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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; La poesia</title>
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		<title>IL LORO NOME È GIÀ URLO</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 20:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[PREFAZIONE CHIAMARE OLTRE LA VOCE di Loretto Rafanelli &#160; &#160; &#160; &#160; Ci sono scrittori che vanno oltre le proprie pagine, nel senso che al procedere della loro opera, c’è parimenti un confrontarsi e un dire a voce alta, riguardo i mille aspetti della società, superando così il proprio intimo dettato, e divenendo testimonianza civile. Ricordiamo, fra gli altri, Pier Paolo Pasolini, il cui ruolo sappiamo bene quale fu nell’Italia del Novecento. Parliamo quindi di persone pronte a esporre la propria intelligenza e la propria ragione, senza tremori e compromessi, spinti da una forte ricerca della verità, si badi, non quella assoluta inseguita da certe ideologie o religioni, che è noto quanti guai hanno causato e causano, piuttosto diciamo della verità semplicemente umana. Direi di più: compassionevole e pietosa, delicata e sensibile, che si può intravedere nel proprio vivere e nel proprio sguardo. Ecco, in questa preziosa schiera si può collocare Gian Domenico Mazzocato, figura notevole di intellettuale, che, come si sa, oltre a una importante attività di scrittura, che va dalla narrativa alla traduzione, dalla poesia al teatro, dal giornalismo alla didattica, all’ambientalismo (e alla connessa galleria di immagini fotografiche), di pari passo esprime, con scritti e oralmente, una visione non solo artistica e culturale, ma di impegno sociale, attento come è a far prevalere oltre alla complessità della mente, pure la profondità del cuore e del sacro valore della vita. Con la relativa attenzione agli ultimi, ai diversi, alle vittime del potere e della prepotenza dei nuovi conquistatori, con il loro incentivare la paura e restringere le libertà individuali e collettive. Ma Mazzocato ha ben in mente tutto ciò e si muove con passi decisi, tenendo presente che, a fianco del senso di una sacra giustizia, nulla si può realizzare senza il fuoco centrale della bellezza e l’orizzonte largo dello sguardo. E auspica perciò una agorà aperta a incroci di civiltà e culture, a una natura non ospite ma fondante e unica, a città misurate dal regolo del bisogno e del rispetto, ciò anche architettonicamente, come è stato per tanti centri medievali e rinascimentali, a iniziare dalla sua cara Treviso (cantata in una bella poesia dal sapore caproniano: Solitudine intride l’andare lento / di Sile e Cagnani. / Ti amo, mio luogo / di silenzio, plumbeo mantello / e fragile), o, ancora, per fare un esempio, Pienza, la città ideale voluta da Pio II e disegnata da Rossellini. Città avvolte dal respiro dell’anima e dalla stupefacente idea di un nuovo umanesimo. Come l’autore dice in questi versi:  Io sogno e amo città libere e nobili / generose e diverse / tutte le vie, piazza dopo piazza / luminose nei vicoli. / / Ci sono città dagli abbracci impetuosi / perché possiedono braccia rudi e possenti. Quella bellezza che era la cifra dell’architetto del ’700, Lancelot Capability Brown, mastro giardiniere, costruttore di incantate scene applicate a alberi e fiori che Mazzocato ci fa conoscere, al fine di dare una indicazione colta e fondata atta a cogliere il senso dell’armonia e della complessità dell’arte verde (quel Varco tortuoso sulla via di Chatswort, / regno verde e solare del mastro giardiniere). Mazzocato scrive storie ariose e coinvolgenti, scavate nel presente e nel passato che catalizzano il lettore, ma pure l’ascoltatore quando la narrazione avviene via video. Ma un passo uguale mi pare sia presente anche nella sua poesia, che pur non essendo la forma di scrittura a cui si dedica con continuità, è sicuramente la linea di fondo, il solido architrave, del suo essere scrittore. Non a caso, in una sua poesia, e con il contemporaneo richiamo di due poeti come Luzi e Nelo Risi, così annota:  La poesia, ragazzo, è l’unico modo / per raccontare la vita / seguendo il suo ritmo. Quindi possiamo dire che la nuova raccolta di Mazzocato nasce da una forte esigenza espressiva, quella necessità di collocare la poesia in un ambito affatto secondario, bensì ritenerla fonte continua di felici approdi scritturali, e di ampie letture (dove ci sono i classici ma pure i poeti del Novecento). Il quarto libro di poesia di Gian Domenico Mazzocato ha un titolo evocativo, Il loro nome è già urlo, come fosse un chiamare oltre la voce, oltre i silenzi, coniugandosi con sicuri esiti a questa visione, caratterizzata come è da uno slancio amorevole in direzione di un altro che è presenza inquieta e contiguità necessaria. Ma pure sforzo costante di inoltrarsi verso il magma ampio e sedimentato del proprio essere, del proprio vedere. Mazzocato scrive una poesia pensante e colta, fatta di amplissimi rimandi: alla letteratura, all’arte, alla Bibbia, al mondo antico, greco e latino. Fino al tempo presente, e non poteva che essere così dato il ricco investigare che nel tempo ha focalizzato la sua attenzione, a partire dal suo ruolo di docente. Tuttavia non vi è in questi versi il peso della erudizione o della letteratura, pericoli incombenti a cui a volte soccombono pensatori e prosatori che scrivono in versi. La poesia in questo libro, assume un suo forte procedere, fatto di tanti riferimenti, ma puntellata da fulminanti passaggi (Vento rugge entro le vele; Oltre l’orto delle Esperidi, / abisso, / là muore la corsa del sole. / O forse nasce.; Lì è il pulpito / e la bibbia poggia sicura / su un ricciolo di legno, /come una voluta di violino.) e da un ritmo fiatato, soprattutto nei poemetti, fino a scorgere un immaginario scintillante e musicale. E c’è una riflessione sulla propria vita (nella selva di ossidiana / cui do il nome di anima / da sempre, / desolata landa o torbido magma, / uno stupore forse), richiamata a un’esigenza di libertà priva di ipocrisie (Luminosa e dolce è la mia tenda /e aperta. /&#8230;/ Ma nessuno, nessuno / osi fissare il prezzo di ogni mio giorno). Un esame introspettivo che volge all’obbligo di conoscersi: “Dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”, diceva Saramago, e ciò penso sia anche il sentire di Mazzocato, intento sempre a raccogliere i grani di una vita (nel Poema in blu, scorgiamo tutta questa esistenza, tra viaggi e nomi, tra luoghi e personaggi, una summa del proprio tempo trascorso, in immagini e sguardi che conquistano il lettore): A guardare il tempo che fugge e che come uno sciamano egli vorrebbe interpretare oltre il dovuto, seppure sappia montalianamente che: È qui il bastone della pioggia, / migrato da altra stagione di mia vita / e lontana ormai. / Nella casa del ritorno. Perché si sa che tutto fugge precipitosamente e si sa che l’agguato del tempo è invadente, quindi solo l’attimo è la storia, ricordato in questo bellissimo passaggio: Breve l’attimo in cui il fiume / è sorgente, / poi è altro. Nell’attimo c’è il fiato infinito delle cose del mondo: delle tante vicende storiche, della letteratura antica e moderna, della straordinaria pittura veneta, delle campagne incantate mutilate dalle fabbrichette come diceva Zanzotto, insomma il suo Veneto lamentoso, coraggioso e conservatore, curiale e infaticabile, industrioso e mirabile con le sue secolari bellezze, con i suoi molteplici racconti, così perfettamente raccolti e scritti da lui stesso. Una narrazione infinita rilevata in un punto, in un attimo, tanto la vita ci costringe a posizionarsi. Cioè essere nel limite del finito: Eppure sappiamo che la preghiera sarà pietra, eppure sappiamo della decisiva fede cristiana. Poi c’è il tenero dolce amore per la moglie, Egle: tanti respiri vitali contro la tirannia del tempo. Ma dicevo della ricerca esistenziale e della musicalità. Si scorgono soprattutto in una ballata, formata da quattro sezioni, dal titolo Pequod, che è poi la nave baleniera di Moby Dick, il famoso capolavoro di Herman Melville. Qui, attorno, o meglio dentro questa nave egli scrive una storia tesa a cercare una verità, a cercare Dio, a cercare un difficile ritorno. Una ballata sulla vita, sul dolore e sulla felicità. Le parole sono affidate a Giona il profeta ebraico dell’Antico Testamento, che vacilla sulla baleniera e si consegna alle intemperie e ai salti della vita, e che è pronto a calarsi nella più profonda controversia, nella più agitata giornata delle decisioni, così delineate in questi bei versi: Tra fessura e fessura / dorme il tempo, sogna. / Giona, profeta maledetto // È stanco come un ubriaco. / Ma folle è il mare, furibondo, / oscilla ampio e terribile / il bompresso come mai è accaduto. / Bussa morte alla lurida cabina, / Giona sceglie l’abisso. / Solo oblio di sé gli è consentito. Giona, il profeta maledetto che affronta il buio dell’abisso, ma pronto a raccontare il luminio del vento, così come il nostro autore, vigile e austero, sulla nave della vita sta a segnalarci il tintinnio dei nostri giorni.   ANTOLOGIA POETICA (a Blaise Pascal, Mario Luzi e Nelo Risi) Mario, poeta gotico rievocò con gratitudine Blaise, il più ateo fra i teologi. Inaccessibile segreto degli eventi, la fine o il principio, cerchio ampio dell’universo, attrae e divora e disperde eterno abisso o nulla, un punto e l’infinito a separare vita e morte. “Arida era in me la sorgente, disse con voce di pietra, poi amai Blaise e rinacqui. Fui ancora poeta”. Vento rugge entro le vele, (“Ma se l’universo è buio e non ha punti, chiesi ad altro poeta antico, che vale un verso?”) cuore nel mare profondo, occhi dal timone alla stella polare. “Scrivere è un atto politico” sentenziò duro. Poi abbassò la voce, sorrise. “La poesia, ragazzo, è l’unico modo per raccontare la vita seguendo il suo ritmo”. Si accese ancora un sigaro Nelo, il cineasta visionario. LIBERTÀ Se fragile sia il tempo o battito qui è memoria. Luminosa e dolce è la mia tenda e aperta. Aspetto ore e anni e molti amici. Il sorriso e il dolore. Ma nessuno, nessuno osi fissare il prezzo di ogni mio giorno. A MIRIAM Come puoi dire che il mio cuore è vuoto? Ha solo bisogno di essere riempito. Sete, attesa. L’assenza è un tempo rubato, ma da molto ho smesso di dipanare il labirinto del destino. Se sia gioco o giro largo o elusione delle domande ultime. Valgono le porte che apriamo però e, a far bene i conti, l’universo tutto è labirinto. Non ha bussola o approdi o rotte possibili, nord e sud, il sotto e il sopra. “Non vi è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro” suggerisce Jorge Louis, smagato sapiente disilluso profeta senza sogni. Allora, amore mio, è cieco il bivio giorno dopo giorno. Ma lo affrontiamo tenendoci per mano. E questo davvero conta  e dura perché entrambi sappiamo che il labirinto vero (quello da cui non si evade quello crudele e tragico) non ha muri ed è il deserto. ELEGIA PER GENOVA Moncherino di strada addita il vuoto. Baratro e abisso di noi, ciò che abbiamo ignorato. Sangue non pulsa più, case morte vuote di uomini scavalcate dal correre folle. Biografia di noi tutti. Morti per un azzardo del caso. O vivi, fardello di memoria e rimorso. ELEGIA PER TREVISO Qui, prigioniero e straniero a me stesso, precario ti penso vuota, mia città mio grembo, mia tenera culla. Mio gioco, mia scuola in vicoli angusti, dilatati, tuttavia, e praterie. Solitudine intride l’andare lento di Sile e Cagnani. Ti amo, mio luogo di silenzio, plumbeo mantello e fragile. Le chiese e le piazze, Tomaso l’immenso e come ti vide Dante liquida e luminosa, altera e dolce. Osterie mute silenzio antico e fondo canta nelle piazze flebile, nitido respiro secolare. Il mistero della storia che siamo e per sempre. Ponte de pria che vuol dire pietra. Che resiste. Ti amo. DOPO Stenderemo le ali sul diluvio, su ciò che resta. Noi rami oscillanti. “Abbatti la tua casa, ti dico, e costruisci una nave” implorò Gilgamesh, lì sulle rive sonore d’Eufrate. Parlava al re sumero, attorno aveva deserto. Poi l’universo implose. Ma all’alba del settimo giorno liberò la colomba.       Non trovò dove posare e tornò. Liberò la rondine       e anche il suo volo fu vano. Poi Gilgamesh liberò il corvo.  Si rifocillò, finalmente,  e non fece ritorno. Dai nostri corpi sporgeranno le schegge dell’anima. La parte viva di noi. E bella e vera. EXPLICIT Versi ho raccolto, sparsi nel cuore fuoco vecchio forse, forse muto popolo dei sogni al risveglio. Odisseo si svegliò, miserabile, marina azzurra di Itaca, non più re, rughe di pietra, strage nel cuore. Disse a Femio, l’aedo: “Alza forte i tuoi canti che non si oda l’agonia dei Proci. Copri la morte”. Obbedì l’antico rapsodo. Cantò il sangue, cantò il ritorno. Poi scagliò la cetra lontano, con dolore. Erano soli il re e il poeta, sul mare fulgido e canoro. “Mio signore, disse, ho rallegrato il convito dei tuoi nemici. Ma risparmia la mia vita”. Tremava la voce del poeta. Odisseo accennò col capo, pianse. Parole che i poeti non dicono (non sanno, non osano), canti non sgorgano.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome_Homepg.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4717" alt="loronome_homepg" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome_Homepg-173x300.jpg" width="173" height="300" /></a><span style="color: #000000;">PREFAZIONE</span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>CHIAMARE OLTRE LA VOCE</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>di Loretto Rafanelli<i></i></b></span></p>
