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ARRIGO E MARTELLINO (DECAMERON, II, 1)

GIOVANNI BOCCACCIO

TRA ILLUSTRATORI,

CRITICI E… FALSARI

di Gian Domenico Mazzocato

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Il mio intervento voleva limitarsi, in partenza, ad una rassegna di alcune illustrazioni -antiche e moderne- della boccacciana novella di Martellino (seconda giornata, novella prima). Nella seconda giornata “sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine”. Poi sono stato attirato in altre direzioni.
Quando assistiamo alla messa in scena di una laica sacra rappresentazione (tale è la novella in questione e l’ossimoro è voluto), ci troviamo di fronte ad un evento assolutamente tragico nel senso alto del termine. Quello che attua Martellino è senza dubbio un gioco, uno scherzo (che peraltro rischia di finir male, molto male). Ma è soprattutto il prodotto non tanto di un temperamento burlone, quanto di una visione dell’esistenza basata sull’espediente, sulla pianificazione della migliore strategia possibile in vista di un obiettivo. È la copernicana rivoluzione ideologica che nasce in ambito fiorentino; che già ai tempi di Dante trasforma il Mercato Vecchio dei mercatanti fiorentini nella, secondo una felice immagine di Vittore Branca, Wall Street del MedioEvo; che origina il sistema bancario; che inventa la lettera di cambio e la partita doppia; che produce capolavori della memorialistica come i Ricordi di Giovanni di Pagolo Morelli; che trova la sua apoteosi nella discussione che Machiavelli, trasferendo il tutto dal piano economico al piano politico, compie attorno agli obiettivi da raggiungere e agli strumenti messi in atto per farlo. Solo se entriamo in questa logica, ci viene rivelato l’enorme valore documentario della novella che parla del nostro beato Enrico. Davvero c’era una folla enorme e soprattutto impenetrabile attorno al suo corpo, davvero era importante vederlo e toccarlo anche se non c’era alcuna malattia autentica da curare (parlo di Martellino), davvero valeva la pena di testimoniare, davvero era importante poter dire: io c’ero, ho visto, ho toccato. Quando l’imbroglio si svela e Martellino finisce davanti al magistrato, ad essere offesa, ad essere profanata, a subire sacrilegio è la cultura di un popolo intero (quello di Treviso e tutta la massa di fedeli accorsa dalla regione e anche da più lontano) prima ancora che la salma di Enrico. E Martellino, anche se Boccaccio non lo dice, prima di intraprendere la sua ribalderia, si sarà informato: che miracoli fa Enrico, che malattie guarisce? Organizza il suo trucco di conseguenza.
Enrico scioglie soprattutto corpi contratti, storpiature, paralisi.
E Martellino si fa “attratto”, che è un po’ la parola chiave della novella. Per capire dobbiamo ricordarci di quanto Giovanni Boccaccio dice del Cristo nel V libro di un suo geniale romanzo, il giovanile Filocolo: “cominciò a predicare alle turbe, a sanar gl’infermi, a liberar gl’indemoniati, a mondare i lebbrosi, a dirizzare gli attratti, a guarire i paralitici…”.
Dunque, quando sospinge sul palcoscenico Martellino, Boccaccio lo manda a guardare in faccia il corpo morto del Cristo. O quasi. È tragedia alta, e Boccaccio sa che quando parla di Arrigo, quel tedesco approdato a Trevigi, non parla di uno qualsiasi. Anche se l’architettura della novella è in funzione di Martellino, non di Arrigo. Ma proprio questo è il punto: per arrivare davanti a quel corpo morto, già oggetto di un culto che sconfina nel fanatismo, servono intelligenza e astuzia. E coraggio, tanto coraggio, perfino incoscienza. Dunque Boccaccio celebra, proprio sull’altare di Arrigo, uno dei grandi omaggi all’umano agire. Una impresa geniale anche se, come in questo caso, triviale e sacrilega. L’intero Decameron è così costruito e in tal chiave va letto.

