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La bugia intelligente e colta della piccola Atene

La bugia intelligente e colta della piccola

Atene

(fioi.tv di Michele Bornello)


Scrittore, commediografo, editorialista. Un intellettuale che ben si è prestato alle nostre ( mai troppo ) sferzanti domande.
Una visuale di Treviso e della Marca in pieno stile ‘fioi.tv’: pacata e spiazzante, con la compostezza del Dandy… ( D maiuscola… )

Chi sei, dimmi chi sei…

A Treviso ci vivi, ci sei arrivato, o te ne sei partito?
Ci diamo del tu? Se lei consente, io…
Ci sono nato, a due passi da Piazza dei Signori, piassarotto del cao de qua, dei Buranei e di piazzetta Rinaldi. Ci vivo, e non riuscirei a pensarmi scrittore lontano da Treviso. Ci alimento l’anima, insomma.

Scrivi, dipingi, poeti, fotografi, scolpisci, insomma che fai?
Appena detto, faccio lo scrittore. Ma preferisco dire che di mestiere faccio l’intellettuale. Parola oggi impronunciabile, ahimè, e allora correggo: provinciale di campagna, fiero della sua riservatezza e del cono d’ombra in cui vive.

Treviso la ami, la odi, la ami….
Mai sfogliato la margherita. Sono sempre stato per le scelte radicali, di fondo, con intelligenza (e con istinto che dell’intelligenza è la forma pratica). Non amo: è mia e io sono suo. È diverso, mi pare.

Di Treviso mi piace un casino….
Immagino che casino sia un modo per fare il superlativo. Il suo futuro, che spero molto diverso dal suo oggi.

Di Treviso odio una cifra….
Mi scusi, non si è capito?

Una definizione di ‘fioi’ in due parole….
Le centinaia, forse migliaia di allieve e allievi che ho avuto. Tutti fioi e fie miei, nell’anima, nella mente, nel cuore. Sempre. Soprattutto i più distanti, soprattutto quelli che la pensavano diversamente da me, soprattutto quelli che ho bocciato. Ho un affetto immenso per tutti loro.

Botta e risposta

Il lavoro a Treviso?
Ma non lo hanno portato tutto in Romania?

La cultura a Treviso?
Tanta brava gente che ha idee e vive di sfide. Uno dei miei editori, Mazzariol, Marco Goldin, i miei amici librai, Miani, Perazzetta, Finazzi, scrittori come me, qualche buon artista. Ma stiamo ancora cercando che il granello di lievito dia volume e sapore al pane. Da sempre, e soprattutto da quando, ai tempi di Comisso, si è inventato la balla della piccola Atene. La bugia più intelligente e colta che conosca, ma pur sempre bugia.

Treviso ha un’anima, un’identità da difendere?
Guardi: a calcio giocavo col numero 10 sulle spalle, da rugbista giocavo secondo centro: mai saputo cos’è la difesa. Treviso ha una identità da proporre, deve imparare ad aprirsi, sentire la sua storia come ricchezza, sentire le storie altrui (da quelle albanesi a quelle maghrebine) come altra ricchezza.

Se poi lei pensa alle invenzioni come la razza Piave, beh, doveva dirmelo prima che si giocava a chi faceva le battute peggiori.

Treviso ed il dialetto. Lasciaci un tuo pensiero e la tua parola dialettale preferita.
Penso in dialetto, poi traduco in italiano e, casomai vista la mia formazione culturale, in latino.

Il dialetto è la mia maestra delle elementari. Quando buttavo via la matita e urlavo “No son bon”, mi tirava i capelli. Poi ho imparato a dire “Non sono capace” e tutto è andato per il meglio. Il dialetto è mio padre Guido che sosteneva che l’italiano avrei sempre fatto tempo a impararlo. Il dialetto è mio zio Fabio (nella realtà Sandro) il grande affabulatore di cui parlo nel mio ultimo libro di narrativa, Gli Ospiti Notturni. È insomma quello che racconto. È il soldato Vardanega Ugo, protagonista del mio Mato de Guera, è la voce bella e l’anima luminosa di Gigi Mardegan, oggi il più bravo attore in lingua veneta.
La parola preferita. Mi pentirò perché poi me ne verranno in mente mille altre. Dico “paciarea” perché è intraducibile ed è la più straordinaria onomatopea che abbia mai sentito.