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<p><span style="color: #000000;">Ci sono scrittori che vanno oltre le proprie pagine, nel senso che al procedere della loro opera, c’è parimenti un confrontarsi e un dire a <i>voce alta</i>, riguardo i mille aspetti della società, superando così il proprio intimo dettato, e divenendo testimonianza civile. Ricordiamo, fra gli altri, Pier Paolo Pasolini, il cui ruolo sappiamo bene quale fu nell’Italia del Novecento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Parliamo quindi di persone pronte a <i>esporre</i> la propria intelligenza e la propria ragione, senza tremori e compromessi, spinti da una forte ricerca della verità, si badi, non quella assoluta inseguita da certe ideologie o religioni, che è noto quanti guai hanno causato e causano, piuttosto diciamo della verità semplicemente umana. Direi di più: compassionevole e pietosa, delicata e sensibile, che si può intravedere nel proprio vivere e nel proprio sguardo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ecco, in questa preziosa schiera si può collocare Gian Domenico Mazzocato, figura notevole di intellettuale, che, come si sa, oltre a una importante attività di scrittura, che va dalla narrativa alla traduzione, dalla poesia al teatro, dal giornalismo alla didattica, all’ambientalismo (e alla connessa galleria di immagini fotografiche), di pari passo esprime, con scritti e oralmente, una visione non solo artistica e culturale, ma di impegno sociale, attento come è a far prevalere oltre alla complessità della mente, pure la profondità del cuore e del sacro valore della vita. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Con la relativa attenzione agli ultimi, ai diversi, alle vittime del potere e della prepotenza dei nuovi conquistatori, con il loro incentivare la paura e restringere le libertà individuali e collettive. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma Mazzocato ha ben in mente tutto ciò e si muove con passi decisi, tenendo presente che, a fianco del senso di una <i>sacra</i> giustizia, nulla si può realizzare senza il fuoco centrale della bellezza e l’orizzonte largo dello sguardo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E auspica perciò una agorà aperta a incroci di civiltà e culture, a una natura non ospite ma fondante e unica, a città misurate dal regolo del bisogno e del rispetto, ciò anche architettonicamente, come è stato per tanti centri medievali e rinascimentali, a iniziare dalla sua cara Treviso (cantata in una bella poesia dal sapore caproniano: <i>Solitudine intride l’andare lento / di Sile e Cagnani. / Ti amo, mio luogo / di silenzio, plumbeo mantello / e fragile</i>), o, ancora, per fare un esempio, Pienza, la città ideale voluta da Pio II e disegnata da Rossellini. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Città avvolte dal respiro dell’anima e dalla stupefacente idea di un nuovo umanesimo. Come l’autore dice in questi versi:  <i>Io sogno e amo città libere e nobili / generose e diverse / tutte le vie, piazza dopo piazza / luminose nei vicoli. / / Ci sono città dagli abbracci impetuosi / perché possiedono braccia rudi e possenti</i>. Quella bellezza che era la cifra dell’architetto del ’700, Lancelot Capability Brown, mastro giardiniere, costruttore di incantate scene applicate a alberi e fiori che Mazzocato ci fa conoscere, al fine di dare una indicazione colta e fondata atta a cogliere il senso dell’armonia e della complessità dell’arte verde (quel <i>Varco tortuoso sulla via di Chatswort, / regno verde e solare del mastro giardiniere</i>). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Mazzocato scrive storie ariose e coinvolgenti, scavate nel presente e nel passato che catalizzano il lettore, ma pure l’ascoltatore quando la narrazione avviene via video. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma un passo uguale mi pare sia presente anche nella sua poesia, che pur non essendo la forma di scrittura a cui si dedica con continuità, è sicuramente la linea di fondo, il solido architrave, del suo essere scrittore. Non a caso, in una sua poesia, e con il contemporaneo <i>richiamo</i> di due poeti come Luzi e Nelo Risi, così annota:  <i>La poesia, ragazzo, è l’unico modo / per raccontare la vita / seguendo il suo ritmo</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Quindi possiamo dire che la nuova raccolta di Mazzocato nasce da una forte esigenza espressiva, quella necessità di collocare la poesia in un ambito affatto secondario, bensì ritenerla fonte continua di felici approdi scritturali, e di ampie letture (dove ci sono i classici ma pure i poeti del Novecento). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il quarto libro di poesia di Gian Domenico Mazzocato ha un titolo evocativo, <i>Il loro nome è già urlo</i>, come fosse un chiamare oltre la voce, oltre i silenzi, coniugandosi con sicuri esiti a questa visione, caratterizzata come è da uno slancio amorevole in direzione di un <i>altro</i> che è presenza inquieta e contiguità necessaria.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma pure sforzo costante di inoltrarsi verso il magma ampio e sedimentato del proprio essere, del proprio vedere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Mazzocato scrive una poesia pensante e colta, fatta di amplissimi rimandi: alla letteratura, all’arte, alla Bibbia, al mondo antico, greco e latino. Fino al tempo presente, e non poteva che essere così dato il ricco investigare che nel tempo ha focalizzato la sua attenzione, a partire dal suo ruolo di docente. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tuttavia non vi è in questi versi il peso della erudizione o della letteratura, pericoli incombenti a cui a volte soccombono pensatori e prosatori che scrivono in versi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La poesia in questo libro, assume un suo forte procedere, fatto di tanti riferimenti, ma puntellata da fulminanti passaggi (<i>Vento rugge entro le vele</i>; <i>Oltre l’orto delle Esperidi, / abisso, / là muore la corsa del sole. / O forse nasce.</i>; <i>Lì è il pulpito / e la bibbia poggia sicura / su un ricciolo di legno, /come una voluta di violino.</i>) e da un ritmo fiatato, soprattutto nei poemetti, fino a scorgere un immaginario scintillante e musicale. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E c’è una riflessione sulla propria vita (<i>nella selva di ossidiana / cui do il nome di anima / da sempre, / desolata landa o torbido magma, / uno stupore forse</i>), richiamata a un’esigenza di libertà priva di ipocrisie (<i>Luminosa e dolce è la mia tenda /e aperta. /&#8230;/ Ma nessuno, nessuno / osi fissare il prezzo di ogni mio giorno</i>). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un esame introspettivo che volge all’obbligo di conoscersi: “Dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”, diceva Saramago, e ciò penso sia anche il sentire di Mazzocato, intento sempre a raccogliere i grani di una vita (nel <i>Poema in blu</i>, scorgiamo tutta questa esistenza, tra viaggi e nomi, tra luoghi e personaggi, una summa del proprio tempo trascorso, in immagini e sguardi che conquistano il lettore): A guardare il tempo che fugge e che come uno sciamano egli vorrebbe interpretare oltre il dovuto, seppure sappia montalianamente che: <i>È qui il bastone della pioggia, / migrato da altra stagione di mia vita / e lontana ormai. / Nella casa del ritorno</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché si sa che tutto fugge precipitosamente e si sa che l’agguato del tempo è invadente, quindi solo l’attimo è la storia, ricordato in questo bellissimo passaggio: <i>Breve l’attimo in cui il fiume / è sorgente, / poi è altro</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nell’attimo c’è il fiato infinito delle cose del mondo: delle tante vicende storiche, della letteratura antica e moderna, della straordinaria pittura veneta, delle campagne incantate mutilate dalle fabbrichette come diceva Zanzotto, insomma il suo Veneto lamentoso, coraggioso e conservatore, curiale e infaticabile, industrioso e mirabile con le sue secolari bellezze, con i suoi molteplici racconti, così perfettamente raccolti e scritti da lui stesso. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Una narrazione infinita rilevata in un punto, in un attimo, tanto la vita ci costringe a posizionarsi. Cioè essere nel limite del finito: Eppure sappiamo che <i>la preghiera sarà pietra</i>, eppure sappiamo della decisiva fede cristiana. Poi c’è il tenero dolce amore per la moglie, Egle: tanti respiri vitali contro la tirannia del tempo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma dicevo della ricerca esistenziale e della musicalità. Si scorgono soprattutto in una ballata, formata da quattro sezioni, dal titolo <i>Pequod</i>, che è poi la nave baleniera di <i>Moby Dick</i>, il famoso capolavoro di Herman Melville. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Qui, attorno, o meglio dentro questa nave egli scrive una storia tesa a cercare una verità, a cercare Dio, a cercare un difficile ritorno.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Una ballata sulla vita, sul dolore e sulla felicità. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Le parole sono affidate a Giona il profeta ebraico dell’Antico Testamento, che vacilla sulla baleniera e si consegna alle intemperie e ai salti della vita, e che è pronto a calarsi nella più profonda controversia, nella più agitata giornata delle decisioni, così delineate in questi bei versi: <i>Tra fessura e fessura / dorme il tempo, sogna. / Giona, profeta maledetto // È stanco come un ubriaco. / Ma folle è il mare, furibondo, / oscilla ampio e terribile / il bompresso come mai è accaduto. / Bussa morte alla lurida cabina, / Giona sceglie l’abisso. / Solo oblio di sé gli è consentito</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giona, il profeta maledetto che affronta il buio dell’abisso, ma pronto a raccontare il luminio del vento, così come il nostro autore, vigile e austero, sulla nave della vita sta a segnalarci il tintinnio dei nostri giorni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> <a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome001.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4719" alt="loronome001" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome001-175x300.jpg" width="175" height="300" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>ANTOLOGIA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">POETICA</span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>(a Blaise Pascal, Mario Luzi e Nelo Risi)</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mario, poeta gotico</span><br />
<span style="color: #000000;"> rievocò con gratitudine</span><br />
<span style="color: #000000;"> Blaise, il più ateo fra i teologi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Inaccessibile segreto degli eventi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> la fine o il principio,</span><br />
<span style="color: #000000;"> cerchio ampio dell’universo,</span></p>
<p><span style="color: #000000;">attrae e divora e disperde </span><br />
<span style="color: #000000;"> eterno abisso o nulla,</span><br />
<span style="color: #000000;"> un punto e l’infinito </span><br />
<span style="color: #000000;"> a separare vita e morte.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Arida era in me la sorgente, </span><br />
<span style="color: #000000;"> disse con voce di pietra,</span><br />
<span style="color: #000000;"> poi amai Blaise e rinacqui.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Fui ancora poeta”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vento rugge entro le vele, </span><br />
<span style="color: #000000;"> (“Ma se l’universo è buio e non ha punti, </span><br />
<span style="color: #000000;"> chiesi ad altro poeta antico,</span><br />
<span style="color: #000000;"> che vale un verso?”)</span><br />
<span style="color: #000000;"> cuore nel mare profondo, </span><br />
<span style="color: #000000;"> occhi dal timone alla stella polare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Scrivere è un atto politico”</span><br />
<span style="color: #000000;"> sentenziò duro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi abbassò la voce, sorrise.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “La poesia, ragazzo, è l’unico modo </span><br />
<span style="color: #000000;"> per raccontare la vita </span><br />
<span style="color: #000000;"> seguendo il suo ritmo”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Si accese ancora un sigaro</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nelo, il cineasta visionario.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">LIBERTÀ </span><br />
<span style="color: #000000;"> Se fragile sia il tempo </span><br />
<span style="color: #000000;"> o battito</span><br />
<span style="color: #000000;"> qui è memoria. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Luminosa e dolce è la mia tenda</span><br />
<span style="color: #000000;"> e aperta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Aspetto ore e anni</span><br />
