovo dal 296 al 304).

309

272°

olimp.

Si aggravano i contrasti tra Massenzio e Massimiano che si rifugia in Gallia, presso Costantino.

Eusebio, greco, viene eletto vescovo di Roma.

310

·        Il Cesare Massimino Daia si ribella alle decisioni di Carnunto e si fa proclamare Augusto dalle sue legioni.

·        L’Augusto Massimiano, accusato di cospirare contro Costantino, è assediato a Marsiglia e ucciso.

 

311

·        L’Augusto Galerio muore a Tessalonica, dopo aver emanato un editto, sottoscritto anche da Licinio e Costantino, che sospende le persecuzioni contro i cristiani. Restano così due imperatori in Occidente (Massenzio e Costantino) e due in Oriente (Massimino Daia e Licinio).

·        In Africa l’esercito inviato dall’Augusto Massenzio sconfigge e uccide il vicario Lucio Domizio Alessandro che nel 308 si era proclamato imperatore.

·        È martirizzato il greco Metodio prima seguace e poi avversario di Origene del quale (De resurrectione) critica la teoria della preesistenza delle anime.

·        Milziade/Melchiade, africano, viene eletto vescovo di Roma.

312

·        L’Augusto Costantino intraprende la campagna militare contro l’Augusto Massenzio e lo sconfigge a Susa, Torino, Verona e Roma (battaglia di Ponte Milvio o di Saxa Rubra).

·         Massenzio in fuga annega nel Tevere.

·        Costantino abolisce il corpo dei pretoriani. Estende a tutto l’impero l’editto che prevede di stabilire l’ammontare delle imposte ogni 15 anni (si inaugura il computo del tempo per periodi quindicennali detti “indizioni” che rimarrà in uso anche durante tutto il Medioevo). Costantino attua una riforma monetaria basata sulla introduzione del solidus aureus.

In Africa scoppia lo scisma donatista. 70 vescovi numidi eleggono Maggiorino vescovo di Cartagine al posto di Ceciliano da loro non voluto. In seguito prende la guida del movimento Donato che succederà a Maggiorino.

313

273°

olimp.

·        In un convegno a Milano gli Augusti Costantino e Licinio si spartiscono l’impero (rispettivamente Occidente e Oriente). Licinio sposa Flavia Giusta Costanza, sorellastra di Costantino.

·        I due Augusti proclamano il famoso editto di Milano (probabilmente su iniziativa di Licinio solo approvata da Costantino) che concede libertà di culto ai cristiani.

·        Massimino Daia entra in Tracia per attaccare Licinio, approfittando di una assenza di questi, ma viene sconfitto a Tzirallum, presso Adrianopoli. Massimino si suicida.

·        Muore a Spalato l’ex Augusto Diocleziano Giovio.

·        Si tiene un concilio a Roma con i vescovi di Gallia e Italia che condanna i donatisti.

·        Eusebio diventa vescovo di Cesarea. La sua Cronaca sarà testo fondamentale per tutto il Medioevo.

·        Si sviluppa col canto dei Salmi, il canto liturgico cui partecipa tutta la comunità.

314

·        All’Augusto Costantino è conferito il titolo di Sarmatico.

·        L’Augusto Licinio apre le ostilità contro l’Augusto Costantino. Costantino riporta una vittoria a Cibalae, in Pannonia. Dopo una nuova battaglia in Tracia, viene firmato un accordo secondo cui Licinio cede Pannonia, Illirico, Macedonia e Grecia.

·        Silvestro I, romano, viene eletto vescovo di Roma.

·        Il sinodo di Arelate (odierna Arles), convocato da Costantino, condanna di nuovo i donatisti e sancisce la validità del battesimo anche se amministrato da eretici.

315

All’Augusto Costantino è conferito il titolo di Gallico e di Magno.

·        A Roma, nel decennale dell’impero di Costantino, è consacrato l’arco a lui dedicato vicino al Colosseo.

·        In Pannonia nasce Martino (secondo altri nel 316 o nel 317).

317

274°

olimp.

Sono nominati Cesari Crispo e Costantino II, figli di Costantino assieme a Liciniano, figliastro di Licinio. Costantino affida a Crispo il governo della Gallia. Crispo sconfiggerà a più riprese i Franchi (320) e gli Alamanni (322-323).

Si converte al cristianesimo lo scrittore Cecilio Firmiano Lattanzio cui Costantino, a Treviri, affida l’educazione del figlio Crispo.

