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ASSISI E GIOTTO
MONTEFALCO E BENOZZO GOZZOLI


CIVITA DI BAGNOREGIO,
DIVINA MAGIA FATTA PIETRA

 

SULLE ORME DI FRANCESCO
(E ALTRO)

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Il primo approdo non può essere che lì, alla Porziuncola. Dove tutto ebbe inizio.
Santa Maria degli Angeli sorge davanti al Subasio, nella valle Umbra.

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Progettata da Gaetano Alessi a partire dal1569, è uno scrigno d’arte: Perugino, i Pomarancio (gli artisti provenienti dalla pisana Pomarance), l’Ingegno (Andrea d’Aloigi, Assisi, 1480-1521; di lui Vasari dice che fu il miglior allievo del Perugino), Cesare Sermei (Città della Pieve, 1581 ca-Assisi, 1668) e Baldassarre Croce (Bologna, 1558-Roma, 8 novembre 1628).
Ma è soprattutto monumentale scrigno del sacro e della spiritualità francescana.
La Porziuncola, la cappella del Transito e la cappella delle Rose fatta costruire da Bonaventura da Bagnoregio sul luogo dove era il giaciglio di Francesco e affrescata con straordinaria vivacità da Tiberio d’Assisi (Tiberio Ranieri di Diotallevi, Assisi, 1470 ca-1524). Le storie del perdono d’Assisi (Onorio III conferma l’indulgenza, Francesco proclama il perdono).

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Onorio, il papa che con la bolla Solet annuere accolse e avallò la Regola francescana, nel 1216 concesse l’indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero visitato la Porziuncola il 2 agosto. La festa del perdono. Qui, dopo una notte passata nella sofferenza e nel dolore, Francesco chiese la libertà interiore, il perdono dal peccato.
È la narrazione che ci fa Ilario da Viterbo (o prete Ilario, artista di cui pochissimo si sa, attivo nel XIV secolo tra Umbria e alto Lazio), nella trecentesca pala d’oro (1393) sul muro in fondo della minuscola chiesa.

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Ilario ha posto al centro una annunciazione di struggenti bellezza e spiritualità. Tra l’angelo e Maria, tre gigli a ricordarci la verginità della madre di Gesù prima, durante e dopo il parto, tema carissimo alla mariologia francescana.
Porziuncola, cioè particella, con annotazione non solo catastale ma anche spirituale. Piccola cosa, una chiesa diroccata dedicata a Maria. Francesco la restaurò e vi si trasferì stabilmente facendone la prima sede della sua comunità.
Il luogo che Francesco ha amato di più, il luogo degli inizi, dove Dio si è manifestato al giovane turbolento. Anche luogo della rivelazione e della radicale scelta evangelica. E dove si costruisce la fraternità francescana.
Ancora oggi la Porziuncola è porta sempre aperta sul cui limitare Francesco ricorda che il male è un mistero duro e arduo.
Solo col vangelo se ne può penetrare la superficie e scoprire la verità ultima.
Francesco, come è stato detto, sa risvegliare la nostalgia per il paradiso. Nei credenti e, con la forza del suo carisma, nei non credenti.
Vicino alla Porziuncola, la cappella del Transito. Qui, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre1226, debilitato, cieco, sanguinante per le stigmate, si fece posare sulla nuda terra.
Chiamò i confratelli, assieme a loro invocò nel canto “sora nostra morte corporale” e spirò. Impreziosiscono l’interno della cappella gli affreschi dello Spagna (cioè Giovanni di Pietro, uno spagnolo approdato alla bottega del Perugino,1470/1480 ca-Spoleto, 1528) che raffigurano santi e beati francescani. All’esterno Domenico Bruschi ha dipinto, tra il 1886 e il 1887, la morte e i funerali di Francesco.
Il giorno dopo Assisi, basilica superiore.
Sono appena risalito dalla chiesa inferiore dove splende, luminoso, Simone Martini nella cappella di san Martino e dove si ammira l’originale della Solet annuere, la bolla con cui Onorio III approvò la Regola francescana (29 novembre 1223).
Ancora più sotto, nella cripta, dorme Francesco. Nel cuore profondo della terra. A contatto con la terra anzi, come voleva lui.