Questo, dunque, l’elenco delle immagini proposte attraverso il PowerPoint.

1)      Il disegno che si trova (mano di Boccaccio in persona?) nel famoso manoscritto italiano 482 della Bibliothèque nationale de France.
2)      Una immagine tratta dal Decameron illustrato da Tito Lessi (Firenze, 1858-1917), disegno conservato nella Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia, a Firenze.
3)      Immagine tratta da un codice miniato del secolo XV con i due momenti della novella.
4)      Alcune illustrazioni della fiorentina casa editrice Nerbini (1931)
5)      Idem: l’improbabile salma di Enrico.
6)      Miniatura a penna e acquerello di un artista fiorentino (1427, Bibliothèque nationale de France)
7)      Miniatura del XV secolo, Maître de la Cité des Dames. È nella biblioteca apostolica vaticana, Città del Vaticano. Da notare il particolare delle crozzole, delle stampelle di cui il guarito si libera. Le appenderà alle pareti del Duomo e diventeranno ex-voto.
8)      Gentile da Fabriano, particolare della predella del Polittico Quaratesi (1425, National Gallery di Washington).
9)      L’immagine di un’edizione francese del 1779 con l’incisione di de Hoog.
10)  L’illustrazione dei Contes de Boccace nella traduzione di Antoine Sabatier de Castres più volte pubblicati in Francia.
11)  Martellino malmenato in chiesa. Miniatura del manoscritto Add. 35322 ch si trova al British Museum di Londra.
12)  Due miniature che si trovano a Parigi, nella Bibliothèque nationale (manoscritto francese 240, manoscritto francese 12421).
13)  Una miniatura del codice 2561 della Österreichische National-bibliothek di Vienna.
14)  Una xilografia che si trova nella Biblioteca Nazionale di Firenze (nell’edizione veneziana di Giovanni e Gregorio De Gregori del 1492).
15)  Un’incisione (circa 2000) della’artista vicentino Vico Calabrò.

Volevo fermarmi qui, solo che a un certo punto mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha molto incuriosito. I rapporti tra Decameron e indice dei libri proibiti.
L’istituzione dell’indice dei libri proibiti da parte del Sant’Uffizio, risale al 1558.
Ho preso in esame il Decameron “ricorretto in Roma ed emendato” secondo il concilio (Firenze, Giunti, 1573). La grandezza di Boccaccio non si discute: uno sul quale, si dice esplicitamente in premessa, si fissano le regole della buona lingua italiana. Oltre ovviamente alla felicità narrativa.
Si parla, in premessa, del “dolore” di tutti gli uomini di cultura per l’assenza di Boccaccio nel novero delle letture consentite. A dimostrarsi sensibile alla necessità di fare in fretta è Antonio Michele Ghislieri, papa col nome di Pio V tra il 1566 e il 1572. Pio V non fa in tempo a vedere l’edizione dell’opera però, che esce nell’anno successivo alla sua morte, il 1573, sotto gli auspici di Gregorio XIII (al secolo Ugo Buoncompagni), suo successore e papa tra il 1572 e il 1585.
In quel 1573, gli editori Giunti di Firenze scrivono al Gran Duca di Toscana qualcosa che è molto di più di una dedica. Parte da un assunto fondamentale e dirimente. È chiaro come Boccaccio “per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato”.
Tutta la cronaca delle vicende della pubblicazione è in funzione del fatto che Boccaccio non può essere messo al bando della cultura e della lingua italiane. Notevole il fatto (e lo scrupolo) che l’edizione boccacciana sia stata condotta sui codici più autorevoli (“Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto.”).
Il granduca cui gli stampatori si rivolgono è Cosimo I Medici, figlio di Giovanni dalle Bande Nere.
Questo il testo della la premessa / lettera degli editori (nella trascrizione si è di proposito abbattuta la selva di “maiuscole di rispetto”).