318

È l’anno di quella che la tradizione ha battezzato come “Donazione di Costantino”: si tratterebbe di un editto dell’Augusto Costantino con cui si concedono prerogative giurisdizionali ai vescovi cattolici e il diritto di ricevere beni in eredità da parte delle chiese.

Il sinodo di Alessandria condanna l’eresia ariana che comincia a diffondersi in questo anno (negazione della natura divina del Cristo).

319

Si aggrava la contrapposizione tra i due Augusti, Costantino e Licinio anche perché quest’ultimo attua, soprattutto in Egitto, una politica restrittiva nei confronti dei cristiani.

 

320

 

Eusebio di Cesarea teorizza la distinzione tra precetti validi per tutti i cristiani e i consigli liberamente accettati da chi ricerca la perfezione, base dell’ascesi monacale.

321

275°

olimp.

L’Augusto Costantino istituisce per legge il riposo domenicale.

 

323

L’Augusto Costantino interviene in Tracia per respingere una invasione dei Goti e l’Augusto Licinio lo accusa di interferenza.

 

324

·        Scoppia l’ostilità tra i due Augusti, Costantino e Licinio. Questi viene sconfitto ad Adrianopoli e Crisopoli. Licinio (la cui flotta è sconfitta dal Cesare Crispo) viene catturato, imprigionato a Tessalonica e messo a morte. Costantino eleva al grado di Cesare il figlio Costanzo II.

·        Costantino dà inizio ai lavori per la costruzione di una nuova capitale dell’impero a Bisanzio.

·        È di quest’anno la edizione definitiva della Storia Ecclesiatica di Eusebio di Cesarea che è un documento fondamentale per la storia della Chiesa dei primi secoli.

·        Inizia in Roma la costruzione della basilica di san Pietro.

325

276°

olimp.

L’Augusto Costantino convoca il concilio di Nicea cui partecipano prevalentemente vescovi orientali. Ne esce sconfitta la minoranza ariana capeggiata da Eusebio di Nicomedia.

Emerge a Nicea la figura di Atanasio, futuro vescovo di Alessandria, autore delle Orationes contra Arianos.

326

L’Augusto Costantino manda a morte sua moglie l’Augusta Fausta e il figlio primogenito Crispo, forse in seguito alla repressione di una congiura.

A Roma il vescovo Silvestro consacra la basilica di san Pietro, anche se i lavori sono ben lungi dall’essere conclusi (349).

327

La madre di Costantino, Elena, compie un viaggio a Gerusalemme dove promuove la costruzione di diversi edifici, tra cui la basilica del Santo Sepolcro. Comincia la storia millenaria dei pellegrinaggi in Terra Santa. La leggenda attribuisce ad Elena l’invenzione della Croce.

 

330

Con grandi cerimonie viene consacrata sui luoghi dell’antica Bisanzio la nuova capitale, Costantinopoli. Si introduce un preciso cerimoniale basato su una rigida classificazione delle cariche pubbliche. Tra l’altro viene introdotto il titolo di conte (comes) che soppianta quello di prefetto, preside ecc. ponendo le premesse per lo sviluppo del feudalesimo medievale.

Per la prima volta il 25 dicembre, giorno del natale del Sole viene celebrato come festa cristiana (natale di Cristo).

333

278°

olimp.

L’Augusto Costantino eleva al grado di Cesare il figlio decenne Costante.

A Betlemme viene consacrata la basilica della Natività.

334

Popolazioni sarmatiche, spinte alle spalle dai Mongoli, penetrano nell’impero romano e si stanziano nella Tracia.

 

335

·        L’Augusto Costantino nomina Cesare Dalmazio II (figlio del fratellastro Dalmazio).

·        Costantino affida a quattro Cesari le prefetture dell’impero: al figlio Costantino II la prefettura occidentale (Gallie, Britannia, Spagna); al figlio Costante la centrale (Italia, Rezia, Africa, parte dell’Illirico); al figlio Costanzo II l’orientale (Anatolia, Siria, Egitto, Libia); a Dalmazio II Tracia, Macedonia e Acaia.

In Egitto, Atanasio, vescovo di Alessandria, oppositore degli ariani, viene sconfessato dal sinodo di Tiro e poi esiliato da Costantino che si avvicina alle posizioni ariane.

336

 

·        Marco, romano, viene eletto vescovo di Roma.

·        Si tiene un concilio donatista a Cartagine cui partecipano 300 vescovi.

337

279°

olimp.

