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LA FORZA DELLE RADICI

Uno scrittore che non ha una ferita sempre aperta,
per me non è uno scrittore.
Magari preferisce tenerla nascosta, perché è orgoglioso,
perché non vuole farsi compatire; ma deve averla.
(Elias Canetti, Il cuore segreto dell’orologio)

Tratta il mio cuore così / come fosse un barattolo
Lo fa girare qua e là / senza nessuna pietà
(Gianni Meccia, Il barattolo)

laforzadelleradici

Ci eravamo fatti attenti dopo la poesia/preghiera dell’ultima silloge della scrittrice bassanese. I giorni e l’ombra ci offrivano una immagine tormentata, una ricerca di pace nel confidente reclinare il capo dentro ad un consolatorio abbraccio. Colpiva, di quel pregare, la tensione e il desiderio di mettersi in dialogo.
La preghiera, si sa, è per sua natura unidirezionale, cammina da chi la fa a chi ne è il destinatario. Procede in vario modo, ma è a senso unico. La forza di quella preghiera di Silvana Dal Cero era nel chiedere perentoriamente un “ritorno”, una dialettica. Insomma un doppio senso di marcia. Quasi a dire: io chiedo, voglio una risposta. Quel voglio innervava tutto il discorso poetico.
E quel voglio torna in veste nuova (verrebbe da dire: più scintillante, più colorata. O, se si preferisce, meno dimessa) in questa silloge.
Con un procedere che richiama stilemi diversissimi e lontani (dalla lapidaria solitudine degli haiku giapponesi allo stupore pascoliano che legge il magmatico farsi degli eventi naturali) l’autrice si fa onda e indaga.
Un ovunque, un sopra e sotto, un di fianco e di lato. Elenca: tenace ulivo / stella inesplosa / nera civetta / bianca farfalla. Aggettivo e sostantivo, il più semplice dei sintagmi, quello che non ha bisogno di predicato verbale perché si esaurisce già tutto nell’oggetto visto e posseduto. Nella visione, nel fotogramma, nel film. Si sostanzia in quel dentro/fuori che è la corteccia/corpo. Immagine mirabile che fa una cosa unica dell’involucro e del contenuto. In ultima analisi di significato e significante (allampanate immagini/dei miei respiri). 
Sculture a tutto tondo: Non vedo il sentiero / sospeso com’ è il piede / sul caigo denso e bianco (caigo, con l’accento sulla i, è bellissima parola che la lingua veneta mutua direttamente dal latino e vale, ma con molta più forza, nebbia).
Danze fisiche e letterarie insieme: Oscilla la foglia/con lento / ruotato / movimento. / Cadrà come apostrofo posato male / sulla lettera sbagliata / come un accento darà senso nuovo / là dove si posa.
Tic, toc, ore scandite: Nell’orologio di luce / l’ora di fiorire è giunta.
Voglia di andare, di tirar su l’ancora e sciogliere l’ormeggio: gli stessi sogni bussano / al cuore mai ormeggiato. Dove? Da un’altra parte l’autrice suggerisce che sull’isola ci son le fate.
Straniamenti assoluti: L’occhio è rapito / da un papavero rosso. / Si erge sul verde. / Immenso.
Voli e decolli spericolati: Cerca il piede / il punto d’appoggio aperto al cielo / cupola aperta ai sogni / su ali d’aquila.
Eccetera, il catalogo potrebbe continuare. Perché è catalogo ampio, retto da immagini che valgono le colonne di un tempio: sostengono, invitano, rassicurano. Indicano il percorso da seguire, come le navate delle chiese gotiche: il rosone che filtra la luce alle spalle, la scalinata dell’altare davanti. Talora il tempio si fa foresta (Rami su rami chinano il volto / riparano i frutti sempre vivi / di una inesausta primavera).
Che pare immagine bella. Conclusiva, complessiva e paradigmatica. La vita riserva sempre primavere, offre sempre la possibilità di una vita nuova. Uguale e diversa, ad un tempo, dalle forme di vita che c’erano prima.
Contano i filtri, l’intelligenza, lo sguardo e gli sguardi. Dal Cero conosce le stagioni del dolore e della solitudine. La sua forza sta nel far fiorire la solitudine, nel tessere la trama e l’ordito del dialogo. Chi c’era continua ad esserci, a vivere.
Ricetta semplice e tuttavia inimitabile. Perché salgono i ricordi / affiorano / come il bianco ciliegio / dalla nuda terra. Le radici non conoscono ostacoli. A primavera si fanno sempre vive.

Treviso, ultimi giorni di marzo 2017

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