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ABRUZZO MISTERIOSO

ABRUZZO

MISTERIOSO E INEDITO /

IL TERRITORIO FERITO

CHE VUOLE RIALZARSI /

L’AQUILA, LA CITTÀ LIBRO

(con la Fondazione Feder Piazza, 12-17 settembre 2021)

 

BOMINACO  

 

 

Bominaco è un minuscolo borgo nel cuore della piana di Navelli, quasi mille metri sul mare, tra il Gran Sasso e il Velino.
Qui nel IV secolo fu martirizzato san Pellegrino, giunto dalla Siria per predicare il cristianesimo.
Trenta chilometri dall’Aquila, nel cuore dell’Abruzzo, una ottantina di abitanti appena. Ma ha un re.
Si chiama Nicola ed è il nume del ristorante alle Origini. È alto, ha occhi penetranti e gentili, un sorriso trattenuto.
Ha gesti ampi delle braccia e indica i punti cardinali. Parla gioiosamente della sua terra in capo alla tavola generosa che ci ha imbandito. Narra la storia dello zafferano.
Come lo si coltiva, la pazienza infinita che occorre per arrivare agli stimmi dall’aroma unico e preziosissimo. Il lavoro coinvolge tutta la famiglia ed è una integrazione del reddito. Talora basta una incursione di cinghiali per rovinare una stagione. Lo importò dall’Oriente un monaco, Santucci, trovando ambiente e terreno ideali. 20 chili (sì chili, non quintali) all’anno, più qualche produttore che segue canali meno ufficiali per la vendita.
Gustiamo gli imperdibili ravioli allo zafferano e a me tornano in mente le parole di Marcello Fois. Lo scrittore sardo ricorda i mercanti fenici che per primi portarono in occidente la spezia più preziosa dell’oro. Ed evoca i carovanieri che invitavano i fortunati (e danarosi) acquirenti a munirsi di una bussola olfattiva attraverso la quale fosse possibile concepire connessioni altrimenti inarrivabili.
Già, il naso e l’olfatto come bussola. Assoluto.
Nicola ci vende vasetti con gli stimmi che hanno il bagliore del sole e il fulvo della porpora. Scopriamo che in città, poco distante, i prezzi sono molto, ma molto, più alti.

A qualche metro dalle nostre tavolate i due incredibili luoghi che abbiamo visitato nella mattinata,
la chiesa di santa Maria Assunta e l’oratorio dedicato al santo martire Pellegrino.
Quanto resta dell’antico complesso monastico benedettino di Momenaco (antico nome del borgo attuale), dopo la distruzione avvenuta nel 1423 nella piccola guerra tra gli abati del borgo e i vescovi che ne rivendicavano il controllo. E comunque centro di irradiazione di civiltà perché le genti di queste parti nel 1254 recarono il loro apporto alla fondazione e alla costruzione della nuova città (L’Aquila, appunto) voluta da Federico II di Svevia.
Siamo sul tracciato del Tratturo Magno, tra le vie Claudia Nuova, Minucia, Cecilia e Claudia Valeria.
La chiesa di santa Maria Assunta, edificata forse da Carlo Magno che era da queste parti nell’anno 800.
Al re dei Franchi, dice la leggenda, apparve in sogno san Pellegrino che gli ingiunse di costruire un monastero e gli edifici ad esso connessi. Le tre absidi della chiesa hanno un fiero aspetto medievale. Ci attenderemmo di veder sbucare, salmodianti, i monaci de Il nome della Rosa. Splendente romanico abruzzese che conserva elementi come la cattedra, l’altare e il ciborio, il candelabro pasquale. E l’ambone, maestoso. Semplice ma elegantissimo e solenne.
Poco discosto l’oratorio di san Pellegrino. Nella parte retrostante un rosone decentrato rispetto alla porta. Forse per oggettivi motivi di spazio. Ma chi può dire. La luce entra dalle aperture ed è un pennello luminoso che in certe ore e in certi giorni va a colpire e dunque a sottolineare qualche elemento interno alla chiesa.
E l’interno lascia basiti e sconvolti. Lo stupore di trovare in quel borgo un tesoro così importante e assolutamente sconosciuto, è grande.
Un ciclo (più cicli, anzi, cui lavorarono almeno tre maestri di grande valore) di affreschi risalenti alla seconda metà del XIII secolo.
470 metri quadrati! Storie dell’antico e del nuovo testamento e naturalmente episodi della vita di san Pellegrino. Letteralmente avvolgono il visitatore. Il fedele, bisognerebbe dire, se pensiamo alla funzione di biblia pauperum delle rappresentazioni che ricoprono per intero la volta e le pareti.
Tra gli affreschi vedo anche quell’archetipo della pietà popolare che è san Martino, cui ho dedicato tanti studi e tanta scrittura.
Colpisce il cosiddetto calendario liturgico bominacense. Documento raro, sei mesi su una parete, gli altri sei sulla parete opposta. Ogni mese è rappresentato con la sua fase lunare, il segno zodiacale, le attività che in quei giorni si svolgono nel mondo agricolo. Un vero e proprio manuale ad uso dei fedeli.
Lo spazio interno è diviso in due per tenere separati i battezzati dai catecumeni. Sui plutei divisori, le balaustre in pietra cioè, sono scolpiti ad altorilievo due animali fantastici, un drago ed un griffin.

