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VIAGGIO IN BRETAGNA ALLA RICERCA DI UN COMMISSARIO E DEI “CALVARI”

DOVE LA PIETRA CANTA E URLA

 

26 agosto 2025, 798 km, Salon de Provence

PRIMA TAPPA

Ci fermiamo in questa cittadina della Provenza dopo un viaggio che ci ha visto affrontare le autostrade piemontesi (per lunghi tratti indegne di un paese civile) e il congestionato traffico della Costa Azzurra. Incuriositi dal luogo (e anche un poco stanchi del viaggio). Qui visse a lungo (e morì il 2 luglio 1566 ) Michel de Nostredame (Miquèl de Nostradama in occitano) a tutti noto come Nostradamus, astrologo, farmacista e soprattutto autore di profezie che vengono di continuo citate. Qui è sepolto, nella collegiata Saint-Laurent e tutto lo ricorda. Compreso il nostro campeggio (38 euro, caretto per lo standard francese) che abbrevia il nome dell’autore delle cosiddette “centurie” in Nostrà, ovviamente accento sulla a finale. Campeggio non facilissimo da trovare ma immerso nel verde e accanto alla source de Bois Gelin, un fiume che scorre impetuoso da subito, già alle porte del camping.
Abbiamo scelto questa via perché vogliamo raggiungere la Bretagna costeggiando l’oceano e attraversando i delta dei grandi e piccoli fiumi che sfociano nell’Atlantico.

I DUE MOTIVI DEL VIAGGIO

Ci spingono verso la Bretagna due obiettivi molto diversi tra loro.
Le tracce di un personaggio letterario, il commissario Georges Dupin, e il desiderio di conoscere una manifestazione di religiosità popolare unica al mondo e patrimonio UNESCO, i cosiddetti Calvari.
La figura di Dupin, un commissario allontanato da Parigi per qualche guaio che ha combinato (mai il lettore apprende compiutamente di cosa si tratti) è stata creata da Jean-Luc Bannalec (pseudonimo di Jörg Bong). Dupin approda al commissariato di Concarneau e risolve casi complicatissimi. Leggi i libri di Bannalec e, solo per questo, ti vien voglia di visitare la Bretagna. Lo scrittore è innamorato di questi luoghi e li descrive in maniera suggestiva. Non a caso il suo pseudonimo, Bannalec, coincide col nome di una cittadina del dipartimento bretone del Finistère. Dagli isolotti dell’arcipelago di Glénan alle saline di Guérande, dalle isole di pescatori di Île-de-Sein alle coste di granito rosa di Trégastel e alla misteriosa foresta di Brocéliande, popolata di fantasmi della Tavola Rotonda. Dai libri di Bannalec è stata tratta una serie, interpretata da Pasquale Aleardi, un attore e cantante svizzero naturalizzato tedesco. Serie molto godibile per chi ama un certo genere (diciamo grossomodo alla Maigret); alcuni episodi si trovano su RaiPlay.
Calvari: sarebbe più esatto parlare di “enclos paroissiaux” (recinti parrocchiali) che comprendevano un arco trionfale di ingresso, un cimitero, un ossario, una chiesa (qui è diffusa e si afferma una affascinante e avvolgente versione del gotico) o cappella. E soprattutto, appunto il “Calvario”: un crocifisso ai cui piedi, in mille fogge diverse, vengono raccontati episodi del vecchio e nuovo testamento. Soprattutto la vita di Gesù. Un modo per suggestionare i fedeli e tracciare in qualche modo una via di collegamento tra il mondo dei vivi e l’aldilà. Cominciano ad apparire nel XV secolo e fioriscono fin quasi alle porte dell’Ottocento. Documento di religiosità popolare e devozione, ma anche di grande ricchezza e soprattutto di una precisa strategia culturale.