AL SERENISSIMO GRAN PRINCIPE DI TOSCANA
SIGNOR NOSTRO
Gli è stata sempre, serenissimo gran principe, comune et ferma opinione de’ più giudiziosi uomini, et de’ più scientiati che M. Giovanni Boccacci cittadino fiorentino, et per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato. Perché, oltre la sincerità del parlare di quel buon secolo nel quale egli scrisse, tale fu l’accortezza del giuditio suo in sapere sempre scerre l’ottimo del buono, et tale la leggiadria dello stile, che egli ha quasi, solo, dato norma et forma alla nostra favella: non ne avendo chi ne ha scritto le regole né più certa né più sicura guida di lui. Per le quali virtù, oltre la piacevolezza delle cose trattate, egli è sempre stato desiderato, amato et in grandissimo pregio tenuto. È ben vero che, avendo egli preso a scrivere novelle, et postole in bocca di giovani, che per ischifare dolore et malinconia, cercavano tutte le occasioni del riso et del diletto, si lasciò alcuna volta motteggiando trasportare a dir cose, le quali sono parute meno che convenevoli a grave huomo et di christiana religione professore. La qual cosa ha potuto tanto in questi ultimi secoli, per le seditioni et per li scandoli nati nella Chiesa di Dio, che insieme con molti scrittori o rei o sospetti fu nel sacro concilio di Trento con questa conditione notato che il leggerlo fosse interdetto infino a tanto che quello che era in lui di meno di buono et pio si correggesse. Il che indugiando, passava con grandissimo dispiacere di tutti coloro che della nostra favella sono vaghi, che sono, si può dire tutti quelli che di scienza, di leggiadria et d’apparire huomini ragguardevoli hanno desiderio. Tal che in questo secolo non si crede essere quasi da niente colui, quantunque scienziato, di qualunque natione egli sia, che non intenda il parlar nostro et in quello non si ingegni di scrivere regolarmente. Il quale giusto et commune desiderio, oltre alla charità della patria et della lingua del suo terreno natio ha potuto tanto nel generosissimo animo del gran duca di Toscana, padre di V.A. e in quella di V.A. stessa, che non se ne prendendo altri cura o non havendo ardire di tentarlo, porsero preghi a PAPA PIO V di S.M. perché tanto desiderato scrittore si rihavesse. Et sua santità benignamente si contentò che l’ordine già dato si eseguisse et ne commise in Roma la cura a huomini suoi, religiosi et intendenti, acciochè di lui si levasse via quello che potesse negli animi de’ semplici generare scandolo o miscredenza della buona et santa religione. I quali lettolo tutto et accortamente riconosciutolo, ne tolsero dove parole, dove sententie et parti intere come stimarono convenirsi. Et di queste né più né meno si trova il nobile autore di presente scemo: essendosi coloro che ne ebbero la cura poi confermati in tutto et per tutto alle commissioni, né partitisi o potutisi partire punto dalli ordini havuti da quelli di Roma et della famiglia stessa del papa: salvo che dove alcuna fiata fosse stato necessario per continuazione del testo intraporvi una “et”, un “dunque” o altro simil legame o mutarvi secondo il fine et intentione di coloro alcuno nome: con aggiungervi sempre manco parole fuor di quelle dell’autore che sia stato possibile, et questo, quando estrema ed inevitabile necessità della consequentia della novella lo richiedea. Et noi ora tal quale lo habbiamo havuto et talmente riformato lo mandiamo fuori stampato. Et sebene e’ parrà a qualcuno che in ciò il Boccaccio sia manco et lacero (che non è però gran fatto né altro si è potuto ottenere) prenda costui al rincontro che egli è stato da persone accurate et discrete et amatori grandissimi della lingua diligentemente riconosciuto da parte a parte et ricorrettolo et ritornato nel suo essere primiero, donde molti o poco sappiendo o molto presumendo lo havevano tratto. Del che hanno ancor voluto poco meno che luogo per luogo rendere ragione a’ lettori. Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto. Ma tutto era vano se quella mano medesima che lo aveva aiutato a tornare in patria non si adoperava similmente a sanare queste nuove piaghe. Perché dalle VV.AA.SS. sono usciti si può dire tutti gli aiuti et al sicuro i migliori. Egli dunque, serenissimo gran principe, così racconcio per nostra mano si presenta all’A.V. et egli infinitamente la ringratia col serenissimo gran duca, suo padre che da questo esilio sia stato ritornato nella patria sua onde possa volare per le bocche de’ più onorati gentil’huomini che per tutto vivano et quasi da morte a vita sia resuscitato. Ma specialmente anchora priega a lei che per Sua bontà et favore ne pigli et ritenga a perpetua protezione: non essendo cosa alcuna che più mantenga il pregio delle lingue che il favore dei principi grandi per virtù de’ quali esse fioriscono et si mantengono onorate. Di che può essere vivo esempio la provenzale che, al tempo dei nobili conti di quella provincia, specialmente del buon Ramondo Berenghieri, tanto celebrato signore, per cui ella salì in grandissimo onore et poco meno per tutta la Europa si sparse, et come si sa fu da’ nostri nei primi tempi studiosamente adoperata et poi lungamente imitata. Et mancata quella corte et sottratto, come dire il latte che la nutriva, venne poco a poco mancando et oggi è poco meno che del tutto spenta. Duole, come crediamo, infinitamente a questo nobile et sempre gratissimo spirito, non potere a V.A.S. et al suo gran padre, per se stesso et con il suo ingegno et suo stile, quel merito et quelle gratie rendere che si conviene. Ma egli spera che con la penna de’ nobili scrittori che il suo stile imitando seguiteranno: ne sarà loro renduto degno et convenevole guiderdone, dovendosi alle AA.VV.SS. si può dire tutto quello che di buono et di bello havrà da qui innanzi la lingua nostra. Et fra gli altri benefici delli quali hanno illustrata questa provincia ed abbellitone il mondo questo si doverrà stimare sovrano. Conciosiacosaché le lingue honorate de’ buoni scrittori, possano allungare per infiniti secoli le opere illustri et renderle immortali. Onde a loro meritevolmente se ne deve il pregio et noi come suoi fedelissimi servidori et a lei per gli infiniti benefici ricevuti obligatissimi gliele dedichiamo. Acciocché donde è uscito il lume et l’honore della patria quivi ritorni la gloria et lo splendore. Et con questo fine riverentemente li baciamo le reali mani, Iddio pregando per la salute et felicità sua che tanta ne le conceda quanta le è da noi insieme con tutti e’ buoni desiderata e sperata.
DI FIRENZE a dì XV di maggio 1573
di V. Alt. Serenissima
humilissimi et fedelissimi servi Filippo et Jacopo Giunti