Bominaco, a mio giudizio il momento apicale di un viaggio che aveva promesse alte.
Un Abruzzo del tutto sconosciuto e misterioso. Tesori praticamente inediti per trovare i quali bisognava immettersi su itinerari non battuti dal turismo “normale” (ne sa qualcosa il nostro Gerardo, abile e tranquillissimo autista, che ha portato il pullman su stradine decisamente impervie).
Beh, promesse mantenute e perfino sopravanzate.

12 SETTEMBRE

ASCOLI

 

 

Si parte di domenica, all’alba. La prima meta raggiunta è Ascoli. È la città dalle cento torri in cui fa da padrone il travertino di tante gradazioni diverse.
Il primo insediamento da queste parti risale al neolitico. Amatissima da André Gide e da Guido Piovene. Mario Tozzi ha scritto che “non c’è altro posto in tutta Italia dove sia possibile percepire la piazza come luogo sociale e, nello stesso tempo, architettonico come la piazza del Popolo”.
A dire il vero la primissima meta è una trattoria. Generoso anche il food street con i cartoccetti di olive ascolane e arrosticini. Anna ha individuato una trattoria proprio in centro, il Cigno. Siamo in cinque con Enza, Dino e mia moglie Egle. Scelta felicissima.
Poi visita alla città. Partiamo da piazza Arringo, col battistero di San Giovanni e un lato minore chiuso dal duomo, la cattedrale intitolata a sant’Emidio con la sua cripta. Palazzo dell’Arengo è sede della pinacoteca civica. Questo è probabilmente il luogo dell’antico foro ed è altrettanto probabile che la cattedrale insista sulle fondamenta della basilica romana.
L’altro fulcro del centro urbano è la rinascimentale piazza del Popolo col palazzo dei Capitani del Popolo e la chiesa di San Francesco. Ma il più gettonato è lo storico Caffè Meletti, in elegante stile liberty. L’apertura risale al 18 maggio 1907 ad opera di Silvio Meletti, un produttore di liquori.
È il luogo dell’anisetta con la mosca, un liquore a base di anice con i chicchi di caffè. Qui non mancavano mai, durante le loro visite, Hemingway, Sartre, Simone de Beauvoir. Sandro Pertini amava molto l’anisetta e Trilussa confessa che molti suoi sonetti sono nati dalla leggera ebbrezza dell’anice distillato secondo la segretissima ricetta elaborata dal fondatore.
In un angolo una signora esibisce l’arte del tombolo. Sorride al fotografo.
In piazza Ventidio Basso visitiamo la chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio dal portale gotico e dalla facciata divisa in 64 riquadri un tempo decorati. Prima di partire una capatina al vicino ponte romano di Solestà, di costruzione augustea (dunque 2mila anni!) che unisce le due parti della città attraversate dal canyon scavato dal Tronto.
Notte vicino ad Ascoli, in località Folignano.

