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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; La narrativa</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 21:47:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[IL CASTRATO DI VIVALDI UNA INDAGINE POLIZIESCA CHE ATTRAVERSA I SECOLI Una dote inaspettata, una violenza indotta dalla miseria e dall’ignoranza che portano a fama e grandezza. Ma anche – e soprattutto – odio, disperazione, solitudine. Il castrato di Vivaldi di Gian Domenico Mazzocato racconta la vicenda di Angelo Sugamosto detto lo Zerino, che nasce nel 1720 in Polesine – una terra assediata dalla fame e dall’acqua – viene educato a Venezia da Antonio Vivaldi, conosce Goldoni, calca i più importanti palcoscenici d’Europa, frequenta Händel, Casanova, i Tiepolo. Ciononostante Angelo Sugamosto è un eroe dolente e turbato, e in lui nascono risentimento e desiderio di vendetta: odia la propria condizione che non gli consente una vita normale e la possibilità di avere figli; odia i propri genitori. Sarà l’amore per una donna, che viene a sua volta da un’esperienza terrificante, ad addolcire le sue pene. Il ritmo è quello di un’indagine poliziesca e la narrazione procede su due piani diversi. La vicenda del castrato che attraversa tutto il Settecento è alternata alla storia di un protagonista moderno che racconta in prima persona: dall’acquisto in un mercatino d’antiquariato di un ritratto di musicista – poco più di una crosta, che però genera in lui inquietudine – prenderà il via un’avventurosa e incalzante ricerca tesa a svelarne il mistero. Le curiosità, le fotografie d’ambiente, il ritratto di grandi e piccoli personaggi storici fanno del romanzo un grande affresco epocale dove il mondo delle corti europee, della borghesia, dei grandi teatri si contrappone al mondo del popolo minuto costretto a vivere di espedienti spesso truffaldini. SAVIARA, BELLISSIMA E MALEDETTA La donna di Angelo Sugamosto, il protagonista, si chiama Saviara. La sua vicenda esistenziale, dopo un’infanzia serena, prende una svolta tragica. Ovviamente e assolutamente innocente, subisce un processo per stregoneria. Ecco la pagina in cui, dopo le terribili torture, riesce ad evadere. Gli aguzzini non trovarono nulla. Rivestirono la donna e la gettarono in una cella della prigione in attesa della sentenza. Saviara aveva freddo e non toccava il poco cibo che le passavano. Sperava di morire in fretta. Anche la notizia che il suo corpo non recava alcun segno  demoniaco girò per tutta Bergamo e cominciarono le proteste di coloro che non avevano visto di buon occhio l’accusa formulata contro Saviara e la tortura cui era stata sottoposta. Tra i magistrati di Bergamo c’erano brave persone che sapevano che un supplizio sapientemente inflitto può ottenere qualsiasi confessione. Qualcuno pensò che forse sarebbe stato meglio risparmiarle altro dolore. Così, quattro giorni dopo la sua ammissione, Saviara trovò, nella brocca d’acqua, uno stiletto. Comprese il tacito invito a farla finita rapidamente. Ma capì anche che uccidendosi avrebbe spianato la strada ai suoi aguzzini, li avrebbe tolti dall’imbarazzo. Nascose lo stiletto nella manica, avrebbe potuto sempre farvi ricorso. Nella notte tra il quarto e il quinto giorno Saviara udì uno scalpiccio insolito fuori della cella. La porta si aperse ed entrò il carceriere reggendo una torcia. Dietro di lui la figura esile dell’inquisitore. Il frate congedò il suo accompagnatore, gli disse di attendere fuori della porta. Discosto qualche passo, quello che avrebbe detto doveva restare un segreto. La fiamma della torcia aveva uno sfrigolio, come di insetti striscianti. Illuminava il volto di Saviara e lasciava nell’ombra quello del frate. L’inquisitore prese a parlare con la sua voce di metallo, avvicinandosi all’orecchio della donna. Disse che il diavolo si presentava in molti modi e a lui bastava sapere con quale volto e in quale forma lo aveva conosciuto. Voleva una confessione piena, circostanziata e dettagliata. Forse poteva salvarle la vita. La donna era disgustata dalla vicinanza ma non si ritrasse. Stringeva lo stiletto celato nella manica. Il frate parlò a lungo, senza inflessioni. …voleva sapere con quale nome il diavolo si era presentato a lei. Ma qui la sua voce monotona e uniforme si spezzò in un sospiro. In un ansimare del tutto inaspettato. Saviara capì che il frate la stava desiderando. Che la vicinanza del suo corpo lo turbava. Com’era possibile? L’inquisitore l’aveva vista nuda, aveva toccato ogni luogo del suo corpo, aveva indugiato con le dita sulle sue parti intime, le aveva sfiorato la pelle in cerca del marchio diabolico, le aveva accarezzato il volto per osservare meglio il neo. Come poteva desiderarla? Il suo corpo era tutto una piaga, era già un cadavere che non assomigliava in nulla alla donna bellissima che era solo pochi giorni prima. Era calva, emaciata, debole. Uno scheletro vestito di pelle. Era il frutto della tortura operata dall’uomo che aveva vicino. Di colpo Saviara comprese. Era proprio quella debolezza, quel suo corpo sfibrato e ferito, quella sua testa piagata e purulenta, quella bruttezza infinita, quella sua mancanza di grazia, quella vicinanza fisica alle immagini del demonio ad agitare il frate, a provocarlo, a infiammarlo. Era la repulsione che Saviara incuteva a eccitare il desiderio del frate. Lei lo sfiorò con la sua tunica, accennò a una carezza. Prima che l’inquisitore si ritraesse, Saviara gli passò il cuore con lo stiletto. Proprio nel momento intenso del desiderio di lui. Lo uccise mentre il desiderio lo faceva peccare. Il frate si afflosciò nel suo saio senza un lamento mentre la sua anima precipitava all’inferno. Il riverbero della torcia fu l’ultima cosa che vide assieme al volto esterrefatto di Saviara. La donna si tolse la tunica e la cambiò col saio del frate. Gli strappò l’amuleto che aveva al collo. Con fatica ne trascinò il corpo adagiandolo sul pagliericcio. Si tirò sul volto l’ombra del cappuccio. Bussò alla porta. Il guardiano aperse e poi la scortò fino all’ingresso del carcere. Pioveva forte e da nord, dalle sue valli, spirava una tramontana di ghiaccio. Saviara rabbrividì. Stringeva in mano il sigillo di Salomone che era appartenuto all’inquisitore. Si allontanò nel buio senza luna e nessuno seppe più nulla di lei.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>IL CASTRATO DI VIVALDI<br />
UNA INDAGINE POLIZIESCA<br />
CHE ATTRAVERSA I SECOLI</b></span></p>
<div id="attachment_4952" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-4952  " alt="La copertina del libro, da un acquarello del maestro Giuseppe Nalin che è anche uno dei protagonisti del romanzo." src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2024/03/CastratoDiVivaldi2Ediz-200x300.jpg" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text"><span style="color: #000000;">La copertina del libro, da un acquarello del maestro Giuseppe Nalin che è anche uno dei protagonisti del romanzo.</span></p></div>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;">Una dote inaspettata, una violenza indotta dalla miseria e dall’ignoranza che portano a fama e grandezza. Ma anche – e soprattutto – odio, disperazione, solitudine.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Il castrato di Vivaldi di Gian Domenico Mazzocato racconta la vicenda di Angelo Sugamosto detto lo Zerino, che nasce nel 1720 in Polesine – una terra assediata dalla fame e dall’acqua – viene educato a Venezia da Antonio Vivaldi, conosce Goldoni, calca i più importanti palcoscenici d’Europa, frequenta Händel, Casanova, i Tiepolo. Ciononostante Angelo Sugamosto è un eroe dolente e turbato, e in lui nascono risentimento e desiderio di vendetta: odia la propria condizione che non gli consente una vita normale e la possibilità di avere figli; odia i propri genitori. Sarà l’amore per una donna, che viene a sua volta da un’esperienza terrificante, ad addolcire le sue pene. Il ritmo è quello di un’indagine poliziesca e la narrazione procede su due piani diversi. La vicenda del castrato che attraversa tutto il Settecento è alternata alla storia di un protagonista moderno che racconta in prima persona: dall’acquisto in un mercatino d’antiquariato di un ritratto di musicista – poco più di una crosta, che però genera in lui inquietudine – prenderà il via un’avventurosa e incalzante ricerca tesa a svelarne il mistero. Le curiosità, le fotografie d’ambiente, il ritratto di grandi e piccoli personaggi storici fanno del romanzo un grande affresco epocale dove il mondo delle corti europee, della borghesia, dei grandi teatri si contrappone al mondo del popolo minuto costretto a vivere di espedienti spesso truffaldini.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>SAVIARA, BELLISSIMA E MALEDETTA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;"><b><i>La donna di Angelo Sugamosto, il protagonista, si chiama Saviara. La sua vicenda esistenziale, dopo un’infanzia serena, prende una svolta tragica.<br />
Ovviamente e assolutamente innocente, subisce un processo per stregoneria.<br />
Ecco la pagina in cui, dopo le terribili torture, riesce ad evadere. </i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: small;">Gli aguzzini non trovarono nulla. Rivestirono la donna e la gettarono in una cella della prigione in attesa della sentenza.<br />
Saviara aveva freddo e non toccava il poco cibo che le passavano. Sperava di morire in fretta. Anche la notizia che il suo corpo non recava alcun segno  demoniaco girò per tutta Bergamo e cominciarono le proteste di coloro che non avevano visto di buon occhio l’accusa formulata contro Saviara e la tortura cui era stata sottoposta. Tra i magistrati di Bergamo c’erano brave persone che sapevano che un supplizio sapientemente inflitto può ottenere qualsiasi confessione. Qualcuno pensò che forse sarebbe stato meglio risparmiarle altro dolore.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Così, quattro giorni dopo la sua ammissione, Saviara trovò, nella brocca d’acqua, uno stiletto. Comprese il tacito invito a farla finita rapidamente. Ma capì anche che uccidendosi avrebbe spianato la strada ai suoi aguzzini, li avrebbe tolti dall’imbarazzo. Nascose lo stiletto nella manica, avrebbe potuto sempre farvi ricorso.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Nella notte tra il quarto e il quinto giorno Saviara udì uno scalpiccio insolito fuori della cella. La porta si aperse ed entrò il carceriere reggendo una torcia. Dietro di lui la figura esile dell’inquisitore. Il frate congedò il suo accompagnatore, gli disse di attendere fuori della porta. Discosto qualche passo, quello che avrebbe detto doveva restare un segreto. La fiamma della torcia aveva uno sfrigolio, come di insetti striscianti. Illuminava il volto di Saviara e lasciava nell’ombra quello del frate. L’inquisitore prese a parlare con la sua voce di metallo, avvicinandosi all’orecchio della donna. Disse che il diavolo si presentava in molti modi e a lui bastava sapere con quale volto e in quale forma lo aveva conosciuto. Voleva una confessione piena, circostanziata e dettagliata. Forse poteva salvarle la vita. La donna era disgustata dalla vicinanza ma non si ritrasse. Stringeva lo stiletto celato nella manica.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Il frate parlò a lungo, senza inflessioni. …voleva sapere con quale nome il diavolo si era presentato a lei. Ma qui la sua voce monotona e uniforme si spezzò in un sospiro. In un ansimare del tutto inaspettato. Saviara capì che il frate la stava desiderando. Che la vicinanza del suo corpo lo turbava.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Com’era possibile?</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> L’inquisitore l’aveva vista nuda, aveva toccato ogni luogo del suo corpo, aveva indugiato con le dita sulle sue parti intime, le aveva sfiorato la pelle in cerca del marchio diabolico, le aveva accarezzato il volto per osservare meglio il neo. Come poteva desiderarla? Il suo corpo era tutto una piaga, era già un cadavere che non assomigliava in nulla alla donna bellissima che era solo pochi giorni prima. Era calva, emaciata, debole. Uno scheletro vestito di pelle. Era il frutto della tortura operata dall’uomo che aveva vicino.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Di colpo Saviara comprese. Era proprio quella debolezza, quel suo corpo sfibrato e ferito, quella sua testa piagata e purulenta, quella bruttezza infinita, quella sua mancanza di grazia, quella vicinanza fisica alle immagini del demonio ad agitare il frate, a provocarlo, a infiammarlo. Era la repulsione che Saviara incuteva a eccitare il desiderio del frate.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Lei lo sfiorò con la sua tunica, accennò a una carezza. Prima che l’inquisitore si ritraesse, Saviara gli passò il cuore con lo stiletto. Proprio nel momento intenso del desiderio di lui. Lo uccise mentre il desiderio lo faceva peccare.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> Il frate si afflosciò nel suo saio senza un lamento mentre la sua anima precipitava all’inferno. Il riverbero della torcia fu l’ultima cosa che vide assieme al volto esterrefatto di Saviara.</span><br />
<span style="color: #000000; font-size: small;"> La donna si tolse la tunica e la cambiò col saio del frate. Gli strappò l’amuleto che aveva al collo. Con fatica ne trascinò il corpo adagiandolo sul pagliericcio. Si tirò sul volto l’ombra del cappuccio. Bussò alla porta. Il guardiano aperse e poi la scortò fino all’ingresso del carcere. Pioveva forte e da nord, dalle sue valli, spirava una tramontana di ghiaccio. Saviara rabbrividì. Stringeva in mano il sigillo di Salomone che era appartenuto all’inquisitore. Si allontanò nel buio senza luna e nessuno seppe più nulla di lei.</span></p>
<div id="attachment_4951" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-4951 " alt="Antonia Arslan e Gian Domenico Mazzocato" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2024/03/CastratoDiVivaldi2Ediz_2-300x259.jpg" width="300" height="259" /><p class="wp-caption-text"><span style="color: #000000;">Antonia Arslan e Gian Domenico Mazzocato</span></p></div>
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		<title>MARTELLINO RISCRITTO</title>
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		<pubDate>Fri, 19 May 2017 13:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[A PROPOSITO DEL DECAMERON RIFORMATO DAL CIECO D’ADRIA &#160; La seconda giornata del Decameron, nella quale «sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine», si apre con il racconto di uno sgangherato tentativo di beffa messo in atto durante i funerali di quello che è ora il principale patrono della città di Treviso, il beato Enrico o Erico o Arrigo da Bolzano, un umile uomo di fatica, insigne per costumi e pietà, che morì appunto in Treviso il 10 giugno 1315[1]. Attorno al suo corpo fiorirono subito miracoli e la salma, rimasta incorrotta ed esposta per molti giorni, divenne la meta di un pellegrinaggio incessante. I pellegrini provenivano da tutto il Veneto e anche da più lontano. Nei primi giorni furono folla e, proprio per farsi largo nella ressa impenetrabile, Martellino, supportato da due suoi compari, si finge «attratto». Arriva davanti al corpo di Arrigo e simula, con grande teatralità, che le sue membra miracolosamente si sciolgano. Quali esiti abbia il finto prodigio, è a tutti noto. La messa in scena di questa laica sacra rappresentazione (tale è la novella in questione, e l’ossimoro è voluto) delinea un evento sostanzialmente tragico. Quello che attua Martellino è senza dubbio un gioco, uno scherzo (che peraltro rischia di finire molto male), ma è soprattutto il prodotto non tanto di un temperamento burlone, quanto di una visione dell’esistenza basata sull’espediente, sulla pianificazione della migliore strategia possibile in vista di un obiettivo. S’ispira alla rivoluzione ideologica e morale che già ai tempi di Dante trasforma il Mercato Vecchio dei mercatanti fiorentini nella, secondo una felice immagine di Vittore Branca, Wall Street del Medioevo; che origina il sistema bancario; che inventa la lettera di cambio e la partita doppia; che produce capolavori della memorialistica come i Ricordi di Giovanni di Pagolo Morelli; che trova la sua apoteosi nella discussione che Machiavelli, trasferendo il tutto dal piano economico al piano politico, compie attorno agli scopi da raggiungere e agli strumenti messi in atto per farlo. Solo se entriamo in questa logica ci viene rivelato l’enorme valore documentario della novella. Davvero c’era una folla straripante e soprattutto impenetrabile attorno al corpo di Arrigo, davvero era importante vederlo e toccarlo anche se non c’era alcuna malattia autentica da curare, davvero valeva la pena di testimoniare, davvero era importante poter dire: ‘io c’ero, ho visto, ho toccato’. Martellino, anche se Boccaccio non lo dice, prima di intraprendere la sua ribalderia, si sarà informato: che miracoli fa Arrigo, che malattie guarisce? Organizza il suo trucco di conseguenza. Arrigo scioglie soprattutto corpi contratti, storpiature, paralisi. Miracoli di dubbia identità, direbbe oggi qualcuno, però pur sempre miracoli, diligentemente annotati e certificati da un collegio di notai espressamente costituito. Centinaia, secondo la documentazione che ci è giunta praticamente integra. Il duomo di Treviso aveva pareti ricoperte di ex voto, per lo più grucce divenute inutili per i miracolati. E Martellino si fa “attratto”, che è un po’ la parola chiave della novella. Per capire dobbiamo ricordarci di quanto Boccaccio aveva detto del Cristo nel Filocolo (V, 54, 25): «Cominciò a predicare alle turbe e a sanare gl’infermi, a liberare gl’indemoniati, a mondare i leprosi, a dirizzare gli attratti e a guarire i paralitici». Usa proprio il termine “attratto” che, avrebbe spiegato il lessico boccacciano redatto da Girolamo Ruscelli, vale «attrappito, ritratto in sé stesso, stroppiato, assiderato». Dunque, quando sospinge sul palcoscenico Martellino, Boccaccio lo manda a guardare in faccia il corpo morto del Cristo. O quasi: è tragedia alta, e Boccaccio sa che quando parla di Arrigo, quel tedesco approdato a Trevigi, non parla di uno qualsiasi. Anche se l’architettura della novella è in funzione di Martellino, non di Arrigo. Ma proprio questo è il punto: per arrivare davanti a quel corpo morto, già oggetto di un culto che sconfina nel fanatismo, servono intelligenza e astuzia. E coraggio, tanto coraggio, perfino incoscienza. Dunque Boccaccio celebra, proprio sull’altare di Arrigo, uno dei grandi omaggi all’umano agire, e narra di un’impresa geniale, anche se, come in questo caso, triviale e sacrilega. L’intero Decameron è così costruito e in tal chiave va letto. Ma da un punto di vista più rigoristico quello di Martellino è un sacrilegio puro e semplice e, in prospettiva post-tridentina (l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti risale, com’è ben noto, al 1558), la novella diviene per elezione un elemento a carico nel processo di censura e di rassettatura che il Decameron ebbe a subire nella seconda metà del secolo XVI con lo scopo di scansare la proibizione assoluta di un’opera che, come riconoscevano i Deputati curatori della più nota rassettatura «secondo l’ordine del Sacro Conc. di Trento», compiuta nel 1573, non poteva essere tout court messa al bando della cultura e della lingua italiane: E per la maestria dello scrivere, e per la vaghezza e purità delle voci, è in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato. Perché, oltre la sincerità del parlare di quel buon secolo nel quale egli scrisse, tale fu l’accortezza del giuditio suo in sapere sempre scerre l’ottimo del buono, e tale la leggiadria dello stile, che egli ha quasi, solo, dato norma e forma alla nostra favella: non ne avendo chi ne ha scritto le regole né più certa né più sicura guida di lui. Per le quali virtù, oltre la piacevolezza delle cose trattate, egli è sempre stato desiderato, amato et in grandissimo pregio tenuto[2]. Ma la fatica e i criteri dei Deputati sono troppo noti e studiati perché qui occorra dirne altro. Proponiamo, invece, alcune considerazioni sul Boccaccio riformato da Luigi Groto, il Cieco d’Adria[3], e pubblicato nel 1588, quasi tre lustri dopo il Decameron «ricorretto in Roma secondo l’ordine del Sacro Conc. di Trento» e, questa volta, senza alcun riferimento esplicito a quell’alta autorità, che verosimilmente non avrebbe affidato il delicato restauro a un poligrafo certo prestigioso, ma che in gioventù s’era accostato a cenacoli di non specchiata ortodossia e nel 1567 era stato inquisito per il possesso di libri proibiti, tra cui opere di Erasmo e i Dialoghi di Bernardino Ochino[4]. Il processo si era chiuso l’8 luglio 1567 con l’abiura, che risparmiò al Groto più gravi conseguenze ma gli interdisse per sempre l’insegnamento. L’atteggiamento con cui il Cieco si accosta al Decameron mette forse radice proprio in quell’atto di abiura e nei confini in cui fu rinchiusa la sua attività di letterato, forse anche nelle difficoltà economiche che ne conseguirono, forse perfino nella volontà di mostrarsi pienamente rientrato nell’ortodossia, o magari nel proposito di schierare scrittore e stampatori veneti contro le agguerrite milizie filologiche fiorentine[5]. Tuttavia, concepita sin dal 1579, la revisione del Decameron, che di fatto riuscì una parziale ma talora geniale rielaborazione dell’opera boccacciana, fu turbata da incidenti in parte oscuri quale lo smarrimento o il trafugamento di una parte dei materiali già approntati; e procedette a rilento, e non fu data alle stampe se non nel 1588, tre anni dopo la morte dell’autore, presso la tipografia veneziana dei fratelli Fabio e Agostino Zoppini e di Onofrio Farri. *   *   * La riscrittura riesce davvero peculiare, con qualche buona invenzione. Groto vuole togliere, scrive il prefatore e curatore Girolamo Ruscelli, le cose che «poteano offendere le pie orecchie dei cattolici». Già notevole è il confronto tra i due proemi. Identici, o quasi. Groto ha cassato dal Proemio di Boccaccio due righe in tutto: colpevoli soltanto di citare (e per perifrasi) il nome di Dio. «…non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore…», dice Boccaccio (Pr., 5). Groto tira via: «…non sia morto. Ma il mio amore…». Paradigma del lavoro di Groto è proprio la novella di Martellino: Arrigo, il mendicante dichiarato santo dalla religiosità popolare subito dopo la morte, scompare del tutto. E la novella è completamente reinventata. In buona sostanza, nella riscrittura grotiana Martellino indossa, per burla e sfruttando una qualche rassomiglianza, i panni di una cantante diventata famosa a Treviso qualche mese prima del suo arrivo in città e poi partita. Il trucco viene scoperto e per Martellino sono guai. La seconda parte (le traversie giudiziarie del protagonista) è di fatto identica all’originale boccacciano. Davvero curioso che, per non parlare di Arrigo e del suo funerale, ci si rifugi in una piccante e perfino imbarazzante storia di travestitismo. Certo lo stesso Boccaccio avrebbe sorriso. Ma siamo davanti al preciso indizio di una mentalità. E il Boccaccio, in questo senso, ne risulta sfregiato: la cronaca originaria del caso di Martellino e Arrigo viene interpretata da Groto come la volontà di commettere sacrilegio e di irridere il cattolicesimo: sappiamo bene che di ben altro si tratta. Al Certaldese importava soltanto celebrare l’umana intelligenza comunque essa si proponesse. Questo, invece, il testo dello pseudo-Martellino[6]: Martellino, infingendosi d’essere femina, molte femine beffa; e conosciuto il suo inganno, è battuto; e poi preso, et in pericolo venuto di essere impiccato per la gola, ultimamente scampa. Spesse volte, carissime donne, avenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, e massimamente quelle cose, che sono da reverire, se con le beffe, e talvolta con danno solo s’è ritrovato. Nel che, accioché io il comandamento della Reina ubidisca, e principio dia con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente e poi fuori di tutto suo pensiero assai felicemente ad un nostro cittadino avenisse. Era, non è ancora lungo tempo passato, una cantatrice senza sapersi di qual patria o di quale schiatta si fosse: la quale con una sua valigia da duo uomini accompagnata se n’andava per le più famose città della Italia e fuori, ora per le popolate piazze, su per li publichi panchi, quando nelle private case per le secrete camere, secondo che era da varie persone a nozze, a conviti, e ad altre recreationi invitata e prezzolata, varie canzoni all’improviso cantando, e diversi stormenti sonando. Non molto bella, ma di sì grata voce e di sì dolci maniere che niuno era, maschio o femina, donna, o donzella, che la vedesse o la udisse pur una volta, che di lei non innamorasse e non desiderasse la sua conversatione. E tra l’altre città, ella passò in Trivigi quasi un continuo verno, dove da quelle gentildonne fu in guisa amata, accarezzata, abbracciata e tenuta cara, che quando al sopravenir della primavera se ne partì, elle di increscimento e di desiderio piene rimasero. Avenne che in quella città il medesimo anno, il primo giorno di maggio si fece una publica festa, dove tutte le donne e le donzelle invitate concorsero e con esso loro vi traeva da ogni parte tutta la gente. In tanto tumulto e discorrimento di popolo avenne, che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino, et il terzo Marchese; uomini li quali le corti de’ signori visitavano et usavano di contrafarsi con nuovi atti. Li quali quivi non essendo stati già mai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono; et udita la cagione perché ciò era, desiderosi divennero d’andare a vedere. e poste le loro cose ad uno albergo, l’oste a Martellino rivolto li disse: – Se voi foste così in abito di femina come di maschio siete, tutto mi sembrereste la cantatrice che fu questo verno tra noi e poco dianzi se ne andò altrove. Martellino, che era uomo di buon tempo, rispose: – Se debbo dirvi il vero, io pur troppo son dessa: ma sommi così travestita per non esser riconosciuta, tra per pigliarmi di voi piacere e per non esser qui trattenuta molto –. – Voi sete pur dessa anco alla voce – soggiunse l’oste, e parea così e chiamata la moglie e le figliuole, fece lor Martellino vedere, e tutte giuravano lui esser la cantatrice che già dicemmo. Allora Martellino voltatosi alle donne disse: – Orsù da che più non mi posso celare, arrecatemi pure un abito donnesco, ch’io da femina mi vesta –. E dalle donne fugli prestamente arrecato et egli vestitosi e somigliando sempre più per detto di chiunque il vedeva, colei che dicevano, udendo la festa che allora facevasi, tolto in mezzo da Marchese, e da Stecchi là s’aviò e nella sala comparso, tutte le donne, dal volto e dall’abito parimente ingannate, gli si levarono incontro a riceverlo, e chi li toccava la mano, chi l’abbracciava, chi il baciava, chi lo assideva in grembo. E così tra loro ricevendolo niuna donna e niuna donzella fu, che non li desse di dolce amistà chiarissimo segno. E Martellino poco parlando e a tutte volgendosi, godeva il suo inganno e questi troppo cortesi favori; mentre si facevano queste accoglienze, era per aventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conosceva Martellino, il quale veggendolo et riconosciutolo subitamente, comincio a ridere et a dire: – Domine fallo tristo, chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli non fosse stato una femina? –. Queste parole udirono alcuni Trivigiani li quali incontanente il domandarono: – Come? non è costei femina? –. A’ quali il fiorentino rispose: – Non piaccia a Dio. Egli è uomo come qualunque è l’un di noi; ma sa meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contrafarsi in qualunque forma vuole –. Come costo ebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare: – Sia preso questo traditore, il quale per schernire le nostre gentildonne e noi, qui in abito di donna è venuto –. E così dicendo il pigliarono e giù del luogo dove era, il tirarono; e presolo per li capelli e stracciatigli tutti i panni in dosso, cominciarono a dargli delle pugna e de’ calci; né parea a colui esser uomo, che a questo fare non correa. Martellino gridava: – Mercé vi prego –, e quanto poteva, si aiutava. Ma ciò era niente. La calca gli multiplicava ognora addosso maggiore. La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese, cominciarono fra sé a dire, che la cosa stava male e di se medesimi dubitando, non ardivano d’aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano ch’ei fosse morto, avendo nondimeno pensier tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo il quale fermamente l’avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il quale Marchese subitamente prese. Che essendo ivi di fuori tutta la famiglia della signoria, Marchese come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era, e disse: – Mercé Signor, egli è qua un malvagio uomo, che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d’oro. E per non esser riconosciuto ha preso habito di femina, io vi prego, che voi il pigliate sì, che io rihabbia il mio –. Subitamente udito questo, ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato et alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, tutto rotto e tutto pesto il trassero loro delle mani e menaronlo al palagio dove molti, seguitolo, che da lui si ritenevano scherniti, avendo udito che per tagliar borse era stato preso, non parendo loro aver alcun’altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dire ciascuno, da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali cose vedendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare. Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone li fece dare con animo di fargli confessar ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandatolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire no, disse: -Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun, che mi accusa, dire quando e dove io gli tagliai la borsa, et io vi dirò quello, che io avrò fatto e quello che no –. Disse il giudice: – Questo mi piace –. E fattine alquanti chiamare, l’un diceva che gliele avea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei e l’altro quattro e alcuni dicevano quel dì stesso. Il che udendo Martellino, disse: – Signor mio, essi mentono tutti per la gola. E che io dica il vero, questa prova ve ne posso dare; che così non fussi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui, se non da poco fa in qua. E che questo che io dico sia vero, ne può far chiaro l’ufficial del Signore, il quale sta alle presentagioni, et il suo libro et ancora l’oste mio. Perché, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanza di questi malvagi uomini straziare et uccidere. Mentre le cose erano in questi termini, Marchese, e Stecchi, li quali aveano sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva e già l’aveva collato, temetter forte, seco dicendo: – Male abbiam procacciato, noi abbiamo costui tratto della padella et gittatolo nel fuoco –. Per che con ogni sollecitudine dandosi attorno et l’oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti il quale in Trivigi abitava et appresso al signore avea grande stato et ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò, che de’ fatti di Martellino gl’increscesse. Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che per Martellino fusse mandato e così fu. Il quale coloro che per lui andarono, trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice e tutto smarrito e pauroso forte. Perciocché il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire. Anzi, per aventura avendo alcuno odio ne’ Fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccare per la gola et in niuna guisa rendere il voleva al Signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo al suo dispetto. Al quale poi che gli fu davanti et ogni cosa per ordine detta, gli porse prieghi che in luogo di somma gratia, via il lasciasse andare. Perciocché infino che in Firenze non fosse sempre gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il Signore fece grandissime risa di così fatto accidente e fatta donare una roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa loro. *   *   * Il testo del Groto è, a suo modo, affascinante. Come si è detto, non ci troviamo davanti ad uno scrittore scadente o privo di genio. Si potrebbe dire: un innamorato di Boccaccio che sente il bisogno di correggerlo. Che giudica la correzione un buon lavoro, un lavoro doveroso. Oggettivamente, oltre gli scrupoli antiriformistici. Con quale criterio? Basta dare un’occhiata agli argomenti delle cento novelle, per capire. Groto cassa con meticolosa cura tutto ciò che possa offendere o soltanto in qualche modo coinvolgere preti, suore, monaci, monache, abati, vescovi, chierici, frati, chiunque indossi una tonaca, un saio, un velo. Su cento argomenti ben 25 sono stati alterati dal Nostro (ma nel complesso le novelle poco o tanto rivisitate sono quasi il doppio, 46), che ovviamente poi gestisce di conseguenza il racconto. Nella prima giornata sono sei le vicende alterate; tre nella seconda; cinque nella terza; uno nella quarta, nessuno nella quinta, due nella sesta, settima e ottava, tre nella nona e una nella decima. Qui non si entra nel merito delle singole rassettature grotiane, come non si entra nel merito delle differenze intercorrenti tra Deputati, Salviati e Groto. Ma è evidente che i sacri furori si sono raffreddati nel procedere del lavoro. All’inizio novelle integralmente (o quasi) riscritte, come nel caso della vicenda di Martellino. Poi con l’affievolirsi della vena creativa (o con l’affiorare della stanchezza o per la pressione delle scadenze), soltanto ritocchi. Tenendo in filigrana l’originale boccacciano, la lettura di Groto ha un discreto livello di seduzione. Documenta molto più di un gusto. Rappresenta una temperie spirituale, un orientamento etico e morale, una preoccupazione, uno scrupolo che è di tutta un’epoca. Sarebbe ingeneroso fare del Cieco, che profuse talento e passione, lo specchio di un conformismo in cui ben altre personalità si rimirarono. Anche se certi suoi camouflages appaiono di maniera, grossolani. E magari strappano un sorriso al lettore moderno. Da dove si comincia? E da dove, se non da ser Ciappelletto (I, 1) che «essendo stato un pessimo uomo in vita, senza avedersene anzi affrettandola lui medesimo fa quella morte che meritava». Boccaccio capovolto. Abraam Giudeo (I, 2), «conoscendo per prova che i tesori non adoperati non giovano, fassi Cristiano». Di Melchisedech (I, 3) non è traccia. Si parla piuttosto come «Polifilo giovane con una novella di tre anella, cessa una gran riprensione da tre Donne apparecchiatagli». Niente monaci peccatori nella novella successiva (I, 4) perché si racconta di «un figliuolo caduto in colpa, onestamente rimproverando al padre quella medesima colpa, si libera dalla riprensione». Cassata anche «la malvagia ipocresia de’ religiosi» (I, 6), sostituita dalla «malvagità dei giudici». Bergamino (I, 7) morde l’avarizia di Cangrande della Scala, grazie ad una novella che non viene più dall’«abate di Clignì» ma dal Conte di Anversa. Di Martellino (II, 1) si è detto. L’abate di II, 2 diventa un cavaliere. Il Conte di Anversa (II, 8) torna non dall’Inghilterra ma «di Scotia». Facile immaginare dove Groto indirizza Masetto di Lamporecchio (III, 1). Non più in «uno munistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui»; semplicemente, in modo più casto o meglio, meno compromettente, «diviene ortolano di alcune donne». Novella in cui (come in altre riscritture grotiane, ad esempio la novella di frate Puccio, III, 4) entrano elementi del tutto contrari alle indicazioni controriformistiche, come l’astrologia e la magia. Ed è un paradosso, a ben vedere. Il Groto, che vuole mostrarsi rigorosamente ortodosso, esplora territori proibiti. Imbarazzante per chi doveva autorizzare la pubblicazione. Niente frate né confessione né «purissima conscienza» in III, 3. Si racconta piuttosto che «sotto spetie di amistà e di purissima continenza, una donna innamorata di un giovane, induce la madre di lui…». Puccio e Felice (III, 4) perdono lo stato di ecclesiastici e vengono votati a tutto altro mestiere: «Felice insegna a Puccio come egli diverrà astrologo…». La moglie del falso morto Ferondo (III, 8) non se la fa con un abate ma con uno «scolare». Alibech (III, 10) non «diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in Inferno». Semplicemente «si smarrisce dal padre, a cui Rustico insegna incantare il tempo…». Come si vede, Rustico non è più monaco. In IV, 2 Alberto non è più frate ma poeta. Coerentemente «l’Agnolo Gabriello» diventa «Dio d’Amore». Da notare che la monacazione che conclude la tormentata vicenda di IV, 6 non suscita alcuna reazione nel nostro correttore/censore. Monna Nonna de’ Pulci (VI, 3) non mette a posto con un’appuntita battuta lo sconveniente «motteggiare del vescovo di Firenze», ma il podestà della stessa città. E ovviamente di tutta altra pasta è la vicenda di frate Cipolla (VI, 10). Ecco Groto: «Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro frutti de gli alberi del Sole, in luogo dei quali trovando carboni, questi dice di essere di quegli di Mongibello». Frate Rinaldo (VII, 3) che si giace con la comare diviene «Rinaldo che si giace con la vicina». I «due sanesi» (VII, 10) di cui si dice che «amano una donna comare dell’uno; muore il compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli e raccontagli come di là si dimori”» fanno con Groto altra cosa: «amano una donna comare dell’uno. Muore il compare e l’altro si gode per ragione di eredità». La vicenda di VII, 5 («Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascosamente prende guardia all’uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante, e con lui si dimora») non intercetta alcuna freccia di Groto. Certo... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: x-large; color: #000000;"><strong>A PROPOSITO DEL DECAMERON</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-large; color: #000000;"><strong>RIFORMATO DAL CIECO D’ADRIA</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3580' title='boccaccio1'><img width="130" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio1-130x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="boccaccio1" /></a>