27 agosto 2025, 735 km, Rochefort

SECONDA TAPPA

Rochefort è una cittadina di 25mila abitanti, famosa per essere stata sede di un arsenale marittimo e militare, il più grande e il più bello del regno francese. Se ne vedono le tracce in po’ ovunque, ad esempio nel grande veliero tirato in secco e visitabile. Qui domina la figura di Pierre Loti (al secolo Louis Marie Julien Viaud, Rochefort, 14 gennaio 1850-Hendaye, 10 giugno 1923), lo scrittore che fu ufficiale di marina e che dalla sua esperienza militare trasse spunto per molti romanzi (il “Pescatore d’Islanda” il più famoso) assai popolari in Francia.
Un elogio per le autostrade francesi, molto curate e pulite. Con numerose aree di sosta dotate di servizi in cui è piacevole fermarsi per un picnic.
Approdiamo al camping municipale (26 euro).
Attraversiamo i grandi fiumi. Il Rodano che corre verso le sue foci nella Camargue. E poi l’estuario della Gironda in cui si riversano Garonna e Dordogna. Qualche prevedibile disagio sulla tangenziale di Bordeaux.
L’oceano è al nostro fianco.
Ci rovescia addosso un acquazzone dietro l’altro. In un’ora si vedono acqua e sole per tre volte. Di notte un tamburo intermittente sul tetto del camper. Un proverbio di queste parti dice che in Bretagna piove due volte alla settimana. La prima volta per tre giorni, la seconda per quattro.

28 agosto 2025, 370 km, Pont-Aven

TERZA TAPPA

La Bretagna si annuncia con i velieri alla fonda nell’estuario della Vilaine, tra Muzillac e Pénestin.
E si annuncia con i cartelli stradali in doppia lingua. Accanto al francese il brittonico, l’antica parlata celtica incredibilmente vivissima nel cuore e sulla bocca della gente bretone. Si organizzano anche corsi di brittonico.
Approdiamo a Pont-Aven, un borgo di straordinaria bellezza sul fiume omonimo. Il camper trova posto in uno spazio predisposto all’ingresso del paese, gratuito ma con nessun servizio. Qui Dupin svolge la sua prima ammaliante indagine attorno ad un quadro (falso? autentico? boh), “Intrigo bretone”. Il quadro (forse) è di Paul Gauguin.
È la cittadina dei pittori: decine e decine di gallerie d’arte e botteghe antiquarie (brocante, che vuol dire piuttosto rigattiere, come si dice da queste parti). Gli altri esercizi commerciali propongono le gallette locali al burro. Un biscotto al burro, molto buono.
Tutto parla di Paul Gauguin. Il pittore parigino soggiornò qui quattro volte tra 1886 e 1890. Non solo a lui è legata Pont-Aven. Qui lavorarono Bernard, Sérusier, Filiger, Moret. Grazie a loro nacque la corrente pittorica nota come “Scuola di Pont-Aven”. Uno dei capisaldi della pittura moderna. Prima era solo la città dei mugnai.
Il manifesto di questo nuovo gusto è il dipinto di Gauguin “Ballo delle ragazze bretoni”, riproposto sui cartelloni pubblicitari, sulle scatole in latta dei dolciumi, sulle affiche ricordo. Ovunque.

29 agosto 2025, 13 km, Concarneau (Konk Kern in bretone)

 

QUARTA TAPPA

Nel Finis Terrae dei Romani, il punto più occidentale dell’Europa . Il Finistère, come suona il toponimo locale. Per i Bretoni è Penn-ar-Bred, cioè la punta del mondo.
Arrivo al camping Aurore (28 euro). Con un battello (1 euro, due o tre minuti di navigazione, imbarcadero a un km e mezzo dal campeggio) si raggiunge la città fortificata. Fa la spola in continuazione fino alle 11 di sera. Pioggia e sereno. Il sole ci regala quella luce dorata e calda che si vede solo qui in Bretagna. Si sfida il meteo, si cerca di intivarla. A noi va abbastanza bene.
La città fortificata, la “ville close”. Le mura di granito abbracciano parte dell’isola. Risale al 1300 ed era un importante porto peschereccio. Lo è ancor oggi, del resto, anche se nel porto le imbarcazioni da diporto prevalgono nettamente sui pescherecci. Su uno, l’Hémérica, si può salire: è a secco, appena fuori del Museo della Pesca.
Passeggiata all’interno delle mura con le sue strette viuzze ricche di negozi coloratissimi. Case a graticcio e grandi reti da pesca appese ad ogni angolo.
Percorriamo anche la sommità delle mura. Panorama splendido. Fuori c’è la Concarneau nuova con la sua enorme piazza.
Ad uno dei vertici, il Cafè de l’Atlantic, base fissa del commissario Dupin. Obbligatorio un espresso al tavolino dove lo consumava Aleardi, l’interprete della fiction TV. Davanti di noi il porto, una foresta di vele e alberi.
Scendendo dal giro sulle mura ci imbattiamo in un concerto dei Gabiers du Passage, un gruppo molto affiatato, forse una ventina di elementi. Musica celtica con le coloriture degli antichi canti bretoni, per lo più marinari. Gabier significa gabbiere, cioè marinaio addetto alle vele. Fisarmonica (mi richiama la tipologia cajun), chitarra/banjo, percussioni e coro. Musica suggestiva e avvolgente. Purtroppo arriva uno scroscio d’acqua. Ma i Gabiers tirano avanti imperterriti sotto gli ombrelli.
In un bistrò gustiamo le kouignettes, versione in piccolo di un tipico dolce bretone, le kouign-amann: pasta sfoglia, burro e zucchero. E poi, a scelta, gusti all’amaretto, al caramello salato, al cioccolato. E olive e basilico. Da perdersi, insomma.

