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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; Le traduzioni e Saggi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 12:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le traduzioni e Saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[LEGENDA MAIOR (VITA DI SAN FRANCESCO) di BONAVENTURA DA BAGNOREGIO TRADUZIONE di GIAN DOMENICO MAZZOCATO Editoriale Programma, 160 pagine &#160; L’OPERA San Francesco (Assisi, 1181/1182[-Assisi, 3 ottobre 1226) è una delle personalità più significative della cultura occidentale. Fondatore dell&#8217;Ordine dei frati minori, fu proclamato santo da Gregorio IX nel 1228. La Legenda maior, della cui scrittura Bonaventura fu incaricato dal capitolo generale di Narbona del 23 maggio 1260, è il racconto della sua vita, autentico capolavoro dell’agiografia medievale. Fu presentata al capitolo di Pisa nel 1263 e approvata all’unanimità dai padri capitolari.  Opera di grande afflato mistico, che tiene conto di tutte le biografie francescane precedenti e, in qualche modo, le supera per rigore espositivo. Raccoglie la materia della narrazione attorno ad alcune categorie chiave: umiltà e accoglienza, obbedienza e attenzione ai fragili, amore per tutte le creature di Dio, severità di costumi e infinita comprensione delle debolezze altrui, scelta radicale di povertà, obbedienza al vangelo e sua magistralità assoluta. Opera di immenso fascino che svela il personaggio Francesco in ogni fase della sua vita. Gli anni che precedono la “conversione”, il momento drammatico della rinuncia al mondo, il faticoso cammino verso la perfezione, l’aprirsi al mondo, la vita come pellegrinaggio perenne, l’estasi, l’insegnamento, le stigmate. L’AUTORE Bonaventura da Bagnoregio (al secolo Giovanni Fidanza, Bagnoregio, 1217/1221-Lione, 15 luglio 1274) è il maggior pensatore della tradizione francescana. Studiò e insegnò alla Sorbona di Parigi. Canonizzato da Sisto IV nel 1482, fu proclamato Dottore della Chiesa da Sisto V nel 1588. Alla sua biografia di san Francesco -Legenda maior- si ispirò Giotto per il ciclo francescano della basilica di Assisi. Dal 1257 al 1274 fu ministro generale dell’Ordine francescano. Sotto la sua direzione furono pubblicate le Costituzioni narbonesi, su cui si fondano le successive costituzioni dell’Ordine. È autore dell’Itinerarium mentis in Deum (L’Itinerario della mente verso Dio, 1259), testo fondamentale della letteratura mistica medievale: riflessione sul cammino dell’anima che procede nella conoscenza di Dio, sulle orme di San Francesco d’Assisi. RICCA POVERTÀ _____________________________________________________________________ *L’ossimoro che racconta la scelta di povertà *Le monete sono mosche inutili *“Ritornate alle case di cui avete già fatto il giro e chiedete umilmente l’elemosina offrendo l’amore di Dio al posto del denaro” _____________________________________________________________________ Affetto da un grave morbo, Francesco venne trasferito ad Assisi. Giunsero, Francesco e i suoi compagni di viaggio, ad un villaggio poverissimo, Satriano, dove vana risultò la ricerca di cibo. Non trovarono nulla da acquistare. Il santo lì apostrofò: “Non avete trovato nulla perché avete fiducia più nelle vostre mosche che in Dio”. Chiamava mosche i soldi. Proseguì: “Ritornate alle case di cui avete già fatto il giro e chiedete umilmente l’elemosina offrendo l’amore di Dio al posto del denaro”. Gli accompagnatori misero da parte la vergogna e chiesero l’elemosina ottenendo in nome dell’amore di Dio più di quanto potessero avere col denaro. La ricca povertà di Francesco rispose al bisogno come il denaro non aveva potuto fare. Legenda maior 7, 10 IL SOMMARIO Ho raccontato la prima parte della sua vita, gli eventi successivi e la sua morte in 15 capitoli così strutturati: 1)     la sua vita in abito secolare; 2)     come si è compiuta la sua conversione a Dio e il restauro di tre chiese; 3)     l’istituzione dell’Ordine e l’approvazione della Regola; 4)     lo sviluppo dell’Ordine sotto la sua guida e la conferma della Regola già precedentemente approvata; 5)     l’austerità della sua vita, allietata dalle creature di Dio; 6)     l’umiltà, l’obbedienza, la generosità di Dio nell’esaudire i suoi desideri; 7)     l’amore per la povertà e gli straordinari interventi nei riguardi dei bisognosi; 8)     il suo amore e come le creature prive di intelligenza sembravano affezionarsi a lui; 9)     il fervore della carità e il desiderio di martirio; 10)  lo zelo e il valore della sua preghiera; 11)  la capacità di interpretare le Scritture e lo spirito profetico; 12)  l’efficacia della predicazione e la grazia delle guarigioni; 13)  le sacre stigmate; 14)  la sopportazione delle sofferenze e la morte; 15)  la canonizzazione e la traslazione. C’è poi un’appendice con alcuni dei miracoli da lui compiuti dopo la morte che fu fertile di grazie. Legenda maior Prologo, 5   L’ENIGMA FRANCESCO ____________________________________________________________ *Quanto c’è di vero nell’immagine comune di san Francesco? *Francesco che ammansisce il lupo è quasi certamente un falso *Perché tante biografie l’una dopo l’altra? ____________________________________________________________ Il santo di Assisi appartiene all’immaginario collettivo. Francesco che parla agli uccelli. Francesco che si reca in terra santa e trova terreno poco fertile per la conversione degli “infedeli”. Francesco solare, sorridente, entusiasta compositore del Cantico delle creature (Laudato sie, mi&#8217; Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui…). Ma era davvero così Francesco? Qui nasce l’enigma. Dopo la sua morte c’è stata una fioritura di materiale biografico che sembra obbedire ad una precisa strategia. Soffermiamoci sui due principali biografi, Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio. Tommaso racconta quasi in presa diretta. Francesco viene reso con i suoi lati meno edificanti. Aveva un caratteraccio, ad esempio. Era travagliato da dubbi e lotte interiori. Madonna Povertà è compagna di viaggio molto più ruvida che in Bonaventura. Che scrive 40 anni dopo la morte e lo fa nel contesto delle divisioni che ormai lacerano l’ordine. Francesco ne risulta smussato, levigato. Uno “specchio di Cristo”, un’immagine unificante. Più idealizzata, più teologica, per così dire, più spirituale. Il punto di arrivo sono i Fioretti, all’alba del 1400. Il carattere duro ed esigente di Francesco ne viene ingentilito. Il radicalismo pauperistico è attenuato fortemente. Si potrebbero fare infiniti esempi di questa evoluzione nella presentazione del personaggio. Eccone due. Quando si pensa ai prodigi di Francesco il pensiero corre al fraticello che parla a un lupo e lo addomestica. Beh, forse non accadde mai. La figura di Francesco che ammansisce la feroce creatura appare solo nei Fioretti che sono una compilazione redatta molti anni dopo la sua morte. Nelle vite che precedono i Fioretti non ne è traccia. Bisognerà pensare che quell’episodio fu costruito con geniale efficacia per raccontare un simbolo. La lotta vittoriosa contro il male oppure il particolare rapporto che Francesco seppe costruire con gli infedeli. Ancora. Tommaso da Celano ci dice che Francesco aveva paura del crescere in numero alto dei frati, in un certo senso una forma di pericolosa ricchezza. Le parole del santo: “Venga il giorno in cui il mondo, vedendo i frati minori assai di rado, ne abbia stima per il loro piccolo numero”. I francescani erano moltissimi già in vita di Francesco, divennero una potenza sparsa in tutto il mondo dopo la sua morte, migliaia in pochi anni. Le parole riferite dal biografo sono un po’ difficili da digerire. Imbarazzanti. E infatti il “piccolo numero” sparisce dalla biografia successiva, quella di Bonaventura. E c’è un problema filologico. Alcune cose Francesco le scriveva da sé, altre le dettava. Cioè lasciava a chi trascriveva il compito di amplificare o contrarre, collegare le varie parti. Intanto le due versioni della Regola. La prima approvata da papa Innocenzo III nel 1209 solo oralmente. La prudenza di Innocenzo si spiega con le resistenze curiali all’approvazione. Il fatto è che ogni movimento pauperistico fa paura alla Chiesa. Potenzialmente eversivo. Proprio in quegli anni Innocenzo III bandisce la crociata contro gli Albigesi. Fiumi di sangue, persecuzioni atroci, di fatto l’esordio dell’Inquisizione. La seconda versione fu approvata da Onorio III il 29 novembre 1223 con la bolla Solet annuere. Il passaggio dalla prima alla seconda è segnato da un grande travaglio in Francesco. Ha dovuto attenuare rigore e durezza, come forse non avrebbe voluto e come invece opportunità e senso pragmatico lo obbligavano a fare. Vicenda articolata quella del succedersi delle biografie. Il 19 marzo 1227 sale al soglio papale il cardinale Ugolino di Anagni, amico di Francesco, col nome di Gregorio IX. È lui che lo canonizza in Assisi il 16 luglio del 1228. E affida al francescano Tommaso da Celano il compito di redigere una biografia del santo. È la cosiddetta Vita prima. Giudicata subito lacunosa. Nel 1244, al capitolo generale di Genova, Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze per colmarne le lacune. Nasce il Memoriale nel desiderio dell’anima o Vita seconda. Qualche anno dopo Tommaso redige la parte riguardante i miracoli. L’opera di Tommaso continua a non soddisfare i francescani. Nel 1260 il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita di Francesco. Pronta e approvata dal capitolo di Pisa nel 1263. È la Legenda maior. Nel 1266, a Parigi, il capitolo generale decreta la distruzione di tutte le vite, fatta eccezione per l’opera di Bonaventura. Dieci anni dopo, però, il capitolo generale, riunito a Padova, ordina il recupero della precedente memoria su Francesco. Abbiamo, su questo materiale, la Compilazione di Assisi e la Leggenda dei tre Compagni. Tra il 1327 e il 1337 vengono redatti gli Actus beati Francisci et sociorum eius da parte, forse, di frate Ugolino da Monte Santa Maria. Da essi un anonimo volgarizzatore trarrà i notissimi Fioretti. Siamo già nel 1370 o addirittura dopo, alle soglie dell’Umanesimo che impone una revisione del rapporto col corpo. Del ruvido Francesco di Tommaso è rimasto quasi nulla. CRONOLOGIA / 1 SAN FRANCESCO 1181/1182 Ad Assisi, nasce Giovanni di Pietro di Bernardone; il padre è un ricco mercante. È assente al battesimo e al suo ritorno esige che il nome sia cambiato in Francesco. 1193/1194 Nasce ad Assisi Chiara, figlia di Favarone di Offreduccio e di Ortolana. 1202-1203 Nella guerra tra Perugia e Assisi, Francesco è fatto prigioniero. È liberato dopo un anno, in cattive condizioni di salute. 1204-1206 “Conversione” di Francesco (visione misteriosa di Spoleto e incontro con i lebbrosi). 1206-1208 Contrasto con il padre. Rinuncia al patrimonio familiare, nudo davanti al vescovo di Assisi. Ripara tre chiese: San Damiano, San Pietro e Santa Maria degli Angeli (La Porziuncola). 1208 I primi compagni, Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani. Nella primavera seguente sono dodici. 1209-1210 Innocenzo III approva a voce la Rregola (Regola non bollata). 1211-1215 Francesco tenta invano di raggiungere la Siria, poi il Marocco attraverso la Spagna (fra 1213 e 1215). 1216 Il 16 luglio muore Innocenzo III. Gli succede Onorio III. 1217 Il 26 maggio il capitolo generale decide la prima missione d’oltralpe e d’oltremare. Inizia la V crociata. 1219 Il 26 maggio il capitolo decide una seconda missione dei frati oltralpe e oltremare. In giugno Francesco si imbarca per l’Oriente, giunge a Damietta, incontra il sultano Malik al-Kāmil. 1220 Gennaio: in Marocco, i primi cinque frati minori martiri. Scrive la Lettera a tutti i chierici, la Lettera ai reggitori dei popoli, la Prima lettera ai custodi, la Seconda lettera ai custodi. Francesco rinuncia al governo diretto dell’Ordine, affidandolo a un vicario (Pietro Cattani, fino al 10 marzo 1221; gli subentra frate Elia). 1221 e seguenti Appartengono con tutta probabilità a questi anni alcune le preghiere il Saluto alle virtù, il Saluto alla beata Vergine Maria, la Parafrasi del Padre nostro. 1223 Onorio III approva la Regola (con la bolla Solet annuere, 29 novembre). A Natale Francesco “inventa a Greccio” il presepio. 1224 Alla Verna Francesco riceve le stigmate. 1225 – Primavera: a San Damiano Francesco compone due laudi-esortazioni in volgare, la prima in ringraziamento per l’assicurazione della salvezza, la seconda è il Cantico delle creature. Tenta invano cure chirurgiche per una grave malattia d’occhi. 1226 Redige il Testamento (recordatio, admonitio, exhortatio). Il 3 ottobre muore alla Porziuncola. CRONOLOGIA / 2 CANONIZZAZIONE / GLI SCRITTI BIOGRAFICI 1227-1228 Il 19 marzo Ugolino da Anagni diventa papa col nome di nome di Gregorio IX e il 16 luglio 1228 celebra in Assisi la canonizzazione di Francesco. 1228-1229 Tommaso da Celano, su mandato di Gregorio IX, compone la Vita del beato Francesco. 1230 25 maggio: traslazione delle spoglie di Francesco dalla chiesa di San Giorgio alla basilica eretta in suo onore. 28 settembre: Gregorio IX promulga la Quo elongati che nega valore giuridico al Testamento di Francesco e dirime alcuni dubbi sulla Regola. 1232-1235 Giuliano da Spira compone la Vita sancti Francisci. 1241 Composizione de I primordi o fondazione dell’Ordine (Anonimo perugino), probabilmente ad opera di frate Giovanni, discepolo di frate Egidio. 1244 Al capitolo generale di Genova, Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze per colmare le lacune dell’opera di Tommaso da Celano. 1245 Il 14 novembre Innocenzo IV promulga la bolla Ordinem vestrum a commento della Regola francescana. 1246 11 agosto: Leone, Rufino e Angelo, compagni di Francesco, inviano i loro ricordi a Crescenzio da Iesi (La lettera di Greccio, soprattutto la gioventù di Francesco); anche i cittadini di Assisi inviano testimonianza. 1247 Tommaso da Celano redige il Memoriale nel desiderio dell’anima o Vita seconda. 1252-1253 Tommaso redige la parte riguardante i miracoli di Francesco. 1260 Il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita. È la Legenda maior approvata dal capitolo generale di Pisa (1263). 1266 Il capitolo generale di Parigi decreta la distruzione di tutte le vite di Francesco (tranne l’opera di Bonaventura). 1276 Il capitolo generale di Padova ordina il recupero della precedente memoria su Francesco. Con il materiale raccolto da Crescenzio da Iesi vengono realizzate la Compilazione di Assisi e la Leggenda dei tre Compagni. 1289 18 agosto: con la bolla Supra montem Niccolò IV istituisce ufficialmente il Terz’Ordine francescano. 1318 circa Redazione dello Speculum perfectionis o Legenda antiquissima, una biografia creduta per molto tempo opera di frate Leone. 1327-1337 Redazione degli Actus beati Francisci et sociorum eius da cui un anonimo volgarizzatore trarrà, decenni più tardi, i notissimi Fioretti.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: x-large;"><b>LEGENDA MAIOR </b></span><span style="font-size: large;"><b>(VITA DI SAN FRANCESCO)</b></span></span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-size: medium;"> <b>di BONAVENTURA DA BAGNOREGIO</b><b><br />
</b></span></span><span style="color: #000000;"><b><span style="font-size: small;">TRADUZIONE</span><br />
<span style="font-size: small;"> di GIAN DOMENICO MAZZOCATO</span><br />
<span style="font-size: x-small;"><b>Editoriale Programma, 160 pagine</b></span><br />
</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina-san-francesco.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5369" alt="copertina-san-francesco" src="https://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina-san-francesco-200x300.png" width="200" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>L’OPERA</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> San Francesco (Assisi, 1181/1182[-Assisi, 3 ottobre 1226) è una delle personalità più significative della cultura occidentale. Fondatore dell&#8217;Ordine dei frati minori, fu proclamato santo da Gregorio IX nel 1228.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La <i>Legenda maior</i>, della cui scrittura Bonaventura fu incaricato dal capitolo generale di Narbona del 23 maggio 1260, è il racconto della sua vita, autentico capolavoro dell’agiografia medievale.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Fu presentata al capitolo di Pisa nel 1263 e approvata all’unanimità dai padri capitolari.  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Opera di grande afflato mistico, che tiene conto di tutte le biografie francescane precedenti e, in qualche modo, le supera per rigore espositivo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Raccoglie la materia della narrazione attorno ad alcune categorie chiave: umiltà e accoglienza, obbedienza e attenzione ai fragili, amore per tutte le creature di Dio, severità di costumi e infinita comprensione delle debolezze altrui, scelta radicale di povertà, obbedienza al vangelo e sua magistralità assoluta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Opera di immenso fascino che svela il personaggio Francesco in ogni fase della sua vita. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli anni che precedono la “conversione”, il momento drammatico della rinuncia al mondo, il faticoso cammino verso la perfezione, l’aprirsi al mondo, la vita come pellegrinaggio perenne, l’estasi, l’insegnamento, le stigmate.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5370' title='sanfrancesco_001'><img width="99" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_001-99x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_001" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5371' title='sanfrancesco_002'><img width="84" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_002-84x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_002" /></a>

<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><b>L’AUTORE<br />
</b></span>Bonaventura da Bagnoregio (al secolo Giovanni Fidanza, Bagnoregio, 1217/1221-Lione, 15 luglio 1274) è il maggior pensatore della tradizione francescana. Studiò e insegnò alla Sorbona di Parigi. Canonizzato da Sisto IV nel 1482, fu proclamato Dottore della Chiesa da Sisto V nel 1588.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Alla sua biografia di san Francesco -<i>Legenda maior</i>- si ispirò Giotto per il ciclo francescano della basilica di Assisi. Dal 1257 al 1274 fu ministro generale dell’Ordine francescano. Sotto la sua direzione furono pubblicate le <i>Costituzioni narbonesi</i>, su cui si fondano le successive costituzioni dell’Ordine. È autore dell’<i>Itinerarium mentis in Deum </i>(L’<i>Itinerario della mente verso Dio</i>, 1259), testo fondamentale della letteratura mistica medievale: riflessione sul cammino dell’anima che procede nella conoscenza di Dio, sulle orme di San Francesco d’Assisi.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5372' title='sanfrancesco_003'><img width="82" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_003-82x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_003" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5373' title='sanfrancesco_004'><img width="85" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_004-85x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_004" /></a>

<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><b>RICCA POVERT</b></span><b><span style="font-size: small;">À</span><br />
_____________________________________________________________________<br />
<span style="font-size: small;">*L’ossimoro che racconta la scelta di povertà</span><br />
<span style="font-size: small;"> *Le monete sono mosche inutili</span><br />
</b><b><span style="font-size: small;">*“Ritornate alle case di cui avete già fatto il giro e chiedete umilmente l’elemosina offrendo l’amore di Dio al posto del denaro”</span><br />
_____________________________________________________________________</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Affetto da un grave morbo, Francesco venne trasferito ad Assisi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Giunsero, Francesco e i suoi compagni di viaggio, ad un villaggio poverissimo, Satriano, dove vana risultò la ricerca di cibo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Non trovarono nulla da acquistare. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il santo lì apostrofò: “Non avete trovato nulla perché avete fiducia più nelle vostre mosche che in Dio”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Chiamava mosche i soldi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Proseguì: “Ritornate alle case di cui avete già fatto il giro e chiedete umilmente l’elemosina offrendo l’amore di Dio al posto del denaro”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli accompagnatori misero da parte la vergogna e chiesero l’elemosina ottenendo in nome dell’amore di Dio più di quanto potessero avere col denaro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La ricca povertà di Francesco rispose al bisogno come il denaro non aveva potuto fare.</span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Legenda maior 7, 10</i></b></span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5374' title='sanfrancesco_005'><img width="90" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_005-90x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_005" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5375' title='sanfrancesco_006'><img width="111" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_006-111x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_006" /></a>

<p><span style="color: #000000;"><b><span style="font-size: small;">IL SOMMARIO</span><br />
</b>Ho raccontato la prima parte della sua vita, gli eventi successivi e la sua morte in 15 capitoli così strutturati:</span></p>
<p><span style="color: #000000;">1)     la sua vita in abito secolare;<br />
2)     come si è compiuta la sua conversione a Dio e il restauro di tre chiese;<br />
3)     l’istituzione dell’Ordine e l’approvazione della Regola;<br />
</span><span style="color: #000000;">4)     lo sviluppo dell’Ordine sotto la sua guida e la conferma della Regola già precedentemente approvata;<br />
</span><span style="color: #000000;">5)     l’austerità della sua vita, allietata dalle creature di Dio;<br />
</span><span style="color: #000000;">6)     l’umiltà, l’obbedienza, la generosità di Dio nell’esaudire i suoi desideri;<br />
</span><span style="color: #000000;">7)     l’amore per la povertà e gli straordinari interventi nei riguardi dei bisognosi;<br />
</span><span style="color: #000000;">8)     il suo amore e come le creature prive di intelligenza sembravano affezionarsi a lui;<br />
</span><span style="color: #000000;">9)     il fervore della carità e il desiderio di martirio;<br />
</span><span style="color: #000000;">10)  lo zelo e il valore della sua preghiera;<br />
</span><span style="color: #000000;">11)  la capacità di interpretare le Scritture e lo spirito profetico;<br />
</span><span style="color: #000000;">12)  l’efficacia della predicazione e la grazia delle guarigioni;<br />
</span><span style="color: #000000;">13)  le sacre stigmate;<br />
</span><span style="color: #000000;">14)  la sopportazione delle sofferenze e la morte;<br />
</span><span style="color: #000000;">15)  la canonizzazione e la traslazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">C’è poi un’appendice con alcuni dei miracoli da lui compiuti dopo la morte che fu fertile di grazie.</span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Legenda maior Prologo, 5</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><span style="font-size: small;">L’ENIGMA FRANCESCO</span><br />
____________________________________________________________<br />
<span style="font-size: small;">*Quanto c’è di vero nell’immagine comune di san Francesco?</span><br />
<span style="font-size: small;"> *Francesco che ammansisce il lupo è quasi certamente un falso</span><br />
<span style="font-size: small;"> *Perché tante biografie l’una dopo l’altra?</span><br />
____________________________________________________________</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5376' title='sanfrancesco_022-1'><img width="86" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_022-1-86x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_022-1" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5377' title='sanfrancesco_022-2'><img width="89" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_022-2-89x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_022-2" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5378' title='sanfrancesco_022-3'><img width="87" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_022-3-87x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_022-3" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=5379' title='sanfrancesco_022-4'><img width="85" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2026/04/SanFrancesco_022-4-85x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="sanfrancesco_022-4" /></a>
<br />
</b>Il santo di Assisi appartiene all’immaginario collettivo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Francesco che parla agli uccelli. Francesco che si reca in terra santa e trova terreno poco fertile per la conversione degli “infedeli”. Francesco solare, sorridente, entusiasta compositore del <i>Cantico delle creature</i> (<i>Laudato sie, mi&#8217; Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui…</i>).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma era davvero così Francesco? Qui nasce l’enigma.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dopo la sua morte c’è stata una fioritura di materiale biografico che sembra obbedire ad una precisa strategia. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Soffermiamoci sui due principali biografi, Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tommaso racconta quasi in presa diretta. Francesco viene reso con i suoi lati meno edificanti. Aveva un caratteraccio, ad esempio. Era travagliato da dubbi e lotte interiori. Madonna Povertà è compagna di viaggio molto più ruvida che in Bonaventura. Che scrive 40 anni dopo la morte e lo fa nel contesto delle divisioni che ormai lacerano l’ordine. Francesco ne risulta smussato, levigato. Uno “specchio di Cristo”, un’immagine unificante. Più idealizzata, più teologica, per così dire, più spirituale. Il punto di arrivo sono i <i>Fioretti</i>, all’alba del 1400. Il carattere duro ed esigente di Francesco ne viene ingentilito. Il radicalismo pauperistico è attenuato fortemente. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Si potrebbero fare infiniti esempi di questa evoluzione nella presentazione del personaggio. Eccone due.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando si pensa ai prodigi di Francesco il pensiero corre al fraticello che parla a un lupo e lo addomestica. Beh, forse non accadde mai. La figura di Francesco che ammansisce la feroce creatura appare solo nei <i>Fioretti</i> che sono una compilazione redatta molti anni dopo la sua morte. Nelle vite che precedono i <i>Fioretti</i> non ne è traccia. Bisognerà pensare che quell’episodio fu costruito con geniale efficacia per raccontare un simbolo. La lotta vittoriosa contro il male oppure il particolare rapporto che Francesco seppe costruire con gli infedeli. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ancora. Tommaso da Celano ci dice che Francesco aveva paura del crescere in numero alto dei frati, in un certo senso una forma di pericolosa ricchezza. Le parole del santo: “Venga il giorno in cui il mondo, vedendo i frati minori assai di rado, ne abbia stima per il loro piccolo numero”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> I francescani erano moltissimi già in vita di Francesco, divennero una potenza sparsa in tutto il mondo dopo la sua morte, migliaia in pochi anni. Le parole riferite dal biografo sono un po’ difficili da digerire. Imbarazzanti. E infatti il “piccolo numero” sparisce dalla biografia successiva, quella di Bonaventura.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E c’è un problema filologico. Alcune cose Francesco le scriveva da sé, altre le dettava. Cioè lasciava a chi trascriveva il compito di amplificare o contrarre, collegare le varie parti. Intanto le due versioni della Regola. La prima approvata da papa Innocenzo III nel 1209 solo oralmente. La prudenza di Innocenzo si spiega con le resistenze curiali all’approvazione. Il fatto è che ogni movimento pauperistico fa paura alla Chiesa. Potenzialmente eversivo. Proprio in quegli anni Innocenzo III bandisce la crociata contro gli Albigesi. Fiumi di sangue, persecuzioni atroci, di fatto l’esordio dell’Inquisizione. La seconda versione fu approvata da Onorio III il 29 novembre 1223 con la bolla <i>Solet annuere</i>. Il passaggio dalla prima alla seconda è segnato da un grande travaglio in Francesco. Ha dovuto attenuare rigore e durezza, come forse non avrebbe voluto e come invece opportunità e senso pragmatico lo obbligavano a fare. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Vicenda articolata quella del succedersi delle biografie.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 19 marzo 1227 sale al soglio papale il cardinale Ugolino di Anagni, amico di Francesco, col nome di Gregorio IX. È lui che lo canonizza in Assisi il 16 luglio del 1228. E affida al francescano Tommaso da Celano il compito di redigere una biografia del santo. È la cosiddetta <i>Vita prima.</i> Giudicata subito lacunosa. Nel 1244, al capitolo generale di Genova, Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze per colmarne le lacune. Nasce il <i>Memoriale nel desiderio dell’anima</i> o <i>Vita seconda</i>. Qualche anno dopo Tommaso redige la parte riguardante i miracoli. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’opera di Tommaso continua a non soddisfare i francescani.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel 1260 il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita di Francesco. Pronta e approvata dal capitolo di Pisa nel 1263. È la <i>Legenda maior</i>. Nel 1266, a Parigi, il capitolo generale decreta la distruzione di tutte le vite, fatta eccezione per l’opera di Bonaventura. Dieci anni dopo, però, il capitolo generale, riunito a Padova, ordina il recupero della precedente memoria su Francesco. Abbiamo, su questo materiale, la <i>Compilazione di Assisi</i> e la <i>Leggenda dei tre Compagni</i>. Tra il 1327 e il 1337 vengono redatti gli <i>Actus beati Francisci et sociorum eius</i> da parte, forse, di frate Ugolino da Monte Santa Maria. Da essi un anonimo volgarizzatore trarrà i notissimi <i>Fioretti</i>. Siamo già nel 1370 o addirittura dopo, alle soglie dell’Umanesimo che impone una revisione del rapporto col corpo. Del ruvido Francesco di Tommaso è rimasto quasi nulla.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>CRONOLOGIA / 1<br />
SAN FRANCESCO</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>1181/1182</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ad Assisi, nasce Giovanni di Pietro di Bernardone; il padre è un ricco mercante. È assente al battesimo e al suo ritorno esige che il nome sia cambiato in Francesco.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1193/1194</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nasce ad Assisi Chiara, figlia di Favarone di Offreduccio e di Ortolana.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1202-1203</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Nella guerra tra Perugia e Assisi, Francesco è fatto prigioniero. È liberato dopo un anno, in cattive condizioni di salute.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1204-1206</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> “Conversione” di Francesco (visione misteriosa di Spoleto e incontro con i lebbrosi).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1206-1208</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Contrasto con il padre. Rinuncia al patrimonio familiare, nudo davanti al vescovo di Assisi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ripara tre chiese: San Damiano, San Pietro e Santa Maria degli Angeli (La Porziuncola).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1208 </b></span><br />
<span style="color: #000000;"> I primi compagni, Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani. Nella primavera seguente sono dodici.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1209-1210<br />
</b>Innocenzo III approva a voce la Rregola (Regola non bollata).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1211-1215</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Francesco tenta invano di raggiungere la Siria, poi il Marocco attraverso la Spagna (fra 1213 e 1215).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1216 </b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 16 luglio muore Innocenzo III. Gli succede Onorio III.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1217</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 26 maggio il capitolo generale decide la prima missione d’oltralpe e d’oltremare. Inizia la V crociata.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1219</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 26 maggio il capitolo decide una seconda missione dei frati oltralpe e oltremare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In giugno Francesco si imbarca per l’Oriente, giunge a Damietta, incontra il sultano Malik al-Kāmil.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1220</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Gennaio: in Marocco, i primi cinque frati minori martiri. Scrive la <i>Lettera a tutti i chierici</i>, la <i>Lettera ai reggitori dei popoli</i>, la <i>Prima lettera ai custodi</i>, la <i>Seconda lettera ai custodi. </i>Francesco rinuncia al governo diretto dell’Ordine, affidandolo a un vicario (Pietro Cattani, fino al 10 marzo 1221; gli subentra frate Elia).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1221 e seguenti</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Appartengono con tutta probabilità a questi anni alcune le preghiere il <i>Saluto alle virtù</i>, il <i>Saluto alla beata Vergine Maria</i>, la <i>Parafrasi del Padre nostro</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b><i>1223 </i></b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Onorio III approva la Regola (con la bolla <i>Solet annuere</i>, 29 novembre).</span><br />
<span style="color: #000000;"> A Natale Francesco “inventa a Greccio” il presepio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1224</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Alla Verna Francesco riceve le stigmate.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1225</b> – Primavera: a San Damiano Francesco compone due laudi-esortazioni in volgare, la prima in ringraziamento per l’assicurazione della salvezza, la seconda è il <i>Cantico delle creature</i>. Tenta invano cure chirurgiche per una grave malattia d’occhi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1226</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Redige il <i>Testamento</i> (<i>recordatio, admonitio, exhortatio</i>). Il 3 ottobre muore alla Porziuncola.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>CRONOLOGIA / 2<br />
CANONIZZAZIONE / GLI SCRITTI BIOGRAFICI</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>1227-1228</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 19 marzo Ugolino da Anagni diventa papa col nome di nome di Gregorio IX e il 16 luglio 1228 celebra in Assisi la canonizzazione di Francesco.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1228-1229</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Tommaso da Celano, su mandato di Gregorio IX, compone la <i>Vita del beato Francesco</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1230 </b></span><br />
<span style="color: #000000;"> 25 maggio: traslazione delle spoglie di Francesco dalla chiesa di San Giorgio alla basilica eretta in suo onore. 28 settembre: Gregorio IX promulga la <i>Quo elongati</i> che nega valore giuridico al <i>Testamento</i> di Francesco e dirime alcuni dubbi sulla Regola.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1232-1235</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giuliano da Spira compone la <i>Vita sancti Francisci.</i></span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1241</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Composizione de <i>I primordi o fondazione dell’Ordine</i> (<i>Anonimo perugino</i>), probabilmente ad opera di frate Giovanni, discepolo di frate Egidio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1244</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Al capitolo generale di Genova, Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze per colmare le lacune dell’opera di Tommaso da Celano.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1245 </b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 14 novembre Innocenzo IV promulga la bolla <i>Ordinem vestrum</i> a commento della Regola francescana.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1246 </b></span><br />
<span style="color: #000000;"> 11 agosto: Leone, Rufino e Angelo, compagni di Francesco, inviano i loro ricordi a Crescenzio da Iesi (<i>La lettera di Greccio,</i> soprattutto la gioventù di Francesco); anche i cittadini di Assisi inviano testimonianza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1247</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Tommaso da Celano redige il <i>Memoriale nel desiderio dell’anima</i> o <i>Vita seconda</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1252-1253</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tommaso redige la parte riguardante i miracoli di Francesco. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1260</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita. È la <i>Legenda maior</i> approvata dal capitolo generale di Pisa (1263).</span><br />
<span style="color: #000000;"> 1266 Il capitolo generale di Parigi decreta la distruzione di tutte le vite di Francesco (tranne l’opera di Bonaventura).</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>1276</b> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il capitolo generale di Padova ordina il recupero della precedente memoria su Francesco. Con il materiale raccolto da Crescenzio da Iesi vengono realizzate la <i>Compilazione di Assisi</i> e la <i>Leggenda dei tre Compagni</i>. <b>1289</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> 18 agosto: con la bolla <i>Supra montem</i> Niccolò IV istituisce ufficialmente il Terz’Ordine francescano.</span><br />
<strong><span style="color: #000000;"> 1318 circa</span></strong><br />
<span style="color: #000000;"> Redazione dello <i>Speculum perfectionis</i> o Legenda<i> antiquissima</i>, una biografia creduta per molto tempo opera di frate Leone.</span><br />
<strong><span style="color: #000000;"> 1327-1337 </span></strong><br />
<span style="color: #000000;"> Redazione degli <i>Actus beati Francisci et sociorum eius </i>da cui un anonimo volgarizzatore trarrà, decenni più tardi, i notissimi <i>Fioretti</i>.</span></p>