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<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3582' title='boccaccio3'><img width="150" height="129" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio3-150x129.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="boccaccio3" /></a>

<p><span style="color: #000000;">La seconda giornata del <b><i>Decameron</i></b>, nella quale «sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine», si apre con il racconto di uno sgangherato tentativo di beffa messo in atto durante i funerali di quello che è ora il principale patrono della città di Treviso, il beato Enrico o Erico o Arrigo da Bolzano, un umile uomo di fatica, insigne per costumi e pietà, che morì appunto in Treviso il 10 giugno 1315<a title="" href="#_edn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Attorno al suo corpo fiorirono subito miracoli e la salma, rimasta incorrotta ed esposta per molti giorni, divenne la meta di un pellegrinaggio incessante. I pellegrini provenivano da tutto il Veneto e anche da più lontano. Nei primi giorni furono folla e, proprio per farsi largo nella ressa impenetrabile, Martellino, supportato da due suoi compari, si finge «attratto». Arriva davanti al corpo di Arrigo e simula, con grande teatralità, che le sue membra miracolosamente si sciolgano. Quali esiti abbia il finto prodigio, è a tutti noto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La messa in scena di questa laica sacra rappresentazione (tale è la novella in questione, e l’ossimoro è voluto) delinea un evento sostanzialmente tragico. Quello che attua Martellino è senza dubbio un gioco, uno scherzo (che peraltro rischia di finire molto male), ma è soprattutto il prodotto non tanto di un temperamento burlone, quanto di una visione dell’esistenza basata sull’espediente, sulla pianificazione della migliore strategia possibile in vista di un obiettivo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> S’ispira alla rivoluzione ideologica e morale che già ai tempi di Dante trasforma il Mercato Vecchio dei mercatanti fiorentini nella, secondo una felice immagine di Vittore Branca, Wall Street del Medioevo; che origina il sistema bancario; che inventa la lettera di cambio e la partita doppia; che produce capolavori della memorialistica come i <b><i>Ricordi </i></b>di Giovanni di Pagolo Morelli; che trova la sua apoteosi nella discussione che Machiavelli, trasferendo il tutto dal piano economico al piano politico, compie attorno agli scopi da raggiungere e agli strumenti messi in atto per farlo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Solo se entriamo in questa logica ci viene rivelato l’enorme valore documentario della novella. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero c’era una folla straripante e soprattutto impenetrabile attorno al corpo di Arrigo, davvero era importante vederlo e toccarlo anche se non c’era alcuna malattia autentica da curare, davvero valeva la pena di testimoniare, davvero era importante poter dire: ‘io c’ero, ho visto, ho toccato’. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Martellino, anche se Boccaccio non lo dice, prima di intraprendere la sua ribalderia, si sarà informato: che miracoli fa Arrigo, che malattie guarisce? </span><br />
<span style="color: #000000;"> Organizza il suo trucco di conseguenza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Arrigo scioglie soprattutto corpi contratti, storpiature, paralisi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Miracoli di dubbia identità, direbbe oggi qualcuno, però pur sempre miracoli, diligentemente annotati e certificati da un collegio di notai espressamente costituito. Centinaia, secondo la documentazione che ci è giunta praticamente integra. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il duomo di Treviso aveva pareti ricoperte di ex voto, per lo più grucce divenute inutili per i miracolati. E Martellino si fa “attratto”, che è un po’ la parola chiave della novella. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Per capire dobbiamo ricordarci di quanto Boccaccio aveva detto del Cristo nel Filocolo (V, 54, 25): «Cominciò a predicare alle turbe e a sanare gl’infermi, a liberare gl’indemoniati, a mondare i leprosi, a dirizzare gli attratti e a guarire i paralitici». </span><br />
<span style="color: #000000;"> Usa proprio il termine “attratto” che, avrebbe spiegato il lessico boccacciano redatto da Girolamo Ruscelli, vale «attrappito, ritratto in sé stesso, stroppiato, assiderato». </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dunque, quando sospinge sul palcoscenico Martellino, Boccaccio lo manda a guardare in faccia il corpo morto del Cristo. O quasi: è tragedia alta, e Boccaccio sa che quando parla di Arrigo, quel tedesco approdato a Trevigi, non parla di uno qualsiasi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Anche se l’architettura della novella è in funzione di Martellino, non di Arrigo. Ma proprio questo è il punto: per arrivare davanti a quel corpo morto, già oggetto di un culto che sconfina nel fanatismo, servono intelligenza e astuzia. E coraggio, tanto coraggio, perfino incoscienza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dunque Boccaccio celebra, proprio sull’altare di Arrigo, uno dei grandi omaggi all’umano agire, e narra di un’impresa geniale, anche se, come in questo caso, triviale e sacrilega. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’intero <b><i>Decameron</i></b> è così costruito e in tal chiave va letto. Ma da un punto di vista più rigoristico quello di Martellino è un sacrilegio puro e semplice e, in prospettiva post-tridentina (l’istituzione dell’<b><i>Indice dei libri proibiti</i></b> risale, com’è ben noto, al 1558), la novella diviene per elezione un elemento a carico nel processo di censura e di rassettatura che il <b><i>Decameron</i></b> ebbe a subire nella seconda metà del secolo XVI con lo scopo di scansare la proibizione assoluta di un’opera che, come riconoscevano i Deputati curatori della più nota rassettatura «secondo l’ordine del Sacro Conc. di Trento», compiuta nel 1573, non poteva essere tout court messa al bando della cultura e della lingua italiane:</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>E per la maestria dello scrivere, e per la vaghezza e purità delle voci, è in questa nostra lingua il più bello scrittore di prose che, in Toscana o altrove, si sia per alcun tempo trovato. Perché, oltre la sincerità del parlare di quel buon secolo nel quale egli scrisse, tale fu l’accortezza del giuditio suo in sapere sempre scerre l’ottimo del buono, e tale la leggiadria dello stile, che egli ha quasi, solo, dato norma e forma alla nostra favella: non ne avendo chi ne ha scritto le regole né più certa né più sicura guida di lui. Per le quali virtù, oltre la piacevolezza delle cose trattate, egli è sempre stato desiderato, amato et in grandissimo pregio tenuto</i></b><a title="" href="#_edn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma la fatica e i criteri dei Deputati sono troppo noti e studiati perché qui occorra dirne altro. Proponiamo, invece, alcune considerazioni sul Boccaccio riformato da Luigi Groto, il Cieco d’Adria<a title="" href="#_edn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>, e pubblicato nel 1588, quasi tre lustri dopo il <b><i>Decameron</i></b> «ricorretto in Roma secondo l’ordine del Sacro Conc. di Trento» e, questa volta, senza alcun riferimento esplicito a quell’alta autorità, che verosimilmente non avrebbe affidato il delicato restauro a un poligrafo certo prestigioso, ma che in gioventù s’era accostato a cenacoli di non specchiata ortodossia e nel 1567 era stato inquisito per il possesso di libri proibiti, tra cui opere di Erasmo e i <b><i>Dialoghi </i></b>di Bernardino Ochino<a title="" href="#_edn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il processo si era chiuso l’8 luglio 1567 con l’abiura, che risparmiò al Groto più gravi conseguenze ma gli interdisse per sempre l’insegnamento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’atteggiamento con cui il Cieco si accosta al <b><i>Decameron </i></b>mette forse radice proprio in quell’atto di abiura e nei confini in cui fu rinchiusa la sua attività di letterato, forse anche nelle difficoltà economiche che ne conseguirono, forse perfino nella volontà di mostrarsi pienamente rientrato nell’ortodossia, o magari nel proposito di schierare scrittore e stampatori veneti contro le agguerrite milizie filologiche fiorentine<a title="" href="#_edn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tuttavia, concepita sin dal 1579, la revisione del <b><i>Decameron</i></b>, che di fatto riuscì una parziale ma talora geniale rielaborazione dell’opera boccacciana, fu turbata da incidenti in parte oscuri quale lo smarrimento o il trafugamento di una parte dei materiali già approntati; e procedette a rilento, e non fu data alle stampe se non nel 1588, tre anni dopo la morte dell’autore, presso la tipografia veneziana dei fratelli Fabio e Agostino Zoppini e di Onofrio Farri.</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">*   *   *</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3583' title='Boccaccio4'><img width="112" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio4-112x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Boccaccio4" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3585' title='Boccaccio5'><img width="150" height="60" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio5-150x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Boccaccio5" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3576' title='Boccaccio6'><img width="102" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio6-102x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Boccaccio6" /></a>

<p><span style="color: #000000;">La riscrittura riesce davvero peculiare, con qualche buona invenzione. Groto vuole togliere, scrive il prefatore e curatore Girolamo Ruscelli, le cose che «poteano offendere le pie orecchie dei cattolici». Già notevole è il confronto tra i due proemi. Identici, o quasi. Groto ha cassato dal Proemio di Boccaccio due righe in tutto: colpevoli soltanto di citare (e per perifrasi) il nome di Dio. «…non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore…», dice Boccaccio (Pr., 5). Groto tira via: «…non sia morto. Ma il mio amore…». Paradigma del lavoro di Groto è proprio la novella di Martellino: Arrigo, il mendicante dichiarato santo dalla religiosità popolare subito dopo la morte, scompare del tutto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E la novella è completamente reinventata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In buona sostanza, nella riscrittura grotiana Martellino indossa, per burla e sfruttando una qualche rassomiglianza, i panni di una cantante diventata famosa a Treviso qualche mese prima del suo arrivo in città e poi partita. Il trucco viene scoperto e per Martellino sono guai. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La seconda parte (le traversie giudiziarie del protagonista) è di fatto identica all’originale boccacciano. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero curioso che, per non parlare di Arrigo e del suo funerale, ci si rifugi in una piccante e perfino imbarazzante storia di travestitismo. Certo lo stesso Boccaccio avrebbe sorriso. Ma siamo davanti al preciso indizio di una mentalità. E il Boccaccio, in questo senso, ne risulta sfregiato: la cronaca originaria del caso di Martellino e Arrigo viene interpretata da Groto come la volontà di commettere sacrilegio e di irridere il cattolicesimo: sappiamo bene che di ben altro si tratta. Al Certaldese importava soltanto celebrare l’umana intelligenza comunque essa si proponesse. Questo, invece, il testo dello pseudo-Martellino<a title="" href="#_edn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>:</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>Martellino, infingendosi d’essere femina, molte femine beffa; e conosciuto il suo inganno, è battuto; e poi preso, et in pericolo venuto di essere impiccato per la gola, ultimamente scampa. Spesse volte, carissime donne, avenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, e massimamente quelle cose, che sono da reverire, se con le beffe, e talvolta con danno solo s’è ritrovato. Nel che, accioché io il comandamento della Reina ubidisca, e principio dia con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente e poi fuori di tutto suo pensiero assai felicemente ad un nostro cittadino avenisse. Era, non è ancora lungo tempo passato, una cantatrice senza sapersi di qual patria o di quale schiatta si fosse: la quale con una sua valigia da duo uomini accompagnata se n’andava per le più famose città della Italia e fuori, ora per le popolate piazze, su per li publichi panchi, quando nelle private case per le secrete camere, secondo che era da varie persone a nozze, a conviti, e ad altre recreationi invitata e prezzolata, varie canzoni all’improviso cantando, e diversi stormenti sonando. Non molto bella, ma di sì grata voce e di sì dolci maniere che niuno era, maschio o femina, donna, o donzella, che la vedesse o la udisse pur una volta, che di lei non innamorasse e non desiderasse la sua conversatione. E tra l’altre città, ella passò in Trivigi quasi un continuo verno, dove da quelle gentildonne fu in guisa amata, accarezzata, abbracciata e tenuta cara, che quando al sopravenir della primavera se ne partì, elle di increscimento e di desiderio piene rimasero. Avenne che in quella città il medesimo anno, il primo giorno di maggio si fece una publica festa, dove tutte le donne e le donzelle invitate concorsero e con esso loro vi traeva da ogni parte tutta la gente. In tanto tumulto e discorrimento di popolo avenne, che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino, et il terzo Marchese; uomini li quali le corti de’ signori visitavano et usavano di contrafarsi con nuovi atti. Li quali quivi non essendo stati già mai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono; et udita la cagione perché ciò era, desiderosi divennero d’andare a vedere. e poste le loro cose ad uno albergo, l’oste a Martellino rivolto li disse: – Se voi foste così in abito di femina come di maschio siete, tutto mi sembrereste la cantatrice che fu questo verno tra noi e poco dianzi se ne andò altrove. Martellino, che era uomo di buon tempo, rispose: – Se debbo dirvi il vero, io pur troppo son dessa: ma sommi così travestita per non esser riconosciuta, tra per pigliarmi di voi piacere e per non esser qui trattenuta molto –. – Voi sete pur dessa anco alla voce – soggiunse l’oste, e parea così e chiamata la moglie e le figliuole, fece lor Martellino vedere, e tutte giuravano lui esser la cantatrice che già dicemmo. Allora Martellino voltatosi alle donne disse: – Orsù da che più non mi posso celare, arrecatemi pure un abito donnesco, ch’io da femina mi vesta –. E dalle donne fugli prestamente arrecato et egli vestitosi e somigliando sempre più per detto di chiunque il vedeva, colei che dicevano, udendo la festa che allora facevasi, tolto in mezzo da Marchese, e da Stecchi là s’aviò e nella sala comparso, tutte le donne, dal volto e dall’abito parimente ingannate, gli si levarono incontro a riceverlo, e chi li toccava la mano, chi l’abbracciava, chi il baciava, chi lo assideva in grembo. E così tra loro ricevendolo niuna donna e niuna donzella fu, che non li desse di dolce amistà chiarissimo segno. E Martellino poco parlando e a tutte volgendosi, godeva il suo inganno e questi troppo cortesi favori; mentre si facevano queste accoglienze, era per aventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conosceva Martellino, il quale veggendolo et riconosciutolo subitamente, comincio a ridere et a dire: – Domine fallo tristo, chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli non fosse stato una femina? –. Queste parole udirono alcuni Trivigiani li quali incontanente il domandarono: – Come? non è costei femina? –. A’ quali il fiorentino rispose: – Non piaccia a Dio. Egli è uomo come qualunque è l’un di noi; ma sa meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contrafarsi in qualunque forma vuole –. Come costo ebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare: – Sia preso questo traditore, il quale per schernire le nostre gentildonne e noi, qui in abito di donna è venuto –. E così dicendo il pigliarono e giù del luogo dove era, il tirarono; e presolo per li capelli e stracciatigli tutti i panni in dosso, cominciarono a dargli delle pugna e de’ calci; né parea a colui esser uomo, che a questo fare non correa. Martellino gridava: – Mercé vi prego –, e quanto poteva, si aiutava. Ma ciò era niente. La calca gli multiplicava ognora addosso maggiore. La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese, cominciarono fra sé a dire, che la cosa stava male e di se medesimi dubitando, non ardivano d’aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano ch’ei fosse morto, avendo nondimeno pensier tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo il quale fermamente l’avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il quale Marchese subitamente prese. Che essendo ivi di fuori tutta la famiglia della signoria, Marchese come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era, e disse: – Mercé Signor, egli è qua un malvagio uomo, che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d’oro. E per non esser riconosciuto ha preso habito di femina, io vi prego, che voi il pigliate sì, che io rihabbia il mio –. Subitamente udito questo, ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato et alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, tutto rotto e tutto pesto il trassero loro delle mani e menaronlo al palagio dove molti, seguitolo, che da lui si ritenevano scherniti, avendo udito che per tagliar borse era stato preso, non parendo loro aver alcun’altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dire ciascuno, da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali cose vedendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare. Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone li fece dare con animo di fargli confessar ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandatolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire no, disse: -Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun, che mi accusa, dire quando e dove io gli tagliai la borsa, et io vi dirò quello, che io avrò fatto e quello che no –. Disse il giudice: – Questo mi piace –. E fattine alquanti chiamare, l’un diceva che gliele avea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei e l’altro quattro e alcuni dicevano quel dì stesso. Il che udendo Martellino, disse: – Signor mio, essi mentono tutti per la gola. E che io dica il vero, questa prova ve ne posso dare; che così non fussi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui, se non da poco fa in qua. E che questo che io dico sia vero, ne può far chiaro l’ufficial del Signore, il quale sta alle presentagioni, et il suo libro et ancora l’oste mio. Perché, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanza di questi malvagi uomini straziare et uccidere. Mentre le cose erano in questi termini, Marchese, e Stecchi, li quali aveano sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva e già l’aveva collato, temetter forte, seco dicendo: – Male abbiam procacciato, noi abbiamo costui tratto della padella et gittatolo nel fuoco –. Per che con ogni sollecitudine dandosi attorno et l’oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti il quale in Trivigi abitava et appresso al signore avea grande stato et ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò, che de’ fatti di Martellino gl’increscesse. Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che per Martellino fusse mandato e così fu. Il quale coloro che per lui andarono, trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice e tutto smarrito e pauroso forte. Perciocché il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire. Anzi, per aventura avendo alcuno odio ne’ Fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccare per la gola et in niuna guisa rendere il voleva al Signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo al suo dispetto. Al quale poi che gli fu davanti et ogni cosa per ordine detta, gli porse prieghi che in luogo di somma gratia, via il lasciasse andare. Perciocché infino che in Firenze non fosse sempre gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il Signore fece grandissime risa di così fatto accidente e fatta donare una roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa loro. </i></b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">*   *   *</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il testo del Groto è, a suo modo, affascinante. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Come si è detto, non ci troviamo davanti ad uno scrittore scadente o privo di genio. Si potrebbe dire: un innamorato di Boccaccio che sente il bisogno di correggerlo. Che giudica la correzione un buon lavoro, un lavoro doveroso. Oggettivamente, oltre gli scrupoli antiriformistici. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Con quale criterio? </span><br />
<span style="color: #000000;"> Basta dare un’occhiata agli argomenti delle cento novelle, per capire. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Groto cassa con meticolosa cura tutto ciò che possa offendere o soltanto in qualche modo coinvolgere preti, suore, monaci, monache, abati, vescovi, chierici, frati, chiunque indossi una tonaca, un saio, un velo. Su cento argomenti ben 25 sono stati alterati dal Nostro (ma nel complesso le novelle poco o tanto rivisitate sono quasi il doppio, 46), che ovviamente poi gestisce di conseguenza il racconto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nella prima giornata sono sei le vicende alterate; tre nella seconda; cinque nella terza; uno nella quarta, nessuno nella quinta, due nella sesta, settima e ottava, tre nella nona e una nella decima. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Qui non si entra nel merito delle singole rassettature grotiane, come non si entra nel merito delle differenze intercorrenti tra Deputati, Salviati e Groto. Ma è evidente che i sacri furori si sono raffreddati nel procedere del lavoro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> All’inizio novelle integralmente (o quasi) riscritte, come nel caso della vicenda di Martellino. Poi con l’affievolirsi della vena creativa (o con l’affiorare della stanchezza o per la pressione delle scadenze), soltanto ritocchi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tenendo in filigrana l’originale boccacciano, la lettura di Groto ha un discreto livello di seduzione. Documenta molto più di un gusto. Rappresenta una temperie spirituale, un orientamento etico e morale, una preoccupazione, uno scrupolo che è di tutta un’epoca. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sarebbe ingeneroso fare del Cieco, che profuse talento e passione, lo specchio di un conformismo in cui ben altre personalità si rimirarono. Anche se certi suoi camouflages appaiono di maniera, grossolani. E magari strappano un sorriso al lettore moderno. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Da dove si comincia? E da dove, se non da ser Ciappelletto (I, 1) che «essendo stato un pessimo uomo in vita, senza avedersene anzi affrettandola lui medesimo fa quella morte che meritava». Boccaccio capovolto. Abraam Giudeo (I, 2), «conoscendo per prova che i tesori non adoperati non giovano, fassi Cristiano». Di Melchisedech (I, 3) non è traccia. Si parla piuttosto come «Polifilo giovane con una novella di tre anella, cessa una gran riprensione da tre Donne apparecchiatagli». Niente monaci peccatori nella novella successiva (I, 4) perché si racconta di «un figliuolo caduto in colpa, onestamente rimproverando al padre quella medesima colpa, si libera dalla riprensione». Cassata anche «la malvagia ipocresia de’ religiosi» (I, 6), sostituita dalla «malvagità dei giudici». Bergamino (I, 7) morde l’avarizia di Cangrande della Scala, grazie ad una novella che non viene più dall’«abate di Clignì» ma dal Conte di Anversa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Di Martellino (II, 1) si è detto. L’abate di II, 2 diventa un cavaliere. Il Conte di Anversa (II, 8) torna non dall’Inghilterra ma «di Scotia». </span><br />
<span style="color: #000000;"> Facile immaginare dove Groto indirizza Masetto di Lamporecchio (III, 1). Non più in «uno munistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui»; semplicemente, in modo più casto o meglio, meno compromettente, «diviene ortolano di alcune donne». Novella in cui (come in altre riscritture grotiane, ad esempio la novella di frate Puccio, III, 4) entrano elementi del tutto contrari alle indicazioni controriformistiche, come l’astrologia e la magia. Ed è un paradosso, a ben vedere. Il Groto, che vuole mostrarsi rigorosamente ortodosso, esplora territori proibiti. Imbarazzante per chi doveva autorizzare la pubblicazione. Niente frate né confessione né «purissima conscienza» in III, 3. Si racconta piuttosto che «sotto spetie di amistà e di purissima continenza, una donna innamorata di un giovane, induce la madre di lui…». Puccio e Felice (III, 4) perdono lo stato di ecclesiastici e vengono votati a tutto altro mestiere: «Felice insegna a Puccio come egli diverrà astrologo…». La moglie del falso morto Ferondo (III, 8) non se la fa con un abate ma con uno «scolare». Alibech (III, 10) non «diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in Inferno». Semplicemente «si smarrisce dal padre, a cui Rustico insegna incantare il tempo…». Come si vede, Rustico non è più monaco. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In IV, 2 Alberto non è più frate ma poeta. Coerentemente «l’Agnolo Gabriello» diventa «Dio d’Amore». Da notare che la monacazione che conclude la tormentata vicenda di IV, 6 non suscita alcuna reazione nel nostro correttore/censore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Monna Nonna de’ Pulci (VI, 3) non mette a posto con un’appuntita battuta lo sconveniente «motteggiare del vescovo di Firenze», ma il podestà della stessa città. E ovviamente di tutta altra pasta è la vicenda di frate Cipolla (VI, 10). Ecco Groto: «Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro frutti de gli alberi del Sole, in luogo dei quali trovando carboni, questi dice di essere di quegli di Mongibello». </span><br />
<span style="color: #000000;"> Frate Rinaldo (VII, 3) che si giace con la comare diviene «Rinaldo che si giace con la vicina». I «due sanesi» (VII, 10) di cui si dice che «amano una donna comare dell’uno; muore il compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli e raccontagli come di là si dimori”» fanno con Groto altra cosa: «amano una donna comare dell’uno. Muore il compare e l’altro si gode per ragione di eredità». La vicenda di VII, 5 («Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascosamente prende guardia all’uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante, e con lui si dimora») non intercetta alcuna freccia di Groto. Certo perché non si parla di preti autentici. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il Prete da Varlungo (VIII, 2) diventa «un giovane da Varlungo». Pari sorte per il proposto di Fiesole (VIII, 4) che si trasforma in cavaliere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ritocchi analoghi per badessa e monaca di IX, 2 che si trasformano in vedova e donzella. Fa sorridere il Salamone di IX, 9 che diventa un più laico e lontano Socrate. Donno Gianni di IX, 10 perde solo il donno davanti al nome. Chiude questa rassegna l’«abate di Clignì» (X, 2) catturato da Ghino di Tacco: tocca ancora una volta al Conte di Anversa rimpiazzare l’augusto prelato. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un’ultima annotazione riguarda la conclusione apposta dal Boccaccio al <b><i>Decameron</i></b> («Nobilissime giovani, a consolazion delle quali…»). Leggero e ingenuo, Groto ritocca qua e là, secondo l’ormai consueto cliché. Dove Giovanni dice «…aiutantemi la divina grazia…», Luigi corregge «…aiutantemi con la nostra grazia…» ecc. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma quel che conta è la breve premessa che Groto fa, in persona propria (le sue parole sono nettamente differenziate dal punto di vista grafico) alle parole di Boccaccio. In buona sostanza, Groto prende le distanze dal <b><i>Decameron</i></b>:</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>Questa, io non so se me la dica per oratione, o conclusione, o Apologia, o che altro, è fatta tutta contro quelle Donne, che potessero non aggradir questo libro. e per certo le persone di giudicio ameriano che il Boc. non l’havesse mai fatta. Percioché nel vero è molto fredda di ragioni et offende le Donne senza bisogno, che tutto ciò egli potea dir verso gli huommi e non verso le Donne e quello che più importa è, che egli parla troppo fuor della debita onestà e gravità sua.</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">La domanda che sale alle labbra è: una presa di distanza solo dalla conclusione o dall’intero libro del Boccaccio?</span></p>
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<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3577' title='boccaccio7'><img width="87" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio7-87x150.png" class="attachment-thumbnail" alt="boccaccio7" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3578' title='boccaccio8'><img width="84" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio8-84x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="boccaccio8" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3579' title='Boccaccio9'><img width="150" height="98" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/05/Boccaccio9-150x98.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Boccaccio9" /></a>

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<div></div>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> Per ampie notizie sulla vita, sulle circostanze della morte e sul culto del Beato rinvio agli <b><i>Atti</i></b>, in corso di stampa, del convegno <b><i>Il beato Enrico da Bolzano nel suo tempo</i></b>, Treviso 9 ottobre 2015; ma si veda frattanto G. BOCCACCIO, <b><i>Decameron</i></b>, a c. di V. Branca, Milano, Mondadori, 1976, p.1045-1046, nota 3.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> Il <b><i>Decameron di messer Giovanni Boccacci cittadino fiorentino Ricorretto in Roma secondo l’ordine del Sacro Conc. di Trento Et riscontrato con Testi antichi et alla sua vera lezione ridotto da’ Deputati di loro Alt. Ser. Con privilegii del Sommo Pontefice, delle Maestadi del Re Christianissimo et Re Cattolico, delli Serenissimi Gran Duca et Principe di Toscana, dell’Ill. et Ecc. S. Duca di Ferrara et d’altri…</i></b> In Fiorenza nella Stamperia dei Giunti, MDLXXIII. Sul lavoro dei Deputati si veda G. CHIECCHI<b><i>, Le annotazioni e i discorsi sul ‘Decameron’ del 1573 dei Deputati fiorentini</i></b>, Roma-Padova, Antenore, 2001.<br />
</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>  Per una sintetica, ma puntuale informazione bio-bibliografica sul complesso personaggio basti il rinvio alla voce di V. GALLO, <i>Groto, Luigi</i>, in <b><i>Dizionario biografico degli Italiani</i></b>, 60, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2003. Pregevoli osservazioni sullo stile del Groto sono nel recente contributo di K. LAZAR, Stilemi <b><i>manieristici in un capolavoro trecentesco: Il Decameron censurato di Luigi Groto</i></b> (1541-1585), in <b><i>Giovanni Boccaccio: tradizione, interpretazione e fortuna. In ricordo di Vittore Branca</i></b>, a cura di A. Ferracin e M. Venier, Udine, Forum, 2014, pp. 393-404.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> <b><i>Il Decamerone di messer Giovanni Boccaccio di nuovo riformato da M. LUIGI GROTO CIECO D’ADRIA con permissione dei Superiori et con le Dichiarationi Avertimenti, et con uno vocabolario fatto da M. GIROLAMO RUSCELLI, con privilegi</i></b>. In Venetia MDLXXXIII appresso Fabio et Agostino Zoppini Fratelli et Onofrio Fari (sic) Compagni.</span></p>
</div>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>  Groto usa l’impegno assunto per ribaltare ad esempio la polemica antiveneziana nella novella di frate Alberto (IV, 2).</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ednref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>  Lo trascrivo dall’edizione citata, con i ritocchi usuali nella grafia (<b><i>et</i></b> <b><i>= e</i></b> dinanzi a consonante, soppressione dell’<b><i>h</i></b> etimologica, ecc.) e nella punteggiatura.</span></p>