<span style="color: #000000;"> e molti amici.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il sorriso e il dolore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma nessuno, nessuno </span><br />
<span style="color: #000000;"> osi fissare il prezzo di ogni mio giorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A MIRIAM</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come puoi dire che il mio cuore è vuoto?</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha solo bisogno di essere riempito.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sete, attesa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’assenza è un tempo rubato,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ma da molto ho smesso</span><br />
<span style="color: #000000;"> di dipanare il labirinto del destino.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Se sia gioco o giro largo</span><br />
<span style="color: #000000;"> o elusione delle domande ultime.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Valgono le porte che apriamo</span><br />
<span style="color: #000000;"> però</span><br />
<span style="color: #000000;"> e, a far bene i conti, l’universo tutto </span><br />
<span style="color: #000000;"> è labirinto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Non ha bussola </span><br />
<span style="color: #000000;"> o approdi o rotte possibili,</span><br />
<span style="color: #000000;"> nord e sud, il sotto e il sopra.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Non vi è diritto né rovescio</span><br />
<span style="color: #000000;"> né muro esterno né segreto centro”</span><br />
<span style="color: #000000;"> suggerisce Jorge Louis,</span><br />
<span style="color: #000000;"> smagato sapiente</span><br />
<span style="color: #000000;"> disilluso profeta senza sogni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Allora, amore mio,</span><br />
<span style="color: #000000;"> è cieco il bivio giorno dopo giorno.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma lo affrontiamo tenendoci per mano.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E questo davvero conta  e dura</span><br />
<span style="color: #000000;"> perché entrambi sappiamo</span><br />
<span style="color: #000000;"> che il labirinto vero</span><br />
<span style="color: #000000;"> (quello da cui non si evade</span><br />
<span style="color: #000000;"> quello crudele e tragico)</span><br />
<span style="color: #000000;"> non ha muri ed è il deserto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">ELEGIA PER GENOVA</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Moncherino di strada </span><br />
<span style="color: #000000;"> addita il vuoto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Baratro e abisso di noi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ciò che abbiamo ignorato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sangue non pulsa più,</span><br />
<span style="color: #000000;"> case morte</span><br />
<span style="color: #000000;"> vuote di uomini</span><br />
<span style="color: #000000;"> scavalcate dal correre folle.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Biografia di noi</span><br />
<span style="color: #000000;"> tutti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Morti per un azzardo del caso.</span><br />
<span style="color: #000000;"> O vivi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> fardello di memoria e rimorso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">ELEGIA PER TREVISO</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui, prigioniero e straniero a me stesso, </span><br />
<span style="color: #000000;"> precario</span><br />
<span style="color: #000000;"> ti penso vuota, mia città</span><br />
<span style="color: #000000;"> mio grembo, mia tenera culla.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mio gioco, mia scuola</span><br />
<span style="color: #000000;"> in vicoli angusti,</span><br />
<span style="color: #000000;"> dilatati, tuttavia, e praterie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Solitudine intride l’andare lento</span><br />
<span style="color: #000000;"> di Sile e Cagnani. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ti amo, mio luogo</span><br />
<span style="color: #000000;"> di silenzio, plumbeo mantello</span><br />
<span style="color: #000000;"> e fragile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le chiese e le piazze,</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tomaso l’immenso</span><br />
<span style="color: #000000;"> e come ti vide Dante</span><br />
<span style="color: #000000;"> liquida e luminosa,</span><br />
<span style="color: #000000;"> altera e dolce.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Osterie mute</span><br />
<span style="color: #000000;"> silenzio antico e fondo</span><br />
<span style="color: #000000;"> canta nelle piazze</span><br />
<span style="color: #000000;"> flebile, nitido</span><br />
<span style="color: #000000;"> respiro secolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il mistero della storia</span><br />
<span style="color: #000000;"> che siamo e per sempre. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ponte de pria</span><br />
<span style="color: #000000;"> che vuol dire pietra. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Che resiste. Ti amo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">DOPO</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Stenderemo le ali sul diluvio, </span><br />
<span style="color: #000000;"> su ciò che resta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Noi rami oscillanti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Abbatti la tua casa, ti dico, </span><br />
<span style="color: #000000;"> e costruisci una nave”</span><br />
<span style="color: #000000;"> implorò Gilgamesh,</span><br />
<span style="color: #000000;"> lì sulle rive sonore d’Eufrate.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Parlava al re sumero,</span><br />
<span style="color: #000000;"> attorno aveva deserto.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi l’universo implose.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma all’alba del settimo giorno</span><br />
<span style="color: #000000;"> liberò la colomba.</span><br />
<span style="color: #000000;">       Non trovò dove posare e tornò.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Liberò la rondine</span><br />
<span style="color: #000000;">       e anche il suo volo fu vano.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi Gilgamesh liberò il corvo.</span><br />
<span style="color: #000000;">  Si rifocillò, finalmente, </span><br />
<span style="color: #000000;">  e non fece ritorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dai nostri corpi </span><br />
<span style="color: #000000;"> sporgeranno le schegge dell’anima. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La parte viva di noi. E bella e vera.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">EXPLICIT</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Versi ho raccolto, sparsi nel cuore</span><br />
<span style="color: #000000;"> fuoco vecchio forse,</span><br />
<span style="color: #000000;"> forse muto popolo dei sogni</span><br />
<span style="color: #000000;"> al risveglio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Odisseo si svegliò, miserabile,</span><br />
<span style="color: #000000;"> marina azzurra di Itaca,</span><br />
<span style="color: #000000;"> non più re, rughe di pietra,</span><br />
<span style="color: #000000;"> strage nel cuore.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Disse a Femio, l’aedo:</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Alza forte i tuoi canti</span><br />
<span style="color: #000000;"> che non si oda l’agonia dei Proci.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Copri la morte”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Obbedì l’antico rapsodo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Cantò il sangue, cantò il ritorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi scagliò la cetra lontano,</span><br />
<span style="color: #000000;"> con dolore.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Erano soli il re e il poeta,</span><br />
<span style="color: #000000;"> sul mare fulgido e canoro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Mio signore, disse,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ho rallegrato il convito dei tuoi nemici.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma risparmia la mia vita”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tremava la voce del poeta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Odisseo accennò col capo, pianse.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parole che i poeti non dicono</span><br />
<span style="color: #000000;"> (non sanno, non osano),</span><br />
<span style="color: #000000;"> canti non sgorgano.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome-interno.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4718" alt="dav" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/09/LoroNome-interno-300x127.jpg" width="300" height="127" /></a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>IN DIALOGO CON L’ACQUA DI VENEZIA / IL PREMIO “AQUE SLOSSE” 2020</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/aqueslosse2020/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/aqueslosse2020/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 10:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=4666</guid>
		<description><![CDATA[Con la lirica Aqua (filastroca par Venessia) ho vinto il prestigioso premio per la satira “Aque Slosse” bandito dall’omonima accademia di Bassano del Grappa. Da sempre racconto il Veneto inedito degli ultimi e dei personaggi borderline, da Il delitto della contessa Onigo a Il bosco veneziano, da Il caso Pavan a Il castrato di Vivaldi . Questa volta mi rivolgo all’acqua di Venezia, con una dichiarazione di amore e odio, per tutto il bene che rappresenta e per tutto il male che sa fare. Aqua bissa, aqua serpenta / aqua mai sassia, aqua sensa anguane / aqua sprota, aqua cativa /  aqua che siga, aqua che tase, una sorta di litania. Un canto di partecipazione, di dolore e di speranza. L’aqua te ga fata granda Venessia. / Deso a te copa. / Ea. / E el malfar dei omeni, concludo. Ho scritto sotto la suggestione di un’acqua alta particolarmente distruttrice e dei problematici, talora drammatici tentativi del Mose. Qualche verso buttato giù in treno di ritorno da un vano tentativo di raggiungere la biblioteca Correr in piazza san Marco. &#160; AQUA (filastroca par Venessia) Aqua bissa, aqua serpenta aqua mai sassia, aqua sensa anguane aqua sprota, aqua cativa aqua che siga, aqua che tase aqua malada, acqua de disgrassia aqua marsa, aqua pantegana aqua sbirona, aqua ladra. Aqua che rebalta, aqua che sofega. Aqua granda, aqua larga aqua stria, aqua de smara aqua longa, aqua alta. Aqua che magna, aqua che furega aqua cauterio, aqua slondrona aqua ramengona, aqua sensa raise aqua che ranfa, aqua che rantega. Aqua da biasteme, aqua de sacranon Aqua che ruspa, aqua maledeta, aqua che destira, aqua de spasemo aqua che rogna, aqua che rosega. Aqua savatona, aqua sensa creansa. Aqua che sbrega, acqua che scana. Aqua putana. L’aqua te ga fata granda Venessia. Deso a te copa. Ea. E el malfar dei omeni. Una filastrocca non si traduce, per definizione. Ecco tuttavia un glossario, anche se molti termini sono spiegati in modo forzatamente approssimativo. Serpenta, al femminile Aqua sensa anguane: figura etimologica intraducibile. Anguana deriva da aqua. L’espressione vale aqua senza fate, senza le sue ninfe. Duque acqua non benefica. Aqua pantegana: acqua che porta sorci divoratori. Aqua sbirona, aqua ladra: gioca sulla contrapposizione tra guardie e ladri, ma sbirro/birro è a sua volta spregiativo. Stria: strega; smara: incubo. Furega, intraducibile. Vale rovistare in modo affrettato e grossolano, dunque facendo danni. Cauterio, intraducibile. Vale rompiscatole ma anche persona malata, che reca male. Slondrona, intraducibile. Vale sporca, apportatrice di sudiciume. Ranfa: strappa, strappa grattando via; rantega: rantola. Ruspa: razzola ma anche scava. Spasemo: non solo il corrispondente italiano, spasimo cioè convulsione, ma anche paura. Rogna: parla cattivo, crea disagio. Savatona: maleducata, ciabattona (ma molto più forte)    ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/07/AcquaVeneziaInterno.png"><img class="size-full wp-image-4664 alignnone" alt="acquaveneziainterno" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/07/AcquaVeneziaInterno.png" width="225" height="225" /></a></p>