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		<title>ETERNO FEDRO</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2020 23:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le traduzioni e Saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; WALT DISNEY DI DUEMILA ANNI FA (CON UN OCCHIO AI BAMBINI) Mancava in Italia una traduzione delle favole di Fedro (per tanti legato al latinorum delle esercitazioni scolastiche) esplicitamente rivolta ai bambini. Linguaggio semplice e straordinarie illustrazioni di una grande disegnatrice come Marilena Ferrara. Questo mio lavoro è stato edito da Editoriale Programma di Angelo Pastrello. Una presenza ormai importante nell’ambito dell’editoria italiana. Fedro, scrittore romano di origine greca, riprende con genialità gli scritti del suo conterraneo Esopo. Aggiunge ambientazioni e personaggi bizzarri. Favole che non invecchiano. Recitano una lezione ancora attuale. E gli animali parlano da sempre alla nostra fantasia. Da Fedro ed Esopo a La Fontaine, Perrault e… Walt Disney. Un tesoro d’intelligenza, ironia e buonsenso che merita di essere tramandato alle nuove generazioni. Il libro è abbinato a molti quotidiani italiani, è in libreria, lo si può ordinare online (https://editorialeprogramma.it/). È stato presentato a Radio Vaticana il 29 novembre 2020, nell’ambito della rubrica Anima Latina condotta da Fabio Colagrande (disponibile in podcast: https://www.vaticannews.va). Per saperne di più clicca qui. LA PREFAZIONE IL PAPÀ DI WALT DISNEY Care lettrici e cari lettori, quello che avete tra le mani è un piccolo tesoro di intelligenza, di ironia, di buon senso. Sono le favolette che ha scritto Fedro, uno scrittore romano di origine greca. Lui dice che non ha fatto altro che trasportare nella cultura latina il lavoro del suo conterraneo Esopo. In realtà ha fatto molto di più, come potrete vedere. Ci ha messo tanto di suo. Sa essere leggero, dolce, pungente. Anche pesante, quando serve. E soprattutto amaro. La vita invade potentemente ogni pagina. Quante volte è necessario accettare la prepotenza del più forte. Quante volte, per sopravvivere, ci tocca scegliere il male minore. Fedro è un grandissimo, anche se il genere letterario della favola era, ai suoi tempi, giudicato un genere minore. Perfino disprezzato. Forse anche per questo di lui sappiamo molto poco, praticamente solo ciò che egli stesso racconta di sé nella sua opera. Se lo volete conoscere un po’ meglio, alla fine di questo libro trovate qualche notizia in più. E tuttavia, dalla piccola e marginale fama che aveva nell’antichità, lui balza luminoso nella nostra epoca. Ha tanto da insegnarci, tantissime riflessioni da proporci. Pensiamo che lui è, assieme ad Esopo, il papà di tutti coloro che nei secoli hanno fatto parlare con saggezza animali, piante, oggetti di uso quotidiano. Senza di lui non ci sarebbero stati Jean de La Fontaine e Walt Disney, Charles Perrault e Giambattista Basile, Carlo Lorenzini detto Collodi e Hans Christian Andersen. E tanti, tantissimi altri, a cominciare dai fratelli Grimm, Jacob Ludwig e Wilhelm Karl (che, di mestiere, facevano i linguisti e i filologi. Giravano e raccoglievano anche favole). Molti personaggi di Fedro sono strani, bizzarri, diciamo un po’ sopra le righe. Vorrei dire una cosa alle mamme e ai papà che volessero raccontare qualcuna di queste favole ai bambini più piccoli. Leggete per primi e utilizzate quello che vi pare. È comunque tanta roba. Io vi auguro di trovare sempre il tempo per raccontare favole ai vostri bambini. Per far crescere e lievitare la loro fantasia e il loro immaginario. Il cibo della mente è importante almeno quanto quello destinato allo stomaco. Io ho fatto la mia parte. Sapete che in Italia mancava una traduzione che fosse il più possibile vicino al linguaggio dei bambini? Il resto spetta a voi. P.S.: Fedro scriveva duemila anni fa. Io ho cercato di fare del mio meglio. Per tradurre in un linguaggio semplice e moderno, magari attirandomi qualche mugugno dei miei colleghi latinisti. Per far capire tutto (che è ciò che davvero conta, in fondo). Tuttavia, se qualche riferimento non vi fosse chiaro, troverete lungo il testo alcuni appunti e spiegazioni utili. Vi affido a lui. A Fedro. SEMPRE LA MORALE, SEMPRE QUALCOSA DA IMPARARE  TRA LE PIÙ NOTE… IL LUPO E L’AGNELLO C’erano una volta un lupo e un agnello. Si incontrano in riva ad un ruscello dove volevano dissetarsi. Il lupo sta più in su, l’agnello molto più in giù. Il lupo era un tipaccio e, con la sua brutta bocca, comincia a provocare: “Guarda che mi stai sporcando l’acqua”. Il batuffolo di lana, tutto tremante, gli risponde: “Ma non è possibile, signor lupo, l’acqua corre da lei a me, io bevo dopo di lei”. È la verità e il lupo non la prende bene. Ringhia: “Sei mesi fa hai parlato male di me”. “Ma se non ero ancora nato…”. “E allora, per la miseria, deve essere stato tuo padre”. E in questo modo giustifica la sua prepotenza. Lo prende e lo sbrana. Questa favola va bene per quegli uomini che si inventano scuse pur di fare del male agli innocenti. LE RANE CERCANO UN RE Atene era una città governata da buone leggi. Ma c’era forse eccessiva libertà e la gente diventò superba, non si sentiva più obbligata ad alcun dovere. Il tiranno Pisistrato mise insieme un po’ di persone di diversi partiti e occupò la parte alta della città. I cittadini di quella regione, l’Attica, presero a lamentarsi. Non perché Pisistrato fosse crudele ma perché non erano abituati a sopportare il peso della servitù. E allora Esopo raccontò loro una favoletta. “C’erano delle rane che sguazzavano tranquille nelle paludi. Ma le loro abitudini di vita erano troppo libere e così chiesero a gran voce a Giove un re che rimettesse a posto le cose. Il padre degli dei si fece una gran risata e fece cadere un tronco d’albero, neanche tanto grande. Ma con tanto strepito e grandi onde. Le rane ne furono spaventate. Il tronco era fermo sul fondo dello stagno, immerso nel fango. Una rana, senza far rumore, tirò la testa fuori dell’acqua, girò un po’ attorno al re e poi chiamò le compagne. La paura svanì e anzi fecero a gara per nuotare fino al tronco. Ben presto sopra di questo si formò una combriccola petulante e chiacchierona. Lo riempirono di insulti e chiesero a Giove un altro re. Quello che era stato loro mandato, dissero, era perfettamente inutile. E Giove mandò loro un serpente crudele che cominciò a sbranarle una dopo l’altra. Impossibile scappare, impossibile difendersi. Per la paura non hanno neanche il fiato per protestare. Allora, di nascosto, si rivolgono a Mercurio perché metta una buona parola presso Giove. Ma quello, con la sua voce di tuono: “Non avete saputo conservarvi il bene che avevate. Adesso tenetevi questo malanno”. Esopo si rivolse allora ai cittadini di Atene: “Tenetevi il tiranno, disse, e pensate che potrebbe capitarvi di peggio”. LA VOLPE E L’UVA Una volpe affamata cercava di afferrare dei grappoli d’uva con grandi salti. Ma la vigna era troppo alta e lei non riuscì nemmeno a sfiorarli. Andandosene disse: “Non è ancora matura, non la mangerò certo acerba”. Favoletta giusta per quelli che non sanno risolvere un problema e allora dicono che si trattava di un affare da poco. …E UNA POCO NOTA MA ATTUALISSIMA IL BUFFONE E IL CONTADINO Quanto si sbagliano gli uomini, mal consigliati dalla loro scarsa obiettività! Perseverano nel proprio errore e spesso devono sbattere il muso davanti all’evidenza dei fatti. Un personaggio molto ricco aveva intenzione di organizzare dei giochi. Invitò tutti, offrendo un premio a chi, per quanto possibile, proponesse uno spettacolo inedito. Arrivarono degli artisti di quelle gare di talento. E tra di loro vi era un buffone, noto per le sue invenzioni. Disse che avrebbe portato in teatro uno spettacolo mai visto. Si sparge la voce e si mette in movimento l’intera città. I posti, poco prima vuoti, non riescono a contenere tutta la folla. Quello si presenta in scena tutto solo, senza alcun apparato e senza assistenti. Grandi attesa e silenzio. Tutto d’un tratto mette la testa tra le pieghe del suo mantello. E imita così alla perfezione il verso del maiale che gli spettatori credono che ce ne sia davvero uno e gli fanno scuotere il panno. E naturalmente il maiale non c’è e tutti apprezzano e non smettono di applaudire. Un contadino che assisteva a quella scena esclama: “Accidenti, io so fare di meglio” e lì per lì promette che all’indomani avrebbe fatto qualcosa in grado di superare il buffone. Il giorno dopo, ancora più gente. Ma tutti in cuor loro hanno già deciso: sono lì per divertirsi, non per esprimere giudizi obiettivi. Avanzano entrambi sulla scena. Il buffone fa il suo grugnito per primo. Ottiene applausi e suscita entusiasmi. Tocca al contadino che finge di nascondere sotto il suo mantello un maialino. E il maialino c’è davvero, ma ben nascosto perché non si veda nulla, come nell’esibizione precedente. Il contadino dà un gran pizzicotto all’orecchio del maiale nascosto e gli tira fuori un autentico grugnito. Gli spettatori urlano che l’imitazione del buffone è migliore e chiedono che il contadino sia cacciato. E quello tira fuori il porcello in carne e ossa dal suo mantello. Prova indiscutibile che sconfigge un miserabile sbaglio. “Ecco qua il maiale che dimostra, dice, che razza di giudici siete”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/FedroHome.jpg"><img class="size-medium wp-image-4745 aligncenter" alt="fedrohome" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/FedroHome-175x300.jpg" width="175" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>WALT DISNEY</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>DI DUEMILA ANNI FA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>(CON UN OCCHIO AI BAMBINI)</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro1.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4746" alt="fedro1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro1-1024x965.jpg" width="486" height="459" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Mancava in Italia una traduzione delle favole di Fedro (per tanti legato al latinorum delle esercitazioni scolastiche) esplicitamente rivolta ai bambini. Linguaggio semplice e straordinarie illustrazioni di una grande disegnatrice come Marilena Ferrara. Questo mio lavoro è stato edito da Editoriale Programma di Angelo Pastrello. Una presenza ormai importante nell’ambito dell’editoria italiana. Fedro, scrittore romano di origine greca, riprende con genialità gli scritti del suo conterraneo Esopo. Aggiunge ambientazioni e personaggi bizzarri. Favole che non invecchiano. Recitano una lezione ancora attuale. E gli animali parlano da sempre alla nostra fantasia. Da Fedro ed Esopo a La Fontaine, Perrault e… Walt Disney. Un tesoro d’intelligenza, ironia e buonsenso che merita di essere tramandato alle nuove generazioni. Il libro è abbinato a molti quotidiani italiani, è in libreria, lo si può ordinare online (</span><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;"><a href="https://editorialeprogramma.it/">https://editorialeprogramma.it/</a></span></span><span style="color: #000000;">). </span><br />
<span style="color: #000000;">È stato presentato a Radio Vaticana il 29 novembre 2020, nell’ambito della rubrica Anima Latina condotta da Fabio Colagrande (disponibile in podcast: </span><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;"><a href="https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/anima-latina/2020/11/anima-latina-29-11-2020.html?fbclid=IwAR2CcA8N-qHrv_Zjjlb6kIrQ1McufSvvoY25CBJMcl84tmWVxPiQAboaq04">https://www.vaticannews.va</a></span></span><span style="color: #000000;">).</span><br />
<span style="color: #000000;">Per saperne di più clicca qui.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>LA PREFAZIONE</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>IL PAPÀ DI WALT DISNEY</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro2.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4739" alt="fedro2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro2-1024x940.jpg" width="516" height="474" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Care lettrici e cari lettori, </span><br />
<span style="color: #000000;">quello che avete tra le mani è un piccolo tesoro di intelligenza, di ironia, di buon senso. </span><br />
<span style="color: #000000;">Sono le favolette che ha scritto Fedro, uno scrittore romano di origine greca. Lui dice che non ha fatto altro che trasportare nella cultura latina il lavoro del suo conterraneo Esopo. In realtà ha fatto molto di più, come potrete vedere. Ci ha messo tanto di suo.</span><br />
<span style="color: #000000;">Sa essere leggero, dolce, pungente. Anche pesante, quando serve. E soprattutto amaro. La vita invade potentemente ogni pagina. Quante volte è necessario accettare la prepotenza del più forte. Quante volte, per sopravvivere, ci tocca scegliere il male minore.</span><br />
<span style="color: #000000;">Fedro è un grandissimo, anche se il genere letterario della favola era, ai suoi tempi, giudicato un genere minore. Perfino disprezzato.</span><br />
<span style="color: #000000;">Forse anche per questo di lui sappiamo molto poco, praticamente solo ciò che egli stesso racconta di sé nella sua opera. Se lo volete conoscere un po’ meglio, alla fine di questo libro trovate qualche notizia in più. E tuttavia, dalla piccola e marginale fama che aveva nell’antichità, lui balza luminoso nella nostra epoca. Ha tanto da insegnarci, tantissime riflessioni da proporci. </span><br />
<span style="color: #000000;">Pensiamo che lui è, assieme ad Esopo, il papà di tutti coloro che nei secoli hanno fatto parlare con saggezza animali, piante, oggetti di uso quotidiano. Senza di lui non ci sarebbero stati Jean de La Fontaine e Walt Disney, Charles Perrault e Giambattista Basile, Carlo Lorenzini detto Collodi e Hans Christian Andersen. </span><br />
<span style="color: #000000;">E tanti, tantissimi altri, a cominciare dai fratelli Grimm, Jacob Ludwig e Wilhelm Karl (che, di mestiere, facevano i linguisti e i filologi. Giravano e raccoglievano anche favole).</span><br />
<span style="color: #000000;">Molti personaggi di Fedro sono strani, bizzarri, diciamo un po’ sopra le righe. Vorrei dire una cosa alle mamme e ai papà che volessero raccontare qualcuna di queste favole ai bambini più piccoli. Leggete per primi e utilizzate quello che vi pare. È comunque tanta roba.</span><br />
<span style="color: #000000;">Io vi auguro di trovare sempre il tempo per raccontare favole ai vostri bambini. Per far crescere e lievitare la loro fantasia e il loro immaginario.</span><br />
<span style="color: #000000;">Il cibo della mente è importante almeno quanto quello destinato allo stomaco.</span><br />
<span style="color: #000000;">Io ho fatto la mia parte. Sapete che in Italia mancava una traduzione che fosse il più possibile vicino al linguaggio dei bambini? Il resto spetta a voi.</span><br />
<span style="color: #000000;">P.S.: Fedro scriveva duemila anni fa. Io ho cercato di fare del mio meglio. Per tradurre in un linguaggio semplice e moderno, magari attirandomi qualche mugugno dei miei colleghi latinisti. Per far capire tutto (che è ciò che davvero conta, in fondo). Tuttavia, se qualche riferimento non vi fosse chiaro, troverete lungo il testo alcuni appunti e spiegazioni utili.</span><br />
<span style="color: #000000;">Vi affido a lui. A Fedro.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>SEMPRE LA MORALE, SEMPRE QUALCOSA DA IMPARARE </b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>TRA LE PIÙ NOTE…</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><b>IL LUPO E L’AGNELLO</b></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro3.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4740" alt="fedro3" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro3-628x1024.jpg" width="377" height="614" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">C’erano una volta un lupo e un agnello. </span><br />
<span style="color: #000000;">Si incontrano in riva ad un ruscello dove volevano dissetarsi. Il lupo sta più in su, l’agnello molto più in giù. Il lupo era un tipaccio e, con la sua brutta bocca, comincia a provocare: “Guarda che mi stai sporcando l’acqua”. Il batuffolo di lana, tutto tremante, gli risponde: “Ma non è possibile, signor lupo, l’acqua corre da lei a me, io bevo dopo di lei”. È la verità e il lupo non la prende bene. Ringhia: “Sei mesi fa hai parlato male di me”. “Ma se non ero ancora nato…”. “E allora, per la miseria, deve essere stato tuo padre”. E in questo modo giustifica la sua prepotenza. Lo prende e lo sbrana.</span><br />
<span style="color: #000000;">Questa favola va bene per quegli uomini che si inventano scuse pur di fare del male agli innocenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><b>LE RANE CERCANO UN RE</b></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro4.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4741" alt="fedro4" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro4-1024x824.jpg" width="553" height="445" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Atene era una città governata da buone leggi. Ma c’era forse eccessiva libertà e la gente diventò superba, non si sentiva più obbligata ad alcun dovere. Il tiranno Pisistrato mise insieme un po’ di persone di diversi partiti e occupò la parte alta della città. I cittadini di quella regione, l’Attica, presero a lamentarsi. Non perché Pisistrato fosse crudele ma perché non erano abituati a sopportare il peso della servitù. </span><br />
<span style="color: #000000;">E allora Esopo raccontò loro una favoletta.</span><br />
<span style="color: #000000;">“C’erano delle rane che sguazzavano tranquille nelle paludi. Ma le loro abitudini di vita erano troppo libere e così chiesero a gran voce a Giove un re che rimettesse a posto le cose. Il padre degli dei si fece una gran risata e fece cadere un tronco d’albero, neanche tanto grande. Ma con tanto strepito e grandi onde. Le rane ne furono spaventate. Il tronco era fermo sul fondo dello stagno, immerso nel fango. Una rana, senza far rumore, tirò la testa fuori dell’acqua, girò un po’ attorno al re e poi chiamò le compagne. La paura svanì e anzi fecero a gara per nuotare fino al tronco. Ben presto sopra di questo si formò una combriccola petulante e chiacchierona. Lo riempirono di insulti e chiesero a Giove un altro re. Quello che era stato loro mandato, dissero, era perfettamente inutile. E Giove mandò loro un serpente crudele che cominciò a sbranarle una dopo l’altra. Impossibile scappare, impossibile difendersi. </span><br />
<span style="color: #000000;">Per la paura non hanno neanche il fiato per protestare. Allora, di nascosto, si rivolgono a Mercurio perché metta una buona parola presso Giove. Ma quello, con la sua voce di tuono: “Non avete saputo conservarvi il bene che avevate. Adesso tenetevi questo malanno”.</span><br />
<span style="color: #000000;">Esopo si rivolse allora ai cittadini di Atene: “Tenetevi il tiranno, disse, e pensate che potrebbe capitarvi di peggio”.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>LA VOLPE E L’UVA</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro5.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4742" alt="fedro5" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro5-616x1024.jpg" width="370" height="614" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Una volpe affamata cercava di afferrare dei grappoli d’uva con grandi salti. Ma la vigna era troppo alta e lei non riuscì nemmeno a sfiorarli. Andandosene disse: “Non è ancora matura, non la mangerò certo acerba”. </span><br />
<span style="color: #000000;">Favoletta giusta per quelli che non sanno risolvere un problema e allora dicono che si trattava di un affare da poco.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>…E UNA POCO NOTA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>MA ATTUALISSIMA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><b>IL BUFFONE E IL CONTADINO</b></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro6.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4743" alt="fedro6" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro6-608x1024.jpg" width="365" height="614" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Quanto si sbagliano gli uomini, mal consigliati dalla loro scarsa obiettività! Perseverano nel proprio errore e spesso devono sbattere il muso davanti all’evidenza dei fatti.</span><br />
<span style="color: #000000;">Un personaggio molto ricco aveva intenzione di organizzare dei giochi. Invitò tutti, offrendo un premio a chi, per quanto possibile, proponesse uno spettacolo inedito. Arrivarono degli artisti di quelle gare di talento. E tra di loro vi era un buffone, noto per le sue invenzioni. Disse che avrebbe portato in teatro uno spettacolo mai visto. </span><br />
<span style="color: #000000;">Si sparge la voce e si mette in movimento l’intera città. I posti, poco prima vuoti, non riescono a contenere tutta la folla. Quello si presenta in scena tutto solo, senza alcun apparato e senza assistenti. Grandi attesa e silenzio. Tutto d’un tratto mette la testa tra le pieghe del suo mantello. E imita così alla perfezione il verso del maiale che gli spettatori credono che ce ne sia davvero uno e gli fanno scuotere il panno. E naturalmente il maiale non c’è e tutti apprezzano e non smettono di applaudire. Un contadino che assisteva a quella scena esclama: “Accidenti, io so fare di meglio” e lì per lì promette che all’indomani avrebbe fatto qualcosa in grado di superare il buffone. Il giorno dopo, ancora più gente. Ma tutti in cuor loro hanno già deciso: sono lì per divertirsi, non per esprimere giudizi obiettivi. Avanzano entrambi sulla scena. Il buffone fa il suo grugnito per primo. Ottiene applausi e suscita entusiasmi. Tocca al contadino che finge di nascondere sotto il suo mantello un maialino. E il maialino c’è davvero, ma ben nascosto perché non si veda nulla, come nell’esibizione precedente. Il contadino dà un gran pizzicotto all’orecchio del maiale nascosto e gli tira fuori un autentico grugnito. Gli spettatori urlano che l’imitazione del buffone è migliore e chiedono che il contadino sia cacciato. E quello tira fuori il porcello in carne e ossa dal suo mantello. Prova indiscutibile che sconfigge un miserabile sbaglio. “Ecco qua il maiale che dimostra, dice, che razza di giudici siete”.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro7.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4744" alt="fedro7" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/12/Fedro7-1024x1014.jpg" width="553" height="547" /></a></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Feterno-fedro%2F&amp;linkname=ETERNO%20FEDRO" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Feterno-fedro%2F&amp;linkname=ETERNO%20FEDRO" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Feterno-fedro%2F&amp;linkname=ETERNO%20FEDRO" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Feterno-fedro%2F&amp;linkname=ETERNO%20FEDRO" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Feterno-fedro%2F&amp;title=ETERNO%20FEDRO" id="wpa2a_4"></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>INSEGUENDO IL LEVIATANO</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 08:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le traduzioni e Saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; A quasi vent’anni dal suo fortunato romanzo di esordio, Il delitto della contessa Onigo, Gian Domenico Mazzocato ha proposto una vicenda accaduta su una collina trevigiana agli albori del secolo, nel profondo e miserabile Veneto che di lì a qualche anno sarebbe stato teatro del primo conflitto mondiale. 1909, nord di Treviso. Montello, la collina che, come ha detto il grande germanista Hans Kitzmüller, Mazzocato ha reso mitica grazie alla sua scrittura (Il bosco veneziano e altri testi). Delitto sulla collina proibita (DBS Zanetti editore), rievoca un brutale episodio di cronaca nera: la morte di un bambino, Américo Gaigher, che viene trovato impiccato ai margini del bosco dove si era recato a rubare un po’ di legna. Delitto davvero o suicidio? Oppure morte accidentale? L’inchiesta è difficile e si dipana tra l’omertà che scatta in un borgo di poche anime perduto nella foresta collinare e l’onestà di qualche testimone che vorrebbe raccontare quanto ha effettivamente visto. Tra l’evento e il processo trascorrono parecchi mesi. Alla fine prevalgono i “non so” e i “non ricordo”. In effetti c’è un colpevole, indicato da mille indizi e anche da qualche testimonianza che si fa largo tra le tante, troppe reticenze. Si tratta di Santo Carlassara, un uomo violento e rozzo. I tempi fisici del romanzo sono quelli del processo. Mazzocato, come è nella sigla della sua scrittura, procede ad un racconto rapido e serrato che si fa attraverso le cronache dei giornali e il diario di don Fervido, il parroco del piccolo borgo del Santo Angelo Custode dove è avvenuto il fatto. Don Fervido, vera voce narrante dell’evento, ha un passato avventuroso alle spalle. Uscito dal seminario di Treviso, si è arruolato e ha partecipato ai moti milanesi del 1898. Dalla parte sbagliata, come ripete sempre con orrore a se stesso. Era nelle truppe comandate dal generale Fiorenzo Bava Beccaris che hanno sparato sulla popolazione inerme che chiedeva pane. Fiorenzo Bava Beccaris si guadagnò sul campo il soprannome di boia e di iena. È lui il tormentato ago della bilancia di questa intricata condizione. “Non si tratta solo di fare giustizia per la morte di Abele, ma anche di capire le ragioni di Caino. Perché il giorno dopo la sentenza si torna a vivere e nella vita paesana un equilibrio di convivenza bisogna pur trovarlo”, dice Mazzocato che contestualizza l’evento facendo respirare l’atmosfera di quell’epoca. E nel contempo, come è tipico dei suoi modi narrativi, l’autore viaggia nei miti e nelle fole della terra veneta. Glielo consente soprattutto uno straordinario personaggio, la misteriosa Maria Ultima, un po’ strega, un po’ guaritrice e soprattutto la donna che aiuta le persone in agonia a morire. Insomma quella che i sardi chiamano accabadora, colei che fornisce l’eutanasia a chi non ha più nulla da chiedere alla vita. E un po’ tutto il romanzo si pone come riflessione sui temi della vita, della morte, della giustizia, delle pulsioni profonde dell’animo umano. Con qualche sorpresa nel finale. Soprattutto, il protagonista don Fervido, ha corso gli oceani a caccia di balene. La balena, il mostro, il leviatano che lo tormenta ogni notte in sogno. In fuga da Milano e disertore, si imbarca sotto falso nome sul vapore Victoria e approda a New Bedford, Massachusetts, proprio di fronte all’isola di Nantucket. Diventa cacciatore di balene. “Mi è stato magistrale Herman Melville, dice Mazzocato, e mentre scrivevo mi rendevo conto che gli stavo tributando un omaggio per tutto quello che mi avevano dato i suoi libri, fin dalla mia infanzia. Quando l’ho capito, ho preso a insistere sui parallelismi. Moby Dyck è uno di quei rari libri che si debbono leggere più volte in una vita, perché nelle differenti età, offre suggestioni nuove, insegna cose ulteriori. Ci torno spesso, ogni volta che esce una traduzione nuova anche se le sensazioni forti dell’adolescenza sono legate a quella di Cesare Pavese. Come torno, debbo dire, ad un libro che mi ha sempre inquietato e che ha visto la luce praticamente negli stessi giorni di Moby Dyck, La casa dei sette abbaini di Nathaniel Hawthorne. Libro lontanissimo dalle vicende di Captain Ahab ma certamente nato in una temperie comune, fatta di ossessioni e di sentimenti così forti e crudeli da occupare l’anima senza lasciare posto ad altro. Le colpe che si riversano sugli individui come una soma da cui non ci si può sottrarre”. Per concessione dell’autore pubblichiamo, da Il delitto sulla collina proibita, le pagine di più intensa ispirazione melvilliana. Sul Victoria i giorni non passavano mai, qui corrono veloci. Mi pare ieri ed è già passato un mese da quando una voce ha urlato che la terra americana era in vista. Mi sono messo tranquillo, chi mi rimanda indietro a questo punto? Mi sono presentato ad un ufficiale e gli ho detto che io non ero Silverio Rebuschi. Gli ho taciuto di essere un soldato disertore. Lui non ha battuto ciglio. - Non perderemo tempo con te all’ufficio immigrazione, mi ha fatto sapere dopo essersi consultato con i suoi superiori. -Per te andrà bene un porto qualsiasi, dove non fanno storie. Mi hanno sbarcato qui, New Bedford, stato del Massachusetts, di fronte all’isola di Nantucket, gran covo di fiocinatori e ramponieri. Molto più a nord di New York, ma non importa. Io non avevo una meta. Volevo solo andare lontano. Domani parto, il mio primo imbarco. Su una baleniera che starà per mare, si dice, almeno due anni. Sono dimagrito, ho mangiato poco, ho fatto solo qualche piccolo lavoro. Ma ho imparato a muovermi, a biascicare qualcosa in mericano. E tra taverne e bordelli ho fatto anche qualche conoscenza. Mi aggiro qui tra i docks, un mondo di suoni e odori, di parlate diverse. Centinaia di imbarcazioni attraccate. I negozi dei velai, dei fabbricanti di corde. I laboratori vocianti degli operai che inscatolano il pesce appena sbarcato dalle baleniere e dai pescherecci. Un mondo di rumori cui ci si abitua presto. Il cigolare monotono delle sartie e lo scricchiolio del fasciame, il fracasso delle gru meccaniche e delle carrucole. E richiami e grida. L’aria è impregnata di rum e grasso animale. Il fetore dei pellami, gli aromi del tabacco e delle spezie. Il profumo del tè e del caffè. Dagli ingressi delle taverne esce calore unto, di gente sudata e ubriaca. L’oceano mugghia con forza e sbatte le sue onde di schiuma su scogli e pontili. Il cielo cambia in continuazione. Pioggia violenta, poi sole, poi un nuovo temporale. E, a sera, la nebbia densa come una minestra. Annulla ogni cosa, entra nella pelle. Rivedo le strade di Milano, soffocate dalla guerra e dalla morte. Qui respiro, ora. Non è stato difficile trovare un imbarco, bisogna solo aspettare l’occasione. Non mi hanno chiesto documenti, solo un nome. Pietro, ho detto, e pensavo all’apostolo che ha finto di non conoscere il suo maestro la notte stessa in cui lo stavano ammazzando. Non so chi sono e mi pare di aver tradito tutto e tutti nella mia vita. Mille volte. Ho firmato il mio arruolamento, in piedi davanti a una botte su cui un ufficiale di bordo teneva aperto il registro. Si vede l’enormità dell’oceano. Sono proprio nella parte estrema del pontile cui è attraccata la Hair of Banshee. Basta guardare i lunghi capelli gialli della polena, per capire. “Che tu non sia mai sfiorato dai capelli della Banshee, ragazzo, mi ha detto un marinaio greco che aveva vissuto a lungo a Venezia, le leggende del Nord chiamano così uno spirito di donna che vola nel cielo avvolta in un velo leggerissimo. È molto bella ma si ferma soltanto vicino al capezzale di chi sta per morire. Entra nei suoi incubi e vuol dire che la fine è vicina. Non la si può vedere ma i suoi capelli ti fanno una carezza misteriosa e terribile”. La morte in persona, insomma. Mi sto imbarcando su una nave il cui nome significa “morte”, in poche parole. L’ufficiale che teneva il registro si è stupito del fatto che io sapessi scrivere il mio nome. Mi ha guardato con sospetto. Mi sono venute nel cuore le anguane dai capelli lunghissimi che abitano le sorgenti della mia collina. Loro non annunciano morte. …. Oggi è stata buona caccia, ma quanto orrore. Abbiamo assediato la balena con tutte e cinque le scialuppe della Hair of Banshee. Una balena vecchia e stanca. Sul suo corpo immenso abbiamo visto ramponi infissi da chissà quanto tempo, segno di tutte le cacce cui era riuscita a sfuggire. I nostri arpionatori hanno colpito più e più volte. Eravamo minuscoli vicino alla sua immensa mole e sembravamo nani destinati a perire attorno al gigante. Siamo arrivati allo stremo delle forze. Abbiamo attinto nella nostra carne energie che non pensavamo di possedere, fino a spezzarci i tendini e ad avere gli occhi avvelenati dalla nebbia della fatica. Pensiamo che la balena sia un demonio e che ogni sforzo valga la pena di essere speso. E poi lì c’è il nostro guadagno, il nostro futuro. L’oceano è un destriero di guerra che ha disarcionato e perduto il suo cavaliere. Il leviatano non ha scampo, lo uccideremo. Continua a dibattersi. Mi fa pensare ad un uccello con l’ala tarpata che continua a muoversi nell’aria con cerchi paurosi e spezzati. Si ribella ma sa che non ha scampo dall’incalzare dei falchi pirati. Penso agli uccelli della mia collina, dall’altra parte del mondo. Mi sovviene che però gli uccelli hanno voce e gridano i lamenti della loro paura. Ma la paura del leviatano immenso, ormai legato dalle pesanti catene della morte, è muta, non si fa sentire. L’unica sua voce è il respiro strozzato e in affanno dello sfiatatoio. In seminario ho letto che Dio si manifesta nel miracolo e nell’ordine. Il che vuol dire una cosa sola, che Dio qui, vicino agli ultimi sussulti della balena, non esiste. Non ci sono miracoli e il disordine è in ogni cosa. Poi, dopo molte ore e una giornata di assalti, la vecchia balena ha semplicemente cessato di lottare e noi abbiamo capito che il suo cuore si era schiantato. Che potevamo salirle sopra e cominciare a saccheggiarla dei suoi tesori, dopo che l’avevamo già depredata della vita. Ora sono qui, nella mia cuccetta e l’orrore mi sommerge. Siamo in mare da più di un anno, quasi due anzi. Guardo i miei compagni. Qualcuno carica la pipa con le ultime briciole di tabacco, qualcuno dorme. Due giocano a dadi la loro quota di balena. A ognuno di noi spettano due trecentesimi del guadagno finale. Dalla lampada che balla sulle nostre teste viene odore di olio rancido. In coperta l’ufficiale di rotta urla ordini ai marinai e indica le variazioni al timoniere. La notte suggella ogni cosa in un sepolcro di tenebra. L’oceano è in questo andare senza luna. Noi, le vele e gli alberi della Hair of Banshee, i resti della balena su cui torneremo a infierire tra poche ore, appena sorgerà il sole. Nella cuccetta vicino alla mia riposa un arpioniere della fiera gente maori. Finge soltanto di dormire, ha paura anche lui. Teme gli dei violati nel corpo della balena. Si accarezza i tatuaggi che ha sul ventre (il sole che nasce, mi ha spiegato) come seguendo un rito e poi tocca la sua collana di denti di squalo. Accenna sommessamente un canto. A suo modo prega che i mille predatori che circondano la nave non abbiano il sopravvento. Che il leviatano non si vendichi. Chiudo gli occhi. L’oceano è a poche dita da me, oltre il fasciame. Vuole ghermirmi, lo sento dagli scricchiolii dello scafo. E sento sbattere vicino a me, nelle onde torbide e nere, le code degli squali che vanno a staccare dalla mole smisurata del leviatano ucciso brandelli di carne, grandi come la testa di un uomo. Battono, battono. Sento il caos del mondo, avverto l’intrico indecifrabile dell’universo. E i groppi della mia vita. Un tamburo senza requie, i mostri battono sulla nave. Una scarica di mitraglia ininterrotta e assordante. Ho paura. Forse la balena ha riconquistato la sua vita misteriosa, il suo cuore grande come una casa ha ripreso a pulsare. O forse è arrivata a fare vendetta una balena ancora più grande e ha inghiottito la nave con tutti gli alberi e le vele. Con la polena dai capelli di morte. E noi stiamo precipitando in un pozzo senza fondo. Stiamo rimbalzando verso gli orrori infernali. Sempre più giù, sempre più veloci. Sono inutile e impotente. In questo sepolcro vivo il tormento dell’agonia, dentro una morte lunga e interminabile. Oh Dio… Dio della mia gente, Dio che abiti nei muri della mia casa e nelle fiamme del nostro focolare, Dio che scorri nella linfa delle vigne e del frumento, Dio che vivifichi le radici della foresta e soffi nel vento, Dio che urli nel temporale, Dio che trascini le ghiaie luminose delle fiumare, Dio grande ti prego, non abbandonarmi così confuso e lontano dal mio mondo. Così lontano dalla sorgente del Buoro, dalla corrente del grande fiume che scende dalle montagne e va a lambire la collina. Fammi tornare. Ridammi il volo delle pojane e il cielo in cui si librano. Fammi sentire la brezza che viene dalla valle e muove le foglie del bosco. Dio della mia gente, io sono Paolo. E in questa puzzolente e putrida cuccetta sperduta nell’oceano, inabissata nel pozzo della morte, ho riconosciuto la via che conduce a Damasco. Ti prego.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_8.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4693" alt="inseguendo-il-leviatano_8" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_8-300x194.jpg" width="300" height="194" /></a></p>
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<p><b>A quasi vent’anni dal suo fortunato romanzo di esordio, <i>Il delitto della contessa Onigo</i>, Gian Domenico Mazzocato ha proposto una vicenda accaduta su una collina trevigiana agli albori del secolo, nel profondo e miserabile Veneto che di lì a qualche anno sarebbe stato teatro del primo conflitto mondiale. 1909, nord di Treviso. Montello, la collina che, come ha detto il grande germanista Hans Kitzmüller, Mazzocato ha reso mitica grazie alla sua scrittura (<i>Il bosco veneziano</i> e altri testi).<br />
<i>Delitto sulla collina proibita</i> (DBS Zanetti editore), rievoca un brutale episodio di cronaca nera: la morte di un bambino, Américo Gaigher, che viene trovato impiccato ai margini del bosco dove si era recato a rubare un po’ di legna. Delitto davvero o suicidio? Oppure morte accidentale? L’inchiesta è difficile e si dipana tra l’omertà che scatta in un borgo di poche anime perduto nella foresta collinare e l’onestà di qualche testimone che vorrebbe raccontare quanto ha effettivamente visto.</b></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4694" alt="inseguendo-il-leviatano_1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_1-300x191.jpg" width="300" height="191" /></a></p>
<p><b>Tra l’evento e il processo trascorrono parecchi mesi. Alla fine prevalgono i “non so” e i “non ricordo”. In effetti c’è un colpevole, indicato da mille indizi e anche da qualche testimonianza che si fa largo tra le tante, troppe reticenze. Si tratta di Santo Carlassara, un uomo violento e rozzo. I tempi fisici del romanzo sono quelli del processo.<br />
Mazzocato, come è nella sigla della sua scrittura, procede ad un racconto rapido e serrato che si fa attraverso le cronache dei giornali e il diario di don Fervido, il parroco del piccolo borgo del Santo Angelo Custode dove è avvenuto il fatto.<br />
Don Fervido, vera voce narrante dell’evento, ha un passato avventuroso alle spalle.<br />
Uscito dal seminario di Treviso, si è arruolato e ha partecipato ai moti milanesi del 1898.<br />
Dalla parte sbagliata, come ripete sempre con orrore a se stesso. Era nelle truppe comandate dal generale Fiorenzo Bava Beccaris che hanno sparato sulla popolazione inerme che chiedeva pane. Fiorenzo Bava Beccaris si guadagnò sul campo il soprannome di boia e di iena.<br />
È lui il tormentato ago della bilancia di questa intricata condizione.<br />
“Non si tratta solo di fare giustizia per la morte di Abele, ma anche di capire le ragioni di Caino. Perché il giorno dopo la sentenza si torna a vivere e nella vita paesana un equilibrio di convivenza bisogna pur trovarlo”, dice Mazzocato che contestualizza l’evento facendo respirare l’atmosfera di quell’epoca.<br />
E nel contempo, come è tipico dei suoi modi narrativi, l’autore viaggia nei miti e nelle fole della terra veneta. Glielo consente soprattutto uno straordinario personaggio, la misteriosa Maria Ultima, un po’ strega, un po’ guaritrice e soprattutto la donna che aiuta le persone in agonia a morire. Insomma quella che i sardi chiamano accabadora, colei che fornisce l’eutanasia a chi non ha più nulla da chiedere alla vita. E un po’ tutto il romanzo si pone come riflessione sui temi della vita, della morte, della giustizia, delle pulsioni profonde dell’animo umano. Con qualche sorpresa nel finale.<br />
Soprattutto, il protagonista don Fervido, ha corso gli oceani a caccia di balene.<br />
La balena, il mostro, il leviatano che lo tormenta ogni notte in sogno.<br />
In fuga da Milano e disertore, si imbarca sotto falso nome sul vapore Victoria e approda a New Bedford, Massachusetts, proprio di fronte all’isola di Nantucket.<br />
Diventa cacciatore di balene.</b></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4695" alt="inseguendo-il-leviatano_2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_2-300x262.jpg" width="300" height="262" /></a></p>
