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La marcia della memoria

La marcia della memoria

(La Vita Del Popolo, 21 settembre 2003)

 

Una trevigiana racconta il suo viaggio con gli alpini sulle tracce del padre disperso in Russia

Khrinovoje è un minuscolo villaggio russo, sperduto nelle piane del bacino del Don, 500 km a sud di Mosca. Per moltissimi anni, prima della Rivoluzione d’ottobre, gli zar vi allevarono i cavalli da esibire nelle loro parate. Oggi, sulle mappe che ricordano l’odissea del corpo d’armata italiano mandato al macello in Russia, tra il 1942 e il 1943, è segnato come Campo di Prigionia 81.

Buttati come bestie (e trattati peggio, senza cibo ed acqua per giorni e giorni) nelle stesse stalle dei cavalli, devastati dal tifo e dalla dissenteria, bruciati dal freddo vi morirono ventimila prigionieri italiani. Furono 1844 solo tra il febbraio e l’aprile 1943.

I cadaveri erano trascinati all’esterno e caricati su un carro funebre che altro non era se non un’enorme slitta. Venivano ammucchiati alla rinfusa, in attesa che il terreno sgelasse e si potessero gettare in una fossa comune. Tra quei morti anche un trevigiano, il maggiore Aldo Desidera, classe 1895, divisione Cuneense, già combattente durante la Prima guerra mondiale e mandato in Russia nel 1942, dopo aver fatto la campagna di Albania.

Il viaggio dei ricordi
Per vedere con i suoi occhi le stesse immagini che, prima di morire, per mesi e mesi aveva visto suo padre, si è recata in quei luoghi la figlia di Aldo Desidera, Bruna. “Anche se – dice -, ho il rimpianto di non essere stata a Khrinovoje perché il programma non prevedeva questa tappa. Eppure era lì, a 150 chilometri, con la fossa comune in cui certo riposano anche i resti di mio padre. Quando siamo stati ad Opyt, lì vicino, ho un po’ invidiato una signora veronese il cui fratello è morto allora. Proprio dall’infermeria di Opyt era arrivata la sua ultima lettera. E quell’infermeria esiste ancora, addirittura in soffitta sono tuttora ammonticchiate le barelle, una emozione struggente”.
Occasione di questo viaggio nel ricordo e nel dolore è stata la Marcia della memoria promossa dall’Ana di Verona, a metà agosto: gli alpini veronesi hanno riproposto, a 60 anni dalla ritirata di Nikolajewka, i 207 chilometri che separano questo luogo, in cui si è consumata l’immane tragedia di tanti nostri ragazzi, dal Don.
Vi hanno partecipato anche, tra le altre, una delegazione di Breda di Piave e una di Mogliano (ben 26 sono stati i moglianesi dispersi nella campagna di Russia); una ragazza di Rossano Veneto ha marciato nel ricordo del nonno, che è uno dei sopravvissuti ed è scomparso tre anni fa. Si chiama Michela Guarise, ha 23 anni e fa l’arbitro di calcio. Ha detto che, mentre marciava, avvertiva di compiere una cosa importante, pensando alle sofferenze del nonno, ma anche alla insensibilità davanti agli ideali e ai valori di tanti suoi coetanei.