<p><span>C</span><span style="color: #000000;">on la lirica <i>Aqua (filastroca par Venessia)</i> ho vinto il prestigioso premio per la satira “Aque Slosse” bandito dall’omonima accademia di Bassano del Grappa. Da sempre racconto il Veneto inedito degli ultimi e dei personaggi <i>borderline</i>, da <i>Il delitto della contessa Onigo</i> a <i>Il bosco veneziano</i>, da <i>Il caso Pavan</i> a <i>Il castrato di Vivaldi</i> . Questa volta mi rivolgo all’acqua di Venezia, con una dichiarazione di amore e odio, per tutto il bene che rappresenta e per tutto il male che sa fare. <i>Aqua bissa, aqua serpenta / aqua mai sassia, aqua sensa anguane / aqua sprota, aqua cativa /  aqua che siga, aqua che tase</i>, una sorta di litania. Un canto di partecipazione, di dolore e di speranza. <i>L’aqua te ga fata granda Venessia. / Deso a te copa. / Ea. / E el malfar dei omeni</i>, concludo. Ho scritto sotto la suggestione di un’acqua alta particolarmente distruttrice e dei problematici, talora drammatici tentativi del Mose. Qualche verso buttato giù in treno di ritorno da un vano tentativo di raggiungere la biblioteca Correr in piazza san Marco.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><b><span style="font-size: xx-large;">AQUA<br />
</span><br />
<span style="font-size: large;">(filastroca par Venessia)</span></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua bissa, aqua serpenta</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua mai sassia, aqua sensa anguane </span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua sprota, aqua cativa</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua che siga, aqua che tase</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua malada, acqua de disgrassia</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua marsa, aqua pantegana</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua sbirona, aqua ladra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua che rebalta, aqua che sofega.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua granda, aqua larga </span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua stria, aqua de smara</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua longa, aqua alta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua che magna, aqua che furega</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua cauterio, aqua slondrona</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua ramengona, aqua sensa raise</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua che ranfa, aqua che rantega.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua da biasteme, aqua de sacranon</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua che ruspa, aqua maledeta, </span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua che destira, aqua de spasemo</span><br />
<span style="color: #000000;"> aqua che rogna, aqua che rosega.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aqua savatona, aqua sensa creansa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Aqua che sbrega, acqua che scana.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Aqua putana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’aqua te ga fata granda Venessia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Deso a te copa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ea. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E el malfar dei omeni.</span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/07/AcquaVeneziaArt.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4665" alt="acquaveneziaart" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/07/AcquaVeneziaArt.jpg" width="491" height="381" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Una filastrocca non si traduce, per definizione. Ecco tuttavia un glossario, anche se molti termini sono spiegati in modo forzatamente approssimativo.</span></p>
<ol>
<li><span style="color: #000000;">Serpenta, al femminile</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Aqua sensa anguane: figura etimologica intraducibile. Anguana deriva da aqua. L’espressione vale aqua senza fate, senza le sue ninfe. Duque acqua non benefica.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Aqua pantegana: acqua che porta sorci divoratori.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Aqua sbirona, aqua ladra: gioca sulla contrapposizione tra guardie e ladri, ma sbirro/birro è a sua volta spregiativo.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Stria: strega; smara: incubo.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Furega, intraducibile. Vale rovistare in modo affrettato e grossolano, dunque facendo danni.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Cauterio, intraducibile. Vale rompiscatole ma anche persona malata, che reca male.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Slondrona, intraducibile. Vale sporca, apportatrice di sudiciume.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Ranfa: strappa, strappa grattando via; rantega: rantola.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Ruspa: razzola ma anche scava.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Spasemo: non solo il corrispondente italiano, spasimo cioè convulsione, ma anche paura.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Rogna: parla cattivo, crea disagio.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Savatona: maleducata, ciabattona (ma molto più forte)</span></li>
</ol>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>IL BASTONE DELLA PIOGGIA</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-bastone-della-pioggia/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-bastone-della-pioggia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 21:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Lascerò fiera traccia di me. Il bastone -cavo, riempito di semi, raccolti tutti nella foresta- agita piano lo sciamano. Ha voce di cristallo. Evoca pioggia, volto assorto, rivolto all’orizzonte dove gli Yamanà accendono fuochi, rughe scavate dal vento nella piana sconfinata di Patagonia. Invoca fecondità lo sciamano dagli occhi di pietra. È qui il bastone della pioggia, migrato da altra stagione di mia vita e lontana ormai. Nella casa del ritorno. Apro il suo grembo e semi antichi riaffiorano alla luce. Lo sciamano ha scrutato il futuro, verdi occhi di giada. Il pendio, erto, dietro la casa del ritorno. In ginocchio. Dolcemente apro la terra, gesto di sacerdote, solo mani. Sussurro una nenia, preghiera o quasi, parole al ventre profondo della terra. I frammenti di ciò che fu mia vita. Un soffio, un alito, come di un dio primigenio. Rinchiudo, carezza al declivio fiorito. Traccia eterna di me, quando di mia povera scrittura tutto sarà vaporato e perduto nella notte del futuro. Io, esile ombra, in qualche landa degli dei, terra elisia, a raccogliere semi. Mi terrà per mano lo sciamano petroso, dio della forza e della fertilità. Voce di ossidiana, dove vibra e chiama e invita il cuore vivo della foresta.   &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/05/Il-bastone-della-pioggia1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4165" alt="il-bastone-della-pioggia1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/05/Il-bastone-della-pioggia1-240x300.jpg" width="240" height="300" /></a></b>Lascerò fiera traccia di me.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il bastone</span><br />
<span style="color: #000000;"> -cavo, riempito di semi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> raccolti tutti nella foresta- </span><br />
<span style="color: #000000;"> agita piano lo sciamano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ha voce di cristallo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Evoca pioggia,</span><br />
<span style="color: #000000;"> volto assorto, rivolto all’orizzonte </span><br />
<span style="color: #000000;"> dove gli Yamanà accendono fuochi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> rughe scavate dal vento</span><br />
<span style="color: #000000;"> nella piana sconfinata di Patagonia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Invoca fecondità</span><br />
<span style="color: #000000;"> lo sciamano dagli occhi di pietra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">È qui il bastone della pioggia,</span><br />
<span style="color: #000000;"> migrato da altra stagione di mia vita </span><br />
<span style="color: #000000;"> e lontana ormai.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nella casa del ritorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Apro il suo grembo </span><br />
<span style="color: #000000;"> e semi antichi riaffiorano alla luce.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Lo sciamano ha scrutato il futuro,</span><br />
<span style="color: #000000;"> verdi occhi di giada. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Il pendio, erto, dietro la casa del ritorno.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In ginocchio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dolcemente apro la terra, </span><br />
<span style="color: #000000;"> gesto di sacerdote, solo mani.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sussurro una nenia, preghiera o quasi,</span><br />
<span style="color: #000000;"> parole al ventre profondo della terra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I frammenti di ciò che fu mia vita.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Un soffio, un alito, come di un dio primigenio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Rinchiudo, carezza al declivio fiorito.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Traccia eterna di me,</span><br />
<span style="color: #000000;"> quando di mia povera scrittura</span><br />
<span style="color: #000000;"> tutto sarà vaporato e perduto nella notte del futuro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Io, esile ombra, in qualche landa degli dei,</span><br />
<span style="color: #000000;"> terra elisia, a raccogliere semi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi terrà per mano lo sciamano petroso, </span><br />
<span style="color: #000000;"> dio della forza e della fertilità.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Voce di ossidiana,</span><br />
<span style="color: #000000;"> dove vibra e chiama e invita </span><br />
<span style="color: #000000;"> il cuore vivo della foresta.</span></p>
<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/05/Il-bastone-della-pioggia2.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4163" alt="il-bastone-della-pioggia2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/05/Il-bastone-della-pioggia2.jpg" width="430" height="286" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dalla selva delle esili memorie</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/dalla-selva-delle-esili-memorie/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 17:41:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; (EDIZIONI DBS, FELTRE, 2008) Con una nota di Giuseppe dal Ferro Tutti i diritti di DALLA SELVA DELLE ESILI MEMORIE sono ceduti dall’autore all’ADVAR cui serve rivolgersi per acquisire il volume (Assistenza domiciliare gratuita Alberto Rizzotti Onlus) www.advar.it info@advar.it 0422 358311 Nella poesia di Gian Domenico Mazzocato, scrive Giorgio Bárberi Squarotti, “è il senso di una parola che viene fuori superando barriere enormi di silenzio, come dal fondo dei secoli”. Tempo, memorie domestiche, spazio, paure del quotidiano sono l’impasto di questa poesia “dura, aspra, irta come per una fatica del dire”. Mazzocato raccoglie nella sua selva popolata da esili memorie (fantasmi e corpi vivi ad un tempo) i versi scritti negli ultimi anni. Dopo Il fuoco vecchio e Straniarsi è qui (va ricordata anche la partecipazione assieme ad altri tre poeti a Diapason con variazioni) è questa la sua terza silloge. Poesia impressionistica, poesia della memoria. Mazzocato, che in questi anni si è dedicato soprattutto a narrare la civiltà della sua terra fondando quella che Fulvio Tomizza ha chiamato “la saga dei vinti veneti”, continua a raccontare qui, con coerenza alle sue scelte culturali e valoriali, il perenne straniamento del poeta rispetto ad una quotidianità ostile e indecifrabile. È la difficoltà a individuare il correre di un segno provvidenziale, a riconoscersi un ruolo nella storia. È l’orrore per il male che la abita, è il silenzio del divino. Che può dire e dirsi il poeta? Che può fare? Nulla, se non tracciare un percorso di risalita alla memoria, ai valori da cui viene. Solo una testimonianza, sofferta. NOTTURNO VENEZIANO Non è più qui insinua una voce e il vicolo fu improvvisa suggestione, un solco scavato, un alveare vuoto una vena sottile e spezzata che ancora pulsa Zampilla una piccola fontana e l&#8217;altoparlante, lontano, insiste sui prezzi migliori, sulle grandi occasioni Qui nel vicolo il mare di folla ha un suo piccolo golfo riparato un ponte gettato ieri, già sconnesso. Vira piano la solitudine ma il timone non ha misura Due fari, dal profondo della notte frugano case in decadenza e i muri macchiati Voglio la dose ha tracciato uno spray rosso, senza speranza E se non volessi ricordare? Ma conserviamo la foto, fattaci di sorpresa. Lì sorridiamo per caso. MIO PADRE E qualcuno, anche in mezzo a noi, difende la sua fede, ciò che ricorda e gli si è ingrommato dentro senza scelta, irreversibile Non farò mai testamento disse con voce ferma al massimo registrerò una bobina sul magnetofono. Per dirti. E fu tutto allora, per sempre per tutte le archeologie possibili di me per tutti gli archetipi cercati e inseguiti. Né ancora so Tanto si è sgretolato il ricordo da non esistere quasi più Rinuncia alla memoria, è meglio. il ricordo resiste come un guscio vuoto nel gesto di raccogliere da terra un frusto di pane memoria scavata, archeologia dei sensi