<p><b>“Mi è stato magistrale Herman Melville, dice Mazzocato, e mentre scrivevo mi rendevo conto che gli stavo tributando un omaggio per tutto quello che mi avevano dato i suoi libri, fin dalla mia infanzia. Quando l’ho capito, ho preso a insistere sui parallelismi. <i>Moby Dyck</i> è uno di quei rari libri che si debbono leggere più volte in una vita, perché nelle differenti età, offre suggestioni nuove, insegna cose ulteriori. Ci torno spesso, ogni volta che esce una traduzione nuova anche se le sensazioni forti dell’adolescenza sono legate a quella di Cesare Pavese. Come torno, debbo dire, ad un libro che mi ha sempre inquietato e che ha visto la luce praticamente negli stessi giorni di <i>Moby Dyck</i>, <i>La casa dei sette abbaini</i> di Nathaniel Hawthorne. Libro lontanissimo dalle vicende di Captain Ahab ma certamente nato in una temperie comune, fatta di ossessioni e di sentimenti così forti e crudeli da occupare l’anima senza lasciare posto ad altro. Le colpe che si riversano sugli individui come una soma da cui non ci si può sottrarre”.</b></p>
<p><b><i>Per concessione dell’autore pubblichiamo, da </i>Il delitto sulla collina proibita<i>, le pagine di più intensa ispirazione melvilliana.</i></b></p>
<p><b>Sul Victoria i giorni non passavano mai, qui corrono veloci. Mi pare ieri ed è già passato un mese da quando una voce ha urlato che la terra americana era in vista. Mi sono messo tranquillo, chi mi rimanda indietro a questo punto?<br />
Mi sono presentato ad un ufficiale e gli ho detto che io non ero Silverio Rebuschi. Gli ho taciuto di essere un soldato disertore. Lui non ha battuto ciglio.<br />
- Non perderemo tempo con te all’ufficio immigrazione, mi ha fatto sapere dopo essersi consultato con i suoi superiori.<br />
-Per te andrà bene un porto qualsiasi, dove non fanno storie.</b></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4696" alt="inseguendo-il-leviatano_3" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_3.jpg" width="240" height="176" /></a></p>
<p><b>Mi hanno sbarcato qui, New Bedford, stato del Massachusetts, di fronte all’isola di Nantucket, gran covo di fiocinatori e ramponieri. Molto più a nord di New York, ma non importa. Io non avevo una meta. Volevo solo andare lontano.<br />
Domani parto, il mio primo imbarco. Su una baleniera che starà per mare, si dice, almeno due anni.<br />
Sono dimagrito, ho mangiato poco, ho fatto solo qualche piccolo lavoro. Ma ho imparato a muovermi, a biascicare qualcosa in mericano. E tra taverne e bordelli ho fatto anche qualche conoscenza.<br />
Mi aggiro qui tra i docks, un mondo di suoni e odori, di parlate diverse. Centinaia di imbarcazioni attraccate. I negozi dei velai, dei fabbricanti di corde. I laboratori vocianti degli operai che inscatolano il pesce appena sbarcato dalle baleniere e dai pescherecci.<br />
Un mondo di rumori cui ci si abitua presto.<br />
Il cigolare monotono delle sartie e lo scricchiolio del fasciame, il fracasso delle gru meccaniche e delle carrucole. E richiami e grida. L’aria è impregnata di rum e grasso animale. Il fetore dei pellami, gli aromi del tabacco e delle spezie. Il profumo del tè e del caffè. Dagli ingressi delle taverne esce calore unto, di gente sudata e ubriaca.<br />
L’oceano mugghia con forza e sbatte le sue onde di schiuma su scogli e pontili. Il cielo cambia in continuazione. Pioggia violenta, poi sole, poi un nuovo temporale. E, a sera, la nebbia densa come una minestra. Annulla ogni cosa, entra nella pelle.<br />
Rivedo le strade di Milano, soffocate dalla guerra e dalla morte. Qui respiro, ora.<br />
Non è stato difficile trovare un imbarco, bisogna solo aspettare l’occasione.<br />
Non mi hanno chiesto documenti, solo un nome.<br />
Pietro, ho detto, e pensavo all’apostolo che ha finto di non conoscere il suo maestro la notte stessa in cui lo stavano ammazzando.<br />
Non so chi sono e mi pare di aver tradito tutto e tutti nella mia vita. Mille volte.<br />
Ho firmato il mio arruolamento, in piedi davanti a una botte su cui un ufficiale di bordo teneva aperto il registro.<br />
Si vede l’enormità dell’oceano. Sono proprio nella parte estrema del pontile cui è attraccata la Hair of Banshee.<br />
Basta guardare i lunghi capelli gialli della polena, per capire.<br />
“Che tu non sia mai sfiorato dai capelli della Banshee, ragazzo, mi ha detto un marinaio greco che aveva vissuto a lungo a Venezia, le leggende del Nord chiamano così uno spirito di donna che vola nel cielo avvolta in un velo leggerissimo. È molto bella ma si ferma soltanto vicino al capezzale di chi sta per morire. Entra nei suoi incubi e vuol dire che la fine è vicina. Non la si può vedere ma i suoi capelli ti fanno una carezza misteriosa e terribile”.<br />
La morte in persona, insomma.</b></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4689" alt="inseguendo-il-leviatano_4" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_4-300x227.jpg" width="300" height="227" /></a></p>
<p><b>Mi sto imbarcando su una nave il cui nome significa “morte”, in poche parole.<br />
L’ufficiale che teneva il registro si è stupito del fatto che io sapessi scrivere il mio nome. Mi ha guardato con sospetto.<br />
Mi sono venute nel cuore le anguane dai capelli lunghissimi che abitano le sorgenti della mia collina.<br />
Loro non annunciano morte.</b></p>
<p><b>….</b></p>
<p><b>Oggi è stata buona caccia, ma quanto orrore.<br />
Abbiamo assediato la balena con tutte e cinque le scialuppe della Hair of Banshee.<br />
Una balena vecchia e stanca. Sul suo corpo immenso abbiamo visto ramponi infissi da chissà quanto tempo, segno di tutte le cacce cui era riuscita a sfuggire. I nostri arpionatori hanno colpito più e più volte.<br />
Eravamo minuscoli vicino alla sua immensa mole e sembravamo nani destinati a perire attorno al gigante. Siamo arrivati allo stremo delle forze. Abbiamo attinto nella nostra carne energie che non pensavamo di possedere, fino a spezzarci i tendini e ad avere gli occhi avvelenati dalla nebbia della fatica.<br />
Pensiamo che la balena sia un demonio e che ogni sforzo valga la pena di essere speso. E poi lì c’è il nostro guadagno, il nostro futuro.<br />
L’oceano è un destriero di guerra che ha disarcionato e perduto il suo cavaliere. Il leviatano non ha scampo, lo uccideremo. Continua a dibattersi.<br />
Mi fa pensare ad un uccello con l’ala tarpata che continua a muoversi nell’aria con cerchi paurosi e spezzati. Si ribella ma sa che non ha scampo dall’incalzare dei falchi pirati.<br />
Penso agli uccelli della mia collina, dall’altra parte del mondo.<br />
Mi sovviene che però gli uccelli hanno voce e gridano i lamenti della loro paura.<br />
Ma la paura del leviatano immenso, ormai legato dalle pesanti catene della morte, è muta, non si fa sentire.<br />
L’unica sua voce è il respiro strozzato e in affanno dello sfiatatoio.<br />
In seminario ho letto che Dio si manifesta nel miracolo e nell’ordine.<br />
Il che vuol dire una cosa sola, che Dio qui, vicino agli ultimi sussulti della balena, non esiste. Non ci sono miracoli e il disordine è in ogni cosa.<br />
Poi, dopo molte ore e una giornata di assalti, la vecchia balena ha semplicemente cessato di lottare e noi abbiamo capito che il suo cuore si era schiantato. Che potevamo salirle sopra e cominciare a saccheggiarla dei suoi tesori, dopo che l’avevamo già depredata della vita.<br />
Ora sono qui, nella mia cuccetta e l’orrore mi sommerge.</b></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_5.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4690" alt="inseguendo-il-leviatano_5" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/08/INSEGUENDO-IL-LEVIATANO_5-300x154.jpg" width="300" height="154" /></a></p>
<p><b>Siamo in mare da più di un anno, quasi due anzi. Guardo i miei compagni.<br />
Qualcuno carica la pipa con le ultime briciole di tabacco, qualcuno dorme. Due giocano a dadi la loro quota di balena.<br />
A ognuno di noi spettano due trecentesimi del guadagno finale.<br />
Dalla lampada che balla sulle nostre teste viene odore di olio rancido. In coperta l’ufficiale di rotta urla ordini ai marinai e indica le variazioni al timoniere.<br />
La notte suggella ogni cosa in un sepolcro di tenebra. L’oceano è in questo andare senza luna.<br />
Noi, le vele e gli alberi della Hair of Banshee, i resti della balena su cui torneremo a infierire tra poche ore, appena sorgerà il sole.<br />
Nella cuccetta vicino alla mia riposa un arpioniere della fiera gente maori. Finge soltanto di dormire, ha paura anche lui.<br />
Teme gli dei violati nel corpo della balena. Si accarezza i tatuaggi che ha sul ventre (il sole che nasce, mi ha spiegato) come seguendo un rito e poi tocca la sua collana di denti di squalo. Accenna sommessamente un canto. A suo modo prega che i mille predatori che circondano la nave non abbiano il sopravvento.<br />
Che il leviatano non si vendichi.<br />
Chiudo gli occhi. L’oceano è a poche dita da me, oltre il fasciame.<br />
Vuole ghermirmi, lo sento dagli scricchiolii dello scafo.<br />
E sento sbattere vicino a me, nelle onde torbide e nere, le code degli squali che vanno a staccare dalla mole smisurata del leviatano ucciso brandelli di carne, grandi come la testa di un uomo.<br />
Battono, battono. Sento il caos del mondo, avverto l’intrico indecifrabile dell’universo. E i groppi della mia vita. Un tamburo senza requie, i mostri battono sulla nave. Una scarica di mitraglia ininterrotta e assordante. Ho paura.<br />
Forse la balena ha riconquistato la sua vita misteriosa, il suo cuore grande come una casa ha ripreso a pulsare. O forse è arrivata a fare vendetta una balena ancora più grande e ha inghiottito la nave con tutti gli alberi e le vele. Con la polena dai capelli di morte. E noi stiamo precipitando in un pozzo senza fondo.<br />
Stiamo rimbalzando verso gli orrori infernali. Sempre più giù, sempre più veloci.<br />
Sono inutile e impotente.<br />
In questo sepolcro vivo il tormento dell’agonia, dentro una morte lunga e interminabile.<br />
Oh Dio…<br />
Dio della mia gente, Dio che abiti nei muri della mia casa e nelle fiamme del nostro focolare, Dio che scorri nella linfa delle vigne e del frumento, Dio che vivifichi le radici della foresta e soffi nel vento, Dio che urli nel temporale, Dio che trascini le ghiaie luminose delle fiumare, Dio grande ti prego, non abbandonarmi così confuso e lontano dal mio mondo. Così lontano dalla sorgente del Buoro, dalla corrente del grande fiume che scende dalle montagne e va a lambire la collina.<br />
Fammi tornare. Ridammi il volo delle pojane e il cielo in cui si librano. Fammi sentire la brezza che viene dalla valle e muove le foglie del bosco.<br />
Dio della mia gente, io sono Paolo. E in questa puzzolente e putrida cuccetta sperduta nell’oceano, inabissata nel pozzo della morte, ho riconosciuto la via che conduce a Damasco.<br />
Ti prego.</b></p>
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		<item>
		<title>ARRIGO E MARTELLINO (DECAMERON, II, 1)</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/arrigo-e-martellino-decameron-ii-1/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/arrigo-e-martellino-decameron-ii-1/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Jun 2018 17:02:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le traduzioni e Saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[GIOVANNI BOCCACCIO TRA ILLUSTRATORI, CRITICI E… FALSARI di Gian Domenico Mazzocato Il mio intervento voleva limitarsi, in partenza, ad una rassegna di alcune illustrazioni -antiche e moderne- della boccacciana novella di Martellino (seconda giornata, novella prima). Nella seconda giornata “sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine”. Poi sono stato attirato in altre direzioni. Quando assistiamo alla messa in scena di una laica sacra rappresentazione (tale è la novella in questione e l’ossimoro è voluto), ci troviamo di fronte ad un evento assolutamente tragico nel senso alto del termine. Quello che attua Martellino è senza dubbio un gioco, uno scherzo (che peraltro rischia di finir male, molto male). Ma è soprattutto il prodotto non tanto di un temperamento burlone, quanto di una visione dell’esistenza basata sull’espediente, sulla pianificazione della migliore strategia possibile in vista di un obiettivo. È la copernicana rivoluzione ideologica che nasce in ambito fiorentino; che già ai tempi di Dante trasforma il Mercato Vecchio dei mercatanti fiorentini nella, secondo una felice immagine di Vittore Branca, Wall Street del MedioEvo; che origina il sistema bancario; che inventa la lettera di cambio e la partita doppia; che produce capolavori della memorialistica come i Ricordi di Giovanni di Pagolo Morelli; che trova la sua apoteosi nella discussione che Machiavelli, trasferendo il tutto dal piano economico al piano politico, compie attorno agli obiettivi da raggiungere e agli strumenti messi in atto per farlo. Solo se entriamo in questa logica, ci viene rivelato l’enorme valore documentario della novella che parla del nostro beato Enrico. Davvero c’era una folla enorme e soprattutto impenetrabile attorno al suo corpo, davvero era importante vederlo e toccarlo anche se non c’era alcuna malattia autentica da curare (parlo di Martellino), davvero valeva la pena di testimoniare, davvero era importante poter dire: io c’ero, ho visto, ho toccato. Quando l’imbroglio si svela e Martellino finisce davanti al magistrato, ad essere offesa, ad essere profanata, a subire sacrilegio è la cultura di un popolo intero (quello di Treviso e tutta la massa di fedeli accorsa dalla regione e anche da più lontano) prima ancora che la salma di Enrico. E Martellino, anche se Boccaccio non lo dice, prima di intraprendere la sua ribalderia, si sarà informato: che miracoli fa Enrico, che malattie guarisce? Organizza il suo trucco di conseguenza. Enrico scioglie soprattutto corpi contratti, storpiature, paralisi. E Martellino si fa “attratto”, che è un po’ la parola chiave della novella. Per capire dobbiamo ricordarci di quanto Giovanni Boccaccio dice del Cristo nel V libro di un suo geniale romanzo, il giovanile Filocolo: “cominciò a predicare alle turbe, a sanar gl’infermi, a liberar gl’indemoniati, a mondare i lebbrosi, a dirizzare gli attratti, a guarire i paralitici…”. Dunque, quando sospinge sul palcoscenico Martellino, Boccaccio lo manda a guardare in faccia il corpo morto del Cristo. O quasi. È tragedia alta, e Boccaccio sa che quando parla di Arrigo, quel tedesco approdato a Trevigi, non parla di uno qualsiasi. Anche se l’architettura della novella è in funzione di Martellino, non di Arrigo. Ma proprio questo è il punto: per arrivare davanti a quel corpo morto, già oggetto di un culto che sconfina nel fanatismo, servono intelligenza e astuzia. E coraggio, tanto coraggio, perfino incoscienza. Dunque Boccaccio celebra, proprio sull’altare di Arrigo, uno dei grandi omaggi all’umano agire. Una impresa geniale anche se, come in questo caso, triviale e sacrilega. L’intero Decameron è così costruito e in tal chiave va letto. Questo, dunque, l’elenco delle immagini proposte attraverso il PowerPoint. 1)      Il disegno che si trova (mano di Boccaccio in persona?) nel famoso manoscritto italiano 482 della Bibliothèque nationale de France. 2)      Una immagine tratta dal Decameron illustrato da Tito Lessi (Firenze, 1858-1917), disegno conservato nella Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia, a Firenze. 3)      Immagine tratta da un codice miniato del secolo XV con i due momenti della novella. 4)      Alcune illustrazioni della fiorentina casa editrice Nerbini (1931) 5)      Idem: l’improbabile salma di Enrico. 6)      Miniatura a penna e acquerello di un artista fiorentino (1427, Bibliothèque nationale de France) 7)      Miniatura del XV secolo, Maître de la Cité des Dames. È nella biblioteca apostolica vaticana, Città del Vaticano. Da notare il particolare delle crozzole, delle stampelle di cui il guarito si libera. Le appenderà alle pareti del Duomo e diventeranno ex-voto. 8)      Gentile da Fabriano, particolare della predella del Polittico Quaratesi (1425, National Gallery di Washington). 9)      L’immagine di un’edizione francese del 1779 con l’incisione di de Hoog. 10)  L’illustrazione dei Contes de Boccace nella traduzione di Antoine Sabatier de Castres più volte pubblicati in Francia. 11)  Martellino malmenato in chiesa. Miniatura del manoscritto Add. 35322 ch si trova al British Museum di Londra. 12)  Due miniature che si trovano a Parigi, nella Bibliothèque nationale (manoscritto francese 240, manoscritto francese 12421). 13)  Una miniatura del codice 2561 della Österreichische National-bibliothek di Vienna. 14)  Una xilografia che si trova nella Biblioteca Nazionale di Firenze (nell’edizione veneziana di Giovanni e Gregorio De Gregori del 1492). 15)  Un’incisione (circa 2000) della’artista vicentino Vico Calabrò. Volevo fermarmi qui, solo che a un certo punto mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha molto incuriosito. I rapporti tra Decameron e indice dei libri proibiti. L’istituzione dell’indice dei libri proibiti da parte del Sant’Uffizio, risale al 1558. Ho preso in esame il Decameron “ricorretto in Roma ed emendato” secondo il concilio (Firenze, Giunti, 1573). La grandezza di Boccaccio non si discute: uno sul quale, si dice esplicitamente in premessa, si fissano le regole della buona lingua italiana. Oltre ovviamente alla felicità narrativa. Si parla, in premessa, del “dolore” di tutti gli uomini di cultura per l’assenza di Boccaccio nel novero delle letture consentite. A dimostrarsi sensibile alla necessità di fare in fretta è Antonio Michele Ghislieri, papa col nome di Pio V tra il 1566 e il 1572. Pio V non fa in tempo a vedere l’edizione dell’opera però, che esce nell’anno successivo alla sua morte, il 1573, sotto gli auspici di Gregorio XIII (al secolo Ugo Buoncompagni), suo successore e papa tra il 1572 e il 1585. In quel 1573, gli editori Giunti di Firenze scrivono al Gran Duca di Toscana qualcosa che è molto di più di una dedica. Parte da un assunto fondamentale e dirimente. È chiaro come Boccaccio “per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato”. Tutta la cronaca delle vicende della pubblicazione è in funzione del fatto che Boccaccio non può essere messo al bando della cultura e della lingua italiane. Notevole il fatto (e lo scrupolo) che l’edizione boccacciana sia stata condotta sui codici più autorevoli (“Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto.”). Il granduca cui gli stampatori si rivolgono è Cosimo I Medici, figlio di Giovanni dalle Bande Nere. Questo il testo della la premessa / lettera degli editori (nella trascrizione si è di proposito abbattuta la selva di “maiuscole di rispetto”). AL SERENISSIMO GRAN PRINCIPE DI TOSCANA SIGNOR NOSTRO Gli è stata sempre, serenissimo gran principe, comune et ferma opinione de’ più giudiziosi uomini, et de’ più scientiati che M. Giovanni Boccacci cittadino fiorentino, et per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato. Perché, oltre la sincerità del parlare di quel buon secolo nel quale egli scrisse, tale fu l’accortezza del giuditio suo in sapere sempre scerre l’ottimo del buono, et tale la leggiadria dello stile, che egli ha quasi, solo, dato norma et forma alla nostra favella: non ne avendo chi ne ha scritto le regole né più certa né più sicura guida di lui. Per le quali virtù, oltre la piacevolezza delle cose trattate, egli è sempre stato desiderato, amato et in grandissimo pregio tenuto. È ben vero che, avendo egli preso a scrivere novelle, et postole in bocca di giovani, che per ischifare dolore et malinconia, cercavano tutte le occasioni del riso et del diletto, si lasciò alcuna volta motteggiando trasportare a dir cose, le quali sono parute meno che convenevoli a grave huomo et di christiana religione professore. La qual cosa ha potuto tanto in questi ultimi secoli, per le seditioni et per li scandoli nati nella Chiesa di Dio, che insieme con molti scrittori o rei o sospetti fu nel sacro concilio di Trento con questa conditione notato che il leggerlo fosse interdetto infino a tanto che quello che era in lui di meno di buono et pio si correggesse. Il che indugiando, passava con grandissimo dispiacere di tutti coloro che della nostra favella sono vaghi, che sono, si può dire tutti quelli che di scienza, di leggiadria et d’apparire huomini ragguardevoli hanno desiderio. Tal che in questo secolo non si crede essere quasi da niente colui, quantunque scienziato, di qualunque natione egli sia, che non intenda il parlar nostro et in quello non si ingegni di scrivere regolarmente. Il quale giusto et commune desiderio, oltre alla charità della patria et della lingua del suo terreno natio ha potuto tanto nel generosissimo animo del gran duca di Toscana, padre di V.A. e in quella di V.A. stessa, che non se ne prendendo altri cura o non havendo ardire di tentarlo, porsero preghi a PAPA PIO V di S.M. perché tanto desiderato scrittore si rihavesse. Et sua santità benignamente si contentò che l’ordine già dato si eseguisse et ne commise in Roma la cura a huomini suoi, religiosi et intendenti, acciochè di lui si levasse via quello che potesse negli animi de’ semplici generare scandolo o miscredenza della buona et santa religione. I quali lettolo tutto et accortamente riconosciutolo, ne tolsero dove parole, dove sententie et parti intere come stimarono convenirsi. Et di queste né più né meno si trova il nobile autore di presente scemo: essendosi coloro che ne ebbero la cura poi confermati in tutto et per tutto alle commissioni, né partitisi o potutisi partire punto dalli ordini havuti da quelli di Roma et della famiglia stessa del papa: salvo che dove alcuna fiata fosse stato necessario per continuazione del testo intraporvi una “et”, un “dunque” o altro simil legame o mutarvi secondo il fine et intentione di coloro alcuno nome: con aggiungervi sempre manco parole fuor di quelle dell’autore che sia stato possibile, et questo, quando estrema ed inevitabile necessità della consequentia della novella lo richiedea. Et noi ora tal quale lo habbiamo havuto et talmente riformato lo mandiamo fuori stampato. Et sebene e’ parrà a qualcuno che in ciò il Boccaccio sia manco et lacero (che non è però gran fatto né altro si è potuto ottenere) prenda costui al rincontro che egli è stato da persone accurate et discrete et amatori grandissimi della lingua diligentemente riconosciuto da parte a parte et ricorrettolo et ritornato nel suo essere primiero, donde molti o poco sappiendo o molto presumendo lo havevano tratto. Del che hanno ancor voluto poco meno che luogo per luogo rendere ragione a’ lettori. Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto. Ma tutto era vano se quella mano medesima che lo aveva aiutato a tornare in patria non si adoperava similmente a sanare queste nuove piaghe. Perché dalle VV.AA.SS. sono usciti si può dire tutti gli aiuti et al sicuro i migliori. Egli dunque, serenissimo gran principe, così racconcio per nostra mano si presenta all’A.V. et egli infinitamente la ringratia col serenissimo gran duca, suo padre che da questo esilio sia stato ritornato nella patria sua onde possa volare per le bocche de’ più onorati gentil’huomini che per tutto vivano et quasi da morte a vita sia resuscitato. Ma specialmente anchora priega a lei che per Sua bontà et favore ne pigli et ritenga a perpetua protezione: non essendo cosa alcuna che più mantenga il pregio delle lingue che il favore dei principi grandi per virtù de’ quali esse fioriscono et si mantengono onorate. Di che può essere vivo esempio la provenzale che, al tempo dei nobili conti di quella provincia, specialmente del buon Ramondo Berenghieri, tanto celebrato signore, per cui ella salì in grandissimo onore et poco meno per tutta la Europa si sparse, et come si sa fu da’ nostri nei primi tempi studiosamente adoperata et poi lungamente imitata. Et mancata quella corte et sottratto, come dire il latte che la nutriva, venne poco a poco mancando et oggi è poco meno che del tutto spenta. Duole, come crediamo, infinitamente a questo nobile et sempre gratissimo spirito, non potere a V.A.S. et al suo gran padre, per se stesso et con il suo ingegno et suo stile, quel merito et quelle gratie rendere che si conviene. Ma egli spera che con la penna de’ nobili scrittori che il suo stile imitando seguiteranno: ne sarà loro renduto degno et convenevole guiderdone, dovendosi alle AA.VV.SS. si può dire tutto quello che di buono et di bello havrà da qui innanzi la lingua nostra. Et fra gli altri benefici delli quali hanno illustrata questa provincia ed abbellitone il mondo questo si doverrà stimare sovrano. Conciosiacosaché le lingue honorate de’ buoni scrittori, possano allungare per infiniti secoli le opere illustri et renderle immortali. Onde a loro meritevolmente se ne deve il pregio et noi come suoi fedelissimi servidori et a lei per gli infiniti benefici ricevuti obligatissimi gliele dedichiamo. Acciocché donde è uscito il lume et l’honore della patria quivi ritorni la gloria et lo splendore. Et con questo fine riverentemente li baciamo le reali mani, Iddio pregando per la salute et felicità sua che tanta ne le conceda quanta le è da noi insieme con tutti e’ buoni desiderata e sperata. DI FIRENZE a dì XV di maggio 1573 di V. Alt. Serenissima humilissimi et fedelissimi servi Filippo et Jacopo Giunti Operazione si deve dire abbastanza rispettosa dell’originale. Di tutto tenuto conto e data la rozzezza intrinseca di tali operazioni. Però c’è chi non si accontenta. Esce un Boccaccio “riformato” (virgolette d’obbligo) da Luigi Groto. Siamo nel 1588, quasi tre lustri dopo l’edizione del Sant’Uffizio. Luigi Groto, detto il Cieco d’Adria (Adria, 1541- Venezia, 1585), fu buon drammaturgo. Nacque cieco, di qui il soprannome. Nel 1567 subì processo per eresia perché praticava gli scritti di Erasmo da Rotterdam e Bernardino Ochino. Fu escluso da ogni insegnamento. Non siamo dunque davanti a un bacchettone, a un conformista, a un bigotto. Nel 1588 va alle stampe postumo, presso la stamperia veneziana dei fratelli Fabio e Agostino Zoppini e di Onofrio Farri, un volume che di fatto è una geniale riscrittura dell’intera opera boccacciana. Davvero: geniale, piena di invenzioni. Ricca come il modello, cui talora non rimane inferiore. Groto vuole togliere, scrive il prefatore e curatore Girolamo Ruscelli, le cose che “poteano offendere le pie orecchie dei cattolici”. Già notevole è il confronto tra i due proemi. Identici, o quasi. Groto ha cassato dal proemio di Boccaccio due righe in tutto: colpevoli soltanto di citare (e per perifrasi) il nome di Dio. “…non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore…”, dice Boccaccio. Groto tira via: “…non sia morto. Ma il mio amore…”. Ma ecco la sorpresa vera: Arrigo scompare del tutto. E la novella è completamente reinventata. In buona sostanza Martellino indossa, per burla e sfruttando una qualche rassomiglianza, i panni di una cantante diventata famosa a Treviso qualche mese prima del suo arrivo in città e poi partita. Il trucco viene scoperto e per Martellino sono guai. La seconda parte (i guai giudiziari del protagonista) è di fatto identica all’originale boccacciano. Davvero curioso che per non parlare di Arrigo e del suo funerale ci si rifugi in una piccante e perfino imbarazzante storia di travestitismo. Certo lo stesso Boccaccio avrebbe sorriso. Ma siamo davanti al preciso indizio di una mentalità. E il grande Giovanni Boccaccio, in questo senso, ne risulta un po’ sfregiato: la cronaca del caso di Martellino e Arrigo viene interpretata da Groto come la volontà di recare sacrilegio e di irridere il cattolicesimo. Sappiamo bene che di ben altro si tratta. Al certaldese importava soltanto celebrare l’umana intelligenza comunque essa si proponesse. Questo il testo dello pseudoMartellino. Martellino, infingendosi d’essere femina, molte femine beffa; et conosciuto il suo inganno, è battuto; et poi preso, et in pericolo venuto di essere impiccato per la gola, ultimamente scampa. Spesse volte, carissime donne, avenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, et massimamente quelle cose, che sono da reverire, se con le beffe, et talvolta con danno solo s’è ritrovato. Nel che, accioche io il comandamento della Reina ubidisca, et principio dia con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente, et poi fuori di tutto suo pensiero assai felicemente ad un nostro cittadino avenisse. Era, non è ancora lungo tempo passato, una cantatrice senza sapersi di qual patria o di quale schiatta si fosse: la quale con una sua valigia da duo huomini accompagnata se n’andava per le più famose Città della Italia e fuori, hora per le popolate piazze, su per li publichi panchi, quando nelle private case per le secrete camere, secondo che era da varie persone a nozze, a conviti, e ad altre recreationi invitata e prezzolata, varie canzoni all’improviso cantando, e diversi stormenti sonando. Non molto bella, ma di sì grata voce e di sì dolci maniere che niuno era, maschio o femina, donna, o donzella, che la vedesse o la udisse pur una volta, che di lei non innamorasse e non desiderasse la sua conversatione. E tra l’altre città, ella passò in Trivigi quasi un continuo verno, dove da quelle gentildonne fu in guisa amata, accarezzata, abbracciata e tenuta cara, che quando al sopravenir della primavera se ne partì, elle di increscimento e di desiderio piene rimasero. Avenne che in quella città il medesimo anno, il primo giorno di maggio di fece una publica festa, dove tutte le donne e le donzelle invitate concorsero e con esso loro vi traheva da ogni parte tutta la gente. In tanto tumulto et discorrimento di popolo avenne, che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino, et il terzo Marchese; huomini li quali le corti de’ signori visitavano et usavano di contrafarsi con nuovi atti. Li quali quivi non essendo stati già mai, veggendo correre ogni huomo, si maravigliarono; et udita la cagione perché ciò era, desiderosi divennero d’andare a vedere. Et poste le loro cose ad uno albergo, l’hoste a Martellino rivolto li disse: -Se voi foste così in habito di femina come di maschio siete, tutto mi sembrereste la cantatrice che fu questo verno tra noi e poco dianzi se ne andò altrove. Martellino, che era huomo di buon tempo, rispose: -Se debbo dirvi il vero, io pur troppo son dessa: ma sommi così travestita per non esser riconosciuta, tra per pigliarmi di voi piacere e per non esser qui trattenuta molto. -Voi sete pur dessa anco alla voce soggiunse l’hoste, e parea così e chiamata la moglie e le figliuole, fece lor Martellino vedere, et tutte giuravano lui esser la cantatrice che già dicemmo. All’hora Martellino voltatosi alle donne disse: -Horsù da che più non mi posso celare, arrecatemi pure un abito donnesco, ch’io da femina mi vesta. E dalle donne fugli prestamente arrecato et egli vestitosi e somigliando sempre più per detto di chiunque il vedeva, colei che dicevano, udendo la festa che all’hora facevasi, tolto in mezzo da Marchese, et da Stecchi là s’aviò e nella sala comparso, tutte le donne, dal volto e dall’habito parimente ingannate, gli si levarono incontro a riceverlo, e chi li toccava la mano, chi l’abbracciava, chi il baciava, chi lo assideva in grembo. E così tra loro ricevendolo niuna donna e niuna donzella fu, che non li desse di dolce amistà chiarissimo segno. E Martellino poco parlando e a tutte volgendosi, godeva il suo inganno e questi troppo cortesi favori; mentre si facevano queste accoglienze, era per aventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conosceva Martellino, il quale veggendolo et riconosciutolo subitamente, comincio a ridere et a dire: -Domine fallo tristo, chi non havrebbe creduto, veggendol venire, che egli non fosse stato una femina? Queste parole udirono alcuni Trivigiani li quali incontanente il domandarono: -Come? non è costei femina? A’ quali il fiorentino rispose: -Non piaccia a Dio. Egli è huomo come qualunque è l’un di noi; ma sa meglio che altro huomo, come voi havete potuto vedere, far queste ciance di contrafarsi in qualunque forma vuole. Come costo hebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi et cominciarono a gridare: -Sia preso questo traditore, il quale per schernire le nostre gentildonne et noi, qui in habito di donna è venuto. Et così dicendo il pigliarono et giù del luogo dove era, il tirarono; et presolo per li capelli et stracciatigli tutti i panni in dosso, cominciarono a dargli delle pugna et de’ calci; né parea a colui esser’ huomo, che a questo fare non correa. Martellino gridava: -Mercé vi prego. Et quanto poteva, si aiutava. Ma ciò era niente. La calca gli multiplicava ogn’hora addosso maggiore. La qual cosa veggendo Stecchi et Marchese, cominciarono fra sé a dire, che la cosa stava male et di se medesimi dubitando, non ardivano d’aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano ch’ei fosse morto, havendo nondimeno pensier tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo il quale fermamente l’havrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il quale Marchese subitamente prese. Che essendo ivi di fuori tutta la famiglia della signoria, Marchese come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era, et disse: -Mercé Signor, egli è qua un malvagio huomo, che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d’oro. E per non esser riconosciuto ha preso habito di femina, io vi prego, che voi il pigliate sì, che io rihabbia il mio. Subitamente udito questo ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato et alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, tutto rotto et tutto pesto il trassero loro delle mani et menaronlo al palagio dove molti, seguitolo, che da lui si ritenevano scherniti, havendo udito che per tagliar borse era stato preso, non parendo loro haver alcun’altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dire ciascuno, da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali cose vedendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido huomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare. Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone li fece dare con animo di fargli confessar ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandatolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire no, disse: -Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun, che mi accusa, dire quando et dove io gli tagliai la borsa, et io vi dirò quello, che io havrò fatto et quello che no. Disse il giudice: -Questo mi piace. Et fattine alquanti chiamare, l’un diceva che gliele havea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei et l’altro quattro et alcuni dicevano quel dì stesso. Il che udendo Martellino, disse: -Signor mio, essi mentono tutti per la gola. Et che io dica il vero, questa prova ve ne posso dare; che così non fussi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui, se non da poco fa in qua. Et che questo... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>GIOVANNI BOCCACCIO</b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TRA ILLUSTRATORI, </b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>CRITICI E… FALSARI</b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;"><b>di Gian Domenico Mazzocato </b></span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/06/AttiBeatoEnrico2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4128" alt="attibeatoenrico2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/06/AttiBeatoEnrico2.jpg" width="480" height="675" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Il mio intervento voleva limitarsi, in partenza, ad una rassegna di alcune illustrazioni -antiche e moderne- della boccacciana novella di Martellino (seconda giornata, novella prima). Nella seconda giornata “sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine”. Poi sono stato attirato in altre direzioni.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando assistiamo alla messa in scena di una laica sacra rappresentazione (tale è la novella in questione e l’ossimoro è voluto), ci troviamo di fronte ad un evento assolutamente tragico nel senso alto del termine. Quello che attua Martellino è senza dubbio un gioco, uno scherzo (che peraltro rischia di finir male, molto male). Ma è soprattutto il prodotto non tanto di un temperamento burlone, quanto di una visione dell’esistenza basata sull’espediente, sulla pianificazione della migliore strategia possibile in vista di un obiettivo. È la copernicana rivoluzione ideologica che nasce in ambito fiorentino; che già ai tempi di Dante trasforma il Mercato Vecchio dei mercatanti fiorentini nella, secondo una felice immagine di Vittore Branca, Wall Street del MedioEvo; che origina il sistema bancario; che inventa la lettera di cambio e la partita doppia; che produce capolavori della memorialistica come i <b><i>Ricordi</i></b> di Giovanni di Pagolo Morelli; che trova la sua apoteosi nella discussione che Machiavelli, trasferendo il tutto dal piano economico al piano politico, compie attorno agli obiettivi da raggiungere e agli strumenti messi in atto per farlo. Solo se entriamo in questa logica, ci viene rivelato l’enorme valore documentario della novella che parla del nostro beato Enrico. Davvero c’era una folla enorme e soprattutto impenetrabile attorno al suo corpo, davvero era importante vederlo e toccarlo anche se non c’era alcuna malattia autentica da curare (parlo di Martellino), davvero valeva la pena di testimoniare, davvero era importante poter dire: io c’ero, ho visto, ho toccato. Quando l’imbroglio si svela e Martellino finisce davanti al magistrato, ad essere offesa, ad essere profanata, a subire sacrilegio è la cultura di un popolo intero (quello di Treviso e tutta la massa di fedeli accorsa dalla regione e anche da più lontano) prima ancora che la salma di Enrico. E Martellino, anche se Boccaccio non lo dice, prima di intraprendere la sua ribalderia, si sarà informato: che miracoli fa Enrico, che malattie guarisce? Organizza il suo trucco di conseguenza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Enrico scioglie soprattutto corpi contratti, storpiature, paralisi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E Martellino si fa “attratto”, che è un po’ la parola chiave della novella. Per capire dobbiamo ricordarci di quanto Giovanni Boccaccio dice del Cristo nel V libro di un suo geniale romanzo, il giovanile Filocolo: “cominciò a predicare alle turbe, a sanar gl’infermi, a liberar gl’indemoniati, a mondare i lebbrosi, a dirizzare gli attratti, a guarire i paralitici…”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dunque, quando sospinge sul palcoscenico Martellino, Boccaccio lo manda a guardare in faccia il corpo morto del Cristo. O quasi. È tragedia alta, e Boccaccio sa che quando parla di Arrigo, quel tedesco approdato a Trevigi, non parla di uno qualsiasi. Anche se l’architettura della novella è in funzione di Martellino, non di Arrigo. Ma proprio questo è il punto: per arrivare davanti a quel corpo morto, già oggetto di un culto che sconfina nel fanatismo, servono intelligenza e astuzia. E coraggio, tanto coraggio, perfino incoscienza. Dunque Boccaccio celebra, proprio sull’altare di Arrigo, uno dei grandi omaggi all’umano agire. Una impresa geniale anche se, come in questo caso, triviale e sacrilega. L’intero <b><i>Decameron</i></b> è così costruito e in tal chiave va letto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo, dunque, l’elenco delle immagini proposte attraverso il PowerPoint.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">1)      Il disegno che si trova (mano di Boccaccio in persona?) nel famoso manoscritto italiano 482 della Bibliothèque nationale de France.<br />
2)      Una immagine tratta dal <b><i>Decameron</i></b> illustrato da Tito Lessi (Firenze, 1858-1917), disegno conservato nella Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia, a Firenze.<br />
3)      Immagine tratta da un codice miniato del secolo XV con i due momenti della novella.<br />
4)      Alcune illustrazioni della fiorentina casa editrice Nerbini (1931)<br />
5)      Idem: l’improbabile salma di Enrico.<br />
6)      Miniatura a penna e acquerello di un artista fiorentino (1427, Bibliothèque nationale de France)<br />
7)      Miniatura del XV secolo, Maître de la Cité des Dames. È nella biblioteca apostolica vaticana, Città del Vaticano. Da notare il particolare delle crozzole, delle stampelle di cui il guarito si libera. Le appenderà alle pareti del Duomo e diventeranno ex-voto.<br />