Spirito da “alpini”
250 i partecipanti, arrivati in aereo fino a Mosca e poi portati a Rossosch da un viaggio in treno di 14 ore. “I disagi non sono certo mancati – dice Bruna Desidera -, senza spirito di adattamento non si vivono bene certe situazioni. Questa non è di sicuro la Russia turistica, la povertà è evidente e si ha la sensazione che, dal punto di vista economico, qui non si siano fatti molti progressi rispetto alla realtà che hanno trovato i nostri ragazzi 60 anni fa. Beni di consumo non esistono e si intuisce la fame: da ogni parte sbucavano ragazzini che non chiedevano soldi, ma solo che mettessimo un po’ di cibo nelle loro borse. Abbiamo dato tutto quello che potevamo”. A Rossosch gli alpini sono ben visti, amati anzi. Proprio qui, 10 anni fa, hanno costruito un bell’asilo e ogni anno tornano a farne la manutenzione.
Non tutti, tra i 250 partecipanti, hanno marciato, naturalmente, ma solo una metà. Molto suggestivo è stato l’incontro, avvenuto a Garbusowo, tra i marciatori e nonmarciatori. Un abbracciarsi e un commuoversi.
“Ci sono stati momenti indimenticabili – racconta Bruna Desidera -. A Nikolajewka abbiamo ascoltato messa vicino alle fosse comuni dove sono stati gettati a migliaia italiani, tedeschi, ungheresi. L’altare era formato dai nostri zaini ammucchiati. Ad un certo punto è scoppiato un temporale terribile. Non ci siamo spaventati e abbiamo continuato, fradici come eravamo. A me pareva che quell’acqua fosse un segno che il buon Dio ci mandava. Sapeva che eravamo lì a fare qualcosa di sacro e ci benediceva”.
Poi, con Bruna Desidera, una signora molto giovanile con i suoi 70 anni, intelligente e colta, il discorso si sposta inevitabilmente a memorie ormai sbiadite, alle ultime fievoli immagini del padre.
“Mio padre era uno splendido uomo – dice -. Alto, fiero della sua barba e dei suoi baffi, un alpino allegro. Era tornato da poco dall’Albania e, dopo un periodo a Cuneo, nel luglio del 1942 era partito per la campagna di Russia. Con la mamma si era dato appuntamento a Verona. Naturalmente i civili non potevano salire sulla tradotta, ma quella volta, forse perché si intuiva la tragedia incombente, si fecero delle eccezioni. Salii sul treno con mamma Antonietta e i miei tre fratelli. Quel viaggio in tradotta, sui sedili di legno, da Verona a Treviso è l’ultimo ricordo che ho di mio padre. Avevo 9 anni, tutto mi pareva meraviglioso, non mi rendevo conto della cupezza e dell’orrore del momento. Ricordo i cilindri di tela grezza che servivano a contenere l’acqua, appesi negli scompartimenti e poco altro. Mio padre scrisse a casa più volte. Riuscì anche a mandare una carta geografica perché potessimo in qualche modo capire dov’era. Quando cominciò la ritirata lui non fu tra quelli che andarono a cacciarsi in bocca al nemico a Nikolajewka. Gli toccò una trappola forse peggiore, un po’ più a sud, a Voluiki. Lì fu fatto prigioniero probabilmente il 25 o 26 gennaio del ’43. Non sappiamo bene nemmeno quando è morto. Grazie alla testimonianza del cappellano della Cuneense, Guido Maurilio Turla, abbiamo potuto stabilire che morì alla fine di aprile, anche se la comunicazione ufficiale del governo italiano, giuntaci parecchi anni dopo, parla del 4 marzo”.

Emozione
di un incontro
E allora, quali emozioni a “tornare” (in qualche modo di ritorno si tratta) in quei luoghi? Bruna Desidera ha un sorriso. Rivede i panorami desolati delle piane russe, girasoli e grano oppure sterminate lande da coltivare.
“Penso – dice -, ai nostri uomini che si fecero amare dalla gente di quei posti. Durante l’estate del ’42 aiutarono durante il raccolto e qualcuno si dava anche da fare per riparare i motori dei trattori. Ma immagino quei posti anche coperti di neve, battuti dal vento: come era possibile viverci, camminare, orizzontarsi? Mi pare di vederli quei ragazzi. Penso, per contrasto, anche ai ragazzi di oggi che farebbero bene compiere un viaggio da quelle parti. E magari a riflettere cosa vuol dire vivere sotto un regime ed essere mandati a combattere una guerra non voluta, preparata male e affrontata peggio, con attrezzature del tutto inadeguate”.
L’ultima immagine del “diario di viaggio”. Il ricordo di una vecchina che nel 1943 aveva 14 anni. A Voluiki, lei e suo padre raccolsero un italiano ferito e, quando questi morì, lo seppellirono in un boschetto vicino.
Tanti anni dopo, la vecchia russa è uscita dalla sua isba, ha fatto dei cenni agli italiani, li ha portati nel luogo della sepoltura.
Un segno anche questo, piccolo se si vuole, che l’uomo è fatto per la pace e che la guerra è sempre e comunque uno stupido orrore.

G. Domenico Mazzocato

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