memoria pietrificata, senza parole PER ALCUNI AMICI Nascemmo e fummo già al limite estremo di noi -fragile il diaframma di anni, sentimenti e giorni ed esile tra essere e non essere- E la memoria è una pietra senza radici dolcemente piegata sul muro basso che i pruni carezzano tra gli odori luminosi dell&#8217;estate Fermò il lapicida, su commissione due cose o tre di noi o forse nessuna Ora certo siamo al di qua del mistero e voliamo con piccole ali di luce sopra il deserto che fummo nella gioia leggera che siamo PER GIOVANNI GIOVANNI NARDI morto per mare e mai restituito alla sua terra Piange ora la memoria di me con eco sonora in una tomba mai scavata Ricordo che fummo nebbia tutti in un giorno di stagione in declino e cercammo approdo Fui nebbia anch&#8217;io e scivolai piano nell&#8217;acqua confuso e stupito che i miei piedi contadini non lasciassero orme Morì con me Paolo lo stupratore che nell&#8217;ultimo abbraccio ebbe una carezza sulla mia mano e Ronnj, il pugile nero venuto da lontano e poi squarciato come il ventre della nostra barca Di loro ho ricordo perché morimmo abbracciati con gli occhi chiusi, eppure guardandoci perché l&#8217;anima era svelata e comune e liquida. Fu come scivolare lungo il ristoro di un pianto lungamente atteso e rifondare noi stessi sulle palafitte del tempo disseccato e riscoperto eterno PER GIUSEPPE BORDIN GIUSEPPE di anni 72 strappato all&#8217;affetto dei suoi dopo lunga malattia Ti ringrazio Signore per questa prova di dolore Il prete e mia moglie mi misero in bocca queste parole che abitarono per un&#8217;eternità tra pensieri e rantoli estremi -brevi e vicini- incagliate senza speranza nel labirinto della paura Il mio sangue piuttosto urlava e chiedeva perdono tra gli ultimi grumi vivi Ora qui non dorme Eleonora con cui una sola volta ho peccato nei suoi vent&#8217;anni e nei miei cinquanta o quasi dopo sei mesi di desiderio mio e suo inconfessato E ho consumato in fretta la mia anima diversa ed estranea il mio io sperduto e turgido e smarrito tra i solchi lunghi e uguali che furono mia vita Qui Eleonora non dorme né io so quale destino l&#8217;abbia presa o domata Così sono venuto solo, Signore logoro e aperto in ogni fibra schiantato dal mio soffrire PER ITALO ITALO BARRO di anni 54 tornato dal Belgio a morire nella sua terra Nessuno può negare, spero, che 54 anni siano pochi per morire: ma chi può fare i conti in tasca al destino? La miniera è una terra che vibra e tu ne ascolti con paura i sussulti vivi. La miniera è un muro nero da spingere avanti senza fine facendone briciole di continuo e da gettare dietro le spalle. La miniera è un modo di vivere senza sole ed è una bestia aspra e ruvida che continuò a mangiarmi anche quando ne riemersi Sentivo però l&#8217;anima intatta e solare e tornai qui a morire tra le stagioni del granoturco e i rumori impercettibili del mosto. Non mi lamento. Ho liberato la mia anima come un aquilone e ho trovato speranza e la mia porzione di eternità. Non so cosa pensa però, qui vicino a me Ortensio, dagli occhi neri che era il bello del paese e aveva ancora il volto di un bambino. Mezzo se l&#8217;era già mangiato la guerra d&#8217;Albania e quel che di lui restava -aveva ancora il volto di un bambino- abitava inquieto e pauroso nella casa di sassi, tirata su con rabbia fino al soffitto, in pochi giorni. Sua moglie lo vegliò disperata e lucida in sei giorni di agonia caduto dalla moto dopo un giorno di cantiere. Che pensa Ortensio, il bello delle due figlie che ha lasciato? Che pensa dei suoi trent&#8217;anni bruciati in una sera tra i ciottoli di una strada troppo lunga al margine della sua vita senza domani? Non so cosa pensa Ortensio, il bello -nel suo viso attonito di fanciullo troppo presto colto in fallo- ma prima o poi troverò un attimo di eternità e glielo chiederò. NOTA A IMMAGINI DEL REGNO di Giuseppe dal Ferro Al di là della quotidianità e dell&#8217;incalzare dei giorni, la vita spietatamente ripropone ad ogni angolo, all&#8217;uomo di tutti i tempi, il mistero che solo nella religione acquista significato. I versi tesi e suggestivi di Gian Domenico Mazzocato sono intuizione di questo mistero, che si ricompone in una profonda religiosità. Sono parola che rinuncia ad essere se stessa per divenire acqua trasparente, invisibile, tale da consentire un contatto con il greto del fiume per lo più sconosciuto. Il respiro dei versi è universale: nel leggerli mi sembrava di cogliere una umanità inconsapevolmente unita nella ricerca dell&#8217;ignoto: l&#8217;induista in attesa della rinascita ultima (una sola volta e definitiva) il quale ritiene centrale nella vita attraversare il guado; il taoista preoccupato di trovare l&#8217;immortalità sulla montagna, dove vivono gli spiriti (lungo il cammino sul taglio del monte); l&#8217;uomo secolarizzato dell&#8217;occidente insofferente degli archetipi della vita, consapevole perché vivere è mistero e l&#8217;andare un barcollare incerto. È la sofferenza degli uomini, il camminare a tentoni angustiato dal perché?, l&#8217;aprire il costato con l&#8217;arma selvaggia e irridente per trovare una risposta. Questo cammino angosciato all&#8217;incontro col fallimento del crocifisso, dischiude la porta del Regno e con essa scopre la speranza: vincerò. Il mistero allora si fa intelligibile e, in un incalzare di Se il padre esiste&#8230;, dilaga sulle cose trasformandole in amore, in guida, in occhio veggente, in simpatia universale per il mondo: Sarò vento col vento, voce sonora e inascoltata, voce ebbra di ricordi. In questo senso, ed è forse la chiave dell&#8217;intuizione poetica, la memoria carica di dolore e di morte si fa con la fede intuizione prospettica, traboccante di speranza e gioia. NOTA DELL&#8217;AUTORE Ho raccolto in Dalla selva delle esili memorie alcuni dei versi che ho scritto dopo il mio Straniarsi è qui, che risale agli anni Ottanta. Alcuni si configurano nella species del frammento, altri cercano di comporsi in una geografia più ordinata e riconoscibile nella struttura del poemetto. Alcune sono liriche d&#8217;occasione. Per esempio Rustico trevigiano ha accompagnato alcune incisioni raffiguranti antichi e cadenti casali trevigiani: una immagine che ha condensato anche dopo di allora alcune mie emozioni e guidato qualche itinerario del ricordo. Immagini del Regno sono segno e frutto di inchiesta e ricerca. Inesauste, inevase, vorrei dire fallimentari e inconcludenti. Perchè in realtà non si smette mai di cercare e il senso dell’inchiesta non risiede nell’oggetto o nell’obiettivo, ma nello stesso cercare. L’isola del pensiero è catalogo di memorie sparse. O meglio, un tentativo di catalogare. Come accade del resto con Per alcuni amici che è sintesi di alcuni incontri (virtuali? fittizi? Io credo che nulla diventi più vero di tutto ciò che è invenzione e poi scrittura) con storie possibili. Dico così: una prova di racconto in metrica. In Alla ricerca dell’airone rosso narro come si può scendere verso la foce di un fiume (il placido Sile, nel mio caso) e in realtà cercare una pausa. In generale le liriche appartengono -trama e ordito- al tessuto dell&#8217;ansia e della paura che contraddistingue l’immagine della selva o, se si vuole, del labirinto, del viaggio. E continuo qui, in qualche modo, l&#8217;inventario degli oggetti incontrati nello straniamento delineato nelle altre mie sillogi. NEL PROFONDO DELL&#8217;ANIMA di Mario Cutuli L&#8217;hanno chiamata “impressionistica”. Della “memoria”&#8230; La poesia di Gian Domenico Mazzocato non parla. Evoca. Non insegna. Suggerisce. Non propone. Ricerca. Attinge da un mondo lontano. Arcano eppur reale. Remoto eppur vicino. Intimo. Profondo. Dove alloggiano nomi e volti che la polvere non ha mai coperto, che il tempo non ha mai cancellato. Che ha custodito. Geloso. Dove “umanità lacerata pesa sempre anche nel ricordo”. Dove “rotola da lontano questa sincroniadiacronia di diaspora nascosta e quotidiana”. Dove vivono passioni sopite. Dove “nel tiaso dei ricordi” pullulano frammenti di vita mai spenti. Attimi di storia che di colpo riaffiorano nitidi ma impalpabili “come isole di bruma emerse dal silenzio”. Incapaci però di decifrare se “navigare sia solo o anche andare lungo le vie del mare verso Ilio”. “Dalla selva delle esili memorie”, D. B. S. editore, dopo le fortunate “Il fuoco vecchio” e Straniarsi è qui”, conferma la nota costante di una poetica che rivive con pressoché totale disincanto, un mondo impenetrabile se non proprio ostile. Una quotidianità ove “vivere è mistero e l&#8217;andare un barcollare incerto”. Perciò la fuga nella memoria o forse l&#8217;improvviso destarsi di essa “quando il pensiero allenta la guardia”. Esile come “il solco del nostro transito”. Come la vita “febbre sotterranea e misteriosa” che la parola tenta di decifrare allacciando legami al di là del tempo e dello spazio. Ricomponendo fili spezzati. Ristabilendo armonie che la quotidianità ignora. Magia della parola. Anche quando è capace di alludere soltanto. Anche quando anch&#8217;essa sperimenta la difficoltà di dipanare il groviglio di quella “ebbrezza senza confini e improvvisa”, di quel “male inguaribile e pieno” che si chiama vita. Di quello “oscillare periodico” nel quale si consumano, inesorabili, i nostri giorni in un continuo interrogarsi. In un inarrestabile cercare oltre l&#8217;apparente evidenza, oltre “la cecità di oggi”, per approdare nel “tempo senza tempo”, oltre la “Porta del regno” dove anche il mistero acquista un senso e l&#8217;angoscia si ricompone. Versi davvero intensi quelli di Gian Domenico. Specchio dell&#8217;anima. Forti eppur sommessi. Solenni ed intimi allo stesso tempo. Testimoni di un sofferto procedere a ritroso dal presente per riappropriarsi di uno spazio che non è spazio. Quello della coscienza. Che come linguaggio conosce soltanto quello loquace del silenzio. Una ricerca, quella di Mazzocato, che è la ricerca di tutti. Per comprendere. Per raccontare la vita. VITA DEL POPOLO, TREVISO, 20 DICEMBRE 2008 &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/dallaselva.jpg"><img class="size-full wp-image-269 alignleft" title="dallaselva" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/dallaselva.jpg" alt="" width="96" height="151" /></a></p>
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<p>(EDIZIONI DBS, FELTRE, 2008)</p>
<p>Con una nota di Giuseppe dal Ferro</p>
<h6>Tutti i diritti di<br />
DALLA SELVA DELLE ESILI MEMORIE<br />
sono ceduti dall’autore all’ADVAR<br />
cui serve rivolgersi per acquisire il volume<br />
(Assistenza domiciliare gratuita Alberto Rizzotti Onlus)<br />
www.advar.it info@advar.it 0422 358311</h6>
<p style="text-align: justify;">Nella poesia di Gian Domenico Mazzocato, scrive Giorgio Bárberi Squarotti, “è il senso di una parola che viene fuori superando barriere enormi di silenzio, come dal fondo dei secoli”. Tempo, memorie domestiche, spazio, paure del quotidiano sono l’impasto di questa poesia “dura, aspra, irta come per una fatica del dire”. Mazzocato raccoglie nella sua selva popolata da esili memorie (fantasmi e corpi vivi ad un tempo) i versi scritti negli ultimi anni. Dopo Il fuoco vecchio e Straniarsi è qui (va ricordata anche la partecipazione assieme ad altri tre poeti a Diapason con variazioni) è questa la sua terza silloge. Poesia impressionistica, poesia della memoria. Mazzocato, che in questi anni si è dedicato soprattutto a narrare la civiltà della sua terra fondando quella che Fulvio Tomizza ha chiamato “la saga dei vinti veneti”, continua a raccontare qui, con coerenza alle sue scelte culturali e valoriali, il perenne straniamento del poeta rispetto ad una quotidianità ostile e indecifrabile. È la difficoltà a individuare il correre di un segno provvidenziale, a riconoscersi un ruolo nella storia. È l’orrore per il male che la abita, è il silenzio del divino. Che può dire e dirsi il poeta? Che può fare? Nulla, se non tracciare un percorso di risalita alla memoria, ai valori da cui viene. Solo una testimonianza, sofferta.</p>
<p style="text-align: justify;">NOTTURNO VENEZIANO</p>
<p>Non è più qui insinua una voce</p>
<p>e il vicolo fu improvvisa suggestione,<br />
un solco scavato, un alveare vuoto<br />
una vena sottile e spezzata<br />
che ancora pulsa</p>
<p>Zampilla una piccola fontana<br />
e l&#8217;altoparlante, lontano, insiste<br />
sui prezzi migliori, sulle grandi occasioni</p>
<p>Qui nel vicolo il mare di folla<br />
ha un suo piccolo golfo riparato<br />
un ponte gettato ieri, già sconnesso.<br />
Vira piano la solitudine ma il timone non ha misura</p>
<p>Due fari, dal profondo della notte<br />
frugano case in decadenza<br />
e i muri macchiati</p>
<p>Voglio la dose ha tracciato<br />
uno spray rosso, senza speranza</p>
<p>E se non volessi ricordare? Ma conserviamo<br />
la foto, fattaci di sorpresa.<br />
Lì sorridiamo per caso.</p>
<p>MIO PADRE</p>
<p>E qualcuno, anche in mezzo a noi,<br />
difende la sua fede,<br />
ciò che ricorda e gli si è ingrommato<br />
dentro<br />
senza scelta, irreversibile</p>
<p>Non farò mai testamento<br />
disse con voce ferma<br />
al massimo registrerò una bobina<br />
sul magnetofono.</p>
<p>Per dirti.</p>
<p>E fu tutto allora, per sempre<br />
per tutte le archeologie possibili<br />
di me<br />
per tutti gli archetipi cercati e inseguiti.</p>
<p>Né ancora so</p>
<p>Tanto si è sgretolato il ricordo<br />