·        L’Augusto Costantino si prepara a combattere il re di Persia Sapore II intenzionato a riconquistare le terre toltegli da Diocleziano, ma muore a Nicomedia e viene battezzato dal vescovo Ariano Eusebio.

·        Viene eliminato il Cesare Dalmazio II e sono proclamati successori i 3 figli Costantino II (Spagna, Gallie e Britannia), Costante (Italia, Illirico, Africa), Costanzo II (Asia, Siria, Egitto).

Giulio I, romano, viene eletto vescovo di Roma.

338

In Oriente l’Augusto Costanzo II deve fronteggiare l’offensiva persiana che durerà fino al 363.

 

340

L’Augusto Costantino II viene a conflitto con il fratello Costante, tenta di invadere l’Italia ma viene sconfitto ed ucciso ad Aquileia. Rimangono due soli Augusti, Costante in Occidente, Costanzo II in Oriente.

 

341

280°

olimp.

In Oriente l’Augusto Costanzo proibisce i sacrifici agli dei pagani.

Nei Balcani inizia l’attività di Wulfila, vescovo che porterà i Visigoti al cristianesimo.

342

L’Augusto Costante argina un’invasione dei Franchi in Gallia e firma con loro una pace di compromesso.

Macedonio (fautore di una eresia vicina all’arianesimo: lo Spirito Santo è una creatura del Verbo) è eletto patriarca di Costantinopoli, contro l’opposizione degli ortodossi che vorrebbero vescovo Paolino.

343

L’Augusto Costante argina l’invasione di Pitti e Scotti in Britannia, ma deve consentire un loro parziale insediamento sul territorio romano.

Si tiene un concilio a Sardica (odierna Sofia) per dirimere le controversie tra Occidente ortodosso e Oriente ariano. Si confermano i deliberati di Nicea e si attribuisce al vescovo di Roma il potere giudiziario (a lui si può appellare un vescovo deposto). I vescovi orientali riuniti a Filippopoli non accettano l’ingerenza.

348

L’Augusto Costanzo II è sconfitto a Singara da Sapore II.

 

350

·        In Gallia Flavio Popilio, generale romano di stirpe franca, si proclama imperatore, cattura e uccide Costante. In Italia si proclama imperatore Flavio Popilio Nepoziano, figlio di un cognato di Costantino. In Pannonia si proclama imperatore Vetranione. Il primo viene eliminato da Magnenzio, il secondo è messo da parte da Costanzo II.

·        Il re sasanide Sapore II, preoccupato per una possibile invasione degli Unni, stipula una pace di compromesso con Costanzo II, a sua volta desideroso di rivolgersi contro l’usurpatore Magnenzio.

Intorno a questa data si possono collocare i commenti a Virgilio e Terenzio di Elio Donato, il commento a Virgilio di Claudio Donato, il commento a Virgilio di Mario Onorato Servio.

 

351

·        Costanzo II, dovendo recarsi in Occidente per combattere Magnenzio, crea Cesare il cugino Flavio Gallo che fa sposare alla sorella Costanza.

·        Costanzo II sconfigge quindi Magnenzio a Mursa (Pannonia).

 

352

Nuova sconfitta di Magnenzio a Ticinum (odierna Pavia).

Liberio, romano, viene eletto vescovo di Roma.

 

353

283°

olimp.

Magnenzio muore suicida, dopo una nuova sconfitta, a Lione. Costanzo II è l’unico Augusto.

 

354

·        Flavio Gallo, cugino di Costanzo II, viene da questi giustiziato sotto l’accusa di congiura.

·        Giuliano, fratello di Gallo, è confinato ad Atene.

 

355

Costanzo II associa al trono il cugino Giuliano e gli dà in sposa sua sorella Elena. Giuliano assume il comando delle legioni delle Gallie che devono fronteggiare una invasione di Franchi e Alamanni.

·        Al concilio di Milano, convocato da Costanzo II, vengono sconfessati Atanasio e la corrente antiariana. Il vescovo di Roma Liberio viene esiliato in Tracia per essersi rifiutato di sottoscrivere la sentenza di condanna di Atanasio e sostituito dall’antipapa Felice II, elevato dall’arcidiaconato di Roma allo scranno papale. La contrarietà del clero costringerà Costanzo II a liberare Liberio nel 357.

·        Muore il vescovo Donato di Case Nere, esponente della corrente scismatica africana che da lui prende nome.

356

Il Cesare Giuliano intraprende una campagna vittoriosa contro Franchi e Alamanni liberando Reims e Colonia.

 

357

284°

olimp.