Credenti o non credenti, emoziona essere accanto all’uomo che ha segnato i secoli come nessun altro. Sale alle labbra una preghiera, anche se nel tuo cuore non c’è più Dio da tempo. Che sia questa la sua forza straripante, a dispetto di tutto?
Quante volte sono stato qui? Non lo ricordo nemmeno. Ma in questi ultimi anni ho tradotto la Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, la biografia che ispirò Giotto per il suo ciclo. E guardo con occhi nuovi, con attenzione a particolari che mi erano sempre sfuggiti.
Una riscoperta. Un rompicapo, anche, che tormenta da sempre storici dell’arte e studiosi di tante discipline diverse. Quanto Giotto ha davvero lavorato qui? Quanto è della sua bottega e quanto lui si è limitato a supervisionare? Certamente non sono suoi i tre ultimi affreschi (tre miracoli post mortem) opera di un suo bravissimo allievo, ahimè senza nome, noto come maestro della santa Cecilia grazie alla pala che si trova agli Uffizi di Firenze.
Allora meglio farsi avvolgere dalla straordinaria forza narrativa di Giotto da Bondone (o chi per lui) con l’orecchio teso alla possente voce di Bonaventura che gli fa da colonna sonora.
28 affreschi. Si comincia con il cosiddetto omaggio dell’uomo semplice, un cittadino di Assisi che vede in Francesco non ancora “convertito” la grandezza futura. E gli stende il suo mantello sotto i piedi. In modo misterioso Giotto mescola dimensione mistica e realismo. Racconta una storia vera, ma allude al metafisico. Grandioso.

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Innocenzo III sogna il poverello che sostiene la Chiesa che sta crollando. È un episodio caro a biografi e artisti. Il sogno si sa (come l’ascesi e gli stessi episodi d’estasi), è una forma di conoscenza. Il divino che si mette in contatto con l’umano. Comunica verità.

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Taddeo Gaddi (1300 ca-1366, formato nella bottega di Giotto) dipinge (1335 ca) una formella che si trova nella galleria dell’Accademia di Firenze. Scena identica. Ma per buona giunta, a dare uno scossone a Innocenzo dormiente, introduce il primo papa, Pietro.

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Innocenzo III, è giusto ricordarlo, sa bene che i poveri, se trovano un capo che insegni loro la strada della dignità, possono diventare pericolosi. È lui che bandisce la crociata contro gli Albigesi di Francia e Italia (1209-1229, esattamente gli anni di Francesco). L’esordio dell’Inquisizione, torture e centinaia di migliaia di vittime, la soppressione nel sangue di una intera cultura.

Ma Francesco era uomo di pace. Ecco l’incontro col sultano d’Egitto Al-Malik Al-Kamil avvenuto nel 1219 a Damietta, durante la quinta crociata. Francesco riceve una bella bastonata ma con il suo atteggiamento imperterrito conquista il sultano. Dialoga con lui. L’intransigente Francesco apre la sua anima a una cultura diversa, a un dio che non è il suo.
Ed è proprio a questa esperienza che si lega l’ “invenzione” del presepio. Greccio, 1223, tre anni prima della morte.

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Ascoltiamo il racconto di Bonaventura.
“Tre anni prima di morire, egli volle celebrare a Greccio il ricordo della natività di Gesù e cercò di farlo con la maggior solennità possibile per suscitare grande devozione nei fedeli. Non voleva che la cosa sembrasse una stravaganza. Fece preparare una stalla, portare del fieno, condurre un bue e un asinello. In precedenza aveva chiesto al pontefice -e ottenuto- il permesso.
Chiamò i confratelli, affluì la gente. La selva risuonò di voci e quella santa notte divenne splendida e solenne grazie alle diffuse e radiose luminarie e ai dolci canti. Francesco stava davanti alla stalla, colmo di amore, in lacrime e col cuore inondato di gioia. Fu celebrata la messa solenne proprio nella mangiatoia e il levita Francesco cantò il santo vangelo. Poi predicò alla folla che lo circondava la nascita del re povero. Quando lo nominava, lo chiamava con tenerezza e amore fanciullo di Betlemme.
Giovanni da Greccio (un soldato, uomo sincero e virtuoso, che per amore di Cristo aveva lasciato la milizia del mondo e aveva stretto un rapporto affettuoso con Francesco) disse di aver visto un fanciullo bellissimo addormentato nella greppia. E il padre santo Francesco lo teneva stretto con entrambe le braccia e cercava di svegliarlo.
Una visione resa credibile non solo dalla santità del devoto soldato, ma dalla verità in essa simboleggiata e dai miracoli che seguirono. La sacra rappresentazione voluta da Francesco e offerta alla gente sa risvegliare, nella fede di Cristo, i cuori dal torpore.
Il fieno del presepio, conservato dai popolani, fu miracolosa medicina per gli animali ammalati e un antidoto contro le più diverse malattie. Dio rendeva gloria in ogni cosa al suo servo e dimostrava l’efficacia della sua santa preghiera con evidenti prodigi e miracoli.”
Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior 10, 7
Una “invenzione”, quella del presepio, che ci interroga. Non solo una delle tante sacre rappresentazioni così in voga nel Medioevo con intenti didattici e catechistici, ma un messaggio ruvido. Lui che aveva visto l’orrore delle guerre di religione e del sangue versato in nome di Dio, dice che ogni luogo del mondo può essere Betlemme. Che Gesù può nascere ovunque. Non serve impegnare uomini, denaro, risorse per riconquistare i cosiddetti luoghi sacri.