8)      Gentile da Fabriano, particolare della predella del Polittico Quaratesi (1425, National Gallery di Washington).<br />
9)      L’immagine di un’edizione francese del 1779 con l’incisione di de Hoog.<br />
10)  L’illustrazione dei <b><i>Contes de Boccace</i></b> nella traduzione di Antoine Sabatier de Castres più volte pubblicati in Francia.<br />
11)  Martellino malmenato in chiesa. Miniatura del manoscritto Add. 35322 ch si trova al British Museum di Londra.<br />
12)  Due miniature che si trovano a Parigi, nella Bibliothèque nationale (manoscritto francese 240, manoscritto francese 12421).<br />
13)  Una miniatura del codice 2561 della Österreichische National-bibliothek di Vienna.<br />
14)  Una xilografia che si trova nella Biblioteca Nazionale di Firenze (nell’edizione veneziana di Giovanni e Gregorio De Gregori del 1492).<br />
15)  Un’incisione (circa 2000) della’artista vicentino Vico Calabrò.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Volevo fermarmi qui, solo che a un certo punto mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha molto incuriosito. I rapporti tra <b><i>Decameron</i></b> e indice dei libri proibiti. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’istituzione dell’indice dei libri proibiti da parte del Sant’Uffizio, risale al 1558. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ho preso in esame il <b><i>Decameron</i></b> “ricorretto in Roma ed emendato” secondo il concilio (Firenze, Giunti, 1573). La grandezza di Boccaccio non si discute: uno sul quale, si dice esplicitamente in premessa, si fissano le regole della buona lingua italiana. Oltre ovviamente alla felicità narrativa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Si parla, in premessa, del “dolore” di tutti gli uomini di cultura per l’assenza di Boccaccio nel novero delle letture consentite. A dimostrarsi sensibile alla necessità di fare in fretta è Antonio Michele Ghislieri, papa col nome di Pio V tra il 1566 e il 1572. Pio V non fa in tempo a vedere l’edizione dell’opera però, che esce nell’anno successivo alla sua morte, il 1573, sotto gli auspici di Gregorio XIII (al secolo Ugo Buoncompagni), suo successore e papa tra il 1572 e il 1585. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In quel 1573, gli editori Giunti di Firenze scrivono al Gran Duca di Toscana qualcosa che è molto di più di una dedica. Parte da un assunto fondamentale e dirimente. È chiaro come Boccaccio “per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tutta la cronaca delle vicende della pubblicazione è in funzione del fatto che Boccaccio non può essere messo al bando della cultura e della lingua italiane. Notevole il fatto (e lo scrupolo) che l’edizione boccacciana sia stata condotta sui codici più autorevoli (“Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto.”).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il granduca cui gli stampatori si rivolgono è Cosimo I Medici, figlio di Giovanni dalle Bande Nere.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questo il testo della la premessa / lettera degli editori (nella trascrizione si è di proposito abbattuta la selva di “maiuscole di rispetto”).</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>AL SERENISSIMO GRAN PRINCIPE DI TOSCANA<br />
SIGNOR NOSTRO<br />
</i></b><i>Gli è stata sempre, serenissimo gran principe, comune et ferma opinione de’ più giudiziosi uomini, et de’ più scientiati che M. Giovanni Boccacci cittadino fiorentino, et per la maestria dello scrivere, et per la vaghezza et purità delle voci, sia in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato. Perché, oltre la sincerità del parlare di quel buon secolo nel quale egli scrisse, tale fu l’accortezza del giuditio suo in sapere sempre scerre l’ottimo del buono, et tale la leggiadria dello stile, che egli ha quasi, solo, dato norma et forma alla nostra favella: non ne avendo chi ne ha scritto le regole né più certa né più sicura guida di lui. Per le quali virtù, oltre la piacevolezza delle cose trattate, egli è sempre stato desiderato, amato et in grandissimo pregio tenuto. È ben vero che, avendo egli preso a scrivere novelle, et postole in bocca di giovani, che per ischifare dolore et malinconia, cercavano tutte le occasioni del riso et del diletto, si lasciò alcuna volta motteggiando trasportare a dir cose, le quali sono parute meno che convenevoli a grave huomo et di christiana religione professore. La qual cosa ha potuto tanto in questi ultimi secoli, per le seditioni et per li scandoli nati nella Chiesa di Dio, che insieme con molti scrittori o rei o sospetti fu nel sacro concilio di Trento con questa conditione notato che il leggerlo fosse interdetto infino a tanto che quello che era in lui di meno di buono et pio si correggesse. Il che indugiando, passava con grandissimo dispiacere di tutti coloro che della nostra favella sono vaghi, che sono, si può dire tutti quelli che di scienza, di leggiadria et d’apparire huomini ragguardevoli hanno desiderio. Tal che in questo secolo non si crede essere quasi da niente colui, quantunque scienziato, di qualunque natione egli sia, che non intenda il parlar nostro et in quello non si ingegni di scrivere regolarmente. Il quale giusto et commune desiderio, oltre alla charità della patria et della lingua del suo terreno natio ha potuto tanto nel generosissimo animo del gran duca di Toscana, padre di V.A. e in quella di V.A. stessa, che non se ne prendendo altri cura o non havendo ardire di tentarlo, porsero preghi a PAPA PIO V di S.M. perché tanto desiderato scrittore si rihavesse. Et sua santità benignamente si contentò che l’ordine già dato si eseguisse et ne commise in Roma la cura a huomini suoi, religiosi et intendenti, acciochè di lui si levasse via quello che potesse negli animi de’ semplici generare scandolo o miscredenza della buona et santa religione. I quali lettolo tutto et accortamente riconosciutolo, ne tolsero dove parole, dove sententie et parti intere come stimarono convenirsi. Et di queste né più né meno si trova il nobile autore di presente scemo: essendosi coloro che ne ebbero la cura poi confermati in tutto et per tutto alle commissioni, né partitisi o potutisi partire punto dalli ordini havuti da quelli di Roma et della famiglia stessa del papa: salvo che dove alcuna fiata fosse stato necessario per continuazione del testo intraporvi una “et”, un “dunque” o altro simil legame o mutarvi secondo il fine et intentione di coloro alcuno nome: con aggiungervi sempre manco parole fuor di quelle dell’autore che sia stato possibile, et questo, quando estrema ed inevitabile necessità della consequentia della novella lo richiedea. Et noi ora tal quale lo habbiamo havuto et talmente riformato lo mandiamo fuori stampato. Et sebene e’ parrà a qualcuno che in ciò il Boccaccio sia manco et lacero (che non è però gran fatto né altro si è potuto ottenere) prenda costui al rincontro che egli è stato da persone accurate et discrete et amatori grandissimi della lingua diligentemente riconosciuto da parte a parte et ricorrettolo et ritornato nel suo essere primiero, donde molti o poco sappiendo o molto presumendo lo havevano tratto. Del che hanno ancor voluto poco meno che luogo per luogo rendere ragione a’ lettori. Ed in questo tutto quello che si poteva desiderare di diligentia, ricercando testi scritti alla migliore età et meno corrotta, si è fatto. Ma tutto era vano se quella mano medesima che lo aveva aiutato a tornare in patria non si adoperava similmente a sanare queste nuove piaghe. Perché dalle VV.AA.SS. sono usciti si può dire tutti gli aiuti et al sicuro i migliori. Egli dunque, serenissimo gran principe, così racconcio per nostra mano si presenta all’A.V. et egli infinitamente la ringratia col serenissimo gran duca, suo padre che da questo esilio sia stato ritornato nella patria sua onde possa volare per le bocche de’ più onorati gentil’huomini che per tutto vivano et quasi da morte a vita sia resuscitato. Ma specialmente anchora priega a lei che per Sua bontà et favore ne pigli et ritenga a perpetua protezione: non essendo cosa alcuna che più mantenga il pregio delle lingue che il favore dei principi grandi per virtù de’ quali esse fioriscono et si mantengono onorate. Di che può essere vivo esempio la provenzale che, al tempo dei nobili conti di quella provincia, specialmente del buon Ramondo Berenghieri, tanto celebrato signore, per cui ella salì in grandissimo onore et poco meno per tutta la Europa si sparse, et come si sa fu da’ nostri nei primi tempi studiosamente adoperata et poi lungamente imitata. Et mancata quella corte et sottratto, come dire il latte che la nutriva, venne poco a poco mancando et oggi è poco meno che del tutto spenta. Duole, come crediamo, infinitamente a questo nobile et sempre gratissimo spirito, non potere a V.A.S. et al suo gran padre, per se stesso et con il suo ingegno et suo stile, quel merito et quelle gratie rendere che si conviene. Ma egli spera che con la penna de’ nobili scrittori che il suo stile imitando seguiteranno: ne sarà loro renduto degno et convenevole guiderdone, dovendosi alle AA.VV.SS. si può dire tutto quello che di buono et di bello havrà da qui innanzi la lingua nostra. Et fra gli altri benefici delli quali hanno illustrata questa provincia ed abbellitone il mondo questo si doverrà stimare sovrano. Conciosiacosaché le lingue honorate de’ buoni scrittori, possano allungare per infiniti secoli le opere illustri et renderle immortali. Onde a loro meritevolmente se ne deve il pregio et noi come suoi fedelissimi servidori et a lei per gli infiniti benefici ricevuti obligatissimi gliele dedichiamo. Acciocché donde è uscito il lume et l’honore della patria quivi ritorni la gloria et lo splendore. Et con questo fine riverentemente li baciamo le reali mani, Iddio pregando per la salute et felicità sua che tanta ne le conceda quanta le è da noi insieme con tutti e’ buoni desiderata e sperata.<br />
<b>DI FIRENZE a dì XV di maggio 1573<br />
di V. Alt. Serenissima<br />
humilissimi et fedelissimi servi Filippo et Jacopo Giunti</b></i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Operazione si deve dire abbastanza rispettosa dell’originale. Di tutto tenuto conto e data la rozzezza intrinseca di tali operazioni.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Però c’è chi non si accontenta. Esce un Boccaccio “riformato” (virgolette d’obbligo) da Luigi Groto. Siamo nel 1588, quasi tre lustri dopo l’edizione del Sant’Uffizio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Luigi Groto, detto il Cieco d’Adria (Adria, 1541- Venezia, 1585), fu buon drammaturgo. Nacque cieco, di qui il soprannome. Nel 1567 subì processo per eresia perché praticava gli scritti di Erasmo da Rotterdam e Bernardino Ochino. Fu escluso da ogni insegnamento. Non siamo dunque davanti a un bacchettone, a un conformista, a un bigotto. Nel 1588 va alle stampe postumo, presso la stamperia veneziana dei fratelli Fabio e Agostino Zoppini e di Onofrio Farri, un volume che di fatto è una geniale riscrittura dell’intera opera boccacciana. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero: geniale, piena di invenzioni. Ricca come il modello, cui talora non rimane inferiore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Groto vuole togliere, scrive il prefatore e curatore Girolamo Ruscelli, le cose che “poteano offendere le pie orecchie dei cattolici”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Già notevole è il confronto tra i due proemi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Identici, o quasi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Groto ha cassato dal proemio di Boccaccio due righe in tutto: colpevoli soltanto di citare (e per perifrasi) il nome di Dio. “…non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore…”, dice Boccaccio. Groto tira via: “…non sia morto. Ma il mio amore…”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma ecco la sorpresa vera: Arrigo scompare del tutto. E la novella è completamente reinventata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In buona sostanza Martellino indossa, per burla e sfruttando una qualche rassomiglianza, i panni di una cantante diventata famosa a Treviso qualche mese prima del suo arrivo in città e poi partita. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il trucco viene scoperto e per Martellino sono guai. La seconda parte (i guai giudiziari del protagonista) è di fatto identica all’originale boccacciano. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero curioso che per non parlare di Arrigo e del suo funerale ci si rifugi in una piccante e perfino imbarazzante storia di travestitismo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Certo lo stesso Boccaccio avrebbe sorriso. Ma siamo davanti al preciso indizio di una mentalità.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E il grande Giovanni Boccaccio, in questo senso, ne risulta un po’ sfregiato: la cronaca del caso di Martellino e Arrigo viene interpretata da Groto come la volontà di recare sacrilegio e di irridere il cattolicesimo. Sappiamo bene che di ben altro si tratta. Al certaldese importava soltanto celebrare l’umana intelligenza comunque essa si proponesse.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo il testo dello pseudoMartellino.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b><i>Martellino, infingendosi d’essere femina, molte femine beffa; et conosciuto il suo inganno, è battuto; et poi preso, et in pericolo venuto di essere impiccato per la gola, ultimamente scampa.<br />
</i></b><i>Spesse volte, carissime donne, avenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, et massimamente quelle cose, che sono da reverire, se con le beffe, et talvolta con danno solo s’è ritrovato. Nel che, accioche io il comandamento della Reina ubidisca, et principio dia con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente, et poi fuori di tutto suo pensiero assai felicemente ad un nostro cittadino avenisse.<br />
Era, non è ancora lungo tempo passato, una cantatrice senza sapersi di qual patria o di quale schiatta si fosse: la quale con una sua valigia da duo huomini accompagnata se n’andava per le più famose Città della Italia e fuori, hora per le popolate piazze, su per li publichi panchi, quando nelle private case per le secrete camere, secondo che era da varie persone a nozze, a conviti, e ad altre recreationi invitata e prezzolata, varie canzoni all’improviso cantando, e diversi stormenti sonando.<br />
Non molto bella, ma di sì grata voce e di sì dolci maniere che niuno era, maschio o femina, donna, o donzella, che la vedesse o la udisse pur una volta, che di lei non innamorasse e non desiderasse la sua conversatione.<br />
E tra l’altre città, ella passò in Trivigi quasi un continuo verno, dove da quelle gentildonne fu in guisa amata, accarezzata, abbracciata e tenuta cara, che quando al sopravenir della primavera se ne partì, elle di increscimento e di desiderio piene rimasero.<br />
Avenne che in quella città il medesimo anno, il primo giorno di maggio di fece una publica festa, dove tutte le donne e le donzelle invitate concorsero e con esso loro vi traheva da ogni parte tutta la gente.<br />
In tanto tumulto et discorrimento di popolo avenne, che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino, et il terzo Marchese; huomini li quali le corti de’ signori visitavano et usavano di contrafarsi con nuovi atti.<br />
Li quali quivi non essendo stati già mai, veggendo correre ogni huomo, si maravigliarono; et udita la cagione perché ciò era, desiderosi divennero d’andare a vedere. Et poste le loro cose ad uno albergo, l’hoste a Martellino rivolto li disse:<br />
-Se voi foste così in habito di femina come di maschio siete, tutto mi sembrereste la cantatrice che fu questo verno tra noi e poco dianzi se ne andò altrove.<br />
Martellino, che era huomo di buon tempo, rispose:<br />
-Se debbo dirvi il vero, io pur troppo son dessa: ma sommi così travestita per non esser riconosciuta, tra per pigliarmi di voi piacere e per non esser qui trattenuta molto.<br />
-Voi sete pur dessa anco alla voce<br />
soggiunse l’hoste, e parea così e chiamata la moglie e le figliuole, fece lor Martellino vedere, et tutte giuravano lui esser la cantatrice che già dicemmo. All’hora Martellino voltatosi alle donne disse:<br />
-Horsù da che più non mi posso celare, arrecatemi pure un abito donnesco, ch’io da femina mi vesta.<br />
E dalle donne fugli prestamente arrecato et egli vestitosi e somigliando sempre più per detto di chiunque il vedeva, colei che dicevano, udendo la festa che all’hora facevasi, tolto in mezzo da Marchese, et da Stecchi là s’aviò e nella sala comparso, tutte le donne, dal volto e dall’habito parimente ingannate, gli si levarono incontro a riceverlo, e chi li toccava la mano, chi l’abbracciava, chi il baciava, chi lo assideva in grembo.<br />
E così tra loro ricevendolo niuna donna e niuna donzella fu, che non li desse di dolce amistà chiarissimo segno.<br />
E Martellino poco parlando e a tutte volgendosi, godeva il suo inganno e questi troppo cortesi favori; mentre si facevano queste accoglienze, era per aventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conosceva Martellino, il quale veggendolo et riconosciutolo subitamente, comincio a ridere et a dire:<br />
-Domine fallo tristo, chi non havrebbe creduto, veggendol venire, che egli non fosse stato una femina?<br />
Queste parole udirono alcuni Trivigiani li quali incontanente il domandarono:<br />
-Come? non è costei femina?<br />
A’ quali il fiorentino rispose:<br />
-Non piaccia a Dio. Egli è huomo come qualunque è l’un di noi; ma sa meglio che altro huomo, come voi havete potuto vedere, far queste ciance di contrafarsi in qualunque forma vuole.<br />
Come costo hebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi et cominciarono a gridare:<br />
-Sia preso questo traditore, il quale per schernire le nostre gentildonne et noi, qui in habito di donna è venuto.<br />
Et così dicendo il pigliarono et giù del luogo dove era, il tirarono; et presolo per li capelli et stracciatigli tutti i panni in dosso, cominciarono a dargli delle pugna et de’ calci; né parea a colui esser’ huomo, che a questo fare non correa.<br />
Martellino gridava:<br />
-Mercé vi prego.<br />
Et quanto poteva, si aiutava. Ma ciò era niente. La calca gli multiplicava ogn’hora addosso maggiore.<br />
La qual cosa veggendo Stecchi et Marchese, cominciarono fra sé a dire, che la cosa stava male et di se medesimi dubitando, non ardivano d’aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano ch’ei fosse morto, havendo nondimeno pensier tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo il quale fermamente l’havrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il quale Marchese subitamente prese.<br />
Che essendo ivi di fuori tutta la famiglia della signoria, Marchese come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era, et disse:<br />
-Mercé Signor, egli è qua un malvagio huomo, che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d’oro. E per non esser riconosciuto ha preso habito di femina, io vi prego, che voi il pigliate sì, che io rihabbia il mio.<br />
Subitamente udito questo ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato et alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, tutto rotto et tutto pesto il trassero loro delle mani et menaronlo al palagio dove molti, seguitolo, che da lui si ritenevano scherniti, havendo udito che per tagliar borse era stato preso, non parendo loro haver alcun’altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dire ciascuno, da lui essergli stata tagliata la borsa.<br />
Le quali cose vedendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido huomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare.<br />
Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone li fece dare con animo di fargli confessar ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandatolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire no, disse:<br />
-Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun, che mi accusa, dire quando et dove io gli tagliai la borsa, et io vi dirò quello, che io havrò fatto et quello che no.<br />
Disse il giudice:<br />
-Questo mi piace.<br />
Et fattine alquanti chiamare, l’un diceva che gliele havea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei et l’altro quattro et alcuni dicevano quel dì stesso.<br />
Il che udendo Martellino, disse:<br />
-Signor mio, essi mentono tutti per la gola. Et che io dica il vero, questa prova ve ne posso dare; che così non fussi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui, se non da poco fa in qua. Et che questo che io dico, sia vero, ne può far chiaro l’ufficial del signore, il quale sta alle presentagioni et il suo libro et ancora l’oste mio. Perché, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanza di questi malvagi huomini stratiare et uccidere.<br />
Mentre le cose erano in questi termini, Marchese, et Stecchi, li quali haveano sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva et già l’aveva collato, temetter forte, seco dicendo:<br />
-Male habbiam procacciato, noi habbiamo costui tratto della padella et gittatolo nel fuoco.<br />
Perché con ogni sollecitudine dandosi attorno et l’oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti il quale in Trivigi abitava et appresso al signore havea grande stato et ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò, che de’ fatti di Martellino gl’increscesse.<br />
Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che per Martellino fusse mandato et così fu. Il quale coloro che per lui andarono, trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice et tutto smarrito et pauroso forte. Perciocché il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire.<br />
Anzi, per aventura avendo alcuno odio ne’ Fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccare per la gola et in niuna guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo al suo dispetto. Al quale poi che gli fu davanti et ogni cosa per ordine detta, gli porse prieghi che in luogo di somma gratia, via il lasciasse andare.<br />
Perciocché infino che in Firenze non fosse sempre gli parrebbe il capestro haver nella gola. Il signore fece grandissime risa di così fatto accidente et fatta donare una roba per huomo, oltre alla speranza di tutti et tre di così gran pericolo usciti, sani et salvi se ne tornarono a casa loro. </i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il rapporto tra Boccaccio e i suoi moralizzatori scrive un altro capitolo (di segno opposto rispetto al Groto) con Giovanni Gaetano Bottari (Firenze, 1689 &#8211; Roma, 1775), un ecclesiastico di grandi intelligenza e cultura.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Diresse la stamperia granducale medicea di Firenze e poi l’allestimento della quarta edizione del vocabolario della Crusca (1729-38). Per l’Accademia della Crusca, Bottari tenne un ciclo di 33 lezioni sul <b><i>Decameron</i></b>. Trasferitosi a Roma, grazie all’appoggio del cardinale Neri Maria Corsini ottenne la cattedra di storia ecclesiastica e controversie alla Sapienza. Già nei favori di Clemente XII, alla morte di questi (1740), fu nominato dal nuovo papa, Benedetto XIV, membro delle Accademie di Storia ecclesiastica, dei Concili e di Antichità. La sua tesi è che in Boccaccio non solo sono assenti intenti irreligiosi od osceni, ma addirittura sono presenti intenti morali e pedagogici. La novella di Martellino è uno dei paradigmi della sua analisi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ne rintraccia l’archetipo in un passo degli Atti degli Apostoli (14, 7-11), in cui si racconta come Barnaba e Paolo, giunti a Listra (in Asia minore, è la patria di Timoteo che di Paolo è allievo) sciolgano un paralitico dalla nascita e il fanatismo popolare li trasforma in divinità (Giove e Mercurio, quindi divinità pagane). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Boccaccio esamina l’episodio nella sua <b><i>Genealogia deorum gentilium</i></b>. Nel sommario leggiamo “contortum a nativitate hominem” che è proprio l’“attratto” della novella. E Vittore Branca, nel suo commento al <b><i>Decameron</i></b> (Boccaccio 1980, p. 132) segnala “l’episodio evangelico del paralitico che non riesce a farsi largo tra la folla accalcata attorno a Gesù (Marco 2, 2 sgg.; Luca 5, 18 sgg.)”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La tesi del Bottari è insomma questa. Da una novella come quella di Martellino si deve trarre una lezione. Tutta positiva, non c’è un bel nulla da censurare. Bisogna stare attenti da una parte a non cadere nel fanatismo (il popolo di Treviso) e dall’altra a non esagerare con un uso spregiudicato del proprio ingegno (Martellino che rischia grosso). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero il <b><i>Decameron</i></b> è il poema epico dell’umano e intelligente e perspicace agire. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dall’infamia di ser Ciappelletto all’anima eletta di Griselda.</span></p>
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		<title>Il vino e il miele &#8211; a tavola con Venanzio</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 16:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le traduzioni e Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[Venanzio Fortunato]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vino e il miele A tavola con Venanzio Biografia “non autorizzata” di un grande trevigiano Compiano Editore, Treviso 2011 &#160; SOMMARIO VENANZIO, IL PARADOSSO IL VINO E IL MIELE / IN VIAGGIO CON VENANZIO ANTOLOGIA DEI CARMINA ANTOLOGIA DELLA VITA DI SAN MARTINO CRONOLOGIA DELLA VITA DI VENANZIO FORTUNATO IL SECOLO DI VENANZIO (LE BATTAGLIE DI RE ARTÙ E I DISASTRI DELLA GUERRA GRECO-GOTICA) “…il vino: qui i sassi lo generano e lo fanno scorrere”. (Venanzio Fortunato, Carmina X, 9, Il viaggio in battello) “Le opere dei secoli successivi si facevano più rare nella biblioteca di Des Esseintes. Il VI secolo era ancora rappresentato da Fortunato, vescovo di Poitiers, di cui gli inni e il Vexilla regis, tagliati nella vecchia carogna della lingua latina, speziata con gli aromi della Chiesa, lo ossessionavano in certi giorni”. (Joris-Karl Huysmans, À rebours) “Ingegno luminoso, sensibilità attenta, eloquio dolcissimo: infinite pagine ne riecheggiano la dolce melodia: Fortunato, culmine della poesia, venerabile nel suo agire, generato dalla terra d’Ausonia e qui sepolto. Dalla sua bocca divina apprendiamo le gesta degli antichi santi: essi ci indicano il cammino della luce. Felice tu, o Gallia, adorna di così preziosi gioielli: la loro luce fuga il buio della notte. Versi miei, di un povero poeta, e scritti con metro plebeo:ma non volevo, o santo, che il popoli dimenticassero la tua gloria”. (Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, II, 13) “… la splendida vite rosseggia sul candore della petraia…”. (Venanzio Fortunato, Carmina X, 9, Il viaggio in battello) “E allora sarò io degno di porre mano alle gesta del beato Martino, generato dalla Pannonia, in cui risplende la luminosa Sabaria, e di raccontarle con la mia lingua balbuziente? Martino non ha certo bisogno delle mie oscurità, lui che brilla di luce folgorante, un faro che splende alto nelle Gallie e che spinge la sua luce fino all’India”. (Venanzio Fortunato, Vita di san Martino, I, 45-49) Pampini intrecciati e un uccello che prende vita sotto un tralcio: graziosamente col becco assaggia dipinte vivande. Il convitato ben meritò di godere un copioso banchetto: ecco l’uva sotto i suoi occhi e intanto beve vino di Falerno. (Venanzio Fortunato, Carmina III, 13c, Parole su un quadro raffigurante una vite, alla tavola di Villico ) Su queste colline sterili, Nicezio ha piantato uve che recano dolci succhi e, dove prima era boscaglia incolta, ora è vigna ben lavorata. (Venanzio Fortunato, Carmina III, 12, Il castello di Nicezio sulla Mosella)   IL POETA DELLA FERTILITÀ Il poeta della fertilità. Venanzio Fortunato è stato definito in molti modi: poeta dei fiumi, poeta dell’esilio, poeta dell’amicizia, poeta della nostalgia. In questo saggio, scritto con lo stile rapido del romanzo, Gian Domenico Mazzocato esplora la vita dell’ultimo grande poeta latino nel segno della fecondità che trova i suoi simboli nel vino e nel miele. Una biografia ampia. Il dramma di un uomo che ha lasciato la sua patria (Valdobbiadene, sulle rive del Piave, nelle prealpi trevisane) e non vi ha mai fatto ritorno. Venanzio ha conosciuto i potenti della emergente nazione franca e ne ha influenzato la politica. È stato maestro di eleganza e cultura, ponte e sintesi tra la classicità latina, la cultura cristiana e l’aristocrazia merovingia che avrebbe dominato l’Europa Ma Venanzio qui viene indagato anche nel suo quotidiano. La vigna, i pampini, l’uva, il favo del miele diventano paradigmi di una parabola esistenziale che è stata inquieta ma anche fertile di gratificazioni e riconoscimenti. Un contributo importante alla conoscenza di un protagonista dell’Europa di allora. Che fu soprattutto straordinario cronista ed entusiasta interprete del suo tempo. La vita di Venanzio non fu facile ma venne da lui vissuta con gioiosa e ironica intelligenza. Di essa si potrebbe dire quello che il poeta ebbe a scrivere di Nicezio, vescovo di Treviri: “Su queste colline sterili Nicezio ha piantato uve che recano dolci succhi e, dove prima era boscaglia incolta, ora è vigna ben lavorata” (Carmina, III, 12).   DALLA PREFAZIONE NEMMENO I SANTI…   Nemmeno i santi disdegnano la buona tavola. Non si sottrae alla regola Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato, nato a Valdobbiadene, tra le prealpi venete, attorno al 535. Una vita da esule, avventurosa la sua buona parte. Laico dalle molte relazioni, poi prete e vescovo in Poitiers. La Chiesa lo ricorda tra i suoi santi il 14 di dicembre, giorno in cui morì, nel 603. Dunque i santi mangiano e bevono, anche se con cristiana misura. Kaspar Brandner, l’estroso e umorale personaggio creato nel 1871 da Franz von Kobell e portato in teatro da Joseph Maria Lutz, quando arriva in paradiso dopo aver eluso a lungo la nera signora battendola a carte e ubriacandola, non può credere ai suoi occhi. È davvero per evitare quel posto che ha lottato, è il caso di dirlo, fino all’ultimo? Lì i bicchieri di birra si riempiono da soli e i santi mangiano salsicce. E una partitina a carte mentre si digerisce è di fatto obbligatoria. I santi e il cibo, che rapporto sorprendente. In Sicilia, al ricorrere della festa di san Giuseppe, da Monreale alla agrigentina Alessandria della Rocca, le famiglie gareggiano nell’imbandire gli altari. Veri monumenti culinari che poi finiranno sulle tavole delle persone più povere. A giudicare dai manuali di cucina i santi preferiscono i dolci. Dalla torta di san Pietro alla cuccìa di santa Lucia, dalla sfincia e dalle zeppole di san Giuseppe alle lacrime di sant’Anna, dalle dita degli Apostoli alla pitta (che bel nome latino, una focaccia picta) della Madonna e agli uccelletti di sant’Antonio c’è di che ridisegnare la geografia del nostro paese e riscrivere qualche buon libro di agiografia. Dolci, ma anche sostanziosi primi piatti se è vero che vicino a Roma c’è la sagra delle cannacce di sant’Apollonia. Le cannacce sono una soda pasta di segale da cucinarsi con pomodoro, basilico e timo. Tanto per non negarsi il favore di un’aureola (non si sa mai) qualcuno le chiama anche cannacce di sant’Anatolia. Beh, e che diciamo delle ultime cene sparse in tutta Europa? Sì, voglio dire proprio la cena di Gesù e dei suoi dodici amici (facciamo undici, il dodicesimo, Giuda, non aveva gran pensieri per la testa). Un elenco lungo come un menù di nozze. Leonardo, Tintoretto, Giovanni Canavesio, Duccio da Buoninsegna, Jean Huguet hanno imbandito tavole per ogni gusto: sobrie, ricche, parsimoniose, perfino sfacciate. Chi non ha proprio il senso della misura è l’anonimo scultore delle statue in legno dell’ultima cena che si trova in una cappella del Sacro Monte di Varallo. Non si nega nulla, da sfamare un esercito. E quando i gamberi rossi abitavano i nostri fiumi, dalle acque, allora limpide, dei corsi d’acqua hanno invaso le tavole sulle quali Gesù ha consacrato il pane e il vino. Il santuario dei santi Vittore e Corona a Feltre, la chiesa di san Giorgio nel veneziano sestiere di San Polo, la chiesa di santo Stefano a Carisolo, la chiesa di sant’Antonio Abate a Pelago (dove hanno lavorato i Baschenis, la famosa dinastia di pittori bergamaschi), l’oratorio della Natività di Maria a Cadessino di Oggebbio. E poi i gamberi più famosi. Quelli dell’ultima cena della chiesa di san Giorgio di Ormelle in provincia di Treviso. Gli apostoli accompagnano alla squisita vivanda qualche bottiglia di vino color rubino. Ma non manca nemmeno la trasparenza di una bottiglia di bianco. Qui vicino scorre il Piave e poco più in là il Sile. Proprio in riva al placido fiume di risorgiva che attraversa Treviso, uno straordinario pittore, Luigi Rincicotti, popola il suo universo di santi e angeli mangiatori. Per dire che la santità senza la corporeità non è molto credibile. Lo stesso frugale san Martino si concedeva un lusso a Pasqua. I suoi discepoli, conoscendone i gusti, gli imbandivano un pesce catturato nelle acque della vicina Loira. E lui non sapeva dire di no. San Martino, proprio il santo raccontato da Venanzio Fortunato. Leggendo i suoi Carmina salta agli occhi il paradosso di questo uomo dalla vita straordinaria, il primo delle sue terre a diventare personaggio di rilievo europeo. Di lui sappiamo tutto e non sappiamo nulla. Non abbiamo risposta alle grandi domande della sua esistenza. Davvero Valdobbiadene è il suo luogo di nascita? O è nato a Ceneda come sostiene qualcuno? Quali sono stati i suoi studi e i suoi maestri? Perché ha lasciato la sua terra? E soprattutto perché non vi ha mai fatto ritorno? In compenso conosciamo tutto delle sue relazioni umane, dei suoi gusti, della sua vita quotidiana. Il suo rapporto col cibo e col bere. Lo abbiamo seguito nei momenti chiave della sua esistenza. Ci siamo seduti a tavola con lui. Abbiamo conosciuto i suoi amici. Abbiamo cercato di non farci coinvolgere in qualche solenne bevuta in cui la stanza del convivio diventava, negli effluvi vinosi, un mare in tempesta. E il tavolo imbandito l’unica zattera cui aggrapparsi. È nata qui l’idea di questa “biografia non autorizzata”.   DALLA PRIMA PARTE VENANZIO, IL PARADOSSO Valdobbiadene o Ceneda? A Ravenna per curare i suoi occhi Alboino era sceso dal Balaton seguendo l’antica strada romana che collegava l’Italia alla Pannonia. Ce lo racconta Paolo Diacono nella sua monumentale Historia Langobardorum. E nello stesso contesto Paolo Diacono, citando espressamente come propria fonte il IV libro della Vita sancti Martini, ci riferisce la cecità di Venanzio e Felice, guarita davanti all’altare ravennate di san Martino. Nel suo complesso, il racconto di Venanzio, non sembra lasciar che pochi margini di incertezza, tutti a favore di Valdobbiadene e contro Ceneda. Ma ad essere decisivo è proprio quel passo di Paolo Diacono. Egli, di fatto riassumendo e parafrasando, la parte finale della Vita sancti Martini dimostra di non avere dubbi sulla nascita valdobbiadenese di Venanzio. Paolo Diacono scrive il suo capolavoro storiografico tra il 787 e il 789, “appena” due secoli dopo la Vita sancti Martini. Torniamo anche noi a Ravenna, dunque. Siamo nella tuttora esistente chiesa di Giovanni e Paolo, attorno al 560. Accanto a Venanzio è Felice. L’episodio che lo vedrà contrapposto ad Alboino è di pochi anni posteriore (568). Quell’evento è, seppure in modo velato, indicato all’esordio della narrazione dell’avventura esistenziale di san Martino. “È dunque una ragione importantissima a indurmi a tessere il panegirico del vescovo che è stato all’origine della mia venuta in questo paese”, annuncia Venanzio Fortunato nei versi proemiali della sua opera. Quale sia la ragione importantissima è enigma che, come abbiamo visto, scioglierà negli ultimi versi. Dunque un nodo esistenziale fortissimo lega Venanzio e Martino. Perché il primo ha ricevuto dal secondo un miracolo immenso, la luce degli occhi. Ormai praticamente cieco, compie l’atto abbastanza inspiegabile di ungersi gli occhi con l’olio di una lampada votiva. E torna a vivere, torna a vedere. Se scrive di Martino con tanta ampiezza, se impegna fino alle più strenue risorse la sua abilità poetica, se sceglie la strada difficile dell’esametro là dove tutte le altre opere agiografiche del poeta valdobbiadenese sono in prosa, è evidente che avverte profondamente il suo debito. Forse nell’attimo stesso in cui la luce torna ad abitare nei suoi occhi, fa voto a Martino di recarsi a Tours, la città dove è stato vescovo. Verso la fine del 565 Venanzio Fortunato lascia Ravenna e l’Italia. Non vi tornerà mai più. Un viaggio senza ritorno Perché Venanzio lascia la sua terra? Perché non pensa mai ad un ritorno, pur attraversato da dolorante nostalgia, come abbiamo appreso? Perché, come si intuisce, considera abbastanza presto definitivo il suo allontanamento nonostante la famiglia, il sangue, l’oggetto del suo amore siano altrove? É, nella biografia venanziana, il problema dei problemi, il nodo perennemente irrisolto. Il paradosso di cui ho parlato in premessa. Di lui sappiamo praticamente tutto e in realtà non sappiamo nulla. Leggiamo i suoi Carmina e conosciamo i suoi gusti, i suoi viaggi, le sue letture, le sue amicizie. Ne apprezziamo l’acutezza di osservatore dei costumi, sorridiamo attraverso il filtro della sua ironia, partecipiamo alle sue riunioni conviviali e alle sue sodalità grazie alla bonomia sorridente e paciosa con cui ce ne riferisce. Insomma se non proprio le minuzie, almeno le quotidianità abbastanza banali. Però, come abbiamo appena detto, non sappiamo bene nemmeno dove è nato. E tante, troppe sono le cose che ignoriamo di lui. Quali sono stati i suoi studi? Dove li ha fatti? Quali i suoi rapporti con Aquileia? Quale il suo curriculum a Ravenna? E poi il grande interrogativo. Perché lascia e perché non torna. Quando Venanzio si reca in Gallia non pare particolarmente incalzato dal desiderio di recarsi a Tours a pregare nei luoghi martiniani. A sciogliere il suo voto. È un vagabondo, desideroso di conoscere persone, luoghi, situazioni. Un errante, uno che non sa bene cosa vuole fare. O forse lo sa troppo bene, come vedremo, ma lo tiene nascosto, si giostra, si barcamena. Andiamo con ordine. Di Martino, è indubbio, Venanzio subisce il fascino. È possibile, anzi certo, che il valdobbiadenese sentisse nell’ungherese una sorta di precursore, un uomo così senza patria da avere per patria il mondo. Via dalla Pannonia, Martino, via dalla sua Sabaria (che è l’attuale Szombathely) in cerca di una cittadinanza più universale, di un fare e di un agire più a propria misura. Via dalla sua Vallis Duplavis, Venanzio. Con lo stesso tarlo a rodergli l’animo. Due destini in fieri, poco disponibili a ricalcare orme già battute da altri nella propria avventura esistenziale. Vogliosi di nuovo, di diverso, di mai sperimentato. Nel decennio 565-575 (cioè: tra la partenza da Ravenna e la composizione della Vita sancti Martini), Venanzio gira inquieto per le Gallie. Tra il 566 e il 567 è a Parigi e poi a Tours. I dignitari merovingi lo accolgono con calore e affetto. Poi è in Spagna, a Braga, infine a Poitiers dove domina la personalità di Radegonda, che nel 538 era andata sposa a Clotario e poi si era data alla vita claustrale, consacrata da Medardo, vescovo di Noyon .     