da non esistere quasi più<br />
Rinuncia alla memoria, è meglio.</p>
<p>il ricordo resiste come un guscio vuoto<br />
nel gesto di raccogliere da terra<br />
un frusto di pane</p>
<p>memoria scavata, archeologia dei sensi<br />
memoria pietrificata, senza parole</p>
<p>PER ALCUNI AMICI</p>
<p>Nascemmo e fummo già al limite estremo di noi<br />
-fragile il diaframma di anni, sentimenti e giorni<br />
ed esile tra essere e non essere-</p>
<p>E la memoria è una pietra senza radici<br />
dolcemente piegata sul muro basso<br />
che i pruni carezzano<br />
tra gli odori luminosi dell&#8217;estate</p>
<p>Fermò il lapicida, su commissione<br />
due cose o tre di noi o forse nessuna</p>
<p>Ora certo siamo al di qua del mistero<br />
e voliamo con piccole ali di luce<br />
sopra il deserto che fummo</p>
<p>nella gioia leggera che siamo</p>
<p>PER GIOVANNI</p>
<p>GIOVANNI NARDI<br />
morto per mare<br />
e mai restituito alla sua terra</p>
<p>Piange ora la memoria di me<br />
con eco sonora in una tomba mai scavata</p>
<p>Ricordo che fummo nebbia tutti<br />
in un giorno di stagione in declino<br />
e cercammo approdo</p>
<p>Fui nebbia anch&#8217;io<br />
e scivolai piano nell&#8217;acqua<br />
confuso e stupito che i miei piedi contadini<br />
non lasciassero orme</p>
<p>Morì con me Paolo lo stupratore<br />
che nell&#8217;ultimo abbraccio<br />
ebbe una carezza sulla mia mano<br />
e Ronnj, il pugile nero venuto da lontano<br />
e poi squarciato<br />
come il ventre della nostra barca</p>
<p>Di loro ho ricordo perché morimmo abbracciati<br />
con gli occhi chiusi, eppure guardandoci<br />
perché l&#8217;anima era svelata<br />
e comune e liquida.</p>
<p>Fu come scivolare lungo il ristoro<br />
di un pianto lungamente atteso<br />
e rifondare noi stessi<br />
sulle palafitte del tempo disseccato<br />
e riscoperto eterno</p>
<p>PER GIUSEPPE</p>
<p>BORDIN GIUSEPPE<br />
di anni 72<br />
strappato all&#8217;affetto dei suoi<br />
dopo lunga malattia</p>
<p>Ti ringrazio Signore per questa prova di dolore</p>
<p>Il prete e mia moglie mi misero in bocca queste parole<br />
che abitarono per un&#8217;eternità<br />
tra pensieri e rantoli estremi<br />
-brevi e vicini-<br />
incagliate senza speranza nel labirinto della paura</p>
<p>Il mio sangue piuttosto<br />
urlava e chiedeva perdono<br />
tra gli ultimi grumi vivi</p>
<p>Ora qui non dorme Eleonora<br />
con cui una sola volta ho peccato<br />
nei suoi vent&#8217;anni e nei miei cinquanta o quasi<br />
dopo sei mesi di desiderio mio e suo inconfessato</p>
<p>E ho consumato in fretta<br />
la mia anima diversa ed estranea<br />
il mio io sperduto<br />
e turgido e smarrito<br />
tra i solchi lunghi e uguali che furono mia vita</p>
<p>Qui Eleonora non dorme<br />
né io so quale destino l&#8217;abbia presa o domata</p>
<p>Così sono venuto solo, Signore<br />
logoro e aperto in ogni fibra<br />
schiantato dal mio soffrire</p>
<p>PER ITALO</p>
<p>ITALO BARRO<br />
di anni 54<br />
tornato dal Belgio<br />
a morire nella sua terra</p>
<p>Nessuno può negare, spero,<br />
che 54 anni siano pochi per morire:<br />
ma chi può fare i conti in tasca al destino?</p>
<p>La miniera è una terra che vibra<br />
e tu ne ascolti con paura i sussulti vivi.<br />
La miniera è un muro nero da spingere avanti senza fine<br />
facendone briciole di continuo<br />
e da gettare dietro le spalle.<br />
La miniera è un modo di vivere senza sole<br />
ed è una bestia aspra e ruvida<br />
che continuò a mangiarmi anche quando ne riemersi</p>
<p>Sentivo però l&#8217;anima intatta e solare<br />
e tornai qui a morire tra le stagioni del granoturco<br />
e i rumori impercettibili del mosto.<br />
Non mi lamento.<br />
Ho liberato la mia anima come un aquilone<br />
e ho trovato speranza<br />
e la mia porzione di eternità.</p>
<p>Non so cosa pensa però, qui vicino a me<br />
Ortensio, dagli occhi neri<br />
che era il bello del paese<br />
e aveva ancora il volto di un bambino.<br />
Mezzo se l&#8217;era già mangiato la guerra d&#8217;Albania<br />
e quel che di lui restava<br />
-aveva ancora il volto di un bambino-<br />
abitava inquieto e pauroso<br />
nella casa di sassi, tirata su con rabbia<br />
fino al soffitto, in pochi giorni.</p>
<p>Sua moglie lo vegliò disperata e lucida<br />
in sei giorni di agonia<br />
caduto dalla moto dopo un giorno di cantiere.<br />
Che pensa Ortensio, il bello<br />
delle due figlie che ha lasciato?</p>
<p>Che pensa<br />
dei suoi trent&#8217;anni bruciati in una sera<br />
tra i ciottoli di una strada troppo lunga<br />
al margine della sua vita senza domani?</p>
<p>Non so cosa pensa Ortensio, il bello<br />
-nel suo viso attonito di fanciullo<br />
troppo presto colto in fallo-<br />
ma prima o poi<br />
troverò un attimo di eternità</p>
<p>e glielo chiederò.</p>
<p>NOTA A IMMAGINI DEL REGNO</p>
<p>di Giuseppe dal Ferro</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della quotidianità e dell&#8217;incalzare dei giorni, la vita spietatamente ripropone ad ogni angolo, all&#8217;uomo di tutti i tempi, il mistero che solo nella religione acquista significato.<br />
I versi tesi e suggestivi di Gian Domenico Mazzocato sono intuizione di questo mistero, che si ricompone in una profonda religiosità.<br />
Sono parola che rinuncia ad essere se stessa per divenire acqua trasparente, invisibile, tale da consentire un contatto con il greto del fiume per lo più sconosciuto.<br />
Il respiro dei versi è universale: nel leggerli mi sembrava di cogliere una umanità inconsapevolmente unita nella ricerca dell&#8217;ignoto: l&#8217;induista in attesa della rinascita ultima (una sola volta e definitiva) il quale ritiene centrale nella vita attraversare il guado; il taoista preoccupato di trovare l&#8217;immortalità sulla montagna, dove vivono gli spiriti (lungo il cammino sul taglio del monte); l&#8217;uomo secolarizzato dell&#8217;occidente insofferente degli archetipi della vita, consapevole perché vivere è mistero e l&#8217;andare un barcollare incerto.<br />
È la sofferenza degli uomini, il camminare a tentoni angustiato dal perché?, l&#8217;aprire il costato con l&#8217;arma selvaggia e irridente per trovare una risposta.<br />
Questo cammino angosciato all&#8217;incontro col fallimento del crocifisso, dischiude la porta del Regno e con essa scopre la speranza: vincerò.<br />
Il mistero allora si fa intelligibile e, in un incalzare di Se il padre esiste&#8230;, dilaga sulle cose trasformandole in amore, in guida, in occhio veggente, in simpatia universale per il mondo: Sarò vento col vento, voce sonora e inascoltata, voce ebbra di ricordi.<br />
In questo senso, ed è forse la chiave dell&#8217;intuizione poetica, la memoria carica di dolore e di morte si fa con la fede intuizione prospettica, traboccante di speranza e gioia.</p>
<p>NOTA DELL&#8217;AUTORE</p>
<p style="text-align: justify;">Ho raccolto in Dalla selva delle esili memorie alcuni dei versi che ho scritto dopo il mio Straniarsi è qui, che risale agli anni Ottanta. Alcuni si configurano nella species del frammento, altri cercano di comporsi in una geografia più ordinata e riconoscibile nella struttura del poemetto.<br />
Alcune sono liriche d&#8217;occasione. Per esempio Rustico trevigiano ha accompagnato alcune incisioni raffiguranti antichi e cadenti casali trevigiani: una immagine che ha condensato anche dopo di allora alcune mie emozioni e guidato qualche itinerario del ricordo.<br />
Immagini del Regno sono segno e frutto di inchiesta e ricerca. Inesauste, inevase, vorrei dire fallimentari e inconcludenti. Perchè in realtà non si smette mai di cercare e il senso dell’inchiesta non risiede nell’oggetto o nell’obiettivo, ma nello stesso cercare.<br />
L’isola del pensiero è catalogo di memorie sparse. O meglio, un tentativo di catalogare. Come accade del resto con Per alcuni amici che è sintesi di alcuni incontri (virtuali? fittizi? Io credo che nulla diventi più vero di tutto ciò che è invenzione e poi scrittura) con storie possibili. Dico così: una prova di racconto in metrica.<br />
In Alla ricerca dell’airone rosso narro come si può scendere verso la foce di un fiume (il placido Sile, nel mio caso) e in realtà cercare una pausa.<br />
In generale le liriche appartengono -trama e ordito- al tessuto dell&#8217;ansia e della paura che contraddistingue l’immagine della selva o, se si vuole, del labirinto, del viaggio.<br />
E continuo qui, in qualche modo, l&#8217;inventario degli oggetti incontrati nello straniamento delineato nelle altre mie sillogi.</p>
<p style="text-align: center;">NEL PROFONDO DELL&#8217;ANIMA<br />
di Mario Cutuli</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;hanno chiamata “impressionistica”. Della “memoria”&#8230;<br />
La poesia di Gian Domenico Mazzocato non parla. Evoca. Non insegna. Suggerisce. Non propone. Ricerca. Attinge da un mondo lontano. Arcano eppur reale. Remoto eppur vicino. Intimo. Profondo. Dove alloggiano nomi e volti che la polvere non ha mai coperto, che il tempo non ha mai cancellato. Che ha custodito. Geloso. Dove “umanità lacerata pesa sempre anche nel ricordo”. Dove “rotola da lontano questa sincroniadiacronia di diaspora nascosta e quotidiana”. Dove vivono passioni sopite. Dove “nel tiaso dei ricordi” pullulano frammenti di vita mai spenti. Attimi di storia che di colpo riaffiorano nitidi ma impalpabili “come isole di bruma emerse dal silenzio”. Incapaci però di decifrare se “navigare sia solo o anche andare lungo le vie del mare verso Ilio”. “Dalla selva delle esili memorie”, D. B. S. editore, dopo le fortunate “Il fuoco vecchio” e Straniarsi è qui”, conferma la nota costante di una poetica che rivive con pressoché totale disincanto, un mondo impenetrabile se non proprio ostile. Una quotidianità ove “vivere è mistero e l&#8217;andare un barcollare incerto”.<br />
Perciò la fuga nella memoria o forse l&#8217;improvviso destarsi di essa “quando il pensiero allenta la guardia”.<br />
Esile come “il solco del nostro transito”. Come la vita “febbre sotterranea e misteriosa” che la parola tenta di decifrare allacciando legami al di là del tempo e dello spazio. Ricomponendo fili spezzati. Ristabilendo armonie che la quotidianità ignora.<br />
Magia della parola. Anche quando è capace di alludere soltanto. Anche quando anch&#8217;essa sperimenta la difficoltà di dipanare il groviglio di quella “ebbrezza senza confini e improvvisa”, di quel “male inguaribile e pieno” che si chiama vita. Di quello “oscillare periodico” nel quale si consumano, inesorabili, i nostri giorni in un continuo interrogarsi. In un inarrestabile cercare oltre l&#8217;apparente evidenza, oltre “la cecità di oggi”, per approdare nel “tempo senza tempo”, oltre la “Porta del regno” dove anche il mistero acquista un senso e l&#8217;angoscia si ricompone.<br />
Versi davvero intensi quelli di Gian Domenico. Specchio dell&#8217;anima. Forti eppur sommessi. Solenni ed intimi allo stesso tempo. Testimoni di un sofferto procedere a ritroso dal presente per riappropriarsi di uno spazio che non è spazio. Quello della coscienza. Che come linguaggio conosce soltanto quello loquace del silenzio.<br />
Una ricerca, quella di Mazzocato, che è la ricerca di tutti. Per comprendere. Per raccontare la vita.</p>
<p>VITA DEL POPOLO, TREVISO, 20 DICEMBRE 2008</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;inedito</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/linedito/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/linedito/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 17:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla ricerca dell’airone rosso (inedito) che sia o che non sia o che il dubbio non sia arrivato al nodo suo ultimo e si decida che sì o no  ma se esisto risuoni qui con furore e fermezza con fragore in questo vivo sussulto del mio esistere su soglie nuove/sempre nuove  Qui ha bussato qualcuno e la strada era già aperta e pura, inviolata e senza ritorno Essere al transito e non cogliere l&#8217;istante se sia o non sia o che arrivi opportuno il tendersi di ogni sussulto  Sulla soglia ho teso il passo e vibrato piano il colpo della mia decisione Era la tenda solitaria nel deserto era il corridoio lungo di un ospedale  e se andare o non andare non era in discutere  Piuttosto cosa avrei trovato sciolto o da sciogliere o il nodo di me con altri e il dubbio che trascorre mia vita  Era il porto che attendevo dopo il pericolo più volte volto e in mio vantaggio e contro me/me ignaro di cosa fare frammento disperso di ricordi ed esperienze?  