Il Cesare Giuliano sconfigge gli Alamanni a Strasburgo e poi li insegue oltre il Reno, catturando il loro re Cnodomaro e imponendo una pace che regala pace e sviluppo economico alle Gallie.

 

358

 

Gaio Mario Vittorino, africano e insegnante di retorica a Roma, comincia a comporre l’Adversus Arium, prima compiuta sistemazione del dogma trinitario.

359

·        Costanzo II convoca il concilio di Rimini e di Seleucia per favorire la corrente ariana.

·        In Siria Sapore II riprende le ostilità contro Roma.

 

360

Il Cesare Giuliano viene proclamato Augusto a Parigi, dalle legioni delle Gallie che si rifiutano di essere trasferite in Oriente nel quadro della campagna contro i Persiani.

 

361

285°

olimp.

Giuliano si mette in marcia verso Costantinopoli alla testa delle sue legioni mentre muore Costanzo II. Il nuovo imperatore non ha più avversari. I suoi provvedimenti favoriscono la barbarizzazione dell’impero (elementi germanici nell’esercito e gruppi etnici stanziati entro i confini).

Apollinare viene eletto vescovo di Laodicea: è eresiarca di una dottrina opposta all’arianesimo e nega la natura umana del Cristo.

362

Unico Augusto viene riconfermato Giuliano cui sarà attribuito l’epiteto di Apostata per la sua volontà di restaurare il paganesimo.

 

363

Muore Giuliano l’Apostata sotto le mura di Ctesifonte, mentre sta combattendo contro Sapore II. Viene proclamato suo successore l’ufficiale Gioviano che conclude una pace di compromesso con Sapore II.

 

364

·        Muore l’Augusto Gioviano mentre sta facendo ritorno a Costantinopoli.

·        A Nicea l’esercito proclama Augusto l’ufficiale Valentiniano I, figlio di Graziano, conte dell’Africa che aveva sposato una nipote di Costantino, Valeria Severa. Valentiniano si associa il fratello Valente cui assegna l’Oriente, riservandosi l’Occidente.

 

365

286°

olimp.

·        Si registrano nuove incursioni degli Alamanni che attraversano il Reno e invadono le Gallie.

·        In Oriente il generale Procopio, imparentato con Giuliano l’Apostata, si proclama Augusto anche con il favore dei Goti.

 

366

L’Augusto Valente sconfigge e fa giustiziare Procopio.

·        Damaso, spagnolo di origine ma forse nato a Roma, viene eletto vescovo di Roma. Riorganizza e riordina cimiteri e catacombe di Roma apponendo sulle tombe dei martiri epigrafi tracciate con i famosi caratteri “damasiani”.

·        C’è anche un altro eletto, Ursino, e lo scisma diventa lotta aperta con un centinaio di morti nello scontro tra le due fazioni attorno alla chiesa di santa Maria Maggiore. Damaso viene incolpato di omicidio e poi assolto (372). Ursino viene mandato in esilio.

367

 

·        Valentiniano I associa al trono di Occidente il figlio novenne, Graziano.

·        Valentiniano I sconfigge gli Alamanni sul Neckar.

Muore Ilario di Poitiers, autore del De Trinitate, fondamentale contributo alla sistemazione dottrinaria del dogma.

369

287°

olimp.

L’Augusto Valente sconfigge i Visigoti stanziati tra Danubio e Dnestr. Ottiene da loro, in cambio della concessione dello status di alleati, l’impegno ad astenersi da ulteriori infiltrazioni.

 

370

Valentiniano I sposa Giustina, vedova di Magnenzio.

Basilio il Grande diventa metropolita di Cesarea in Cappadocia. Elabora le regole del monachesimo greco. Gregorio, suo fratello, viene eletto vescovo di Nissa. Nella sua Oratio Cathechetica magna opera una sistemazione dottrinaria dei principali dogmi della Chiesa. Entrambi sono impegnati nella lotta contro l’arianesimo.

371

 

Martino viene eletto vescovo di Tours.

372

Il conte Teodosio il Vecchio, padre del futuro imperatore, dopo una campagna quadriennale restaura il dominio romano sulla Britannia.

 

373

287°

olimp.

Teodosio il Vecchio sconfigge e manda a morte in Mauretania Firmo che si era proclamato imperatore.

Muore Efrem Siro, dottore della Chiesa e maggior poeta in lingua siriaca, strenuo oppositore dell’arianesimo.

374

·        In Occidente Graziano viene associato dal padre Valentiniano al rango di Augusto e sposa Massima Costanza, figlia di Costanzo II.