Straordinario Giotto. Francesco è vivo attorno al visitatore della “sua” basilica. E gli parla.
Torno giù, nella basilica inferiore. Attratto da quel documento che ha impresso una svolta alla storia, la Solet annuere. È l’ultima cappella a destra, la cappella delle Reliquie, l’antica sala capitolare, un locale dall’architettura romanica.

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Davanti alla bolla di Onorio il visitatore passa veloce, magari attratto da altro. Dalla tunica bianca di Francesco (forse dono di Jacopa de’ Settesoli, la nobildonna romana di cui parlano i biografi) o dalle pantofole utilizzate dal Santo. C’è anche la pelle di camoscio indossato a contatto della stigmata del costato. E la Chartula, il prezioso autografo con la benedizione di Francesco, custodito per 46 anni da frate Leone.
Così Bonaventura da Bagnoregio (Legenda maior 11, 9): “…mentre Francesco era rinchiuso nella sua cella sul monte Verna, uno dei suoi confratelli fu preso da un forte desiderio di possedere uno scritto con le parole del Signore cui Francesco avesse aggiunto qualche breve annotazione. Era vittima di una pesante tentazione -non della carne ma dello spirito- e sperava così se non di eliminarla almeno di sopportarla meglio.
Il desiderio lo struggeva e gli procurava ansia crescente perché aveva soggezione di confessarlo al reverendo padre. Ma a Francesco fu lo Spirito a rivelare ciò che il confratello non aveva osato. Si fece portare dal frate carta e inchiostro e, proprio come egli desiderava, scrisse di proprio pugno le lodi del Signore e vi aggiunse una benedizione. Disse al frate: “Tieni con te questo pezzo di carta e conservalo fino al giorno della tua morte”. Il frate accolse il tanto desiderato dono e subito ogni tentazione sparì.
Quel pezzo di carta è stato conservato. In seguito ne nacquero miracoli a testimonianza dei poteri di Francesco”.
Nella cappella delle Reliquie c’è anche il saio color cenere, praticamente tutto un rammendo.
E c’è un calice con patena. Francesco non volle mai essere ordinato prete, ma in alcuni eventi eucaristici servì come diacono.
Ma io sono affascinato da quel documento, così carico di significato.