13 SETTEMBRE

ATRI

 

 

Direzione l’Aquila.
E fermata ad Atri, animata dalle bancarelle del mercatino (un mercatone, a dire il vero) settimanale. Siamo in provincia di Teramo, a quasi 500 metri di altezza sul mare.
Atri ha 3mila anni di vita. Deriva il suo nome forse da Hatranus, una divinità che collega la città alla cultura di popolazioni illiriche che qualcuno vuole l’abbiano fondata. Comunque è certo che qui già dal IX secolo a. C. erano insediati gli Oschi e i Sabini, cioè popoli di ceppo sannitico.
Il corso centrale è dedicato all’imperatore Adriano, che ha un suo busto. Dalla città prese, lui spagnolo, il nome.
Il fulcro centrale è la (con)cattedrale di santa Maria Assunta, costruita a partire dal 1260. La facciata presenta grandi portale e rosone. In una nicchia la Madonna con Bambino, opera degli scultori Raimondo del Poggio e Rainaldo d’Atri, molto attivi in zona.
L’Assunta presenta più cicli di affreschi e immagini talora mutile, realizzati tra Trecento e Quattrocento. Opera di più maestri: Giacomo d’Atri, il Maestro di Offida, e soprattutto Andrea de Litio (1420-1495), forse il più famoso dei pittori abruzzesi.
Andrea ha lasciato nel coro il proprio capolavoro, le storie della vita di Maria e Cristo dipinte tra 1480 e 1481. È il più grande ciclo di affreschi dell’Abruzzo. Con scene inedite o quasi, come Maria che impara a tessere e a ricamare. Sulla volta le virtù teologali e negli spicchi i quattro evangelisti e i quattro dottori della Chiesa.
Ma Atri è anche il paradiso della liquirizia. La produzione è forse di origini romane. Divenne un cespite di guadagno per i frati domenicani qui insediati fino al 1809. Non se ne produsse più fino alla ripresa legata, nel 1836, al nome del cavalier De Rosa che riavviò la lavorazione proprio nei locali dei domenicani dove si trova tuttora. Un’altra fabbrica fu aperta da Aurelio Menozzi negli anni Cinquanta fino alla fusione dei due stabilimenti. Oggi fuori del negozio Menozzi- De Rosa, proprio di lato alla cattedrale, assaggi per tutti. Liquorini derivati compresi.
Impossibile resistere.

ROCCASCALEGNA

 

 

Un centinaio di chilometri lungo l’Adriatico e poi un tuffo all’interno per il castello ardito di Roccascalegna. La costruzione si protende nel vuoto. Sembra abbarbicata a un promontorio e sfidare i secoli.
Siamo a poco più di 400 metri di altezza sul mare, nell’ampia vallata del Sangro. Per la precisione la valle del Riosecco che del Sangro è un affluente di sinistra.
Sul borgo aleggia la leggenda di un marito che, non volendo subire l’atroce imposizione dello ius primae noctis, uccise il castellano, membro di una delle famiglie che detenne il possesso del mastio, i Corvo / De Corvis. Il suo fantasma si aggira ancora tra il borgo e il ripido sentiero che conduce al castello.
Lungo la via tortuosa che reca al castello ogni angolo riserva un quadretto dipinto. Sotto la terrazza di una piccola birreria artigianale… non si può sostare per sbirciare tra le gonne delle ragazze.
Saliamo con qualche fatica, non prima di uno scrupoloso controllo dei green pass. In un angolo, una romantica targa inneggia al poeta ignoto.
Comunque luogo che attira cineasti e documentaristi. Matteo Garrone girò qui alcune scene del suo Il racconto dei racconti, tratto dalla raccolta di fiabe di Giambattista Basile.
La prima costruzione è longobarda, prima torre di avvistamento, poi rocca difensiva vera e propria. Ebbe abbandoni e riprese. Con diversi restauri e ristrutturazioni. Nel 1985 gli ultimi feudatari, i Croce Nanni lo donarono al comune.
Ospita un (incongruo) museo delle torture con la riproduzione di un incredibile lanciafiamme bizantino. Si avvaleva del famoso fuoco greco che non poteva essere spento dall’acqua.
In questo periodo nel castello si tiene la mostra di uno scultore qui nato e poi artefice di una prestigiosa carriera a Roma, Pietro De Laurentiis (13 marzo 1920-17 ottobre 1991).
Il pannello in bronzo della sede INPS di Treviso è opera sua.
In serata, stanchi morti, arrivo all’Aquila e alloggio all’hotel che reca il nome della città. Ci rendiamo conto che quello che si dice (si vuole dire) sulla ricostruzione mancata della città non risponde al vero.