·        Teodosio il Giovane, il futuro imperatore, combatte contro i Quadi in Illiria e contro i Visigoti di Atanarico i quali premono contro il limes del Danubio. A loro volta hanno alle spalle gli Unni.

Ambrogio, nativo della Gallia (forse Treviri) viene eletto vescovo di Milano. All’intensa attività politica accompagnerà anche una pregevole attività letteraria e apologetica.

375

·        Valentiniano I combatte contro i Quadi, nell’Illirico ma vi trova la morte, a Bregilio.

·        Graziano è Augusto unico in Occidente e si associa al trono il fratellastro cinquenne Valentiniano II, sotto la tutela della madre Giustina Augusta.

·        Si fa sempre più forte la pressione degli Unni (vittoriosi sugli Ostrogoti di Ermanarico e Vitimero) verso Occidente.

·        Damaso I afferma l’autorità del vescovo di Roma come depositario della linea di successione a Pietro.

·        Il Vescovo dei Goti, Wulfila, traduce nella sua lingua la Bibbia, inventando anche un alfabeto adatto allo scopo.

376

·        Graziano manda a morte Teodosio il Vecchio e suo figlio Teodosio il Giovane si ritira a vita privata in Spagna.

·        La pressione degli Unni divide in due il popolo visigoto: una parte resta a nord del Danubio (con re Atanarico), una parte (con re Fritigerno) si stanzia nella Mesia grazie ad un accordo stretto da Valente e Wulfila.

 

378

I Visigoti di Fritigerno rompono i patti e sconfiggono ad Adrianopoli Valente che resta ucciso.

La morte di Valente è l’ultimo evento narrato dall’ultimo grande storico romano, l’antiocheno Ammiano Marcellino nei suoi Rerum Gestarum libri XXXI (i primi 13 non sono giunti fino a noi).

379

·        Graziano, in funzione antivisigoti, si riconcilia con Teodosio che richiama dalla Spagna e associa all’impero assegnandogli le province orientali.

·        Teodosio raccoglie successi contro Sarmati e Goti.

 

380

Teodosio, Augusto d’Oriente, promulga l’editto di Tessalonica, accettato anche dall’Augusto d’Occidente, Graziano, che proclama il cristianesimo religione ufficiale dell’impero. Combatte gli ariani e, contro di essi, vuole dai cristiani la pronuncia del “Credo” secondo i dettami del concilio di Nicea (il cosiddetto “simbolo niceno-costantinopolitano”).

·        Gregorio di Nazianzo pronuncia le Orazioni teologiche contro gli Ariani.

·        Appaiono ed entrano a far parte della liturgia gli Inni ambrosiani (a dispetto del nome, probabilmente solo quattro sono di Ambrogio).

381

290°

olimp.

Teodosio I convoca a Costantinopoli il II concilio ecumenico che, come il precedente tenutosi e Nicea, condanna l’eresia ariana. Viene redatto definitivamente il “Credo”.

 

382

Muore il re dei Visigoti Fritigerno e Teodosio I concede a quel popolo di stanziarsi nella Pannonia, ma si riserva la nomina dei loro capi.

 A Roma papa Damaso chiama presso di sé Girolamo, il massimo erudito della cristianità latina, per affidargli la revisione del testo latino della Sacra Scrittura (la cosiddetta “vulgata”).

383

·        In Britannia l’ufficiale Magno Massimo si proclama imperatore, sbarca in Gallia e sconfigge presso Parigi Graziano che, a Lione, viene tradito dalle sue truppe, consegnato a Magno Massimo e messo a morte.

·        Teodosio riconosce il titolo di Augusto a Magno Massimo limitatamente a Gallie e Britannia.

·        Il resto dell’Occidente rimane a Valentiniano II, fratello di Graziano.

·        Girolamo comincia l’elaborazione della “vulgata” leggendo intanto il testo greco.

·        Da Cartagine si trasferisce a Roma Aurelio Agostino (il futuro padre della Chiesa) di Tagaste, Algeria. A Cartagine aveva aderito alla setta dei manichei (Mani di Persia definiva Cristo un suo precursore).

384

 

Viene eletto vescovo di Roma Siricio, romano, il primo ad assumere il titolo di papa.

386

 

Agostino si ritira nella villa di Verecondo a Cassiciaco presso Milano, per prepararsi al battesimo che riceverà l’anno seguente.