O la prova intensa che sia intendere o no aperto sulla soglia muta del decidere. Qui flutti piccoli  e ininterrotti hanno scavato caverne e il varco, se esiste, trascolora al buio: non consente  di essere colto/Laguna tranquilla e riparata dai frangenti che sommerge e scopre tomboli secolari  e detriti infiniti e indizi sconcertanti/ Laguna ostile Laguna penetrata e inaccessibile che ci sia o non ci sia abile navigatore. Nauta e gubernator ha saputo di questo corridoio che squarcia  e unisce se viene, quando viene, il nome che risolve  o la frase fertile che segna il solco che dipana il labirinto o addolcisce le curve/ scioglie meandri  Qui il fiume ha abbandonato di sé un braccio morto eppure la vita pullula e respira  se una bolla sia o non sia indizio di una vita/se un breve volo a fior d&#8217;acqua sia pur sempre una traccia quando il fanciullo cattura la lucentezza meridiana delle squame  e rompe per tutta l&#8217;eternità dei tempi e delle iterazioni l&#8217;andare quieto e sommerso  e lì in lontananza relitti affiorano della storia che ci appartengono e forse no  di rotte spezzate/quando una porta è solo un cardine cigolante o un battente immobile/se il tempo si fermi o si lasci andare oltre il braccio morto di sé e l&#8217;ansa relitta da eventi  o terrae motus o folgore di inondazione totale. Se dimenticare o no che esiste una parte morta di me, che muore ancora e ancora vive, dunque tendendo il limen in intervalli di buio e luce  Se varcare la soglia dolorosa che libera il dolore e il silenzio trattenuto e raccolto. Se dire o piuttosto coglierla sulle labbra di una straniero alter ego la parola che sfugge e taglia il meandro del fiume e lo costringe a lasciar dietro un braccio morto di sé  se l&#8217;oblio sommerge o sbiadisce talora Se sia speculare/specchiato o forse osservato da vicinanze/lontananze non immaginate questo mio scivolare sull&#8217;acqua  Se la foce sia dietro la curva o -molto più semplice e rigoroso- se ci sia o non sia o l&#8217;andare sia perpetuo e insensato.  Qui sulla breve isola fangosa posa l&#8217;airone rosso, ultimo sopravvissuto di gens altera e intelligente, progenie estrema di una sibilla muta  se sia silenzio la parola che non dice e non risolve o sia ambigua o dolorosa  o sia insomma muta come tutto ciò che nasce e non ha itinerario come ogni fuscello abbandonato sulla riva  e ignaro di una rotta possibile. Se mai un fiume che non ha foce possa avere viscere o sorgente e sia radice profonda e confitta entro l&#8217;humus che mia vita racchiude  Se consenta un confine solido l&#8217;abbracciare con uno sguardo  e solo così separare ciò che è noto e l&#8217;inconoscibile che opprime in lontananza se sia lecito possedere un passo sicuro un incedere mortale e consapevole  se sia lecito considerare tutto ciò un privilegio  Qui da affluenti vigorosi e giovani si affaccia la morte e il segno del divenire/acqua e terra e insieme il tutto e poi il caos  se questa corsia in cui consumo l&#8217;ordine estremo di me non sia il caos codificato e trattenuto e in qualche misura -dunque- leggibile  Se davvero sia un relitto ciò che resta o piuttosto la parte vera o ciò che sa resistere  uno scheletro di carena infilzato a pelo d&#8217;acqua  Se sia forse l&#8217;unico possibile navigare l&#8217;essere isola di sé sopravvivere al naufragio o al sussulto vivo di eventi che qui trascorrono e attraversano e seminano e figliano un progetto oscuro di fecondità]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/inedito.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-265" title="inedito" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/inedito-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Alla ricerca dell’airone rosso<br />
(inedito)</h6>
<address style="text-align: right;">che sia o che non sia o che il dubbio<br />
non sia arrivato<br />
al nodo suo ultimo<br />
e si decida che sì o no </address>
<address style="text-align: right;">ma se esisto risuoni qui con furore e fermezza<br />
con fragore<br />
in questo vivo sussulto<br />
del mio esistere su soglie nuove/sempre nuove </address>
<address style="text-align: right;">Qui ha bussato qualcuno<br />
e la strada era già aperta e pura,<br />
inviolata e senza ritorno<br />
Essere al transito e non cogliere l&#8217;istante<br />
se sia o non sia<br />
o che arrivi opportuno il tendersi<br />
di ogni sussulto </address>
<address style="text-align: right;">Sulla soglia ho teso il passo<br />
e vibrato piano il colpo della mia decisione<br />
Era la tenda solitaria nel deserto<br />
era il corridoio lungo di un ospedale </address>
<address style="text-align: right;">e se andare o non andare<br />
non era in discutere </address>
<address style="text-align: right;">Piuttosto cosa avrei trovato</address>
<address style="text-align: right;">sciolto o da sciogliere<br />
o il nodo di me con altri<br />
e il dubbio che trascorre mia vita </address>
<address style="text-align: right;">Era il porto che attendevo<br />
dopo il pericolo più volte volto<br />
e in mio vantaggio e<br />
contro me/me ignaro di cosa fare<br />
frammento disperso di ricordi ed esperienze? </address>
<address style="text-align: right;">O la prova intensa<br />
che sia intendere o no<br />
aperto sulla soglia muta<br />
del decidere. Qui flutti piccoli </address>
<address style="text-align: right;">e ininterrotti hanno scavato caverne<br />
e il varco, se esiste, trascolora<br />
al buio: non consente </address>
<address style="text-align: right;">di essere colto/Laguna tranquilla<br />
e riparata dai frangenti<br />
che sommerge e scopre tomboli secolari </address>
<address style="text-align: right;">e detriti infiniti e indizi sconcertanti/</address>
<address style="text-align: right;">Laguna ostile</address>
<address style="text-align: right;">Laguna penetrata e inaccessibile<br />
che ci sia o non ci sia<br />
abile navigatore. Nauta e gubernator<br />
ha saputo di questo corridoio che squarcia </address>
<address style="text-align: right;">e unisce<br />
se viene, quando viene, il nome che risolve </address>
<address style="text-align: right;">o la frase fertile che segna il solco<br />
che dipana il labirinto o addolcisce le curve/<br />
scioglie meandri </address>
<address style="text-align: right;">Qui il fiume ha abbandonato di sé<br />
un braccio morto<br />
eppure la vita pullula e respira </address>
<address style="text-align: right;">se una bolla sia o non sia<br />
indizio di una vita/se un breve volo<br />
a fior d&#8217;acqua sia pur sempre una traccia<br />
quando il fanciullo cattura<br />
la lucentezza meridiana delle squame </address>
<address style="text-align: right;">e rompe per tutta l&#8217;eternità<br />
dei tempi e delle iterazioni<br />
l&#8217;andare quieto e sommerso </address>
<address style="text-align: right;">e lì<br />
in lontananza relitti affiorano<br />
della storia<br />
che ci appartengono e forse no </address>
<address style="text-align: right;">di rotte spezzate/quando<br />
una porta è solo un cardine cigolante o un battente<br />
immobile/se il tempo<br />
si fermi o si lasci andare oltre il braccio morto<br />
di sé<br />
e l&#8217;ansa relitta da eventi </address>
<address style="text-align: right;">o terrae motus o folgore di inondazione totale.</address>
<address style="text-align: right;">Se dimenticare o no che<br />
esiste una parte morta di me, che muore ancora<br />
e ancora vive, dunque<br />
tendendo il limen<br />
in intervalli di buio e luce </address>
<address style="text-align: right;">Se varcare la soglia dolorosa<br />
che libera il dolore<br />
e il silenzio trattenuto e raccolto.</address>
<address style="text-align: right;">Se dire<br />
o piuttosto coglierla sulle labbra<br />
di una straniero alter ego<br />
la parola che sfugge<br />
e taglia il meandro del fiume<br />
e lo costringe a lasciar dietro<br />
un braccio morto di sé </address>
<address style="text-align: right;">se l&#8217;oblio sommerge o sbiadisce talora</address>
<address style="text-align: right;">Se sia speculare/specchiato<br />
o forse osservato da vicinanze/lontananze<br />
non immaginate<br />
questo mio scivolare sull&#8217;acqua </address>
<address style="text-align: right;">Se la foce sia dietro la curva<br />
o -molto più semplice e rigoroso-<br />
se ci sia o non sia<br />
o l&#8217;andare sia perpetuo e insensato. </address>
<address style="text-align: right;">Qui sulla breve isola fangosa<br />
posa<br />
l&#8217;airone rosso, ultimo sopravvissuto<br />
di gens altera e intelligente,<br />
progenie estrema di una sibilla muta </address>
<address style="text-align: right;">se sia silenzio la parola<br />
che non dice e non risolve<br />
o sia ambigua o dolorosa </address>
<address style="text-align: right;">o sia insomma muta<br />
come tutto ciò che nasce e non ha itinerario<br />
come ogni fuscello abbandonato sulla riva </address>
<address style="text-align: right;">e ignaro di una rotta possibile.</address>
<address style="text-align: right;">Se mai un fiume che non ha foce<br />
possa avere viscere o sorgente<br />
e sia radice profonda e confitta<br />
entro l&#8217;humus che mia vita racchiude </address>
<address style="text-align: right;">Se consenta un confine solido<br />
l&#8217;abbracciare con uno sguardo </address>
<address style="text-align: right;">e solo così separare ciò che è noto<br />
e l&#8217;inconoscibile che opprime in lontananza<br />
se sia lecito possedere un passo sicuro<br />
un incedere mortale e consapevole </address>
<address style="text-align: right;">se sia lecito<br />
considerare tutto ciò un privilegio </address>
<address style="text-align: right;">Qui da affluenti vigorosi e giovani<br />
si affaccia la morte e il segno<br />
del divenire/acqua e terra<br />
e insieme il tutto e poi il caos </address>
<address style="text-align: right;">se questa corsia in cui consumo<br />
l&#8217;ordine estremo di me non sia il caos<br />
codificato e trattenuto<br />
e in qualche misura -dunque- leggibile </address>
<address style="text-align: right;">Se davvero sia un relitto ciò che resta<br />
o piuttosto la parte vera o ciò che sa resistere </address>
<address style="text-align: right;">uno scheletro di carena infilzato<br />
a pelo d&#8217;acqua </address>
<address style="text-align: right;">Se sia forse l&#8217;unico possibile navigare<br />
l&#8217;essere isola di sé<br />
sopravvivere al naufragio<br />
o al sussulto vivo di eventi<br />
che qui trascorrono e attraversano<br />
e seminano e figliano<br />
un progetto oscuro di fecondità</address>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flinedito%2F&amp;linkname=L%E2%80%99inedito" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flinedito%2F&amp;linkname=L%E2%80%99inedito" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flinedito%2F&amp;linkname=L%E2%80%99inedito" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flinedito%2F&amp;linkname=L%E2%80%99inedito" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flinedito%2F&amp;title=L%E2%80%99inedito" id="wpa2a_10"></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Immagini del regno</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/immagini-del-regno/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 16:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=260</guid>
		<description><![CDATA[(Discorso Diretto, Edizioni Canova, Treviso, Quaderno 9, 1985)   Se mai i frammenti di mia vita -scomposti e irrazionali entro la geografia della morte-. hanno raccolto un senso, è stato qui, vicino all’abisso del dolore e della memoria   Qui è grande il pericolo e non esiste certezza alcuna se non l’essenza di me lontana dagli oggetti ma confusa ancora alle paure. Qui forse -teso al varco estremo di mia esperienza- incontrerò la porta del Regno    e chiederò se mai si possa rinascere oltre la breccia avara della quotidiana fatica   comprendere o magari nascere davvero, una sola volta e definitiva]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/immaginiregno.jpg"><img class="alignleft  wp-image-261" title="immaginiregno" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/immaginiregno-218x300.jpg" alt="" width="174" height="240" /></a>(Discorso Diretto, Edizioni Canova, Treviso, Quaderno 9, 1985)</address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">Se mai i frammenti di mia vita<br />
-scomposti e irrazionali entro la geografia della morte-.<br />
hanno raccolto un senso,<br />
è stato qui, vicino all’abisso del dolore e della memoria</address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">Qui è grande il pericolo e non esiste certezza alcuna<br />
se non l’essenza di me<br />
lontana dagli oggetti ma confusa ancora alle paure.<br />
Qui forse -teso al varco estremo di mia esperienza-<br />
incontrerò la porta del Regno </address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">e chiederò se mai si possa rinascere oltre la breccia avara<br />
della quotidiana fatica</address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">comprendere<br />
o magari nascere davvero, una sola volta e definitiva</address>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fimmagini-del-regno%2F&amp;linkname=Immagini%20del%20regno" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fimmagini-del-regno%2F&amp;linkname=Immagini%20del%20regno" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fimmagini-del-regno%2F&amp;linkname=Immagini%20del%20regno" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fimmagini-del-regno%2F&amp;linkname=Immagini%20del%20regno" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fimmagini-del-regno%2F&amp;title=Immagini%20del%20regno" id="wpa2a_12"></a></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Diapason con vibrazioni</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/diapason-con-vibrazioni/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/diapason-con-vibrazioni/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 16:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=257</guid>