DALL’ANTOLOGIA DEI CARMINA (nel volume c’è il testo latino a fronte)   IL FIUME GERS (I, 21) Forse, generosa Garonna, la tua fama sarebbe minore se un altro fiume avesse maggiore portata d’acqua. Perché qui il Gers fluisce con tenue corrente e quella povera fonte fa risaltare la tua ricchezza. E credo proprio che se uno mette a confronto quanto sono dissimili, il Gers è un ruscello e tu sei il Nilo. Lui è un servo che si avvicina a te e tu lo domi con la tua autorità, tu, Eufrate delle Gallie, lui fiumiciattolo nascosto. Tu alimenti l’oceano con le tue turgide correnti, lui cerca di far crescere le tue acque. Quando, in particolar modo, la torrida estate opprime le terre e il campo abbandonato reclama acqua nella pianura riarsa, quando il sole scava il terreno con i suoi raggi ardenti e la calura taglia la zolla con aratro di fuoco, il Gers fatica a dispiegare il suo corso inaridito e trema assieme al suo pesce. Il fiume si ritira e il pesce lambisce le sabbie vuote, non più casa sua, lui esule, lontano dalle acque. Il fiume si consuma e le sue acque si fanno fango: è terra sterile dove un tempo era onda rapace. Il fiume brucia, viene a mancare il sollievo della frescura, in penuria, triste e malato come vuole il suo nome. Non un sorso per il viandante in cammino: e come potrebbe ristorare gli altri chi ha già sete per conto suo? Il fiume desidera acqua e tu provi a convogliare in lui altre correnti: ma come fai a chiamarlo fiume, se sei tu -un uomo!- a irrorarlo? La ruota avanza e lascia il suo segno sulle sabbie fluviali: dal solco emerge e trasuda l’acqua. Percorri questa strada col tuo cavallo sotto il segno del cancro e solo lo zoccolo, al suo piantarsi, sarà coperto dall’acqua. Ci è capitato di vedere un pesciolino emergere dal fango, la melma lo imprigionava e lui era un naufrago di terra. Qui non c’è fiume e non c’è terreno, né campo né onda: nessuno può condurre l’aratro in un luogo inospitale perfino per i pesci. Una rana, nuotando solitaria nella palude, emette queruli lamenti: non ci sono più pesci ed è un re straniero a dominare le acque. Ma se per caso una pioggerella -tanto stentata da bagnare appena il terreno- cade dalle nubi, eccolo subito gonfiarsi minaccioso. Da una piccola nube egli trae un grande orgoglio: un fossato di colpa diventa il mare. Avanza torbido ed è lui ad avere bisogno di essere lavato da acque pulite, mai costante, qualche volta nulla, qualche volta troppo. La corrente, non più frenata dai suoi argini, invade tutte le strade e vomita nei campi fittamente seminati ciò che ha strappato alla montagna. Sembra proprio un tiranno: infuria col suo gorgo ribollente, odia il proprio corso normale, devasta i frutti dei campi. Il raccolto si disperde tra i flutti, i pesci finiscono nei prati. È capovolto l’ordine naturale: pesci sulla terra, messi nelle acque. I pascoli, un tempo frequentati dalle pecore, vengono offerti alle rane. I prati ospitano i pesci, i flutti trascinano le greggi. Un siluro, sbalzato fuori dalla corrente, trova la sua tana nei campi e si catturano più pesci sulla terraferma che poco prima in acqua. Le reti stravolgono i campi che attendevano invece la sarchiatura, l’amo si conficca dove prima era infisso un palo. Identica sorte attende i pesci, sia quando il fiume è in secca sia quando è in piena: ora giacciono nel fango, ora stanno in esilio nei campi. Ma perché spendere tanta tristezza per un fiumiciattolo? Le mie parole lo inaridiscono ancor più e non gli recano acque. Brucia già per conto suo. Perché dovrei aggiungere altri vapori e far raddoppiare la canicola estiva? Non ci resta che consolarlo con questo solo titolo di merito: privo delle sue acque, il Gers ci regala i suoi pesci. INNO IN ONORE DELLA SANTA CROCE (II, 6) Avanzano i vessilli del re, rifulge il mistero della croce, il creatore della carne, nato da carne fu sospeso a questo patibolo. Le membra trapassate dai chiodi, le mani e i piedi in tensione, per il dono della redenzione qui egli fu vittima immolata. Qui fu anche ferito da feroce punta di lancia, per purificare noi della colpa effuse l’onda del suo sangue. Si è compiuto ciò che ha predetto David con profezia di verità quando proclamò alle nazioni: Dio instaurò il suo regno dalla croce. Albero splendido e rifulgente, ornato di porpora regale, scelto come giusto legno per toccare così santo corpo. Tu felice, che alle tue braccia fu sospeso il riscatto dell’umanità, fosti bilancia del suo corpo, rapisti la preda del Tartaro. [Salute a te, croce, sola speranza in questo tempo di sofferenza, aumenta la giustizia per i buoni, regala il perdono ai cattivi.] Effondi aroma dalla corteccia, superi il sapore del nettare, gioisci di fecondi frutti, plaudi al grandioso trionfo. Salve altare, salve vittima, sofferenza e gloria. Qui la Vita ha sconfitto la morte e grazie alla morte ha restituito la vita.   IL CUOCO CHE GLI PORTA VIA LA BARCA (VI, 8 ) Mie preoccupazioni, perché vi lamentate con tanta insistenza? Orsù, dolore, libera alla fine il mio cuore! Perché mi devi ricordare l’accaduto? Già mi logora il fardello mio solito. Perché dovrei raddoppiare il peso di cui vorrei liberarmi? Il mio -io vado ramingo, esule dalle patrie contrade- è un peregrinare ben più triste di quello di Apollonio, straniero e naufrago in mare. Quella volta che giunsi a Metz, un cuoco del re, attento a quando mi fossi assentato, mi portò via barca e marinai: lui che toglie dal fuoco il cibo a rischio di bruciarsi le mani, non sa frenarsi davanti ad una barca ben protetta dalle acque. Buiocuore, mangiafumo, nerofuliggine: ha la faccia simile a una delle sue marmitte. Le sue armi -padelle, cuccume, terrine, vassoi e trepiedi- lo hanno pitturato di sudiciume. Altro che cantarlo coi miei versi: per rendere l’oscena immagine d’un uomo di pece, un frego col carbone gli farei. Proprio una cosa abietta, un evento contro ogni giustizia perché i miei diritti valgono meno del brodino di un cuoco. Il codice cede il passo alla pignatta e di restituirmi la barca manco si parla. E tuttavia, col consueto affetto, ecco porgermi aiuto Villico, che pasce e moltiplica il gregge del Signore. Si prende a cuore la cosa, si preoccupa, accorre con una barchetta da due soldi: io ero però ormai zuppo di acqua, vento e fiume. Feci scendere i miei compagni di viaggio, di lì dovevano proseguire a piedi. Dentro o fuori? Se tutti fossero entrati, tutti avremmo fatto naufragio. Alla prima minaccia di pericolo, saremmo andati sotto e nessuno sarebbe sopravvissuto a testimoniare la rovina. Io ci andai così vicino, pur avendo sbarcato tutti, che i flutti -un’ondata dietro l’altra- mi lambivano i piedi. Dissi all’acqua: “Molto gentile, ma vattene, non voglio fare il bagno!”, ma lei insisteva a inondarmi i piedi. Arrivo a Nauriaco e riferisco le mie sventure al re. Rise e con parole di comprensione diede disposizione che mi fosse recata una imbarcazione. La cercano, ma fino a quando tutta la corte reale era in crociera sul fiume, non fu possibile trovarmi un po’ di naviglio. A prestarmi il suo conforto, stette con me solo Gogone: certo non nega agli amici ciò che concede a tutti. Con molta calma si rivolge a Pappolo, un conte lì presente, perché mi procuri una barca qualsiasi. Si guarda intorno e vede una barchetta sulla spiaggia: troppo piccola, tuttavia, per accogliere tutti i nostri bagagli. E, data la situazione, mi trattiene un po’ a Nauriaco, generoso di tutto ciò che il luogo poteva offrire. Reca piccole cose, tuttavia, ma a me basta l’intenzione: non è mai un piccolo aiuto quello che ti porge un amico. Mio amabile e cortese amico: aggiunge dei boccali per il vino che fu possibile trovare in quelle contrade. Così, Pappolo, mi hai messo a disposizione una dolce nave. Vivi felice, conte, mio dolce amico.   A GOGONE (VII, 4) Nuvole che avanzate verso di me, incalzate dall’impetuoso Aquilone, mosse dalla ruota oscillante attorno all’asse sidereo, ditemi come sta il mio amico Gogone, di quali piacevoli affari si sta serenamente occupando. Forse sta dimorando in riva al Reno dalla corrente capricciosa per pescare dalle acque il pingue salmone, forse sta camminando lungo il corso della Mosella nutrice di vigne, perché la lieve brezza temperi la calura del giorno quando le fronde e il fiume mitigano la canicola meridiana. Fresca è l’ombra delle viti, fresche le onde che si succedono alle onde. O lo trattiene la Mosa dal dolce mormorio che la gru, l’oca, l’anitra e il cigno frequentano? Qui fiorisce triplice commercio: volatili, pesci, barche. O risiede sul corso dell’Aisne che si frange sulle sponde erbose le cui acque alimentano pascoli, prati e campi? Piuttosto lo trattengono l’Oise,la Saar, il Chiers, la Schelda, la Sambre, la Somme, la Sûre? Oppure il fiume che bagna Metz e trae il suo nome dal sale? Forse sta perlustrando i boschi e i monti dove ha stabilito il quartiere d’estate perché vuole catturare selvaggina con la rete o ucciderla con la sua lancia? Magari sono le foreste delle Ardenne e dei Vosgi a risuonare delle frecce che recano morte a cervi, caprioli, alci e bisonti. O colpisce proprio tra le corna il forte bufalo e nemmeno orsi, onagri e cinghiali riescono a ritardare la propria fine. E se stesse coltivando le sue terre tracciando solchi sul maggese bruciato dal sole mentre il toro patisce sul collo robusto il peso dell’aratro? Oppure siede sereno nella grande sala del palazzo mentre i cortigiani gli stanno attorno e lo acclamano con affetto? O col dolce Lupo riesamina le leggi che riguardano la beneficenza e di comune accordo producono squisito miele per nutrire i poveri e consolare le vedove? E perché i fanciulli possano avere un tutore e sostegno i poveri? Qualunque cosa facciano, possa il successo coronare le loro azioni. E sia loro concesso di godere dell’amore di Cristo re. Vi prego, o venti che andate e venite, portate loro notizie di Fortunato.   IL VIAGGIO IN BATTELLO (X, 9) Ero diretto... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h6>Il vino e il miele<br />
A tavola con Venanzio<br />
Biografia “non autorizzata” di un grande trevigiano</h6>
<h6>Compiano Editore, Treviso 2011</h6>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/01/vinoemiele.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-733" title="vinoemiele" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/01/vinoemiele-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
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<p>SOMMARIO<br />
VENANZIO, IL PARADOSSO<br />
IL VINO E IL MIELE / IN VIAGGIO CON VENANZIO<br />
ANTOLOGIA DEI CARMINA<br />
ANTOLOGIA DELLA VITA DI SAN MARTINO<br />
CRONOLOGIA DELLA VITA DI VENANZIO FORTUNATO<br />
IL SECOLO DI VENANZIO<br />
(LE BATTAGLIE DI RE ARTÙ<br />
E I DISASTRI DELLA GUERRA GRECO-GOTICA)</p>
<p style="text-align: justify;">“…il vino: qui i sassi lo generano e lo fanno scorrere”.<br />
<em>(Venanzio Fortunato, Carmina X, 9, Il viaggio in battello)</em></p>
<p style="text-align: justify;">“Le opere dei secoli successivi si facevano più rare nella biblioteca di Des Esseintes. Il VI secolo era ancora rappresentato da Fortunato, vescovo di Poitiers, di cui gli inni e il Vexilla regis, tagliati nella vecchia carogna della lingua latina, speziata con gli aromi della Chiesa, lo ossessionavano in certi giorni”.<br />
<em>(Joris-Karl Huysmans, À rebours)</em></p>
<p style="text-align: justify;">“Ingegno luminoso, sensibilità attenta, eloquio dolcissimo: infinite pagine ne riecheggiano la dolce melodia: Fortunato, culmine della poesia, venerabile nel suo agire, generato dalla terra d’Ausonia e qui sepolto. Dalla sua bocca divina apprendiamo le gesta degli antichi santi: essi ci indicano il cammino della luce.<br />
Felice tu, o Gallia, adorna di così preziosi gioielli: la loro luce fuga il buio della notte. Versi miei, di un povero poeta, e scritti con metro plebeo:ma non volevo, o santo, che il popoli dimenticassero la tua gloria”.<br />
<em>(Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, II, 13)</em></p>
<p style="text-align: justify;">“… la splendida vite rosseggia sul candore della petraia…”.<br />
<em>(Venanzio Fortunato, Carmina X, 9, Il viaggio in battello)</em></p>
<p style="text-align: justify;">“E allora sarò io degno di porre mano alle gesta del beato Martino, generato dalla Pannonia, in cui risplende la luminosa Sabaria, e di raccontarle con la mia lingua balbuziente? Martino non ha certo bisogno delle mie oscurità, lui che brilla di luce folgorante, un faro che splende alto nelle Gallie e che spinge la sua luce fino all’India”.<br />
<em>(Venanzio Fortunato, Vita di san Martino, I, 45-49)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Pampini intrecciati e un uccello che prende vita sotto un tralcio:<br />
graziosamente col becco assaggia dipinte vivande.<br />
Il convitato ben meritò di godere un copioso banchetto:<br />
ecco l’uva sotto i suoi occhi e intanto beve vino di Falerno.<br />
<em>(Venanzio Fortunato, Carmina III, 13c,<br />
Parole su un quadro raffigurante una vite, alla tavola di Villico )</em></p>
<p style="text-align: justify;">Su queste colline sterili, Nicezio<br />
ha piantato uve che recano dolci succhi<br />
e, dove prima era boscaglia incolta,<br />
ora è vigna ben lavorata.<br />
<em>(Venanzio Fortunato, Carmina III, 12,<br />
Il castello di Nicezio sulla Mosella)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>IL POETA DELLA FERTILITÀ </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta della fertilità.<br />
Venanzio Fortunato è stato definito in molti modi: poeta dei fiumi, poeta dell’esilio, poeta dell’amicizia, poeta della nostalgia.<br />
In questo saggio, scritto con lo stile rapido del romanzo, Gian Domenico Mazzocato esplora la vita dell’ultimo grande poeta latino nel segno della fecondità che trova i suoi simboli nel vino e nel miele.<br />
Una biografia ampia. Il dramma di un uomo che ha lasciato la sua patria (Valdobbiadene, sulle rive del Piave, nelle prealpi trevisane) e non vi ha mai fatto ritorno.<br />
Venanzio ha conosciuto i potenti della emergente nazione franca e ne ha influenzato la politica. È stato maestro di eleganza e cultura, ponte e sintesi tra la classicità latina, la cultura cristiana e l’aristocrazia merovingia che avrebbe dominato l’Europa<br />
Ma Venanzio qui viene indagato anche nel suo quotidiano.<br />
La vigna, i pampini, l’uva, il favo del miele diventano paradigmi di una parabola esistenziale che è stata inquieta ma anche fertile di gratificazioni e riconoscimenti.<br />
Un contributo importante alla conoscenza di un protagonista dell’Europa di allora.<br />
Che fu soprattutto straordinario cronista ed entusiasta interprete del suo tempo.<br />
La vita di Venanzio non fu facile ma venne da lui vissuta con gioiosa e ironica intelligenza.<br />
Di essa si potrebbe dire quello che il poeta ebbe a scrivere di Nicezio, vescovo di Treviri: “Su queste colline sterili Nicezio ha piantato uve che recano dolci succhi e, dove prima era boscaglia incolta, ora è vigna ben lavorata” (<em>Carmina</em>,<strong><em> </em></strong>III, 12).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>DALLA PREFAZIONE</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NEMMENO I SANTI…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nemmeno i santi disdegnano la buona tavola.<br />
Non si sottrae alla regola Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato, nato a Valdobbiadene, tra le prealpi venete, attorno al 535.<br />
Una vita da esule, avventurosa la sua buona parte. Laico dalle molte relazioni, poi prete e vescovo in Poitiers.<br />
La Chiesa lo ricorda tra i suoi santi il 14 di dicembre, giorno in cui morì, nel 603.<br />
Dunque i santi mangiano e bevono, anche se con cristiana misura.<br />
Kaspar Brandner, l’estroso e umorale personaggio creato nel 1871 da Franz von Kobell e portato in teatro da Joseph Maria Lutz, quando arriva in paradiso dopo aver eluso a lungo la nera signora battendola a carte e ubriacandola, non può credere ai suoi occhi.<br />
È davvero per evitare quel posto che ha lottato, è il caso di dirlo, fino all’ultimo? Lì i bicchieri di birra si riempiono da soli e i santi mangiano salsicce. E una partitina a carte mentre si digerisce è di fatto obbligatoria.<br />
I santi e il cibo, che rapporto sorprendente.<br />
In Sicilia, al ricorrere della festa di san Giuseppe, da Monreale alla agrigentina Alessandria della Rocca, le famiglie gareggiano nell’imbandire gli altari. Veri monumenti culinari che poi finiranno sulle tavole delle persone più povere.<br />
A giudicare dai manuali di cucina i santi preferiscono i dolci.<br />
Dalla torta di san Pietro alla cuccìa di santa Lucia, dalla sfincia e dalle zeppole di san Giuseppe alle lacrime di sant’Anna, dalle dita degli Apostoli alla pitta (che bel nome latino, una focaccia picta) della Madonna e agli uccelletti di sant’Antonio c’è di che ridisegnare la geografia del nostro paese e riscrivere qualche buon libro di agiografia.<br />
Dolci, ma anche sostanziosi primi piatti se è vero che vicino a Roma c’è la sagra delle cannacce di sant’Apollonia. Le cannacce sono una soda pasta di segale da cucinarsi con pomodoro, basilico e timo. Tanto per non negarsi il favore di un’aureola (non si sa mai) qualcuno le chiama anche cannacce di sant’Anatolia.<br />
Beh, e che diciamo delle ultime cene sparse in tutta Europa? Sì, voglio dire proprio la cena di Gesù e dei suoi dodici amici (facciamo undici, il dodicesimo, Giuda, non aveva gran pensieri per la testa). Un elenco lungo come un menù di nozze.<br />
Leonardo, Tintoretto, Giovanni Canavesio, Duccio da Buoninsegna, Jean Huguet hanno imbandito tavole per ogni gusto: sobrie, ricche, parsimoniose, perfino sfacciate. Chi non ha proprio il senso della misura è l’anonimo scultore delle statue in legno dell’ultima cena che si trova in una cappella del Sacro Monte di Varallo. Non si nega nulla, da sfamare un esercito.<br />
E quando i gamberi rossi abitavano i nostri fiumi, dalle acque, allora limpide, dei corsi d’acqua hanno invaso le tavole sulle quali Gesù ha consacrato il pane e il vino.<br />
Il santuario dei santi Vittore e Corona a Feltre, la chiesa di san Giorgio nel veneziano sestiere di San Polo, la chiesa di santo Stefano a Carisolo, la chiesa di sant’Antonio Abate a Pelago (dove hanno lavorato i Baschenis, la famosa dinastia di pittori bergamaschi), l’oratorio della Natività di Maria a Cadessino di Oggebbio.<br />
E poi i gamberi più famosi. Quelli dell’ultima cena della chiesa di san Giorgio di Ormelle in provincia di Treviso. Gli apostoli accompagnano alla squisita vivanda qualche bottiglia di vino color rubino. Ma non manca nemmeno la trasparenza di una bottiglia di bianco.<br />
Qui vicino scorre il Piave e poco più in là il Sile.<br />
Proprio in riva al placido fiume di risorgiva che attraversa Treviso, uno straordinario pittore, Luigi Rincicotti, popola il suo universo di santi e angeli mangiatori.<br />
Per dire che la santità senza la corporeità non è molto credibile.<br />
Lo stesso frugale san Martino si concedeva un lusso a Pasqua. I suoi discepoli, conoscendone i gusti, gli imbandivano un pesce catturato nelle acque della vicina Loira. E lui non sapeva dire di no.<br />
San Martino, proprio il santo raccontato da Venanzio Fortunato.<br />
Leggendo i suoi Carmina salta agli occhi il paradosso di questo uomo dalla vita straordinaria, il primo delle sue terre a diventare personaggio di rilievo europeo.<br />
Di lui sappiamo tutto e non sappiamo nulla.<br />
Non abbiamo risposta alle grandi domande della sua esistenza.<br />
Davvero Valdobbiadene è il suo luogo di nascita? O è nato a Ceneda come sostiene qualcuno? Quali sono stati i suoi studi e i suoi maestri? Perché ha lasciato la sua terra? E soprattutto perché non vi ha mai fatto ritorno?<br />
In compenso conosciamo tutto delle sue relazioni umane, dei suoi gusti, della sua vita quotidiana.<br />
Il suo rapporto col cibo e col bere.<br />
Lo abbiamo seguito nei momenti chiave della sua esistenza.<br />
Ci siamo seduti a tavola con lui.<br />
Abbiamo conosciuto i suoi amici. Abbiamo cercato di non farci coinvolgere in qualche solenne bevuta in cui la stanza del convivio diventava, negli effluvi vinosi, un mare in tempesta. E il tavolo imbandito l’unica zattera cui aggrapparsi.<br />
È nata qui l’idea di questa “biografia non autorizzata”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DALLA PRIMA PARTE </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>VENANZIO, IL PARADOSSO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Valdobbiadene o Ceneda?<br />
A Ravenna per curare i suoi occhi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alboino era sceso dal Balaton seguendo l’antica strada romana che collegava l’Italia alla Pannonia. Ce lo racconta Paolo Diacono nella sua monumentale <strong><em>Historia Langobardorum</em></strong>. E nello stesso contesto Paolo Diacono, citando espressamente come propria fonte il IV libro della <strong><em>Vita sancti Martini</em></strong>, ci riferisce la cecità di Venanzio e Felice, guarita davanti all’altare ravennate di san Martino.<br />
Nel suo complesso, il racconto di Venanzio, non sembra lasciar che pochi margini di incertezza, tutti a favore di Valdobbiadene e contro Ceneda.<br />
Ma ad essere decisivo è proprio quel passo di Paolo Diacono. Egli, di fatto riassumendo e parafrasando, la parte finale della <strong><em>Vita sancti Martini</em></strong><em> </em>dimostra di non avere dubbi sulla nascita valdobbiadenese di Venanzio. Paolo Diacono scrive il suo capolavoro storiografico tra il 787 e il 789, “appena” due secoli dopo la <strong><em>Vita sancti Martini</em></strong><em>.</em><br />
Torniamo anche noi a Ravenna, dunque.<br />
Siamo nella tuttora esistente chiesa di Giovanni e Paolo, attorno al 560. Accanto a Venanzio è Felice. L’episodio che lo vedrà contrapposto ad Alboino è di pochi anni posteriore (568).<br />
Quell’evento è, seppure in modo velato, indicato all’esordio della narrazione dell’avventura esistenziale di san Martino. “È dunque una ragione importantissima a indurmi a tessere il panegirico del vescovo che è stato all’origine della mia venuta in questo paese”, annuncia Venanzio Fortunato nei versi proemiali della sua opera. Quale sia la ragione importantissima è enigma che, come abbiamo visto, scioglierà negli ultimi versi.<br />
Dunque un nodo esistenziale fortissimo lega Venanzio e Martino. Perché il primo ha ricevuto dal secondo un miracolo immenso, la luce degli occhi.<br />
Ormai praticamente cieco, compie l’atto abbastanza inspiegabile di ungersi gli occhi con l’olio di una lampada votiva. E torna a vivere, torna a vedere.<br />
Se scrive di Martino con tanta ampiezza, se impegna fino alle più strenue risorse la sua abilità poetica, se sceglie la strada difficile dell’esametro là dove tutte le altre opere agiografiche del poeta valdobbiadenese sono in prosa, è evidente che avverte profondamente il suo debito.<br />
Forse nell’attimo stesso in cui la luce torna ad abitare nei suoi occhi, fa voto a Martino di recarsi a Tours, la città dove è stato vescovo.<br />
Verso la fine del 565 Venanzio Fortunato lascia Ravenna e l’Italia. Non vi tornerà mai più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un viaggio senza ritorno</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché Venanzio lascia la sua terra? Perché non pensa mai ad un ritorno, pur attraversato da dolorante nostalgia, come abbiamo appreso? Perché, come si intuisce, considera abbastanza presto definitivo il suo allontanamento nonostante la famiglia, il sangue, l’oggetto del suo amore siano altrove?<br />
É, nella biografia venanziana, il problema dei problemi, il nodo perennemente irrisolto.<br />
Il paradosso di cui ho parlato in premessa.<br />
Di lui sappiamo praticamente tutto e in realtà non sappiamo nulla.<br />
Leggiamo i suoi <strong><em>Carmina</em></strong> e conosciamo i suoi gusti, i suoi viaggi, le sue letture, le sue amicizie. Ne apprezziamo l’acutezza di osservatore dei costumi, sorridiamo attraverso il filtro della sua ironia, partecipiamo alle sue riunioni conviviali e alle sue sodalità grazie alla bonomia sorridente e paciosa con cui ce ne riferisce. Insomma se non proprio le minuzie, almeno le quotidianità abbastanza banali.<br />
Però, come abbiamo appena detto, non sappiamo bene nemmeno dove è nato.<br />
E tante, troppe sono le cose che ignoriamo di lui.<br />
Quali sono stati i suoi studi? Dove li ha fatti? Quali i suoi rapporti con Aquileia? Quale il suo curriculum a Ravenna?<br />
E poi il grande interrogativo. Perché lascia e perché non torna.<br />
Quando Venanzio si reca in Gallia non pare particolarmente incalzato dal desiderio di recarsi a Tours a pregare nei luoghi martiniani. A sciogliere il suo voto.<br />
È un vagabondo, desideroso di conoscere persone, luoghi, situazioni. Un errante, uno che non sa bene cosa vuole fare.<br />
O forse lo sa troppo bene, come vedremo, ma lo tiene nascosto, si giostra, si barcamena.<br />
Andiamo con ordine. Di Martino, è indubbio, Venanzio subisce il fascino. È possibile, anzi certo, che il valdobbiadenese sentisse nell’ungherese una sorta di precursore, un uomo così senza patria da avere per patria il mondo.<br />
Via dalla Pannonia, Martino, via dalla sua Sabaria (che è l’attuale Szombathely) in cerca di una cittadinanza più universale, di un fare e di un agire più a propria misura.<br />
Via dalla sua <em>Vallis Duplavis</em>, Venanzio. Con lo stesso tarlo a rodergli l’animo. Due destini in fieri, poco disponibili a ricalcare orme già battute da altri nella propria avventura esistenziale. Vogliosi di nuovo, di diverso, di mai sperimentato.<br />
Nel decennio 565-575 (cioè: tra la partenza da Ravenna e la composizione della<em> <strong>Vita sancti Martini</strong>), </em>Venanzio gira inquieto per le Gallie.<br />
Tra il 566 e il 567 è a Parigi e poi a Tours. I dignitari merovingi lo accolgono con calore e affetto. Poi è in Spagna, a Braga, infine a Poitiers dove domina la personalità di Radegonda, che nel 538 era andata sposa a Clotario e poi si era data alla vita claustrale, consacrata da Medardo, vescovo di Noyon .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DALL’ANTOLOGIA DEI CARMINA<br />
(nel volume c’è il testo latino a fronte)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL FIUME GERS<br />
</strong>(I, 21)</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, generosa Garonna, la tua fama sarebbe minore se un altro fiume avesse maggiore portata d’acqua. Perché qui il Gers fluisce con tenue corrente e quella povera fonte fa risaltare la tua ricchezza. E credo proprio che se uno mette a confronto quanto sono dissimili, il Gers è un ruscello e tu sei il Nilo. Lui è un servo che si avvicina a te e tu lo domi con la tua autorità, tu, Eufrate delle Gallie, lui fiumiciattolo nascosto. Tu alimenti l’oceano con le tue turgide correnti, lui cerca di far crescere le tue acque. Quando, in particolar modo, la torrida estate opprime le terre e il campo abbandonato reclama acqua nella pianura riarsa, quando il sole scava il terreno con i suoi raggi ardenti e la calura taglia la zolla con aratro di fuoco, il Gers fatica a dispiegare il suo corso inaridito e trema assieme al suo pesce. Il fiume si ritira e il pesce lambisce le sabbie vuote, non più casa sua, lui esule, lontano dalle acque. Il fiume si consuma e le sue acque si fanno fango: è terra sterile dove un tempo era onda rapace. Il fiume brucia, viene a mancare il sollievo della frescura, in penuria, triste e malato come vuole il suo nome. Non un sorso per il viandante in cammino: e come potrebbe ristorare gli altri chi ha già sete per conto suo? Il fiume desidera acqua e tu provi a convogliare in lui altre correnti: ma come fai a chiamarlo fiume, se sei tu -un uomo!- a irrorarlo? La ruota avanza e lascia il suo segno sulle sabbie fluviali: dal solco emerge e trasuda l’acqua. Percorri questa strada col tuo cavallo sotto il segno del cancro e solo lo zoccolo, al suo piantarsi, sarà coperto dall’acqua. Ci è capitato di vedere un pesciolino emergere dal fango, la melma lo imprigionava e lui era un naufrago di terra. Qui non c’è fiume e non c’è terreno, né campo né onda: nessuno può condurre l’aratro in un luogo inospitale perfino per i pesci. Una rana, nuotando solitaria nella palude, emette queruli lamenti: non ci sono più pesci ed è un re straniero a dominare le acque. Ma se per caso una pioggerella -tanto stentata da bagnare appena il terreno- cade dalle nubi, eccolo subito gonfiarsi minaccioso. Da una piccola nube egli trae un grande orgoglio: un fossato di colpa diventa il mare. Avanza torbido ed è lui ad avere bisogno di essere lavato da acque pulite, mai costante, qualche volta nulla, qualche volta troppo. La corrente, non più frenata dai suoi argini, invade tutte le strade e vomita nei campi fittamente seminati ciò che ha strappato alla montagna. Sembra proprio un tiranno: infuria col suo gorgo ribollente, odia il proprio corso normale, devasta i frutti dei campi. Il raccolto si disperde tra i flutti, i pesci finiscono nei prati. È capovolto l’ordine naturale: pesci sulla terra, messi nelle acque. I pascoli, un tempo frequentati dalle pecore, vengono offerti alle rane. I prati ospitano i pesci, i flutti trascinano le greggi. Un siluro, sbalzato fuori dalla corrente, trova la sua tana nei campi e si catturano più pesci sulla terraferma che poco prima in acqua. Le reti stravolgono i campi che attendevano invece la sarchiatura, l’amo si conficca dove prima era infisso un palo. Identica sorte attende i pesci, sia quando il fiume è in secca sia quando è in piena: ora giacciono nel fango, ora stanno in esilio nei campi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché spendere tanta tristezza per un fiumiciattolo? Le mie parole lo inaridiscono ancor più e non gli recano acque. Brucia già per conto suo. Perché dovrei aggiungere altri vapori e far raddoppiare la canicola estiva? Non ci resta che consolarlo con questo solo titolo di merito: privo delle sue acque, il Gers ci regala i suoi pesci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INNO IN ONORE DELLA SANTA CROCE<br />
</strong>(II, 6)</p>
<p style="text-align: justify;">Avanzano i vessilli del re,<br />
rifulge il mistero della croce,<br />
il creatore della carne, nato da carne<br />
fu sospeso a questo patibolo.</p>
<p>Le membra trapassate dai chiodi,<br />
le mani e i piedi in tensione,<br />
per il dono della redenzione<br />
qui egli fu vittima immolata.</p>
<p>Qui fu anche ferito<br />
da feroce punta di lancia,<br />
per purificare noi della colpa<br />
effuse l’onda del suo sangue.</p>
<p>Si è compiuto ciò che ha predetto<br />
David con profezia di verità<br />
quando proclamò alle nazioni:<br />
Dio instaurò il suo regno dalla croce.</p>
<p>Albero splendido e rifulgente,<br />
ornato di porpora regale,<br />
scelto come giusto legno<br />
per toccare così santo corpo.</p>
<p>Tu felice, che alle tue braccia<br />
fu sospeso il riscatto dell’umanità,<br />
fosti bilancia del suo corpo,<br />
rapisti la preda del Tartaro.</p>
<p>[Salute a te, croce, sola speranza<br />
in questo tempo di sofferenza,<br />
aumenta la giustizia per i buoni,<br />
regala il perdono ai cattivi.]</p>
<p>Effondi aroma dalla corteccia,<br />
superi il sapore del nettare,<br />
gioisci di fecondi frutti,<br />
plaudi al grandioso trionfo.</p>
<p>Salve altare, salve vittima,<br />
sofferenza e gloria.<br />
Qui la Vita ha sconfitto la morte<br />
e grazie alla morte ha restituito la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL CUOCO CHE GLI PORTA VIA LA BARCA<br />
</strong>(VI, 8 )</p>
<p style="text-align: justify;">Mie preoccupazioni, perché vi lamentate con tanta insistenza? Orsù, dolore, libera alla fine il mio cuore! Perché mi devi ricordare l’accaduto? Già mi logora il fardello mio solito. Perché dovrei raddoppiare il peso di cui vorrei liberarmi? Il mio -io vado ramingo, esule dalle patrie contrade- è un peregrinare ben più triste di quello di Apollonio, straniero e naufrago in mare. Quella volta che giunsi a Metz, un cuoco del re, attento a quando mi fossi assentato, mi portò via barca e marinai: lui che toglie dal fuoco il cibo a rischio di bruciarsi le mani, non sa frenarsi davanti ad una barca ben protetta dalle acque. Buiocuore, mangiafumo, nerofuliggine: ha la faccia simile a una delle sue marmitte. Le sue armi -padelle, cuccume, terrine, vassoi e trepiedi- lo hanno pitturato di sudiciume. Altro che cantarlo coi miei versi: per rendere l’oscena immagine d’un uomo di pece, un frego col carbone gli farei. Proprio una cosa abietta, un evento contro ogni giustizia perché i miei diritti valgono meno del brodino di un cuoco. Il codice cede il passo alla pignatta e di restituirmi la barca manco si parla. E tuttavia, col consueto affetto, ecco porgermi aiuto Villico, che pasce e moltiplica il gregge del Signore. Si prende a cuore la cosa, si preoccupa, accorre con una barchetta da due soldi: io ero però ormai zuppo di acqua, vento e fiume. Feci scendere i miei compagni di viaggio, di lì dovevano proseguire a piedi. Dentro o fuori? Se tutti fossero entrati, tutti avremmo fatto naufragio. Alla prima minaccia di pericolo, saremmo andati sotto e nessuno sarebbe sopravvissuto a testimoniare la rovina. Io ci andai così vicino, pur avendo sbarcato tutti, che i flutti -un’ondata dietro l’altra- mi lambivano i piedi. Dissi all’acqua: “Molto gentile, ma vattene, non voglio fare il bagno!”, ma lei insisteva a inondarmi i piedi. Arrivo a Nauriaco e riferisco le mie sventure al re. Rise e con parole di comprensione diede disposizione che mi fosse recata una imbarcazione. La cercano, ma fino a quando tutta la corte reale era in crociera sul fiume, non fu possibile trovarmi un po’ di naviglio. A prestarmi il suo conforto, stette con me solo Gogone: certo non nega agli amici ciò che concede a tutti. Con molta calma si rivolge a Pappolo, un conte lì presente, perché mi procuri una barca qualsiasi. Si guarda intorno e vede una barchetta sulla spiaggia: troppo piccola, tuttavia, per accogliere tutti i nostri bagagli. E, data la situazione, mi trattiene un po’ a Nauriaco, generoso di tutto ciò che il luogo poteva offrire. Reca piccole cose, tuttavia, ma a me basta l’intenzione: non è mai un piccolo aiuto quello che ti porge un amico. Mio amabile e cortese amico: aggiunge dei boccali per il vino che fu possibile trovare in quelle contrade. Così, Pappolo, mi hai messo a disposizione una dolce nave. Vivi felice, conte, mio dolce amico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A GOGONE<br />
</strong>(VII, 4)<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nuvole che avanzate verso di me, incalzate dall’impetuoso Aquilone, mosse dalla ruota oscillante attorno all’asse sidereo, ditemi come sta il mio amico Gogone, di quali piacevoli affari si sta serenamente occupando. Forse sta dimorando in riva al Reno dalla corrente capricciosa per pescare dalle acque il pingue salmone, forse sta camminando lungo il corso della Mosella nutrice di vigne, perché la lieve brezza temperi la calura del giorno quando le fronde e il fiume mitigano la canicola meridiana. Fresca è l’ombra delle viti, fresche le onde che si succedono alle onde. O lo trattiene la Mosa dal dolce mormorio che la gru, l’oca, l’anitra e il cigno frequentano? Qui fiorisce triplice commercio: volatili, pesci, barche. O risiede sul corso dell’Aisne che si frange sulle sponde erbose le cui acque alimentano pascoli, prati e campi? Piuttosto lo trattengono l’Oise,la Saar, il Chiers, la Schelda, la Sambre, la Somme, la Sûre? Oppure il fiume che bagna Metz e trae il suo nome dal sale? Forse sta perlustrando i boschi e i monti dove ha stabilito il quartiere d’estate perché vuole catturare selvaggina con la rete o ucciderla con la sua lancia? Magari sono le foreste delle Ardenne e dei Vosgi a risuonare delle frecce che recano morte a cervi, caprioli, alci e bisonti. O colpisce proprio tra le corna il forte bufalo e nemmeno orsi, onagri e cinghiali riescono a ritardare la propria fine. E se stesse coltivando le sue terre tracciando solchi sul maggese bruciato dal sole mentre il toro patisce sul collo robusto il peso dell’aratro? Oppure siede sereno nella grande sala del palazzo mentre i cortigiani gli stanno attorno e lo acclamano con affetto? O col dolce Lupo riesamina le leggi che riguardano la beneficenza e di comune accordo producono squisito miele per nutrire i poveri e consolare le vedove? E perché i fanciulli possano avere un tutore e sostegno i poveri? Qualunque cosa facciano, possa il successo coronare le loro azioni. E sia loro concesso di godere dell’amore di Cristo re. Vi prego, o venti che andate e venite, portate loro notizie di Fortunato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL VIAGGIO IN BATTELLO<br />
</strong>(X, 9)</p>
<p style="text-align: justify;">Ero diretto all’incontro con i miei sovrani, là dove si ergono le mura di Metz. I miei signori mi scorgono e mi fanno scendere di cavallo. Subito gli ordini: divento un marinaio e proseguirò sulla Mosella, a forza di remi. Mi affretto a scendere verso le acque frementi. Ecco il pilota salire di corsa sulla nave dalla linea slanciata: la prua volava sulle onde senza essere spinta dai venti. Ad un certo punto si deve passare tra scogli nascosti sulle due rive, il letto si restringe e le onde salgono. Qui la forza della corrente ghermisce la prua, la spinge, la avviluppa e l’acqua ribollente sta quasi per riempire la pancia della barca. Ma ce la cavammo e allora mi fu possibile contemplare gli ampi spazi delle campagne: mi dimentico del fiume e mi rivolgo alla bellezza dei campi. Più a valle mi catturano i gorghi dell’Orne: la portata raddoppia e il nostro procedere si fa ancora più spedito. Le acque defluiscono irruente e la nostra nave deve muoversi con cautela. Mai vorrei andarmi a ficcare in una nassa assieme ai pesci. Sulle rive fumano i camini delle case contadine e noi arriviamo dove la forza della Sûre si scarica nella Mosella. Di là, tra colline che si innalzano e il fondo della valle, scivoliamo sulle docili onde fino alla confluenza della Saar. Arrivo a Treviri, con la veduta immensa delle sue mura, città nobile tra le nobili città e a sua volta capitale. Seguiamo il fiume e passiamo tra le antiche dimore dei senatori, dove vestigia maestose hanno lasciato il loro segno. Da ogni parte scorgiamo montagne dalle vette minacciose: là in alto un picco tagliente fende le nubi, cime scoscese svettano con punte inaccessibili, cumuli di scabra pietra si elevano fino alle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma queste aspre rocce non possono restare sterili. In una parola: qui i sassi generano e fanno scorrere vino. Da ogni parte si possono ammirare colline rivestite di vigneti e una dolce brezza agita chiome di pampini. Le viti si addensano, ben ordinate, con le loro radici che affondano nella pietra e con disegno regolare salgono fino alla cima. La coltivazione tra quei sassi aguzzi è una gioia per i contadini: la splendida vite rosseggia sul candore della petraia, dove il duro sasso genera grappoli dolci come il miele ed è splendente l’uva, florida su quella pietra infeconda. Qui le vigne sono chioma ai piedi di una montagna calva e la verde ombra copre la miniera disseccata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vendemmiatore ne stacca grappoli colorati e a sua volta, mentre li raccoglie, è sospeso su quelle rocce a strapiombo. Che delizia per i miei occhi e che squisitezze gustai: momenti di gioia, marinaio al seguito dei miei sovrani.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ancora a seguire il corso del fiume fino a Contrua, luogo di ritrovo dei battelli che fu capitale di antica nobiltà. Infine pervengo alla confluenza dei due fiumi: qui si congiungono il Reno spumeggiante e la Mosella ricca di pesci.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto il viaggio le onde ce ne offrirono: le acque brulicavano, a disposizione dei nostri signori e re. Davvero nessun piacere poteva mancare a quel mio viaggio: mi pascevo delle Muse, il mio orecchio beveva i loro canti. Le montagne vibravano al suono emesso dalle cornamuse e le rocce scoscese rimandavano l’eco delle melodie. E subito entravano con delicati sussurri le corde di bronzo, mentre la boscaglia rispondeva coi suoi flauti dalle alte cime.</p>