14 SETTEMBRE

Apro la finestra della mia camera e il muro davanti presenta crepe. E tiranti e sostegni in ferro. Lo capiremo presto: l’Aquila sta rinascendo e i capitali per la ricostruzione ci sono. Si preferisce andare lentamente per fare le cose bene e nel rispetto di quella che era la città prima del disastroso sisma del 2009.

È il giorno di Bominaco e di quella che viene definita la Cappella Sistina d’Abruzzo. La definizione fa torcere il naso (giustamente, certi accostamenti lasciano il tempo che trovano) alla nostra guida, la storica dell’arte Patrizia Andreocci.

SULMONA

 

 

Pomeriggio a Sulmona. La città ha dato i natali al grande poeta latino Publio Ovidio Nasone. Fu oppidum dei Peligni e divenne municipio romano nel 43 a. C.
Sulmona vuol dire confetti. Qui Mario Pelino (l’azienda è ancora della famiglia) fondò il primo opificio nel 1783. Nell’attuale sede i confetti vengono fabbricati al primo piano con un ciclo di lavorazione rimasto identico nei secoli. Le mandorle, prevalentemente di Avola, vengono introdotte in piccole betoniere, le cosiddette bassine. Lavoro assolutamente sorvegliato a vista dagli operatori che provvedono a spargere sulle mandorle lo sciroppo di zucchero di vari colori.
Non solo bianco, dunque. E quante cose si possono fare coi confetti accostati tra loro nei modi più impensabili. Soprattutto fiori. Al primo piano è ospitato anche il reparto di confezionamento, soprattutto bomboniere di ogni tipo possibile e immaginabile.
Ai piani superiori un museo storico con gli antichi macchinari e qualche chicca. C’è una confezione di quei particolari confettini chiamati cannellini appartenuta a Giacomo Leopardi che di questo dolcetto era particolarmente ghiotto.
Poi passeggiata per il centro della città e visita alla cattedrale di San Panfilo, costruita a partire dal 1075. Nei secoli ha subito molte trasformazioni anche per i danni dei vari terremoti, soprattutto quello del 1706, in seguito al quale fu riedificata con forme barocche.
Poco più avanti, seguendo il principalissimo corso Ovidio, il complesso della Santissima Annunziata, un ospedale (cioè un centro di ospitalità, non un nosocomio) per pellegrini fondato nel 1320.
In fondo a corso Ovidio ci aspettano il Palazzo Pretorio (risalente al 1490 e sede del Capitano di Città) e l’acquedotto medievale. È la grande piazza Garibaldi che si estende su due piani, il più alto che fa da terrazza affacciata sul sottostante.
Qui, ogni Pasqua (ma quest’anno non si è fatto nulla per il covid) va in scena una sacra rappresentazione, la Madonna che scappa, curata da secoli dalla Confraternita di santa Maria di Loreto. Dalla chiesa di san Filippo, su uno dei lati della piazza, esce (portata a spalla dai membri della Confraternita in cappa verde) Maria in lutto.
La chiamano gli apostoli Pietro e Giovanni che recano la lieta novella della resurrezione. I due bussano più volte, ma solo alla terza la madre del risorto esce. Maria avanza lentamente verso il centro della piazza, è ancora incredula e sconvolta dal dolore. In lontananza si profila Gesù. La gioia invade la madre che gli corre incontro. La corsa è sempre più veloce. Cade il mantello nero del lutto, emerge il vestito verde della speranza.
Siamo di fronte ad un rito antichissimo e di trasparente significato simbolico, forse di origini precristiane. Il buio inverno lascia il posto alla verdeggiante primavera. Viene liberato un volo di colombi e scoppiano i mortaretti che spaventano e mettono in fuga i fantasmi della brutta stagione.
Dopo cena, passeggiata per le vie dell’Aquila. Una birra e una chiacchierata. È una città bellissima, animata da una infinità di giovani. Si capisce che è culturalmente ricca. Sta rinascendo. Sta risorgendo. Ma le ferite sono ancora evidenti. Davanti al nostro albergo c’è la grande Camera di Commercio, ancora “inchiodata” e “imbavagliata”.
Ma esibisce, sopra i teloni che la coprono, le fotografie della speranza. Un prete unisce in matrimonio una giovane coppia. Due mani si stringono. Due volti in silhouette si scambiano un bacio.