30 agosto 2025, 13 km, Notre Dame de Tronoën / Locronan

 

QUINTA TAPPA

Il nostro primo Calvario, Notre Dame de Tronoën. Percorso avventuroso nella piatta campagna del Finistère (comune di Saint-Jean-Trolimon). Strada sconnessa e strettissima. Sembra aleggiare la memoria di Merlino, il mago della saga arturiana, figlio di Satana. O, nella mattinata scura e piovosa, l’immagine della morte con le fattezze scheletriche dell’Ankou. O anche i bizzarri capricci del karrigan che sarebbe il nostro mazzariol.
Ma quello che ci appare di colpo è un miracolo. Di bellezza e potenza immaginifica.
Il Calvario più antico, si dice, metà del XV secolo. Vicino ad una fonte portentosa le cui acque curano diversi disturbi.
Da queste parti il cristianesimo faticò ad affermarsi. I culti druidici furono praticati e godettero di prestigio fino a tutto il XVI secolo. Il cristianesimo dovette adattarsi realizzando un particolarissimo sincretismo religioso.
Cioè quel fenomeno culturale per cui due religioni (o due filosofie) tra loro inconciliabili cercano in qualche modo un terreno comune su cui incontrarsi. I santi cristiani bretoni sono un po’ preti e un po’ druidi. Combinano cose abbastanza particolari, molto vicine alla cultura druidica. San Efflan salva re Artù da un drago. E i santi Nèventer e Derrien liberano le loro contrade da mostri devastatori. San Hervè dà ordini ai lupi, li soggioga, li fa suoi servi. Tutta altra cosa rispetto a Francesco che i lupi li ammansiva parlando loro con dolcezza. Addirittura san Cornély si difende dagli eserciti romani (invasori!) trasformando in pietre i legionari. Monti e valli scoscese recano il segno della lotta titanica tra Satana e arcangelo Michele. E santa Nolwenn viene decapitata e se ne va in giro col suo cranio tra le mani. Ronan, un santo monaco venuto dall’Irlanda nel corso del VI secolo, è sospettato di essere un “loup-garou”, cioè un lupo mannaro e deve lottare contro le streghe. Tutta roba da saghe del profondo Nord.
È in questo clima culturale che nascono i “recinti”. Il cristianesimo doveva suggestionare, nutrire un immaginario diverso e più vicino al pensiero e alla spiritualità cristiani. Gli “enclos” erano imponenti, prestigiosi, visibili da lontano. Al centro, il Calvario. Una croce altissima, a braccia larghe. E alla base una vera e propria biblia pauperum, un catechismo per immagini. Tronoën è un esempio assoluto. Parola bretone che significa “cappella (trève) sulla sorgente”. La vita di Gesù culminante in una Via Crucis di incredibile potenza espressiva. Doveva essere ancora più suggestiva e vincolante quando il kersanton grigio era dipinto con colori vivaci.
I druidi insegnavano un rapporto con la morte (si è fatto cenno all’Ankou) fatto di trasformazioni e ritorni. Difficile per i monaci cristiani proporre l’idea di una trascendenza, di un aldilà connesso a un premio o a un castigo.
Quanto genio, quanta arte, quanta capacità fantastica hanno profuso sul Calvario di Tronoën gli anonimi scultori di sei secoli fa. Un centinaio di personaggi su due piani. Sopra svettano la croce di Gesù e quelle dei due ladroni. Sotto, tutto il vangelo. Dall’Annunciazione alla morte sul Golgota. Con particolari mirabili: Maria che tiene in braccio il figlio morto, Ponzio Pilato che si lava le mani. E l’ultima cena, solenne e ieratica. Ci sono perfino i tre re Magi accanto alla Natività. Struggente ed evocativo Gesù già grandicello che veglia sulla mamma addormentata. Accanto alla croce, Veronica tiene spiegato il sudario che reca impresso il volto di Gesù.
Non si verrebbe mai via: Giuseppe dormiente, la flagellazione (Gesù ha il volto velato), la presentazione al tempio…
Pomeriggio a Point de Raze, il punto più occidentale d’Europa. Il vento tagliente, le raffiche di pioggia, gli stormi di gabbiani urlanti, le onde che mugghiano sugli scogli formano una fotografia che non conosce il tempo. Eterna.
Da lì si scorgono l’Île-de-Sein e gli isolotti che la circondano. Il commissario Dupin (afflitto da cronico mal di mare) deve raggiungerla più volte durante una sua indagine, la quinta della serie, “Marea bretone”. Perché una pescatrice, famosa per il suo impegno ambientalista, è stata uccisa?
In serata approdo a Locronan (camping municipale, 21 euro), un paese piccolo ma pieno d’arte. Deve il suo nome a Ronan, il santo che soggiogava i lupi. Che qui è sepolto.