<p style="text-align: justify;">La musica, in un fremito, ora cambia di intensità, ora si fa piana e cantabile: dalla roccia ritorna limpida come quando scaturisce dalle corde metalliche. La dolcezza dei canti riunisce le due rive distanti e la melodia ha una sola voce, sulle acque e nella vallata. Ridare gioia al popolo, ecco ciò cui mira la generosità dei re, sempre sollecita nella ricerca di come porgere aiuto. Fardello sulla mia imbarcazione, ora di là avanzo e mi dirigo di gran voglia verso la rocca della cittadella di Andernach. Ebbene: sugli ampi pendii, da questa parte, si distendono i vigneti, dall’altra si apre la fertile pianura. E inoltre la ricchezza di quel luogo meraviglioso supera ogni altra ricchezza perché qui la gente ha un secondo raccolto dal fiume. Così quando, nella reggia, i re siedono in trono e offrono feste conviviali invitandoci alla loro mensa, si guarda nelle reti e si libera dalle maglie il salmone: il re, sempre assiso in trono, conta i pesci. Quando vede il pesce balzare dall’acqua è contento per la sua mensa e si riempie di gioia al venire della preda. Ha davanti agli occhi la prosperità e quindi comunica la sua gioia al palazzo: prima mangia il pesce con gli occhi e poi si nutre di quel cibo. È normale anche che si presenti un cittadino straniero della regione del Reno e la gente del posto gioisce di quella abbondanza imbandita. Il signore conceda ancora a lungo questa visione ai nostri signori. E voi, signori, date sempre al vostro popolo giorni felici. Possa sempre scendere su tutti la gioia dei vostri volti sereni e la vostra grandezza trovi rispondenza nel benessere dei vostri sudditi.</p>
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		<title>Tacito</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:37:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CORNELIO TACITO DE ORIGINE ET SITU GERMANORUM LIBER LA GERMANIA *** DE VITA IULII AGRICOLAE LIBER VITA DI GIULIO AGRICOLA *** DIALOGUS DE ORATORIBUS DIALOGO DEGLI ORATORI *** Introduzione, traduzione e note a cura di Gian Domenico Mazzocato INTRODUZIONE Le tre opere minori di Tacito rappresentano ancor oggi un complesso, intricato e composito enigma. E, del resto, abbastanza romanzeschi sono anche i modi con cui esse sono state tramandate ai lettori moderni. La Germania, l&#8217;Agricola, il Dialogus de oratoribus non ci sono pervenuti assieme alle due opere maggiori, gli Annales e le Historiae. Anzi, si ebbe notizia di un codice che conteneva opere sconosciute di Tacito solo nel 1426 quando l&#8217;umanista Poggio Bracciolini entrò in contatto con un monaco proveniente dal convento prussiano di Hersfeld (poco a nord di Fulda) il quale cercava appoggi presso la curia romana. Poggio Bracciolini, che era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V, poteva far leva sugli entusiasmi umanistici del suo patrono la cui raccolta personale di codici antichi costituì poi il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Si fece fare allora dal monaco un inventario dei codici del suo monastero: si diffuse in questo modo la notizia che non tutto Tacito era conosciuto e che altre sue opere aspettavano di ritornare alla luce. Poggio Bracciolini e il futuro Niccolò V tentarono di tutto per raggiungere il codice ma solo quando quest&#8217;ultimo fu eletto al soglio pontificio, fu possibile organizzare una missione in Germania che fu affidata all&#8217;umanista Alberto Enoch d&#8217;Ascoli e che aveva tra i suoi scopi anche il recupero del codice con le opere tacitiane. Fu probabilmente lo stesso Enoch a riportare il codice in Italia, nel 1455. Ma i tempi erano cambiati. Niccolò V era morto e al suo posto era stato eletto, col nome di Callisto III, un membro della influente casata spagnola dei Borgia, Alfonso. Costui era uomo di grandissima cultura e insigne giurista, ma al centro dei suoi interessi era la politica estera, soprattutto in chiave antiturca. È plausibile che Enoch d&#8217;Ascoli si sia trovato nella necessità (o nella tentazione) di far fruttare il prezioso codice e lo abbia smembrato in varie parti per realizzare utili maggiori e più facili. Dal codice di Hersfeld furono tratti almeno tre apografi, ma lo smembramento fu rovinoso. Solo nel 1902 Cesare Annibaldi scoprì, a Iesi, nella biblioteca del conte Guglielmo Balleani, un manoscritto (il Codex Aesinas Lat. 8 ) contenente l&#8217;Agricola e la Germania (ma non il Dialogus): otto fogli del Codex Aesinas, che includono la parte centrale dell&#8217;Agricola, furono riconosciuti come appartenenti al codice di Hersfeld. Tutto il resto era frutto della fatica dell&#8217;umanista di Osimo, Stefano Guarnieri che aveva riempito le parti mancanti leggendo con tutta probabilità da uno dei tre apografi tratti dall&#8217;originale. Il codice manoscritto Hersfeldensis-Guarnieri fu, da Stefano e da suo fratello, riposto nella biblioteca di Iesi che essi stessi avevano fondato e che divenne, alla fine del XVIII secolo, proprietà dei conti Balleani. VITA DI GIULIO AGRICOLA Nel 77 d. C. Tacito si fidanzava con la figlia di Gneo Giulio Agricola; l&#8217;avrebbe sposata l&#8217;anno seguente, lei quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava cosi con un personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in Britannia dove lo attendeva una situazione particolarmente difficile. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano) Tacito inizia la sua carriera politica: nell&#8217;88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania. In quel decennio si sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e l&#8217;81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all&#8217;impero un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi[1]. Il 23 agosto del 93, Agricola muore: aveva cinquantatré anni ed era, dunque, nel fiore della vita. Su quell&#8217;uomo che ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si era abbattuta la gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l&#8217;abilità che poi frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto (si legga in questa chiave tutta l&#8217;ultima parte, a partire dal capitolo 39) in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso del capitolo 40), o amare riflessioni (come, sempre in quel capitolo 40, l&#8217;abitudine della gente a giudicare l&#8217;importanza delle persone dall&#8217;imponenza del loro seguito) costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva. In questo quadro matura il sospetto del veneficio che ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in minuto. Ma Tacito, come si è detto, è assente. Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell&#8217;addio[2], non può manifestare subito il suo dolore. Nasce così, un quinquennio più tardi, questo De vita Iulii Agricolae liber, un&#8217;opera che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla monografia storica, all&#8217;indagine etnografica. Il dibattito sul genere (che non può essere oggetto di questa breve introduzione) rispecchia la complessa costruzione dell&#8217;opera. Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l&#8217;esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione prima dell&#8217;arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione) dell&#8217;isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte. Lo schema appena tracciato non restituisce ancora la frastagliata complessità dell&#8217;opera: bisogna ricordare almeno i due discorsi (Calgaco e Agricola) che precedono la battaglia di Graupio (dal capitolo 30 al 35) e anche l&#8217;avventura della cohors Usiporum che vive uno spettrale periplo della Britannia e va incontro ad una fine ingloriosa. E poi le vicende familiari di Agricola, la sua educazione, le sue innovazioni strategiche, il suo spirito attivo e ardimentoso che prende in controtempo sia l&#8217;esercito romano che la resistenza britannica&#8230; È possibile intravvedere un progetto e un disegno unitari in tanta complessità? A noi pare di sì, se bene si considera il significato della figura di Agricola, la cui opera politica e militare viene presentata come una culminazione della storia, come una svolta degli eventi. Agricola diventa una sorta di demiurgo assoluto che ha successo là dove tutti hanno fallito e dove perfino Giulio Cesare si è limitato ad indicare ai posteri la conquista, senza poterla realizzare.[3] Allora se Agricola è il demiurgo che piega la realtà al suo volere, va tutto bene: va bene la descrizione favolosa e terrificante della Britannia e dei mari del Nord con le loro isole lontane, va bene il fierissimo discorso di Calgaco, va bene persino la surreale avventura della cohors Usiporum. Agricola/demiurgo tiene, prima della battaglia di Graupio, un discorso che fa sentire le forze romane sullo spartiacque della storia. E conclude: &#8220;Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant&#8217;anni di guerra&#8221;[4]. È lui che risolve la battaglia ed è lui ad essere dappertutto per far fronte ad ogni problema[5]. Ma la sua apoteosi Agricola l&#8217;ha celebrata ancora prima di combattere, quando ha inventato il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono come stia loro di fronte un nemico disperatamente invincibile[6]. Questa centralità di Agricola ci regala pagine memorabili, come quelle del confronto tra la sua virtù e l&#8217;infingardaggine altrui, come quelle del lutto e del dolore finali. Ma finisce con il diventare sospetta. Sembra funzionale a spezzare il mondo in modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l&#8217;imbelle, l&#8217;invidioso; dall&#8217;altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano facendo apparire come un insuccesso completo la campagna militare contro i Catti che invece ottenne buoni risultati (anche se poi furono puerili le smanie di trionfo dell&#8217;imperatore); esalta in blocco l&#8217;azione di Agricola che probabilmente non riportò al monte Graupio una vittoria cosi netta come le pagine tacitiane fanno apparire. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc). Sarà forse possibile allora vedere in Agricola la proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell&#8217;epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L&#8217;Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità? Probabilmente la vita di Agricola è anche tutto ciò. Ma l&#8217;analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court. Ecco nascere le altissime pagine del finale: perché forse solo con il riflusso nel privato è possibile essere se stessi e conservare la propria integrità. Agricola è davvero se stesso quando, dopo il suo ritorno, prende a gustare tranquillità e riposo, a vivere modestamente, a farsi accompagnare da uno o due amici soltanto. E, nonostante tutto, il suo prestigio militare è pericolosissimo in un ambiente di imbelli.[7] Anzi: quando i grandi pericoli incombenti sulla patria reclamano il suo nome come quello dell&#8217;unico possibile salvatore, ciò affretta la sua fine. Il pericolo si ingigantisce e la sua rovina si avvicina: emergono, disperanti, tutte le contraddizioni del principato. Annota Tacito: l&#8217;obbedienza e la moderazione, se accompagnate da operosità ed energia, possono arrivare a tanta gloria, quanta molti sono riusciti ad ottenere per vie difficili, diventando famosi grazie ad una morte clamorosa senza però che lo stato ne ricevesse alcun vantaggio[8]. Si fa strada nello storico che sta progettando le Historiae, l&#8217;amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res publica: tuttavia quest&#8217;epoca non fu tanto povera di valore da non proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza; schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile il paragone con le più celebrate morti dell&#8217;antichità)[9]. LA GERMANIA Nello stesso anno dell&#8217;Agricola, il 98, Tacito compose la Germania, che i manoscritti ci tramandano col titolo di De origine et situ Germanorum: anche quest&#8217;operetta pone notevoli problemi di interpretazione ed analisi. Nunc demum redit animus (ora finalmente ci torna il coraggio) aveva proclamato Tacito nel celebre incipit del III capitolo dell&#8217;Agricola. Nerva sta esaurendo il suo biennio di principato, ma ha designato in Traiano un successore prestigioso e forte. Nondimeno i problemi politici sono gravi e incombenti: quando viene annunciata l&#8217;adozione (cioè nel 97), Traiano è governatore della Germania superiore. Sul suo nome si è incentrata l&#8217;attenzione di quella parte della classe senatoria che poco si era compromessa sotto il quindicennio domizianeo, ma il trapasso non è facile. Quando Nerva muore scoppiano sedizioni pretoriane contro il successore designato. E qui accade l&#8217;evento strano: Traiano non torna affatto a Roma, assorbito com&#8217;è dai suoi impegni militari sulla frontiera renana. Si rivela però un abile politico: nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature civili e dell&#8217;amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e, nonostante riduca della metà (sarà anche un accorto amministratore) il tradizionale donativo concesso per l&#8217;ascesa al trono di un nuovo principe, la successione avviene in modo indolore. In questo contesto, proprio nei mesi in cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda nelle operazioni militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania. Opera di propaganda o monografia storico-etnografica (magari in un primo tempo pensata per una delle opere maggiori -probabilmente le Historiae- e poi diventata autonoma)? E se opera di propaganda, a favore di cosa? A favore di una azione decisa da parte di Traiano che ridimensionasse e riscattasse la storica sconfitta di Teutoburgo di quasi un secolo prima oppure a favore di un prudente consolidamento del confine? Indicazioni non ne abbiamo. Non sappiamo se a Roma esistessero una corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua nel settore germanico e, contrapposta a questa, una corrente tendente al prudente contenimento della minaccia barbarica. Non abbiamo, del resto, indicazioni dalla stessa monografia tacitiana, ad eccezione di quell&#8217;urgentibus imperii fatibus del capitolo 33, che richiama due analoghe espressioni liviane[10], ma che rimane di non facile interpretazione. Nondimeno appare scontato che proprio da questa espressione si debba partire. Tacito sembra quasi pronunciare la frase a mezza voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver proposto al lettore una immagine così forte e brusca, da far quasi sbiadire la considerazione sui fati che incombono sull&#8217;impero. Tacito sta passando in rassegna le popolazioni germaniche e dopo Usipi e Tencteri, è la volta di Bructeri, Camavi e Angrivari. A questo punto l&#8217;immagine-choc: “non è mancato un certo favore degli dei verso di noi: infatti non siamo stati privati nemmeno dello spettacolo della battaglia. Più di sessantamila sono morti: e non è accaduto sotto le spade e le frecce dei Romani e inoltre, fatto ancor più splendido, per offrire gioia ai nostri occhi[11]”. Tacito gioisce dei nemici in conflitto tra loro, a procurare mutua rovina e morte. Allora è chiaro che siamo all&#8217;interno di una analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che gli avversari si uccidano tra loro, togliendo difficoltà, forse altrimenti insormontabili, all&#8217;esercito romano: “spero proprio che rimanga e anzi cresca nei popoli se non l&#8217;amore verso di noi, almeno l&#8217;odio tra di loro, poiché il fato incombe sull&#8217;impero e nulla di più utile ci può dare la fortuna se non la discordia tra i nemici[12]. Il dato è importante e riprende due luoghi del tutto analoghi dell&#8217;altra opera di questi mesi, l&#8217;Agricola[13]: nel primo caso Tacito riflette in prima persona, nel secondo fa parlare addirittura Calgaco in un passaggio fondamentale del suo discorso. Di converso viene in mente Galba che, ormai incalzato dal suo destino, sapeva che quanto è destinato dal fato, pur se riconosciuto, non può essere evitato[14]. È chiaro che sono giri di pensiero e riflessioni abituali per Tacito e per la sua visione in negativo del momento politico. È possibile riassumere così: un destino tremendo pesa sull&#8217;impero perché ai suoi confini urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere contrastato soprattutto sfruttandone i dissidi interni. La visione politica si arricchisce (ma solo a questo punto: l&#8217;ammirazione per l&#8217;incorrotta virtù patria dei Germani non può essere assunta come unica motivazione della monografia) del motivo etico. Accogliendo in parte anche l&#8217;affascinante interpretazione di A.A. Lund (che nella sua introduzione alla Germania del 1988 parla di mundus inversus), pare evidente che Tacito ammira/teme del popolo germanico la grande forza, lo slancio guerriero, la solidità delle strutture sociali, i forti legami familiari, la virtus in contrapposizione alla civiltà romana inaridita in un vuoto formalismo e sostenuta ormai soltanto dalla fame di ricchezza, benessere e successo. Insomma la civiltà emergente che minaccia la civiltà che ha esaurito o sta esaurendo il suo slancio vitale. I matrimoni dei Germani non si prestano a calcoli di interesse, le loro donne sono caste, i figli vengono allevati in casa (si legga la sezione dei capitoli 18-20); i liberti non hanno lo strapotere che hanno nella società romana (il fatto che i liberti siano in condizione di inferiorità è sicuro indizio di libertà[15]); i giovani ricevono scudo e framea alla stessa età in cui i giovani romani vivono l&#8217;imbelle cerimonia di indossare la toga virilis[16]. E poi il discorso sulla ricchezza che attraversa l&#8217;intera monografia. Tacito si chiede se non sia stato un beneficio degli dei aver negato ai barbari la consapevolezza del valore di oro e argento[17]; riflette amaramente sul fatto che i Germani hanno imparato dai Romani ad apprezzare gli oggetti preziosi[18]; infine, per limitarsi a pochi esempi, chiude con un bruciante epifonema uno degli ultimi capitoli: come esercitano i Romani la loro auctoritas? Raramente, afferma, il nostro è un aiuto militare: più spesso li aiutiamo col denaro e i soldi non valgono meno delle armi[19]. È forse questa l&#8217;estrema sintesi della visione tacitiana: puntiamo sui conflitti interni dei nostri avversari e li corrompiamo col nostro denaro. Solo a questo prezzo, è possibile neutralizzare il pericolo che viene da gente dall&#8217;integra vita morale, giustamente ambiziosa, pronta al mutamento. È uno dei tanti approdi, realisticamente aspro e dolorante, dell&#8217;indagine storiografica tacitiana. DIALOGO DEGLI ORATORI Il Dialogus de oratoribus propone una discussione avvenuta, si immagina, attorno al 75 d. C., durante il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro dello stesso Tacito e sostenitore dell&#8217;oratoria contemporanea), Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e lasciato ai margini del dibattito), Vipstano Messalla (sostenitore dell&#8217;eloquenza di modello ciceroniano e, parzialmente, portavoce di Tacito), Curiazio Materno (che ospita in casa sua gli altri protagonisti del dialogo e che rispecchia l&#8217;ideologia tacitiana). Ai quattro personaggi va aggiunto l&#8217;io narrante di Tacito stesso che, nelle prime pagine, afferma di aver seguito, giovanissimo (forse ventenne), il dibattito. Tra le opere tacitiane, il Dialogus resta fuori schema, la più dibattuta, la più tormentata. Proviamo ad indicare, per cosi dire in gerarchia, i termini della quaestio praticamente da sempre aperta. 1) L&#8217;effettiva paternità di Tacito: essa viene oggi riconosciuta dalla grande maggioranza degli studiosi. Va detto che i primi dubbi vennero espressi già nel 1519 dal dotto tedesco Beato Renano e furono poi amplificati nel 1574 da Giusto Lipsio, professore dell’università di Leida sulla base di rilievi stilistici. Ma occorre aggiungere che la tradizione manoscritta depone sostanzialmente per la paternità tacitiana anche perché Pier Candido Decembrio che ci ha lasciato una descrizione del parzialmente perduto e già citato in questa introduzione codice di Hersfeld (il capostipite di tutti i codici delle opere minori tacitiane), dichiara il Dialogus esplicitamente come opera di Tacito. 2) Accettando la paternità tacitiana, a che periodo della vita dell&#8217;autore va ascritta l&#8217;opera? È opera giovanile o, come pare più probabile, appartiene alla maturità? Ha avuto validi sostenitori la tesi che si tratti di un&#8217;opera giovanile, argomento che servirebbe soprattutto a spiegare lo stile tanto diverso dalle altre opere tacitiane, ascrivendo il Dialogus ad una sorta di iter culturale e di tirocinio letterario. Oggi è prevalente la tesi che la redazione del Dialogus vada collocata tra il 102 e gli anni direttamente successivi: È infatti dedicato a Fabio Giusto che fu console nel 102. Appare poi probabile che il Dialogus sia stato composto dopo la Institutio oratoria di Quintiliano che fu pubblicata nel 96. Dunque il Dialogus sarebbe contemporaneo alle Historiae e ciò fornisce una suggestiva indicazione: Curiazio Materno, oratore deluso, stanco e ormai letterato a tempo pieno, sarebbe trasparente immagine di Tacito stesso il quale nell&#8217;anno 100 partecipò al processo per corruzione contro il proconsole d&#8217;Asia Mario Prisco (suo collega nella difesa vittoriosa dei diritti dei provinciali era Plinio il Giovane). Poi Tacito avrebbe abbandonato l’attività oratoria per dedicarsi completamente al suo lavoro di storico (ma non l’attività politica dato che tra il 112 e 113 fu proconsole in Asia). 3) Quanto è estesa (e dunque quali dati e quali conoscenze ci nega?) la lacuna esistente tra i capitoli 35 e 36? Esiste poi una seconda lacuna? E, in dipendenza a questi due quesiti, qual è l&#8217;effettivo ruolo svolto da Giulio Secondo nel dibattito? 4) Perché infine la formula del dialogo? E perché Tacito adopera uno stile tanto lontano da quello dell&#8217;Agricola, della Germania e delle opere maggiori? In ogni caso, il dialogo fornisce lo schema più funzionale a rappresentare tesi contrapposte ed ideologie lontane tra loro ed è la struttura letteraria ad imporre il suo stile. Nello spazio di questa introduzione, comunque, si cercherà di rispondere ad un altro fondamentale quesito che costituisce la filigrana di tutte le diverse questioni fin qui poste: in che misura il Dialogus esprime una ideologia tacitiana? Il Dialogus presenta due momenti ideologici successivi l&#8217;uno all&#8217;altro. Nel primo, che definiremmo pedagogico ed etico, si esaminano alcune motivazioni di facile presa e anche di pronta intuizione: l&#8217;oratoria decade per colpa delle scuole e dei maestri inadeguati e questa decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Cose vere e luoghi comuni, ad un tempo: parlano tutti, anche Vipstano Messalla, che con trovata inedita interviene a dibattito già avviato; anche Curiazio Materno, che però non scopre le sue carte fino in fondo riservando gli argomenti forti per quando gli altri interlocutori avranno usato i propri. Il secondo momento ideologico occupa tutto l&#8217;intervento finale di Curiazio Materno, col suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40: attraverso di esso Tacito sposta il dibattito sul piano sociologico e politico. Le parole di Materno sono improntate ad equilibrio e dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive. Materno riconosce che l&#8217;eloquenza era un tempo stimolata dall&#8217;abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere la sua arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni[20]. E, insomma, bisogna riconoscere che era necessario darsi delle regole. A questo ha provveduto Cn. Pompeo: ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori[21]. Poi il viraggio netto, ruotante attorno al concetto di vera legalità: col principato (prezzo da pagare necessariamente alla pacificazione) il lungo periodo di quiete, l&#8217;apatia indisturbata del popolo, l&#8217;ininterrotta tranquillità del senato, l&#8217;assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato, come ogni altro aspetto della vita civile, anche l&#8217;eloquenza[22]. Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che riconoscimento di un superiore livello di vita. Ed ecco questo fondamentale capitolo 39, in cui Materno/Tacito avverte il lettore: sta per raccontare una cosa che strapperà un sorriso. Pare chiaro: non si riferisce solo alla ridicola immagine dell&#8217;avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell&#8217;oratoria decaduta. Lancia un segnale: “forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più di quanto io dica o possa dire”. Il capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini: gli oratori, come i cavalli di razza, hanno bisogno di ampi spazi per provare il loro valore, non possono parlare nel deserto, sentono sulla pelle gli applausi e la pressione di un pubblico grande e attento, magari non sempre favorevole, perfino ostile. Ed ecco il capitolo 40: immaginiamo che Materno alzi il tono della voce e si lasci trasportare. L&#8217;oratoria antica era un fuoco e la parità effettiva di diritti permetteva di attaccare i potenti e anzi il vanto veniva dall&#8217;avere nemici importanti[23]! L&#8217;argomentazione sarà ripresa e ribadita tra qualche tratto. E allora com&#8217;era la vera eloquenza? Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione (quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni, provocatrice di un popolo sfrenato, restia all&#8217;obbedienza e al rigore, insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene ordinate[24]. Materno non ha bisogno di ricordare che sta parlando per antifrasi, ma lo fa ugualmente anche se in modo indiretto. A Sparta e a Creta, si chiede e chiede, c&#8217;è mai stata grande oratoria? No, perché là funzionava una inattaccabile legalità (da leggere dispotismo, autoritarismo?). E prosegue: fino a quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di parte; finché il foro non fu pacificato, finché il senato non trovò concordia di... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>CORNELIO TACITO</p>
<p>DE ORIGINE<br />
ET SITU GERMANORUM LIBER<br />
LA GERMANIA<br />
***<br />
DE VITA IULII AGRICOLAE LIBER<br />
VITA DI GIULIO AGRICOLA<br />
***<br />
DIALOGUS DE ORATORIBUS<br />
DIALOGO DEGLI ORATORI<br />
***<br />
Introduzione, traduzione e note a cura di Gian Domenico Mazzocato</p>
<p>INTRODUZIONE</p>
<p style="text-align: justify;">Le tre opere minori di Tacito rappresentano ancor oggi un complesso, intricato e composito enigma. E, del resto, abbastanza romanzeschi sono anche i modi con cui esse sono state tramandate ai lettori moderni.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania, l&#8217;Agricola, il Dialogus de oratoribus non ci sono pervenuti assieme alle due opere maggiori, gli Annales e le Historiae. Anzi, si ebbe notizia di un codice che conteneva opere sconosciute di Tacito solo nel 1426 quando l&#8217;umanista Poggio Bracciolini entrò in contatto con un monaco proveniente dal convento prussiano di Hersfeld (poco a nord di Fulda) il quale cercava appoggi presso la curia romana. Poggio Bracciolini, che era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V, poteva far leva sugli entusiasmi umanistici del suo patrono la cui raccolta personale di codici antichi costituì poi il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Si fece fare allora dal monaco un inventario dei codici del suo monastero: si diffuse in questo modo la notizia che non tutto Tacito era conosciuto e che altre sue opere aspettavano di ritornare alla luce. Poggio Bracciolini e il futuro Niccolò V tentarono di tutto per raggiungere il codice ma solo quando quest&#8217;ultimo fu eletto al soglio pontificio, fu possibile organizzare una missione in Germania che fu affidata all&#8217;umanista Alberto Enoch d&#8217;Ascoli e che aveva tra i suoi scopi anche il recupero del codice con le opere tacitiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu probabilmente lo stesso Enoch a riportare il codice in Italia, nel 1455. Ma i tempi erano cambiati. Niccolò V era morto e al suo posto era stato eletto, col nome di Callisto III, un membro della influente casata spagnola dei Borgia, Alfonso. Costui era uomo di grandissima cultura e insigne giurista, ma al centro dei suoi interessi era la politica estera, soprattutto in chiave antiturca.</p>
<p style="text-align: justify;">È plausibile che Enoch d&#8217;Ascoli si sia trovato nella necessità (o nella tentazione) di far fruttare il prezioso codice e lo abbia smembrato in varie parti per realizzare utili maggiori e più facili. Dal codice di Hersfeld furono tratti almeno tre apografi, ma lo smembramento fu rovinoso.<br />
Solo nel 1902 Cesare Annibaldi scoprì, a Iesi, nella biblioteca del conte Guglielmo Balleani, un manoscritto (il Codex Aesinas Lat. 8 ) contenente l&#8217;Agricola e la Germania (ma non il Dialogus): otto fogli del Codex Aesinas, che includono la parte centrale dell&#8217;Agricola, furono riconosciuti come appartenenti al codice di Hersfeld. Tutto il resto era frutto della fatica dell&#8217;umanista di Osimo, Stefano Guarnieri che aveva riempito le parti mancanti leggendo con tutta probabilità da uno dei tre apografi tratti dall&#8217;originale. Il codice manoscritto Hersfeldensis-Guarnieri fu, da Stefano e da suo fratello, riposto nella biblioteca di Iesi che essi stessi avevano fondato e che divenne, alla fine del XVIII secolo, proprietà dei conti Balleani.</p>
<p style="text-align: justify;">VITA DI GIULIO AGRICOLA</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 77 d. C. Tacito si fidanzava con la figlia di Gneo Giulio Agricola; l&#8217;avrebbe sposata l&#8217;anno seguente, lei quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava cosi con un personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in Britannia dove lo attendeva una situazione particolarmente difficile. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano) Tacito inizia la sua carriera politica: nell&#8217;88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel decennio si sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e l&#8217;81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all&#8217;impero un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi[1].</p>
<p style="text-align: justify;">Il 23 agosto del 93, Agricola muore: aveva cinquantatré anni ed era, dunque, nel fiore della vita. Su quell&#8217;uomo che ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si era abbattuta la gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l&#8217;abilità che poi frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto (si legga in questa chiave tutta l&#8217;ultima parte, a partire dal capitolo 39) in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso del capitolo 40), o amare riflessioni (come, sempre in quel capitolo 40, l&#8217;abitudine della gente a giudicare l&#8217;importanza delle persone dall&#8217;imponenza del loro seguito) costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro matura il sospetto del veneficio che ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Tacito, come si è detto, è assente. Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell&#8217;addio[2], non può manifestare subito il suo dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasce così, un quinquennio più tardi, questo De vita Iulii Agricolae liber, un&#8217;opera che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla monografia storica, all&#8217;indagine etnografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito sul genere (che non può essere oggetto di questa breve introduzione) rispecchia la complessa costruzione dell&#8217;opera. Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l&#8217;esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione prima dell&#8217;arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione) dell&#8217;isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo schema appena tracciato non restituisce ancora la frastagliata complessità dell&#8217;opera: bisogna ricordare almeno i due discorsi (Calgaco e Agricola) che precedono la battaglia di Graupio (dal capitolo 30 al 35) e anche l&#8217;avventura della cohors Usiporum che vive uno spettrale periplo della Britannia e va incontro ad una fine ingloriosa. E poi le vicende familiari di Agricola, la sua educazione, le sue innovazioni strategiche, il suo spirito attivo e ardimentoso che prende in controtempo sia l&#8217;esercito romano che la resistenza britannica&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile intravvedere un progetto e un disegno unitari in tanta complessità? A noi pare di sì, se bene si considera il significato della figura di Agricola, la cui opera politica e militare viene presentata come una culminazione della storia, come una svolta degli eventi. Agricola diventa una sorta di demiurgo assoluto che ha successo là dove tutti hanno fallito e dove perfino Giulio Cesare si è limitato ad indicare ai posteri la conquista, senza poterla realizzare.[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Allora se Agricola è il demiurgo che piega la realtà al suo volere, va tutto bene: va bene la descrizione favolosa e terrificante della Britannia e dei mari del Nord con le loro isole lontane, va bene il fierissimo discorso di Calgaco, va bene persino la surreale avventura della cohors Usiporum.</p>
<p style="text-align: justify;">Agricola/demiurgo tiene, prima della battaglia di Graupio, un discorso che fa sentire le forze romane sullo spartiacque della storia. E conclude: &#8220;Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant&#8217;anni di guerra&#8221;[4]. È lui che risolve la battaglia ed è lui ad essere dappertutto per far fronte ad ogni problema[5]. Ma la sua apoteosi Agricola l&#8217;ha celebrata ancora prima di combattere, quando ha inventato il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono come stia loro di fronte un nemico disperatamente invincibile[6].</p>
<p style="text-align: justify;">Questa centralità di Agricola ci regala pagine memorabili, come quelle del confronto tra la sua virtù e l&#8217;infingardaggine altrui, come quelle del lutto e del dolore finali. Ma finisce con il diventare sospetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra funzionale a spezzare il mondo in modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l&#8217;imbelle, l&#8217;invidioso; dall&#8217;altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano facendo apparire come un insuccesso completo la campagna militare contro i Catti che invece ottenne buoni risultati (anche se poi furono puerili le smanie di trionfo dell&#8217;imperatore); esalta in blocco l&#8217;azione di Agricola che probabilmente non riportò al monte Graupio una vittoria cosi netta come le pagine tacitiane fanno apparire. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà forse possibile allora vedere in Agricola la proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell&#8217;epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L&#8217;Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità?</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente la vita di Agricola è anche tutto ciò. Ma l&#8217;analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco nascere le altissime pagine del finale: perché forse solo con il riflusso nel privato è possibile essere se stessi e conservare la propria integrità. Agricola è davvero se stesso quando, dopo il suo ritorno, prende a gustare tranquillità e riposo, a vivere modestamente, a farsi accompagnare da uno o due amici soltanto. E, nonostante tutto, il suo prestigio militare è pericolosissimo in un ambiente di imbelli.[7]</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi: quando i grandi pericoli incombenti sulla patria reclamano il suo nome come quello dell&#8217;unico possibile salvatore, ciò affretta la sua fine. Il pericolo si ingigantisce e la sua rovina si avvicina: emergono, disperanti, tutte le contraddizioni del principato.</p>
<p style="text-align: justify;">Annota Tacito: l&#8217;obbedienza e la moderazione, se accompagnate da operosità ed energia, possono arrivare a tanta gloria, quanta molti sono riusciti ad ottenere per vie difficili, diventando famosi grazie ad una morte clamorosa senza però che lo stato ne ricevesse alcun vantaggio[8].</p>
<p style="text-align: justify;">Si fa strada nello storico che sta progettando le Historiae, l&#8217;amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res publica: tuttavia quest&#8217;epoca non fu tanto povera di valore da non proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza; schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile il paragone con le più celebrate morti dell&#8217;antichità)[9].</p>
<p style="text-align: justify;">LA GERMANIA</p>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso anno dell&#8217;Agricola, il 98, Tacito compose la Germania, che i manoscritti ci tramandano col titolo di De origine et situ Germanorum: anche quest&#8217;operetta pone notevoli problemi di interpretazione ed analisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nunc demum redit animus (ora finalmente ci torna il coraggio) aveva proclamato Tacito nel celebre incipit del III capitolo dell&#8217;Agricola. Nerva sta esaurendo il suo biennio di principato, ma ha designato in Traiano un successore prestigioso e forte. Nondimeno i problemi politici sono gravi e incombenti: quando viene annunciata l&#8217;adozione (cioè nel 97), Traiano è governatore della Germania superiore. Sul suo nome si è incentrata l&#8217;attenzione di quella parte della classe senatoria che poco si era compromessa sotto il quindicennio domizianeo, ma il trapasso non è facile. Quando Nerva muore scoppiano sedizioni pretoriane contro il successore designato. E qui accade l&#8217;evento strano: Traiano non torna affatto a Roma, assorbito com&#8217;è dai suoi impegni militari sulla frontiera renana. Si rivela però un abile politico: nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature civili e dell&#8217;amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e, nonostante riduca della metà (sarà anche un accorto amministratore) il tradizionale donativo concesso per l&#8217;ascesa al trono di un nuovo principe, la successione avviene in modo indolore. In questo contesto, proprio nei mesi in cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda nelle operazioni militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Opera di propaganda o monografia storico-etnografica (magari in un primo tempo pensata per una delle opere maggiori -probabilmente le Historiae- e poi diventata autonoma)? E se opera di propaganda, a favore di cosa? A favore di una azione decisa da parte di Traiano che ridimensionasse e riscattasse la storica sconfitta di Teutoburgo di quasi un secolo prima oppure a favore di un prudente consolidamento del confine?</p>
<p style="text-align: justify;">Indicazioni non ne abbiamo. Non sappiamo se a Roma esistessero una corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua nel settore germanico e, contrapposta a questa, una corrente tendente al prudente contenimento della minaccia barbarica. Non abbiamo, del resto, indicazioni dalla stessa monografia tacitiana, ad eccezione di quell&#8217;urgentibus imperii fatibus del capitolo 33, che richiama due analoghe espressioni liviane[10], ma che rimane di non facile interpretazione. Nondimeno appare scontato che proprio da questa espressione si debba partire.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito sembra quasi pronunciare la frase a mezza voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver proposto al lettore una immagine così forte e brusca, da far quasi sbiadire la considerazione sui fati che incombono sull&#8217;impero. Tacito sta passando in rassegna le popolazioni germaniche e dopo Usipi e Tencteri, è la volta di Bructeri, Camavi e Angrivari. A questo punto l&#8217;immagine-choc: “non è mancato un certo favore degli dei verso di noi: infatti non siamo stati privati nemmeno dello spettacolo della battaglia. Più di sessantamila sono morti: e non è accaduto sotto le spade e le frecce dei Romani e inoltre, fatto ancor più splendido, per offrire gioia ai nostri occhi[11]”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito gioisce dei nemici in conflitto tra loro, a procurare mutua rovina e morte. Allora è chiaro che siamo all&#8217;interno di una analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che gli avversari si uccidano tra loro, togliendo difficoltà, forse altrimenti insormontabili, all&#8217;esercito romano: “spero proprio che rimanga e anzi cresca nei popoli se non l&#8217;amore verso di noi, almeno l&#8217;odio tra di loro, poiché il fato incombe sull&#8217;impero e nulla di più utile ci può dare la fortuna se non la discordia tra i nemici[12].</p>