15 SETTEMBRE

L’AQUILA

 

 

È il giorno della visita alla città. Tante cose interessanti con due bellezze assolute nel pomeriggio.
Dobbiamo abituare la mente e l’occhio. È una cultura particolarissima perché qui, a causa dei ricorrenti terremoti, si sono stratificati e mescolati Medioevo, Rinascimento e Barocco.
Una città libro, da sfogliare con estrema attenzione.
Cominciamo con il cinquecentesco Forte spagnolo nel quarto di Santa Maria a nord del centro storico. Una struttura a pianta quadrata con quattro bastioni agli angoli, su progetto di Pedro Luis Escrivà, l’architetto valenciano che viaggiava al servizio di Carlo V d’Asburgo. È chiuso per lavori dopo i danni del sisma.
Poi la chiesa di San Silvestro, tra gotico e romanico, tipica dell’architettura sacra abruzzese con la facciata quadrata. Fu edificata nel XIV secolo dagli abitanti di Collebrincioni sui resti di un preesistente edificio sacro. Dopo il terremoto del 1703 venne ricostruita con forme barocche. Posta tra il quarto di Santa Maria e il quarto di San Pietro, presenta un impianto di tipo basilicale, tra i primi realizzati all’Aquila.
Ammiriamo nell’abside del presbiterio gli affreschi del cosiddetto Maestro di Beffi, il pittore e miniatore, forse di origini senesi, che fu attivo in Abruzzo tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo. Trae il nome dal trittico di Beffi che si trova nel museo nazionale d’Abruzzo all’Aquila.
La chiesa di santa Maria Paganica è certo la più la più provata dal terremoto. Attorno le fervono i lavori. Qui i muri sono corpi lacerati da ferite profonde. Che non sono ancora cicatrice.
Nella basilica intitolata a san Bernardino da Siena (1380-1444) sono conservate, in una cappella / mausoleo, inserita nella navata di destra, le spoglie mortali del santo. Qui infatti, già molto malato, morì mentre, su invito del vescovo Amico Agnifili, cercava di riappacificare le fazioni della città in lotta tra loro. La bara, vuole la leggenda agiografica, gocciolò sangue fino a quando non fu fatta pace.
La chiesa, costruita tra il 1454 e il 1472, è citatissima in letteratura. Ne scrissero Carlo Emilio Gadda,Augustus Hare e Keppel Richard Craven. E qui è ambientato un romanzo di Donald Bain che ha per protagonista Jessica Fletcher, cioè La signora in giallo.
Attira l’attenzione il barocco organo maggiore, ma toglie letteralmente il fiato la grande pala d’altare di Andrea della Robbia (a destra, appena si entra) che racconta la resurrezione di Gesù.
Nel pomeriggio ci spalanca le braccia la fontana delle 99 cannelle o della Rivera. Ricorda i 99 “castelli” da cui sarebbe venuta la primitiva popolazione. Borgo a tradizione artigiana, il più antico della città.
Qui apprendiamo che, in quel “pastiche” che è l’etimologia del nome della città (non sarà estranea l’aquila imperiale di Corrado IV), le acque giocano un ruolo preciso. L’acquilis, la principale sorgente del luogo.
Infine la strepitosa basilica di Santa Maria di Collemaggio che ci folgora, come un fondale scenico, oltre un grande prato verde. Fu fondata da Pietro da Morrone, il futuro Celestino V, e costruita a partire dal 1287.
Il simbolo della città, la sua immagine nel mondo. Pietro Angeleri vi fu incoronato papa, con il nome di Celestino V, il 29 agosto 1294. Nello stesso anno, Celestino emanò una bolla, con la quale concesse indulgenza plenaria e universale a tutta l’umanità. È la Perdonanza che ottiene chiunque attraversi la porta santa (sul lato sinistro) tra le sere del 28 e del 29 agosto di ogni anno. Solo 6 anni dopo Bonifacio VIII, cogliendo anche sul piano politico la potenza di questa idea, avrebbe istituito il Giubileo, l’anno santo.
Lacerti (importanti) di affreschi. Mi porto nella anima l’immagine di un volto di donna (la Vergine Maria? Una pia donna?) superstite, su una colonna, di un affresco molto più grande. Quel brandello di colore sul biancore fulgido della pietra mi pare di una bellezza assoluta che annulla il tempo.
Pietro / Celestino ha qui il suo mausoleo. Viene citato sempre come il papa che fece per viltade il gran rifiuto (Dante, Divina Commedia, Inferno 3, 60). Io sono abbastanza convinto che Dante alluda ad un altro personaggio. Ma questa è un’altra storia.
Passeggiata serale tra i vicoli del centro.
Ecco le Cancelle, le botteghe che furono trasportate dalla piazza del Duomo e ricostruite nella stessa forma e con le stesse pietre qualche metro più in là nel 1920, dietro l’attuale palazzo delle poste.