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		<title>IL CASTRATO DI VIVALDI</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2017 20:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[La copertina propone un acquerello del maestro Giuseppe Nalin, il grande oboista ispiratore del romanzo e personaggio del romanzo.       Come dall’altra parte di un ricamo, di un tappeto, di un arazzo. Il loro rovescio. Se guardi sotto l’immagine nitida del ricamo, vedi fili disordinati, aggrovigliati. Ma sono, anche quei fili, un’immagine. Se li guardi con pazienza e voglia di capire ci scopri un ordine, i riferimenti alla figura che sta dall’altra parte. Comprendi che quel disordine in realtà è un ordine. La figura nitida e ben formata ha bisogno del groviglio che le sta sotto. (Gian Domenico Mazzocato, Il castrato di Vivaldi) Vivaldi gli aveva raccontato un giorno la storia di quel castrato al quale, dopo aver ottenuto successo e denaro, capitò di incontrare suo padre in miseria e bisognoso di aiuto. Alle richieste del vecchio, lui gli porse una borsa vuota, alludendo alla borsa che gli pendeva inutilmente tra le gambe. (Gian Domenico Mazzocato, Il castrato di Vivaldi)   Se si esclude un romanzo breve di Balzac, Sarrasine, mai il tema del castratismo, prima di questo romanzo di Gian Domenico Mazzocato, era stato affrontato dalla narrativa italiana ed europea. E in realtà di questo fenomeno che attraversa i secoli e giunge fin quasi ai nostri giorni (della voce dell’ultimo castrato della cappella Sistina, Alessandro Moreschi, possediamo perfino alcune registrazioni) si conosce pochissimo. Si pensa al divino Farinelli (che è uno dei mille personaggi che affollano il romanzo di Mazzocato), magari (o soltanto) grazie al film che ne racconta la vita. E poco altro. Lo stesso film nasce peraltro da una sceneggiatura originale e non da un libro. Il castrato di Vivaldi narra la vicenda di Angelo Sugamosto, detto lo Zerino, nato vicino a Rovigo il primo giorno di ottobre del 1720. Castrato nella clandestinità notturna di un’isola della laguna veneziana per l’intervento del suo parroco che aveva intuito le potenzialità della sua voce purissima, Angelo Sugamosto ebbe fama e grandezza. Certo non quanto avrebbe voluto. E non quanto le sue doti avrebbero consentito. Su di lui, dopo la morte, scese una smemoria secolare. Che questo romanzo dirada. Angelo Sugamosto canta nei più grandi teatri d’Europa. Vive a Venezia, Parigi, Londra. Conosce Vivaldi, Goldoni, Händel, Casanova. E il divino Farinelli, il castrato più famoso. Ha infinite amanti perché i castrati perdevano la capacità di procreare ma non la virilità. Erano anzi compagni di alcova ricercatissimi dalle donne. Era una moda intrisa di proibito portarsi a letto i divi (amati per la loro bravura e irrisi per la loro condizione di non-uomini) del palcoscenico. Ma non solo. La tempesta ormonale che la castrazione scatenava, faceva di loro dei colossi possenti (anche due metri in epoche in cui la statura raramente superava il metro e sessantacinque). Non facevano correre il rischio di gravidanze e, non essendoci emissione di sperma, l’atto sessuale era prolungatissimo. Il Sugamosto di Mazzocato è un eroe dolente e inquieto. Odia la propria condizione che non gli consente una vita normale e la possibilità di avere dei figli. Odia i propri genitori. Per tutta la vita ricerca qualcuno (un librettista, un musicista) che scriva in qualche modo la sua storia, che la porti sul palcoscenico, che ne faccia conoscere il dramma di solitudine e, talora, di disperazione. La povertà e l’ambiguità dei rapporti umani. Riuscirà nel suo intento, ma in un modo inatteso. Sugamosto rivede in continuazione i ferri del rozzo chirurgo che lo ha castrato. Gli appaiono come il coltello che Abramo alza su Isacco per un obbligo che viene dalla divinità. Ma nella sua cruda realtà non esiste alcun dio che scenda a fermare la mano dell’orribile atto sacrificale. Il romanzo, da questo punto di vista, è dunque anche irrituale e spesso brutale ricerca del sacro. Il dio di Angelo Sugamosto è un dio terribile. Nel protagonista nascono odio e desiderio di vendetta. Che solo l’amore per una donna che viene a sua volta da un’esperienza terrificante (un processo per stregoneria, un delitto, la partecipazione ad una banda di tagliagole) riesce ad addolcire. Ma il romanzo è soprattutto inchiesta sulle infinite sfumature della sessualità. A Parigi, clandestino, fuggiasco, costretto a nascondersi in quella sorte di corte dei miracoli che era il mondo galleggiante dei barconi della Senna, Sugamosto conosce una singolare figura di travestito, il Cavaliere d’Eon (al secolo Charles-Geneviève-Louis-Auguste-André-Thimothée  d’Eon de Beaumont) col quale ha un drammatico dialogo. Sull’ambiguità, sul rapporto col mondo “normale”, un rapporto di amore e odio. Gli dice d’Eon: “Tu sei un castrato, et moi, je suis un travesti. Noi siamo il male che la gente vuole togliersi da davanti gli occhi. Ma riemergiamo sempre e mandiamo a ribaltoni il buon senso, la morale, le regole. La reazione è che ci vorrebbero cacciare, buttare in un angolo buio. Non ce la fanno. E sai perché? Noi mettiamo alla prova la pazienza della gente, il modo in cui si è organizzata.” Nel finale, in uno spiazzante dialogo con Casanova (colto in pieno declino umano e fisico) il tema trova sviluppi inediti. Il romanzo ha i modi del feuilleton. Cioè dei romanzi d’appendice che i giornali pubblicavano a puntate e che avevano lo scopo di fidelizzare il lettore il quale si sentiva obbligato a comperare il numero successivo per vedere che piega prendevano gli eventi e in quali nuove avventure eroi ed eroine si imbarcassero. Le curiosità, le fotografie d’ambiente, il ritratto di grandi e piccoli personaggi storici fanno del romanzo un grande affresco epocale.  Il mondo delle corti (da Parigi a Pietroburgo), il mondo della borghesia, il mondo del popolo minuto costretto a vivere di espedienti spesso truffaldini. Il mondo dei grandi teatri rutilanti di luci e, ad esempio, la Parigi dal grande ventre, la brulicante e verminosa Parigi sotterranea. Il castrato di Vivaldi ha peraltro anche il movimento del romanzo d’indagine. Infatti alla vicenda del castrato che attraversa tutto il Settecento, si accompagna e si alterna la vicenda di un protagonista moderno che racconta in prima persona. Costui acquista in un mercatino dell’antiquariato (da qui prende  le mosse il romanzo) un quadro. Un ritratto di musicista, una crosta o poco di più. Ma quel ritratto comincerà a renderlo inquieto fino al punto di intraprendere un’indagine tesa a svelarne il mistero. Romanzo di formazione, inoltre. L’adolescenza e la giovinezza veneziane, alla scuola prima del maestro liutaio Pignata, poi del grande Antonio Vivaldi e nella sodalità con il più anziano Carlo Goldoni, prefigurano la tormentata parabola esistenziale del futuro cantante. Romanzo colto e popolare insieme. Un romanzo di colori e chiaroscuri. Di odori e sapori. Di drammi esistenziali dipinti a tinte forti. Si rivolge non solo a chi ama la musica. Anche a chi ama le avventure e le vicende d’epoca. A chi ama la letteratura di intrattenimento. E anche a chi ha la passione di andare per mercatini a rovistare tra le robe vecchie facendosi sorprendere dall’imprevisto.   How dark, O Lord, are Thy decrees Come sono oscuri, o Signore, i tuoi decreti (dal libretto di Thomas Morell per l’oratorio Jephtha di Georg Friedrich Händel)   Caro lettore, di Angelo Sugamosto, nato vicino a Rovigo il primo giorno di ottobre del 1720, si erano perse completamente impronte e memoria. Il martirologio romano ricorda in questa data san Romano il Melòde, siriano del VI secolo, autore di inni e kontákia. Omelie in metro, fatte apposta per essere cantate. In uno di essi Isacco urla disperazione, inconsapevolezza e innocenza: “Perché, padre, alzi il tuo coltello su di me?” Un castrato famoso, non famosissimo. La sua memoria è rimasta a lungo avvolta da un polveroso oblio. È capitato a me, affetto da inguaribile balbuzie per tutto ciò che concerne lessico, storia, tecnica della musica, scoprirne le tracce. Angelo, Anzoletto, Angioletto (a seconda dei documenti che ne riferiscono, in scoordinati lacerti, l’esistenza) ebbe una vita di odio, disperazione, rassegnazione. Costretto dagli eventi -e dalla famiglia- al sacrificio della propria virilità. Una vita ad inseguire un equilibrio e una pace che non arrivarono mai. A trovare qualcuno in grado di scrivere un libretto che desse corpo alla sua voglia di vendetta e rivalsa, fiato alla voce della sua anima. La sua voce. Una voce da coltello, come i contemporanei definivano lui e quelli che condivisero la sua sorte per i più diversi motivi. Chi pagava il biglietto per il teatro in cui si esibiva un castrato, era spinto dall’ammirazione per la voce ultraterrena ma anche animato dal disprezzo per un uomo che aveva perso la sua virilità. Una voce che tagliava l’anima. E tuttavia una voce frutto del lavoro grossolano e feroce di chirurghi, cerusici e barbieri. Voce da coltello, appunto. Mai il padre e la madre di Angioletto si interrogarono su di lui. Mai risposero alla domanda che Isacco aveva rivolto ad Abramo. A me è accaduto di ritrovare indizi della sua avventura esistenziale nei modi che racconto in questo libro. La scintilla per l’indagine mi è venuta dall’invito muto e implicito (ma stringente) che ho colto nelle parole di Violet Paget, la romanziera inglese scomparsa nel 1935. Firmava le sue opere con il nome de plume di Vernon Lee e dedicò un libro alla “Vita musicale nell’Italia del Settecento”. Parlando di un grandissimo castrato, Gasparo Pacchierotti, la scrittrice si lascia prendere da un “senso indefinibile d’insoddisfazione perché noi non l’udremo mai”. È la stessa “malinconica invidia”che aggredisce anche noi moderni che nulla conosciamo del meraviglioso cantare di una voce bianca emessa dalla bocca di un adulto. Angelo Sugamosto ebbe fama e grandezza. Certo non quanto avrebbe voluto. E non quanto le sue doti avrebbero consentito. Su di lui, dopo la morte, scese una smemoria secolare. Per dirla con Vernon Lee. Una di quelle “figure di cantanti dimenticati che sorgono, nebbiose e tremule, dalle pagine sbiadite di spartiti e di biografi, evocate da una parola intensa d’ammirazione o da un commovente squarcio melodico”. 1 La religione cristiana è fondata sulla caduta degli angeli. (Voltaire, Dizionario filosofico) &#160;   Sovrappensiero. Semaforo rosso, freno di colpo. Accidenti ai bancarellai dei mercatini. Maledetti loro, sempre troppo furbi. Sul sedile posteriore, la cornice si muove, scricchiola. Vuoi vedere che dopo aver contrattato tutta la mattina, pure si rompe? “No, guarda, a me interessa solo la cornice, il quadro è proprio una crosta. Sarà anche Settecento, ma crosta resta. Senti, mi dai la cornice, ci tiri fuori la tela e te la tieni. Magari la vendi a qualcuno un po’ meno sgamato di me”. Duro quello. La cornice continua a muoversi, metto una mano dietro per assicurarmi che sia stabile. “No, ti prendi tutto, tela e cornice o non se ne fa niente”. Trovo a tasto la cartaccia di giornale in cui il venditore ha involtolato il quadro. Malvolentieri, almeno a giudicare la faccia. Non lo avevo mai visto in altri mercatini. “Cossa voto da mi, te me vò ciucciare el sangue Uno della Bassa, dall’accento e dalla sintassi, del Polesine voglio dire. Ma quella cornice è proprio quello che mi serve. Stucchi barocchi, amorini ai quattro cantoni, doratura ancora in stato discreto. “No, guarda proprio la tela non la voglio. E poi che razza di soggetto è? Non se ne sa niente. E potrebbe essere stata fatta anche l’altro ieri”. Tira e molla. Lui è bravo, storce gli occhi in modo da farmi capire che ha anche altri clienti potenziali. Conosco le manovre e non mi muovo. Io diffido di quelli della Bassa. No, per essere onesto: di quelli che vedi una volta a un mercatino e poi mai più. “Che mercatini fai?” gli chiedo per metterlo alla prova. Lui snocciola il rosario. “Non ti ho mai visto, dove ti ripesco se mi tiri il pacco?” “Ti do il mio biglietto” ed estrae dal taschino della giacca un pezzo di carta. Con sussiego. Fatto in casa con la stampante, mi dico. Mi è simpatico e io la cornice la voglio. Magro, allampanato, pochi capelli. Giovane, sui trenta. Mi piace la gente che fa sta scelta da zingaro. Magari la domenica. Poi di giorno, vuoi vedere, è un impiegato del catasto. Fuma senza filtro, ha i vestiti impregnati. Si sente l’odore e ha le mani gialle. Si muove con eleganza, sfiora con le dita il profilo della cornice. Calcolo. La tela sarà un trentaperquaranta e dunque la cornice proprio della misura che mi serve. Ci devo mettere dentro una ducale veneziana che mi hanno regalato anni fa e che mi è saltata fuori riordinando vecchie carte. Una bolla uscita dalla segreteria di un doge Mocenigo. Giovanni, visto che la data è il 1485, proprio l’anno in cui si prese la peste per la seconda volta e ne morì. Un documento bellissimo, carta grossa e scabra, una gioia per i polpastrelli. Col segno del piombo di stampa che basta metterci vicino una lampada con la luce che taglia e vedi tutti i rilievi. Alto e basso, come il plastico di una città. No, accidenti, la voglio quella cornice. Sobria, anche, per essere del Settecento. Provo a resistere. “Dai, è proprio un soggetto che non si è mai visto e sentito”. Me ne faccio una ragione. La tela non gliela lascio, me la devo tenere. Così provo a buttarla giù di valore. “Ma scherzi, il soggetto strambo potrebbe essere proprio il suo pregio”. Ma quanto ci mette a passare sto rosso. Ho voglia di arrivare a casa, buttare la tela nel sottoscala e provare a incorniciare la mia bolla. Castrato con oboe, ma quando si è mai visto o sentito? Chissà chi ha scritto col carboncino dietro la tela il titolo. “Per caso sai chi è sto castrato?” Lui è anche spiritoso. “Vuoi comperare o scrivere un libro di storia dell’arte?” Meno male, si sta spazientendo. Fra poco si conclude. Il gioco delle parti finisce. Contento io, spero contento anche lui. “Ti chiamo se mi servono ancora cornici. Perché ne hai vero?” “Eh, questa viene da una casa patrizia, una gran villa. Così non ne trovo altre. Stai tranquillo, hai fatto un affare”. Lo so e sono tranquillo. Verde, finalmente.   2 Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato? Uomo ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te. (Michea 6, 7-8)   Il 21 ottobre 1728 Angelo Sugamosto finì il suo ottavo anno di vita. Lo sapeva solo il prete che aveva redatto l’atto di battesimo. Don Mira camminava poco davanti a lui con passo spedito, suo padre dietro. Quel giorno il bambino dalla voce purissima avrebbe cantato nel coro della messa grande per l’ingresso del nuovo vescovo. … Angioletto non era un bambino come tutti gli altri. La sua vita cambiò quando il parroco del paese si rese conto del tesoro che c’era in lui. Se suo padre Bartolomeo si trovava in tasca qualche soldo di stravìa, era proprio perché glieli metteva in mano il parroco. Don Mira si era innamorato della voce di Angioletto. Pura come quella di un angelo, fresca come un fiume a primavera. Avrebbe fatto qualunque cosa per renderla duratura, per evitare che l’adolescenza la distruggesse. La stagione della voce bianca è brevissima. “Non potevano metterti un nome più indovinato, la tua è una voce da paradiso. Vicino a Dio e davanti a lui cantano i Principati, le Virtù, le Dominazioni e i Troni e tutte le gerarchie angeliche che nemmeno conosciamo e che devono essere infinite. Il grande teologo scozzese Duns Scoto dice di averli contati, gli angeli. Sono mille milioni”. Angioletto era frastornato e non capiva. Men che meno l’astrusità di quel numero enorme. “E tutti cantano. E tu sei come uno di loro. La tua voce è il trillo infinito del primo uccello che abbia squarciato il silenzio del paradiso terrestre” lo incalzava don Mira. Il prete lo portava vicino all’organo, gli faceva tenere note lunghissime e poi gli diceva di non preoccuparsi perché con quella voce avrebbe sempre trovato di che mangiare. Purché… e abbassava gli occhi. Gli guardava là sotto, tra le gambe. Angioletto non riusciva a comprendere. La chiesa di paese era lunga e stretta, con vetrate alte, un altare al Santissimo e uno alla Madonna. La voce dell’organo si spandeva bassa e si sentiva lontano sopra le onde del Po, rimbalzava sul filo della corrente. E quando Angioletto esercitava i polmoni e la gola, era come se le note che uscivano dalle canne dell’organo ricevessero un rinforzo poderoso che le spingeva ancora più in là. Occupavano tutta la superficie del fiume, chiudevano il Polesine sotto una campana vibrante di cristallo. Don Mira aveva la passione dell’oboe e gli insegnava anche l’uso di questo strumento. Gli diceva come appoggiare le labbra sull’ancia, come muovere le dita sui fori dello strumento, come preparare il corpo a modulare le emissioni del fiato. Come raccogliere l’aria nei polmoni e tenere a lungo la stessa nota. “L’oboe ha voce umana, sa raccontare, trasporta lontano”. … Nell’ottobre del 1728 Angelo Sugamosto, soprannominato Angioletto, fece i suoi otto anni. Proprio in quei giorni doveva insediarsi in diocesi un nuovo vescovo. Avrebbe scelto Adria o Rovigo per il suo solenne ingresso? Il nuovo prelato, molto gradito al Veneto Senato, preferì Rovigo e Angioletto, su raccomandazioni e insistenza di don Mira che aveva mosso montagne e mari, fu nel coro che doveva accompagnare la grande messa cantata. Poi forse sarebbe seguita una cerimonia analoga ad Adria, per non scontentare nessuno. Forse. Era chiaro che il vescovo aveva scelto i giorni in cui Rovigo era il centro del mondo, per dare maggior risonanza al proprio ingresso. Ottobre era un mese importante per la città, con la grande fiera bovina che richiamava gente da Ferrara, da Bologna, da Mantova, Padova, Vicenza e Verona. Buoi ma anche cavalli, di ogni razza. Con il marchio delle famiglie di allevatori impresso a fuoco sulla coscia o sulla mascella. I cavalli polesani erano i più ricercati e i meglio pagati. Si diceva che il grande Giulio Cesare, al tempo dei romani antichi, si fosse fermato da quelle parti prima di passare il Rubicone e volare a Roma. E in quell’occasione i cavalli romani avevano fatto razza. Bestie dure come la gente di quelle parti, esercitate a macinare lavoro, abituate all’acqua che sale e marcisce tutto. Dei cavalli polesani si diceva che potessero stare tra le stanghe di una carrozza anche per vent’anni. E che sapessero tirare fuori dal fango carretti stracarichi di ogni fardello. “Non ti preoccupare se non hai mai cantato in questo coro, tu ascolta e poi segui il tuo istinto. Ho già parlato col maestro”. Angioletto si sentì schiacciare dalla paura. Di quanto fosse importante quella giornata aveva una vaga sensazione. Sapeva che tra Rovigo e Adria si stava combattendo da anni una guerra per stabilire chi avesse diritto a dare sede stabile al vescovo. Nella lontana Venezia il Senato aveva il suo bel da fare a tenere sotto controllo gli animi, a non scontentare troppo una delle due cittadinanze a colpi di ducali ed avogaresche. E i Consultori della Serenissima dovevano correre come matti dall’uno all’altro e prodigarsi per trovare compromessi e smussare gli angoli. Angioletto aveva addosso già la sua brava veste bianca. Don Mira gli fece strada e cercò di attirare l’attenzione del maestro del coro che era un uomo enorme, grosso come un maiale, con una ridicola corona di capelli tutta attorno ad una lucida testa glabra. Sudava come una fontana e bastavano le sue occhiate di fuoco per ottenere obbedienza. Con un gesto della mano indicò al bambino spaurito che veniva dal Molinazzo e che secondo don Mira era dotato di una voce miracolosa, l’ultima fila. Se lo diceva lui che il miracolo ce l’aveva perfino nel nome. Mira stava per Miracoloso Crocefisso, quello che veniva portato in processione tutto attorno alla piazza, quando, alla Boara, l’Adige andava qualche oncia sopra le borozze e minacciava la rotta. O ai Granarazzi o alla Volta Foscarina o alle Beverare, nel padovano. E quando, nel ferrarese, il Tartaro rompeva e passava la sua acqua per Pincara. O magari il Po minacciava sfracelli alla Panarella. E l’immenso popolo che stava in Polesine doveva guardare impotente l’acqua crescere, cercare di salvare le poche cose che possedeva, prepararsi a fare i conti con tutti i Ciavapan ladri e bastardi di questo mondo. Per sopravvivere. Il Santissimo Sacramento esposto in Duomo e il Miracoloso Crocifisso della Beata Vergine della Concezione che guidava preghiere e litanie in piazza. Così quel prete la gente se lo teneva caro. Era come un esorcismo in carne e ossa per loro che vivevano sempre col fiato sospeso, assediati dalla paura. Quando, in autunno, le piogge tiravano così in lungo che bisognava prendersi proprio all’ultimo con le semine, e qualche volta neppure si potevano fare, i contadini di quella porzione di Polesine andavano a far dire messa a don Mira. “Tieniti in corpo tutto il fiato e sputa l’anima quando arriva il Gloria” gli aveva detto don Mira. Il Gloria di Antonio Vivaldi, nientemeno. Il Gloria in re maggiore, una delle prime esecuzioni pubbliche. Vivaldi lo aveva composto per il Conservatorio della Pietà di Venezia e per un coro di voci femminili perché allora il Conservatorio era un istituto di beneficenza per orfanelle. “Vivaldi è un prete, prete come me. Poche messe, ma che musica” scuoteva la testa don Mira. Il prete rosso, con la sua chioma fulva, per i pochi che lo avevano visto senza parrucca. E raccontava che se per caso gli veniva in mente un’aria mentre stava sull’altare, magari con l’ostia già in mano, correva in sacrestia per annotarsi un appunto. Per trascrivere la sua ispirazione. E che Gesù stesse facendosi carne e sangue, gli scappava di mente. Per quel Gloria non erano previste voci maschili. Il prete rosso lo aveva scritto per le orfanelle e, dunque, solo voci femminili. E se il registro di basso doveva essere affrontato più alto di un’ottava, pazienza. Angioletto chiuse gli occhi accogliendo in sé il mare impetuoso della prima parte. Il coro a quattro voci e l’orchestra d’archi. Sentì la voce della tromba e dell’oboe. Fu con le onde del coro, ritrovandosi alla perfezione. Il maestro lo seguiva, attento. Poi il soprano intonò il Domine Deus accompagnato dall’oboe. Alla fine della messa il maestro del coro fece un cenno a don Mira. Davvero una gran voce. ***** Angioletto non sapeva bene cosa volesse dire tutto ciò che gli era accaduto in quel giorno confuso. La sveglia presto, la corsa sul birroccio verso Rovigo, la folla immensa in piazza, per le strade, in chiesa. Poi gli altri bambini del coro. Tutti con la sua stessa voce o la sua aveva qualcosa di diverso? E alla fine il maestro lo aveva preso da parte e gli aveva chiesto se se la sentiva di intonare lui il Domine Deus. Don Mira a muovere le dita sull’oboe e lui dominedeusrexcoelestisdeuspateromnipotens così come gli aveva insegnato il vecchio prete. Dominefiliunigeniteochriste. Chiaro e terso come una primavera nascente. Il maestro del coro aveva socchiuso gli occhi con un respiro fondo. Poi erano usciti in mezzo alla confusione della piazza. “Non son spettacoli per noi. Andiamocene. Torniamo a casa” disse secco don Mira. L’attenzione di Angioletto fu attratta da un recinto, tavole e pali sul lato opposto della piazza. Bartolomeo, suo padre, rimasto silenzioso tutto il giorno neanche allora spiccò parola. Ma il bambino non voleva decidersi a camminare. Quel giorno, per qualche misterioso motivo, sapeva di poter chiedere. Di essere lui il centro di quanto avveniva nella sua famiglia e nei rapporti col vecchio parroco. Con gli occhi implorò. Nel recinto furono portati prima dei buoi, poi dei cani, infine un toro maestoso. I cani erano affamati, si capiva bene. E avevano la schiuma che colava dalle fauci perché erano stati costretti a ingerire bocconi che gli bruciavano lo stomaco e li facevano cattivi. Tutto attorno al recinto un gran strepitare di tamburi, raganelle, bastoni percossi l’uno contro l’altro. E uno sventolare continuo di drappi rossi, gialli e verdi. Sbattuti sul muso degli animali. Fu chiaro subito che era una lotta a... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/01/castrato-copertina.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-3508" alt="castrato copertina" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/01/castrato-copertina-623x1024.jpg" width="368" height="605" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b>La copertina propone un acquerello del maestro Giuseppe Nalin, il grande oboista ispiratore del romanzo e personaggio del romanzo. </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>Come dall’altra parte di un ricamo,<br />
di un tappeto, di un arazzo. Il loro rovescio.<br />
Se guardi sotto l’immagine nitida del ricamo,<br />
vedi fili disordinati, aggrovigliati.<br />
Ma sono, anche quei fili, un’immagine.<br />
Se li guardi con pazienza e voglia di capire<br />
ci scopri un ordine,<br />
i riferimenti alla figura che sta dall’altra parte.<br />
Comprendi che quel disordine in realtà è un ordine.<br />
La figura nitida e ben formata<br />
ha bisogno del groviglio che le sta sotto.<br />
<i>(Gian Domenico Mazzocato, Il castrato di Vivaldi)</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>Vivaldi gli aveva raccontato un giorno<br />
la storia di quel castrato al quale,<br />
dopo aver ottenuto successo e denaro,<br />
capitò di incontrare suo padre<br />
in miseria e bisognoso di aiuto.<br />
Alle richieste del vecchio,<br />
lui gli porse una borsa vuota,<br />
alludendo alla borsa<br />
che gli pendeva inutilmente tra le gambe.<br />
<i>(Gian Domenico Mazzocato, Il castrato di Vivaldi)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se si esclude un romanzo breve di Balzac, <i>Sarrasine</i>, <b>mai il tema del castratismo, prima di questo romanzo di Gian Domenico Mazzocato, era stato affrontato dalla narrativa italiana ed europea</b>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E in realtà di questo fenomeno che attraversa i secoli e giunge fin quasi ai nostri giorni (della voce dell’ultimo castrato della cappella Sistina, Alessandro Moreschi, possediamo perfino alcune registrazioni) si conosce pochissimo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Si pensa al divino Farinelli (che è uno dei mille personaggi che affollano il romanzo di Mazzocato), magari (o soltanto) grazie al film che ne racconta la vita. E poco altro. Lo stesso film nasce peraltro da una sceneggiatura originale e non da un libro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>Il castrato di Vivaldi</i></b> narra la <b>vicenda di Angelo Sugamosto, detto lo Zerino,</b> nato vicino a Rovigo il primo giorno di ottobre del 1720. Castrato nella clandestinità notturna di un’isola della laguna veneziana per l’intervento del suo parroco che aveva intuito le potenzialità della sua voce purissima, Angelo Sugamosto ebbe fama e grandezza. Certo non quanto avrebbe voluto. E non quanto le sue doti avrebbero consentito. Su di lui, dopo la morte, scese una smemoria secolare. Che questo romanzo dirada.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Angelo Sugamosto canta nei più grandi teatri d’Europa. Vive a Venezia, Parigi, Londra. Conosce Vivaldi, Goldoni, Händel, Casanova</b>. E il divino Farinelli, il castrato più famoso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ha infinite amanti perché i castrati perdevano la capacità di procreare ma non la virilità. Erano anzi compagni di alcova ricercatissimi dalle donne. <b>Era una moda intrisa di proibito portarsi a letto i divi (amati per la loro bravura e irrisi per la loro condizione di non-uomini) del palcoscenico</b>. Ma non solo. La tempesta ormonale che la castrazione scatenava, faceva di loro dei colossi possenti (anche due metri in epoche in cui la statura raramente superava il metro e sessantacinque). Non facevano correre il rischio di gravidanze e, non essendoci emissione di sperma, l’atto sessuale era prolungatissimo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Sugamosto di Mazzocato è un eroe dolente e inquieto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Odia la propria condizione che non gli consente una vita normale e la possibilità di avere dei figli. Odia i propri genitori. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Per tutta la vita ricerca qualcuno (un librettista, un musicista) che scriva in qualche modo la sua storia, che la porti sul palcoscenico, che ne faccia conoscere il dramma di solitudine e, talora, di disperazione.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La povertà e l’ambiguità dei rapporti umani. Riuscirà nel suo intento, ma in un modo inatteso. Sugamosto rivede in continuazione i ferri del rozzo chirurgo che lo ha castrato. Gli appaiono come il coltello che Abramo alza su Isacco per un obbligo che viene dalla divinità. Ma nella sua cruda realtà non esiste alcun dio che scenda a fermare la mano dell’orribile atto sacrificale. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <b>Il romanzo, da questo punto di vista, è dunque anche irrituale e spesso brutale ricerca del sacro</b>. Il dio di Angelo Sugamosto è un dio terribile. Nel protagonista nascono odio e desiderio di vendetta. Che solo l’amore per una donna che viene a sua volta da un’esperienza terrificante (un processo per stregoneria, un delitto, la partecipazione ad una banda di tagliagole) riesce ad addolcire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il romanzo è <b>soprattutto inchiesta sulle infinite sfumature della sessualità</b>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A Parigi, clandestino, fuggiasco, costretto a nascondersi in quella sorte di corte dei miracoli che era il mondo galleggiante dei barconi della Senna, Sugamosto conosce una singolare figura di travestito, il Cavaliere d’Eon (al secolo Charles-Geneviève-Louis-Auguste-André-Thimothée  d’Eon de Beaumont) col quale ha un drammatico dialogo. Sull’ambiguità, sul rapporto col mondo “normale”, un rapporto di amore e odio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli dice d’Eon: “Tu sei un castrato, et moi, je suis un travesti. Noi siamo il male che la gente vuole togliersi da davanti gli occhi. Ma riemergiamo sempre e mandiamo a ribaltoni il buon senso, la morale, le regole. La reazione è che ci vorrebbero cacciare, buttare in un angolo buio. Non ce la fanno. E sai perché? Noi mettiamo alla prova la pazienza della gente, il modo in cui si è organizzata.” </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel finale, in uno spiazzante dialogo con Casanova (colto in pieno declino umano e fisico) il tema trova sviluppi inediti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Il romanzo ha i modi del feuilleton</b>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Cioè dei romanzi d’appendice che i giornali pubblicavano a puntate e che avevano lo scopo di fidelizzare il lettore il quale si sentiva obbligato a comperare il numero successivo per vedere che piega prendevano gli eventi e in quali nuove avventure eroi ed eroine si imbarcassero. Le curiosità, le fotografie d’ambiente, il ritratto di grandi e piccoli personaggi storici <b>fanno del romanzo un grande affresco epocale</b>.  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il mondo delle corti (da Parigi a Pietroburgo), il mondo della borghesia, il mondo del popolo minuto costretto a vivere di espedienti spesso truffaldini. Il mondo dei grandi teatri rutilanti di luci e, ad esempio, la Parigi dal grande ventre, la brulicante e verminosa Parigi sotterranea.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>Il castrato di Vivaldi</i></b><b> ha peraltro anche il movimento del romanzo d’indagine</b>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Infatti alla vicenda del castrato che attraversa tutto il Settecento, si accompagna e si alterna la vicenda di un protagonista moderno che racconta in prima persona. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Costui acquista in un mercatino dell’antiquariato (da qui prende  le mosse il romanzo) un quadro. Un ritratto di musicista, una crosta o poco di più. Ma quel ritratto comincerà a renderlo inquieto fino al punto di intraprendere un’indagine tesa a svelarne il mistero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Romanzo di formazione, inoltre.<br />
</b>L’adolescenza e la giovinezza veneziane, alla scuola prima del maestro liutaio Pignata, poi del grande Antonio Vivaldi e nella sodalità con il più anziano Carlo Goldoni, prefigurano la tormentata parabola esistenziale del futuro cantante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Romanzo colto e popolare insieme</b>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un romanzo di colori e chiaroscuri. Di odori e sapori. Di drammi esistenziali dipinti a tinte forti. Si rivolge non solo a chi ama la musica. Anche a chi ama le avventure e le vicende d’epoca. A chi ama la letteratura di intrattenimento. E anche a chi ha la passione di andare per mercatini a rovistare tra le robe vecchie facendosi sorprendere dall’imprevisto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>How dark, O Lord, are Thy decrees<br />
<i>Come sono oscuri, o Signore, i tuoi decreti<br />
(dal libretto di Thomas Morell<br />
per l’oratorio Jephtha di Georg Friedrich Händel)</i></b><i></i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i> </i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>Caro lettore,<br />
di Angelo Sugamosto, nato vicino a Rovigo il primo giorno di ottobre del 1720, si erano perse completamente impronte e memoria.<br />
Il martirologio romano ricorda in questa data san Romano il Melòde, siriano del VI secolo, autore di inni e kontákia. Omelie in metro, fatte apposta per essere cantate. In uno di essi Isacco urla disperazione, inconsapevolezza e innocenza: “Perché, padre, alzi il tuo coltello su di me?”<br />
Un castrato famoso, non famosissimo. La sua memoria è rimasta a lungo avvolta da un polveroso oblio.<br />
È capitato a me, affetto da inguaribile balbuzie per tutto ciò che concerne lessico, storia, tecnica della musica, scoprirne le tracce.<br />
Angelo, Anzoletto, Angioletto (a seconda dei documenti che ne riferiscono, in scoordinati lacerti, l’esistenza) ebbe una vita di odio, disperazione, rassegnazione.<br />
Costretto dagli eventi -e dalla famiglia- al sacrificio della propria virilità.<br />
Una vita ad inseguire un equilibrio e una pace che non arrivarono mai. A trovare qualcuno in grado di scrivere un libretto che desse corpo alla sua voglia di vendetta e rivalsa, fiato alla voce della sua anima.<br />
La sua voce. Una voce da coltello, come i contemporanei definivano lui e quelli che condivisero la sua sorte per i più diversi motivi.<br />
Chi pagava il biglietto per il teatro in cui si esibiva un castrato, era spinto dall’ammirazione per la voce ultraterrena ma anche animato dal disprezzo per un uomo che aveva perso la sua virilità.<br />
Una voce che tagliava l’anima.<br />
E tuttavia una voce frutto del lavoro grossolano e feroce di chirurghi, cerusici e barbieri. Voce da coltello, appunto.<br />
Mai il padre e la madre di Angioletto si interrogarono su di lui. Mai risposero alla domanda che Isacco aveva rivolto ad Abramo.<br />
A me è accaduto di ritrovare indizi della sua avventura esistenziale nei modi che racconto in questo libro.<br />
La scintilla per l’indagine mi è venuta dall’invito muto e implicito (ma stringente) che ho colto nelle parole di Violet Paget, la romanziera inglese scomparsa nel 1935. Firmava le sue opere con il nome de plume di Vernon Lee e dedicò un libro alla “Vita musicale nell’Italia del Settecento”.<br />
Parlando di un grandissimo castrato, Gasparo Pacchierotti, la scrittrice si lascia prendere da un “senso indefinibile d’insoddisfazione perché noi non l’udremo mai”.<br />
È la stessa “malinconica invidia”che aggredisce anche noi moderni che nulla conosciamo del meraviglioso cantare di una voce bianca emessa dalla bocca di un adulto.<br />
Angelo Sugamosto ebbe fama e grandezza.<br />
Certo non quanto avrebbe voluto. E non quanto le sue doti avrebbero consentito. Su di lui, dopo la morte, scese una smemoria secolare.<br />
Per dirla con Vernon Lee.<br />
Una di quelle “figure di cantanti dimenticati che sorgono, nebbiose e tremule, dalle pagine sbiadite di spartiti e di biografi, evocate da una parola intensa d’ammirazione o da un commovente squarcio melodico”.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">1</span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>La religione cristiana<br />
è fondata sulla caduta degli angeli.<br />
<i>(Voltaire, Dizionario filosofico)</i></b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sovrappensiero. Semaforo rosso, freno di colpo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Accidenti ai bancarellai dei mercatini. Maledetti loro, sempre troppo furbi. Sul sedile posteriore, la cornice si muove, scricchiola. Vuoi vedere che dopo aver contrattato tutta la mattina, pure si rompe?</span><br />
<span style="color: #000000;"> “No, guarda, a me interessa solo la cornice, il quadro è proprio una crosta. Sarà anche Settecento, ma crosta resta. Senti, mi dai la cornice, ci tiri fuori la tela e te la tieni. Magari la vendi a qualcuno un po’ meno sgamato di me”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Duro quello. La cornice continua a muoversi, metto una mano dietro per assicurarmi che sia stabile. “No, ti prendi tutto, tela e cornice o non se ne fa niente”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Trovo a tasto la cartaccia di giornale in cui il venditore ha involtolato il quadro. Malvolentieri, almeno a giudicare la faccia. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Non lo avevo mai visto in altri mercatini. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Cossa voto da mi, te me vò ciucciare el sangue </span><br />
<span style="color: #000000;"> Uno della Bassa, dall’accento e dalla sintassi, del Polesine voglio dire. Ma quella cornice è proprio quello che mi serve. Stucchi barocchi, amorini ai quattro cantoni, doratura ancora in stato discreto.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “No, guarda proprio la tela non la voglio. E poi che razza di soggetto è? Non se ne sa niente. E potrebbe essere stata fatta anche l’altro ieri”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tira e molla. Lui è bravo, storce gli occhi in modo da farmi capire che ha anche altri clienti potenziali. Conosco le manovre e non mi muovo. Io diffido di quelli della Bassa. No, per essere onesto: di quelli che vedi una volta a un mercatino e poi mai più.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Che mercatini fai?” gli chiedo per metterlo alla prova. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Lui snocciola il rosario. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Non ti ho mai visto, dove ti ripesco se mi tiri il pacco?” </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ti do il mio biglietto” ed estrae dal taschino della giacca un pezzo di carta. Con sussiego. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Fatto in casa con la stampante, mi dico. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Mi è simpatico e io la cornice la voglio. Magro, allampanato, pochi capelli. Giovane, sui trenta. Mi piace la gente che fa sta scelta da zingaro. Magari la domenica. Poi di giorno, vuoi vedere, è un impiegato del catasto. Fuma senza filtro, ha i vestiti impregnati. Si sente l’odore e ha le mani gialle. Si muove con eleganza, sfiora con le dita il profilo della cornice. Calcolo. La tela sarà un trentaperquaranta e dunque la cornice proprio della misura che mi serve. Ci devo mettere dentro una ducale veneziana che mi hanno regalato anni fa e che mi è saltata fuori riordinando vecchie carte. Una bolla uscita dalla segreteria di un doge Mocenigo. Giovanni, visto che la data è il 1485, proprio l’anno in cui si prese la peste per la seconda volta e ne morì. Un documento bellissimo, carta grossa e scabra, una gioia per i polpastrelli. Col segno del piombo di stampa che basta metterci vicino una lampada con la luce che taglia e vedi tutti i rilievi. Alto e basso, come il plastico di una città. No, accidenti, la voglio quella cornice. Sobria, anche, per essere del Settecento.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Provo a resistere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Dai, è proprio un soggetto che non si è mai visto e sentito”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Me ne faccio una ragione. La tela non gliela lascio, me la devo tenere. Così provo a buttarla giù di valore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ma scherzi, il soggetto strambo potrebbe essere proprio il suo pregio”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma quanto ci mette a passare sto rosso. Ho voglia di arrivare a casa, buttare la tela nel sottoscala e provare a incorniciare la mia bolla. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <b><i>Castrato con oboe</i></b>, ma quando si è mai visto o sentito? Chissà chi ha scritto col carboncino dietro la tela il titolo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Per caso sai chi è sto castrato?” </span><br />
<span style="color: #000000;"> Lui è anche spiritoso. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Vuoi comperare o scrivere un libro di storia dell’arte?” </span><br />
<span style="color: #000000;"> Meno male, si sta spazientendo. Fra poco si conclude. Il gioco delle parti finisce. Contento io, spero contento anche lui. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ti chiamo se mi servono ancora cornici. Perché ne hai vero?” </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Eh, questa viene da una casa patrizia, una gran villa. Così non ne trovo altre. Stai tranquillo, hai fatto un affare”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Lo so e sono tranquillo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Verde, finalmente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">2</span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>Gradirà il Signore<br />
le migliaia di montoni<br />
e torrenti di olio a miriadi?<br />
Gli offrirò forse il mio primogenito<br />
per la mia colpa,<br />
il frutto delle mie viscere<br />
per il mio peccato?<br />
Uomo ti è stato insegnato ciò che è buono<br />
e ciò che richiede il Signore da te.<br />