Operazione si deve dire abbastanza rispettosa dell’originale. Di tutto tenuto conto e data la rozzezza intrinseca di tali operazioni.
Però c’è chi non si accontenta. Esce un Boccaccio “riformato” (virgolette d’obbligo) da Luigi Groto. Siamo nel 1588, quasi tre lustri dopo l’edizione del Sant’Uffizio.
Luigi Groto, detto il Cieco d’Adria (Adria, 1541- Venezia, 1585), fu buon drammaturgo. Nacque cieco, di qui il soprannome. Nel 1567 subì processo per eresia perché praticava gli scritti di Erasmo da Rotterdam e Bernardino Ochino. Fu escluso da ogni insegnamento. Non siamo dunque davanti a un bacchettone, a un conformista, a un bigotto. Nel 1588 va alle stampe postumo, presso la stamperia veneziana dei fratelli Fabio e Agostino Zoppini e di Onofrio Farri, un volume che di fatto è una geniale riscrittura dell’intera opera boccacciana.
Davvero: geniale, piena di invenzioni. Ricca come il modello, cui talora non rimane inferiore.
Groto vuole togliere, scrive il prefatore e curatore Girolamo Ruscelli, le cose che “poteano offendere le pie orecchie dei cattolici”.
Già notevole è il confronto tra i due proemi.
Identici, o quasi.
Groto ha cassato dal proemio di Boccaccio due righe in tutto: colpevoli soltanto di citare (e per perifrasi) il nome di Dio. “…non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore…”, dice Boccaccio. Groto tira via: “…non sia morto. Ma il mio amore…”.
Ma ecco la sorpresa vera: Arrigo scompare del tutto. E la novella è completamente reinventata.
In buona sostanza Martellino indossa, per burla e sfruttando una qualche rassomiglianza, i panni di una cantante diventata famosa a Treviso qualche mese prima del suo arrivo in città e poi partita.
Il trucco viene scoperto e per Martellino sono guai. La seconda parte (i guai giudiziari del protagonista) è di fatto identica all’originale boccacciano.
Davvero curioso che per non parlare di Arrigo e del suo funerale ci si rifugi in una piccante e perfino imbarazzante storia di travestitismo.
Certo lo stesso Boccaccio avrebbe sorriso. Ma siamo davanti al preciso indizio di una mentalità.
E il grande Giovanni Boccaccio, in questo senso, ne risulta un po’ sfregiato: la cronaca del caso di Martellino e Arrigo viene interpretata da Groto come la volontà di recare sacrilegio e di irridere il cattolicesimo. Sappiamo bene che di ben altro si tratta. Al certaldese importava soltanto celebrare l’umana intelligenza comunque essa si proponesse.