16 SETTEMBRE

SANTA MARIA IN VAL PORCLANETA

 

 

Ancora un miracolo di bellezza (e una strada che è meno di una mulattiera, affrontata con fierezza dal nostro buon Gerardo al volante), santa Maria in val Porclaneta. Una settantina di chilometri dall’Aquila, in una delle vallate che circondano il monte Velino, nel nulla.
Una meraviglia della cultura benedettina che conserva intatto il suo arredo, soprattutto l’iconostasi, di straordinarie ricchezza e complessità. Il cuore del medioevo. È formata da due lastre in pietra, probabilmente eseguite da artisti diversi, sormontate da quattro colonnine che sorreggono un architrave in legno. Al centro una costruzione che rievoca palazzi esotici.
L’ambone è semplicemente meraviglioso. Poggia su colonnine e ogni capitello reca un volto o un disegno misteriosi. Sulla scala che porta al pulpito, due artisti (firmano il loro lavoro in una iscrizione, Roberto e Nicodemo) hanno scolpito la storia di Giona. Dato in pasto ad un mostro marino e da questo poi rigettato sulla spiaggia. Ho pensato che un illustratore di fumetti non avrebbe saputo dire in modo più efficace e con miglior ritmo compositivo.
Su una colonna a fianco, un ET. Un extraterrestre in val Porclaneta, mi chiedo. In diretta giro la domanda ad un amico ufologo di Treviso (che è anche medico). Forse un poveretto affetto da morbo di Basedow, è la lapidaria risposta.

ALBA FUCENS

 

 

Altro panorama (e altra cultura) nella vicina Alba Fucens che fu colonia romana nel 303 a. C.
Siamo sempre ai piedi del monte Velino. Solo (molto) parzialmente riportata alla luce, presenta due grandi strade, lastricate e parallele, su cui si affacciano botteghe, magazzini, recinti per il bestiame e le terme.
Ecco il thermopolium, cioè il bar. Quasi pronto per essere rimesso in funzione.
Una delle due vie (il decumano che incrocia il cardo proprio all’inizio della parte riportata alla luce) oggi si chiama via del Miliario perché vi si trova il cippo del km 0 come diremmo noi oggi.
Intatto e imponente il grande anfiteatro con uno dei lati lunghi (e relative tribune) scavato nella montagna.

CELANO

 

 

L’aggettivo fucens ci ricorda che siamo vicini al grande lago prosciugato del Fucino.
E proprio lì, nel cuore della piana del Fucino, ci rechiamo a visitare il castello Piccolomini di Celano costruito a partire dal 1392 dal conte Pietro Berardi. Antonio Todeschini-Piccolomini, nipote di papa Pio II, completò l’opera nel 1463. Prima struttura difensiva, poi anche palazzo residenziale.

