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INQUIETI GIARDINI

di Andrea Granziero
Biblioteca dei Leoni

LA PREFAZIONE
IL RICAMO MISTERIOSO

 

Sfiorisce il calicantus
dentro ai giardini.
Andrea Granziero

Il fiore si nasconde nell’erba,
ma il vento sparge il suo profumo.
Rabindranath Tagore

granziero-inquieti-giardini

La poesia di Andrea Granziero circoscrive una geografia gentile e rarefatta. Ma non troppo.
Già il titolo indica un luogo. Che è fisico e mentale insieme. Il giardino, molti giardini anzi.
Proposti, programmaticamente, con la forza abrasiva dell’ossimoro.
Il giardino suggerisce immagini di pace, tranquillità. Il luogo del respiro, della pausa, del verde vivo primaverile, del grigio autunnale. Del rinnovamento e del declino, alba e crepuscolo. Qui l’ansia si dovrebbe placare o almeno trovare un equilibrio. E invece i giardini sono inquieti, quasi percorsi da una vibrazione segreta. Da una domanda che mette in tensione e talora allarma. L’enigma del confine, l’angoscia del fuori. 
È la grande tradizione europea, perennemente attiva in tante voci poetiche di oggi, dei vari simbolismi europei che, tra noi Italiani, hanno configurato i modi e le suggestioni pascoliane. Ma anche i “crepuscoli” di Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti. Per non dire Saba e gli ermetici fino ad Alfonso Gatto.
Ha dunque una limpidezza senza tempo questo dire di Granziero. Un oggi che si nutre di sensibilità colte e antiche. Vi mette radici e ne elabora questo atteggiamento irenico e talora perfino magico. La vita segreta che percorre la natura, gli abbracci / congiungimenti tra i suoi elementi, il rivelarsi continuo di relazioni segreti tra le cose.
Da Pitigliano alla Maremma, da Bolsena alle montagne, nella Treviso dei Buranelli e della Pescheria, Granziero suggerisce e propone una geografia precisa, territoriale. E tuttavia è sempre la geografia dell’anima a dilatarsi, espandersi, pervadere e invadere.
Acquistano significato, si fanno protagonisti gli odori, le visioni (spesso un lampo di colore, una fotografia mentale che cristallizza un momento irripetibile), i gesti, il volgere rapido dello sguardo. Granziero ha scelto, per esprimere il suo mondo poetico, lo stile asciutto e disseccato degli haiku giapponesi, richiamati persino nella struttura tripartita di certe strofe.  Un sostantivo, un aggettivo, un verbo. Soggetto, predicato, oggetto.
Ottiene così un’espressività che ammalia e tocca corde riposte. Non è difficile mettersi in sintonia. Si capisce che questo mondo poetico ha una storia lunga e una genesi lontana. Covato, nutrito a lungo: …si cova, / dentro l’urna molle e segreta, / non so che felicità nuova, direbbe Pascoli. 
E in effetti qui siamo davanti ad una gioiosa felicità del dire e del raccontare. Che non esclude un velo di malinconia e, talora, di nostalgia. Ma nessun compiacimento, nessuna enfasi, nessun cedimento alla retorica: solo un guardare preciso e disincantato.
C’è una verità che si fa largo, riordina le emozioni, le analizza con intelligenza. Dice: Tra i tumulti / del cuore / ho fatto posto / ai tuoi occhi / pieni di parole. È l’attesa impaziente / di altri cieli.
Perché, quella di Granziero, è una geografia che cerca ed evoca altre geografie. Una dilatazione degli orizzonti e anche una dimensione oblativa di sé.
Il poeta è disponibile sempre a una visione “altra”: Infatti nelle cose è traccia, orma e dunque indizio del metafisico. Risiede qui il fascino della poesia di Granziero. Rivelatrice Animus mundi: Non venirmi / così vicino / perché potrei / intravvedere / il mistero / e capire. // A te / è affidato / il sottile ricamo / dell’universo, / il sangue / e il sorriso / delle donne.
Una ampia dichiarazione di poetica, a ben vedere. I paletti piantati sul confine del territorio che si intende esplorare: il mistero, l’universo inteso come sottile ricamo, il ganglio vitale del “tu” al femminile. La donna è affidataria del tessuto (trama e ordito) ricamato dell’universo, è sangue ed è sorriso. A fungere da tessuto connettivo è l’atteggiamento del poeta che ha paura che il mistero gli sia rivelato del tutto. La rivelazione globale, assoluta non appartiene agli umani.
Nondimeno il poeta tale non sarebbe se non si assumesse esplicitamente il compito di indagarlo ed esplorarlo, il mistero. L’osservatorio, il planetario, il punto di osservazione è il giardino. Il giardino inquieto.

 

GIAN DOMENICO MAZZOCATO
Treviso, maggio 2017

 

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