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Il sigillo papale, la spigolosa e fitta scrittura dei suoi segretari. Un latino che assomiglia tanto al volgare ma che, proprio per questo, è vivo, sonoro, scandito. Pieno di sapore.
Impossibile (quasi) leggere, sotto la teca di cristallo. Ma la conosco praticamente a memoria.
Sillabo piano. L’intestazione e Onorio che impartisce la sua benedizione: “Honorius Episcopus servus servorum Dei dilectis filiis, fratri Francisco et aliis fratribus de Ordine Fratrum Minorum, salutem et apostolicam Benedictionem”.
E poi la (attesa, sospirata da Francesco) formula di approvazione. Solet annuere Sedes Apostolica piis votis et honestis petentium desideriis favorem benivolum impertiri. Eapropter, dilecti in Domino filii, vestris piis precibus inclinati, ordinis vestri regulam, a bonae memoriae Innocentio papa, praedecessore nostro, approbatam, annotatam praesentibus, auctoritate vobis apostolica confirmamus et praesentis scripti patrocinio communimus: Quae talis est. Caput I: In nomine Domini! incipit vita minorum fratrum…”: Eccetera.
Francesco vede la sua regola nero su bianco, il sigillo plumbeo alla fine a confermare ogni cosa.
(Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai diletti figli, a frate Francesco e agli altri frati dell’Ordine dei frati minori, salute e apostolica benedizione. La Sede Apostolica suole accondiscendere ai pii voti e accordare benevolo favore agli onesti desideri dei richiedenti. Pertanto, diletti figli nel Signore, noi, accogliendo le vostre pie suppliche, vi confermiamo con l’autorità apostolica, la Regola del vostro Ordine, approvata dal nostro predecessore papa Innocenzo, di buona memoria e qui trascritta, e l’avvaloriamo con il patrocinio del presente scritto. La Regola è questa. Capitolo I: Nel Nome del Signore incomincia la vita dei Frati Minori…).
Grazie alle parole del papa i Frati Minori esistono. E sono nella Chiesa.
Quella Regola gli è costata sofferenza. È, probabilmente, la terza stesura. La prima non la possediamo, la seconda è quella che Innocenzo III, il predecessore di Onorio, ha approvato solo a voce, la Regola non bollata.
Francesco ha dovuto smussare, attenuare. Ha dovuto alleggerirne il rigore. Travaglio duro.
Qui incomincia la vita dell’Ordine francescano. Un fiume che attraversa la storia dell’umanità.
Negli anni successivi alla morte (1226) i frati sono già decine di migliaia e centinaia sono i conventi. Da oriente a occidente.
La basilica di santa Chiara si trova al capo opposto di Assisi, su una terrazza che offre tutta la solare scenografia della valle Umbra.

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Nella cripta le spoglie mortali della dolce amica di Francesco e, in una cappella, il crocifisso di san Damiano, la prima chiesa restaurata dal santo e prima sede delle clarisse. Che portarono qui il crocifisso quando, nel 1257, si trasferirono in Assisi.

Di stile bizantino, fu dipinto da un pittore sconosciuto nella prima metà del XII secolo su tela di lino grezzo, poi incollata su un supporto di legno di noce.
Cristo è ben vivo, guarda l’interlocutore. Tra angeli, santi, patroni. Sopra si intravvede un secondo Cristo, in abiti regali, che regge la croce come simbolo di trionfo e vittoria. Su tutto domina la mano del Padre.
Il crocifisso, subito dopo la conversione, parlò a Francesco.
Gli disse che c’era una chiesa da ricostruire. E Francesco intese che si trattava di quei muri diroccati fra cui si trovava, san Damiano appunto.
Poi capì che il Cristo inchiodato alla croce gli parlava di pietre vive.

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Dunque l’eremo di san Damiano, appena fuori Assisi. Nel sole dell’estate, su una terrazza che guarda la vallata Umbra è suggestione pura.
Un viale in leggera salita, fra cipressi, cespugli di ginestra e di odoroso alloro. La facciata in mattoni, un rosone in posizione abbastanza anomala. E silenzio. Arrivo di primissimo mattino e l’invasione dei turisti non è ancora iniziata. Un luogo dello spirito.
All’ingresso una scintillante Vergine in trono di Tiberio d’Assisi, dipinta dopo il 1510. Fu il primo rifugio di santa Chiara e qui, secondo la tradizione, nel 1225 Francesco compose il Cantico delle creature.
Qualche chilometro più in basso, Rivotorto, proprio alle pendici del Subasio. Pietro di Bernardone, padre di Francesco, vi possedeva dei terreni.
Francesco, quando decise di abbandonare la vita scapestrata, dimorò a lungo nel tugurio, un basso edificio in pietra coperto da frasche, i cui presunti resti sono ora custoditi all’interno del santuario del XV secolo. Il terremoto del 1854 lo distrusse quasi completamente e fu ricostruito in stile neogotico.

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All’esterno sono visibili opere in bronzo di artisti moderni. Roberto Ioppolo nel 2004 fuse un bassorilievo che ritrae Francesco che accoglie i primi confratelli. Harry Marinsky fuse, nel 1986, una statua di Francesco con gli uccelli cui deve essersi ispirato l’artista che ha realizzato il bronzo fuori della chiesa di san Francesco in Treviso.
Silvio Amelio raccontò in un bassorilievo, nel 2006, la conversione di Francesco.
A una trentina di chilometri da Assisi sorge Montefalco, su una collina che domina le vallate del Topino e del suo affluente Clitumno di carducciana e virgiliana (II libro delle Georgiche) memoria.

