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Il nostro futuro basato sui valori

Il nostro futuro basato sui valori

(La Vita Del Popolo, 02 novembre 2003)

 

Intervista ad Amos Luzzatto, capo delle comunità ebraiche in Italia

Gerusalemme, giugno 1942. Rommel ha appena sbaragliato l’VIII armata britannica del generale Wavell, guadagnandosi la promozione a feldmaresciallo. Giunge ad El Alamein, due passi dal Nilo. Gli Ebrei, chiusi in Gerusalemme, aspettano la fine.
“Avevo 14 anni e mezzo. Avevo fatto i conti delle distanze e calcolato che Rommel procedeva alla media di 74, 75 chilometri al giorno. 14 giorni ci restavano. Più veloci di lui correvano le notizie. Non uno di noi sarebbe sopravvissuto e fra i tedeschi aggressori ognuno sapeva in anticipo quale ebreo sarebbe andato a sgozzare. In cortile avevo allineato 14 birilli, uno per giorno. E ogni giorno ne calciavo via uno. Poi Rommel finì la benzina e io oggi sono qui a raccontare”.
Amos Luzzatto si passa una mano sugli occhi, a cacciare un ricordo molesto. Racconta a bassa voce.
Ospite dell’associazione culturale La Nostra Villorba, Luzzatto ha tenuto una conferenza sul tema probabilmente oggi più avvertito, quello dei rapporti tra etica e politica. Ma lui, straordinario testimone di questo tempo, non si è sottratto ad alcuna domanda. Ironico, sensibile, immediato, Luzzatto ha raccontato e più volte provocato alla riflessione. La sua idea di fondo è che non serve partire dalle questioni di principio, quanto porsi concretamente i problemi di gestione dell’esistente. E Luzzatto si spiega col paradosso dei due assetati nel deserto. Hanno metà acqua di quello che servirebbe per arrivare alla meta. Che fare? Uno si sacrificherà oppure morranno tutti e due, dividendo l’acqua finché ce n’è?

Può spiegare, professore?

E’ una metafora, con i limiti delle metafore. Ma ci si può vedere il folle correre della società moderna. I due assetati sono ad un bivio tragico: uccidere per consentire ad uno di sopravvivere o morire entrambi? Omicidio o suicidio? Guardi che questa è oggi la scelta cui si trova davanti la società, e spesso ogni individuo di questa società. Non basta dire: “non uccidere” come è scritto sulle tavole della legge. Serve preoccuparsi di come si fa a mettere in pratica il non uccidere. Fuori di metafora dobbiamo decidere se i valori sono paraventi per gestire come vogliamo l’esistente, oppure se tradurli con coerenza e rigore in termini gestionali.

Questo ci riporta al centro della questione, il rapporto tra etica e politica.

Se c’è qualcosa che caratterizza l’etica, questo risiede in un sistema di vincoli. Facciamo esempi pratici. Io credo, e più invecchio più me ne convinco, che la democrazia sia il miglior sistema politico possibile. Ma la democrazia è solo voto? E gli eletti possono poi fare qualsiasi cosa? O possono o magari devono fare quello che si sono impegnati a realizzare in campagna elettorale? Il fatto è che la democrazia deve aggiungere dei vincoli, dei contrappesi che rendano impossibili gli abusi di potere.

Il cittadino cosa può concretamente fare ?

Oggi il problema risiede nella distanza tra cittadino e delega. Come colmarla questa distanza? Io trovo ridicolo chi parla di cittadino che firma un contratto sociale col capo. Bisogna essere seri. Esiste una fase del far politica basato sulle bandiere, sui simboli, sui colori, sulla passione. Ma poi esiste anche una tecnica del far politica. In pratica: chi sa fare o anche soltanto leggere un bilancio comunale oggi? Allora ecco la strada: diffondere e far crescere la conoscenza dei meccanismi concreti del far politica. Io immagino la vita come lotta continua per comprendere come funziona la società, per arrivare a tradurre la consapevolezza in conclusioni operative.

Ma lei pensa che sia davvero possibile?

Questo è un periodo duro, non c’è da entusiasmarsi. Però abbiamo una grande occasione che si chiama Europa. Sento parlare di una Europa delle nazioni. No, questa è ancora una soluzione che porta al sangue, a quella Europa che ha riempito di morti intere pianure. Bisogna aprire un capitolo nuovo, superare la barriere. Un terreno su cui aprire, collaborare, capirsi, costruire? Quello dell’arte, della cultura, della poesia, delle scuole di architettura e pittura.

E il terreno su cui si discute molto oggi, quello delle radici cristiano-giudaiche d’Europa?

Un problema mal posto. La religione non è mai solo un insieme di persone legate dallo stesso credo, è anche una struttura sociale che educa i propri adepti in una direzione di fede. Ha senso parlare di cristianesimo, di un solo cristianesimo voglio dire? Lo chieda al patriarca ortodosso di Mosca e lo chieda al papa che a Mosca non è mai riuscito ad andarci. Oggi viviamo sicuramente una fase più concreta di un tempo, la moneta unica è un grande passo. Dico: costruiamo in Europa il terreno su cui le religioni, i cristianesimi possono confrontarsi e superare le loro rivalità.

Questa Europa si sta ponendo davvero il problema dell’emigrazione.

Due secoli di colonialismo europeo hanno la colpa prima della disperazione di questa gente. Dire portiamo lavoro a casa loro è una sciocchezza. Prima risolviamo problemi come fame e Aids. Il problema non si demonizza, né si esorcizza. Poniamoci domande vere, storicamente fondate. Per esempio l’ex Congo belga: cosa si è lasciato dietro la civiltà europea se non un cumulo enorme di cadaveri? E come mai le bande congolesi le armi le possono ancora comprare?

Inoltre questa Europa ha, al suo fianco, sempre aperta la ferita del conflitto israelo-palestinese…

Guardi che il conflitto israelo-palestinese non esiste, non è un paradosso, esiste un conflitto israelo-arabo. Un esponente libanese ha detto che una religione che si fa stato, in Medio Oriente non sarà mai accettata dal mondo arabo. Credo ci sia anche altro. Per esempio il fatto che il Medio Oriente è stato storicamente terreno di caccia delle potenze europee e che oggi è un enorme mercato d’armi sostenuto dai petroldollari. Il pericolo reale è che il conflitto si allarghi e un conflitto tra religioni armate avrebbe effetti disastrosi. Questo è un incendio che non si spegne. Serve separare i due popoli, palestinese e israeliano, poi cominciare a creare situazioni di dialogo, costruire. Non c’è alternativa. E noi occidentali dobbiamo smetterla di identificare Islam e terrorismo. Un mussulmano non è un terrorista per il fatto di essere mussulmano.
(Gian Domenico Mazzocato)


Amos Luzzatto è dal 1998 presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Scrittore, saggista, professore universitario, primario chirurgo e libero docente, ama definirsi “medico-studioso di cultura ebraica”. Insiste sull’identità ebraica moderna che ha valorizzato e fatto affermare l’identità nazionale accanto a quella religiosa. Ha raccontato la sua vicenda esistenziale in “Una vita tra ebraismo, scienza e politica” (ed. Morcelliana). Il suo ultimo saggio, in uscita in questi giorni per la Einaudi, si intitola “Il posto degli Ebrei in Europa e in Italia”.

 

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