Dagli spalti si gode un panorama immenso su tutta la piana. Che sarebbe il terzo lago d’Italia. L’opera di prosciugamento fu iniziata già in epoca romana e portata a compimento da Alessandro Torlonia.
Il castello è sede del museo d’arte sacra della Marsica e della collezione Torlonia delle antichità emerse dal fondo del lago prosciugato. Piccolo ma imperdibile.
Il museo, al secondo piano, si articola in 12 stanze. Davvero importanti le sculture lignee e le ante lignee del XII secolo provenienti dalla chiesa di santa Maria in Cellis di Carsoli e dalla chiesa di san Pietro in Alba Fucens.
E poi la splendente Vergine del grande Andrea De Litio, già incontrato ad Atri.
Tra i bassorilievi in pietra noto uno stilizzato san Michele arcangelo e un animale fantastico, una sirena, di profondo fascino.
Tra le statue lignee un viandante, San Giacomo come indicano libro e vincastro.

17 SETTEMBRE

SANTA MARIA DI RONZANO 

 

 

Sulla via del ritorno e in provincia di Teramo, il romanico del complesso abbaziale benedettino di Santa Maria di Ronzano, ai piedi del Gran Sasso. È la cosiddetta valle delle abbazie. Qui vicino scorre un grintoso torrentello, il Mavone, affluente di destra del Vomano.
Strana chiesa, senza absidi evidenti all’esterno, ma ricavate internamente nello spessore del muro.
È proprio il catino absidale con i suoi affreschi ad attirare attenzione e ammirazione. La datazione dei dipinti oscilla tra 1181 e 1281. L’interpretazione dell’iscrizione alla base della calotta absidale lascia spazio a dubbi.
Nella calotta è rappresentato Cristo benedicente all’interno di una mandorla, attorniato da quattro angeli in volo. Poi a scendere i dodici apostoli e l’annunciazione.
Quindi l’infanzia di Gesù: l’incontro di Maria ed Elisabetta, la natività, l’adorazione dei Magi (purtroppo scomparsa), Maria in trono con Gesù in braccio.
Campeggia la tenerissima fuga in Egitto, con Giuseppe che reca un fagotto e si gira a guardare Maria e Gesù. Maria imita il gesto di Gesù e indica l’andare. Giuseppe ha le fattezze e l’abbigliamento dell’ebreo errante. Non ha l’aureola perché è un ebreo e infatti nel fagotto reca il libro della torah.
Truculenta e drammatica la strage degli innocenti.
Nella fascia più bassa una coinvolgente passio, dal bacio di Giuda alla deposizione.

IL MISTERO, L’INEDITO
Questo Abruzzo segreto e sconosciuto è splendido. Si impianta nel cuore. Lo abbiamo scoperto grazie ad una storica dell’arte che ha il gusto dell’inedito, della scoperta personale delle bellezze nascoste tra le pieghe del territorio, Patrizia Andreocci. Patrizia affabula, avvolge, scherza (grande autoironia) con la sua stessa prolissità. In realtà ogni parola è un tassello di conoscenza. Immerge nella materia del dire.

GRAZIE

Devo dire grazie a lei, ad una straordinaria compagna di viaggio come Egle, mia moglie.
Grazie alla Fondazione Feder Piazza Onlus, che organizza questi viaggi / scoperta.
Grazie al suo presidente Nevio Saracco, a Lino Bianchin. a Giorgio Forlin.
Grazie per le sue spiegazioni a Patrizia Andreocci.
Grazie per l’organizzazione alla Real World Tour.

E naturalmente grazie a tutti i miei compagni di viaggio:
MariaRosa e Nevio,
Eugenia e Mauro,
Lucia e Gigi,
Mara e Pietro (Piereto è un fraterno amico da sempre, dai tempi delle elementari),
Maria Teresa e Angelo,
Ada e Damir,
Daniela e Sandro,
Enza e Dino,
Anna e Piero,
Angela e Giuseppina,
Carla,
Francesca,
Maria Grazia,
Maria Serena,
Clara, Giuseppina,
Nelly, Franco e Matteo,
Eugenia,
Oliva,
Liana,
Anna,
Maria Irene.

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Tutti nel cuore, con affetto e gratitudine.

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