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El mato de guera, la follia come spazio per gridare il proprio orrore

 “El mato de guera, la follia come spazio

per gridare il proprio orrore”

(Alessandro Comin, il Gazzettino, 06 marzo 2002)

Va in scena domani la prima del nuovo lavoro teatrale di Gian Domenico Mazzocato

QUANDO LA GUERRA FA IMPAZZIRE

Mazzocato, ci racconti il suo “mato”.

È Vardanega Ugo –attenzione, non Ugo Vardanega, il cognome prima del nome- un possagnoto uscito choccato dalla prima guerra mondiale, ma non ancora folle. Il crollo avviene a metà degli anni Trenta, quando vede costruire gli ossari non per dare sepoltura ai ragazzi morti ma per sostenere la retorica del nuovo conflitto che si avvicina.

 

Vardanega Ugo lo comprende.

Sì, e comprende che su queste povere vittime si sta costruendo l’ennesima speculazione, così come si era sfruttato il loro amor di patria. E allora la pazzia viene fatta esplodere: perché il protagonista, pirandellianamente, si rende conto che la follia è uno spazio dall’interno del quale può proclamare il suo orrore. E qui inizia la sua vicenda.

 

Che si svolge dove?

Nel manicomio in cui è stato portato, in una stanza che a volte, nel gioco di luci e quinte, assume l’aspetto di una cella con sui muri numerosi graffiti, segno delle pazzie precedenti. Con un letto che si trasforma di volta in volta in una trincea, un camerino, un ponte. Vardanega colloquia con il suo psicanalista, si abbandona ai ricorsi, monologhi, deliri, considerazioni.

 

Fa tutto Luigi Mardegan, l’attore che già aveva interpretato “Il delitto della contessa”.

E di cui è prodigiosa la capacità di calarsi nei panni di una decina di attori diversi rendendoli alla perfezione Sono reduce dalla prova generale: Gigi aveva un abbassamento di voce ma ha riempito la scena sdoppiandosi, triplicandosi. Io e il regista Roberto Cuppone ci siamo guardati estasiati.

 

Torniamo a Vardanega Ugo. Come finirà la sua storia?

All’inizio, scrivendo, pensavo ad un suicidio, poi ho capito che un personaggio come lui non poteva che andare verso una virile accettazione del male di vivere. La sua battuta finale è: ”Non si può morire due volte”. È in qualche modo un messaggio di speranza per la storia.

 

Con la quale lei, pur insegnandola, non è tenero.

Non lo sono verso la guerra, che ritengo sempre assurda e inutile, il mezzo più basso che l’uomo ha. E il messaggio mi sembra significativo, soprattutto in questi tempi in cui si sbandiera anche quella contro il terrorismo.

 

Ma la prima guerra mondiale è quella più cara al cuore degli Italiani, e ultimamente il suo valore paradigmatico è stato ribadito anche molto in alto. Dal Quirinale, per esempio.

Invece io l’ho sempre vista in chiave antiretorica. E proprio questa inutile patina di valore mi ha stimolato a ridimensionarne il mito. Per me resta un conflitto in cui ci avrebbero dato molto di più se fossimo restati neutrali.

 

A differenza de “Il delitto della contessa”, “Mato de guera” non ha alle spalle un romanzo. Si è trovato in difficoltà a scrivere direttamente per il teatro?

Confesso la mia balbuzie in questo campo, tuttavia mi sono sentito più libero. È stato bello confrontarsi ancora di più con la mediazione registica  scenografica, mi sono sentito completato e confortato dal lavoro degli altri. Anche se c’è comunque un piccolo nucleo narrativo riferibile al racconto “La strada sotto il mare”, dalla mia ultima raccolta “Gli ospiti notturni”. Vardanega, come il protagonista di quel racconta, si porta dentro il dramma di aver ucciso il proprio ufficiale che martoriava i suoi soldati.

 

Riecheggia Lussu. Lei è uomo di sterminate letture e cita spesso Pirandello. È quest’ultimo il suo autore di teatro ideale?

È vero, di Pirandello parlo sempre. Ma in realtà amo dire che considero Shakespeare la quarta persona della Trinità.

 

Perché il suo protagonista è di Possagno?

C’è un valore simbolico. Possagno era flagellata dai mortai del Cesen. Colpivano anche la Gipsoteca e il tempio del Canova. Letterariamente mi è piaciuto far corrispondere al tempio fisico quello morale, etico e familiare che si disgrega pari pari sotto i colpi della guerra, generando la diaspora fisica e mentale dei Vardanega, cioè della nostra gente.

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