<p style="text-align: justify;">Il dato è importante e riprende due luoghi del tutto analoghi dell&#8217;altra opera di questi mesi, l&#8217;Agricola[13]: nel primo caso Tacito riflette in prima persona, nel secondo fa parlare addirittura Calgaco in un passaggio fondamentale del suo discorso. Di converso viene in mente Galba che, ormai incalzato dal suo destino, sapeva che quanto è destinato dal fato, pur se riconosciuto, non può essere evitato[14].</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro che sono giri di pensiero e riflessioni abituali per Tacito e per la sua visione in negativo del momento politico. È possibile riassumere così: un destino tremendo pesa sull&#8217;impero perché ai suoi confini urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere contrastato soprattutto sfruttandone i dissidi interni.</p>
<p style="text-align: justify;">La visione politica si arricchisce (ma solo a questo punto: l&#8217;ammirazione per l&#8217;incorrotta virtù patria dei Germani non può essere assunta come unica motivazione della monografia) del motivo etico.</p>
<p style="text-align: justify;">Accogliendo in parte anche l&#8217;affascinante interpretazione di A.A. Lund (che nella sua introduzione alla Germania del 1988 parla di mundus inversus), pare evidente che Tacito ammira/teme del popolo germanico la grande forza, lo slancio guerriero, la solidità delle strutture sociali, i forti legami familiari, la virtus in contrapposizione alla civiltà romana inaridita in un vuoto formalismo e sostenuta ormai soltanto dalla fame di ricchezza, benessere e successo. Insomma la civiltà emergente che minaccia la civiltà che ha esaurito o sta esaurendo il suo slancio vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">I matrimoni dei Germani non si prestano a calcoli di interesse, le loro donne sono caste, i figli vengono allevati in casa (si legga la sezione dei capitoli 18-20); i liberti non hanno lo strapotere che hanno nella società romana (il fatto che i liberti siano in condizione di inferiorità è sicuro indizio di libertà[15]); i giovani ricevono scudo e framea alla stessa età in cui i giovani romani vivono l&#8217;imbelle cerimonia di indossare la toga virilis[16].</p>
<p style="text-align: justify;">E poi il discorso sulla ricchezza che attraversa l&#8217;intera monografia. Tacito si chiede se non sia stato un beneficio degli dei aver negato ai barbari la consapevolezza del valore di oro e argento[17]; riflette amaramente sul fatto che i Germani hanno imparato dai Romani ad apprezzare gli oggetti preziosi[18]; infine, per limitarsi a pochi esempi, chiude con un bruciante epifonema uno degli ultimi capitoli: come esercitano i Romani la loro auctoritas? Raramente, afferma, il nostro è un aiuto militare: più spesso li aiutiamo col denaro e i soldi non valgono meno delle armi[19].</p>
<p style="text-align: justify;">È forse questa l&#8217;estrema sintesi della visione tacitiana: puntiamo sui conflitti interni dei nostri avversari e li corrompiamo col nostro denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo a questo prezzo, è possibile neutralizzare il pericolo che viene da gente dall&#8217;integra vita morale, giustamente ambiziosa, pronta al mutamento. È uno dei tanti approdi, realisticamente aspro e dolorante, dell&#8217;indagine storiografica tacitiana.</p>
<p style="text-align: justify;">DIALOGO DEGLI ORATORI</p>
<p style="text-align: justify;">Il Dialogus de oratoribus propone una discussione avvenuta, si immagina, attorno al 75 d. C., durante il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro dello stesso Tacito e sostenitore dell&#8217;oratoria contemporanea), Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e lasciato ai margini del dibattito), Vipstano Messalla (sostenitore dell&#8217;eloquenza di modello ciceroniano e, parzialmente, portavoce di Tacito), Curiazio Materno (che ospita in casa sua gli altri protagonisti del dialogo e che rispecchia l&#8217;ideologia tacitiana). Ai quattro personaggi va aggiunto l&#8217;io narrante di Tacito stesso che, nelle prime pagine, afferma di aver seguito, giovanissimo (forse ventenne), il dibattito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le opere tacitiane, il Dialogus resta fuori schema, la più dibattuta, la più tormentata. Proviamo ad indicare, per cosi dire in gerarchia, i termini della quaestio praticamente da sempre aperta.</p>
<p style="text-align: justify;">1) L&#8217;effettiva paternità di Tacito: essa viene oggi riconosciuta dalla grande maggioranza degli studiosi. Va detto che i primi dubbi vennero espressi già nel 1519 dal dotto tedesco Beato Renano e furono poi amplificati nel 1574 da Giusto Lipsio, professore dell’università di Leida sulla base di rilievi stilistici. Ma occorre aggiungere che la tradizione manoscritta depone sostanzialmente per la paternità tacitiana anche perché Pier Candido Decembrio che ci ha lasciato una descrizione del parzialmente perduto e già citato in questa introduzione codice di Hersfeld (il capostipite di tutti i codici delle opere minori tacitiane), dichiara il Dialogus esplicitamente come opera di Tacito.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Accettando la paternità tacitiana, a che periodo della vita dell&#8217;autore va ascritta l&#8217;opera? È opera giovanile o, come pare più probabile, appartiene alla maturità? Ha avuto validi sostenitori la tesi che si tratti di un&#8217;opera giovanile, argomento che servirebbe soprattutto a spiegare lo stile tanto diverso dalle altre opere tacitiane, ascrivendo il Dialogus ad una sorta di iter culturale e di tirocinio letterario. Oggi è prevalente la tesi che la redazione del Dialogus vada collocata tra il 102 e gli anni direttamente successivi: È infatti dedicato a Fabio Giusto che fu console nel 102. Appare poi probabile che il Dialogus sia stato composto dopo la Institutio oratoria di Quintiliano che fu pubblicata nel 96. Dunque il Dialogus sarebbe contemporaneo alle Historiae e ciò fornisce una suggestiva indicazione: Curiazio Materno, oratore deluso, stanco e ormai letterato a tempo pieno, sarebbe trasparente immagine di Tacito stesso il quale nell&#8217;anno 100 partecipò al processo per corruzione contro il proconsole d&#8217;Asia Mario Prisco (suo collega nella difesa vittoriosa dei diritti dei provinciali era Plinio il Giovane). Poi Tacito avrebbe abbandonato l’attività oratoria per dedicarsi completamente al suo lavoro di storico (ma non l’attività politica dato che tra il 112 e 113 fu proconsole in Asia).</p>
<p style="text-align: justify;">3) Quanto è estesa (e dunque quali dati e quali conoscenze ci nega?) la lacuna esistente tra i capitoli 35 e 36? Esiste poi una seconda lacuna? E, in dipendenza a questi due quesiti, qual è l&#8217;effettivo ruolo svolto da Giulio Secondo nel dibattito?</p>
<p style="text-align: justify;">4) Perché infine la formula del dialogo? E perché Tacito adopera uno stile tanto lontano da quello dell&#8217;Agricola, della Germania e delle opere maggiori? In ogni caso, il dialogo fornisce lo schema più funzionale a rappresentare tesi contrapposte ed ideologie lontane tra loro ed è la struttura letteraria ad imporre il suo stile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello spazio di questa introduzione, comunque, si cercherà di rispondere ad un altro fondamentale quesito che costituisce la filigrana di tutte le diverse questioni fin qui poste: in che misura il Dialogus esprime una ideologia tacitiana?</p>
<p style="text-align: justify;">Il Dialogus presenta due momenti ideologici successivi l&#8217;uno all&#8217;altro. Nel primo, che definiremmo pedagogico ed etico, si esaminano alcune motivazioni di facile presa e anche di pronta intuizione: l&#8217;oratoria decade per colpa delle scuole e dei maestri inadeguati e questa decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Cose vere e luoghi comuni, ad un tempo: parlano tutti, anche Vipstano Messalla, che con trovata inedita interviene a dibattito già avviato; anche Curiazio Materno, che però non scopre le sue carte fino in fondo riservando gli argomenti forti per quando gli altri interlocutori avranno usato i propri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo momento ideologico occupa tutto l&#8217;intervento finale di Curiazio Materno, col suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40: attraverso di esso Tacito sposta il dibattito sul piano sociologico e politico. Le parole di Materno sono improntate ad equilibrio e dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive. Materno riconosce che l&#8217;eloquenza era un tempo stimolata dall&#8217;abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere la sua arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni[20]. E, insomma, bisogna riconoscere che era necessario darsi delle regole. A questo ha provveduto Cn. Pompeo: ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori[21].</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il viraggio netto, ruotante attorno al concetto di vera legalità: col principato (prezzo da pagare necessariamente alla pacificazione) il lungo periodo di quiete, l&#8217;apatia indisturbata del popolo, l&#8217;ininterrotta tranquillità del senato, l&#8217;assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato, come ogni altro aspetto della vita civile, anche l&#8217;eloquenza[22].</p>
<p style="text-align: justify;">Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che riconoscimento di un superiore livello di vita. Ed ecco questo fondamentale capitolo 39, in cui Materno/Tacito avverte il lettore: sta per raccontare una cosa che strapperà un sorriso. Pare chiaro: non si riferisce solo alla ridicola immagine dell&#8217;avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell&#8217;oratoria decaduta. Lancia un segnale: “forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più di quanto io dica o possa dire”. Il capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini: gli oratori, come i cavalli di razza, hanno bisogno di ampi spazi per provare il loro valore, non possono parlare nel deserto, sentono sulla pelle gli applausi e la pressione di un pubblico grande e attento, magari non sempre favorevole, perfino ostile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco il capitolo 40: immaginiamo che Materno alzi il tono della voce e si lasci trasportare. L&#8217;oratoria antica era un fuoco e la parità effettiva di diritti permetteva di attaccare i potenti e anzi il vanto veniva dall&#8217;avere nemici importanti[23]! L&#8217;argomentazione sarà ripresa e ribadita tra qualche tratto. E allora com&#8217;era la vera eloquenza? Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione (quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni, provocatrice di un popolo sfrenato, restia all&#8217;obbedienza e al rigore, insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene ordinate[24].</p>
<p style="text-align: justify;">Materno non ha bisogno di ricordare che sta parlando per antifrasi, ma lo fa ugualmente anche se in modo indiretto. A Sparta e a Creta, si chiede e chiede, c&#8217;è mai stata grande oratoria? No, perché là funzionava una inattaccabile legalità (da leggere dispotismo, autoritarismo?).</p>
<p style="text-align: justify;">E prosegue: fino a quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di parte; finché il foro non fu pacificato, finché il senato non trovò concordia di intenti, finché non vi fu regola nei procedimenti giudiziari, finché nessun rispetto era dovuto ai potenti, finché i magistrati non ebbero limitazioni al loro potere, Roma produsse una più valida eloquenza, come un campo non domato dall&#8217;aratro produce erbacce rigogliose[25].</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immagine delle erbacce rigogliose è perfino trionfale. Mediato dalla struttura del dialogo e frenato dalla naturale prudenza indotta dai tempi, qui troviamo, nella sua interezza, Tacito, con le sue nostalgie rassegnate, ma vivide nella memoria e ancora fertili di atteggiamenti eticamente decorosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è casuale che il capitolo si chiuda sui Gracchi la cui eloquenza non fu per la repubblica tanto preziosa, da tollerare anche le loro proposte di legge[26].</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente come negli Annales: i Gracchi sono definiti, con qualche ostilità, perturbatori della plebe[27]. Ma quando la situazione si deteriora e rotola verso il peggio, ecco a ristabilire l&#8217;ordine Cn. Pompeo: ma i rimedi sono peggiori del male e Pompeo deve sovvertire le leggi da lui stesso create[28]!</p>
<p style="text-align: justify;">GERMANIA, VITA DI GIULIO AGRICOLA,<br />
DIALOGO DEGLI ORATORI: TRADUZIONI</p>
<p style="text-align: justify;">Per la traduzione dell&#8217;opera tacitiana, punto di riferimento rimane sempre la splendida versione di Bernardo Davanzati (1529-1606) compiuta tra la fine del Cinquecento e l&#8217;inizio del Seicento. Assieme allo stile che tendeva a riprodurre la densa concisione del modello latino, va ricordato che si tratta di una traduzione ideologicamente molto orientata in quanto essa costituisce il più cospicuo documento dell&#8217;imperante tacitismo (che era un modo per proporre Machiavelli senza doverlo mai nominare). Va anche ricordato che la traduzione del Davanzati nasceva nel segno della polemica contro l&#8217;umanista francese Henri Etienne (Henricus Stephanus) che aveva sostenuto l&#8217;inadeguatezza della lingua italiana a rendere l&#8217;icastica concisione della lingua latina.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le traduzioni moderne è stata tenuta presente la traduzione francese della Belles Lettres (TACITE, Dialogue des Orateurs, Vie d&#8217;Agricola, la Germanie, Paris, Les Belles Lettres, 1922, Texte établi et traduit par H. Goelzer, H. Bornecque, G. Rabaud).</p>
<p style="text-align: justify;">Le traduzioni italiane consultate:</p>
<p style="text-align: justify;">TACITO, Opere minori, Dialogus de oratoribus, Vita di Agricola, Germania, Firenze, Vallecchi, 1922, tradotte e illustrate da Cesare Giarratano;</p>
<p style="text-align: justify;">CORNELIO TACITO, Il Dialogo degli oratori, Milano, Signorelli, 1935, traduzione, introduzione e commento di R. Giani;</p>
<p style="text-align: justify;">CORNELIO TACITO, Germania, Agricola, Milano, Signorelli, 1936, traduzione, introduzione e commento di R. Giani;</p>
<p style="text-align: justify;">CORNELIO TACITO, Le Storie e le Opere minori, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1945, versione di Camillo Giussani;</p>
<p style="text-align: justify;">TACITO, La Germania, La vita di Agricola, Dialogo sull&#8217;eloquenza, Bologna, Zanichelli, 1964, prefazione e traduzione di Anna Resta Barrile;</p>
<p style="text-align: justify;">TACITO, Storie, Dialogo degli Oratori, Germania, Agricola, Torino, U.T.E.T., 1970, a cura di Azelia Arici.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tito Livio</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 11:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tito Livio]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal primo libro della Storia di TITO LIVIO, proemio e primi 12 capitoli LIBER I Il primo libro racconta la storia di Roma dalle origini alla fine della monarchia e alla istituzione del consolato (753 a.c. &#8211; 509 a. C.). PROEMIO Non so se vale davvero la pena raccontare tutte le vicende del popolo romano fin dai primordi di Roma. E quand&#8217;anche ne fossi convinto, non oserei affermarlo apertamente. Mi rendo ben conto infatti che questa è materia antica e già sfruttata; e poi, di continuo, si fanno avanti nuovi storici che presumono di apportare qualche dato più sicuro agli eventi narrati oppure di superare con il loro stile più raffinato il rozzo narrare degli antichi. In ogni caso, qualunque sia il risultato del mio lavoro, avrò pur sempre il merito di aver contribuito per la mia parte a illustrare le gesta del popolo più importante della terra. E anche se una schiera così folta di scrittori eclisserà la mia fama, mi sarà consolazione la nobile grandezza di coloro che oscureranno il mio nome. Sono, del resto, eventi d&#8217;immensa portata poiché risalgono a più di settecento anni fa: è la storia di una città che, partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla sua stessa grandezza. Sono anche certo che alla maggior parte dei lettori le lontane origini e gli eventi ad esse connessi recheranno minor diletto per l&#8217;impazienza di giungere alla storia più recente che vede deteriorarsi da se stesse le forze di un popolo abituato da così lungo tempo a dominare tutti gli altri. Ma io anche questo premio chiederò per la mia fatica: allontanarmi dallo spettacolo delle calamità che l&#8217;era contemporanea ha dovuto vedere, almeno per tutto il tempo in cui dedicherò ogni mia energia a rievocare i tempi dei primordi, lontano da tutte quelle preoccupazioni che magari non fanno deviare dalla verità uno scrittore, ma ne perturbano comunque l&#8217;animo. Quanto agli eventi che si dicono accaduti molto prima della fondazione di Roma (o quando questa era imminente) essi appaiono più abbelliti da fole poetiche che sostenuti da incorrotti documenti storici e non è mia intenzione né confermarli né confutarli. È questa una concessione che si fa ai tempi andati: mescolare vicende divine e umane per rendere più autorevoli gli inizi delle città. Se dunque esiste una nazione cui si debba concedere di ritenere sacre le proprie origini e di riferirle anzi agli dei stessi, tale è la gloria militare del popolo romano che, quando esso vanta Marte come proprio padre e come padre del proprio fondatore, le altre genti debbono mettersi l&#8217;animo in pace e accettare questa sacralità delle origini allo stesso modo in cui subiscono la supremazia di Roma. Ma io non mi attarderò ad esaminare leggende di questo tipo, comunque esse saranno intese e valutate. Piuttosto, a questo argomento ognuno rivolga con grande intensità il suo animo: quale sia stata la vita e quali i costumi che hanno permesso la nascita e la crescita dell&#8217;impero. E grazie a quali uomini, grazie a quali strumenti ciò sia avvenuto, in pace e in guerra. E si consideri come il vacillare della disciplina abbia prima snervato i costumi, poi li abbia fatti precipitare e quindi li abbia definitivamente rovinati: siamo, ai nostri tempi, giunti al punto che non ci possiamo permettere più né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi. Questo, nell&#8217;indagine storica, è fertile di vantaggi futuri: il poter cogliere ogni genere di esempi, testimoniati in uno splendido monumento.[1] Del resto può essere che l&#8217;entusiasmo per l&#8217;opera che ho intrapreso mi induca in errore: ma a me sembra che mai una repubblica sia stata più grande, più sacra, più ricca di buoni esempi. Mai uno stato si è difeso così a lungo dall&#8217;ingresso dell&#8217;avarizia e della lussuria, mai tanto a lungo sono rimaste in auge povertà e parsimonia: quanto minore era il benessere tanto meno si desiderava arricchirsi. Ma da qualche tempo la ricchezza ha introdotto l&#8217;avarizia. E piaceri sempre più sfrenati hanno generato la smania di rovinarsi e di sperperare ogni cosa nel lusso e nella libidine. Ma almeno ora, all&#8217;inizio dell&#8217;esame di una così vasta materia, voglio evitare lamentazioni che non saranno gradite nemmeno, forse, quando saranno necessarie. Certo: più volentieri inizierei il mio lavoro, se come per i poeti, anche per noi esistesse l&#8217;abitudine di invocare, con buoni auguri e voti e supplicazioni, gli dei e le dee per ottenere da loro il felice esito per chi, come me, ha intrapreso un&#8217;opera così grande.[2] 1 Comincio dunque dalla caduta di Troia cui, come è abbastanza noto, seguì lo sterminio di quasi tutti i suoi abitanti; ma su due di essi, Enea e Antenore, gli Achei non esercitarono in alcun modo il diritto di guerra sia per un antico vincolo di ospitalità sia perché erano sempre stati fautori della pace e della restituzione di Elena. È anche risaputo che Antenore, dopo varie vicende, giunse nella parte più interna del mare Adriatico assieme ad un gran numero di Eneti. Costoro erano stati cacciati dalla Paflagonia in seguito ad una rivolta e stavano cercandosi una sede stabile e un capo dopo aver perso, sotto Troia, il loro re Pilemene. Troiani ed Eneti si insediarono nel luogo in cui erano sbarcati, dopo aver cacciato gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi, e chiamarono Troia il luogo in cui avevano preso terra. Dunque questo territorio ha un nome che richiama quello di Troia, mentre quei popoli, nel loro insieme, si chiamarono Veneti.[3] Enea, travolto dalla stessa rovina e in fuga dalla sua patria, era condotto dal fato ad avviare ben più significativi eventi: prima sbarcò in Macedonia; poi, alla ricerca di una nuova sede, si trasferì in Sicilia e di lì diresse la sua flotta verso l&#8217;agro Laurente.[4] Anche questo luogo ricevette il nome di Troia. Dopo il loro sbarco, i Troiani (come è naturale per gente che dalle sue lunghe peregrinazioni aveva salvato solo le armi e le navi) depredavano il territorio circostante. Il re Latino e gli Aborigeni[5] che allora occupavano quella regione, accorsero in armi da città e campagne, per respingere la violenza degli stranieri. A questo punto la tradizione offre due differenti versioni. Alcuni sostengono che Latino, una volta sconfitto in battaglia, abbia prima sancito la pace e poi stretto rapporti di parentela con Enea. Invece, secondo un&#8217;altra versione, quando già i due eserciti erano schierati e poco prima che risuonasse il segnale della battaglia, Latino sarebbe avanzato assieme ai maggiorenti del suo popolo e avrebbe chiamato a colloquio il capo degli invasori. Latino volle sapere chi fossero, da dove venissero, a causa di quale evento si fossero allontanati dalla loro patria e soprattutto che cosa speravano di ottenere sbarcando nell&#8217;agro Laurente. Seppe che quella era una moltitudine di Troiani e che a guidarla era Enea, figlio di Anchise e di Venere; che erano fuggiti dalla loro patria e dalla loro città in fiamme; che cercavano un luogo dove stabilirsi e fondare una città. Allora ebbe parole di ammirazione per la nobiltà di quel popolo e del suo capo. Dopo aver apprezzato la loro disponibilità sia a vivere in pace che a combattere, porse la destra per stabilire un segno di futura amicizia. Tra i due comandanti fu stretto un patto e i due eserciti si scambiarono la formula del saluto. Enea fu ospite di Latino il quale, a questo punto, sancì il patto pubblico con un accordo domestico, facendogli sposare la propria figlia.[6] Ciò confermò nei Troiani la speranza di porre finalmente termine al loro vagabondare in una sede certa e sicura. Fondarono una città che Enea chiama, dal nome della moglie, Lavinio. Di lì a poco, da questo nuovo matrimonio, nacque un figlio maschio, che i genitori chiamarono Ascanio. 2 Accadde presto che Aborigeni e Troiani fossero insieme provocati a combattere. Turno, re dei Rutuli, cui era stata promessa Lavinia prima che arrivasse Enea, mal sopportava che gli fosse preferito uno straniero e aveva dichiarato guerra contemporaneamente ad Enea e Latino. I Rutuli furono sconfitti, ma nessuno dei due eserciti ebbe di che rallegrarsi della battaglia perché anche i Troiani e gli Aborigeni che avevano avuto la meglio, persero il loro capo Latino. Allora Turno e i Rutuli, senza più fiducia nelle loro attuali condizioni, cercarono sostegno presso la fiorente potenza degli Etruschi e presso il loro re, Mesenzio[7]. Costui, signore della allora ricchissima città di Cere, fin dai suoi inizi considerava di malanimo la nascita di una nuova città e pensava anzi che lo stato troiano stesse crescendo più di quanto fosse concesso in relazione della tranquillità dei popoli limitrofi. Dunque, senza indugio, si alleò all&#8217;esercito dei Rutuli. Enea, minacciato da una guerra immane, per conciliarsi l&#8217;animo degli Aborigeni, volle che si unissero ai Troiani non solo come portatori dello stesso diritto, ma anche nel nome: e l&#8217;uno e l&#8217;altro popolo presero il nome complessivo di Latini. E da allora mai gli Aborigeni si fecero sopravanzare dai Troiani in devozione e lealtà nei riguardi di Enea. Egli aveva dalla sua, dunque, la fiducia in due popoli che di giorno in giorno desideravano sempre più unirsi; sebbene la potenza etrusca fosse ormai a tal punto cresciuta da aver riempito con la fama del suo nome non solo la terra ma anche il mare, dalle Alpi al mar di Sicilia, per quanto era estesa l&#8217;Italia, Enea, pur potendo respingere gli assalti nemici rimanendo entro le mura, volle tuttavia sfidare i nemici in campo aperto. La battaglia ebbe esito favorevole per i Latini, ma fu l&#8217;ultima impresa mortale di Enea: sia che debba essere chiamato uomo o dio in virtù del diritto umano e divino, giace in riva al fiume Numico e viene chiamato Giove Indigete[8]. 3 Ascanio, figlio di Enea, era ancora troppo giovane per regnare; tuttavia quel potere rimase intatto per lui fino alla pubertà: nel frattempo lo stato latino e il regno avito e paterno rimasero sotto reggenza muliebre (tanto forte era il carattere di Lavinia). Non ho intenzione di indagare (che senso avrebbe infatti cercare certezze in una questione tanto antica?) se l&#8217;Ascanio di cui stiamo parlando sia proprio quel Julo che la gente Giulia proclama iniziatore del suo nome o se sia uno più anziano di lui, che nacque da Creusa, quando Ilio si ergeva ancora incolume e che fu poi compagno del padre durante la fuga. Questo Ascanio, non importa dove e da quale madre nato (l&#8217;unica certezza riguarda il padre, Enea), quando la popolazione di Lavinio crebbe oltre misura, lasciò alla madre (o matrigna) quella città già fiorente in proporzione alle condizioni del tempo ed egli stesso ne fondò una di nuova ai piedi del monte Albano. Dalla posizione della città, allungata sul dorso del monte, venne il nome di Albalonga. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Albalonga trascorsero circa trent&#8217;anni. Tuttavia tanto era cresciuta la potenza latina, soprattutto dopo la vittoria riportata sugli Etruschi, che né l&#8217;Etruria, né Mesenzio né alcuno tra i popoli confinanti osarono attaccarla: nemmeno quando Enea morì, nemmeno quando il regno fu retto da Lavinia, nemmeno quando Ascanio, ancor giovanissimo, stava apprendendo a regnare. La pace prevedeva che, tra Etruschi e Latini, il confine fosse segnato dal fiume Albula, lo stesso che ora chiamiamo Tevere. Ad Ascanio, succedette suo figlio Silvio, nato, per strano accidente, in mezzo ad un bosco. Egli generò Silvio Enea da cui nacque Silvio Latino. Costui dedusse un gran numero di colonie che furono dette dei Prischi Latini. E a tutti quelli che regnarono in Alba rimase il soprannome di Silvio. Da Latino nacque Alba, da Alba Ati, da Ati Capi, da Capi Capeto, da Capeto Tiberino il quale annegò mentre attraversava il fiume Albula e gli diede quel nome con cui esso è noto presso i posteri. Quindi prese il regno il figlio di Tiberino, Agrippa e, dopo di lui, Romolo Silvio ricevette il regno dal padre. Questi fu colpito da un fulmine e il regno passò di mano in mano fino ad Aventino che è sepolto in quel colle che ora è parte del territorio urbano di Roma e che da lui prese nome. Gli successe Proca che ebbe due figli, Numitore e Amulio. Al primo, che era anche il più anziano, lasciò in eredità l&#8217;antico regno della gente Silvia. Ma, sulla volontà paterna e sul rispetto per l’età, finì col prevalere la violenza. Amulio scacciò il fratello e assunse il regno. Aggiunse delitto a delitto: trucidò i figli maschi del fratello e tolse, con l&#8217;obbligo ad una perpetua verginità, la speranza di generare alla figlia del fratello, Rea Silvia. Infatti, fingendo di tributarle un onore, la fece diventare vestale.[9] 4 Ma ho motivo di credere che l&#8217;origine di una così grande città fosse voluta dal fato: doveva nascere l&#8217;impero più prestigioso che mai sia esistito, secondo solo alla potenza degli dei. Rea Silvia subì una violenza in seguito alla quale partorì due gemelli. Proclamò che Marte era il padre di quella discendenza illegittima: forse ne era davvero convinta, forse pensava che attribuire la paternità ad un dio giustificasse la colpa. Ma certo non ci furono divinità o uomini capaci di mettere al riparo lei e i figli dalla crudeltà del re. La sacerdotessa viene imprigionata e incatenata. Amulio ordina poi che i due fanciulli vengano gettati nella corrente del fiume. Per una caso provvidenziale il Tevere aveva tracimato e aveva formato dei larghi stagni sicché non era possibile raggiungere il normale corso della corrente. Coloro che eseguirono l&#8217;ordine avevano tuttavia fondate probabilità che i bambini annegassero nonostante le acque ristagnanti. E dunque, convinti di eseguire al meglio l&#8217;incarico ricevuto dal re, espongono i fanciulli nella pozza più facilmente raggiungibile proprio nel luogo (chiamato Romulare) in cui oggi si trova il Fico Ruminale[10]. Quelli erano allora luoghi del tutto abbandonati. Sopravvive ancor oggi la credenza che le acque basse abbandonassero su una secca il cesto in cui erano stati esposti i bambini e che aveva preso a galleggiare sulla corrente. Una lupa assetata si diresse, dai colli vicini, verso il luogo da cui veniva un vagito. Si abbassò e porse ai due fanciulli le proprie mammelle con tanta mitezza che un pastore che custodiva il gregge del re (se ne tramanda ancora il nome: Faustolo) la trovò mentre lambiva con la lingua i due gemelli. Faustolo li portò alle stalle dove si trovava sua moglie Larenzia perché li allevasse. Non manca chi crede che Larenzia, poiché‚ si prostituiva, fosse chiamata lupa tra i pastori.[11] Così nacquero e così furono allevati. Crescendo non si dimostrarono certo pigri nei lavori delle stalle o nel pascolare le greggi, ma preferivano errare e andare a caccia per i boschi. Si irrobustirono in tal modo nel corpo e nel carattere ed erano in grado non solo di affrontare le bestie selvagge ma anche di assaltare i predoni carichi di bottino. Dividevano con gli altri pastori le loro prede e, assieme ad essi, attendevano sia ai diversi lavori che agli svaghi. E intanto cresceva ogni giorno, intorno a loro, la schiera di giovani. 5 Si racconta anche che già allora si celebrava questa nostra festa Lupercale sul Palatino: il colle traeva il suo nome da Pallanteo, città dell&#8217;Arcadia, divenuto prima Pallanzio e poi Palatino.[12] Evandro[13], proveniente appunto dalla stirpe arcade di Pallanteo, che già molto tempo prima aveva occupato quel territorio, aveva istituito quella festa importandola dalla sua terra: dei giovani nudi correvano scherzando licenziosamente in onore del dio Pan Liceo (che i Romani avrebbero poi chiamato Inuo)[14]. Mentre i giovani erano tutti intenti a questa festa gioiosa, la cui ricorrenza era ben conosciuta, subirono l&#8217;assalto dei predoni arrabbiati per la perdita del loro bottino. Romolo si difese con grande vigore; ma Remo fu catturato: i ladroni lo portarono al re Amulio e presero l&#8217;iniziativa dell&#8217;accusa nei suoi riguardi. Fu infatti incriminato per aver invaso, assieme al fratello, il territorio di Numitore e di essersi comportato in modo ostile raccogliendo una schiera di giovani e depredando quel luogo. Remo fu dunque consegnato a Numitore perché lo punisse. Fin da quando li aveva raccolti, Faustolo aveva sperato che coloro che aveva allevato fossero discendenti di re; conosceva gli ordini per i quali gli infanti erano stati esposti e calcolava la coincidenza col tempo in cui li aveva raccolti. Ma mai aveva voluto rivelare il suo pensiero in modo prematuro perché aspettava o l&#8217;occasione giusta o lo stato di necessità. E si verificò, per primo, lo stato di necessità: soggiogato dalla paura, rivelò ogni cosa a Romolo. Casualmente anche Numitore era stato toccato dal ricordo dei nipoti: aveva suo prigioniero Remo, aveva appreso che aveva un fratello gemello e andava analizzando la loro età e la loro indole per nulla incline ad accettare imposizioni. Indagò e, condividendo il dubbio di Faustolo, quasi gli parve di riconoscere Remo.[15] Contro Amulio vengono recate insidie da ogni parte. Romolo attacca il re: non si era portata dietro una schiera di giovani perché non aveva forze sufficienti ad un assalto frontale, ma aveva ordinato ai pastori di portarsi verso la reggia a intervalli regolari e seguendo itinerari diversi. Remo porta aiuto con un&#8217;altra schiera partendo dalla casa di Numitore. In questo modo uccidono il re. 6 Numitore, al primo manifestarsi del tumulto, sparse la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano aggredendo la reggia, indirizzando gli uomini di Alba al presidio e alla difesa della rocca. Poi, quando vide i giovani che gli si facevano incontro congratulandosi per il felice esito dell&#8217;impresa, convocò lì per lì l&#8217;assemblea e spiegò chiaramente i delitti che il fratello aveva commesso contro di lui, l&#8217;origine e la nascita dei nipoti, la loro educazione e il loro riconoscimento. Poi dichiarò che il tiranno era stato giustiziato su sua iniziativa. Romolo e Remo entrarono con la loro schiera proprio in mezzo all&#8217;assemblea e salutarono re il nonno, mentre voci di consenso si alzavano da tutta la folla che riconobbe legittimo al re il titolo e il comando. Romolo e Remo, lasciato in questo modo il governo di Alba a Numitore, furono presi dal desiderio di fondare una città nel luogo in cui erano stati prima esposti e poi educati. La popolazione di Albani e latini era ormai eccessiva e ad essi si erano aggiunti anche molti pastori: tutta questa gente faceva prevedere che piccole sarebbero state Alba e Lavinio a confronto della città che sarebbe stata fondata. E in mezzo a queste considerazioni sopraggiunse il male connaturato a quella famiglia della cupidigia di dominio. Di qui una ignobile conflitto, sorto nonostante i pacifici inizi. Erano gemelli e dunque l’età non serviva come discriminante: affinché gli dei, patroni di quella regione, indicassero con segni augurali chi doveva dare il nome alla nuova città e chi dovesse detenere il potere dopo la fondazione, Romolo occupò il Palatino, Remo l&#8217;Aventino. Furono questi gli spazi scelti[16] per l&#8217;osservazione degli auspici. 7 Tradizione vuole che Remo scorgesse per primo sei avvoltoi. Quando già la visione augurale era stata annunciata, Romolo ne vide un numero doppio. Le schiere dei fautori dell&#8217;uno e dell&#8217;altro salutarono entrambi re, attribuendo il diritto di regnare a Remo per aver scorto prima gli uccelli e a Romolo per averne scorti di più. Per questo nacque una zuffa, e, sotto la spinta dell&#8217;ira, si arrivò a spargere sangue. Colpito a morte nella mischia, Remo cadde. È comunque più diffusa la leggenda secondo cui Remo, in segno di scherno verso il fratello, fosse saltato oltre le mura che stavano sorgendo. Romolo, trasportato dall&#8217;ira, lo avrebbe ucciso e avrebbe inveito contro di lui gridando: “patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura”. Romolo detenne così da solo l&#8217;imperio e diede il suo nome alla città appena fondata. Come prima cosa fortificò il Palatino, su cui era stato allevato. Celebrò dei riti sacri a tutti gli dei secondo il rito albano; a Ercole invece sacrificò secondo il rito greco, seguendo la liturgia introdotta da Evandro. Si narra che Ercole, una volta ucciso Gerione,[17] avesse condotto in quei luoghi i buoi di straordinaria bellezza che aveva trafugato. Giunto in riva al Tevere (che aveva fatto passare a guado al suo armento spingendolo davanti a sé), stanco per la via e in attesa che i buoi si riposassero e riprendessero vigore pascolando abbondantemente, si sdraiò in un luogo erboso. Lì, oppresso dal cibo e dal vino, si lasciò andare ad un profondo sonno. Un pastore di nome Caco che abitava quei luoghi ed era bellicoso e forte, fu preso dalla bellezza dei buoi. Progettò di derubare Ercole: se però avesse spinto l&#8217;armento verso la sua spelonca, sarebbero state proprio le orme a mettere sulla pista buona il padrone quando si fosse posto alla ricerca. Allora trasse a ritroso, tirandoli per la coda, i buoi più belli nella sua spelonca. Ercole con la prima luce si svegliò e diede un&#8217;occhiata al suo armento. Si rese conto che ne mancava una parte e si diresse verso la vicina spelonca, sperando che lì conducessero le impronte. Vide però che si dirigevano tutte verso l&#8217;esterno e non in altre direzioni; allora perplesso e turbato cominciò a portar via l&#8217;armento da quel luogo infausto. Ma mentre spingeva le vacche, queste, come accade di solito, avvertirono l&#8217;assenza di quelle che rimanevano indietro e presero a muggire. Quelle rimaste chiuse risposero dalla spelonca ed attrassero l&#8217;attenzione di Ercole. Caco si oppose a forza all&#8217;ingresso di Ercole nella spelonca, ma fu colpito dalla clava e, mentre cercava invano la solidarietà degli altri pastori, ne morì. In quell&#8217;epoca Evandro, profugo dal Peloponneso, governava quei luoghi in virtù del suo prestigio più che grazie all&#8217;imperio. La sua autorità era grande perché conosceva le meraviglie della scrittura, grande novità tra quegli uomini ignari di ogni arte; e prestigio ancora maggiore gli derivava dall&#8217;aura di divinità che circondava la madre Carmenta, venerata come profetessa da quei popoli prima dell&#8217;arrivo in Italia della Sibilla. Allora questo Evandro, richiamato dalla folla di pastori intimoriti che circondavano quello straniero manifestamente colpevole di omicidio, volle sapere del delitto e delle sue cause. Notò il portamento e l&#8217;aspetto di quell&#8217;uomo, assai più imponente e augusto del comune e volle sapere chi fosse. Appena apprese il nome, il padre e la patria gli si rivolse così: “salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, veridica portavoce degli dei, ebbe a profetizzarmi che tu saresti andato ad accrescere il numero dei celesti e che a te qui sarebbe stata dedicata un&#8217;ara. Per il popolo che diventerà il più potente della terra sarà, anzi, questa l&#8217;Ara Massima[18] e qui saranno celebrati riti secondo la tua liturgia.” Ercole gli porse la destra e proclamò di accettare l&#8217;augurio e di volersi rendere garante della profezia edificando e dedicando egli stesso l&#8217;altare. Allora, scelta una splendida vacca dall&#8217;armento, furono celebrati sacrifici in onore di Ercole e furono designati per i servizi religiosi e per il banchetto i Potizii e i Pinarii, le due famiglie più illustri che abitavano allora in quei luoghi. Accadde fortuitamente che soltanto i Potizii fossero pronti al momento fissato e solo a loro, dunque, furono imbandite le viscere. I Pinarii giunsero solo per il resto del banchetto, dopo che le viscere erano già state mangiate. Ciò divenne istituzione: i Pinarii, finché durò la loro discendenza, non si nutrirono delle viscere dei sacrifici. I Potizii, istruiti da Evandro, furono per lungo tempo i sacerdoti di quel culto fino a quando, trasferito a pubblici ufficiali il sacro ministero di quella famiglia, tutta la stirpe dei Potizii si estinse. Romolo adottò, tra tanti, unicamente questi riti forestieri, già presago dell’immortalità cui lo destinavano il suo valore e il fato.[19] 8 Compiute dunque secondo il rito le cerimonie e adunata la gente in assemblea, Romolo dettò i fondamenti del diritto, perché solo le leggi consentono a un popolo di diventare un unico e compatto organismo. Consapevole che le leggi sarebbero apparse inviolabili a quelle genti ancor rozze, solo se egli stesso si fosse reso degno di venerazione grazie ai segni esteriori dell’autorità, accrebbe la propria maestà abbigliandosi in modo particolare e soprattutto ponendosi vicino dodici littori. Alcuni pensano che egli abbia scelto quel numero... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dal primo libro della Storia di TITO LIVIO, proemio e primi 12 capitoli</p>