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Viabilità semplicemente spaventosa. Qui la macchina asfaltatrice non passa da decenni e nemmeno di rattoppi si vede traccia. Ma quanta bellezza.
Piccolissima digressione gastronomica. In queste terre si mangia benissimo ovunque e con pochi soldi. Fra stringozzi (da qualche parte li chiamano strangozzi) e pici (sempre rigorosamente tirati a mano, in casa), tra aglione e tartufo, un innamorato della pasta come me si trova proprio a suo agio.
E la porchetta… Vicino a Santa Maria degli Angeli, un excamionista ha aperto una porchetteria (anche da asporto). Non so com’era da camionista, ma da porchettaro merita scettro e trono.
Montefalco esibisce le sue prelibatezze: coglioni di mulo e palle del nonno (con la caratteristica forma a nido d’ape), lonzino, pancetta, guanciale, capocollo. E naturalmente pecorino. Si assaggia il corposo Sagrantino, dall’intenso color rubino, e il rosso che reca il nome del borgo e rivela sentori di frutti di bosco.

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Qui i toponimi suonano come favole, suggestivi. Castellucio (con le sue lenticchie), Cannara (con le sue cipolle), Capodacqua (con le sue ciliegie). E ovunque tartufi, olio, miele.
A Montefalco ci porta la fama di Benozzo Gozzoli (Benozzo di Lese di Sandro, Scandicci, 1420-Pistoia, 4 ottobre 1497. Secondo Vasari discepolo del Beato Angelico), l’altro grande narratore per immagini di Francesco.

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Quando, nel 1450, arriva a Montefalco, Benozzo è giovanissimo, appena trent’anni. Ma già lo precedono fama e prestigio.
Jacopo Mactioli, priore del convento di Montefalco, gli affida un compito da far tremare i polsi: raccontare san Francesco su una superficie “impossibile”.
A disposizione non ha le ampie pareti piane della basilica di Assisi, ma le curvature di un’abside non grande e nemmeno troppo profonda, per di più divisa in due, al centro, da una finestra a ogiva.
Ed è la prima volta che l’artista fiorentino ha la responsabilità di dirigere un cantiere pittorico.
Benozzo accetta e nasce il capolavoro.

Ritmo narrativo serrato, 12 riquadri che ospitano 19 episodi.
Da sinistra a destra, a salire verso l’alto, su tre livelli. Dal Beato Angelico, Benozzo ha appreso intenso colorismo e schietto realismo. Di suo aggiunge la centralità della persona (e delle relazioni tra persone) tipica del fervore rinascimentale. Usa come fonte il De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Jesu di fra’ Bartolomeo da Pisa.
Ma il clima è già quello dei Fioretti e Francesco è quello che appartiene al nostro immaginario. Il sorriso, la serenità. Non il caratteraccio e la durezza intransigente, non i profondi dissidi interiori con cui lo descrivono i primi biografi, soprattutto Tommaso da Celano.
Con qualche strizzata d’occhio a chi guarda.

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Frugando col teleobiettivo mi sono accorto di un particolare. Nella scena che rievoca il presepio di Greccio, il bue, da dietro, tira con una zampa il saio di Francesco, quasi a ricordargli l’armonia che esiste fra tutte le creature, la forza potente che lega tutto e tutti.
In basso a sinistra, la nascita di Francesco, immagine di geniale concezione che è anche chiave di lettura.

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Francesco, il nuovo Gesù, Gesù tornato a salvare per la seconda volta il mondo.
Nasce Francesco, ma è un presepio come ci dice l’affacciarsi del bue e dell’asinello. Sulla destra una sorta di annunciazione con un angelo (o forse lo stesso Gesù) che anticipa alla mamma il futuro del figlio. E, poco più in là, il pio uomo di Assisi che stende il mantello davanti a Francesco. Cioè l’episodio da cui inizia il ciclo di Giotto. Due eventi dunque, uno che precede la nascita, uno che ci proietta nell’adolescenza del santo. Modernità assoluta, l’umanesimo ottimista del Rinascimento. Perfino un po’ fumetto.
Quando Francesco si spoglia dei vestiti, il vescovo lo abbraccia commosso.