387

·        Valentiniano II accorda la sua protezione ad un gruppo di ariani stabilitosi a Milano e per questo entra in conflitto con Ambrogio.

·        Nella contesa si inserisce l’Augusto Magno Massimo che scende in Italia, occupa Milano e costringe alla fuga Valentiniano II. Valentiniano II fugge in Oriente da Teodosio il quale ne sposa la sorella, Galla.

A Milano Agostino riceve il battesimo da Ambrogio.

388

L’Augusto Teodosio sconfigge a Siscia, sulla Sava, Magno Massimo il quale ripiega su Aquileia ma qui viene tradito dai suoi soldati che lo consegnano a Teodosio. Magno Massimo viene giustiziato.

Agostino torna in Africa, a Tagaste e compone il De vera religione che si ispira al principio della spiritualità cristiana in interiore homine habitat veritas.

390

Teodosio compie una strage a Tessalonica per porre fine alle risse e ai disordini che nascevano a causa delle contrapposte fazioni sostenitrici delle squadre in gara nel Circo. Ambrogio lo costringe ad un atto di penitenza riparatrice.

A Roma un sinodo di vescovi dichiara eretiche le tesi di Gioviniano che negava la preminenza del celibato sul matrimonio e la verginità di Maria.

391

Teodosio bandisce e vieta ogni culto pagano in Roma.

Girolamo si stabilisce a Betlemme e intraprende la traduzione dall’ebraico dell’Antico Testamento.

392

·        Valentiniano II è ucciso a Vienne sul Rodano.

·        Viene proclamato Augusto Eugenio che cerca di reintrodurre in Occidente culti pagani. Teodosio risponde a Costantinopoli con un nuovo editto contro i culti pagani.

 

393

293° e

ultima

olimp.

 

Agostino intraprende una lunga polemica contro i donatisti che durerà fino al 420 (tra le opere ispirate alla polemica, De unico baptismo).

394

Teodosio si trasferisce da Costantinopoli in Italia, sconfigge Eugenio presso Aquileia e unifica sotto di sé tutto l’impero.

Un editto di Teodosio abolisce i giochi di Olimpia dove viene chiuso il tempio a Zeus.

L’anno viene da taluni considerato la data di fine della civiltà del mondo antico e di inizio del Medioevo.

395

·        Teodosio muore a Milano dopo aver stabilito la successione: al figlio undicenne Onorio l’Occidente sotto la tutela del generale Stilicone; al figlio diciottenne Arcadio l’Oriente con la tutela del prefetto Rufino.

·        Alarico, comandante dei mercenari Visigoti che erano stati al servizio di Teodosio, si inserisce nella contesa sorta tra Stilicone e Rufino per il governo dei Balcani; si fa proclamare re dai suoi soldati e devasta la regione. Rufino viene assassinato forse su istigazione di Stilicone.

·        Onorio e Arcadio proseguono nella politica di lotta ai culti pagani abolendo anche i privilegi dei ministri di quei culti e proibendo l’aruspicina e le magie.

·        Agostino viene nominato vescovo di Ippona.

·        Meropio Ponzio Paolino, vescovo di Nola (nato a Bordeaux) inizia la composizione dei Carmina natalicia pr celbrare la festa di san Felice.

396

I Visigoti di Alarico entrano in Grecia attraverso le Termopili, saccheggiano Delfi e Atene. Arcadio che teme ingerenze di Stilicone, concede loro di insediarsi nell’Epiro.

 

397

Mauro Gildone che governa le truppe d’Africa si ribella all’Augusto d’Occidente Onorio, dichiarandosi fedele all’Augusto d’Oriente Arcadio.

·        Muore Martino, vescovo di Tours.

·        Giovanni Crisostomo viene eletto patriarca di Costantinopoli.

398

·        Mascezil, fratello di Gildone, sconfigge il fratello ribelle e pone fine alla sommossa.

·        L’Augusto Onorio sposa Maria, figlia di Stilicone.

·        Per le nozze compone un Epitalamio il poeta Claudio Claudiano, di Alessandria, la cui opera più famosa è il De bello gothico, poemetto che canta la vittoria di Stilicone sui Goti (Pollenzo, 402).

 

399

 

A Roma è eletto papa Anastasio I, romano, che siederà sul soglio papale fino al 401.

 

*Non si parla ancora di papa ma semplicemente di vescovo di Roma. Solo nel 375 Damaso stabilisce che il vescovo di Roma è depositario della linea di successione a Pietro. Il primo ad assumere il titolo di papa è Siricio, eletto vescovo di Roma nel 384.


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