Questo il testo dello pseudoMartellino.
Martellino, infingendosi d’essere femina, molte femine beffa; et conosciuto il suo inganno, è battuto; et poi preso, et in pericolo venuto di essere impiccato per la gola, ultimamente scampa.
Spesse volte, carissime donne, avenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, et massimamente quelle cose, che sono da reverire, se con le beffe, et talvolta con danno solo s’è ritrovato. Nel che, accioche io il comandamento della Reina ubidisca, et principio dia con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente, et poi fuori di tutto suo pensiero assai felicemente ad un nostro cittadino avenisse.
Era, non è ancora lungo tempo passato, una cantatrice senza sapersi di qual patria o di quale schiatta si fosse: la quale con una sua valigia da duo huomini accompagnata se n’andava per le più famose Città della Italia e fuori, hora per le popolate piazze, su per li publichi panchi, quando nelle private case per le secrete camere, secondo che era da varie persone a nozze, a conviti, e ad altre recreationi invitata e prezzolata, varie canzoni all’improviso cantando, e diversi stormenti sonando.
Non molto bella, ma di sì grata voce e di sì dolci maniere che niuno era, maschio o femina, donna, o donzella, che la vedesse o la udisse pur una volta, che di lei non innamorasse e non desiderasse la sua conversatione.
E tra l’altre città, ella passò in Trivigi quasi un continuo verno, dove da quelle gentildonne fu in guisa amata, accarezzata, abbracciata e tenuta cara, che quando al sopravenir della primavera se ne partì, elle di increscimento e di desiderio piene rimasero.
Avenne che in quella città il medesimo anno, il primo giorno di maggio di fece una publica festa, dove tutte le donne e le donzelle invitate concorsero e con esso loro vi traheva da ogni parte tutta la gente.
In tanto tumulto et discorrimento di popolo avenne, che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino, et il terzo Marchese; huomini li quali le corti de’ signori visitavano et usavano di contrafarsi con nuovi atti.
Li quali quivi non essendo stati già mai, veggendo correre ogni huomo, si maravigliarono; et udita la cagione perché ciò era, desiderosi divennero d’andare a vedere. Et poste le loro cose ad uno albergo, l’hoste a Martellino rivolto li disse:
-Se voi foste così in habito di femina come di maschio siete, tutto mi sembrereste la cantatrice che fu questo verno tra noi e poco dianzi se ne andò altrove.
Martellino, che era huomo di buon tempo, rispose:
-Se debbo dirvi il vero, io pur troppo son dessa: ma sommi così travestita per non esser riconosciuta, tra per pigliarmi di voi piacere e per non esser qui trattenuta molto.
-Voi sete pur dessa anco alla voce
soggiunse l’hoste, e parea così e chiamata la moglie e le figliuole, fece lor Martellino vedere, et tutte giuravano lui esser la cantatrice che già dicemmo. All’hora Martellino voltatosi alle donne disse:
-Horsù da che più non mi posso celare, arrecatemi pure un abito donnesco, ch’io da femina mi vesta.
E dalle donne fugli prestamente arrecato et egli vestitosi e somigliando sempre più per detto di chiunque il vedeva, colei che dicevano, udendo la festa che all’hora facevasi, tolto in mezzo da Marchese, et da Stecchi là s’aviò e nella sala comparso, tutte le donne, dal volto e dall’habito parimente ingannate, gli si levarono incontro a riceverlo, e chi li toccava la mano, chi l’abbracciava, chi il baciava, chi lo assideva in grembo.
E così tra loro ricevendolo niuna donna e niuna donzella fu, che non li desse di dolce amistà chiarissimo segno.
E Martellino poco parlando e a tutte volgendosi, godeva il suo inganno e questi troppo cortesi favori; mentre si facevano queste accoglienze, era per aventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conosceva Martellino, il quale veggendolo et riconosciutolo subitamente, comincio a ridere et a dire:
-Domine fallo tristo, chi non havrebbe creduto, veggendol venire, che egli non fosse stato una femina?
Queste parole udirono alcuni Trivigiani li quali incontanente il domandarono:
-Come? non è costei femina?
A’ quali il fiorentino rispose:
-Non piaccia a Dio. Egli è huomo come qualunque è l’un di noi; ma sa meglio che altro huomo, come voi havete potuto vedere, far queste ciance di contrafarsi in qualunque forma vuole.
Come costo hebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi et cominciarono a gridare:
-Sia preso questo traditore, il quale per schernire le nostre gentildonne et noi, qui in habito di donna è venuto.
Et così dicendo il pigliarono et giù del luogo dove era, il tirarono; et presolo per li capelli et stracciatigli tutti i panni in dosso, cominciarono a dargli delle pugna et de’ calci; né parea a colui esser’ huomo, che a questo fare non correa.
Martellino gridava:
-Mercé vi prego.
Et quanto poteva, si aiutava. Ma ciò era niente. La calca gli multiplicava ogn’hora addosso maggiore.
La qual cosa veggendo Stecchi et Marchese, cominciarono fra sé a dire, che la cosa stava male et di se medesimi dubitando, non ardivano d’aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano ch’ei fosse morto, havendo nondimeno pensier tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo il quale fermamente l’havrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il quale Marchese subitamente prese.
Che essendo ivi di fuori tutta la famiglia della signoria, Marchese come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era, et disse:
-Mercé Signor, egli è qua un malvagio huomo, che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d’oro. E per non esser riconosciuto ha preso habito di femina, io vi prego, che voi il pigliate sì, che io rihabbia il mio.
Subitamente udito questo ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato et alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, tutto rotto et tutto pesto il trassero loro delle mani et menaronlo al palagio dove molti, seguitolo, che da lui si ritenevano scherniti, havendo udito che per tagliar borse era stato preso, non parendo loro haver alcun’altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dire ciascuno, da lui essergli stata tagliata la borsa.
Le quali cose vedendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido huomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare.
Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone li fece dare con animo di fargli confessar ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandatolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire no, disse:
-Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun, che mi accusa, dire quando et dove io gli tagliai la borsa, et io vi dirò quello, che io havrò fatto et quello che no.
Disse il giudice:
-Questo mi piace.
Et fattine alquanti chiamare, l’un diceva che gliele havea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei et l’altro quattro et alcuni dicevano quel dì stesso.
Il che udendo Martellino, disse:
-Signor mio, essi mentono tutti per la gola. Et che io dica il vero, questa prova ve ne posso dare; che così non fussi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui, se non da poco fa in qua. Et che questo che io dico, sia vero, ne può far chiaro l’ufficial del signore, il quale sta alle presentagioni et il suo libro et ancora l’oste mio. Perché, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanza di questi malvagi huomini stratiare et uccidere.
Mentre le cose erano in questi termini, Marchese, et Stecchi, li quali haveano sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva et già l’aveva collato, temetter forte, seco dicendo:
-Male habbiam procacciato, noi habbiamo costui tratto della padella et gittatolo nel fuoco.
Perché con ogni sollecitudine dandosi attorno et l’oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti il quale in Trivigi abitava et appresso al signore havea grande stato et ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò, che de’ fatti di Martellino gl’increscesse.
Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che per Martellino fusse mandato et così fu. Il quale coloro che per lui andarono, trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice et tutto smarrito et pauroso forte. Perciocché il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire.
Anzi, per aventura avendo alcuno odio ne’ Fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccare per la gola et in niuna guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo al suo dispetto. Al quale poi che gli fu davanti et ogni cosa per ordine detta, gli porse prieghi che in luogo di somma gratia, via il lasciasse andare.
Perciocché infino che in Firenze non fosse sempre gli parrebbe il capestro haver nella gola. Il signore fece grandissime risa di così fatto accidente et fatta donare una roba per huomo, oltre alla speranza di tutti et tre di così gran pericolo usciti, sani et salvi se ne tornarono a casa loro.