31 agosto 2025, Locronan

Locronan è un borgo di 800 anime, famoso un tempo perché vi si fabbricavano resistenti vele di lino per navi destinate a solcare tutti i mari del mondo. Famoso anche per le sue case in granito blu. Un blu che in realtà tende molto al grigio.
Di Calvari, Locronan ne ha due, uno nel cimitero della parrocchiale, uno nella discosta cappella di Nostra Signora della Bonne Nouvelle.
Nell’incredibile gotico della parrocchiale dorme, in un sarcofago di granito nero, san Ronan. Ed è uno scrigno di tesori artistici. Una  Deposizione in granito dipinto del XV secolo, il pulpito con dipinte le storie di Ronan (altro straordinario esempio di biblia pauperum), la statua di san Michele che sconfigge il drago/Satana. In mano Michele regge la bilancia che deve pesare i peccati dei trapassati. Ogni nicchia è una rivelazione.

1 settembre 2025, 77 km, Saint-Thégonnec

 

 

 

 

 

 

SESTA TAPPA

Oggi la nostra meta finale è Saint-Thégonnec, sempre nel Finistère, 12 km a sud di Morlaix e a nord dei Monts d’Arrée. In realtà dolci e verdeggianti colline solcate dai brevi e ricchi fiumi di Bretagna. Un piacere guidare, una gioia per gli occhi.
E quanti Calvari sulla strada. A Sizun (un piccolo museo, ricco di pubblicazioni e brochure) e a Locmélar, 500 anime appena.
Certo, i Calvari narrano e raccontano. Sono circa 200. Colpisce il ripetersi di certe icone. Il “pagano” Ponzio Pilato che si lava le mani. I “sapienti” re Magi che vengono da lontano a onorare il santo bambino. Ma resta difficile proporre il peccato e un uomo che muore per redimerlo. Alieno alla cultura celtica. E allora servono sensazioni forti. Quale impatto maggiore di una madre che urla dolore nel gesto di abbracciare il proprio figlio appena tirato giù dalla croce del suo supplizio? La Pietà è declinata in mille modi. A Sizun una Maria clamorosa, potente.
Dopo la partenza da Locronan, per un lungo tratto risaliamo il corso dell’Aulne dalle placide acque. A Sizun l’enclos è trionfale, segnato da tre archi. Marca e nello stesso tempo annulla la distanza tra pagani e cristiani. Risale al 1585. Il concilio di Trento si è concluso da poco, nel 1563. I fedeli (i potenziali fedeli!) vanno accolti. Le tre larghe porte invitano.
Il Calvario della vicina Lampaul-Guimiliau è semplice, struggente nella solitudine del Cristo tra i due ladroni. Due angeli raccolgono il prezioso sangue. Il racconto è completato all’interno della chiesa, attraversata da una trave. Regge un Cristo in croce tra Maria e Giovanni, il prediletto. Sulla trave, in bassorilievo e dipinte, scene della Passione, dall’agonia sul monte degli Ulivi alla  Deposizione. Questo gotico bretone (già si sente la spinta del barocco) è clamoroso. Riserva sorprese assolute.