<i>(Michea 6, 7-8) </i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il 21 ottobre 1728 Angelo Sugamosto finì il suo ottavo anno di vita. Lo sapeva solo il prete che aveva redatto l’atto di battesimo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Don Mira camminava poco davanti a lui con passo spedito, suo padre dietro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Quel giorno il bambino dalla voce purissima avrebbe cantato nel coro della messa grande per l’ingresso del nuovo vescovo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> …</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Angioletto non era un bambino come tutti gli altri. La sua vita cambiò quando il parroco del paese si rese conto del tesoro che c’era in lui. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Se suo padre Bartolomeo si trovava in tasca qualche soldo di stravìa, era proprio perché glieli metteva in mano il parroco. Don Mira si era innamorato della voce di Angioletto. Pura come quella di un angelo, fresca come un fiume a primavera. Avrebbe fatto qualunque cosa per renderla duratura, per evitare che l’adolescenza la distruggesse. La stagione della voce bianca è brevissima.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Non potevano metterti un nome più indovinato, la tua è una voce da paradiso. Vicino a Dio e davanti a lui cantano i Principati, le Virtù, le Dominazioni e i Troni e tutte le gerarchie angeliche che nemmeno conosciamo e che devono essere infinite. Il grande teologo scozzese Duns Scoto dice di averli contati, gli angeli. Sono mille milioni”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Angioletto era frastornato e non capiva. Men che meno l’astrusità di quel numero enorme. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “E tutti cantano. E tu sei come uno di loro. La tua voce è il trillo infinito del primo uccello che abbia squarciato il silenzio del paradiso terrestre” lo incalzava don Mira. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il prete lo portava vicino all’organo, gli faceva tenere note lunghissime e poi gli diceva di non preoccuparsi perché con quella voce avrebbe sempre trovato di che mangiare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Purché… e abbassava gli occhi. Gli guardava là sotto, tra le gambe.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angioletto non riusciva a comprendere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La chiesa di paese era lunga e stretta, con vetrate alte, un altare al Santissimo e uno alla Madonna. La voce dell’organo si spandeva bassa e si sentiva lontano sopra le onde del Po, rimbalzava sul filo della corrente. E quando Angioletto esercitava i polmoni e la gola, era come se le note che uscivano dalle canne dell’organo ricevessero un rinforzo poderoso che le spingeva ancora più in là. Occupavano tutta la superficie del fiume, chiudevano il Polesine sotto una campana vibrante di cristallo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Don Mira aveva la passione dell’oboe e gli insegnava anche l’uso di questo strumento. Gli diceva come appoggiare le labbra sull’ancia, come muovere le dita sui fori dello strumento, come preparare il corpo a modulare le emissioni del fiato. Come raccogliere l’aria nei polmoni e tenere a lungo la stessa nota. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “L’oboe ha voce umana, sa raccontare, trasporta lontano”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">…</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nell’ottobre del 1728 Angelo Sugamosto, soprannominato Angioletto, fece i suoi otto anni. Proprio in quei giorni doveva insediarsi in diocesi un nuovo vescovo. Avrebbe scelto Adria o Rovigo per il suo solenne ingresso? Il nuovo prelato, molto gradito al Veneto Senato, preferì Rovigo e Angioletto, su raccomandazioni e insistenza di don Mira che aveva mosso montagne e mari, fu nel coro che doveva accompagnare la grande messa cantata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi forse sarebbe seguita una cerimonia analoga ad Adria, per non scontentare nessuno. Forse.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Era chiaro che il vescovo aveva scelto i giorni in cui Rovigo era il centro del mondo, per dare maggior risonanza al proprio ingresso.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ottobre era un mese importante per la città, con la grande fiera bovina che richiamava gente da Ferrara, da Bologna, da Mantova, Padova, Vicenza e Verona. Buoi ma anche cavalli, di ogni razza. Con il marchio delle famiglie di allevatori impresso a fuoco sulla coscia o sulla mascella. I cavalli polesani erano i più ricercati e i meglio pagati. Si diceva che il grande Giulio Cesare, al tempo dei romani antichi, si fosse fermato da quelle parti prima di passare il Rubicone e volare a Roma. E in quell’occasione i cavalli romani avevano fatto razza. Bestie dure come la gente di quelle parti, esercitate a macinare lavoro, abituate all’acqua che sale e marcisce tutto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dei cavalli polesani si diceva che potessero stare tra le stanghe di una carrozza anche per vent’anni. E che sapessero tirare fuori dal fango carretti stracarichi di ogni fardello. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Non ti preoccupare se non hai mai cantato in questo coro, tu ascolta e poi segui il tuo istinto. Ho già parlato col maestro”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angioletto si sentì schiacciare dalla paura. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Di quanto fosse importante quella giornata aveva una vaga sensazione. Sapeva che tra Rovigo e Adria si stava combattendo da anni una guerra per stabilire chi avesse diritto a dare sede stabile al vescovo. Nella lontana Venezia il Senato aveva il suo bel da fare a tenere sotto controllo gli animi, a non scontentare troppo una delle due cittadinanze a colpi di ducali ed avogaresche. E i Consultori della Serenissima dovevano correre come matti dall’uno all’altro e prodigarsi per trovare compromessi e smussare gli angoli. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Angioletto aveva addosso già la sua brava veste bianca. Don Mira gli fece strada e cercò di attirare l’attenzione del maestro del coro che era un uomo enorme, grosso come un maiale, con una ridicola corona di capelli tutta attorno ad una lucida testa glabra. Sudava come una fontana e bastavano le sue occhiate di fuoco per ottenere obbedienza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Con un gesto della mano indicò al bambino spaurito che veniva dal Molinazzo e che secondo don Mira era dotato di una voce miracolosa, l’ultima fila. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Se lo diceva lui che il miracolo ce l’aveva perfino nel nome. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Mira stava per Miracoloso Crocefisso, quello che veniva portato in processione tutto attorno alla piazza, quando, alla Boara, l’Adige andava qualche oncia sopra le borozze e minacciava la rotta. O ai Granarazzi o alla Volta Foscarina o alle Beverare, nel padovano. E quando, nel ferrarese, il Tartaro rompeva e passava la sua acqua per Pincara. O magari il Po minacciava sfracelli alla Panarella. E l’immenso popolo che stava in Polesine doveva guardare impotente l’acqua crescere, cercare di salvare le poche cose che possedeva, prepararsi a fare i conti con tutti i Ciavapan ladri e bastardi di questo mondo. Per sopravvivere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il Santissimo Sacramento esposto in Duomo e il Miracoloso Crocifisso della Beata Vergine della Concezione che guidava preghiere e litanie in piazza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Così quel prete la gente se lo teneva caro. Era come un esorcismo in carne e ossa per loro che vivevano sempre col fiato sospeso, assediati dalla paura. Quando, in autunno, le piogge tiravano così in lungo che bisognava prendersi proprio all’ultimo con le semine, e qualche volta neppure si potevano fare, i contadini di quella porzione di Polesine andavano a far dire messa a don Mira. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Tieniti in corpo tutto il fiato e sputa l’anima quando arriva il Gloria” gli aveva detto don Mira. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il Gloria di Antonio Vivaldi, nientemeno. Il <i>Gloria in re maggiore</i>, una delle prime esecuzioni pubbliche. Vivaldi lo aveva composto per il Conservatorio della Pietà di Venezia e per un coro di voci femminili perché allora il Conservatorio era un istituto di beneficenza per orfanelle. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Vivaldi è un prete, prete come me. Poche messe, ma che musica” scuoteva la testa don Mira. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il prete rosso, con la sua chioma fulva, per i pochi che lo avevano visto senza parrucca. E raccontava che se per caso gli veniva in mente un’aria mentre stava sull’altare, magari con l’ostia già in mano, correva in sacrestia per annotarsi un appunto. Per trascrivere la sua ispirazione. E che Gesù stesse facendosi carne e sangue, gli scappava di mente.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Per quel Gloria non erano previste voci maschili. Il prete rosso lo aveva scritto per le orfanelle e, dunque, solo voci femminili. E se il registro di basso doveva essere affrontato più alto di un’ottava, pazienza. Angioletto chiuse gli occhi accogliendo in sé il mare impetuoso della prima parte. Il coro a quattro voci e l’orchestra d’archi. Sentì la voce della tromba e dell’oboe. Fu con le onde del coro, ritrovandosi alla perfezione. Il maestro lo seguiva, attento. Poi il soprano intonò il <i>Domine Deus</i> accompagnato dall’oboe. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Alla fine della messa il maestro del coro fece un cenno a don Mira. Davvero una gran voce.</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">*****</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Angioletto non sapeva bene cosa volesse dire tutto ciò che gli era accaduto in quel giorno confuso. La sveglia presto, la corsa sul birroccio verso Rovigo, la folla immensa in piazza, per le strade, in chiesa. Poi gli altri bambini del coro. Tutti con la sua stessa voce o la sua aveva qualcosa di diverso? E alla fine il maestro lo aveva preso da parte e gli aveva chiesto se se la sentiva di intonare lui il <i>Domine Deus</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Don Mira a muovere le dita sull’oboe e lui <i>dominedeusrexcoelestisdeuspateromnipotens</i> così come gli aveva insegnato il vecchio prete. <i>Dominefiliunigeniteochriste</i>. Chiaro e terso come una primavera nascente. Il maestro del coro aveva socchiuso gli occhi con un respiro fondo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi erano usciti in mezzo alla confusione della piazza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Non son spettacoli per noi. Andiamocene. Torniamo a casa” disse secco don Mira.</span><br />
<span style="color: #000000;"> L’attenzione di Angioletto fu attratta da un recinto, tavole e pali sul lato opposto della piazza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Bartolomeo, suo padre, rimasto silenzioso tutto il giorno neanche allora spiccò parola. Ma il bambino non voleva decidersi a camminare. Quel giorno, per qualche misterioso motivo, sapeva di poter chiedere. Di essere lui il centro di quanto avveniva nella sua famiglia e nei rapporti col vecchio parroco. Con gli occhi implorò.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel recinto furono portati prima dei buoi, poi dei cani, infine un toro maestoso. I cani erano affamati, si capiva bene. E avevano la schiuma che colava dalle fauci perché erano stati costretti a ingerire bocconi che gli bruciavano lo stomaco e li facevano cattivi. Tutto attorno al recinto un gran strepitare di tamburi, raganelle, bastoni percossi l’uno contro l’altro. E uno sventolare continuo di drappi rossi, gialli e verdi. Sbattuti sul muso degli animali. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Fu chiaro subito che era una lotta a chi portava l’ultimo attacco. A chi restava vivo. L’ultimo animale che rimaneva in piedi. Cani di tutte le razze, alcuni simili a lupi, altri più grossi e apparentemente più impacciati. La minore agilità era compensata da enormi bocche dalle zanne affilate come coltelli da macello. Ogni volta che addentavano, lasciavano squarci profondi. Una cinquantina di animali forse, una confusione orribile, la sabbia che si intrideva di sangue. Polvere nell’aria, mista al puzzo della carne in decomposizione.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La gente, ai bordi del recinto, urlava e incitava…</span></p>
<p><span style="color: #000000;">…</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel recinto entrò, un lungo e acuminato accoratoio in mano, il beccaio. Scosse la testa, nemmeno il toro poteva essere salvato. Grande giornata per l’imbonitore, nessun vincitore. Il beccaio finì il toro andandogli a cercare il cuore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tirò fuori con un gesto rapido l’accoratoio, nero di sangue, e lo piantò nel terreno. Strattonò per le zampe il mastino, per separarlo dal corno che lo aveva trapassato. Il cane sembrò avere un ultimo spasimo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il beccaio estrasse un coltello dalla fodera che recava alla cintola. Praticò sul collo del toro una incisione profonda per tagliargli la testa. Prima, però, fece un mezzo girò su se stesso, frugò con le mani tra le zampe della bestia, introdusse il coltello e lavorò qualche istante. Gli occhi socchiusi, non gli serviva guardare. In ginocchio, senza dire parola. Alzò al cielo un grosso sacchetto nero, buttò il coltello e con la mano rimasta libera vi frugò dentro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’accoratoio, ancora impiantato nella sabbia del recinto, proiettava una lunga ombra nel sole pallido del crepuscolo. Lo gnomone di una meridiana che segnava il tempo del dolore.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Alla gente che guardava, il macellaio esibì i coglioni della bestia appena morta. Li agitò come un campanaccio senza voce. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Angioletto, solo allora, ebbe un brivido.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/01/ACQUAFORTE-BRAZZALOTTO.jpg"><img class="size-medium wp-image-3507" alt="ACQUAFORTE BRAZZALOTTO" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/01/ACQUAFORTE-BRAZZALOTTO-292x300.jpg" width="292" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #000000;">Nel romanzo si immagina che Carlo Goldoni faccia dono al protagonista Angelo Sugamosto di un ex libris, un’acquaforte incisa Da Gian Antonio Canal. L’acquaforte è stata realizzata espressamente per IL CASTRATO DI VIVALDI dalla più importante exlibrista italiana, la scrittrice e pittrice Bruna Brazzalotto.</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
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		<title>Foto Lezioni in Villa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 19:59:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[
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		<title>Lezioni in Villa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 19:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[LA 2H DEL DA VINCI DI TREVISO E LA MIA CONTESSA AMMAZZATA (Per vedere le foto clicca qui) Linda Onigo, decapitata a Treviso l’11 marzo 1903 dal suo “pisnente” Pietro Bianchet, viva ancora. Vive grazie alla 2H del liceo Da Vinci di Treviso (che è stata per tanti anni la mia scuola), alla loro insegnante BARBARA ZOPPELLI, al progetto “Lezioni in villa” di cui è coordinatrice la professoressa PAOLA BELLIN. I ragazzi della 2H hanno realizzato un video sul mio romanzo di esordio “IL DELITTO DELLA CONTESSA ONIGO” e lo hanno presentato giovedì 26 maggio nei suggestivi spazi e nello straordinario contesto di villa Rechsteiner a Piavon di Oderzo. Serata emozionante, densa. Con il dirigente LUIGI CLAMA, il proprietario di villa Rechsteiner FLORIAN VON STEPSKI-DOLIWA, il presidente dell’associazione ville venete ALBERTO PASSI, insegnanti, allievi, genitori e gli studenti della Pascack Valley High School Hillsdale (New Jersey, U.S.A.) guidati dalla loro insegnante BARBARA BORGHI. Tra di loro ha scavato nell’anima, con la sua voce e la sua interpretazione di Imagine, LAURA SANTO. Gli allievi del Da Vinci hanno cantato e suonato dimostrando talento, cultura, intelligenza. Li voglio citare tutti i ragazzi della 2H che hanno fatto alla mia scrittura un regalo che resta importante nella mia vita: GIULIA BILIATO, GIACOMO BOZZATO, ANNA BRAZZALE, ALESSANDRO CADAMURO, FEDERICO CANDIANO, SERENA CERON, FRANCESCA DAL MOLIN, ILARIA DALLE MULE, GAIA DE SANTIS, ELEONORA FABRIS, ELISABETTA GATTO, FILIPPO GIROTTO, BEATRICE LOCATELLI, ANDREA LORENZON, MARIUS LUNGU, JACOPO MAIORINO, DARIO PASIN, DANIELE RIGHETTO, GABRIELE RIZZO, EMMA SERGI, ALESSIO SIMIONATO, MARCO SOMMACAL, ANTONIO TASCA, TERESA TIVERON, FRANCESCO TONON, ALICE TOPPO, GIOVANNI VITUCCI.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><strong>LA 2H DEL DA VINCI DI TREVISO </strong></span><br />
<span style="color: #000000;"><strong> E LA MIA CONTESSA AMMAZZATA</strong></span><br />
(<a title="Foto Lezioni in Villa" href="http://www.giandomenicomazzocato.it/foto-lezioni-in-villa/">Per vedere le foto clicca qui</a>)</p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/06/UNA-VILLA-UNA-CONTESSA1.jpg"><img class=" wp-image-2848 alignleft" alt="UNA VILLA UNA CONTESSA1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/06/UNA-VILLA-UNA-CONTESSA1-214x300.jpg" width="128" height="180" /></a>Linda Onigo, decapitata a Treviso l’11 marzo 1903 dal suo “pisnente” Pietro Bianchet, viva ancora. Vive grazie alla 2H del liceo Da Vinci di Treviso (che è stata per tanti anni la mia scuola), alla loro insegnante BARBARA ZOPPELLI, al progetto “Lezioni in villa” di cui è coordinatrice la professoressa PAOLA BELLIN. I ragazzi della 2H hanno realizzato un video sul mio romanzo di esordio “IL DELITTO DELLA CONTESSA ONIGO” e lo hanno presentato giovedì 26 maggio nei suggestivi spazi e nello straordinario contesto di villa Rechsteiner a Piavon di Oderzo. Serata emozionante, densa. Con il dirigente LUIGI CLAMA, il proprietario di villa Rechsteiner FLORIAN VON STEPSKI-DOLIWA, il presidente dell’associazione ville venete ALBERTO PASSI, insegnanti, allievi, genitori e gli studenti della Pascack Valley High School Hillsdale (New Jersey, U.S.A.) guidati dalla loro insegnante BARBARA BORGHI. Tra di loro ha scavato nell’anima, con la sua voce e la sua interpretazione di Imagine, LAURA SANTO. Gli allievi del Da Vinci hanno cantato e suonato dimostrando talento, cultura, intelligenza. Li voglio citare tutti i ragazzi della 2H che hanno fatto alla mia scrittura un regalo che resta importante nella mia vita: GIULIA BILIATO, GIACOMO BOZZATO, ANNA BRAZZALE, ALESSANDRO CADAMURO, FEDERICO CANDIANO, SERENA CERON, FRANCESCA DAL MOLIN, ILARIA DALLE MULE, GAIA DE SANTIS, ELEONORA FABRIS, ELISABETTA GATTO, FILIPPO GIROTTO, BEATRICE LOCATELLI, ANDREA LORENZON, MARIUS LUNGU, JACOPO MAIORINO, DARIO PASIN, DANIELE RIGHETTO, GABRIELE RIZZO, EMMA SERGI, ALESSIO SIMIONATO, MARCO SOMMACAL, ANTONIO TASCA, TERESA TIVERON, FRANCESCO TONON, ALICE TOPPO, GIOVANNI VITUCCI.</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>BEATO ENRICO DA BOLZANO IL SANTO CHE VENNE DAL NORD</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2015 21:04:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[BEATO ENRICO DA BOLZANO IL SANTO CHE VENNE DAL NORD EDITRICE VELAR / ELLEDICI   Il testo, 48 pagine, riccamente illustrate propone la vita del santo fuori della tradizione agiografica e sulla spinta della grande religiosità popolare che l’ha sempre sostenuta. Di lui si è occupato perfino Giovanni Boccaccio in una novella del Decameron (Giornata II, Novella I). Questa la prima parte del testo. E sempre venerabile sia tra noi, Enrico che, ornato di alti meriti, di vera virtù fu esempio unico, di salda fede, di pura religione, di generosa pietà. Lui che in vita e in morte operò moltissimi miracoli. (Bartolomeo Burchelati, Commentariorum memorabilium multiplicis historiae Tarvisinae locuples promptuarium, libro I, p. 219)   IL VENETO DELLE GRANDI SIGNORIE Di Enrico (o Arrigo o Erico -con anticipazione dell’accento sulla E- o Rigo) da Bolzano sappiamo molto poco. Mentre a Treviso Enrico è venerato come patrono dei boscaioli, nella sua terra di origine è patrono dei contadini (associato a santa Notburga da Eben e a sant’Isidoro) e dei vignaioli. Sul finire del Settecento, Giovanni Battista Canal dipinge il legnaiolo venuto da Bolzano sulla parete interna della cupola centrale della navata maggiore del Duomo di Treviso con una grande scure trattenuta dal braccio destro cui fa da contrappeso il massiccio rosario appeso alla cintola, dalla parte sinistra. Un senza cognome, dati i tempi. “Il povero contadino che incallisce le mani nella fatica”, scrive un agiografo dei primi anni del Novecento, non possiede genealogie. E tuttavia può vantare una nobiltà “scritta nella coscienza intemerata, nella franchezza della fede, nella semplicità e santità dei costumi”. Non che manchino agiografie incentrate sulla figura di Enrico. Ma le notizie su di lui provengono tutte da un’unica fonte, quel Pier Domenico di Baone che lo frequentò assiduamente. E al di Baone si rifanno tutti gli estensori e redattori di scritti a lui dedicati. “Pier Domenico di Baone, lo definisce Rambaldo Azzoni Avogaro, primo e quasi unico fonte dove gli altri scrittori attinsero”. Pier Domenico, nato a Padova (tuttavia Rambaldo parla di “testimonianze invincibili” della sua trevisanità) nel 1294, era persona colta e fu amico del Petrarca (ma le notizie su di lui sono molto incerte). Dal 1309 era vescovo di Treviso Castellano Salomone, uomo di fiducia di un altro grande santo trevisano, Nicolò Boccassino, papa col nome di Benedetto XI. Castellano aveva affidato a Pier Domenico, giovanissimo chierico, l’incarico di soccorrere con elemosine Enrico, quel mendicante che girava per Treviso, bisognoso di ogni cosa. Probabilmente Pier Domenico gli fu vicino nei momenti del trapasso. Il di Baone fu, nel 1359, a sua volta fatto vescovo di Treviso da Innocenzo VI. Certamente sospinto dalla fama di santità fiorita attorno alla tomba di quel mendicante, scrisse in latino, nel 1368 , una testimonianza dei suoi rapporti con Enrico. Il fratello di Pier Domenico, il notaio Antonio, registrò, con altri due funzionari a ciò preposti, tutti i miracoli che gli furono attribuiti ed è, in effetti, questa la parte più cospicua delle notizie da noi possedute sulla figura del sant’uomo arrivato a Treviso nella seconda metà del XIII secolo dalla contea del Tirolo. Da lì si era portato dietro il suo povero mestiere di boscaiolo e spaccalegna. Morì il 10 giugno 1315 e si valuta che possa aver vissuto tra i sessanta e i settanta anni. Il che colloca il suo anno di nascita attorno alla metà del secolo precedente. Sono gli anni in cui, in Italia, il regime della signoria comincia a soppiantare il sistema comunale. La trasformazione si compirà nel XVI secolo. Anno 1256. Nel Veneto diviso tra papato e impero, Ezzelino da Romano perde Padova ad opera di una coalizione guelfa sostenuta da Venezia. Il Veneto ha i suoi due poli politici a ovest e a est, Verona e Venezia. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XIII secolo, tramonta l’astro di Ezzelino e a Verona diventa capitano del popolo lo scaligero Mastino I. È una carica annuale ma di fatto apre la via alla presa del potere da parte della signoria scaligera. Venezia, nel 128, comincia a coniare il suo irresistibile ducato d’oro e nel 1297 procede alla cosiddetta serrata del Maggior Consiglio. La Marca Trevigiana vive la conclusione dei conflitti tra le famiglie aristocratiche contrapposte a Rizzardo da Camino. Il buon Gherardo del Convivio e del Purgatorio danteschi era già morto nel 1306 e suo figlio Rizzardo viene assassinato nel 1312. Dopo la prima conquista veneziana (1338-1339) Treviso entrerà definitivamente nell’area di influenza veneziana nel 1388. Durante il 1315, anno in cui muore Enrico, l’Europa è colpita da una terribile carestia, prodromo della grande crisi del XIV secolo. TREVISO E IL PELLEGRINO URBANO Treviso, giugno 1315. Nella operosa e ricca cittadina sorta in epoca preromana sulle rive di un placido fiume di risorgiva, il Sile, deve ancora scoppiare l’estate che da queste parti è verde, fiorita. Luminosa. Treviso è retta con mano felice da un podestà che viene da Gubbio, Manno della Branca. Città guelfa e dunque in apprensione per la delicata fase attraversata dal papato che, ormai da sei anni, ha scelto Avignone e le terre di Provenza come propria sede. Lontano da una Roma dilaniata da sommosse, faide e lotte. Per di più la Chiesa si trova in una delicata fase di interregno perché è morto da più di un anno Clemente V, al secolo Bertrand de Got, il papa guascone eletto nel tempestoso conclave di Perugia del 1305 senza essere cardinale. Si arriverà ad un accordo sul nome del suo successore soltanto nell’agosto del 1316. Dal conclave di Lione (dopo il fallimento di quello di Carpentras) in cui Filippo V di Francia era riuscito a mettere insieme ventitré cardinali, viene fuori con la tiara papale sul capo Jacques Duèse (o d’Euse) che assume il nome di Giovanni XXII. Treviso è poco più di un borgo, forse diecimila abitanti. Tutti si conoscono. E in quel giugno 1315 la gente si rende conto che da alcuni giorni qualcosa è cambiato. Non si vede più girare per le strade quel mendicante “todesco” che si era ridotto, ormai inabile al lavoro di boscaiolo, a chiedere l’elemosina per le vie della città. Ogni tanto, lui che nulla possiede, si siede sulle gradinate del Duomo e spartisce con chi è ancora più indigente di lui, la pagnotta appena ricevuta da qualche benefattore. È noto a tutti. Non c’è nessuno che non lo abbia caro. Nessuno che non riconosca da lontano quell’ometto grosso e malvestito. Si appoggia ad un bastone e tiene in mano la corona del rosario. Indossa un tabarro stinto che sulle spalle si restringe in due maniche simili ad ali. Insomma, non proprio un mantello, quanto piuttosto una guarnaccia, cioè uno di quei giacconi dalle lunghe falde che si usavano per lavorare nei campi. Ha un capello piatto ma lo reca quasi sempre in mano. Del resto che serve a lui coprirsi? Lo sanno tutti di quella volta che si prese un terribile acquazzone, un vero e proprio diluvio, in piazza del Duomo vicino al battistero dedicato a Giovanni Battista. Pare di vederlo, assorto in preghiera davanti ai volti di pietra bianca, incassati in alto, in una piccola nicchia incavata nel muro. Si tratta del simulacro di due anonimi signori romani che dormivano nella vicina necropoli romana di Altino, strappato dalla loro tomba e lì collocato in forza di una pietà popolare che ha voluto ravvisarvi le fattezze di due compatroni trevisani, i santi Fiorenzo e Vendemiale. È così preso dalla sua preghiera, Enrico, che non si accorge della pioggia che lo inonda. Tanto che un paio di passanti si fermano e lo prendono in giro. Ma non credono ai loro occhi. Il tabarro di Enrico è perfettamente asciutto. Sotto il suo miserabile mantello, Enrico indossa un paio di brache tutto foderato di corde grosse che gli torturano ginocchia e caviglie e completano il doloroso cilicio con cui si stringe la vita, sotto il camiciotto. Quando i calzoni si strappano, Enrico va a farsi fare un rammendo dal suo amico sarto. E una volta accade che il bravo artigiano spinga il suo ago con forza in quell’indumento pieno di corde e questo si spezzi andandosi a conficcare profondamente in un dito. Il sarto si dispera non tanto per il dolore quanto per la prospettiva di rimetterci dito e mano e perdere così il sostentamento della sua vita. Di colpo si vede davanti una esistenza segnata dalla pubblica carità e dall’ospedale. Allora Enrico lo tranquillizza, gli tocca il dito e fa uscire miracolosamente lo spezzone di metallo. Restituisce il sarto alla sua attività. Insomma, quell’ometto umile e insignificante è circondato da un’aura di santità che lo rende unico agli occhi dei cittadini del comune di Treviso. Lo osservano ogni giorno fare il giro delle chiese della città e ravvisano in lui la figura bella e solitaria del pellegrino di città, del viandante che valorizza, con la sua preghiera e il suo passaggio, il panorama urbano e lo fa brillare di una luce diversa e del tutto inusitata. Il pellegrino urbano conferisce alle vie cittadine, alle chiese, ai luoghi sacri un significato nuovo, induce alla riflessione, richiama alla meditazione. È un esempio. Enrico già prima dell’alba è nel Duomo di Treviso per il mattutino e poi ascolta tutte le messe. Non passa giorno che non si accosti al sacramento penitenziale. I suoi confessori, Giovanni Riccio da Cusignana, Alessandro e il canonico prebendato Pier da San Zenone, debbono accogliere il sospiro delle fragilità piccolissime di cui lui si accusa. Avverte come peccaminoso il godere della soavità del canto degli uccellini. O del verdeggiare dei campi che gli capitava di attraversare. Poi completa le sue giornate visitando tutte le altre chiese trevisane. Sosta davanti alle immagini sacre dipinte sugli edifici della città. Soprattutto una immagine di Maria, dipinta sulla parete, sotto il porticato della cattedrale prospiciente al vescovado. I passanti vedono un uomo, piccolo e malvestito, totalmente rapito e assorto nella conversazione con i santi effigiati.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b>BEATO ENRICO DA BOLZANO<br />
IL SANTO CHE VENNE DAL NORD<br />
EDITRICE VELAR / ELLEDICI</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><b><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/05/copertina-beato-enrico.jpg"><img class="size-medium wp-image-2557 aligncenter" alt="copertina beato enrico" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/05/copertina-beato-enrico-169x300.jpg" width="169" height="300" /></a> </b></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Il testo, 48 pagine, riccamente illustrate propone la vita del santo fuori della tradizione agiografica e sulla spinta della grande religiosità popolare che l’ha sempre sostenuta.<br />
Di lui si è occupato perfino Giovanni Boccaccio in una novella del Decameron (Giornata II, Novella I).</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Questa la prima parte del testo.</b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>E sempre venerabile sia tra noi,<br />
Enrico<br />
che, ornato di alti meriti,<br />
di vera virtù fu esempio unico,<br />
di salda fede, di pura religione,<br />
di generosa pietà.<br />
Lui che in vita e in morte<br />
operò moltissimi miracoli.<br />
(Bartolomeo Burchelati,<br />
Commentariorum memorabilium<br />
multiplicis historiae Tarvisinae<br />
locuples promptuarium, libro I, p. 219)</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>IL VENETO DELLE GRANDI SIGNORIE<br />
</b><i>Di Enrico (o Arrigo o Erico -con anticipazione dell’accento sulla E- o Rigo) da Bolzano sappiamo molto poco.<br />
Mentre a Treviso Enrico è venerato come patrono dei boscaioli, nella sua terra di origine è patrono dei contadini (associato a santa Notburga da Eben e a sant’Isidoro) e dei vignaioli.<br />
Sul finire del Settecento, Giovanni Battista Canal dipinge il legnaiolo venuto da Bolzano sulla parete interna della cupola centrale della navata maggiore del Duomo di Treviso con una grande scure trattenuta dal braccio destro cui fa da contrappeso il massiccio rosario appeso alla cintola, dalla parte sinistra.<br />
Un senza cognome, dati i tempi. “Il povero contadino che incallisce le mani nella fatica”, scrive un agiografo dei primi anni del Novecento, non possiede genealogie. E tuttavia può vantare una nobiltà “scritta nella coscienza intemerata, nella franchezza della fede, nella semplicità e santità dei costumi”.<br />
Non che manchino agiografie incentrate sulla figura di Enrico.<br />
Ma le notizie su di lui provengono tutte da un’unica fonte, quel Pier Domenico di Baone che lo frequentò assiduamente. E al di Baone si rifanno tutti gli estensori e redattori di scritti a lui dedicati.<br />
“Pier Domenico di Baone, lo definisce Rambaldo Azzoni Avogaro, primo e quasi unico fonte dove gli altri scrittori attinsero”.<br />
Pier Domenico, nato a Padova (tuttavia Rambaldo parla di “testimonianze invincibili” della sua trevisanità) nel 1294, era persona colta e fu amico del Petrarca (ma le notizie su di lui sono molto incerte).<br />
Dal 1309 era vescovo di Treviso Castellano Salomone, uomo di fiducia di un altro grande santo trevisano, Nicolò Boccassino, papa col nome di Benedetto XI.<br />
Castellano aveva affidato a Pier Domenico, giovanissimo chierico, l’incarico di soccorrere con elemosine Enrico, quel mendicante che girava per Treviso, bisognoso di ogni cosa. Probabilmente Pier Domenico gli fu vicino nei momenti del trapasso.<br />
Il di Baone fu, nel 1359, a sua volta fatto vescovo di Treviso da Innocenzo VI. Certamente sospinto dalla fama di santità fiorita attorno alla tomba di quel mendicante, scrisse in latino, nel 1368 , una testimonianza dei suoi rapporti con Enrico.<br />
Il fratello di Pier Domenico, il notaio Antonio, registrò, con altri due funzionari a ciò preposti, tutti i miracoli che gli furono attribuiti ed è, in effetti, questa la parte più cospicua delle notizie da noi possedute sulla figura del sant’uomo arrivato a Treviso nella seconda metà del XIII secolo dalla contea del Tirolo.<br />
Da lì si era portato dietro il suo povero mestiere di boscaiolo e spaccalegna.<br />
Morì il 10 giugno 1315 e si valuta che possa aver vissuto tra i sessanta e i settanta anni. Il che colloca il suo anno di nascita attorno alla metà del secolo precedente.<br />
Sono gli anni in cui, in Italia, il regime della signoria comincia a soppiantare il sistema comunale. La trasformazione si compirà nel XVI secolo.<br />
Anno 1256. Nel Veneto diviso tra papato e impero, Ezzelino da Romano perde Padova ad opera di una coalizione guelfa sostenuta da Venezia.<br />
Il Veneto ha i suoi due poli politici a ovest e a est, Verona e Venezia. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XIII secolo, tramonta l’astro di Ezzelino e a Verona diventa capitano del popolo lo scaligero Mastino I. È una carica annuale ma di fatto apre la via alla presa del potere da parte della signoria scaligera.<br />
Venezia, nel 128, comincia a coniare il suo irresistibile ducato d’oro e nel 1297 procede alla cosiddetta serrata del Maggior Consiglio.<br />
La Marca Trevigiana vive la conclusione dei conflitti tra le famiglie aristocratiche contrapposte a Rizzardo da Camino. Il buon Gherardo del Convivio e del Purgatorio danteschi era già morto nel 1306 e suo figlio Rizzardo viene assassinato nel 1312.<br />
Dopo la prima conquista veneziana (1338-1339) Treviso entrerà definitivamente nell’area di influenza veneziana nel 1388.<br />
Durante il 1315, anno in cui muore Enrico, l’Europa è colpita da una terribile carestia, prodromo della grande crisi del XIV secolo.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><br />
TREVISO E IL PELLEGRINO URBANO</b></span><br />
<em><span style="color: #000000;">Treviso, giugno 1315.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Nella operosa e ricca cittadina sorta in epoca preromana sulle rive di un placido fiume di risorgiva, il Sile, deve ancora scoppiare l’estate che da queste parti è verde, fiorita. Luminosa.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Treviso è retta con mano felice da un podestà che viene da Gubbio, Manno della Branca.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Città guelfa e dunque in apprensione per la delicata fase attraversata dal papato che, ormai da sei anni, ha scelto Avignone e le terre di Provenza come propria sede. Lontano da una Roma dilaniata da sommosse, faide e lotte. Per di più la Chiesa si trova in una delicata fase di interregno perché è morto da più di un anno Clemente V, al secolo Bertrand de Got, il papa guascone eletto nel tempestoso conclave di Perugia del 1305 senza essere cardinale.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Si arriverà ad un accordo sul nome del suo successore soltanto nell’agosto del 1316. Dal conclave di Lione (dopo il fallimento di quello di Carpentras) in cui Filippo V di Francia era riuscito a mettere insieme ventitré cardinali, viene fuori con la tiara papale sul capo Jacques Duèse (o d’Euse) che assume il nome di Giovanni XXII.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Treviso è poco più di un borgo, forse diecimila abitanti. Tutti si conoscono.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> E in quel giugno 1315 la gente si rende conto che da alcuni giorni qualcosa è cambiato.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Non si vede più girare per le strade quel mendicante “todesco” che si era ridotto, ormai inabile al lavoro di boscaiolo, a chiedere l’elemosina per le vie della città.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Ogni tanto, lui che nulla possiede, si siede sulle gradinate del Duomo e spartisce con chi è ancora più indigente di lui, la pagnotta appena ricevuta da qualche benefattore.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> È noto a tutti. Non c’è nessuno che non lo abbia caro. Nessuno che non riconosca da lontano quell’ometto grosso e malvestito. Si appoggia ad un bastone e tiene in mano la corona del rosario. Indossa un tabarro stinto che sulle spalle si restringe in due maniche simili ad ali. Insomma, non proprio un mantello, quanto piuttosto una guarnaccia, cioè uno di quei giacconi dalle lunghe falde che si usavano per lavorare nei campi.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Ha un capello piatto ma lo reca quasi sempre in mano.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Del resto che serve a lui coprirsi?</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Lo sanno tutti di quella volta che si prese un terribile acquazzone, un vero e proprio diluvio, in piazza del Duomo vicino al battistero dedicato a Giovanni Battista.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Pare di vederlo, assorto in preghiera davanti ai volti di pietra bianca, incassati in alto, in una piccola nicchia incavata nel muro.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Si tratta del simulacro di due anonimi signori romani che dormivano nella vicina necropoli romana di Altino, strappato dalla loro tomba e lì collocato in forza di una pietà popolare che ha voluto ravvisarvi le fattezze di due compatroni trevisani, i santi Fiorenzo e Vendemiale.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> È così preso dalla sua preghiera, Enrico, che non si accorge della pioggia che lo inonda. Tanto che un paio di passanti si fermano e lo prendono in giro. Ma non credono ai loro occhi. Il tabarro di Enrico è perfettamente asciutto.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Sotto il suo miserabile mantello, Enrico indossa un paio di brache tutto foderato di corde grosse che gli torturano ginocchia e caviglie e completano il doloroso cilicio con cui si stringe la vita, sotto il camiciotto.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Quando i calzoni si strappano, Enrico va a farsi fare un rammendo dal suo amico sarto. E una volta accade che il bravo artigiano spinga il suo ago con forza in quell’indumento pieno di corde e questo si spezzi andandosi a conficcare profondamente in un dito. Il sarto si dispera non tanto per il dolore quanto per la prospettiva di rimetterci dito e mano e perdere così il sostentamento della sua vita. Di colpo si vede davanti una esistenza segnata dalla pubblica carità e dall’ospedale.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Allora Enrico lo tranquillizza, gli tocca il dito e fa uscire miracolosamente lo spezzone di metallo. Restituisce il sarto alla sua attività.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Insomma, quell’ometto umile e insignificante è circondato da un’aura di santità che lo rende unico agli occhi dei cittadini del comune di Treviso.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Lo osservano ogni giorno fare il giro delle chiese della città e ravvisano in lui la figura bella e solitaria del pellegrino di città, del viandante che valorizza, con la sua preghiera e il suo passaggio, il panorama urbano e lo fa brillare di una luce diversa e del tutto inusitata.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Il pellegrino urbano conferisce alle vie cittadine, alle chiese, ai luoghi sacri un significato nuovo, induce alla riflessione, richiama alla meditazione. È un esempio.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Enrico già prima dell’alba è nel Duomo di Treviso per il mattutino e poi ascolta tutte le messe. Non passa giorno che non si accosti al sacramento penitenziale. I suoi confessori, Giovanni Riccio da Cusignana, Alessandro e il canonico prebendato Pier da San Zenone, debbono accogliere il sospiro delle fragilità piccolissime di cui lui si accusa.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Avverte come peccaminoso il godere della soavità del canto degli uccellini. O del verdeggiare dei campi che gli capitava di attraversare.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Poi completa le sue giornate visitando tutte le altre chiese trevisane.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> Sosta davanti alle immagini sacre dipinte sugli edifici della città. Soprattutto una immagine di Maria, dipinta sulla parete, sotto il porticato della cattedrale prospiciente al vescovado.</span></em><br />