<p>LIBER I</p>
<p>Il primo libro racconta la storia di Roma dalle origini alla fine della monarchia e alla istituzione del consolato (753 a.c. &#8211; 509 a. C.).</p>
<p>PROEMIO</p>
<p style="text-align: justify;">Non so se vale davvero la pena raccontare tutte le vicende del popolo romano fin dai primordi di Roma. E quand&#8217;anche ne fossi convinto, non oserei affermarlo apertamente. Mi rendo ben conto infatti che questa è materia antica e già sfruttata; e poi, di continuo, si fanno avanti nuovi storici che presumono di apportare qualche dato più sicuro agli eventi narrati oppure di superare con il loro stile più raffinato il rozzo narrare degli antichi. In ogni caso, qualunque sia il risultato del mio lavoro, avrò pur sempre il merito di aver contribuito per la mia parte a illustrare le gesta del popolo più importante della terra. E anche se una schiera così folta di scrittori eclisserà la mia fama, mi sarà consolazione la nobile grandezza di coloro che oscureranno il mio nome. Sono, del resto, eventi d&#8217;immensa portata poiché risalgono a più di settecento anni fa: è la storia di una città che, partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla sua stessa grandezza. Sono anche certo che alla maggior parte dei lettori le lontane origini e gli eventi ad esse connessi recheranno minor diletto per l&#8217;impazienza di giungere alla storia più recente che vede deteriorarsi da se stesse le forze di un popolo abituato da così lungo tempo a dominare tutti gli altri. Ma io anche questo premio chiederò per la mia fatica: allontanarmi dallo spettacolo delle calamità che l&#8217;era contemporanea ha dovuto vedere, almeno per tutto il tempo in cui dedicherò ogni mia energia a rievocare i tempi dei primordi, lontano da tutte quelle preoccupazioni che magari non fanno deviare dalla verità uno scrittore, ma ne perturbano comunque l&#8217;animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto agli eventi che si dicono accaduti molto prima della fondazione di Roma (o quando questa era imminente) essi appaiono più abbelliti da fole poetiche che sostenuti da incorrotti documenti storici e non è mia intenzione né confermarli né confutarli. È questa una concessione che si fa ai tempi andati: mescolare vicende divine e umane per rendere più autorevoli gli inizi delle città. Se dunque esiste una nazione cui si debba concedere di ritenere sacre le proprie origini e di riferirle anzi agli dei stessi, tale è la gloria militare del popolo romano che, quando esso vanta Marte come proprio padre e come padre del proprio fondatore, le altre genti debbono mettersi l&#8217;animo in pace e accettare questa sacralità delle origini allo stesso modo in cui subiscono la supremazia di Roma. Ma io non mi attarderò ad esaminare leggende di questo tipo, comunque esse saranno intese e valutate. Piuttosto, a questo argomento ognuno rivolga con grande intensità il suo animo: quale sia stata la vita e quali i costumi che hanno permesso la nascita e la crescita dell&#8217;impero. E grazie a quali uomini, grazie a quali strumenti ciò sia avvenuto, in pace e in guerra. E si consideri come il vacillare della disciplina abbia prima snervato i costumi, poi li abbia fatti precipitare e quindi li abbia definitivamente rovinati: siamo, ai nostri tempi, giunti al punto che non ci possiamo permettere più né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi. Questo, nell&#8217;indagine storica, è fertile di vantaggi futuri: il poter cogliere ogni genere di esempi, testimoniati in uno splendido monumento.[1]</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto può essere che l&#8217;entusiasmo per l&#8217;opera che ho intrapreso mi induca in errore: ma a me sembra che mai una repubblica sia stata più grande, più sacra, più ricca di buoni esempi. Mai uno stato si è difeso così a lungo dall&#8217;ingresso dell&#8217;avarizia e della lussuria, mai tanto a lungo sono rimaste in auge povertà e parsimonia: quanto minore era il benessere tanto meno si desiderava arricchirsi. Ma da qualche tempo la ricchezza ha introdotto l&#8217;avarizia. E piaceri sempre più sfrenati hanno generato la smania di rovinarsi e di sperperare ogni cosa nel lusso e nella libidine. Ma almeno ora, all&#8217;inizio dell&#8217;esame di una così vasta materia, voglio evitare lamentazioni che non saranno gradite nemmeno, forse, quando saranno necessarie. Certo: più volentieri inizierei il mio lavoro, se come per i poeti, anche per noi esistesse l&#8217;abitudine di invocare, con buoni auguri e voti e supplicazioni, gli dei e le dee per ottenere da loro il felice esito per chi, come me, ha intrapreso un&#8217;opera così grande.[2]</p>
<p style="text-align: justify;">1</p>
<p style="text-align: justify;">Comincio dunque dalla caduta di Troia cui, come è abbastanza noto, seguì lo sterminio di quasi tutti i suoi abitanti; ma su due di essi, Enea e Antenore, gli Achei non esercitarono in alcun modo il diritto di guerra sia per un antico vincolo di ospitalità sia perché erano sempre stati fautori della pace e della restituzione di Elena. È anche risaputo che Antenore, dopo varie vicende, giunse nella parte più interna del mare Adriatico assieme ad un gran numero di Eneti. Costoro erano stati cacciati dalla Paflagonia in seguito ad una rivolta e stavano cercandosi una sede stabile e un capo dopo aver perso, sotto Troia, il loro re Pilemene. Troiani ed Eneti si insediarono nel luogo in cui erano sbarcati, dopo aver cacciato gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi, e chiamarono Troia il luogo in cui avevano preso terra. Dunque questo territorio ha un nome che richiama quello di Troia, mentre quei popoli, nel loro insieme, si chiamarono Veneti.[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Enea, travolto dalla stessa rovina e in fuga dalla sua patria, era condotto dal fato ad avviare ben più significativi eventi: prima sbarcò in Macedonia; poi, alla ricerca di una nuova sede, si trasferì in Sicilia e di lì diresse la sua flotta verso l&#8217;agro Laurente.[4]</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questo luogo ricevette il nome di Troia. Dopo il loro sbarco, i Troiani (come è naturale per gente che dalle sue lunghe peregrinazioni aveva salvato solo le armi e le navi) depredavano il territorio circostante. Il re Latino e gli Aborigeni[5] che allora occupavano quella regione, accorsero in armi da città e campagne, per respingere la violenza degli stranieri. A questo punto la tradizione offre due differenti versioni. Alcuni sostengono che Latino, una volta sconfitto in battaglia, abbia prima sancito la pace e poi stretto rapporti di parentela con Enea. Invece, secondo un&#8217;altra versione, quando già i due eserciti erano schierati e poco prima che risuonasse il segnale della battaglia, Latino sarebbe avanzato assieme ai maggiorenti del suo popolo e avrebbe chiamato a colloquio il capo degli invasori. Latino volle sapere chi fossero, da dove venissero, a causa di quale evento si fossero allontanati dalla loro patria e soprattutto che cosa speravano di ottenere sbarcando nell&#8217;agro Laurente. Seppe che quella era una moltitudine di Troiani e che a guidarla era Enea, figlio di Anchise e di Venere; che erano fuggiti dalla loro patria e dalla loro città in fiamme; che cercavano un luogo dove stabilirsi e fondare una città. Allora ebbe parole di ammirazione per la nobiltà di quel popolo e del suo capo. Dopo aver apprezzato la loro disponibilità sia a vivere in pace che a combattere, porse la destra per stabilire un segno di futura amicizia. Tra i due comandanti fu stretto un patto e i due eserciti si scambiarono la formula del saluto. Enea fu ospite di Latino il quale, a questo punto, sancì il patto pubblico con un accordo domestico, facendogli sposare la propria figlia.[6] Ciò confermò nei Troiani la speranza di porre finalmente termine al loro vagabondare in una sede certa e sicura. Fondarono una città che Enea chiama, dal nome della moglie, Lavinio. Di lì a poco, da questo nuovo matrimonio, nacque un figlio maschio, che i genitori chiamarono Ascanio.</p>
<p style="text-align: justify;">2</p>
<p>Accadde presto che Aborigeni e Troiani fossero insieme provocati a combattere. Turno, re dei Rutuli, cui era stata promessa Lavinia prima che arrivasse Enea, mal sopportava che gli fosse preferito uno straniero e aveva dichiarato guerra contemporaneamente ad Enea e Latino. I Rutuli furono sconfitti, ma nessuno dei due eserciti ebbe di che rallegrarsi della battaglia perché anche i Troiani e gli Aborigeni che avevano avuto la meglio, persero il loro capo Latino. Allora Turno e i Rutuli, senza più fiducia nelle loro attuali condizioni, cercarono sostegno presso la fiorente potenza degli Etruschi e presso il loro re, Mesenzio[7]. Costui, signore della allora ricchissima città di Cere, fin dai suoi inizi considerava di malanimo la nascita di una nuova città e pensava anzi che lo stato troiano stesse crescendo più di quanto fosse concesso in relazione della tranquillità dei popoli limitrofi. Dunque, senza indugio, si alleò all&#8217;esercito dei Rutuli.</p>
<p>Enea, minacciato da una guerra immane, per conciliarsi l&#8217;animo degli Aborigeni, volle che si unissero ai Troiani non solo come portatori dello stesso diritto, ma anche nel nome: e l&#8217;uno e l&#8217;altro popolo presero il nome complessivo di Latini. E da allora mai gli Aborigeni si fecero sopravanzare dai Troiani in devozione e lealtà nei riguardi di Enea. Egli aveva dalla sua, dunque, la fiducia in due popoli che di giorno in giorno desideravano sempre più unirsi; sebbene la potenza etrusca fosse ormai a tal punto cresciuta da aver riempito con la fama del suo nome non solo la terra ma anche il mare, dalle Alpi al mar di Sicilia, per quanto era estesa l&#8217;Italia, Enea, pur potendo respingere gli assalti nemici rimanendo entro le mura, volle tuttavia sfidare i nemici in campo aperto. La battaglia ebbe esito favorevole per i Latini, ma fu l&#8217;ultima impresa mortale di Enea: sia che debba essere chiamato uomo o dio in virtù del diritto umano e divino, giace in riva al fiume Numico e viene chiamato Giove Indigete[8].</p>
<p>3</p>
<p>Ascanio, figlio di Enea, era ancora troppo giovane per regnare; tuttavia quel potere rimase intatto per lui fino alla pubertà: nel frattempo lo stato latino e il regno avito e paterno rimasero sotto reggenza muliebre (tanto forte era il carattere di Lavinia). Non ho intenzione di indagare (che senso avrebbe infatti cercare certezze in una questione tanto antica?) se l&#8217;Ascanio di cui stiamo parlando sia proprio quel Julo che la gente Giulia proclama iniziatore del suo nome o se sia uno più anziano di lui, che nacque da Creusa, quando Ilio si ergeva ancora incolume e che fu poi compagno del padre durante la fuga. Questo Ascanio, non importa dove e da quale madre nato (l&#8217;unica certezza riguarda il padre, Enea), quando la popolazione di Lavinio crebbe oltre misura, lasciò alla madre (o matrigna) quella città già fiorente in proporzione alle condizioni del tempo ed egli stesso ne fondò una di nuova ai piedi del monte Albano. Dalla posizione della città, allungata sul dorso del monte, venne il nome di Albalonga. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Albalonga trascorsero circa trent&#8217;anni. Tuttavia tanto era cresciuta la potenza latina, soprattutto dopo la vittoria riportata sugli Etruschi, che né l&#8217;Etruria, né Mesenzio né alcuno tra i popoli confinanti osarono attaccarla: nemmeno quando Enea morì, nemmeno quando il regno fu retto da Lavinia, nemmeno quando Ascanio, ancor giovanissimo, stava apprendendo a regnare. La pace prevedeva che, tra Etruschi e Latini, il confine fosse segnato dal fiume Albula, lo stesso che ora chiamiamo Tevere.</p>
<p>Ad Ascanio, succedette suo figlio Silvio, nato, per strano accidente, in mezzo ad un bosco. Egli generò Silvio Enea da cui nacque Silvio Latino. Costui dedusse un gran numero di colonie che furono dette dei Prischi Latini. E a tutti quelli che regnarono in Alba rimase il soprannome di Silvio. Da Latino nacque Alba, da Alba Ati, da Ati Capi, da Capi Capeto, da Capeto Tiberino il quale annegò mentre attraversava il fiume Albula e gli diede quel nome con cui esso è noto presso i posteri. Quindi prese il regno il figlio di Tiberino, Agrippa e, dopo di lui, Romolo Silvio ricevette il regno dal padre. Questi fu colpito da un fulmine e il regno passò di mano in mano fino ad Aventino che è sepolto in quel colle che ora è parte del territorio urbano di Roma e che da lui prese nome. Gli successe Proca che ebbe due figli, Numitore e Amulio. Al primo, che era anche il più anziano, lasciò in eredità l&#8217;antico regno della gente Silvia. Ma, sulla volontà paterna e sul rispetto per l’età, finì col prevalere la violenza. Amulio scacciò il fratello e assunse il regno. Aggiunse delitto a delitto: trucidò i figli maschi del fratello e tolse, con l&#8217;obbligo ad una perpetua verginità, la speranza di generare alla figlia del fratello, Rea Silvia. Infatti, fingendo di tributarle un onore, la fece diventare vestale.[9]</p>
<p>4</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ho motivo di credere che l&#8217;origine di una così grande città fosse voluta dal fato: doveva nascere l&#8217;impero più prestigioso che mai sia esistito, secondo solo alla potenza degli dei. Rea Silvia subì una violenza in seguito alla quale partorì due gemelli. Proclamò che Marte era il padre di quella discendenza illegittima: forse ne era davvero convinta, forse pensava che attribuire la paternità ad un dio giustificasse la colpa. Ma certo non ci furono divinità o uomini capaci di mettere al riparo lei e i figli dalla crudeltà del re. La sacerdotessa viene imprigionata e incatenata. Amulio ordina poi che i due fanciulli vengano gettati nella corrente del fiume. Per una caso provvidenziale il Tevere aveva tracimato e aveva formato dei larghi stagni sicché non era possibile raggiungere il normale corso della corrente. Coloro che eseguirono l&#8217;ordine avevano tuttavia fondate probabilità che i bambini annegassero nonostante le acque ristagnanti. E dunque, convinti di eseguire al meglio l&#8217;incarico ricevuto dal re, espongono i fanciulli nella pozza più facilmente raggiungibile proprio nel luogo (chiamato Romulare) in cui oggi si trova il Fico Ruminale[10]. Quelli erano allora luoghi del tutto abbandonati. Sopravvive ancor oggi la credenza che le acque basse abbandonassero su una secca il cesto in cui erano stati esposti i bambini e che aveva preso a galleggiare sulla corrente. Una lupa assetata si diresse, dai colli vicini, verso il luogo da cui veniva un vagito. Si abbassò e porse ai due fanciulli le proprie mammelle con tanta mitezza che un pastore che custodiva il gregge del re (se ne tramanda ancora il nome: Faustolo) la trovò mentre lambiva con la lingua i due gemelli. Faustolo li portò alle stalle dove si trovava sua moglie Larenzia perché li allevasse. Non manca chi crede che Larenzia, poiché‚ si prostituiva, fosse chiamata lupa tra i pastori.[11] Così nacquero e così furono allevati. Crescendo non si dimostrarono certo pigri nei lavori delle stalle o nel pascolare le greggi, ma preferivano errare e andare a caccia per i boschi. Si irrobustirono in tal modo nel corpo e nel carattere ed erano in grado non solo di affrontare le bestie selvagge ma anche di assaltare i predoni carichi di bottino. Dividevano con gli altri pastori le loro prede e, assieme ad essi, attendevano sia ai diversi lavori che agli svaghi. E intanto cresceva ogni giorno, intorno a loro, la schiera di giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">5</p>
<p>Si racconta anche che già allora si celebrava questa nostra festa Lupercale sul Palatino: il colle traeva il suo nome da Pallanteo, città dell&#8217;Arcadia, divenuto prima Pallanzio e poi Palatino.[12] Evandro[13], proveniente appunto dalla stirpe arcade di Pallanteo, che già molto tempo prima aveva occupato quel territorio, aveva istituito quella festa importandola dalla sua terra: dei giovani nudi correvano scherzando licenziosamente in onore del dio Pan Liceo (che i Romani avrebbero poi chiamato Inuo)[14]. Mentre i giovani erano tutti intenti a questa festa gioiosa, la cui ricorrenza era ben conosciuta, subirono l&#8217;assalto dei predoni arrabbiati per la perdita del loro bottino. Romolo si difese con grande vigore; ma Remo fu catturato: i ladroni lo portarono al re Amulio e presero l&#8217;iniziativa dell&#8217;accusa nei suoi riguardi. Fu infatti incriminato per aver invaso, assieme al fratello, il territorio di Numitore e di essersi comportato in modo ostile raccogliendo una schiera di giovani e depredando quel luogo. Remo fu dunque consegnato a Numitore perché lo punisse.</p>
<p>Fin da quando li aveva raccolti, Faustolo aveva sperato che coloro che aveva allevato fossero discendenti di re; conosceva gli ordini per i quali gli infanti erano stati esposti e calcolava la coincidenza col tempo in cui li aveva raccolti. Ma mai aveva voluto rivelare il suo pensiero in modo prematuro perché aspettava o l&#8217;occasione giusta o lo stato di necessità. E si verificò, per primo, lo stato di necessità: soggiogato dalla paura, rivelò ogni cosa a Romolo. Casualmente anche Numitore era stato toccato dal ricordo dei nipoti: aveva suo prigioniero Remo, aveva appreso che aveva un fratello gemello e andava analizzando la loro età e la loro indole per nulla incline ad accettare imposizioni. Indagò e, condividendo il dubbio di Faustolo, quasi gli parve di riconoscere Remo.[15]</p>
<p>Contro Amulio vengono recate insidie da ogni parte. Romolo attacca il re: non si era portata dietro una schiera di giovani perché non aveva forze sufficienti ad un assalto frontale, ma aveva ordinato ai pastori di portarsi verso la reggia a intervalli regolari e seguendo itinerari diversi. Remo porta aiuto con un&#8217;altra schiera partendo dalla casa di Numitore. In questo modo uccidono il re.</p>
<p>6</p>
<p>Numitore, al primo manifestarsi del tumulto, sparse la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano aggredendo la reggia, indirizzando gli uomini di Alba al presidio e alla difesa della rocca. Poi, quando vide i giovani che gli si facevano incontro congratulandosi per il felice esito dell&#8217;impresa, convocò lì per lì l&#8217;assemblea e spiegò chiaramente i delitti che il fratello aveva commesso contro di lui, l&#8217;origine e la nascita dei nipoti, la loro educazione e il loro riconoscimento. Poi dichiarò che il tiranno era stato giustiziato su sua iniziativa. Romolo e Remo entrarono con la loro schiera proprio in mezzo all&#8217;assemblea e salutarono re il nonno, mentre voci di consenso si alzavano da tutta la folla che riconobbe legittimo al re il titolo e il comando.</p>
<p>Romolo e Remo, lasciato in questo modo il governo di Alba a Numitore, furono presi dal desiderio di fondare una città nel luogo in cui erano stati prima esposti e poi educati. La popolazione di Albani e latini era ormai eccessiva e ad essi si erano aggiunti anche molti pastori: tutta questa gente faceva prevedere che piccole sarebbero state Alba e Lavinio a confronto della città che sarebbe stata fondata. E in mezzo a queste considerazioni sopraggiunse il male connaturato a quella famiglia della cupidigia di dominio. Di qui una ignobile conflitto, sorto nonostante i pacifici inizi. Erano gemelli e dunque l’età non serviva come discriminante: affinché gli dei, patroni di quella regione, indicassero con segni augurali chi doveva dare il nome alla nuova città e chi dovesse detenere il potere dopo la fondazione, Romolo occupò il Palatino, Remo l&#8217;Aventino. Furono questi gli spazi scelti[16] per l&#8217;osservazione degli auspici.</p>
<p>7</p>
<p>Tradizione vuole che Remo scorgesse per primo sei avvoltoi. Quando già la visione augurale era stata annunciata, Romolo ne vide un numero doppio. Le schiere dei fautori dell&#8217;uno e dell&#8217;altro salutarono entrambi re, attribuendo il diritto di regnare a Remo per aver scorto prima gli uccelli e a Romolo per averne scorti di più. Per questo nacque una zuffa, e, sotto la spinta dell&#8217;ira, si arrivò a spargere sangue. Colpito a morte nella mischia, Remo cadde. È comunque più diffusa la leggenda secondo cui Remo, in segno di scherno verso il fratello, fosse saltato oltre le mura che stavano sorgendo. Romolo, trasportato dall&#8217;ira, lo avrebbe ucciso e avrebbe inveito contro di lui gridando: “patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura”. Romolo detenne così da solo l&#8217;imperio e diede il suo nome alla città appena fondata.</p>
<p>Come prima cosa fortificò il Palatino, su cui era stato allevato. Celebrò dei riti sacri a tutti gli dei secondo il rito albano; a Ercole invece sacrificò secondo il rito greco, seguendo la liturgia introdotta da Evandro. Si narra che Ercole, una volta ucciso Gerione,[17] avesse condotto in quei luoghi i buoi di straordinaria bellezza che aveva trafugato. Giunto in riva al Tevere (che aveva fatto passare a guado al suo armento spingendolo davanti a sé), stanco per la via e in attesa che i buoi si riposassero e riprendessero vigore pascolando abbondantemente, si sdraiò in un luogo erboso. Lì, oppresso dal cibo e dal vino, si lasciò andare ad un profondo sonno. Un pastore di nome Caco che abitava quei luoghi ed era bellicoso e forte, fu preso dalla bellezza dei buoi. Progettò di derubare Ercole: se però avesse spinto l&#8217;armento verso la sua spelonca, sarebbero state proprio le orme a mettere sulla pista buona il padrone quando si fosse posto alla ricerca. Allora trasse a ritroso, tirandoli per la coda, i buoi più belli nella sua spelonca. Ercole con la prima luce si svegliò e diede un&#8217;occhiata al suo armento. Si rese conto che ne mancava una parte e si diresse verso la vicina spelonca, sperando che lì conducessero le impronte. Vide però che si dirigevano tutte verso l&#8217;esterno e non in altre direzioni; allora perplesso e turbato cominciò a portar via l&#8217;armento da quel luogo infausto. Ma mentre spingeva le vacche, queste, come accade di solito, avvertirono l&#8217;assenza di quelle che rimanevano indietro e presero a muggire. Quelle rimaste chiuse risposero dalla spelonca ed attrassero l&#8217;attenzione di Ercole. Caco si oppose a forza all&#8217;ingresso di Ercole nella spelonca, ma fu colpito dalla clava e, mentre cercava invano la solidarietà degli altri pastori, ne morì.</p>
<p style="text-align: justify;">In quell&#8217;epoca Evandro, profugo dal Peloponneso, governava quei luoghi in virtù del suo prestigio più che grazie all&#8217;imperio. La sua autorità era grande perché conosceva le meraviglie della scrittura, grande novità tra quegli uomini ignari di ogni arte; e prestigio ancora maggiore gli derivava dall&#8217;aura di divinità che circondava la madre Carmenta, venerata come profetessa da quei popoli prima dell&#8217;arrivo in Italia della Sibilla. Allora questo Evandro, richiamato dalla folla di pastori intimoriti che circondavano quello straniero manifestamente colpevole di omicidio, volle sapere del delitto e delle sue cause. Notò il portamento e l&#8217;aspetto di quell&#8217;uomo, assai più imponente e augusto del comune e volle sapere chi fosse. Appena apprese il nome, il padre e la patria gli si rivolse così: “salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, veridica portavoce degli dei, ebbe a profetizzarmi che tu saresti andato ad accrescere il numero dei celesti e che a te qui sarebbe stata dedicata un&#8217;ara. Per il popolo che diventerà il più potente della terra sarà, anzi, questa l&#8217;Ara Massima[18] e qui saranno celebrati riti secondo la tua liturgia.” Ercole gli porse la destra e proclamò di accettare l&#8217;augurio e di volersi rendere garante della profezia edificando e dedicando egli stesso l&#8217;altare. Allora, scelta una splendida vacca dall&#8217;armento, furono celebrati sacrifici in onore di Ercole e furono designati per i servizi religiosi e per il banchetto i Potizii e i Pinarii, le due famiglie più illustri che abitavano allora in quei luoghi. Accadde fortuitamente che soltanto i Potizii fossero pronti al momento fissato e solo a loro, dunque, furono imbandite le viscere. I Pinarii giunsero solo per il resto del banchetto, dopo che le viscere erano già state mangiate. Ciò divenne istituzione: i Pinarii, finché durò la loro discendenza, non si nutrirono delle viscere dei sacrifici. I Potizii, istruiti da Evandro, furono per lungo tempo i sacerdoti di quel culto fino a quando, trasferito a pubblici ufficiali il sacro ministero di quella famiglia, tutta la stirpe dei Potizii si estinse. Romolo adottò, tra tanti, unicamente questi riti forestieri, già presago dell’immortalità cui lo destinavano il suo valore e il fato.[19]</p>
<p style="text-align: justify;">8</p>
<p style="text-align: justify;">Compiute dunque secondo il rito le cerimonie e adunata la gente in assemblea, Romolo dettò i fondamenti del diritto, perché solo le leggi consentono a un popolo di diventare un unico e compatto organismo. Consapevole che le leggi sarebbero apparse inviolabili a quelle genti ancor rozze, solo se egli stesso si fosse reso degno di venerazione grazie ai segni esteriori dell’autorità, accrebbe la propria maestà abbigliandosi in modo particolare e soprattutto ponendosi vicino dodici littori. Alcuni pensano che egli abbia scelto quel numero dagli uccelli che gli avevano profetizzato il regno. A me non dispiace invece condividere il parere di coloro che pensano che anche quelle guardie derivassero dai vicini Etruschi. Da essi provenivano anche la sedia curule e la toga pretesta[20]; perfino il numero sembra importato da là: presso gli Etruschi, dopo che i dodici popoli avevano eletto insieme un re, ognuno di questi popoli gli forniva un littore.[21]</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto la città si ingrandiva e comprendeva sempre nuove porzioni di territorio entro la cinta murata: si costruivano fortificazioni più per la speranza della grandezza futura che sulla base del numero di uomini effettivamente esistenti in quel momento. Poi, perché la città non rimanesse inutilmente grande e per aumentare la popolazione, seguendo l&#8217;antico accorgimento dei fondatori di città i quali richiamavano una folla di persone ignobili e di bassa origine, fingendo di averla generata dalla terra[22], Romolo aperse un asilo, nel luogo -per chi scende dal Campidoglio- recintato e tra due boschi. Lì trovò rifugio una folla che proveniva dai popoli confinanti: gente di ogni tipo, uomini liberi e schiavi, tutti desiderosi di rivolgimenti. E quello fu il nucleo iniziale dell&#8217;incipiente grandezza. Romolo era soddisfatto di quei rinforzi e nominò un consiglio per governare quelle forze. Creò cento senatori: forse era un numero sufficiente o forse soltanto cento erano coloro che potevano essere elevati a tale dignità. Questa loro carica li rendeva padri dello stato e i loro discendenti presero il nome di patrizi.</p>
<p style="text-align: justify;">9</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai lo stato romano era tanto forte da poter competere in potenza militare con tutte le popolazioni confinanti. Tuttavia, a causa della mancanza di donne, quella grandezza poteva durare quanto la vita di un uomo: in patria non vi era speranza di prole e non esistevano accordi matrimoniali con i vicini. Allora i senatori consigliarono Romolo di mandare dei messi presso i popoli circostanti chiedendo per il nuovo popolo alleanze e patti matrimoniali: le città, come ogni altro organismo, sono piccole al loro nascere, ma grazie al valore dei cittadini e all&#8217;aiuto degli dei, possono salire a grande potenza e a grande nome. Romolo era ben certo che gli dei avessero garantito il loro favore alla nascita di Roma e che il valore non sarebbe venuto meno. Dunque degli uomini non dovevano sdegnarsi di stringere patti con altri uomini e di mescolare sangue e stirpe. In nessun luogo la delegazione fu ascoltata con esito favorevole: da una parte a tal punto disprezzavano i romani, dall&#8217;altra temevano per sé e per i propri figli quella potenza che cresceva in mezzo a loro. I legati furono scacciati da quasi tutti. E quasi tutti chiedevano perché non avessero aperto un asilo anche per le donne. Alla fin fine non potevano che essere di questo tipo i matrimoni degni di loro!</p>
<p style="text-align: justify;">I giovani romani accolsero molto male questa risposta e, senza ripensamenti, si progettò di ricorrere alla violenza. Romolo, per preparare tempo e luogo adatti ad una azione di forza, dissimulò la sua profonda delusione e predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno equestre[23], cui diede il nome di Consuali. Ordina poi che circoli tra i confinanti la notizia di un grande spettacolo: per renderlo più attraente e grandioso, lo organizzano con il più grande apparato consentito dalle loro conoscenze e dalle loro possibilità. Accorse gran numero di persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumesi, gli Antemnati[24].</p>
<p style="text-align: justify;">E venne anche, praticamente al completo, con mogli e figli, la popolazione dei Sabini. Ricevuti ospitalmente nelle case, guardano la posizione, le fortificazioni e i numerosi edifici della città, stupendosi che lo stato romano sia in poco tempo tanto cresciuto. Venne il momento dello spettacolo che occupava totalmente gli occhi e le menti degli ospiti: ad un certo punto nacque un tumulto (che era stato precedentemente organizzato) e quando venne fatto il segnale convenuto, i giovani romani si precipitarono a rapire le vergini. La maggior parte di esse fu rapita da coloro nelle cui mani erano casualmente cadute; alcune, particolarmente belle e destinate ai senatori più autorevoli, furono portate nelle case di questi da alcuni uomini della plebe cui era stato affidato tale incarico. Una, fra tutte la più bella, fu, a quanto si dice, rapita dai servi di un tal Talassio. E siccome molti chiedevano a chi fosse portata, i servi, perché‚ nessuno la violasse, andavano gridando che la recavano a Talassio: fu in questo modo che nacque questo grido nuziale[25].</p>
<p style="text-align: justify;">Il terrore turbò la festa e i genitori delle vergini fuggirono profondamente afflitti, accusando chi era venuto meno al diritto di ospitalità e invocando il dio alla cui solenne cerimonia e ai cui giochi erano venuti, ricevendo il tradimento dei loro diritti e della loro fiducia. Le rapite provavano ugual sdegno e uguale disperazione per il proprio futuro. Tuttavia lo stesso Romolo faceva loro frequenti visite dicendo che questo era accaduto per la superbia dei loro padri, che avevano negato matrimoni ad un popolo confinante. Ma esse avrebbero avuto il vincolo del matrimonio e la comunanza di tutti i beni, della cittadinanza e di ciò che è più caro a ogni persona, i figli. Dunque attenuassero il loro sdegno e regalassero anche il loro animo a coloro cui la sorte aveva concesso il loro corpo. Spesso, col tempo, da una ingiustizia nasce un vantaggio ed esse avrebbero avuto mariti migliori nella misura in cui questi, per la loro parte, si fossero sforzati di riempire il vuoto lasciato dai genitori e dalla patria, adempiendo al proprio dovere. Si aggiungevano le blandizie dei mariti che cercavano di rimediare alla violenza con la loro passione amorosa; e queste sono le lusinghe più efficaci presso l&#8217;animo muliebre.</p>
<p style="text-align: justify;">10</p>
<p style="text-align: justify;">Gli animi delle rapite si acquietarono in fretta. Ma tanto più i loro genitori, vestiti a lutto, con lacrime e lamentazioni, eccitavano i concittadini. E la loro ira usciva anche dai confini della patria, e da ogni parte si radunavano attorno a Tito Tazio, re dei Sabini. E a lui facevano capo anche ambascerie perché grandissima era la sua fama in quelle regioni. Si trattava dei Ceninesi, dei Crustumini, degli Antemanti che erano stati coinvolti in quella ingiustizia. A costoro sembrò che troppo lentamente Tazio si muovesse; e dunque quei tre popoli fecero parte a sé e prepararono insieme la guerra. Ma di fronte al furore e all&#8217;ira dei Ceninesi, nemmeno i Crustumini e gli Antemnati fanno abbastanza in fretta. E, da solo, il popolo dei Ceninesi invade il territorio Romano. Ma Romolo li affronta mentre questi si danno a disordinato saccheggio e con una battaglia non molto impegnativa dimostra che a poco serve l&#8217;ira se non è sostenuta da adeguate forze. Sbaraglia e mette in fuga i nemici; arriva perfino ad incalzarli e nella battaglia che segue ne uccide il re, facendo bottino delle sue spoglie. Dopo l&#8217;uccisione del comandante nemico, gli basta un assalto per prendere la città.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricondotto di là l&#8217;esercito vittorioso, Romolo, abile ad agire ma anche a mettere in evidenza le sue imprese, portando le spoglie del comandante nemico ucciso su un carro costruito a questo scopo, ascese al Campidoglio e le depose presso una quercia venerata dai pastori. Con quel dono delimitò il tempio di Giove e insieme aggiunse l&#8217;epiteto al dio invocandolo con queste parole: “Giove Feretrio[26], io Romolo, re vittorioso, ti reco queste armi di re e ti dedico, in questo luogo, questo tempio che solo con la mia mente ho delimitato, come sede per le spoglie opime che i posteri qui recheranno seguendo il mio esempio e dopo aver ucciso re e comandanti nemici.” Questa è l&#8217;origine del tempio che Roma consacrò primo fra tutti. E gli dei poi vollero che non rimanesse senza seguito la preghiera di chi aveva fondato il tempio e aveva impegnato i posteri a portare là le spoglie; e nemmeno permisero che molti divenissero partecipi di questo titolo di merito svilendo così tale onore. In seguito due volte soltanto, in così gran numero di anni e in così numerose guerre, furono ottenute spoglie opime[27]. Tanto rara fu la fortuna di quell&#8217;onore.</p>
<p style="text-align: justify;">11</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre i Romani attendono a quell&#8217;impresa, l&#8217;esercito degli Antemnati, approfittando dell&#8217;abbandono dei luoghi, compie un&#8217;irruzione nel loro territorio. Romolo anche contro costoro conduce l&#8217;esercito romano e li distrugge mente sono dispersi nelle campagne. A sbaragliare il nemico bastarono il primo assalto e l&#8217;urlo di battaglia: anche lo loro città cadde. Ersilia, moglie di Romolo, indotta dalle suppliche delle altre donne rapite, pregò il marito esultante per la duplice vittoria, di perdonare i genitori e di accoglierli come nuovi cittadini. Così lo stato avrebbe potuto metter più solide radici grazie alla concordia di intenti. Ersilia non trovò difficoltà ad essere esaudita. Romolo poi si mise in marcia contro i Crustumini che, a loro volta, erano scesi in guerra ma il conflitto con loro durò anche meno degli altri perché le sconfitte altrui avevano minato la fiducia. In entrambe le città furono mandate colonie; si trovò maggior numero di persone che diedero il nome per andare nel Crustumino poiché quelle terre erano particolarmente fertili. Roma fu, in seguito, sempre più spesso meta di immigrazioni soprattutto da parte di genitori e parenti delle donne rapite.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima guerra venne dai Sabini e fu di gran lunga la più difficile. I Sabini infatti non erano mossi in alcun modo da ira o da ingordigia di bottino e soprattutto non fecero trapelare nulla della loro volontà di guerra prima di essere pronti in armi. A questa accorta strategia si aggiunse poi l&#8217;inganno. Comandava il presidio della rocca romana Spurio Tarpeio di cui Tazio corruppe la figlia, vergine vestale, con dell&#8217;oro perché facesse entrare degli armati nella cittadella. Lei intanto si era allontanata per cercare fuori delle mura dell&#8217;acqua che doveva servire per una cerimonia. I soldati, una volta entrati, la uccisero seppellendola sotto le armi forse per far sembrare che la presa della rocca era dovuta ad un atto di forza, forse per dimostrare in modo esemplare che nessuna lealtà è dovuta ad un traditore. La leggenda aggiunge anche un altro particolare. La vergine aveva pattuito come ricompensa ciò che i Sabini reggevano con la sinistra: essi infatti portavano normalmente dei bracciali d&#8217;oro di grande peso sul braccio sinistro e anelli adorni di gemme e molto belli. Dunque i Sabini la ricoprirono con i loro scudi invece che con doni aurei. Qualcuno sostiene che essa, pattuendo che le consegnassero ciò che reggevano con la sinistra, volesse davvero avere gli scudi e i Sabini l&#8217;avrebbero uccisa con la sua stessa ricompensa, rendendosi conto dell&#8217;inganno.[28]</p>
<p style="text-align: justify;">12</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque quel che è certo è che i Sabini occuparono saldamente la rocca. Il giorno dopo l&#8217;esercito romano, schierato a battaglia, empì lo spazio tra Palatino e Campidoglio[29]; ma i Sabini discesero nel piano soltanto quando i Romani, sospinti dall&#8217;ira e dalla voglia rabbiosa di riprendersi la rocca, presero d&#8217;assalto il colle. Sui due fronti, davanti a tutti, Mettio Curzio tra i Sabini, Ostio Ostilio tra i Romani incitavano alla battaglia. Ostio, schierato nelle prime file, sosteneva i suoi dimostrando tutto il coraggio del suo animo nonostante la posizione svantaggiosa. Ma Ostio ebbe a cadere, e subito la schiera romana prese a ripiegare e fu anzi respinta fino all&#8217;antica porta Palatina. Lo stesso Romolo fu travolto dalla massa dei fuggitivi e, innalzando le armi al cielo, cosi pregò: “o Giove, è qui, sul Palatino, che i tuoi uccelli mi hanno indicato il luogo in cui gettare le prime fondamenta della città. Ora i Sabini occupano la tua rocca, dopo averla presa con il tradimento. E vengono qui, armati, dopo aver superato la spianata. Ma tu, padre degli dei e degli uomini, almeno da qui tieni lontano i nemici. Libera i Romani dalla paura e arresta qui la loro ignobile fuga. Io faccio voto di dedicare in questo stesso luogo un tempio a Giove Statore[30] che ricorderà per sempre ai posteri che qui, grazie al tuo tempestivo aiuto, è stata salvata la città.” Così pregò e quasi sembrava avvertire che le preghiere erano state accolte. Allora, rivolgendosi ai suoi, disse: “Giove Ottimo Massimo ci ordina che da qui parta la nostra riscossa, che da qui rinnoviamo la battaglia.”</p>
<p style="text-align: justify;">I Romani si fermarono, come se avessero ricevuto un ordine dall&#8217;alto. Lo stesso Romolo volò in prima linea. Mettio Curzio, davanti a tutti i Sabini, era sceso dalla rocca e aveva incalzato i Romani sparpagliandoli per tutta l&#8217;estensione attuale del Foro. Ormai vicino alla porta Palatina, urlava: “abbiamo sconfitto degli ospiti malfidati, dei nemici incapaci di combattere; gli abbiamo insegnato che non è la stessa cosa rapire vergini e combattere con degli uomini!” Proprio contro di lui che si vantava in tal modo, si avventò Romolo con una schiera di fierissimi giovani. Mettio, in quel momento, combatteva stando a cavallo e dunque fu più facile respingerlo indietro. E una volta respinto, i Romani lo incalzavano. Nel frattempo il resto dell&#8217;esercito romano, pungolato dal coraggio del re, sbaragliò i Sabini. Mettio andò a cacciarsi in una palude[31] poiché il suo cavallo si era impaurito per lo strepito degli inseguitori. I Sabini, scorgendo il pericolo di un cosi valoroso combattente, furono distolti dalla battaglia. Allora presero a far cenni e ad invocare Mettio, il quale riprese animo grazie all&#8217;incitamento di tanti e riuscì a trarsi d&#8217;impaccio. Romani e Sabini rinnovarono la battaglia nella valle compresa tra i due colli, ma ormai i Romani stavano prendendo il sopravvento.</p>
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