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Là dove Giotto aveva preferito rappresentare il vescovo perplesso e preoccupato delle reazioni dei presenti.

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Sotto la finestra, il trittico dei maestri di Benozzo: Petrarca, Giotto e, fra i due, Dante. L’unico che guarda direttamente lo spettatore.
Benozzo, un gigante. Posso sommessamente dire? Lo sento più potente di Giotto.
L’ex chiesa di San Francesco, costruita tra il 1335 e il 1338, propone, tra gli altri gioielli, anche una commovente natività del Perugino, cioè Pietro Vannucci.

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Vi si accede a pagamento attraverso la pinacoteca comprendente dipinti di scuola umbra e forlivese (soprattutto della bottega di Melozzo da Forlì).
In un angolo un incredibile crocifisso, struggente. Tempera su legno realizzata verso il 1280 da un anonimo pittore spoletino.

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Confermato: nessuno sa narrare la profondità misteriosa del sacrificio di Cristo come i pittori del Duecento.

Una curiosità. Nel centro Italia ci si imbatte talora nell’immagine della Madonna del Soccorso. Il complesso museale di Montefalco ne ha ben due di grandi dimensioni. Una di Tiberio d’Assisi e una di Francesco Melanzio (Montefalco, 1465 ca-1526 ca).
La Vergine col randello alzato e destinato al diavolo rappresentato un po’ come un ragno, come una entità mostruosa dai tanti tentacoli.
Per la notte torniamo ad Assisi dove ci accoglie l’area camper Il girasole. Grande ospitalità di Franco e signora. Franco fa il tartufaio (tartufaro, come dicono qui) ed esibisce l’ultima raccolta di scorzone nero. “Sono quelli primaverili, dice, un po’ così e così. Quelli buonissimi verranno ad autunno”.
Il giorno dopo siamo a Lubriano, in provincia di Viterbo. Dispone di un’area camper comunale di buon livello e con piazzole tutte all’ombra. Si sta benissimo. Lubriano sorge sulle colline che hanno la valle del Tevere a est e il lago di Bolsena a ovest.
Una scenografica terrazza che si affaccia sulla valle dei Calanchi. Il paesaggio è dominato dai profondi solchi che si formano per il dilavamento delle acque piovane su rocce argillose. La scarsa copertura vegetale protegge poco dal ruscellamento.

Davanti, la visione quasi divina di Civita di Bagnoregio, un sogno sospeso nel cielo. Col ponte ripido che la collega al piano.
Una bellezza totale, assoluta. Il regista giapponese Hayao Miyazaki ha visitato questo luogo magico e preso ispirazione per il suo capolavoro d’animazione Laputa, Castello nel cielo (1986). Naturalmente “Laputa”, con esplicito riferimento all’isola immaginaria de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.
Il giorno dopo siamo ai piedi del ponte, grazie al comodissimo servizio navetta.

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Civita è la patria di Bonaventura, l’autore della Legenda maior, la biografia di Francesco scritta 40 anni dopo la morte del santo. Testo di altissimo valore anche per lo stile. Bonaventura (Bagnoregio, 1217/1221-Lione, 15 luglio 1274) studiò e insegnò alla Sorbona di Parigi e fu amico di san Tommaso d’Aquino.
Fu canonizzato da Sisto IV nel 1482 e proclamato Dottore della Chiesa da Sisto V nel 1588. È autore dell’Itinerarium mentis in Deum, il testo più significativo dell’ascetica medievale.
Seguendo le orme di Francesco, solo qui potevamo approdare. Nella patria del suo più acuto biografo.