<em> <span style="color: #000000;"> I passanti vedono un uomo, piccolo e malvestito, totalmente rapito e assorto nella conversazione con i santi effigiati.</span></em></p>
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		<title>La presentazione sul Montello, nel luogo del delitto</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/la-presentazione-sul-montello-nel-luogo-del-delitto/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 23:20:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 30 gennaio DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA è stato presentato presso l’Agriturismo Busa della Messa di Dario Guzzo, splendido padrone di casa. La serata è stata organizzata dalla imprenditrice e scrittrice Claudia Forlin Guzzo che ha proposto anche le sue fotografie montelliane e ha condotto la presentazione. Busa della Messa è esattamente il luogo, tra doline e fitta boscaglia, in cui è avvenuto uno dei due delitti da cui il romanzo prende avvio. A degustare la cucina di Dario è intervenuto un folto pubblico. Erano presenti, tra gli altri, lo studioso Benito Buosi, lo scrittore Antonio Menegon (autore del recente Furio Camillo di Collalto Traditore Innamorato) lo studioso ed ex sindaco di Giavera Pietro Zanatta. Serata splendida, di grande gioia e simpatia. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b>Venerdì 30 gennaio DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA è stato presentato presso l’Agriturismo Busa della Messa di Dario Guzzo, splendido padrone di casa. La serata è stata organizzata dalla imprenditrice e scrittrice Claudia Forlin Guzzo che ha proposto anche le sue fotografie montelliane e ha condotto la presentazione.<br />
Busa della Messa è esattamente il luogo, tra doline e fitta boscaglia, in cui è avvenuto uno dei due delitti da cui il romanzo prende avvio.<br />
</b><b>A degustare la cucina di Dario è intervenuto un folto pubblico. Erano presenti, tra gli altri, lo studioso Benito Buosi, lo scrittore Antonio Menegon (autore del recente Furio Camillo di Collalto Traditore Innamorato) lo studioso ed ex sindaco di Giavera Pietro Zanatta.<br />
</b><b>Serata s</b></span><span style="color: #000000;"><b>plendida, di grande gioia e simpatia.</b></span></p>
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<p><img class="size-medium wp-image-2513 alignleft" alt="IMG_0207" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0207-e1423005797333-225x300.jpg" width="225" height="300" /></p>
<p><img class="size-medium wp-image-2514 alignright" alt="IMG_0215" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0215-e1423005769617-225x300.jpg" width="225" height="300" /></p>
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<p><img class="size-medium wp-image-2510 alignright" alt="IMG_0201" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0201-e1423005828183-225x300.jpg" width="225" height="300" /></p>
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<p><img class="alignright  wp-image-2515" alt="IMG_0219" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0219-e1423004987193-300x225.jpg" width="216" height="162" /></p>
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		<title>Ancora un romanzo &#8220;montelliano&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2014 13:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA &#160; Da un reale fatto di cronaca il nuovo avvincente legal thriller di Gian Domenico Mazzocato sul delitto che insanguinò il Veneto ad inizio Novecento LA PRIMA RECENSIONE  4 novembre 2014 – A quasi vent’anni dal suo fortunato romanzo di esordio, Il delitto della contessa Onigo, lo scrittore trevigiano Gian Domenico Mazzocato propone una vicenda accaduta su una collina trevigiana agli albori del secolo, nel profondo e miserabile Veneto che di lì a qualche anno sarebbe stato teatro del primo conflitto mondiale. 1909, nord di Treviso. Montello, la collina che, come ha detto il grande germanista Hans Kitzmüller, Mazzocato ha reso mitica grazie alla sua scrittura (Il bosco veneziano e altri testi). DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA, edito da DBS Zanetti,  rievoca un brutale episodio di cronaca nera: la morte di un bambino, Américo Gaigher, che viene trovato impiccato ai margini del bosco dove si era recato a rubare un po’ di legna. Delitto davvero o suicidio? Oppure morte accidentale? L’inchiesta è difficile e si dipana tra l’omertà che scatta in un borgo di poche anime perduto nella foresta collinare e l’onestà di qualche testimone che vorrebbe raccontare quanto ha effettivamente visto. Tra l’evento e il processo trascorrono parecchi mesi. Alla fine prevalgono i “non so” e i “non ricordo”. In effetti c’è un colpevole, indicato da mille indizi e anche da qualche testimonianza che si fa largo tra le tante, troppe reticenze. Si tratta di Santo Carlassara, un uomo violento e rozzo. I tempi fisici del romanzo sono quelli del processo. Mazzocato, come è nella sigla della sua scrittura, procede ad un racconto rapido e serrato che si fa attraverso le cronache dei giornali e il diario di don Fervido, il parroco del piccolo borgo del Santo Angelo Custode dove è avvenuto il fatto. Don Fervido, vera voce narrante dell’evento, ha un passato avventuroso alle spalle. Ha partecipato ai moti milanesi del 1898 e ha corso gli oceani a caccia di balene. La balena, il mostro, il leviatano che lo tormenta ogni notte in sogno. È lui il tormentato ago della bilancia di questa intricata condizione. “Non si tratta solo di fare giustizia per la morte di Abele, ma anche di capire le ragioni di Caino. Perché il giorno dopo la sentenza si torna a vivere e nella vita paesana un equilibrio di convivenza bisogna pur trovarlo”, dice Mazzocato che contestualizza l’evento facendo respirare l’atmosfera di quell’epoca. E nel contempo, come è tipico dei suoi modi narrativi, l’autore viaggia nei miti e nelle fole della terra veneta. Glielo consente soprattutto uno straordinario personaggio, la misteriosa Maria Ultima, un po’ strega, un po’ guaritrice e soprattutto la donna che aiuta le persone in agonia a morire. Insomma quella che i sardi chiamano accabadora, colei che fornisce l’eutanasia a chi non ha più nulla da chiedere alla vita. E un po’ tutto il romanzo si pone come riflessione sui temi della vita, della morte, della giustizia, delle pulsioni profonde dell’animo umano. Con qualche sorpresa nel finale. INTRODUZIONE E PRIMO CAPITOLO LETTERA AL LETTORE Caro lettore, ho conosciuto don Fervido grazie al suo diario sopravvissuto miracolosamente alle bombe della prima guerra mondiale, all’oblio, alle ristrutturazioni della casa canonica, al vagabondaggio tra magazzini, soffitte, cantine. Tre quaderni a quadretti piccoli, legati da uno spago. A matita, scrittura sbiadita. Vergati con grafia regolare e ariosa tutta inclinata verso destra. Le t svettano decise sulla riga scritta, le maiuscole sono ampie, disegnate come se dovessero ospitare una miniatura, gli occhielli delle o e delle a perfettamente chiusi e tondi. Gli esperti dicono che una grafia di questo tipo rivela un carattere forte ma complesso. Le lettere sono addossate le une alle altre. Ogni più piccolo spazio è occupato, ma la sensazione generale è di pulizia, di luce. Un titoletto a stampatello maiuscolo ad aprire la prima pagina. Due righe. DOLENTI (E TALORA LIETE) NOTE INERENTI AL MIO SERVIZIO SACERDOTALE La lettura rivela qualche pericoloso equilibrismo sul filo del segreto confessionale. Il diario è puntigliosamente quotidiano. Note meteorologiche, l’ora della messa, la recita del breviario, le persone incontrate. Il parco desinare e le piccole letture, soprattutto vite di santi e qualche romanzo. Le riflessioni che le letture gli suggeriscono. Frasi, immagini ed esempi buoni per l’omelia domenicale. Il riassunto delle lettere che scrive, per lo più rapporti o richieste rivolte alla curia di Treviso e in particolare al maestro di camera del vescovo. E gli eventi salienti della vita del paese / parrocchia del Santo Angelo Custode, nato e sviluppatosi nei primissimi anni del Novecento sulla sommità del Montello. Sul borgo pesa un fatto di sangue accaduto, ancor prima della sua nascita, in una località vicina. È la Busa della Messa, che proprio a quell’evento deve il suo nome. Una sorta di peccato originale. Un gendarme di guardia al bosco uccide un ragazzo che, violando il divieto, è entrato nella foresta per appropriarsi di un po’ di legname. Ogni anno don Fervido si reca alla Busa della Messa per un rito di suffragio. Ma tra la gente del Santo Angelo Custode irrompe, tra 1909 e 1910, un altro doloroso evento che lacera le anime e ne segna la storia. Ne sconvolge gli equilibri. Non vi sono messe di suffragio utili a esorcizzare il sangue di un bambino morto impiccato. Lo racconto. La trascrizione del diario di don Fervido è faticosa, necessita di rimaneggiamenti. Don Fervido giunge tardi all’ordinazione sacerdotale. E talora ritorna, dal drammatico passato del prete, qualche lampo. Riaffiora un dolore insopprimibile. Questo prete, prima di arrivare all’ordinazione, ha avuto una vita incredibile. Avventurosa e strana. I passaggi, autentici varchi aperti nella memoria, hanno perfezione dolorante e ferita, una compiutezza rotta e misteriosa. Non li ho toccati, li ho riportati integralmente. Non è una storia facile da raccontare. Per essere completo ho dovuto servirmi anche degli atti processuali relativi al delitto (o forse no, un incidente) perpetrato nelle vicinanze del borgo in cima alla collina. E ho usato le fedeli, stenografiche cronache della Gazzetta di Treviso. CAPITOLO 1 Quell’anno l’estate piccola di san Martino non aveva voluto saperne di schiudersi e sbocciare. Il bosco dormiva, affogato nella nebbia d’autunno che saliva dalla Piave. I rumori erano sordi e attutiti. Il furegare nervoso e ritmato di un moscardino in cerca di noci tra le foglie secche, la corsa circospetta e svelta di una volpe. A fatica il prete trascinò la valigia lungo il declivio, un sentiero appena accennato. La sua meta era ormai vicina, lo comprese dal gracidio canterino delle rane e degli ululoni. Quasi inciampò su una radice di quercia che spuntava dal terreno. Guardò la lama d’acqua che tagliava in due la radura sotto di lui. Uno specchio grigio. Avvertì sopra di sé, oltre la cupola di rami e fronde, l’aliare poderoso e oscillante di un gheppio. E le ultime upupe che si radunavano per intraprendere il lungo viaggio di migrazione. Solo, come sempre. Si fermò sul bordo della pozza d’acqua. Un po’ di terriccio scivolo giù, il fondo si mosse, l’acqua si intorbidì per qualche istante. Spalancò la valigia. Non molto pesante, certo, ma grande e scomoda. I paramenti sacri non si possono sciupare e stropicciare buttandoli dentro uno zaino. Una volta all’anno, la messa più insolita tra tutte quelle che celebrava. Ma anche la più santa, in un certo senso. Appese ad un ramo il camice candido e la pianeta. Rossa. – Io l’ho ammazzato e quel ragazzo è un martire, signor parroco. Lei mi deve capire. Non volevo farlo eppure dovevo sparare. Ho imbracciato il moschetto, ho mirato alto e, non so come, quella maledetta palla è rimbalzata da qualche parte e lo ha preso alla gola. Uno spino di sangue come lo zampillo da una botte. Ci ha messo pochi minuti a morire. Mi guardava, aveva gli occhi chiari e vuoti. Non capiva perché e non ho capito nemmeno io. Non doveva essere lì a tagliare una fargna. Per farne chissacché poi, forse solo per rivenderla ai commerciati di Treviso e tirarne qualche lira. Ogni volta gli diceva così, ai primi di novembre il vecchio che gli commissionava la messa. – Voglio i paramenti rossi, come il sangue, come per i giorni dei santi martiri. Il prete stese una tovaglietta candida proprio sul ciglio della lama d’acqua. – Mai nello stesso posto. Il sangue del ragazzo era ovunque. E lei deve celebrare messa ogni anno in un punto diverso del perimetro. Lei lo deve scacciare, lo deve lavare quel sangue, signor parroco. Lo deve far tornare nella pancia della collina, nelle caverne e nelle gallerie che le corrono sotto. Il vecchio biascicava e singhiozzava dalla bocca senza denti. – Esorcizzare. Questa sarebbe la parola esatta, pensava don Fervido, parroco nella parrocchia del Santo Angelo Custode, proprio sulla cima della collina. – Ma ha ragione lui, lavare è un termine migliore. Forse il vecchio gendarme trascinava la sua gamba rigida fino a quel luogo che i Montelliani avevano preso ormai a chiamare Busa della Messa. “Una bastarda di tagliola, una trappola da bracconieri”, raccontava, alludendo alla gamba ormai inservibile. Forse era lì, ad osservare da qualche punto del bosco. Il prete depose sulla tovaglietta il calice che portava sempre con sé. E che un tempo non era stato un calice. Un bossolo di cannone tagliato a metà, una sorta di bicchiere di rame lucente. Tirato a lustro. Non dimenticava, il prete, chi era stato e cosa aveva fatto. Tolse dalla valigia una piccola teca, la aprì. Appoggiò sul lino candido l’unica grande ostia che conteneva. Accarezzò l’astuccio prima di riporlo. Levigato, lucido. Ricavato dal fanone della prima balena che aveva arpionato. Anche quello era il suo passato. Le ampolline del vino e dell’acqua. Accese una candela, colò su una pietra qualche goccia di cera. L’esile fiamma rimase dritta e forte nella brezza mattutina. Il prete socchiuse gli occhi, poi guardò la piccola mensa sacra, imbandita ai suoi piedi. Introibo ad altare Dei. Era una cosa buona quella messa che diceva in assoluta solitudine ormai da qualche anno, sul versante settentrionale della collina. Il Montello chiudeva il corso del largo fiume che scendeva dalle Alpi e andava a gettarsi in mare vicino a Venezia. Una cosa giusta. Un modo per riequilibrare il male fatto, il sangue versato. Gli pareva di ricacciare il peccato dentro gli argini e le difese della religione. Come chiuderlo in un grande sacco e farlo rotolare via, lontano dagli occhi e dall’anima. In una forra, in un burrone inaccessibile della collina. Annegarlo nella corrente della Piave, disperderlo nel mare infinito. Dove nessuno lo potesse ritrovare. Ma il male è inestirpabile. In nomine Domini. Qui fecit caelum et terram. È il buon Dio che ogni tanto si ricorda di bilanciare il bene col male. In cielo e in terra. …… In principio erat Verbum. Gli pesò addosso, intenso e dolorante quanto mai gli era accaduto, il destino inespugnabile. Scabro come la pelle di un pellagroso. Non possedeva forze né per contrastarlo né per decifrarlo. Si sentiva in balia delle correnti maligne che attraversavano la sua piccola storia. Un momento, la furia di un attimo e gli eventi deviavano verso un’altra strada. La vita accelerava e prendeva a correre alla cieca. Follie improvvise e devastanti. L’ira sorda e buia. Erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum. In certi momenti la paura gli schiacciava l’anima, un artiglio di ferro. Et Verbum caro factum est. Che trasformazione dolorosa, che tormento crudele e inesplicabile. Le parole che diventano carne. Come un cavallo imbizzarrito e sfuggito alla briglia, gli attraversò la mente la sua esplorazione furtiva di qualche anno prima. Una fitta di gioia e paura insieme. Si vide sulla sommità della collina, salito di corsa da una presa in terra battuta che si inerpicava aspra e selvaggia da Giavera, attraversava lo stradone e il canale della Brentella. I boschi spinosi di acacie. Il tamburo del cuore, impazzito per la fatica. Il respiro largo delle grave attorno al grande fiume illuminato dal sole. Alle sue spalle le case del villaggio, un po’ sassi, un po’ mattoni. Basse, addossate le une alle altre, quasi a farsi coraggio, i tetti di pietra rossa. Sulla destra gli orti e i campi coltivati. Frumento, patate, erbaspagna. Vicini alle case, i pollai con le siepi di rovi e spini per tenere a bada volpi e faine. Che ne sapevano più del diavolo e trovavano sempre il modo di arrangiarsi. Come i Montelliani stessi, del resto. Qua e là i cespugli di ginepro e i cespi affioranti dei bruscandoli, buoni da friggerci le uova. Canneti e qualche campo d’orzo. Il paese del Santo Angelo Custode era una cosa viva, un corpo che teneva la schiena attaccata al digradare della collina e il volto proteso in avanti a guardare la valle e, oltre il greto del fiume, le montagne. Alte, lontane e inaccessibili come roccaforti. La collina non era né carne né pesce. Non era montagna ma nemmeno ancora pianura. Ma era viva, aveva un’anima. …… Aveva atteso l’alba seduto in cima alla collina. Non si ricordava quanto tumultuosa e improvvisa fosse la luce dell’aurora. Un fiume in piena che separava il buio della notte dal giorno. Una creazione che si rinnovava di continuo. A sinistra il Grappa, aspro e forte. Sotto di lui il Monfenera da cui millenarie generazioni di genti contadine avevano tratto foraggio e fieno. E Possagno dove Antonio Canova aveva sudato e faticato e pianto sul candore immacolato dei suoi marmi. A lavorarci col trapano appoggiato sullo sterno, fino a procurarsi un buco in mezzo al petto. La fatica e i sacrifici della bellezza. Al centro il solco sottile e luminoso della Piave, una coltellata sottile nel grande anfiteatro dei monti, il chiodo di una meridiana immensa. E poi, in direzione del sole nascente, il Cesen, brullo e nevoso. Alto, a proteggere Valdobbiadene, il paese da cui tanti secoli prima, dilaniato dal dolore, era fuggito Venanzio, il poeta della croce cristiana e del pange lingua. La Valmarena da cui saliva, bianca e sinuosa come una serpe d’acqua appena uscita dall’occhio lungo dei laghi di Revine, la mulattiera del San Boldo. Una scala esile che sfidava la pendenza terribile della montagna. Varco buono per banditi e briganti, bracconieri e contrabbandieri che in un balzo passavano nella Valbelluna. E ogni tanto scendevano a valle a spargere terrore e paura. Ancora più in là, oltre la Faverghera e il nastro bianco della strada che si inerpica verso la sella del Fadalto, il Pizzoc imbiancato e il forestoso Cansiglio. Era stato sommerso dalla visione. Dal tempo infinito e imperscrutabile degli eventi, dal dolore e dalle speranze degli uomini. Dalla sua impotenza e dal lavoro che lo attendeva. …… Sopra di lui ancora la voluta ampia della pojana. Il delitto era una soma pesante da portare, insopportabile. Richiuse la valigia. Imboccò con passo stanco la presa che lo avrebbe riportato a casa. E tuttavia avvertiva anche la dolcezza e il conforto di quelle ore di solitudine. Come fosse stata la sua anima a richiamare l’alba dalla sommità della collina, a far nascere il giorno nuovo. Ogni giorno è un dono, a suo modo una resurrezione. O magari la nascita vera. Un po’ come il tempo vissuto da Lazzaro dopo essere stato richiamato alla vita. Un guadagno, un regalo di ore e anni, un supplemento di vita da riempire di cose ed eventi. Quante volte la morte lo aveva sfiorato, quanto ci era stato vicino. Poi ebbe un pensiero. Deviò, prese il sentiero che metteva in comunicazione la presa su cui si trovava con quella vicina. Gli tornò in mente, dolorante e imperiosa, un’altra alba della sua vita. LE PRIME DUE PRESENTAZIONI Prima di Natale ho proposto due volte il DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA. Il primo scenario è stata la splendida sala degli affreschi di palazzo Giacomelli, in centro a Treviso. Il 17 dicembre hanno parlato del mio libro l’avvocato Riccardo Mazzariol, presidente dell’Ateneo di Treviso e l’avvocato Paolo De Girolami, presidente dell’ordine degli avvocati di Treviso. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Due giorni dopo, il 19, ho proposto il romanzo negli affascinanti spazi della Fornace del Sile, tra Casale e Musestre, ospite di Maria Laura Bertolazzi e delle Donne Jacaranda. Ha letto brani del libro la giornalista e scrittrice Paola Pastacaldi. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 align="center"><span style="color: #ff0000; font-family: 'comic sans ms', sans-serif;"><b>DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA</b></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><span style="color: #000000;"><b> Da un reale fatto di cronaca<br />
il nuovo avvincente legal thriller<br />
di Gian Domenico Mazzocato sul delitto<br />
che insanguinò il Veneto ad inizio Novecento</b><b></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/news/copertina-delitto-sulla-collina-proibita-2/" rel="attachment wp-att-2460"><img class="aligncenter  wp-image-2460" alt="COPERTINA DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/01/COPERTINA-DELITTO-SULLA-COLLINA-PROIBITA1-655x1024.jpg" width="248" height="387" /></a></p>
<h2 style="text-align: left;"><strong>LA PRIMA RECENSIONE </strong></h2>
<p><span style="color: #000000;"><b>4 novembre 2014 – A quasi vent’anni dal suo fortunato romanzo di esordio, Il delitto della contessa Onigo, lo scrittore trevigiano Gian Domenico Mazzocato propone una vicenda accaduta su una collina trevigiana agli albori del secolo, nel profondo e miserabile Veneto che di lì a qualche anno sarebbe stato teatro del primo conflitto mondiale.</b><b> </b><b>1909, nord di Treviso. Montello, la collina che, come ha detto il grande germanista Hans Kitzmüller, Mazzocato ha reso mitica grazie alla sua scrittura (Il bosco veneziano e altri testi).</b><b> </b><b>DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA, edito da DBS Zanetti,  rievoca un brutale episodio di cronaca nera: la morte di un bambino, Américo Gaigher, che viene trovato impiccato ai margini del bosco dove si era recato a rubare un po’ di legna. Delitto davvero o suicidio? Oppure morte accidentale?</b><b> </b><b>L’inchiesta è difficile e si dipana tra l’omertà che scatta in un borgo di poche anime perduto nella foresta collinare e l’onestà di qualche testimone che vorrebbe raccontare quanto ha effettivamente visto.</b><b> </b><b>Tra l’evento e il processo trascorrono parecchi mesi. Alla fine prevalgono i “non so” e i “non ricordo”. In effetti c’è un colpevole, indicato da mille indizi e anche da qualche testimonianza che si fa largo tra le tante, troppe reticenze. Si tratta di Santo Carlassara, un uomo violento e rozzo.</b><b> </b><b>I tempi fisici del romanzo sono quelli del processo. Mazzocato, come è nella sigla della sua scrittura, procede ad un racconto rapido e serrato che si fa attraverso le cronache dei giornali e il diario di don Fervido, il parroco del piccolo borgo del Santo Angelo Custode dove è avvenuto il fatto.</b><b> </b><b>Don Fervido, vera voce narrante dell’evento, ha un passato avventuroso alle spalle. Ha partecipato ai moti milanesi del 1898 e ha corso gli oceani a caccia di balene. La balena, il mostro, il leviatano che lo tormenta ogni notte in sogno. È lui il tormentato ago della bilancia di questa intricata condizione.</b><b> </b><b>“Non si tratta solo di fare giustizia per la morte di Abele, ma anche di capire le ragioni di Caino. Perché il giorno dopo la sentenza si torna a vivere e nella vita paesana un equilibrio di convivenza bisogna pur trovarlo”, dice Mazzocato che contestualizza l’evento facendo respirare l’atmosfera di quell’epoca.</b><b> </b><b>E nel contempo, come è tipico dei suoi modi narrativi, l’autore viaggia nei miti e nelle fole della terra veneta. Glielo consente soprattutto uno straordinario personaggio, la misteriosa Maria Ultima, un po’ strega, un po’ guaritrice e soprattutto la donna che aiuta le persone in agonia a morire.</b><b> </b><b>Insomma quella che i sardi chiamano accabadora, colei che fornisce l’eutanasia a chi non ha più nulla da chiedere alla vita. E un po’ tutto il romanzo si pone come riflessione sui temi della vita, della morte, della giustizia, delle pulsioni profonde dell’animo umano. Con qualche sorpresa nel finale.</b><b></b></span></p>
<h2><span style="color: #000000;"><b>INTRODUZIONE</b></span></h2>
<h2><span style="color: #000000;"><b>E PRIMO CAPITOLO</b></span></h2>
<p><span style="color: #000000;"><b>LETTERA AL LETTORE</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>Caro lettore,</b><b> </b><b>ho conosciuto don Fervido grazie al suo diario sopravvissuto miracolosamente alle bombe della prima guerra mondiale, all’oblio, alle ristrutturazioni della casa canonica, al vagabondaggio tra magazzini, soffitte, cantine.</b><b> </b><b>Tre quaderni a quadretti piccoli, legati da uno spago. A matita, scrittura sbiadita. Vergati con grafia regolare e ariosa tutta inclinata verso destra. Le t svettano decise sulla riga scritta, le maiuscole sono ampie, disegnate come se dovessero ospitare una miniatura, gli occhielli delle o e delle a perfettamente chiusi e tondi.</b><b> </b><b>Gli esperti dicono che una grafia di questo tipo rivela un carattere forte ma complesso.</b><b> </b><b>Le lettere sono addossate le une alle altre. Ogni più piccolo spazio è occupato, ma la sensazione generale è di pulizia, di luce.</b><b> </b><b>Un titoletto a stampatello maiuscolo ad aprire la prima pagina. Due righe.</b><b> </b><b>DOLENTI (E TALORA LIETE) NOTE</b><b> </b><b>INERENTI AL MIO SERVIZIO SACERDOTALE</b><b> </b><b>La lettura rivela qualche pericoloso equilibrismo sul filo del segreto confessionale. Il diario è puntigliosamente quotidiano. Note meteorologiche, l’ora della messa, la recita del breviario, le persone incontrate. Il parco desinare e le piccole letture, soprattutto vite di santi e qualche romanzo. Le riflessioni che le letture gli suggeriscono. Frasi, immagini ed esempi buoni per l’omelia domenicale. Il riassunto delle lettere che scrive, per lo più rapporti o richieste rivolte alla curia di Treviso e in particolare al maestro di camera del vescovo.</b><b> </b><b>E gli eventi salienti della vita del paese / parrocchia del Santo Angelo Custode, nato e sviluppatosi nei primissimi anni del Novecento sulla sommità del Montello.</b><b> </b><b>Sul borgo pesa un fatto di sangue accaduto, ancor prima della sua nascita, in una località vicina. È la Busa della Messa, che proprio a quell’evento deve il suo nome. Una sorta di peccato originale. Un gendarme di guardia al bosco uccide un ragazzo che, violando il divieto, è entrato nella foresta per appropriarsi di un po’ di legname.</b><b> </b><b>Ogni anno don Fervido si reca alla Busa della Messa per un rito di suffragio.</b><b> </b><b>Ma tra la gente del Santo Angelo Custode irrompe, tra 1909 e 1910, un altro doloroso evento che lacera le anime e ne segna la storia. Ne sconvolge gli equilibri. Non vi sono messe di suffragio utili a esorcizzare il sangue di un bambino morto impiccato.</b><b> </b><b>Lo racconto.</b><b> </b><b>La trascrizione del diario di don Fervido è faticosa, necessita di rimaneggiamenti.</b><b> </b><b>Don Fervido giunge tardi all’ordinazione sacerdotale. E talora ritorna, dal drammatico passato del prete, qualche lampo.</b><b> </b><b>Riaffiora un dolore insopprimibile. Questo prete, prima di arrivare all’ordinazione, ha avuto una vita incredibile. Avventurosa e strana.</b><b> </b><b>I passaggi, autentici varchi aperti nella memoria, hanno perfezione dolorante e ferita, una compiutezza rotta e misteriosa.</b><b> </b><b>Non li ho toccati, li ho riportati integralmente.</b><b> </b><b>Non è una storia facile da raccontare.</b><b> </b><b>Per essere completo ho dovuto servirmi anche degli atti processuali relativi al delitto (o forse no, un incidente) perpetrato nelle vicinanze del borgo in cima alla collina.</b><b> </b><b>E ho usato le fedeli, stenografiche cronache della Gazzetta di Treviso.</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>CAPITOLO 1</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>Quell’anno l’estate piccola di san Martino non aveva voluto saperne di schiudersi e sbocciare. Il bosco dormiva, affogato nella nebbia d’autunno che saliva dalla Piave. I rumori erano sordi e attutiti. Il furegare nervoso e ritmato di un moscardino in cerca di noci tra le foglie secche, la corsa circospetta e svelta di una volpe.</b><b> </b><b>A fatica il prete trascinò la valigia lungo il declivio, un sentiero appena accennato. La sua meta era ormai vicina, lo comprese dal gracidio canterino delle rane e degli ululoni. Quasi inciampò su una radice di quercia che spuntava dal terreno.</b><b> </b><b>Guardò la lama d’acqua che tagliava in due la radura sotto di lui. Uno specchio grigio.</b><b> </b><b>Avvertì sopra di sé, oltre la cupola di rami e fronde, l’aliare poderoso e oscillante di un gheppio. E le ultime upupe che si radunavano per intraprendere il lungo viaggio di migrazione.</b><b> </b><b>Solo, come sempre. Si fermò sul bordo della pozza d’acqua. Un po’ di terriccio scivolo giù, il fondo si mosse, l’acqua si intorbidì per qualche istante.</b><b> </b><b>Spalancò la valigia. Non molto pesante, certo, ma grande e scomoda.</b><b> </b><b>I paramenti sacri non si possono sciupare e stropicciare buttandoli dentro uno zaino.</b><b> </b><b>Una volta all’anno, la messa più insolita tra tutte quelle che celebrava. Ma anche la più santa, in un certo senso. Appese ad un ramo il camice candido e la pianeta. Rossa.</b><b> </b><b>– Io l’ho ammazzato e quel ragazzo è un martire, signor parroco. Lei mi deve capire. Non volevo farlo eppure dovevo sparare. Ho imbracciato il moschetto, ho mirato alto e, non so come, quella maledetta palla è rimbalzata da qualche parte e lo ha preso alla gola. Uno spino di sangue come lo zampillo da una botte. Ci ha messo pochi minuti a morire. Mi guardava, aveva gli occhi chiari e vuoti. Non capiva perché e non ho capito nemmeno io. Non doveva essere lì a tagliare una fargna. Per farne chissacché poi, forse solo per rivenderla ai commerciati di Treviso e tirarne qualche lira.</b><b> </b><b>Ogni volta gli diceva così, ai primi di novembre il vecchio che gli commissionava la messa.</b><b> </b><b>– Voglio i paramenti rossi, come il sangue, come per i giorni dei santi martiri.</b><b> </b><b>Il prete stese una tovaglietta candida proprio sul ciglio della lama d’acqua.</b><b> </b><b>– Mai nello stesso posto. Il sangue del ragazzo era ovunque. E lei deve celebrare messa ogni anno in un punto diverso del perimetro. Lei lo deve scacciare, lo deve lavare quel sangue, signor parroco. Lo deve far tornare nella pancia della collina, nelle caverne e nelle gallerie che le corrono sotto.</b><b> </b><b>Il vecchio biascicava e singhiozzava dalla bocca senza denti.</b><b> </b><b>– Esorcizzare. Questa sarebbe la parola esatta, pensava don Fervido, parroco nella parrocchia del Santo Angelo Custode, proprio sulla cima della collina.</b><b> </b><b>– Ma ha ragione lui, lavare è un termine migliore.</b><b> </b><b>Forse il vecchio gendarme trascinava la sua gamba rigida fino a quel luogo che i Montelliani avevano preso ormai a chiamare Busa della Messa. “Una bastarda di tagliola, una trappola da bracconieri”, raccontava, alludendo alla gamba ormai inservibile.</b><b> </b><b>Forse era lì, ad osservare da qualche punto del bosco.</b><b> </b><b>Il prete depose sulla tovaglietta il calice che portava sempre con sé. E che un tempo non era stato un calice. Un bossolo di cannone tagliato a metà, una sorta di bicchiere di rame lucente. Tirato a lustro. Non dimenticava, il prete, chi era stato e cosa aveva fatto.</b><b> </b><b>Tolse dalla valigia una piccola teca, la aprì. Appoggiò sul lino candido l’unica grande ostia che conteneva. Accarezzò l’astuccio prima di riporlo. Levigato, lucido. Ricavato dal fanone della prima balena che aveva arpionato. Anche quello era il suo passato.</b><b> </b><b>Le ampolline del vino e dell’acqua.</b><b> </b><b>Accese una candela, colò su una pietra qualche goccia di cera. L’esile fiamma rimase dritta e forte nella brezza mattutina.</b><b> </b><b>Il prete socchiuse gli occhi, poi guardò la piccola mensa sacra, imbandita ai suoi piedi.</b><b> </b><b><i>Introibo ad altare Dei.</i></b><b> </b><b>Era una cosa buona quella messa che diceva in assoluta solitudine ormai da qualche anno, sul versante settentrionale della collina. Il Montello chiudeva il corso del largo fiume che scendeva dalle Alpi e andava a gettarsi in mare vicino a Venezia. Una cosa giusta. Un modo per riequilibrare il male fatto, il sangue versato.</b><b> </b><b>Gli pareva di ricacciare il peccato dentro gli argini e le difese della religione. Come chiuderlo in un grande sacco e farlo rotolare via, lontano dagli occhi e dall’anima. In una forra, in un burrone inaccessibile della collina. Annegarlo nella corrente della Piave, disperderlo nel mare infinito. Dove nessuno lo potesse ritrovare. Ma il male è inestirpabile.</b><b> </b><b><i>In nomine Domini. Qui fecit caelum et terram.</i></b><b> </b><b>È il buon Dio che ogni tanto si ricorda di bilanciare il bene col male. In cielo e in terra.</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>……</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b><i>In principio erat Verbum. </i></b><b>Gli pesò addosso, intenso e dolorante quanto mai gli era accaduto, il destino inespugnabile. Scabro come la pelle di un pellagroso. Non possedeva forze né per contrastarlo né per decifrarlo. Si sentiva in balia delle correnti maligne che attraversavano la sua piccola storia. Un momento, la furia di un attimo e gli eventi deviavano verso un’altra strada. La vita accelerava e prendeva a correre alla cieca. Follie improvvise e devastanti. L’ira sorda e buia.</b><b> </b><b><i>Erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum.</i></b><b> </b><b>In certi momenti la paura gli schiacciava l’anima, un artiglio di ferro.</b><b> </b><b><i>Et Verbum caro factum est. </i></b><b>Che trasformazione dolorosa, che tormento crudele e inesplicabile. Le parole che diventano carne.</b><b> </b><b>Come un cavallo imbizzarrito e sfuggito alla briglia, gli attraversò la mente la sua esplorazione furtiva di qualche anno prima. Una fitta di gioia e paura insieme.</b><b> </b><b>Si vide sulla sommità della collina, salito di corsa da una presa in terra battuta che si inerpicava aspra e selvaggia da Giavera, attraversava lo stradone e il canale della Brentella. I boschi spinosi di acacie. Il tamburo del cuore, impazzito per la fatica. Il respiro largo delle grave attorno al grande fiume illuminato dal sole.</b><b> </b><b>Alle sue spalle le case del villaggio, un po’ sassi, un po’ mattoni. Basse, addossate le une alle altre, quasi a farsi coraggio, i tetti di pietra rossa. Sulla destra gli orti e i campi coltivati. Frumento, patate, erbaspagna. Vicini alle case, i pollai con le siepi di rovi e spini per tenere a bada volpi e faine. Che ne sapevano più del diavolo e trovavano sempre il modo di arrangiarsi.</b><b> </b><b>Come i Montelliani stessi, del resto.</b><b> </b><b>Qua e là i cespugli di ginepro e i cespi affioranti dei bruscandoli, buoni da friggerci le uova. Canneti e qualche campo d’orzo. Il paese del Santo Angelo Custode era una cosa viva, un corpo che teneva la schiena attaccata al digradare della collina e il volto proteso in avanti a guardare la valle e, oltre il greto del fiume, le montagne. Alte, lontane e inaccessibili come roccaforti.</b><b> </b><b>La collina non era né carne né pesce. Non era montagna ma nemmeno ancora pianura. Ma era viva, aveva un’anima.</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>……</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>Aveva atteso l’alba seduto in cima alla collina. Non si ricordava quanto tumultuosa e improvvisa fosse la luce dell’aurora. Un fiume in piena che separava il buio della notte dal giorno. Una creazione che si rinnovava di continuo.</b><b> </b><b>A sinistra il Grappa, aspro e forte. Sotto di lui il Monfenera da cui millenarie generazioni di genti contadine avevano tratto foraggio e fieno. E Possagno dove Antonio Canova aveva sudato e faticato e pianto sul candore immacolato dei suoi marmi. A lavorarci col trapano appoggiato sullo sterno, fino a procurarsi un buco in mezzo al petto. La fatica e i sacrifici della bellezza. Al centro il solco sottile e luminoso della Piave, una coltellata sottile nel grande anfiteatro dei monti, il chiodo di una meridiana immensa.</b><b> </b><b>E poi, in direzione del sole nascente, il Cesen, brullo e nevoso. Alto, a proteggere Valdobbiadene, il paese da cui tanti secoli prima, dilaniato dal dolore, era fuggito Venanzio, il poeta della croce cristiana e del pange lingua.</b><b> </b><b>La Valmarena da cui saliva, bianca e sinuosa come una serpe d’acqua appena uscita dall’occhio lungo dei laghi di Revine, la mulattiera del San Boldo. Una scala esile che sfidava la pendenza terribile della montagna. Varco buono per banditi e briganti, bracconieri e contrabbandieri che in un balzo passavano nella Valbelluna. E ogni tanto scendevano a valle a spargere terrore e paura. Ancora più in là, oltre la Faverghera e il nastro bianco della strada che si inerpica verso la sella del Fadalto, il Pizzoc imbiancato e il forestoso Cansiglio.</b><b> </b><b>Era stato sommerso dalla visione. Dal tempo infinito e imperscrutabile degli eventi, dal dolore e dalle speranze degli uomini. Dalla sua impotenza e dal lavoro che lo attendeva.</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>……</b><b></b></span> <span style="color: #000000;"><b>Sopra di lui ancora la voluta ampia della pojana. Il delitto era una soma pesante da portare, insopportabile. Richiuse la valigia.</b><b> </b><b>Imboccò con passo stanco la presa che lo avrebbe riportato a casa.</b><b> </b><b>E tuttavia avvertiva anche la dolcezza e il conforto di quelle ore di solitudine. Come fosse stata la sua anima a richiamare l’alba dalla sommità della collina, a far nascere il giorno nuovo. Ogni giorno è un dono, a suo modo una resurrezione. O magari la nascita vera. Un po’ come il tempo vissuto da Lazzaro dopo essere stato richiamato alla vita. Un guadagno, un regalo di ore e anni, un supplemento di vita da riempire di cose ed eventi. Quante volte la morte lo aveva sfiorato, quanto ci era stato vicino. Poi ebbe un pensiero. Deviò, prese il sentiero che metteva in comunicazione la presa su cui si trovava con quella vicina. Gli tornò in mente, dolorante e imperiosa, un’altra alba della sua vita.</b><b></b></span></p>