I due retabli laterali all’altare maggiore (la Passione e le storie di san Giovanni Battista) sono di forte effetto scenico.
(I retabli sono grandi pale di altare, divise in vari scomparti con scene talora dipinte, talora in rilievo).
Il fonte battesimale (1651) è sormontato da un grande baldacchino di legno, opera di G. Carquain, con, tra l’altro, il battesimo di Gesù. In un angolo una  Deposizione (1676, in pietra calcarea) ha pochi uguali. Ai personaggi dai costumi coloratissimi fa da contrappunto il corpo bianchissimo, quasi diafano, di Gesù.
Il Calvario della adiacente Guimiliau è, si dice, il più affollato con i suoi 200 personaggi. Nel basamento è raffigurato il santo eponimo, san Miliau, conte di Cornovaglia, ucciso dal fratello Rivod e trasformato dalla tradizione in santo popolare. Chi beve alla “sua” fontana, lì vicino, cura ulcere e reumatismi.
Il Calvario, costruito nel 1581, presenta scene impressionanti per vivezza ed espressività. La Natività, la fuga in Egitto, l’ultima cena, la Via Crucis, la Resurrezione…
A fianco della Resurrezione gli scultori hanno svolto un tema abbastanza inedito: l’inferno che avviluppa e trattiene in un abbraccio eterno le anime perdute. Al centro della scena, Ketell Gallet (Caterina la peccatrice) che in vita profanava l’ostia sacra e mentiva nel confessionale.
Alla chiesa vicina, a sua volta un tesoro d’arte, introduce un portale in pietra ad arco con scene di antico e nuovo testamento. Ammaliante l’Annunciazione. E poi lo sguardo incontra la Natività, l’uccisione di Abele, la visita di Maria ad Elisabetta. Un accalcarsi di personaggi, un inseguirsi di suggestioni e racconti. La bibbia spiegata alla gente proprio nel momento di entrare in chiesa.
Più essenziale, e perciò più drammatico, il calvario di Saint-Thégonnec. Si passa il grande arco di ingresso e si viene accolti dalle scene della  Deposizione e della Resurrezione.
Subito sotto la croce, Maria tiene in grembo il figlio morto. E molto più in basso, sensuale e con i capelli sciolti, una emozionante Maddalena osserva Gesù morente: il ritratto del dolore. Sul basamento, san Thégonnec, anche lui un po’ prete, un po’ druido. Il santo costruttore, a sua volta in rapporto complicato con i lupi. Sembra essere un topos di molte biografie. Thégonnec portava sul suo carro le pietre per innalzare la chiesa e lo faceva trainare dai lupi. Una nicchia, con ante laterali, all’interno della chiesa, lo ricorda con le sue storie.
Serata a Saint-Thégonnec in un parcheggio riservato ai camperisti (nessun servizio, gratuito)

2 settembre 2025, 391 km, Pleyben

 