Tre grandi intellettuali Trevigiani viventi o del passato
Mi tengo largo, nel tempo e nello spazio, per non ingenerare sospetti. Anche per stare fuori schema rispetto a risposte più convenzionali. Un trevigiano di Fossalunga, Giambattista Marzari, medico insigne e giornalista straordinario, vissuto tra Settecento e Ottocento. Era cento anni avanti: ha lottato contro l’ottusità politica e l’ignoranza diffusa. Ha pagato con esilio, galera e perdita del posto. Poi Carlo Agnoletti, un prete controcorrente di Giavera del Montello, a cavallo tra Ottocento e Novecento: storico di altissimo livello, intelligente, autoironico, liberale, contrario al potere temporale della Chiesa, perennemente in rotta di collisione con le autorità ecclesiastiche locali e soprattutto col vescovo Zinelli. Un caratterino di quelli…

Per terzo Luigi Bailo, trevisano di Treviso. Anche lui prete anticonformista e antiautoritario. Lo conoscono tutti: l’identità culturale di Treviso, senza lui sarebbe altra cosa. Sulla sua scia metterei Eugenio Manzato, fino a pochi mesi fa direttore del museo di Treviso, un grande di cui si sente la mancanza.

Un intellettuale non così grande….
Mi perdoni, non faccio graduatorie. Ne dico un quarto, anzi un quinto, Toni Benetton. Ha letto nel cuore di questo popolo soffiando l’anima dentro la pietra inerte e il ferro incandescente. A suo modo un titano, quasi un dio.

Tu hai scritto che non si scrive per raccontare la propria vita, ma per progettare la propria morte…ce la puoi spiegare?
È una buona citazione. Ho detto davvero così, nel mio ultimo libro. Pensando a due cose. La prima: raccontare è un modo per esorcizzare ed esplorare il momento del grande salto nel buio. Dieci giovani scappano dalla peste che distrugge e uccide la loro città, Firenze, e raccontano. Una donna, Sharhazad, blocca il suo signore che la vuole uccidere dopo una notte di amore. Gli racconta una favola. Allontana la morte e intanto la guarda in faccia. Nascono in questo modo i due capolavori assoluti della narrativa mondiale, il Decameron e le Mille e una notte.

La seconda (ma in fondo è la stessa cosa): o la scrittura (vogliamo allargarci e spendere il termine letteratura?) si pone i grandi problemi dell’uomo, la sua provenienza, il suo destino, il suo stare nella storia oppure è ciarpame, che non vale la carta su cui è scritto.

Treviso vista dal resto d’Italia?….
Un paesotto con tre posti da visitare: Casa delle Mostre sull’Impressionismo a Puntate (voto 10 senza lode); Piazza del Radicchio Rosso (voto variabile a seconda degli usi, ma la grappa al radicchio è una infamia imperdonabile); Parco delle Panchine Segate (voto da definire: sto ancora scavando sotto lo zero).

Treviso crogiuolo di razze. Manna o dramma?
Già detto. Con una chiosa: dove mettiamo l’ipocrisia dell’imprenditore che di giorno sfrutta gli extracomunitari (vera manna) e di notte ne sparla o peggio (vero dramma)?

La marca ‘giosa et amorosa’ esiste ancora però viviamo di un sesso un po’ troppo mercenario. C’è sesso nelle tue opere?
Il sesso è quasi sempre (quasi: evviva le eccezioni) l’ultima spiaggia degli scrittori che hanno esaurito le batterie. Per quanto mi riguarda: quando serve, ma intuìto, suggerito, come visto attraverso un velo. Nulla di più erotico di uno sguardo o di un pensiero: il difficile è suggerire lo sguardo, raccontare un pensiero.

Si o no?

Treviso è provinciale?
Sì, grazie a dio.

Ti piace la biblioteca comunale?
Come farne senza?

Quando devi ispirarti rimani a Treviso?
Sì, o dintorni (considero il mondo periferia di Treviso).

Il PUT è un’opera d’arte?
Vertigine, abisso, malebolge, fiume in piena rovinosa. Insomma, no.

Conosci Piazza Tommasini?
Non dovrei?

Leggi solo la Tribuna?
Ho un contratto da editorialista col Gazzettino. Cosa si aspetta che le risponda?

Ed in futuro…?

Un post-it per Treviso. Cosa c’è da fare?
Girare pagina.

Cosa lasceresti com’è?
L’università.

Cosa cambieresti?
Dico un simbolo, un paradigma (dunque con tutto quello che c’è dietro, dalla mentalità mercantile e strumentale in giù): lo sfregio della vetrificazione invernale

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