<h2><span style="color: #000000;"><b>LE PRIME DUE PRESENTAZIONI</b></span></h2>
<p><span style="color: #000000;"><b>Prima di Natale ho proposto due volte il DELITTO SULLA COLLINA PROIBITA. Il primo scenario è stata la splendida sala degli affreschi di palazzo Giacomelli, in centro a Treviso. </b><b>Il 17 dicembre hanno parlato del mio libro l’avvocato Riccardo Mazzariol, presidente dell’Ateneo di </b></span><span style="color: #000000;"><b>Treviso e l’avvocato Paolo De Girolami, presidente dell’ordine degli avvocati di Treviso.</b></span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/olympus-digital-camera-11/" rel="attachment wp-att-2473"><img class="alignleft  wp-image-2473" alt="Foto 1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-1-300x225.jpg" width="210" height="158" /></a> <a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/olympus-digital-camera-12/" rel="attachment wp-att-2474"><img class="alignright  wp-image-2474" alt="Foto 2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-2-300x225.jpg" width="210" height="158" /></a></p>
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<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/olympus-digital-camera-13/" rel="attachment wp-att-2475"><img class=" wp-image-2475 alignleft" alt="Foto 3" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-3-300x225.jpg" width="210" height="158" /></a> <a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/olympus-digital-camera-14/" rel="attachment wp-att-2476"><img class="alignright  wp-image-2476" alt="Foto 4" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-4-300x225.jpg" width="210" height="158" /></a></p>
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<p><b style="color: #000000;">Due giorni dopo, il 19, ho proposto il romanzo negli affascinanti spazi della Fornace del Sile, tra Casale e Musestre, ospite di Maria Laura Bertolazzi e delle Donne Jacaranda. Ha letto brani del libro la giornalista e scrittrice Paola Pastacaldi.</b></p>
<p><img class="alignleft  wp-image-2477" alt="foto 5" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-5-300x200.jpg" width="210" height="140" /></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/foto-6/" rel="attachment wp-att-2478"><img class="alignright  wp-image-2478" alt="foto 6" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-6.jpg" width="181" height="136" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/foto-7/" rel="attachment wp-att-2479"><img class="aligncenter  wp-image-2479" alt="foto 7" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-7-575x1024.png" width="207" height="368" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/foto-8/" rel="attachment wp-att-2480"><img class="alignleft  wp-image-2480" alt="foto 8" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-8-300x200.jpg" width="210" height="140" /></a></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/la-prima-recensione/foto-9/" rel="attachment wp-att-2481"><img class="alignright  wp-image-2481" alt="foto 9" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/12/foto-9-300x202.jpg" width="210" height="141" /></a></p>
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		<title>LINDA ONIGO RIVEDE LA LUCE A PIU DI UN SECOLO DAL DELITTO</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2014 15:29:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Così la Tribuna Illustrata rappresentò il delitto di Teodolinda Onigo nella sua tavola di prima pagina   Il poster per la rappresentazione a Treviso della pièce teatrale tratta dal romanzo Il delitto della contessa Onigo nel giorno centenario del delitto, l’11 marzo 1903. L’evento è stato ripreso dal quotidiano Il Gazzettino che gli ha dedicato tre pagine in tre giorni successivi   &#160;     &#160; LINDA ONIGO, UNA DONNA SOLA &#160; &#160; Col mio romanzo Il delitto della contessa Onigo ho riaperto un caso che dormiva da secoli. Nel giugno del 2014, a quasi venti anni dalla pubblicazione del romanzo, grazie alle Opere Pie di Onigo e all’architetto restauratore Fiorenzo Bernardi, è stato riportato all’antico splendore il tempietto che ospita le spoglie mortali di Caterina (Caterina o Catterina, con doppia “t”? Nel testo che segue spiego  anche questo) Jaquillard Onigo, di suo marito Guglielmo Onigo, della loro figlia Zenobia Teodolinda Costanza Onigo. Nell’occasione sono state riesumate le tre salme. Con molta commozione e qualche grande sorpresa. Per ricordare  l’evento è stato edito il libro IL DONO DI CATTERINA (EDIZIONI TERRA FERMA delle GRAFICHE ANTIGA, curato da Fiorenzo Bernardi, con un mio scritto (che qui viene riportato integralmente), con una breve nota sugli Onigo di Gabriele Farronato. Il libro è aperto dalle presentazioni di Albino Bistacco, presidente delle Opere Pie di Onigo, di Marco Turato, sindaco di Pederobba, di Caterina Griffante, pastora della chiesa valdese di Venezia, Mestre e Conegliano. ____________________________________________________________________   11 marzo 1903: poco dopo le 16 il contadino di Trevignano Pietro Bianchet uccide con due colpi di scure la sua padrona, la contessa Zenobia Teodolinda Costanza Onigo. Lo scenario è quello di villa Onigo, a due passi dal centro di Treviso e in riva al Sile. 12 marzo 1904, giusto un anno dopo: la corte di Assise di Venezia emette la sua sentenza, dopo alcuni giorni di un processo concitato e molto partecipato dalle genti venete. Un dibattito serratissimo durante il quale non mancarono i colpi di scena. Del delitto e del processo si interessarono i giornali di tutto il mondo. Le gazzette venete dedicarono agli eventi la prima pagina e titoli su tutte le colonne. Furono impegnati disegnatori e ritrattisti. I quotidiani del tempo, per lo più quattro fogli, erano molto tetri. Grafica e titolazione erano poco curate. Prime pagine con una o più immagini erano una rarità. La Stampa di Torino (la Onigo era di fede valdese e la Val Pellice, che dei Valdesi è la roccaforte, si trova proprio in provincia di Torino) ne diede notizia nonostante i termini della sentenza fossero giunti poco prima della chiusura del giornale (nella concitazione il nome della vittima viene scritto con graffia errata): “Ci telegrafano da Venezia, 12 (cioè 12 marzo), ore 23 e 30: stasera è terminato il processo per il delitto della contessa Orrigo. I giurati esclusero la premeditazione, ammettendo la provocazione grave e concedendo le circostanze attenuanti. La Corte ha condannato il Bianchet a otto anni e nove mesi di reclusione. La folle fece una dimostrazione all’accusato. Si eseguirono alcuni arresti”. Il settimanale diocesano La vita del popolo (controcorrente rispetto all’opinione popolare che era tutta dalla parte dell’assassino, come sottolinea anche il breve lancio stampa del quotidiano torinese) commentò acido: “Noi siamo rimasti addirittura stomacati e avviliti al notare il contegno ributtante di molta parte del popolo veneziano che rumoreggiava durante il consiglio dei giurati e poi, dopo la condanna accompagnava il Bianchet sulle barche gridandogli Evviva. Come? Evviva gridate ad un uomo, sia pur stato eccitato quanto si voglia, che s’è macchiato del sangue di una signora, più che malvagia, affetta da mania? Via, canaglia!”. Nessun moralismo, al contrario, tra la gente. In compenso, un po’ di sano cinismo. In entrambe le occasioni le cabale ricavarono dalle vicende vari numeri e, davanti ai botteghini del lotto, i Trevisani fecero la fila. La sintesi più fulminante la diede, subito dopo il delitto, un sensale di cavalli, al bar della Stella (è la zona dell’attuale trevisana Piazza Borsa, a due passi dal palazzo Onigo): “Mal morta ma ben copada”. Il cronista del Gazzettino gli era casualmente accanto, colse al volo la feroce battuta e il giorno dopo ne trasse addirittura il titolo. *** 1903-1904, un biennio di quell’Europa e di quel mondo che correva a precipizio verso la prima guerra planetaria. Quella che la bolsa retorica patriottarda ha consegnato all’immaginario del popolo italiano con l’etichetta di Grande Guerra. Come se le guerre non fossero tutte piccole, non fossero sempre e comunque il più antico disonore dell’uomo, per dirla con Erich Maria Remarque. Disonore, certo: votati a diventare inconsapevole e strumentale carne da cannone nell’ormai prossimo conflitto, erano i miserabili diseredati che tanta parte hanno in questa vicenda. Il secolo era iniziato nel modo più tragico e minaccioso in tutto il mondo, dalla rivolta cinese dei boxer ai conflitti attorno al canale di Panama. I luoghi di Bianchet e della Onigo, la Val della Piave e i monti circostanti, di quella guerra furono il teatro sul suolo italiano. Il 29 luglio 1900, l’anarchico Gaetano Bresci, di professione filatore di seta come il manzoniano Renzo Tramaglino, uccide a Monza re Umberto di Savoia con tre colpi di una pistola di piccolo calibro. Due proiettili a segno, uno a vuoto. Qualche istante prima di essere ammazzato, Umberto aveva detto al generale Ponzio Vaglia che gli sedeva vicino: “Era molto tempo che non assistevo in mezzo al mio popolo ad una dimostrazione di simpatia così cordiale”. Furono le ultime parole che pronunciò, emblema e paradigma perfino imbarazzanti di una grande illusione. La vecchia Europa stava per essere travolta e i suoi governanti pensavano ad una ottimistica eternazione dello status quo. Cioè l’assetto sociale che aveva trionfalmente celebrato nell’Expo di Parigi le indefettibili magnifiche sorti e progressive (come direbbero Giacomo Leopardi e Terenzio Mamiani) dell’umanità. Chissà se durante i suoi viaggi parigini Linda aveva mai visitato i luoghi della fiera mondiale. La grande illusione. Perché, paradossalmente, questi sono tempi di rigoglio intellettuale e scientifico. Per restare solo nel campo della scienza, in questo biennio Michail Tswett (italiano, naturalizzato polacco) inventa la cromatografia per adsorbimento, fondamentale per separare e identificare le sostanze organiche; Valdemar Poulsen realizza il generatore ad arco per radiocomunicazioni, aprendo la strada alla rivoluzione mediatica del secolo; William Ramsay scopre l’esistenza dei gas cripto e xeno nell’atmosfera; Erik Ivar Fredholm, un matematico svedese, mette a punto la teoria delle equazioni integrali; i due grandi fisici inglesi Ernest Rutherford e Frederich Soddy formulano la teoria generale della radioattività; John Ambrose Fleming brevetta il diodo; Julius Elster inventa la cellula fotoelettrica. E vale proprio la pena di ricordare che il 17 dicembre 1903 Orville e Wilbur Wright, due costruttori americani di biciclette (molto in voga il velocipede: nel luglio del 1903, per iniziativa di un ex avvocato parigino, Henri Desgrange, parte il primo Tour de France) fecero alzare nella cittadina di Kitty Hawk, un ventoso villaggio di pescatori del North Carolina, il primo apparecchio meccanico volante con pilota a bordo. L’alba radiosa di una nuova epoca, l’ultimo luminoso secolo del secondo millennio. Una rivoluzione. Ma queste invenzioni avrebbero trovato di lì a poco l’applicazione più orribile che un uomo possa fare della sua capacità e della sua intelligenza: la guerra. *** Nei giorni e nei mesi della grande illusione di inizio secolo, il Veneto di Linda Onigo e di Pietro Bianchet è fermo al medioevo. La Onigo è la grande feudataria. Solo per stare nella piccola patria di Bianchet, l’intera Trevignano le appartiene tutta. Uomini, case, animali. Le strade e le canalette dell’acqua derivata dalla Brentella. Il 3 novembre 1903 il piemontese Giovanni Giolitti succede al bresciano Giuseppe Zanardelli e inaugura il suo secondo governo. Ho preso il giorno del delitto come campione. Di quel mercoledì 11 marzo 1903, scorro le 16 pagine della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia (è il numero 50) e le 34 pagine degli Atti Parlamentari (Tornata dell’11 marzo 1903, Legislatura XXI, II sessione, presidente Giuseppe Biancheri). Il 13 è giorno di interrogazioni. Si parla di lavori pubblici al sud, dell’erigendo policlinico di Roma, del tribunale di Reggio Calabria. Del Veneto non è traccia, perduto lassù al nord, nelle brume di una cultura che per certi aspetti è ferma alla servitù della gleba. È il Veneto dei pisnenti e dei repetini. Pisnente (o bisnente, là dove la bilabiale si fa sonora) corrisponde al termine italiano pigionante. Ma l’orecchio popolare vi sentiva una ben diversa etimologia. Falsa ma verissima: peggio di niente (o due volte niente). Giuseppe Boerio, nel suo dizionario del dialetto veneziano, lo assimila al termine masenente (perché stiamo parlando del contadino che pagava la masena, doveva subire la tassa sul macinato) e lo definisce “quel villico miserabile che va a guadagnarsi il pane lavorando a giornata”. Non è proprio così. Come ci ricorda Ulderico Bernardi nel suo memorabile Abecedario dei villani, i pisnenti erano le vittime di una dissennata politica agricola che spezzettava il territorio in microscopici appezzamenti. Bisognava sfruttarli al massimo e scriteriatamente, quei francobolli di terra, per ricavarne di che vivere. E ovviamente per pagare il padrone del fondo. Il contratto di mezzadria, per quanto iniquo, era ancora una utopia. Ecco il ritratto che, dei pisnenti, leggiamo nell’Inchiesta Agraria Jacini: “…li trovate ad ogni passo… affezionati alle poche zolle… Certamente son poverissimi; e basterebbe a dimostrare la miseria in cui vivono queste famiglie, l’aspetto delle donne che scendono dalla montagna… limosinando il tozzo di polenta…”. Il pisnente vachetin, il possessore di una vacca, era un privilegiato. Davvero l’ultimo gradino della scala sociale. Tra l’altro, i pisnenti, erano in terribile concorrenza l’uno con l’altro: quando, per disperazione, il podere inadeguato a trarne di che sopravvivere veniva lasciato, c’era sempre uno più disperato del partente pronto a subentrare. Eppure, più in giù di quell’ultimo gradino, interrato e nascosto vi era ancora qualcuno, il repetin che era il miserabile per definizione, il nullatenente assoluto. L’uccisore di Linda Onigo, Pietro Bianchet, 27 anni e alto nemmeno quanto bastava per fare il servizio militare, era appunto un pisnente. Abitava (una casupola col pavimento in terra e senza vetri alle finestre) a Trevignano, a qualche passo dai due piloni in mattoni ancora oggi visibili che si trovano davanti alla villa Onigo. Era sposato con Maria Semenzin e aveva una figlia. Il ritratto fotografico, fattogli dopo l’arresto, dimostra sul corpo le tracce di una pellagra già cronicizzata e irreversibile. La pellagra è uno dei neri simboli di quel periodo. E il processo a Bianchet fu un vero e proprio processo per pellagra. Il dato disponibile per il 1905 registra in Italia 46.984 casi di pellagra (ovviamente denunciati e dunque senza tenere conto del sommerso). Ben 27.781 sono nel Veneto: quasi il sessanta per cento! Il male della polenta, come tutti sanno. Nella dieta dei contadini mancavano alcune sostanze organiche (la niacina che è una vitamina e il triptofano, un amminoacido) di cui sono ricche verdure e latte. Quindi per evitare che il morbo diventasse cronico e devastasse corpo e cervello (quanti suicidi tra i pellagrosi, impiccati ad una trave della tesa!) bastava variare un po’ la dieta. Bastava introdurre proteine: qualche uovo, un po’ di carne. I pellagrosari (ve ne era uno a Montebelluna, alla estremità occidentale del Montello, appena qualche chilometro da Trevignano) erano ospedali stagionali. Aprivano per qualche mese, poi chiudevano. Ospitavano gli ammalati, li nutrivano con cibi proteici, li rimandavano a casa guariti. Ma poi la polenta, piatto unico, tornava a far danni. Dunque possiamo supporre che gli anni di carcere di Pietro Bianchet, dal punto di vista della dieta e dunque della salute, siano stati i migliori della sua vita. *** Quel Veneto di pisnenti e di repetini sarebbe uscito dalle brume di una sostanziale marginalità rispetto al tessuto nazionale di lì a qualche anno col primo conflitto mondiale. Dopo Caporetto, il Grappa, il Montello e la Piave sarebbero diventati teatro degli scontri decisivi. In quel Veneto medievale sarebbe nata la nuova Italia perché, per la prima volta, sulle trincee del Monte Grappa o sotto il Cesen il calabrese avrebbe parlato col sardo, il pisnente veneto avrebbe cercato di farsi capire (spesso serviva un interprete!) con il suo omologo siciliano, il jurnataro, l’uomo che andava a lavorare a giornata. Si sarebbero conosciuti e affratellati molisani, toscani e pugliesi. Da quel Veneto sull’orlo del baratro vennero due sussulti. Il 4 agosto 1903 Giuseppe Melchiorre Sarto, nativo di Riese (un paese vicino a Castelfranco) e forte dell’esperienza di parroco di campagna (un unicum!), fu eletto papa col nome di Pio X. Succedette a Leone XIII, morto il 20 luglio. Un papato fondamentale, qualunque analisi se ne voglia fare, nel secolo che stava nascendo. E l’altro sussulto venne proprio dal caso Bianchet-Onigo. Perché il presidente della corte, Vittorio Vanzetti, e la giuria dovettero interrogarsi se applicare severamente (o anche soltanto rigorosamente) la legge o tenere invece conto delle condizioni di miseria, ignoranza e sfruttamento in cui il delitto aveva messo radici. Un bivio storico. Di fatto non c’era processo: Pietro era reo confesso e aveva ucciso davanti a molti testimoni. Anche sulla spinta del favore popolare nei riguardi di Bianchet, si scelse la strada dell’indulgenza. La parte civile giudicò una sciagura la pena relativamente tenue inflitta all’omicida. Del resto i condizionamenti ambientali erano pesanti. Il processo era stato portato a Venezia per sottrarlo alle pressioni di una Treviso se non pregiudizialmente ostile alla Onigo, almeno assolutoria nei confronti di chi l’aveva uccisa Ma il trasferimento del dibattito processuale si rivelò, nella logica di questa miope strategia, un tragico errore perché Venezia divenne una cassa di risonanza mondiale. Senza contare che la gente riempiva l’aula del tribunale urlando a favore del contadino di Trevignano. Lo aspettava nei suoi trasferimenti, al Ponte della Paglia e lungo i canali che conducevano al tribunale vicino a Rialto. Gli urlava incoraggiamento e sostegno. E si tenevano pubbliche collette per sostenere la moglie di Bianchet, Maria, rimasta sola con due figlie. La nascita della seconda figlia era stata il detonatore del delitto. In quei giorni del marzo 1903, Bianchet si era recato, come ogni anno, a eseguire i lavori primaverili nel parco della contessa Onigo, sulle rive cittadine del Sile. Era in compagnia di altri contadini di Trevignano che si trovarono dunque ad essere testimoni del delitto. (Oggi quei posti sono ancora adibiti a verde. Sono i giardini pubblici detti di sant’Andrea poiché digradano dalla piazza su cui si affaccia la chiesa omonima. Della villa, colpita dai bombardamenti bellici, sono rimaste a lungo le rovine. Io abitavo nella vicinissima via Palestro e ricordo che, nonostante i pericoli e le connesse proibizioni a frequentare il luogo, tra quelle rovine ho giocato. Poi il terreno è stato sgomberato dalle fatiscenti macerie e nulla è stato costruito al posto del vecchio palazzo. Ora quel lato della piazza è completamente aperto e scende verso le acque del fiume). Si diceva che si andava a opera. Per quel lavoro (ovviamente alla sera bisognava trovare un improvvisato ricovero, non si tornava a casa visto che ogni trasferimento avveniva a piedi) Bianchet guadagnava la miseria di una lira al giorno (diciamo una ventina di euro, o poco più) con cui doveva provvedere a mantenersi e agli strumenti di lavoro. E ovviamente bisognava mandare qualcosa a casa. A Treviso Bianchet fu raggiunto dalla notizia che la moglie aveva partorito la seconda figlia. Chiese, per il tramite di Giuseppe Sabbione, il segretario della contessa, di poter tornare a casa, di avere un sacco di grano per i primi bisogni e, non potendo trasportare a piedi quel peso, i soldi per usufruire di un mezzo pubblico. Gli fu rifiutata ogni cosa. Questo il 10 marzo. Il giorno 11 (erano le quattro e venti del pomeriggio) Bianchet attese la contessa che passava come ogni giorno nei vialetti del parco per esaminare lo stato dei lavori. Sempre in compagnia di Sabbione. (Giuseppe Sabbione rappresenta un po’ la filigrana di tutta questa vicenda. È sempre, con discrezione e sullo sfondo, presente. Prima accanto a Linda, poi accanto a Caterina che lo nomina nel suo testamento primo amministratore delle Opere Pie di Pederobba. Nasce a Torino nel 1845 e muore a Pederobba il 17 dicembre 1925. Fu pittore di cui si conosce un ritratto di Umberto I conservato nella biblioteca di Montechiaro d’Asti; è suo anche il ritratto di Linda Onigo che si trova presso le Opere Pie, nella sala delle pergamene Onigo. Fu possidente terriero e innovatore in campo agricolo visto che alla fine dell’Ottocento sperimentò i primi cannoni antigrandine. Perse molto presto la moglie sulla quale girava voce che fosse figlia morganatica di Vittorio Emanuele II, forse figlia di Rosa Vercellona, per i Piemontesi “la bella Rusin”, forse dell’attrice Laura Bon). Il bracciante fingeva di lavorare con l’accetta alle radici di una magnolia. Linda lo aggredì dicendo che così rovinava la pianta. Bianchet si girò e con due colpi di scure le staccò la testa dal collo. Sul delitto del 1903 e sul susseguente processo del 1904 non si è mai offuscata del tutto la memoria. A me è capitato di raccontare quei fatti nel mio primo, fortunato romanzo, Il delitto della contessa Onigo. Quella memoria viene oggi riaperta dallo scrupolo e dalla lungimiranza dell’architetto Fiorenzo Bernardi, noto restauratore, e dagli amministratori delle Opere Pie. Il restauro del tempietto che, proprio nel giardino delle Opere Pie di Pederobba ospita le spoglie mortali di Linda Onigo, di sua madre Caterina Jaquillard, di suo padre Guglielmo, ha chiamato una riesumazione delle salme. *** Al processo non furono esibite le risultanze di un esame autoptico che con tutta evidenza non c’è mai stato. Giudicato del tutto inutile, evidentemente. E già da questo punto di vista l’ispezione delle salme, a più di un secolo dalla inumazione di Linda Onigo, porta un elemento di novità. Vi è concordanza tra i testimoni nel dire che i colpi inferti alla contessa furono due. Ma si evince dagli atti processuali che furono entrambi portati al collo. Quello che emerge ora è che la calotta cranica della Onigo è sfondata. Il cranio presenta un taglio netto a partire dalla fronte, poco sopra le orbite oculari. Appare praticamente scoperchiato. Il che significa che un colpo (il primo, molto presumibilmente; il contrario sembra del tutto innaturale e improbabile) fu portato alla testa. Se è così, la dinamica del delitto è da rivedere. Bianchet prima colpisce al capo la sua vittima, poi, quando essa è crollata, le infligge la decapitazione. C’è da aggiungere che il Gazzettino pubblicò una ricostruzione grafica del delitto (due anzi, perché in una fu ritratto Bianchet in fuga) e in tale ricostruzione il capo di Linda appare integro. E intatta appare l’acconciatura dei capelli raccolti a crocchia sulla nuca. Così il giornalista del Gazzettino nella cronaca processuale di venerdì 26 febbraio 1904: “Quel giorno la contessa Onigo vestiva signorilmente, dacché era giorno di visita in cui aveva ospitato alcune intime amiche. La sottana era di bleu scuro con quadriglie di velluto rosso. La blusa era di seta a righe diagonali bianche e nere. Attorno al collo era allacciato un fazzoletto a nastro bianco e verde oliva… Il primo colpo di scure menato improvvisamente con violenza al collo della signora deve aver prodotto la ferita minore, ma bastante a impedire che la vittima emettesse qualsiasi grido. La violenza di questo primo colpo fece cadere supina la contessa, cioè col dorso sul terreno, di più fece balzare un’orecchino (sic) in vicolo Fiumicelli, che dista tre metri dal punto dove giacque il cadavere, e spezzò la catena d’oro che teneva l’orologio, la quale si rovesciò indietro sopra i capelli ed era imbrattata di sangue. Circa due ore dopo il delitto, l’autorità giudiziaria praticò il sopralluogo e ordinò il trasporto del cadavere in ospedale. L’orologio andava ancora e segnava le ore 6.10 pomeridiane. Sotto il cadavere furono trovati gli occhiali a molle da miope. Fra il muro di cinta e la testa del cadavere si rinvenne un pettine da signora. Qua e là intorno al cadavere erano sparse delle viole mammole recise”. Come si vede si fanno molti accenni al capo della Onigo, ma al fatto che ci sia stato un colpo che ha sfondato la calotta cranica non vi è neppure cenno. *** Ma l’apertura della tomba fa giustizia di un fatto leggendario o, se si preferisce più banalmente, di un gossip fiorito nei giorni dell’inumazione. Si disse che la paura che il corpo di Linda Onigo fosse oggetto di qualche oltraggio aveva spinto a seppellirla segretamente in una tomba provvisoria, in un cimitero dei dintorni. Gossip o verità? Non c’è risposta ma, se questa diceria corrispondesse alla realtà, andrebbe a comporre un quadro omogeneo e coerente. Le cronache dei funerali parlano di tumulti popolari al passaggio del corteo, di personale delle pompe funebri impaurito, di tentativi di spingere il carro funebre a spallate nella corrente del Sile. I quattro palafrenieri, ognuno vicino ai quattro cavalli che trascinavano il pesante carro funerario, furono costretti a sforzi sovrumani per tenere a bada gli animali nervosi e a loro volta impauriti. E il mattino successivo alla inumazione, mi ha testimoniato il figlio di una persona che viveva allora a Pederobba, ci si accorse che durante la notte sulla tomba erano state messe tavole e pietre “per impedire che l’anima si alzasse verso il cielo”. Comunque sia, ora sappiamo che davvero Linda dorme in pace in quel tempietto. Abbracciata alla madre Caterina, che morì qualche anno dopo di lei, e al padre Guglielmo. *** Zenobia Teodolinda Costanza Onigo aveva una personalità complessa. Il processo per il suo omicidio fu drammatico. Non solo per le dimostrazioni popolari, non solo per la interminabile teoria di testimoni che occuparono magistrati e giuria in lunghissime, defatiganti sedute (praticamente l’intera Trevignano, compreso il parroco, don Sante Perdon, e Beniamino Bresolin, il maestro elementare, si era trasferita a Venezia), non solo perché in molti si era fatta strada la consapevolezza che stava franando in modo irreversibile una organizzazione sociale di tipo feudale. Tra costoro vi era anche Gian Giacomo Felissent, cugino e affettuosissimo amico (l’unico?) di Linda, come si evince dal carteggio intercorso tra i due. Non solo perché fu molto imbarazzante gestire un colpevole che si voleva far apparire un mostro e invece si comportò con grandissima dignità, rimanendo sempre in silenzio, se si fa eccezione per qualche interrogatorio diretto da parte del presidente della corte Vanzetti. Quando, completata l’escussione dei testi e prima della sentenza, Vanzetti gli rivolse la rituale domanda se avesse qualcosa da dire, Bianchet si alzò in piedi e rispose seccamente e pacatamente di no. Non solo perché erano in gioco lo status e la credibilità di una classe sociale. Il fatto è che quel processo per pellagra fu il processo ad un’epoca e dispiegò un meccanismo devastante. Linda, la vittima, fu letteralmente massacrata dal susseguirsi delle testimonianze. In certi momenti sembrò, in quell’aula del tribunale veneziano, che la vittima diventasse la vera colpevole. Si può fare l’esempio del parroco il quale raccontò che Bianchet non andava mai in chiesa e, da simpatizzante socialista, non dimostrava alcun favore per il suo abito talare. Una testimonianza che in un primo tempo apparve una manna per la parte civile perché finalmente metteva l’imputato in cattiva luce agli occhi della giuria. Ma prima di lasciare il banco dei testimoni, il buon parroco chiese al presidente se poteva aggiungere una cosa. Disse semplicemente: “Se non avesse avuto fame non avrebbe ucciso”. Un’altra testimonianza cercò di far apparire Linda come una benefattrice della sua città. Aveva regalato al comune di Treviso delle pietre spacciandole per preziosi cimeli archeologici. E invece si capì subito che la contessa voleva disfarsi a spese di altri di uno scomodo ingombro. Un disastro, insomma. *** Ma questo processo che stritola la vittima e la trasforma in colpevole, deve indurre ad una riflessione sulla “verità psicologica” di Linda. È quanto ho cercato di fare nel mio romanzo. Di Linda ho letto le lettere che scriveva ed esaminato gli eventi che ne caratterizzarono la vita. Spero di aver colto la sua anima. Che era l’anima di una donna sola. Probabilmente preda e prigioniera di una malattia che allora era conosciuta pochissimo, la depressione.... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/tribuna-illustrata.jpg"><img class="wp-image-2247" alt="tribuna illustrata" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/tribuna-illustrata.jpg" width="208" height="275" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><b>Così la Tribuna Illustrata rappresentò il delitto di Teodolinda Onigo nella sua tavola di prima pagina</b></p>
<p style="text-align: center;"><b> <a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/LOCANDINA-DELLA-PIECE-TEATRALE.jpg"><img class="wp-image-2260 aligncenter" alt="LOCANDINA DELLA PIECE TEATRALE" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/LOCANDINA-DELLA-PIECE-TEATRALE.jpg" width="209" height="292" /></a></b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Il poster per la rappresentazione a Treviso della pièce teatrale tratta dal romanzo Il delitto della contessa Onigo nel giorno centenario del delitto, l’11 marzo 1903. L’evento è stato ripreso dal quotidiano Il Gazzettino che gli ha dedicato tre pagine in tre giorni successivi</b></p>
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<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/copertina-dono-catterina.jpg"><img class="wp-image-2259 alignright" alt="copertina dono catterina" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2014/07/copertina-dono-catterina.jpg" width="173" height="250" /></a></p>
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</div>
<p>&nbsp;<br />
<b style="color: #000000; font-family: 'times new roman', times; font-size: xx-large;">LINDA ONIGO,</b></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong style="color: #333333;"></strong><strong><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: xx-large;">UNA DONNA SOLA</span></strong></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; color: #000000;"><b><span style="font-size: medium;">Col mio romanzo Il delitto della contessa Onigo ho riaperto un caso che dormiva da secoli.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nel giugno del 2014, a quasi venti anni dalla pubblicazione del romanzo, grazie alle Opere Pie di Onigo e all’architetto restauratore Fiorenzo Bernardi, è stato riportato all’antico splendore il tempietto che ospita le spoglie mortali di Caterina (Caterina o Catterina, con doppia “t”? Nel testo che segue spiego  anche questo) Jaquillard Onigo, di suo marito Guglielmo Onigo, della loro figlia Zenobia Teodolinda Costanza Onigo.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nell’occasione sono state riesumate le tre salme.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Con molta commozione e qualche grande sorpresa.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Per ricordare  l’evento è stato edito il libro IL DONO DI CATTERINA (EDIZIONI TERRA FERMA delle GRAFICHE ANTIGA, curato da Fiorenzo Bernardi, con un mio scritto (che qui viene riportato integralmente), con una breve nota sugli Onigo di Gabriele Farronato. Il libro è aperto dalle presentazioni di Albino Bistacco, presidente delle Opere Pie di Onigo, di Marco Turato, sindaco di Pederobba, di Caterina Griffante, pastora della chiesa valdese di Venezia, Mestre e Conegliano.</span><br />