La vita di Francesco si lega intimamente a quella di Bonaventura.
Un episodio è alla base della sua scelta di raccontare l’avventura esistenziale di Francesco. Lo apprendiamo dal III capitolo del prologo della Legenda maior: “Quando ero bambino, per sua (cioè di Francesco n.d.r) intercessione e per i suoi meriti, sono stato strappato dalle fauci della morte. Ricordo come fosse accaduto un attimo fa. E non posso tacere il valore della sua virtù: sarei accusato di ingratitudine.
Per quanto mi riguarda, è stato questo il maggiore impulso ad assumermi l’incarico. Sono certo che, grazie a lui, Dio mi ha conservata viva l’anima e vivo il corpo. Ho sperimentato in me stesso il suo valore. E dunque ho raccolto le notizie riguardanti i valori espressi dalla sua vita, le sue azioni, le sue parole. Frammenti, praticamente, in parte trascurati, in parte dispersi. Non era nelle mie possibilità raccogliere tutto per quanto mi dessi da fare. E del resto non volevo che, venendo meno quelli che lo hanno conosciuto da vivo, le notizie andassero del tutto perdute”.
Civita lo ricorda, proprio all’ingresso del borgo, con una lapide qui posta nel 2017, anno centenario. Quale sia questo grave pericolo non è dato sapere.

Mettono i brividi i 300 e passa metri del ponte sospeso nel vuoto. Costruito nel 1965, è percorribile solo a piedi.
Civita fu fondata dagli Etruschi 2700 anni fa.
Qui le pietre parlano. Dai muri emergono mostri di pietra. E poderosi anelli cui venivano legati cavalli e bestie da soma. Perfino i vasi da fiori hanno occhi e labbra. E, del resto, il borgo è tutto un balcone fiorito. Fra i blocchi di tufo (materiale sovrano) di una parete ha messo radici un poderoso cespuglio di capperi.
Solo una decina di abitanti stabili, tanti ristorantini e bar in pochi metri quadri.
Ci sediamo per il caffè di mezza mattina e lancio in rete una ricerca su questo che è stato un formidabile set cinematografico. Del regista giapponese e della sua misteriosa Laputa, sapevo.

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Ma la ricerca ha risultati impressionanti. Alcuni film come La strada felliniana (Oscar 1957) o I due colonnelli con Totò e Nino Taranto appartengono al mito. La vicenda dei due colonnelli è ambientata in Grecia, ma in realtà le riprese sono state effettuate qui.
Ecco la formidabile lista: La strada (1954) di Federico Fellini, con Anthony Quinn e Giulietta Masina (con scene girate nella vicina piazza di Bagnoregio); Il medico e lo stregone (1957) di Mario Monicelli con Marcello Mastroianni e Alberto Sordi; I due colonnelli (1962) di Steno; L’armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli con Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Folco Lulli, Gian Maria Volonté, Maria Grazia Buccella, Barbara Steele, Enrico Maria Salerno; Contestazione generale (1970) di Luigi Zampa (episodio con Alberto Sordi); Pinocchio (2009) la fiction TV di Alberto Sironi con Bob Hoskins, Luciana Littizzetto, Violante Placido, Margherita Buy, Francesco Pannofino, Alessandro Gassman; Corrispondenza d’amore (2004) di Jan Sardi; Questione di karma (2017) di Edoardo Falcone; Puoi baciare lo sposo (2018) di Alessandro Genovesi. Lazzaro felice (2018) di Alice Rohrwacher con Alba Rohrwacher (sorella della regista), Nicoletta Braschi, Natalino Balasso.

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La casa/antro in cui un grandioso Bob Hoskins ha interpretato il collodiano Mastro Geppetto è diventato un museo della locale civiltà rurale.
È difficile scendere, lasciare il piccolo universo che è Civita. A Bagnoregio, dal Belvedere, catturo le ultime immagini.


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Mi tornano in mente le parole del vecchio Nonno Pon, il personaggio di Laputa capace di sentire le parole delle pietre: “In quella pietra vi è un forte potere. Avendo vissuto in compagnia delle sole pietre io posso ben capirlo, però sappi che le pietre in cui vi è potere, così come possono rendere felici le persone possono pure richiamare la disgrazia. Per di più quella pietra è creata da mani umane, il che mi dà da pensare”.
Penso anche al protagonista Pazu, quando dice a Sheeta: “Quando sei scesa dal cielo mi sono emozionato”.
Ecco, la pietra e le mani umane. La pietra che ha il sapore dell’umanità e vibra con lei. Civita è questo. Civita è un’emozione venuta dal cielo.
Misteriosa, enigmatica, avvincente, perduta, fuori del mondo.

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Uscendo, passo davanti alla biglietteria. Un cartello avvisa: “Non si applicano sconti per la nebbia”.
Sorrido. Ma penso che sarebbe bello vedere questo mondo alieno sospeso nella bruma. Come una città invisibile di Italo Calvino. 

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