		<description><![CDATA[(Marton Editore, Treviso, 1981, Introduzione di Aldo Piccoli).   L’ISOLA DEL PENSIERO Staccò un colpo di remi l’isola questo mio andare piano. Fu un giro di vento e tranquillo inseguire: ciò che annuncia lo smemorarsi, un sacrificio esangue. non del tutto incruento però. Perché qui filtra lo stesso quel po’ di me che intravede fessure e frigge nel pozzo come acqua lontana la notte del terremoto. Un torrente dei sensi -questo sì- ci infuria sopra e come sia la bonaccia paventiamo e chiediamo. &#160; DALLA PREFAZIONE Il poemetto, nella sua compatta struttura, sviluppa un movimento che circolarmente ricongiunge il suo principio alla fine. Dall’isola del pensiero, il punto fermo, il dato, così almeno pare, sicuro dell’esistenza, prende avvio un moto che pure per stacchi, colpi e allontanamenti finisce per girarle tutt’attorno e lambirla. Si tratta di un vagabondaggio della memoria o del sogno; un viaggio che impegna le forze latenti dell’inconscio; o che forse è abbandono al libero flusso delle associazioni mentali, non è facile dire. L’autore spera conforto da questa evasione. Il viaggio restituisce invece brandelli di una realtà lacerata. Il componimento, pur nella difficoltà dei suoi movimenti, o forse proprio per tale difficoltà, che chiama in causa piani e dislocazioni remote dell’intera geografia dell’autore, rivela in lui una indubbia e sicura maturità poetica. Aldo Piccoli]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/diapason.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-258" title="diapason" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/diapason-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a>(Marton Editore, Treviso, 1981, Introduzione di Aldo Piccoli).</address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">L’ISOLA DEL PENSIERO</p>
<p>Staccò un colpo di remi<br />
l’isola<br />
questo mio andare piano.<br />
Fu un giro di vento<br />
e tranquillo inseguire:<br />
ciò che annuncia lo smemorarsi,<br />
un sacrificio esangue.</p>
<p>non del tutto incruento però.</p>
<p>Perché qui filtra lo stesso<br />
quel po’ di me<br />
che intravede fessure<br />
e frigge nel pozzo<br />
come acqua lontana<br />
la notte del terremoto.<br />
Un torrente dei sensi<br />
-questo sì-<br />
ci infuria sopra<br />
e come sia la bonaccia<br />
paventiamo e chiediamo.</p>
</address>
<p>&nbsp;</p>
<p>DALLA PREFAZIONE</p>
<p>Il poemetto, nella sua compatta struttura, sviluppa un movimento che circolarmente ricongiunge il suo principio alla fine. Dall’isola del pensiero, il punto fermo, il dato, così almeno pare, sicuro dell’esistenza, prende avvio un moto che pure per stacchi, colpi e allontanamenti finisce per girarle tutt’attorno e lambirla. Si tratta di un vagabondaggio della memoria o del sogno; un viaggio che impegna le forze latenti dell’inconscio; o che forse è abbandono al libero flusso delle associazioni mentali, non è facile dire. L’autore spera conforto da questa evasione. Il viaggio restituisce invece brandelli di una realtà lacerata.<br />
Il componimento, pur nella difficoltà dei suoi movimenti, o forse proprio per tale difficoltà, che chiama in causa piani e dislocazioni remote dell’intera geografia dell’autore, rivela in lui una indubbia e sicura maturità poetica.</p>
<p>Aldo Piccoli</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdiapason-con-vibrazioni%2F&amp;linkname=Diapason%20con%20vibrazioni" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdiapason-con-vibrazioni%2F&amp;linkname=Diapason%20con%20vibrazioni" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdiapason-con-vibrazioni%2F&amp;linkname=Diapason%20con%20vibrazioni" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdiapason-con-vibrazioni%2F&amp;linkname=Diapason%20con%20vibrazioni" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdiapason-con-vibrazioni%2F&amp;title=Diapason%20con%20vibrazioni" id="wpa2a_14"></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Straniarsi è qui</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/straniarsi-e-qui/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/straniarsi-e-qui/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 16:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=254</guid>
		<description><![CDATA[(Forum Edizioni, Forlì, 1980, Introduzione di Giorgio Barberi Squarotti)   (A MIO PADRE) Quante volte –fatti larva- abbiamo atteso il nostro simulacro salire la curva del prato oltre la verde casa e sberciata come la foglia del pungitopo. Forse qui tra gli ultimi ulissidi il viaggio hai cercato che recasse conforto volto all’oriente dei sensi. Hai narrato fuggevoli biografie di amici sbiaditi dalle stagioni oppure –pur rotti alle curve della vita- schiacciati dalla guerra per fame o bombe. Al presente ogni brivido dei sensi è superstite quando i frassini e il gelso grande scuotevano -ritmati ventagli- il profilo a creare il vento del tramonto. Poi il sonno del mattino a noi rovinava brusco tra i balocchi e i progetti del giorno non nato. «Qui bevevano i cavalli dolcemente ammusando; qui buscammo un ladro però affamato; desolati dal fulmine lì schiantammo il melo che ancora sarebbe giovane e maschio». Il gesto anche lento sussulta sotto le parole. Pure il rito, padre, è preghiera. DALLA PREFAZIONE Quella di Gian Domenico Mazzocato è una poesia dura, aspra, irta piena di impuntature e di ingorghi, come per una fatica della parola che, del resto, si denuncia fin dal primo testo: una meditazione sulla possibilità della parola, che poi non è altro che la dichiarazione di una fatica estrema a essere pronunciata, sia di fronte alle occasioni della vita, sia come estrinsecazione di una meditatività accanita e tormentata che, appunto, tanto dolora prima di arrivare a farsi linguaggio. Ecco: tutta la poesia di Mazzocato è proprio questo sforzo di collaborare alla dominazione del mondo, insistendo su un piccolo angolo di esperienza e di vita, su un margine infinitamente secondario del tempo e dello spazio. C’è, allora, il senso dell’esiguità dell’opera che viene compiuta, ma insieme la coscienza che, tuttavia, tutto intero il proprio dovere è attuato, fino in fondo, come nel rito dei gesti del padre nella sua terra, senza buttare via il grano nello scandalo del seme che muore senza rinascere, com’è nel mondo d’oggi. Giorgio Bárberi Squarotti &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/straniarsi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-255" title="straniarsi" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/straniarsi-167x300.jpg" alt="" width="167" height="300" /></a>(Forum Edizioni, Forlì, 1980, Introduzione di Giorgio Barberi Squarotti)</address>
<address style="text-align: right;"> </address>
<address style="text-align: right;">(A MIO PADRE)</p>
<p>Quante volte –fatti larva-<br />
abbiamo atteso<br />
il nostro simulacro<br />
salire la curva del prato<br />
oltre la verde casa e sberciata<br />
come la foglia del pungitopo.</p>
<p>Forse qui tra gli ultimi ulissidi<br />
il viaggio hai cercato<br />
che recasse conforto<br />
volto all’oriente dei sensi.<br />
Hai narrato fuggevoli biografie<br />
di amici sbiaditi dalle stagioni<br />
oppure –pur rotti alle curve della vita-<br />
schiacciati dalla guerra<br />
per fame o bombe.<br />
Al presente ogni brivido dei sensi<br />
è superstite<br />
quando i frassini e il gelso grande<br />
scuotevano -ritmati ventagli-<br />
il profilo<br />
a creare il vento del tramonto.<br />
Poi il sonno del mattino<br />
a noi rovinava brusco<br />
tra i balocchi e i progetti<br />
del giorno non nato.</p>
<p>«Qui bevevano i cavalli<br />
dolcemente ammusando;<br />
qui buscammo un ladro<br />
però affamato;<br />
desolati dal fulmine<br />
lì schiantammo<br />
il melo che ancora sarebbe<br />
giovane e maschio».</p>
<p>Il gesto anche<br />
lento sussulta sotto le parole.<br />
Pure il rito, padre,<br />
è preghiera.</p>
</address>
<p>DALLA PREFAZIONE</p>
<p style="text-align: justify;">Quella di Gian Domenico Mazzocato è una poesia dura, aspra, irta piena di impuntature e di ingorghi, come per una fatica della parola che, del resto, si denuncia fin dal primo testo: una meditazione sulla possibilità della parola, che poi non è altro che la dichiarazione di una fatica estrema a essere pronunciata, sia di fronte alle occasioni della vita, sia come estrinsecazione di una meditatività accanita e tormentata che, appunto, tanto dolora prima di arrivare a farsi linguaggio.<br />
Ecco: tutta la poesia di Mazzocato è proprio questo sforzo di collaborare alla dominazione del mondo, insistendo su un piccolo angolo di esperienza e di vita, su un margine infinitamente secondario del tempo e dello spazio.<br />
C’è, allora, il senso dell’esiguità dell’opera che viene compiuta, ma insieme la coscienza che, tuttavia, tutto intero il proprio dovere è attuato, fino in fondo, come nel rito dei gesti del padre nella sua terra, senza buttare via il grano nello scandalo del seme che muore senza rinascere, com’è nel mondo d’oggi.</p>
<p>Giorgio Bárberi Squarotti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fstraniarsi-e-qui%2F&amp;linkname=Straniarsi%20%C3%A8%20qui" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fstraniarsi-e-qui%2F&amp;linkname=Straniarsi%20%C3%A8%20qui" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fstraniarsi-e-qui%2F&amp;linkname=Straniarsi%20%C3%A8%20qui" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fstraniarsi-e-qui%2F&amp;linkname=Straniarsi%20%C3%A8%20qui" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fstraniarsi-e-qui%2F&amp;title=Straniarsi%20%C3%A8%20qui" id="wpa2a_16"></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il fuoco vecchio</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-fuoco-vecchio/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 16:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[(Marton Editore, Treviso, 1976, Introduzione di Enzo De Mattè) ARIDITA&#8217; Fino a quando crederò nella presunzione consolatrice di uno scrivere già adulto? Non mi sono serviti –non ho posseduto- i passaggi i chiaroscuri le gradualità. Ho riamato Zarathustra l’intransigente con i meccanismi mentali -aridi ora so- di uomo ancor giovane. Eppure i miei vent’anni erano già polvere -il battello sale il fiume gonfiando l’acqua di eliche ripetendo l’illusione di forza- e la mia aridità traduceva conati in frammenti scomposti. Mi sono trovato a scrivere parola su parola ma non come un artigiano -mi sarebbe stato consolazione inguaribile homo faber- come un ragioniere piuttosto incatenato su contabilità di selce su segni identici immutabili DALLA PREFAZIONE È vivo il timore di non capire e di non essere capito, e quindi di tradire o perdere le condizioni necessarie a stabilire il messaggio. Anche i risultati tradiscono codesto turbamento complicandolo in tormenti formali. Emerge l’ansia autentica della parola: soccorso e insidia del nostro stato; e profondo è il senso della vita e della morte e del dissidio tra spirito e cultura. Proprio questo emoziona e convince. Enzo Demattè]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/fuocovecchio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-252" title="fuocovecchio" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/fuocovecchio-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a>(Marton Editore, Treviso, 1976, Introduzione di Enzo De Mattè)</address>
<p style="text-align: right;">ARIDITA&#8217;</p>
<p style="text-align: right;">Fino a quando crederò<br />
nella presunzione consolatrice<br />
di uno scrivere già adulto?<br />
Non mi sono serviti –non ho posseduto-<br />
i passaggi i chiaroscuri le gradualità.<br />
Ho riamato Zarathustra l’intransigente<br />
con i meccanismi mentali<br />
-aridi ora so-<br />
di uomo ancor giovane.<br />
Eppure i miei vent’anni<br />
erano già polvere<br />
-il battello sale il fiume<br />
gonfiando l’acqua di eliche<br />
ripetendo l’illusione di forza-<br />
e la mia aridità traduceva conati<br />
in frammenti scomposti.<br />
Mi sono trovato a scrivere<br />
parola su parola<br />
ma non come un artigiano<br />
-mi sarebbe stato consolazione<br />
inguaribile homo faber-<br />
come un ragioniere piuttosto<br />
incatenato su contabilità di selce<br />
su segni identici immutabili</p>
<p style="text-align: left;">DALLA PREFAZIONE</p>
<p style="text-align: justify;">È vivo il timore di non capire e di non essere capito, e quindi di tradire o perdere le condizioni necessarie a stabilire il messaggio. Anche i risultati tradiscono codesto turbamento complicandolo in tormenti formali. Emerge l’ansia autentica della parola: soccorso e insidia del nostro stato; e profondo è il senso della vita e della morte e del dissidio tra spirito e cultura. Proprio questo emoziona e convince.</p>
<p style="text-align: left;">Enzo Demattè</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-fuoco-vecchio%2F&amp;linkname=Il%20fuoco%20vecchio" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-fuoco-vecchio%2F&amp;linkname=Il%20fuoco%20vecchio" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-fuoco-vecchio%2F&amp;linkname=Il%20fuoco%20vecchio" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-fuoco-vecchio%2F&amp;linkname=Il%20fuoco%20vecchio" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-fuoco-vecchio%2F&amp;title=Il%20fuoco%20vecchio" id="wpa2a_18"></a></p>]]></content:encoded>
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