____________________________________________________________________</b></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">11 marzo 1903: poco dopo le 16 il contadino di Trevignano Pietro Bianchet uccide con due colpi di scure la sua padrona, la contessa Zenobia Teodolinda Costanza Onigo. Lo scenario è quello di villa Onigo, a due passi dal centro di Treviso e in riva al Sile.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> 12 marzo 1904, giusto un anno dopo: la corte di Assise di Venezia emette la sua sentenza, dopo alcuni giorni di un processo concitato e molto partecipato dalle genti venete.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Un dibattito serratissimo durante il quale non mancarono i colpi di scena.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Del delitto e del processo si interessarono i giornali di tutto il mondo. Le gazzette venete dedicarono agli eventi la prima pagina e titoli su tutte le colonne. Furono impegnati disegnatori e ritrattisti. I quotidiani del tempo, per lo più quattro fogli, erano molto tetri. Grafica e titolazione erano poco curate. Prime pagine con una o più immagini erano una rarità.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La Stampa di Torino (la Onigo era di fede valdese e la Val Pellice, che dei Valdesi è la roccaforte, si trova proprio in provincia di Torino) ne diede notizia nonostante i termini della sentenza fossero giunti poco prima della chiusura del giornale (nella concitazione il nome della vittima viene scritto con graffia errata): “Ci telegrafano da Venezia, 12 (cioè 12 marzo), ore 23 e 30: stasera è terminato il processo per il delitto della contessa Orrigo. I giurati esclusero la premeditazione, ammettendo la provocazione grave e concedendo le circostanze attenuanti. La Corte ha condannato il Bianchet a otto anni e nove mesi di reclusione. La folle fece una dimostrazione all’accusato. Si eseguirono alcuni arresti”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il settimanale diocesano La vita del popolo (controcorrente rispetto all’opinione popolare che era tutta dalla parte dell’assassino, come sottolinea anche il breve lancio stampa del quotidiano torinese) commentò acido: “Noi siamo rimasti addirittura stomacati e avviliti al notare il contegno ributtante di molta parte del popolo veneziano che rumoreggiava durante il consiglio dei giurati e poi, dopo la condanna accompagnava il Bianchet sulle barche gridandogli <i>Evviva</i>. Come? Evviva gridate ad un uomo, sia pur stato eccitato quanto si voglia, che s’è macchiato del sangue di una signora, più che malvagia, affetta da mania? Via, canaglia!”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Nessun moralismo, al contrario, tra la gente.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> In compenso, un po’ di sano cinismo. In entrambe le occasioni le cabale ricavarono dalle vicende vari numeri e, davanti ai botteghini del lotto, i Trevisani fecero la fila.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La sintesi più fulminante la diede, subito dopo il delitto, un sensale di cavalli, al bar della Stella (è la zona dell’attuale trevisana Piazza Borsa, a due passi dal palazzo Onigo): “Mal morta ma ben copada”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il cronista del Gazzettino gli era casualmente accanto, colse al volo la feroce battuta e il giorno dopo ne trasse addirittura il titolo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">1903-1904, un biennio di quell’Europa e di quel mondo che correva a precipizio verso la prima guerra planetaria. Quella che la bolsa retorica patriottarda ha consegnato all’immaginario del popolo italiano con l’etichetta di Grande Guerra. Come se le guerre non fossero tutte piccole, non fossero sempre e comunque il più antico disonore dell’uomo, per dirla con Erich Maria Remarque.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Disonore, certo: votati a diventare inconsapevole e strumentale carne da cannone nell’ormai prossimo conflitto, erano i miserabili diseredati che tanta parte hanno in questa vicenda.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il secolo era iniziato nel modo più tragico e minaccioso in tutto il mondo, dalla rivolta cinese dei boxer ai conflitti attorno al canale di Panama. I luoghi di Bianchet e della Onigo, la Val della Piave e i monti circostanti, di quella guerra furono il teatro sul suolo italiano.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il 29 luglio 1900, l’anarchico Gaetano Bresci, di professione filatore di seta come il manzoniano Renzo Tramaglino, uccide a Monza re Umberto di Savoia con tre colpi di una pistola di piccolo calibro. Due proiettili a segno, uno a vuoto. Qualche istante prima di essere ammazzato, Umberto aveva detto al generale Ponzio Vaglia che gli sedeva vicino: “Era molto tempo che non assistevo in mezzo al mio popolo ad una dimostrazione di simpatia così cordiale”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Furono le ultime parole che pronunciò, emblema e paradigma perfino imbarazzanti di una grande illusione.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La vecchia Europa stava per essere travolta e i suoi governanti pensavano ad una ottimistica</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> eternazione dello status quo. Cioè l’assetto sociale che aveva trionfalmente celebrato nell’Expo di Parigi le indefettibili <i>magnifiche sorti e progressive</i> (come direbbero Giacomo Leopardi e Terenzio Mamiani) dell’umanità. Chissà se durante i suoi viaggi parigini Linda aveva mai visitato i luoghi della fiera mondiale. La grande illusione. Perché, paradossalmente, questi sono tempi di rigoglio intellettuale e scientifico.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Per restare solo nel campo della scienza, in questo biennio Michail Tswett (italiano, naturalizzato polacco) inventa la cromatografia per adsorbimento, fondamentale per separare e identificare le sostanze organiche; Valdemar Poulsen realizza il generatore ad arco per radiocomunicazioni, aprendo la strada alla rivoluzione mediatica del secolo; William Ramsay scopre l’esistenza dei gas cripto e xeno nell’atmosfera; Erik Ivar Fredholm, un matematico svedese, mette a punto la teoria delle equazioni integrali; i due grandi fisici inglesi Ernest Rutherford e Frederich Soddy formulano la teoria generale della radioattività; John Ambrose Fleming brevetta il diodo; Julius Elster inventa la cellula fotoelettrica.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E vale proprio la pena di ricordare che il 17 dicembre 1903 Orville e Wilbur Wright, due costruttori americani di biciclette (molto in voga il velocipede: nel luglio del 1903, per iniziativa di un ex avvocato parigino, Henri Desgrange, parte il primo Tour de France) fecero alzare nella cittadina di Kitty Hawk, un ventoso villaggio di pescatori del North Carolina, il primo apparecchio meccanico volante con pilota a bordo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> L’alba radiosa di una nuova epoca, l’ultimo luminoso secolo del secondo millennio. Una rivoluzione. Ma queste invenzioni avrebbero trovato di lì a poco l’applicazione più orribile che un uomo possa fare della sua capacità e della sua intelligenza: la guerra.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Nei giorni e nei mesi della grande illusione di inizio secolo, il Veneto di Linda Onigo e di Pietro Bianchet è fermo al medioevo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La Onigo è la grande feudataria. Solo per stare nella piccola patria di Bianchet, l’intera Trevignano le appartiene tutta. Uomini, case, animali. Le strade e le canalette dell’acqua derivata dalla Brentella.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il 3 novembre 1903 il piemontese Giovanni Giolitti succede al bresciano Giuseppe Zanardelli e inaugura il suo secondo governo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Ho preso il giorno del delitto come campione. Di quel mercoledì 11 marzo 1903, scorro le 16 pagine della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia (è il numero 50) e le 34 pagine degli Atti Parlamentari (Tornata dell’11 marzo 1903, Legislatura XXI, II sessione, presidente Giuseppe Biancheri). Il 13 è giorno di interrogazioni. Si parla di lavori pubblici al sud, dell’erigendo policlinico di Roma, del tribunale di Reggio Calabria.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Del Veneto non è traccia, perduto lassù al nord, nelle brume di una cultura che per certi aspetti è ferma alla servitù della gleba.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> È il Veneto dei <i>pisnenti</i> e dei <i>repetini</i>. <i>Pisnente</i> (o <i>bisnente</i>, là dove la bilabiale si fa sonora) corrisponde al termine italiano <i>pigionante</i>. Ma l’orecchio popolare vi sentiva una ben diversa etimologia. Falsa ma verissima: <i>peggio di niente</i> (o <i>due volte niente</i>). Giuseppe Boerio, nel suo dizionario del dialetto veneziano, lo assimila al termine <i>masenente</i> (perché stiamo parlando del contadino che pagava la <i>masena</i>, doveva subire la tassa sul macinato) e lo definisce “quel villico miserabile che va a guadagnarsi il pane lavorando a giornata”. Non è proprio così. Come ci ricorda Ulderico Bernardi nel suo memorabile <i>Abecedario dei villani</i>, i <i>pisnenti</i> erano le vittime di una dissennata politica agricola che spezzettava il territorio in microscopici appezzamenti. Bisognava sfruttarli al massimo e scriteriatamente, quei francobolli di terra, per ricavarne di che vivere. E ovviamente per pagare il padrone del fondo. Il contratto di mezzadria, per quanto iniquo, era ancora una utopia.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Ecco il ritratto che, dei <i>pisnenti</i>, leggiamo nell’Inchiesta Agraria Jacini: “…li trovate ad ogni passo… affezionati alle poche zolle… Certamente son poverissimi; e basterebbe a dimostrare la miseria in cui vivono queste famiglie, l’aspetto delle donne che scendono dalla montagna… limosinando il tozzo di polenta…”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il <i>pisnente vachetin</i>, il possessore di una vacca, era un privilegiato.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Davvero l’ultimo gradino della scala sociale. Tra l’altro, i <i>pisnenti</i>, erano in terribile concorrenza l’uno con l’altro: quando, per disperazione, il podere inadeguato a trarne di che sopravvivere veniva lasciato, c’era sempre uno più disperato del partente pronto a subentrare.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Eppure, più in giù di quell’ultimo gradino, interrato e nascosto vi era ancora qualcuno, il <i>repetin</i> che era il miserabile per definizione, il nullatenente assoluto.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> L’uccisore di Linda Onigo, Pietro Bianchet, 27 anni e alto nemmeno quanto bastava per fare il servizio militare, era appunto un <i>pisnente</i>. Abitava (una casupola col pavimento in terra e senza vetri alle finestre) a Trevignano, a qualche passo dai due piloni in mattoni ancora oggi visibili che si trovano davanti alla villa Onigo. Era sposato con Maria Semenzin e aveva una figlia. Il ritratto fotografico, fattogli dopo l’arresto, dimostra sul corpo le tracce di una pellagra già cronicizzata e irreversibile.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La pellagra è uno dei neri simboli di quel periodo. E il processo a Bianchet fu un vero e proprio processo per pellagra. Il dato disponibile per il 1905 registra in Italia 46.984 casi di pellagra (ovviamente denunciati e dunque senza tenere conto del sommerso). Ben 27.781 sono nel Veneto: quasi il sessanta per cento! Il male della polenta, come tutti sanno.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Nella dieta dei contadini mancavano alcune sostanze organiche (la niacina che è una vitamina e il triptofano, un amminoacido) di cui sono ricche verdure e latte. Quindi per evitare che il morbo diventasse cronico e devastasse corpo e cervello (quanti suicidi tra i pellagrosi, impiccati ad una trave della tesa!) bastava variare un po’ la dieta. Bastava introdurre proteine: qualche uovo, un po’ di carne.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> I pellagrosari (ve ne era uno a Montebelluna, alla estremità occidentale del Montello, appena qualche chilometro da Trevignano) erano ospedali stagionali. Aprivano per qualche mese, poi chiudevano. Ospitavano gli ammalati, li nutrivano con cibi proteici, li rimandavano a casa guariti. Ma poi la polenta, piatto unico, tornava a far danni.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Dunque possiamo supporre che gli anni di carcere di Pietro Bianchet, dal punto di vista della dieta e dunque della salute, siano stati i migliori della sua vita.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Quel Veneto di <i>pisnenti</i> e di <i>repetini</i> sarebbe uscito dalle brume di una sostanziale marginalità rispetto al tessuto nazionale di lì a qualche anno col primo conflitto mondiale. Dopo Caporetto, il Grappa, il Montello e la Piave sarebbero diventati teatro degli scontri decisivi.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> In quel Veneto medievale sarebbe nata la nuova Italia perché, per la prima volta, sulle trincee del Monte Grappa o sotto il Cesen il calabrese avrebbe parlato col sardo, il <i>pisnente</i> veneto avrebbe cercato di farsi capire (spesso serviva un interprete!) con il suo omologo siciliano, il <i>jurnataro</i>, l’uomo che andava a lavorare a giornata. Si sarebbero conosciuti e affratellati molisani, toscani e pugliesi.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Da quel Veneto sull’orlo del baratro vennero due sussulti.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il 4 agosto 1903 Giuseppe Melchiorre Sarto, nativo di Riese (un paese vicino a Castelfranco) e forte dell’esperienza di parroco di campagna (un unicum!), fu eletto papa col nome di Pio X. Succedette a Leone XIII, morto il 20 luglio. Un papato fondamentale, qualunque analisi se ne voglia fare, nel secolo che stava nascendo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E l’altro sussulto venne proprio dal caso Bianchet-Onigo. Perché il presidente della corte, Vittorio Vanzetti, e la giuria dovettero interrogarsi se applicare severamente (o anche soltanto rigorosamente) la legge o tenere invece conto delle condizioni di miseria, ignoranza e sfruttamento in cui il delitto aveva messo radici. Un bivio storico.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Di fatto non c’era processo: Pietro era reo confesso e aveva ucciso davanti a molti testimoni. Anche sulla spinta del favore popolare nei riguardi di Bianchet, si scelse la strada dell’indulgenza. La parte civile giudicò una sciagura la pena relativamente tenue inflitta all’omicida.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Del resto i condizionamenti ambientali erano pesanti. Il processo era stato portato a Venezia per sottrarlo alle pressioni di una Treviso se non pregiudizialmente ostile alla Onigo, almeno assolutoria nei confronti di chi l’aveva uccisa Ma il trasferimento del dibattito processuale si rivelò, nella logica di questa miope strategia, un tragico errore perché Venezia divenne una cassa di risonanza mondiale.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Senza contare che la gente riempiva l’aula del tribunale urlando a favore del contadino di Trevignano. Lo aspettava nei suoi trasferimenti, al Ponte della Paglia e lungo i canali che conducevano al tribunale vicino a Rialto. Gli urlava incoraggiamento e sostegno. E si tenevano pubbliche collette per sostenere la moglie di Bianchet, Maria, rimasta sola con due figlie.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La nascita della seconda figlia era stata il detonatore del delitto.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> In quei giorni del marzo 1903, Bianchet si era recato, come ogni anno, a eseguire i lavori primaverili nel parco della contessa Onigo, sulle rive cittadine del Sile. Era in compagnia di altri contadini di Trevignano che si trovarono dunque ad essere testimoni del delitto.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> (Oggi quei posti sono ancora adibiti a verde. Sono i giardini pubblici detti di sant’Andrea poiché digradano dalla piazza su cui si affaccia la chiesa omonima. Della villa, colpita dai bombardamenti bellici, sono rimaste a lungo le rovine. Io abitavo nella vicinissima via Palestro e ricordo che, nonostante i pericoli e le connesse proibizioni a frequentare il luogo, tra quelle rovine ho giocato. Poi il terreno è stato sgomberato dalle fatiscenti macerie e nulla è stato costruito al posto del vecchio palazzo. Ora quel lato della piazza è completamente aperto e scende verso le acque del fiume).</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Si diceva che si andava <i>a opera</i>. Per quel lavoro (ovviamente alla sera bisognava trovare un improvvisato ricovero, non si tornava a casa visto che ogni trasferimento avveniva a piedi) Bianchet guadagnava la miseria di una lira al giorno (diciamo una ventina di euro, o poco più) con cui doveva provvedere a mantenersi e agli strumenti di lavoro. E ovviamente bisognava mandare qualcosa a casa.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> A Treviso Bianchet fu raggiunto dalla notizia che la moglie aveva partorito la seconda figlia. Chiese, per il tramite di Giuseppe Sabbione, il segretario della contessa, di poter tornare a casa, di avere un sacco di grano per i primi bisogni e, non potendo trasportare a piedi quel peso, i soldi per usufruire di un mezzo pubblico. Gli fu rifiutata ogni cosa.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Questo il 10 marzo. Il giorno 11 (erano le quattro e venti del pomeriggio) Bianchet attese la contessa che passava come ogni giorno nei vialetti del parco per esaminare lo stato dei lavori. Sempre in compagnia di Sabbione.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> (Giuseppe Sabbione rappresenta un po’ la filigrana di tutta questa vicenda. È sempre, con discrezione e sullo sfondo, presente. Prima accanto a Linda, poi accanto a Caterina che lo nomina nel suo testamento primo amministratore delle Opere Pie di Pederobba. Nasce a Torino nel 1845 e muore a Pederobba il 17 dicembre 1925. Fu pittore di cui si conosce un ritratto di Umberto I conservato nella biblioteca di Montechiaro d’Asti; è suo anche il ritratto di Linda Onigo che si trova presso le Opere Pie, nella sala delle pergamene Onigo. Fu possidente terriero e innovatore in campo agricolo visto che alla fine dell’Ottocento sperimentò i primi cannoni antigrandine. Perse molto presto la moglie sulla quale girava voce che fosse figlia morganatica di Vittorio Emanuele II, forse figlia di Rosa Vercellona, per i Piemontesi “la bella Rusin”, forse dell’attrice Laura Bon).</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il bracciante fingeva di lavorare con l’accetta alle radici di una magnolia. Linda lo aggredì dicendo che così rovinava la pianta. Bianchet si girò e con due colpi di scure le staccò la testa dal collo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Sul delitto del 1903 e sul susseguente processo del 1904 non si è mai offuscata del tutto la memoria. A me è capitato di raccontare quei fatti nel mio primo, fortunato romanzo, <i>Il delitto della contessa Onigo</i>.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Quella memoria viene oggi riaperta dallo scrupolo e dalla lungimiranza dell’architetto Fiorenzo Bernardi, noto restauratore, e dagli amministratori delle Opere Pie. Il restauro del tempietto che, proprio nel giardino delle Opere Pie di Pederobba ospita le spoglie mortali di Linda Onigo, di sua madre Caterina Jaquillard, di suo padre Guglielmo, ha chiamato una riesumazione delle salme.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Al processo non furono esibite le risultanze di un esame autoptico che con tutta evidenza non c’è mai stato. Giudicato del tutto inutile, evidentemente. E già da questo punto di vista l’ispezione delle salme, a più di un secolo dalla inumazione di Linda Onigo, porta un elemento di novità.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Vi è concordanza tra i testimoni nel dire che i colpi inferti alla contessa furono due. Ma si evince dagli atti processuali che furono entrambi portati al collo. Quello che emerge ora è che la calotta cranica della Onigo è sfondata. Il cranio presenta un taglio netto a partire dalla fronte, poco sopra le orbite oculari. Appare praticamente scoperchiato. Il che significa che un colpo (il primo, molto presumibilmente; il contrario sembra del tutto innaturale e improbabile) fu portato alla testa. Se è così, la dinamica del delitto è da rivedere.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Bianchet prima colpisce al capo la sua vittima, poi, quando essa è crollata, le infligge la decapitazione.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> C’è da aggiungere che il Gazzettino pubblicò una ricostruzione grafica del delitto (due anzi, perché in una fu ritratto Bianchet in fuga) e in tale ricostruzione il capo di Linda appare integro. E intatta appare l’acconciatura dei capelli raccolti a crocchia sulla nuca.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Così il giornalista del Gazzettino nella cronaca processuale di venerdì 26 febbraio 1904: “Quel giorno la contessa Onigo vestiva signorilmente, dacché era giorno di visita in cui aveva ospitato alcune intime amiche. La sottana era di bleu scuro con quadriglie di velluto rosso. La blusa era di seta a righe diagonali bianche e nere. Attorno al collo era allacciato un fazzoletto a nastro bianco e verde oliva… Il primo colpo di scure menato improvvisamente con violenza al collo della signora deve aver prodotto la ferita minore, ma bastante a impedire che la vittima emettesse qualsiasi grido. La violenza di questo primo colpo fece cadere supina la contessa, cioè col dorso sul terreno, di più fece balzare un’orecchino (sic) in vicolo Fiumicelli, che dista tre metri dal punto dove giacque il cadavere, e spezzò la catena d’oro che teneva l’orologio, la quale si rovesciò indietro sopra i capelli ed era imbrattata di sangue. Circa due ore dopo il delitto, l’autorità giudiziaria praticò il sopralluogo e ordinò il trasporto del cadavere in ospedale. L’orologio andava ancora e segnava le ore 6.10 pomeridiane. Sotto il cadavere furono trovati gli occhiali a molle da miope. Fra il muro di cinta e la testa del cadavere si rinvenne un pettine da signora. Qua e là intorno al cadavere erano sparse delle viole mammole recise”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Come si vede si fanno molti accenni al capo della Onigo, ma al fatto che ci sia stato un colpo che ha sfondato la calotta cranica non vi è neppure cenno.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Ma l’apertura della tomba fa giustizia di un fatto leggendario o, se si preferisce più banalmente, di un gossip fiorito nei giorni dell’inumazione. Si disse che la paura che il corpo di Linda Onigo fosse oggetto di qualche oltraggio aveva spinto a seppellirla segretamente in una tomba provvisoria, in un cimitero dei dintorni.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Gossip o verità? Non c’è risposta ma, se questa diceria corrispondesse alla realtà, andrebbe a comporre un quadro omogeneo e coerente. Le cronache dei funerali parlano di tumulti popolari al passaggio del corteo, di personale delle pompe funebri impaurito, di tentativi di spingere il carro funebre a spallate nella corrente del Sile. I quattro palafrenieri, ognuno vicino ai quattro cavalli che trascinavano il pesante carro funerario, furono costretti a sforzi sovrumani per tenere a bada gli animali nervosi e a loro volta impauriti.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E il mattino successivo alla inumazione, mi ha testimoniato il figlio di una persona che viveva allora a Pederobba, ci si accorse che durante la notte sulla tomba erano state messe tavole e pietre “per impedire che l’anima si alzasse verso il cielo”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Comunque sia, ora sappiamo che davvero Linda dorme in pace in quel tempietto. Abbracciata alla madre Caterina, che morì qualche anno dopo di lei, e al padre Guglielmo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Zenobia Teodolinda Costanza Onigo aveva una personalità complessa.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il processo per il suo omicidio fu drammatico.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Non solo per le dimostrazioni popolari, non solo per la interminabile teoria di testimoni che occuparono magistrati e giuria in lunghissime, defatiganti sedute (praticamente l’intera Trevignano, compreso il parroco, don Sante Perdon, e Beniamino Bresolin, il maestro elementare, si era trasferita a Venezia), non solo perché in molti si era fatta strada la consapevolezza che stava franando in modo irreversibile una organizzazione sociale di tipo feudale. Tra costoro vi era anche Gian Giacomo Felissent, cugino e affettuosissimo amico (l’unico?) di Linda, come si evince dal carteggio intercorso tra i due.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Non solo perché fu molto imbarazzante gestire un colpevole che si voleva far apparire un mostro e invece si comportò con grandissima dignità, rimanendo sempre in silenzio, se si fa eccezione per qualche interrogatorio diretto da parte del presidente della corte Vanzetti. Quando, completata l’escussione dei testi e prima della sentenza, Vanzetti gli rivolse la rituale domanda se avesse qualcosa da dire, Bianchet si alzò in piedi e rispose seccamente e pacatamente di no.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Non solo perché erano in gioco lo status e la credibilità di una classe sociale.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il fatto è che quel processo per pellagra fu il processo ad un’epoca e dispiegò un meccanismo devastante. Linda, la vittima, fu letteralmente massacrata dal susseguirsi delle testimonianze. In certi momenti sembrò, in quell’aula del tribunale veneziano, che la vittima diventasse la vera colpevole.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Si può fare l’esempio del parroco il quale raccontò che Bianchet non andava mai in chiesa e, da simpatizzante socialista, non dimostrava alcun favore per il suo abito talare.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Una testimonianza che in un primo tempo apparve una manna per la parte civile perché finalmente metteva l’imputato in cattiva luce agli occhi della giuria. Ma prima di lasciare il banco dei testimoni, il buon parroco chiese al presidente se poteva aggiungere una cosa. Disse semplicemente: “Se non avesse avuto fame non avrebbe ucciso”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Un’altra testimonianza cercò di far apparire Linda come una benefattrice della sua città. Aveva regalato al comune di Treviso delle pietre spacciandole per preziosi cimeli archeologici. E invece si capì subito che la contessa voleva disfarsi a spese di altri di uno scomodo ingombro. Un disastro, insomma.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Ma questo processo che stritola la vittima e la trasforma in colpevole, deve indurre ad una riflessione sulla “verità psicologica” di Linda. È quanto ho cercato di fare nel mio romanzo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Di Linda ho letto le lettere che scriveva ed esaminato gli eventi che ne caratterizzarono la vita. Spero di aver colto la sua anima. Che era l’anima di una donna sola. Probabilmente preda e prigioniera di una malattia che allora era conosciuta pochissimo, la depressione. Forse una forma grave di depressione.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Dove nasce la sua avarizia? Non lo so. Penso però che non fosse avarizia ma desiderio maniacale di accumulo. Differenza sostanziale.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Quando era bambina dovette seguire (e subire) le traversie politiche e militari del padre Guglielmo che era persona colta (impegnato nell’Ateneo di Treviso) e molto generosa. Su posizioni ferocemente antiaustriache tanto da essere protagonista nella battaglia di Cornuda. Era il 1948, era la cosiddetta prima guerra di indipendenza.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Quando l’Austria di Francesco Giuseppe riprese il sopravvento, Guglielmo e la sua famiglia furono privati di ogni risorsa e costretti all’esilio in Piemonte. Lì vissero una brutale povertà in cui capitava che un unico uovo dovesse essere spartito tra Guglielmo, Caterina e Linda. E quello era un pasto. Furono obbligati a vendere i pochi gioielli che nella convulsa notte della fuga erano riusciti a mettere nei miseri bagagli. Dovettero di fatto adattarsi a elemosinare. Si dice che Cavour (sensibile non solo all’aspetto politico, ma anche a quello della “diversità religiosa”, del resto la madre era calvinista e la sua educazione religiosa era stata improntata alla tolleranza) li beneficasse elargendo ogni tanto un po’ di denaro.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Solo con l’unificazione del Veneto all’Italia, gli Onigo rientrarono in possesso dei loro beni. Ma Guglielmo si era sentito ulteriormente tradito dall’armistizio di Villafranca, concluso da Napoleone III di Francia e da Francesco Giuseppe I d’Austria l’11 luglio 1859, ed era morto nel 1866, godendo assai poco del reintegro nei suoi possessi.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Forse anche per questo, Linda si era persuasa che la cosa pubblica e un po’ tutto il mondo avevano debiti insanabili nei suoi riguardi. E ogni centesimo non speso o spremuto agli altri doveva apparire ai suoi occhi come una giusta, doverosa ricompensa di tutto il dolore subito.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Sulla sua depressione certo influì l’abbandono (difficile dire quali aspetti delle due personalità entrarono in conflitto) da parte del marito Oliviero Rinaldi che andò ad abitare in quel di Asolo dove ebbe quattro figlie. Oliviero non doveva essere la persona più limpida del mondo, visto che si presentò al processo testimoniando che un tentativo di riconciliazione con l’ormai ex moglie era in atto. Grossolano e rozzo tentativo di entrare nella spartizione dell’immenso patrimonio lasciato in eredità.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Inoltre per Linda dovette essere terribile scoprire di essere sterile e che in lei si estingueva la millenaria dinastia di una famiglia che possiamo immaginare come un grande fiume, gli Onigo in cui sono confluiti i Da Coderta e Da Cavaso.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E senza dubbio le pesava addosso la sua origine oscura.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Nata il 5 dicembre 1842 (ma altre fonti danno date diverse posticipando la nascita anche di un anno) a Yverdon, una stazione termale del Canton Vaud sul lago di Neuchâtel, era stata adottata e legittimata da Guglielmo che aveva poi sposato la madre Caterina Jaquillard.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Questa consapevolezza deve aver devastato la sua anima. Non sapere con certezza se Guglielmo era il padre, come diremmo noi oggi, biologico. Ma soprattutto l’essere nata nel peccato, fuori del matrimonio. Non esisteva espiazione possibile. Era una colpa originaria che nessun battesimo e nessuna acqua purificatrice potevano annullare.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Una sindrome da marginalità, da esclusione. Una condizione di straniamento perenne. Come dimostrano i frequenti viaggi di Linda, nessun luogo era il suo luogo. E il tempo, Linda cercava di fermarlo, di farlo anzi andare a rovescio votando la propria vita alla sopravvivenza di rapporti sociali ormai logori e inaccettabili.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Al processo depose colei che era stata a lungo la sua dama di compagnia, Giulietta Hirschauer, donna bella e giovane, dal nasino vezzoso e sottile, stando al ritratto che ne fa il disegnatore del Gazzettino. Dopo anni di servizio, durante i quali mai aveva ricevuto un regolare stipendio, era stata liquidata con una cifra che era poco più di una irrisoria mancia. Linda l’aveva conosciuta durante uno dei suoi viaggi a Parigi. Il Gazzettino parla della diffusa diceria che tra le due donne ci fosse una intimità non confessabile. È la vecchia tecnica giornalistica di avallare una cosa, prima enfatizzandola e poi negandola o nascondendola dietro alla fragilità di un “si dice”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Queste le parole del cronista di allora: “Una linea gentile, aristocratica, un viso da artista, una bellezza fine, quella di Giulietta Hirschauer che fu dama di compagnia della contessa Onigo. Questa la conobbe a Parigi in uno de’ suoi viaggi, la prese con sé e ne fece la sua intima amica. Tale intimità diede anche da parlare alle male lingue. Ma noi non siamo pessimisti, ed anzi, dal loro distacco poscia avvenuto in circostanze poco amichevoli, si deve arguire che quelle intimità non esistessero”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Comunque si guardi alla vicenda, anche in questo caso abbiamo un rapporto umano che avrebbe potuto essere fonte di consolazione e salute mentale. Ma Linda non poté o non volle continuarlo. La cosa finì squallidamente in mano agli avvocati.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Un senso di rovina incombente fasciava come una ruvida corazza il cuore della contessa. Impossibile penetrarvi. Vi riusciva solo l’amato cugino Gian Giacomo Felissent che, proprio in virtù e in forza di questa sodalità, la rimproverava della sua sciatteria, della sua trasandatezza nel vestire e nell’amministrare la casa e il patrimonio. Inutilmente.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Era, Linda, tormentata da un senso profondo e invincibile del peccato.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Ho cercato di tradurre in storia vissuta questa condizione mentale e morale di Linda in una pagina del mio romanzo che qui ripropongo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Immagino il padre Guglielmo che, nei momenti bui dell’esilio e della fame, educa Linda ai valori e ai contenuti della fede valdese, raccontandole le origini mitiche e la storia, dura e bella insieme, delle persecuzioni subite. Dalle quali era nata però una grande luce di verità che dalle valli piemontesi della resistenza valdese si irradiava nel mondo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> “Di tutti questi eventi, Linda comprendeva il versante tragico… Le sembrava impossibile che ci potesse essere un ottimismo nella storia. Le parve anche evidente (lo provava su se stessa) che esiste una diaspora perenne, una continua costrizione ad abbandonare il luogo dove si sarebbe voluto mettere radici. Le storie che Guglielmo le narrava le parevano comunque storie di uomini legati ad un’idea, di profeti talora inconsapevoli della verità delle loro parole o dei loro atti. Queste profezie minime, frammentate, spesso irriconoscibili, travestite com’erano dalla quotidianità, la aiutavano a capire che esiste una patria più grande del territorio in cui si vive, una patria dello spirito. Tutto ciò suggeriva al suo cuore di fanciulla che ogni luogo può essere la patria. Ma queste sensazioni così generose poco a poco si indurivano nell’animo di Linda perché ad esse si accompagnava il suo senso perenne di esclusione e di inutilità. Capiva anche che esisteva una storia sotterranea e spesso non tramandata. Per esempio sentì più volte la leggenda in cui Valdo era immaginato contemporaneo dell’imperatore Costantino. Era amico di Silvestro, il papa che aveva accettato la donazione famosa di cui parlano anche Dante e tutto il medioevo. Valdo aveva consigliato Silvestro di non accettare, e gli aveva profetizzato che ne sarebbero seguiti grandi mali. Silvestro non aveva ascoltato e Valdo aveva fondato un’altra chiesa, sotterranea e ancora catacombale. I valdesi erano questa chiesa riemersa con la forza e la freschezza con cui l’acqua che si nasconde in montagna, risorge pulita e incontaminata in risorgive e polloni. Linda, nella sua fanciullezza si sentiva sospinta a cercare se stessa a ritroso in questa corrente sotterranea. E suo padre non poteva aiutarla. Ormai si sentiva sola e dolorosamente libera, anche se continuava a vedere in Guglielmo un profeta autentico. E proprio lui un giorno ebbe a leggerle qualcosa che fu decisivo per Linda e che diede al suo animo una impronta tragica e fatalistica insieme. Erano i versi della <i>Nobla Leyczon</i>, un antico poema valdese che serviva a spiegare molte cose sulla storia di questa gente. Linda comprese che solo due vie sono consentite all’uomo, senza sotterfugi o vie intermedie. Si vive nel bene o nel male, nel peccato o nella grazia. L’eternità dell’anima imbocca subito la via della salvezza o della perdizione eterna. Non esiste purgatorio e non esistono dunque tutte le liturgie del suffragio o degli sconti della pena. Linda avvertiva tutto questo come un verdetto su di sé, sulle sue origini oscure, su un peccato originale che nessuna acqua lustrale poteva lavare via. Il peccato di sua madre che l’aveva concepita da chissà quale sangue impuro era una condanna che non ammetteva fuga o redenzione. Si faceva strada in lei la consapevolezza di una diversità assoluta. Da quella scoperta Linda sarebbe stata fortemente segnata, in un indurimento di sé e dei rapporti con gli altri. Avrebbe esorcizzato la morte semplicemente ignorandola. E avrebbe fatto scontare agli altri il male inestirpabile che era in lei”.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Come, ahimè non spesso e molto misteriosamente accade, da una tragedia nacque una cosa buona. Da un grande male si originò un bene che durò e dura negli anni.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Caterina (Catherine) Jaquillard, la donna di umili origini che era diventata contessa per matrimonio condividendo tutte le mortificanti traversie del marito e acquisendone alla fine l’enorme patrimonio, sopravvisse di qualche anno alla figlia.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Era molto malata e completamente cieca (per cateratte inutilmente curate, durante il processo veneziano il cronista vi fa più volte cenno) quando morì il 27 novembre 1907. Non le fu mai detto del tutto quanto era accaduto alla figlia. Le fu taciuta l’immane e brutale violenza di cui era stata vittima. Non seppe dell’assassino e non seppe del processo. E tuttavia certamente intuì qualcosa.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> O molto, forse, grazie alla sua sensibilità di popolana sperimentata dalle tante sofferenze che aveva conosciuto e patito. Le raccontarono una pietosa bugia, un collasso, un colpo apoplettico. E lei reagì, si dice, piangendo: “No, me l’hanno uccisa”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Si trovò ad essere lei, non la figlia Teodolinda come sarebbe stato naturale, responsabile di un’eredità costituita da un patrimonio immenso. Un fardello pesantissimo. Decise che tutto il denaro degli Onigo dovesse tradursi in un bene messo a disposizione della comunità. Molto più di un atto di espiazione, di una riparazione tardiva e incompleta.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Piuttosto un atto di profonda equità e di coraggio. Un tentativo, per quanto è possibile a questo mondo, di riequilibrare il male fatto col bene futuro. In chiave cristiana, perché no?, una riconciliazione con Dio dopo la stagione dell’avarizia, dello sfruttamento, dell’egoismo. Della morte e dell’odio.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Fu, quella della Jaquillard, una scelta non paternalistica, di grande giustizia, addirittura profetica.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Caterina dice nel suo testamento, con estremo atto di amore materno, di volersi fare interprete della volontà della figlia.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> A Pederobba tutto parla di Caterina.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La quale fece del suo testamento, di fatto, l’atto costitutivo delle Opere Pie di Pederobba.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Del testamento esistono due versioni, entrambe redatte da un notaio di Crespano Veneto, Roberto Chiavacci, entrambe raccolte nel palazzo Onigo di Pederobba.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La prima reca la data dei giovedì 14 luglio 1904 (ore tre e cinquanta pomeridiane), dunque pochissimi mesi dopo il processo veneziano a Pietro Bianchet.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> La seconda risale a martedì 9 aprile 1907 (ore diciassette), vale a dire sette mesi prima della morte. Di fatto una integrazione e una serie di precisazioni dei disposti della versione del 1904. Entrambe le versioni contengono la dichiarazione “di non poter firmare il presente mio testamento in causa di una malattia agli occhi che non mi consente di poter vedere quanto all’uopo è necessario”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Leggiamo nella versione del 1904: “… voglio soddisfare ad un imperioso bisogno dell’animo mio beneficando. E maggiormente è sentito da me questo bisogno perché so di interpretare così il pensiero e di eseguire la volontà della povera mia figlia predetta e perché intendo così d’onorare nel miglior modo la memoria di lei e quella del Conte Guglielmo, nonché dell’antica Casa dei Conti D’Onigo. Nomino pertanto ed istituisco miei eredi universali i due seguenti Istituti di Beneficenza che intendo fondare e istituire con questo mio testamento.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> I. UN OSPITALE per i poveri infermi dell’intero Comune Amministrativo di Pederobba.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> II. UN ASILO INFANTILE.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Questi due Istituti prenderanno il nome generico di: OPERE PIE D’ONIGO.