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Confini troppo stretti

Confini troppo stretti

(Il Gazzettino, 8 settembre 2003)


Devo confessarlo (ma è confessione che nasce dall’affetto e dalla malinconia per qualcosa che non c’è più): non aveva lasciato, in me, una traccia molto luminosa una delle ultime edizioni del premio Comisso. Aveva vinto (per una incollatura, con una parità, sparigliata -in modo inaspettato nel finale- da due voti) un mediocrissimo romanzo di Roberto Pazzi, spuntandola su un libro che valeva molto di più.

Ma si sa, questi sono i premi letterari. La giuria forse aveva assaggiato un vino, senza attendere il sapore di ritorno del retrogusto, quello che persiste, fa peso, riscalda e regala sostanza. I premi letterari sono fatti così, si vincono, si perdono, rivelano qualcosa di inatteso, ma intanto segnalano titoli e scrittori al pubblico. Che sarà il giudice ultimo. I premi letterari non sono mai presuntuosi, non hanno l’arroganza di definirsi definitivi o inappellabili: danno un segno, formulano una proposta, magari sbagliano di grosso. Ma sono comunque lievito e stimolo. Un geniale, grandissimo scrittore italiano, Ennio Flaiano (l’anno scorso era il trentennale della morte e non mi viene in mente un ricordo degno di questo nome: per dire cos’è la gloria letteraria) arrivò, un anno, nella cinquina del Campiello e fu sconfitto da un libro molto inferiore al suo. Alla fine della cerimonia di premiazione, con la sua secante ironia, disse che si sarebbe fatto incidere una targhetta da apporre sul cruscotto della macchina. Con la scritta Non ConCorrere. Perché le cose vanno così, e bisogna saperne sorridere.

Quello che nessun sorriso potrà consolare è il de profundis (pare proprio definitivo) che in questi giorni siamo costretti a salmodiare sul Comisso. Muore un premio letterario importante e non mi pare che ci sia in giro gran voglia di riflettere sul perché ciò accada. Ed è questa, forse, la cosa più triste, l’amarezza più agra e pungente. Immagino gli alibi: i premi letterari sono sorpassati, inutili,  lo stesso Campiello non riesce a muovere le vendite, la produzione letteraria italiana è, più o meno, dentro il meccanismo dentato e stritolante di una premiopoli in cui io giurato-scrittore oggi premio te, a tua volta giurato-scrittore che domani premierai me. Retorica di apparato, biascicata più che convinta, e dunque vera solo fino ad un certo punto.

Perché, come si diceva, i premi, con tutti i limiti, circoscrivono e propongono una loro verità. In particolare l’amico Cino Boccazzi (cui mi sento vicinissimo in questo momento) aveva messo su un gruppo e un meccanismo che davano una credibilità spessa e soda all’evento del premio stesso. Cino prima ha dovuto pensare ad una biennalità del premio, oggi ammaina bandiera. Il merito suo e del suo gruppo è stato quello di aver fatto del Comisso qualcosa di più di un premio letterario: ne ha fatto una sorta di biglietto da visita di questa terra, un tratto dell’identikit della Marca. Il Comisso e –serve ricordare- anche l’altro prestigioso premio trevigiano, il Gambrinus-Mazzotti, appartengono alla storia, identificano questa terra, hanno un sapore e un valore unici.

Oggi pare proprio che non ci siano i soldi per finanziarlo, il Comisso. È un segno terribile e pesante. Non staremo a fare i conti di quanto costa un premio letterario pur tanto prestigioso (ma stiano tranquilli i nostri lettori: comunque poco, pochissimo e Boccazzi ha fatto spesso nozze a base di fichi secchi), ma che a Treviso, nel cuore del NordEst, non si raccattino poche migliaia di euro per un evento culturale che fornisce immagine e prestigio, è davvero grossa, insopportabile.

Non sono i soldi a mancare, latita la sensibilità. Affoghiamo giorno dopo giorno in una barbarie che privilegia ed enfatizza altre cose. Magari molto volgari. Non è un bel segno. Il Comisso che muore è uno sfregio alla civiltà della Marca.

Con molta malinconia ricopio, qui, per chiudere, le inquietanti parole che uno straordinario giornalista e poeta come Guido Gozzano scriveva agli albori del Novecento. Il cantore della signorina Felicita si riferisce alle riviste letterarie, ma come non sentirvi un  presagio triste e molto più ampio? “Le riviste e le pubblicazioni letterarie, sussurrava Gozzano, sono penetrate, trasformate dalla nuova atmosfera e i problemi politici costringono la letteratura a sempre più modesti confini.”

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