SETTIMA TAPPA

Del settecentesco Calvario di Cammana resta ben poco, ma quel poco…
(Integro, invece, l’arco trionfale usato per la foto ufficiale dei matrimoni).
La disperata madre ai piedi della croce è dolore puro, è cuore schiantato pur nella povertà del kersanton. Risale al 1585 ed è stato rimaneggiato nel 1742. Nella chiesa mirabili i retabli di sant’Anna e del Rosario. Vanta, nelle brochure, il più alto campanile di Bretagna. Ma non mi pare proprio.
L’ultimo calvario del nostro tour è il più spettacolare, il più scenografico. Sorge davanti alla chiesa dedicata al santo eponimo (e sconosciutissimo, perso nella notte dei tempi), Iben. In seguito la chiesa fu ridedicata a un Saint-Germain da Auxerre di cui non è che si sappia molto di più.
Nel 1542 Enrico II, re di Francia, dotò questo luogo del privilegio di tenere grandi fiere. Della ricchezza che da allora affluì, sono testimonianza la splendida chiesa e l’incredibile calvario. Costruito a partire dal 1550 fu in seguito innalzato (è la sua particolarità) sopra l’arco di trionfo. Scene da togliere il fiato ai moderni, figurarsi come dovevano restare impressionati i contadini di metà millennio, analfabeti e semipigani. La  Deposizione nel sepolcro, l’adorazione dei magi, l’ultima cena, l’entrata di Gesù in Gerusalemme, l’Annunciazione, la fuga in Egitto… In nessun luogo come questo la pietra viva si fa narrazione. Canta e urla, dialoga con il visitatore. Fa immaginare un mondo trascendente in cui tutti gli episodi narrati hanno un senso.
Straordinario, assolutamente straordinario.
Alla sera, sulla via del ritorno, approdiamo al camping du Puy Rond a Bressuire, nella Nuova Aquitania. Esperienza allucinante. Una struttura da terzo mondo, trascurata e trasandata. La reception sembra un magazzino in cui si buttano alla rinfusa gli oggetti che non servono più. Ci accoglie un tale che non parla francese e conosce un paio di parole in inglese. Ma guarda la targa e ci spara: “25 euro”. Apre il portafoglio, incamera, non ci chiede un documento, non ci registra in alcun modo. La nostra richiesta di avere una ricevuta lo getta nel panico. Tanta intenzione di versare al comune la tassa di soggiorno non deve averla. I servizi probabilmente risalgono all’immediato dopoguerra. Mai vissuta un’esperienza simile.

3/4 settembre 2025, 634/686 km

IL RITORNO

Via Frejus, con passaggio a Vigevano a trovare mia figlia.
La sera del 3 dormiamo nel camping Le coin tranquille (l’angolo tranquillo)/Les Abrets (32 euro) a circa 150 km dal Frejus. Fa onore al suo nome ma lo si trova dopo un paio di km di una stradina che definire sconnessa, stretta e impervia è decisamente un eufemismo. Peraltro è splendido, molto attrezzato e frequentatissimo.
In totale 4mila km tondi, 593 euro di carburante. Abbiamo corso molto su autostrade.

Impressioni/Qualche annotazione

Esperienza meravigliosa.
L’arte bretone tra 1500 e 1700 è una affascinante scoperta. Inattesa per certi aspetti. Clamorosa per altri.
In una terra ricca di panorami diversi, di città mercantili, di mille attività artigianali si sono mosse scuole di pittori, scultori (in pietra e legno), ceramisti, architetti, orafi (cospicua la dotazione di arredi di ogni chiesa), gioiellieri, maestri vetrai che hanno lasciato un segno profondo nella struttura delle città, nelle opere di fortificazione, nella decorazione dei luoghi di culto, nell’architettura civile e religiosa. È una realtà storica che si percepisce anche nei piccoli borghi.
Vivere questa scoperta è stata un’avventura bella. Un allargare cuore e anima.
Abbiamo visto tantissime cose. Non un’arte monumentale (non mi pare nello spirito di questa gente) ma un’arte in cui prevale una visione etica della bellezza. Non il dato estetico, in sé inutile.
Cioè: i luoghi diventano belli perché così si innalza il livello di civile convivenza. Un’arte che vuole soprattutto raccontare e coinvolgere, costruire una società di liberi e uguali. Un’arte popolare che si fa narrazione. Mi ha molto colpito il fatto che i personaggi dei Calvari o le diverse pitture e sculture propongano  vestiti e abbigliamenti  contemporanei agli artisti. Una affermazione di identità.
Anche ingenua se vogliamo. Ma le generazioni di bretoni (una regione percorsa e abitata e gestita da mercanti, contadini, signori illuminati, pellegrini) che qui si sono succedute hanno saputo far convivere e rendere fertile un impossibile (?) incontro fra trascendenza cristiana e immanenza celtica.

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