Ma il rapporto tra Boccaccio e i suoi moralizzatori scrive un altro capitolo (di segno opposto rispetto al Groto) con Giovanni Gaetano Bottari (Firenze, 1689 – Roma, 1775), un ecclesiastico di grandi intelligenza e cultura.
Diresse la stamperia granducale medicea di Firenze e poi l’allestimento della quarta edizione del vocabolario della Crusca (1729-38). Per l’Accademia della Crusca, Bottari tenne un ciclo di 33 lezioni sul Decameron. Trasferitosi a Roma, grazie all’appoggio del cardinale Neri Maria Corsini ottenne la cattedra di storia ecclesiastica e controversie alla Sapienza. Già nei favori di Clemente XII, alla morte di questi (1740), fu nominato dal nuovo papa, Benedetto XIV, membro delle Accademie di Storia ecclesiastica, dei Concili e di Antichità. La sua tesi è che in Boccaccio non solo sono assenti intenti irreligiosi od osceni, ma addirittura sono presenti intenti morali e pedagogici. La novella di Martellino è uno dei paradigmi della sua analisi.
Ne rintraccia l’archetipo in un passo degli Atti degli Apostoli (14, 7-11), in cui si racconta come Barnaba e Paolo, giunti a Listra (in Asia minore, è la patria di Timoteo che di Paolo è allievo) sciolgano un paralitico dalla nascita e il fanatismo popolare li trasforma in divinità (Giove e Mercurio, quindi divinità pagane).
Boccaccio esamina l’episodio nella sua Genealogia deorum gentilium. Nel sommario leggiamo “contortum a nativitate hominem” che è proprio l’“attratto” della novella. E Vittore Branca, nel suo commento al Decameron (Boccaccio 1980, p. 132) segnala “l’episodio evangelico del paralitico che non riesce a farsi largo tra la folla accalcata attorno a Gesù (Marco 2, 2 sgg.; Luca 5, 18 sgg.)”.
La tesi del Bottari è insomma questa. Da una novella come quella di Martellino si deve trarre una lezione. Tutta positiva, non c’è un bel nulla da censurare. Bisogna stare attenti da una parte a non cadere nel fanatismo (il popolo di Treviso) e dall’altra a non esagerare con un uso spregiudicato del proprio ingegno (Martellino che rischia grosso).
Davvero il Decameron è il poema epico dell’umano e intelligente e perspicace agire.
Dall’infamia di ser Ciappelletto all’anima eletta di Griselda.

 

 

 

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