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Il primo sarà titolato “Ospitale Guglielmo e Teodolinda d’Onigo”, il secondo “Asilo Infantile Caterina Jaquillard”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Nel riflesso che quì nella frazione di Pederobba ebbero sempre dimora i miei cari Guglielmo e Teodolinda d’Onigo e che quì riposano le loro spoglie mortali, considerando anche che quì l’aria e più salubre, voglio che l’Ospitale debba sorgere nella località detta il Mass, prossimo alla Tomba dei Conti Guglielmo e Teodolinda d’Onigo. L’edificio di questo ospitale, pur attenendosi a severa semplicità, dovrà essere d’aspetto grandioso, quale venne ideato e designato dal mio procuratore generale Cav. Giuseppe Sabbione. L’Asilo Infantile verrà eretto nel luogo in cui attualmente si sta lavorando per la sua costruzione, cioè nella palazzina presso la Chiesa di San Giovanni in Onigo. Quest’asilo che si intitolerà al mio nome, come più sopra ho disposto, accoglierà fanciulli di ambo i sessi dell’intero Comune di Pederobba, dell’età dai tre ai sei anni. Nell’accoglimento tanto nell’Ospitale quanto nell’Asilo non si faranno distinzioni di religione e vi saranno ammessi tanto i Cattolici che i non Cattolici e si darà la preferenza ai poveri dipendenti dall’Amministrazione generale dei fondi da me disposti a favore dei due Istituti miei eredi”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Notevole questo conferimento di, come dire, fisicità vivente e pulsante ai due istituti che diventano eredi della contessa. Quasi fossero persone vive. Come è notevole l’attenzione agli ultimi e come è notevole soprattutto il rimarcato programma di una tolleranza assoluta: nessuna scelta, nessuna opzione sulla base della diversità religiosa. Dunque nessuna discriminazione.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Seguono indicazioni pratiche sull’amministrazione e sugli organi che dovranno reggere le Opere Pie. Di fatto, dunque, non solo atto costitutivo ma anche scheletro e modello dello statuto. Chi dovrà sovrintendere alla realizzazione di ogni cosa è l’avvocato Giuseppe Sabbione, prima uomo di fiducia di Teodolinda, ora anche di Caterina. Caterina lo nomina suo esecutore testamentario.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E, nella integrazione del 1907, Caterina dispone che “alla morte del Cav. Sabbione, intendo che in seno all’amministrazione delle Pie Opere da me fondate abbia ad essere chiamato in sua sostituzione il Sig. Ajnardo Vercellino che attualmente è adibito alla mia azienda e che desidero abbia a mantenervisi sempre. E poiché conosco con quanto zelo ed attività egli coadiuva anche presentemente il Cav. Sabbione, voglio che egli possa continuare nelle sue attuali funzioni ed in compenso gli assegno l’annua corrisponsione di lire duemila”.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Zenobia Teodolinda Costanza Onigo è caduta sotto i colpi di scure Pietro Bianchet ormai da quattro anni.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> E forse soltanto ora, in queste parole di sua madre, trova pace.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;">Infine, marginale ma non troppo.</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Catterina o Caterina? Una o due “t” per la fondatrice delle Opere Pie?</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"> Entrambe le grafie vanno bene. Catterina è il nome che troviamo sulla sua lapide funeraria. Con Caterina, invece, la Jaquillard sottoscrive le diverse versioni del suo testamento.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: small; color: #000000;"><sup>.</sup></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times; color: #000000;"> </span></p>
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		<title>Colline incantate</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 12:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[RACCONTI E FIABE TRA MONTELLO E PREALPI Illustrazioni di Andrea Longhi Zanetti Editore euro 12,00 (ordina online info@libreriazanetti.it) Parlava la vecchia quercia, riferiva le storie che foglie e rami catturavano nel vento, che le radici succhiavano dal terreno raggiungendo lontananze inimmaginabili. I ricordi e i desideri degli uomini, le attese e le loro paure. Memorie di popoli antichi e giovani fantasie di bambini. Le storie erano la linfa stessa della quercia. E suonavano, cantavano mentre circolavano dell&#8217;albero. IL CASTELLO DELLA LUNA IL BOSCO DELLE ANGUANE LA SPADA DI ATTILA AGNESINA VITO DELLA POIANA DOPO LA BRENTANA TOROTOTELA L&#8217;ULTIMO VIAGGIO LA GUERRA DI BORTOLO BUSA DEA MESSA Le anguane, misteriose abitatrici delle acque; Rizzardo, il cavaliere coraggioso e gentile, e Rosa, la sua donna; Angelino, il più incredibile cantastorie che sia mai esistito, che sapeva ascoltare le voci della natura; Attila, il terribile unno devastatore, che decide di venire a morire tra le dolci colline ai margini della pianura veneta; Vito, lo zattiere amico della poiana; Siro che muore nel bosco per salvare la sua Giustina. E Shant, il ragazzino che approda sul Montello, in fuga dalla sua Baghdad devastata dalla guerra. E tanti altri personaggi e luoghi. La geografia è quella del Montello e delle Prealpi Trevisane. E dei fiumi grandi e piccoli che nei secoli vi hanno scavato vallate. Ma non conosce confini, nel tempo e nello spazio, l’universo che Gian Domenico Mazzocato propone ai suoi lettori attraverso questo suo affabulare perennemente sospeso tra fiaba e racconto cronachistico. Vicende raccolte dal fluire vivo della narrazione popolare e trasformate in chiave mitica, come solo lui sa fare. Tutta la narrativa di Mazzocato, terragna e visionaria insieme, trova i suoi spazi ideali in questa porzione di Veneto, in cui le Alpi si addolciscono in colline e i fiumi di montagna trovano la strada della pianura. Questo libro raccoglie le storie più belle da lui incontrate nel suo narrare. Un viaggio tra magia e mistero, tra memorie sepolte e vicende dimenticate. Ho raccolto in COLLINE INCANTATE quanto sono andato scrivendo in questi ultimi anni sulle storie che si narrano tra Montello e Prealpi Trevisane. Il pubblico cui mi rivolgo è espressamente (e prevalentemente) quello dei bambini. E tuttavia mai, come quando si cerca di costruire un linguaggio utile a dialogare con i bambini, ci si rende conto di parlare agli adulti. E non solo perché i bambini sono gli adulti di domani, ma perché agli adulti d’oggi bisogna chiedere di fermarsi, di fare attenzione, di aiutare i figli a cogliere il senso profondo dei simboli e delle figure che popolano le narrazioni. In Il castello della luna narro una favola gentile e bella. Quando l’ho letta ad una classe di terza elementare, ho percepito che è piaciuta. Ma mi rendo conto, adesso che la rileggo, che sono gli adulti i veri destinatari. Rosa e Rizzardo, che ne sono i protagonisti, guardano di notte, dagli spalti del loro castello, la corrente della Piave. Racconto così: I tronchi scendevano il fiume, galleggiando nell’acqua con movimenti goffi e tonfi sordi quando cozzavano l’uno contro l’altro. Rosa e Rizzardo li guardavano, oscuri fantasmi nella luce lunare, e sorridevano. Parevano mostri, draghi spaventosi, entità misteriose e deformi, belve crudeli pronte a levare le loro teste e vomitare fuoco: bastava un’onda e la minaccia spariva, un sussurro di vento, un rumore sordo, un giro d’acqua. Quante volte Rosa e Rizzardo avevano atteso sugli spalti del castello il mattino, tenendosi per mano e scambiandosi dolci baci. La prima luce dell’alba rivelava che i mostri della notte erano inoffensivi pezzi di legno. La paura spariva con un sorriso, si scioglieva come neve al sole. Che altro sono quei tronchi, se non gli incubi, le apprensioni, le paure, i cattivi presagi che pesano sulla nostra vita e opprimono il nostro cuore? Per dissiparli vorremmo sempre una luce, un’alba, un raggio mattutino. E abbiamo il dovere di coltivare questa speranza, questa prospettiva. I racconti sono di provenienza eterogenea. Alcuni li ho scritti per il Cantastorie, la pubblicazione annuale edita per raccogliere soldi a favore della Città della Speranza, la fondazione che si occupa di ricerca sulle oncologie infantili e sulle malattie pediatriche in genere. Altri hanno accompagnato Alte Terre, il bel libro fotografico di Antonio Piovesan. Altri ancora sono squarci di miei romanzi. In particolare Agnesina e Attila sono personaggi che compaiono anche in un mio romanzo, Il caso Pavan. Infine ci sono racconti del tutto originali e scritti per questa silloge. Anguane, santi, personaggi d’oggi, memorie tra storia e leggenda: in ogni caso sono storie che appartengono davvero a questa terra, la esprimono e hanno una tradizione -orale e scritta- dietro di loro. Vito della poiana è una resa mitica della grande storia degli zattieri del Piave. L’ultimo viaggio è una rievocazione intimistica del declino di una donna straordinaria e sensibile, Caterina Cornaro. Dopo la brentana vuole essere un viaggio nella memoria leggendaria di alcuni luoghi montelliani. Torototela rievoca con nostalgia la figura perduta del cantastorie. Con allusione evidente: il cantastorie di oggi è lo scrittore che sa raccogliere e mediare le storie che appartengono ad un territorio, ad una geografia. La guerra di Bortolo ricostruisce una storia che si racconta ancora sopra Valdobbiadene e riporta agli spazi e nei tempi in cui la Serenissima Repubblica di Venezia dominava l’Egeo e i commerci. Ho pensato di chiudere con Busa dea Mesa, dove propongo personaggi e vicende tra cronaca, storia e attualità: una conclusione aperta, come si vedrà, perché di storie da raccogliere, riprendere e proporre ai lettori, ne fioriscono sempre. LA GUERRA DI BORTOLO Il fondo della vallata era tutto un luccicare di metalli, nel sole del tramonto. La Piave correva irruenta sulle ghiaie chiare. Armature, elmi, picche e spade. Spingarde, schioppi, forse qualche bocca da fuoco più grande. E mortai, trascinati con fatica e pericolo grandi. I tedeschi. Respinti da Feltre e in rotta disastrosa, alla ricerca di un lembo di terra che fosse ancora dominio dell’imperatore. Ceneda magari. Ma prima di ritirarsi bisognava sfogare la rabbia. Come ad ogni morire di giorno, Bortolo stava radunando le sue capre, sui pascoli del monte Garda, tra forre e dirupi. Lo spettacolo dell’esercito in rotta era terribile a vedersi, minaccioso e cattivo. Bortolo ebbe un brivido. Una torma di lupi affamati e impauriti stava per avventarsi sulle valli strette e scoscese che solcano i fianchi del Garda e del Cesen. La piana di Treviso non avrebbe avuto scampo. Il formidabile esercito tedesco, pur in disfatta, conservava un barlume di disciplina nella marcia, di organizzazione dei reparti. Sembrava quasi di udire gli ordini degli ufficiali sovrastare il rombo dei torrenti. Nulla di più spaventoso di un esercito sconfitto che cerca di rifarsi. Valdobbiadene sarebbe stata messa a ferro e fuoco, poi sarebbe toccato a Montebelluna. Poi a Treviso. Bortolo capì che era arrivato il momento che attendeva da tanti anni. Stava per cominciare la sua guerra. L’unica arma che possedeva era il vincastro con cui sfiorava la schiena di capre e pecore. Ma aveva collera dura nel cuore, e antica. Come il ghiaccio di montagna che sa attendere secoli prima di sciogliersi ed essere fiume. Gli era venuta un’idea. Semplice, ma di genio. Avrebbe funzionato, era sicuro. Reparti e battaglioni, uomini come formiche. Da Lentiai, da Cesana, dal Colderù, da Ronchena. Lo sguardo di Bortolo spaziava fino a Mel. I tedeschi erano ovunque. Perfino Santa Giustina, sulla sponda opposta della Piave, era un brulicare di carriaggi e salmerie. C’era una febbre nell’aria, si respiravano paura e attesa. Gli occhi di Bortolo erano attenti a non perdere il minimo movimento delle truppe. Le intenzioni dei tedeschi erano chiare. Avrebbero imboccato la valle della Rimonta e poi la valle del Mariech. L’Endimione, il monte cui la gente della valle aveva dato il nome del fanciullo che si era innamorato della Luna, sarebbe stato ad un passo. Acque prepotenti e infide, che avevano scavato gole profonde nella montagna, quelle dei due torrenti, ma nulla avrebbe potuto fermare le bestie impaurite e assetate di vendetta. Bortolo socchiuse gli occhi, rivide i fianchi verdi dell’Endimione, con le macchie bianche delle stelle alpine. No, nulla avrebbe arrestato l’esercito tedesco. Doveva pensarci lui, Bortolo, il povero e indifeso pastore. Ma la rabbia che aveva dentro gli avrebbe dato forza. Pensò per un attimo a Endimione, di cui nella vallata si tramandava la leggenda magica e gentile. A Bortolo sarebbe piaciuto che il cielo avesse dato anche a lui di esprimere un desiderio, di dormire un sonno eterno rimanendo sempre giovane e gagliardo. Al pastore fanciullo era stato concesso di svegliarsi ogni tanto, e solo per amare la Luna, da cui aveva avuto cinquanta figli che avevano popolato con la loro discendenza tutte le terre che si affacciano sulle acque azzurre del Mediterraneo. Bortolo pensava alla sua giovinezza perduta. Quanto doveva essere bella una vita senza fatica, trascorsa a dormire e amare e avere figli. Senza il groppo amaro di odio, rabbia, dolore che era il veleno della sua anima. Giovane per sempre, senza avvertire lo scorrere dei giorni e degli anni? No, questo non lo avrebbe mai voluto. Piuttosto gli sarebbe piaciuto invecchiare insieme alla sua Merizia. Avrebbe amato, della sua donna, perfino l’imbiancarsi dei capelli e l’affiorare delle rughe. Le mani avrebbero preso a tremare a entrambi, con le lentezze e i torpori della vecchiaia. La memoria che si offusca, lo sbiadirsi dei ricordi. Insieme. Il crescere dei figli, il loro andare per strade e sentieri. Bortolo gettò ancora uno sguardo sulla vallata. Poi alzò gli occhi al cielo. Nuvole nere offuscavano il tramonto. Correvano veloci, spinte da un vento di buriana che veniva dai monti. Meglio, molto meglio. Si stava preparando una notte senza luna, lunga e buia. ***** Maometto il Conquistatore si presentò sotto le mura di Negroponte all’alba del 15 giugno 1470. Un uomo di mezza età e mezza statura. Era grasso, aveva il naso aquilino e una barbetta rossa che gli incorniciava il viso. Metteva paura. Prima di lui, nei giorni precedenti, era arrivato il grosso dell’esercito. Maometto osservò a lungo le mura della città, indicò con la mano un punto, poi un altro, poi ancora uno. Discusse con gli ufficiali che gli stavano attorno e dopo qualche minuto si ritirò su una delle sue navi. Bortolo era sugli spalti e aveva il cuore chiuso da un pugno di ferro. Pensava a Merizia, che avrebbe sposato di lì a qualche mese. Alta, con gli occhi bruni e i capelli color del miele. Quale destino si stava preparando per loro? A sera si scatenò l’inferno. L’armata dei Turchi era impressionante. Trecento navi, truppe di terra e cavalleria, un mare di tende, fuochi accesi ovunque: all’imbocco dell’isola, e dall’altra parte dello stretto di mare che divideva l’isola dalla Grecia. Su un lato dell’accampamento, l’enorme recinto dei cammelli che recavano salmerie e munizioni. Non c’era speranza. L’esercito turco occupava il terreno fino all’orizzonte. Fino alle montagne della Beozia e dell’Attica, fino a Tebe ed Atene. Bortolo ricordò il giorno in cui suo padre lo aveva portato in cima al monte Delfi e il loro sguardo aveva spaziato lontano, oltre il mare. Il verde e il giallo delle colline greche, i boschi di pini ed ulivi, i vigneti bassi. Il sole che avvolgeva, il salso del mare, i profumi del timo e dell’origano. Ora una sorte orribile attendeva i 24mila che difendevano Negroponte. Tutto era orrore, morte e disperazione. E un po’, però, se l’erano cercata. Solo un anno prima, Nicolò Da Canal, il provveditore alla flotta veneziana, aveva messo a fuoco isole e città turche della costa tracia. Le cose peggiori, il Da Canal le aveva fatte ad Eno. I magazzini del porto saccheggiati, le case incendiate, le donne stuprate e tutti gli adolescenti venduti come schiavi. Le acque della Maritza avevano trasportato cadaveri per giorni interi e la corrente si era fatta scura di sangue fino alla foce. A Negroponte, le razzie del Da Canal avevano portato un po’ di ricchezza in più, ma non gioia. I vecchi mercanti veneziani, che sapevano bene quanto precari fossero gli equilibri politici in quel delicato scacchiere, presagivano che le malefatte del provveditore non sarebbero rimaste impunite. E infatti la vendetta di Maometto Secondo non si era fatta attendere. Lo chiamavano Fatih, che voleva dire il Conquistatore. Lo precedeva una fama spaventosa, un’aura di invincibilità. Era stato lui, qualche anno prima, ad espugnare Costantinopoli. E poi aveva sottomesso l’impero di Trebisonda e la Serbia. Il Mediterraneo intero tremava solo a sentire il suo nome: le isole dell’Egeo, le colonie genovesi della Crimea, il Peloponneso e l’Albania. No, non avevano speranze i difensori di Negroponte. Ma si preparavano alla difesa, mettendo in armi tutti gli uomini capaci di reggere una spada. E si illudevano che il Da Canal giungesse a recare loro aiuto. Bortolo aveva da poco finiti i quindici anni e aveva voluto arruolarsi tra i difensori. Suo padre, un mercante di cotone e legname, era morto da qualche anno e gli aveva lasciato una buona sostanza. Ma che gli serviva se Negroponte cadeva in mano ai turchi e se lui fosse stato ucciso? Guardando tra i merli delle mura il Conquistatore che impartiva ordini, calmo e tranquillo come se fosse una partita di caccia, Bortolo pensò con un brivido a Merizia. La conosceva da sempre. Sua coetanea, figlia di un socio dei commerci di suo padre. Bellissima, sorrideva sempre. Era dolce baciarla sugli occhi, sul collo e tra i capelli che sapevano di melograno, come in un gioco, e stringerle le mani. Ma quale destino li attendeva? I Veneziani erano sull’isola da più di 250 anni. Ne avevano tratto legname per le loro galee, cotone per tessere vele robuste e capaci di resistere ad ogni vento, carne per le loro tavole. Poi olio, vino, miele. Le arnie di Negroponte erano famose su ogni sponda del mare. Gli isolani ne traevano cera buona e in grande quantità e propoli, la resina densa e scura, buona per curare ogni malattia. Il miele sapeva di selvatico e di dolce insieme, con sentori di elleboro e rosmarino. Le cave di marmo davano lavoro a tanta gente e anche le vecchie ed esauste miniere di ferro e rame, a saperci lavorare con pazienza, potevano ancora offrire di che vivere. Un paradiso, insomma, una piccola patria. E poi l’isola era una base magnifica per le spedizioni e le rotte verso Oriente. Tutto stava per finire. Gli isolani avevano provveduto ad abbattere il ponte che li collegava alla terraferma, ma i genieri dell’esercito turco diedero prova della loro straordinaria e ben nota abilità. In poche ore costruirono una passerella di fuste e palendarie. Come se lo stretto di San Marco, in cui tumultuavano le onde del mare Egeo, non ci fosse nemmeno. Il ponte di barche consentiva il passaggio all’esercito turco a ranghi serrati e non c’erano problemi nemmeno per i pesanti pezzi di artiglieria. Siccome non c’era nulla da perdere, mentre il ponte di barche andava completandosi, Paolo Erizzo, il bailo della città, diede ordine al capitano delle truppe, Gerolamo Calbo, di tentare una sortita. I turchi non si aspettavano l’attacco. Subirono una strage tremenda. Le loro teste, infisse sulle picche, rincuorarono i difensori. Anche se nel cuore di tutti albergava la certezza che la vendetta sarebbe stata ancora più brutale, quella notte si fece perfino un po’ di festa. Negroponte viveva nell’abbondanza, era piena di ogni bendidio. Fu l’ultima piccola gioia che poterono assaporare gli isolani. La sera del 15 giugno le bocche grandi da fuoco e i mortai dell’artiglieria turca presero a vomitare una valanga di proiettili sulle mura e sulle case di Negroponte. Le pietre da dodici spanne sgretolarono poco a poco le mura, aprendo varchi. E all’interno della città non c’era luogo che non lamentasse distruzione e morte. Le pietre da otto spanne, più leggere e quindi capaci di volare più lontano, aprirono brecce e falle sui muri dell’Arsenale e del Castello, abbatterono ogni cosa nella Giudecca e nella Pescheria, sfondarono i tetti delle chiese di San Marco e San Bastiano. Sulla piana le operazioni erano dirette da Mahmud Pascià, un uomo enorme dalla voce tonante e dagli occhi che erano tizzoni d’inferno. Ogni volta che lo vedeva, Bortolo provava orrore. Sapeva che quell’uomo era determinato a non lasciare pietra su pietra a Negroponte. Mahmud era il gran visir di Maometto e suo favorito. Il 29 di giugno le mura della città quasi non esistevano più. Larghi tratti erano crollati sotto il martellare dell’artiglieria. Era un giovedì. I turchi amano combattere di venerdì e infatti nella notte del giorno seguente, due ore prima dell’alba, si mossero in forze proteggendosi le teste e le spalle con grilli e graticci. Il frastuono era terribile, faceva tremare. Sotto le coperture avanzavano guerrieri armati alla leggera e altri che reggevano gatti e arieti per assestare gli ultimi colpi alle porte. Alle urla e al correre degli uomini sul ponte di barche, si aggiunsero il rullo dei tamburi e le percussioni dei cembali, una musica orribile e di morte. Bortolo si trovò a combattere sulle macerie della chiesa di San Marco. Ormai da ore non sapeva nulla della sua donna. Se era ancora viva, se stava bene. Uccise molti guerrieri turchi. Con la spada, poi con una mazza raccattata tra i cadaveri. Con le mani, infine, cercando a sua volta la morte. Era lordo di sangue e senza fiato, quando, verso le 14, i turchi che erano già dentro la città desistettero dall’assalto e si ritirarono. Quasi impossibile crederci. Nemmeno la forza per urlare di gioia avevano più i difensori di Negroponte. Un sollievo grande comunque, dopo la disperazione, anche se era chiaro che la caduta della città era solo differita. E infatti qualcosa cominciò a cedere tra le file dei difensori, il fantasma della paura e del tradimento affiorò negli animi. Incombeva la morte e la voglia di sopravvivere era troppo forte. Tomaso Schiavo era un capitano della milizia e aveva a Negroponte la sua donna e tutti i suoi figli. Mandò a dire a Maometto che al prossimo attacco lui non avrebbe difeso la porzione di mura affidatagli. In cambio voleva salva la vita per sé e per i suoi. I suoi emissari furono sorpresi al ritorno, dopo l’ambasceria segreta, e fatti parlare. Il bailo Erizzo convocò Tomaso nella loggia delle pubbliche adunanze e lo fece sgozzare. Bortolo e tutta le gente di Negroponte trovarono in piazza il capitano traditore nudo e appeso per un piede. Sotto di lui una pozza di sangue raggrumato. Ma inganno e infedeltà sono malepiante che attecchiscono bene nel terrore. Nelle ore successive qualcuno tra i difensori passò dalla parte dei nemici. Tuttavia l’esecuzione di Tomaso Schiavo ridiede nerbo alle forze dei soldati di Negroponte. Il bailo seppe trovare le parole giuste per rincuorare il popolo. Disse che si trattava di resistere qualche giorno, fino all’arrivo di Nicolò Da Canal al comando della sua flotta. E infatti anche il secondo attacco del Gran Turco venne respinto, dopo una battaglia durata un giorno intero con perdite gravissime su entrambi i fronti. Le navi del Da Canal apparvero all’orizzonte all’alba del 10 luglio. Bortolo, in fondo, non si era mai perduto d’animo del tutto e adesso l’arrivo dei rinforzi riaccendeva le più belle speranze. Quando non era di guardia sulle mura o impegnato in altre incombenze stava con la sua Merizia. Erano entrambi soli, ormai, e avevano davanti un destino incerto. I due ragazzi si amarono tutti i giorni, in ogni minuto che potevano trascorrere uniti, amore e disperazione insieme. La notte era accesa dai fuochi che le balliste e le catapulte turche scagliavano di continuo. Merizia si sforzava di sorridere, aveva baci e carezze dolcissime. A Bortolo pareva quasi impossibile che fuori della loro stanza regnasse l’inferno. Il grembo della sua donna aveva il profumo della brezza marina al calar del sole. A Negroponte si sparse la voce che Maometto si era impaurito per l’arrivo della flotta veneziana e che aveva concepito il proposito di ritirarsi. Ma si era anche saputo che Mahmud Pascià, la sua anima nera, si opponeva con tutte le forze. Lui era convinto di poter prendere la città e l’intera isola. Dall’alto delle torri e delle mura, Bortolo e i suoi compagni videro il favorito di Maometto passare di tenda in tenda, di padiglione in padiglione a rincuorare i suoi, a incitarli alla battaglia decisiva. I turchi sferrarono l’attacco nella notte tra l’11 e il 12 luglio. In poche ore i genieri gettarono un secondo ponte di fuste, le artiglierie raddoppiarono il ritmo. All’alba i difensori capirono che la fine era vicina. Davanti a loro una marea inarrestabile di armature oro e cremisi. In lontananza il Gran Turco, circondato dai suoi giannizzeri, aspettava il momento di entrare in città e camminare sulle spoglie degli sconfitti. Il Da Canal aveva mare e vento favorevoli, ma non si mosse. Prima dell’alba era stato un gran agitare di fiaccole per implorare aiuto. Poi, con le luci del giorno, lo stendardo con il leone di San Marco più e più volte era stato sventolato secondo i segnali in uso negli eserciti e nelle flotte della Serenissima Repubblica. Bortolo e gli altri compresero, alla fine. Nicolò Da Canal aveva tradito oppure aveva segrete intese con qualcuno. Il destino del popolo di Negroponte era segnato. Qualcuno, in un ultimo disperato tentativo, issò sulle mura un crocifisso alto quanto un uomo per far capire al comandante traditore che stava cominciando la passione di Negroponte. Anche questo fu inutile. Vicino a Bortolo un suo compagno precipitò colpito da una schioppettata in fronte. Un vecchio amico di suo padre, un pugno allo stomaco. Alcune ragazze si buttarono dall’alto per non cadere vive in mano ai turchi. I superstiti cercarono rifugio nell’ultimo posto difendibile. Bortolo comprese che non avrebbe mai saputo se il suo seme era stato fecondo nel grembo di Merizia, che la sua vita era finita. Si sentì impotente, abbandonato. La sconfitta entrò in lui come un male inguaribile, la malaerba inestirpabile della fuga e della solitudine. Il ponte levatoio del Castello era rivolto verso il porto, in direzione opposta al fronte di attacco. Il bailo fece correre l’ordine di ritirata. Quando gli angusti spazi della rocca furono pieni oltre misura dei disperati in fuga, il bailo diede ordine di alzare il levatoio. Tanto la morte era certa per tutti, prima o poi. Le catene si tesero sotto il peso dei fuggiaschi, poi si spezzarono di colpo. Bortolo correva per la città alla ricerca di Merizia. Sperò che avesse trovato rifugio nella rocca. Vide il ponte piombare sulla sponda con fragore immenso. Uno spettacolo orribile, di morte e sangue. Corpi straziati e maciullati, l’emblema della resa, il segno che a Negroponte non c’era più un solo baluardo da opporre al Gran Turco. Non ci fu nemmeno bandiera bianca. Bortolo avvertì uno schianto nell’anima, un senso terribile di incapacità e impotenza. Morì anche lui in quel momento. Negroponte non era più veneziana. La sua gente veniva braccata nelle strade e nei vicoli in rovina, le famiglie massacrate nelle case, ogni bottega ribaltata nel saccheggio e nella furia di far preda. Maometto entrò in città il giorno dopo, col sole già alto. Il suo cavallo nero camminava su rovine e macerie, sui corpi dei caduti. Nell’aria odore di fumo, di sangue marcio, e lamenti dei moribondi. Procedette fino al centro di Negroponte, circondato dai giannizzeri. Arrestò il cavallo davanti a quello che restava della Loggia. Aveva una voce profonda, secca, diede qualche ordine, veloce, quasi stizzito. Furono portati sulla piazza tutti gli uomini adulti, quasi mille. Ad un cenno del Gran Turco i malcapitati furono spinti sulle ginocchia. Disposti in un cerchio immenso, le mani legate dietro alla schiena. Per ore, fino a sera, le donne e i ragazzi di Negroponte videro le teste mozzate di padri e mariti rotolare e insanguinare la pietra bianca del selciato. I giannizzeri alzavano le scimitarre e colpivano. Donne, fanciulle e fanciulli, nei giorni seguenti, furono venduti, donati, barattati. Bortolo divenne proprietà personale di Mahmud Pascià che aveva notato quel giovinetto bellissimo tra i difensori, quando ancora combatteva sulle mura. Lui,... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h6><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/collineincantate.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-235" style="margin: 5px;" title="colline incantate" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2011/12/collineincantate-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a>RACCONTI E FIABE TRA MONTELLO E PREALPI</h6>
<h6>Illustrazioni di Andrea Longhi<br />
Zanetti Editore<br />
euro 12,00 (ordina online info@libreriazanetti.it)</h6>
<p>Parlava la vecchia quercia,<br />
riferiva le storie che foglie e rami<br />
catturavano nel vento, che le radici<br />
succhiavano dal terreno raggiungendo<br />
lontananze inimmaginabili. I ricordi e i<br />
desideri degli uomini, le attese e le loro<br />
paure. Memorie di popoli antichi e giovani<br />
fantasie di bambini. Le storie erano la<br />
linfa stessa della quercia. E suonavano,<br />
cantavano mentre circolavano dell&#8217;albero.</p>
<p style="text-align: center;">IL CASTELLO DELLA LUNA<br />
IL BOSCO DELLE ANGUANE<br />
LA SPADA DI ATTILA<br />
AGNESINA<br />
VITO DELLA POIANA<br />
DOPO LA BRENTANA<br />
TOROTOTELA<br />
L&#8217;ULTIMO VIAGGIO<br />
LA GUERRA DI BORTOLO<br />
BUSA DEA MESSA</p>
<p style="text-align: justify;">Le anguane, misteriose abitatrici delle acque; Rizzardo, il cavaliere coraggioso e gentile, e Rosa, la sua donna; Angelino, il più incredibile cantastorie che sia mai esistito, che sapeva ascoltare le voci della natura; Attila, il terribile unno devastatore, che decide di venire a morire tra le dolci colline ai margini della pianura veneta; Vito, lo zattiere amico della poiana; Siro che muore nel bosco per salvare la sua Giustina. E Shant, il ragazzino che approda sul Montello, in fuga dalla sua Baghdad devastata dalla guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">E tanti altri personaggi e luoghi. La geografia è quella del Montello e delle Prealpi Trevisane. E dei fiumi grandi e piccoli che nei secoli vi hanno scavato vallate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non conosce confini, nel tempo e nello spazio, l’universo che Gian Domenico Mazzocato propone ai suoi lettori attraverso questo suo affabulare perennemente sospeso tra fiaba e racconto cronachistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Vicende raccolte dal fluire vivo della narrazione popolare e trasformate in chiave mitica, come solo lui sa fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la narrativa di Mazzocato, terragna e visionaria insieme, trova i suoi spazi ideali in questa porzione di Veneto, in cui le Alpi si addolciscono in colline e i fiumi di montagna trovano la strada della pianura.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro raccoglie le storie più belle da lui incontrate nel suo narrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un viaggio tra magia e mistero, tra memorie sepolte e vicende dimenticate.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ho raccolto in COLLINE INCANTATE quanto sono andato scrivendo in questi ultimi anni sulle storie che si narrano tra Montello e Prealpi Trevisane.<br />
Il pubblico cui mi rivolgo è espressamente (e prevalentemente) quello dei bambini. E tuttavia mai, come quando si cerca di costruire un linguaggio utile a dialogare con i bambini, ci si rende conto di parlare agli adulti.<br />
E non solo perché i bambini sono gli adulti di domani, ma perché agli adulti d’oggi bisogna chiedere di fermarsi, di fare attenzione, di aiutare i figli a cogliere il senso profondo dei simboli e delle figure che popolano le narrazioni.<br />
In Il castello della luna narro una favola gentile e bella. Quando l’ho letta ad una classe di terza elementare, ho percepito che è piaciuta. Ma mi rendo conto, adesso che la rileggo, che sono gli adulti i veri destinatari.<br />
Rosa e Rizzardo, che ne sono i protagonisti, guardano di notte, dagli spalti del loro castello, la corrente della Piave.<br />
Racconto così: I tronchi scendevano il fiume, galleggiando nell’acqua con movimenti goffi e tonfi sordi quando cozzavano l’uno contro l’altro. Rosa e Rizzardo li guardavano, oscuri fantasmi nella luce lunare, e sorridevano. Parevano mostri, draghi spaventosi, entità misteriose e deformi, belve crudeli pronte a levare le loro teste e vomitare fuoco: bastava un’onda e la minaccia spariva, un sussurro di vento, un rumore sordo, un giro d’acqua.<br />
Quante volte Rosa e Rizzardo avevano atteso sugli spalti del castello il mattino, tenendosi per mano e scambiandosi dolci baci. La prima luce dell’alba rivelava che i mostri della notte erano inoffensivi pezzi di legno. La paura spariva con un sorriso, si scioglieva come neve al sole.<br />
Che altro sono quei tronchi, se non gli incubi, le apprensioni, le paure, i cattivi presagi che pesano sulla nostra vita e opprimono il nostro cuore? Per dissiparli vorremmo sempre una luce, un’alba, un raggio mattutino. E abbiamo il dovere di coltivare questa speranza, questa prospettiva.<br />
I racconti sono di provenienza eterogenea.<br />
Alcuni li ho scritti per il Cantastorie, la pubblicazione annuale edita per raccogliere soldi a favore della Città della Speranza, la fondazione che si occupa di ricerca sulle oncologie infantili e sulle malattie pediatriche in genere.<br />
Altri hanno accompagnato Alte Terre, il bel libro fotografico di Antonio Piovesan. Altri ancora sono squarci di miei romanzi. In particolare Agnesina e Attila sono personaggi che compaiono anche in un mio romanzo, Il caso Pavan.<br />
Infine ci sono racconti del tutto originali e scritti per questa silloge.<br />
Anguane, santi, personaggi d’oggi, memorie tra storia e leggenda: in ogni caso sono storie che appartengono davvero a questa terra, la esprimono e hanno una tradizione -orale e scritta- dietro di loro.<br />
Vito della poiana è una resa mitica della grande storia degli zattieri del Piave. L’ultimo viaggio è una rievocazione intimistica del declino di una donna straordinaria e sensibile, Caterina Cornaro. Dopo la brentana vuole essere un viaggio nella memoria leggendaria di alcuni luoghi montelliani.<br />
Torototela rievoca con nostalgia la figura perduta del cantastorie. Con allusione evidente: il cantastorie di oggi è lo scrittore che sa raccogliere e mediare le storie che appartengono ad un territorio, ad una geografia.<br />
La guerra di Bortolo ricostruisce una storia che si racconta ancora sopra Valdobbiadene e riporta agli spazi e nei tempi in cui la Serenissima Repubblica di Venezia dominava l’Egeo e i commerci.<br />
Ho pensato di chiudere con Busa dea Mesa, dove propongo personaggi e vicende tra cronaca, storia e attualità: una conclusione aperta, come si vedrà, perché di storie da raccogliere, riprendere e proporre ai lettori, ne fioriscono sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">LA GUERRA DI BORTOLO</p>
<p style="text-align: justify;">Il fondo della vallata era tutto un luccicare di metalli, nel sole del tramonto. La Piave correva irruenta sulle ghiaie chiare. Armature, elmi, picche e spade. Spingarde, schioppi, forse qualche bocca da fuoco più grande. E mortai, trascinati con fatica e pericolo grandi.<br />
I tedeschi.<br />
Respinti da Feltre e in rotta disastrosa, alla ricerca di un lembo di terra che fosse ancora dominio dell’imperatore. Ceneda magari. Ma prima di ritirarsi bisognava sfogare la rabbia.<br />
Come ad ogni morire di giorno, Bortolo stava radunando le sue capre, sui pascoli del monte Garda, tra forre e dirupi. Lo spettacolo dell’esercito in rotta era terribile a vedersi, minaccioso e cattivo.<br />
Bortolo ebbe un brivido.<br />
Una torma di lupi affamati e impauriti stava per avventarsi sulle valli strette e scoscese che solcano i fianchi del Garda e del Cesen. La piana di Treviso non avrebbe avuto scampo. Il formidabile esercito tedesco, pur in disfatta, conservava un barlume di disciplina nella marcia, di organizzazione dei reparti. Sembrava quasi di udire gli ordini degli ufficiali sovrastare il rombo dei torrenti.<br />
Nulla di più spaventoso di un esercito sconfitto che cerca di rifarsi. Valdobbiadene sarebbe stata messa a ferro e fuoco, poi sarebbe toccato a Montebelluna. Poi a Treviso.<br />
Bortolo capì che era arrivato il momento che attendeva da tanti anni.<br />
Stava per cominciare la sua guerra.<br />
L’unica arma che possedeva era il vincastro con cui sfiorava la schiena di capre e pecore. Ma aveva collera dura nel cuore, e antica. Come il ghiaccio di montagna che sa attendere secoli prima di sciogliersi ed essere fiume.<br />
Gli era venuta un’idea. Semplice, ma di genio. Avrebbe funzionato, era sicuro.<br />
Reparti e battaglioni, uomini come formiche. Da Lentiai, da Cesana, dal Colderù, da Ronchena. Lo sguardo di Bortolo spaziava fino a Mel. I tedeschi erano ovunque. Perfino Santa Giustina, sulla sponda opposta della Piave, era un brulicare di carriaggi e salmerie. C’era una febbre nell’aria, si respiravano paura e attesa.<br />
Gli occhi di Bortolo erano attenti a non perdere il minimo movimento delle truppe. Le intenzioni dei tedeschi erano chiare. Avrebbero imboccato la valle della Rimonta e poi la valle del Mariech. L’Endimione, il monte cui la gente della valle aveva dato il nome del fanciullo che si era innamorato della Luna, sarebbe stato ad un passo. Acque prepotenti e infide, che avevano scavato gole profonde nella montagna, quelle dei due torrenti, ma nulla avrebbe potuto fermare le bestie impaurite e assetate di vendetta.<br />
Bortolo socchiuse gli occhi, rivide i fianchi verdi dell’Endimione, con le macchie bianche delle stelle alpine.<br />
No, nulla avrebbe arrestato l’esercito tedesco. Doveva pensarci lui, Bortolo, il povero e indifeso pastore. Ma la rabbia che aveva dentro gli avrebbe dato forza.<br />
Pensò per un attimo a Endimione, di cui nella vallata si tramandava la leggenda magica e gentile. A Bortolo sarebbe piaciuto che il cielo avesse dato anche a lui di esprimere un desiderio, di dormire un sonno eterno rimanendo sempre giovane e gagliardo. Al pastore fanciullo era stato concesso di svegliarsi ogni tanto, e solo per amare la Luna, da cui aveva avuto cinquanta figli che avevano popolato con la loro discendenza tutte le terre che si affacciano sulle acque azzurre del Mediterraneo.<br />
Bortolo pensava alla sua giovinezza perduta. Quanto doveva essere bella una vita senza fatica, trascorsa a dormire e amare e avere figli. Senza il groppo amaro di odio, rabbia, dolore che era il veleno della sua anima.<br />
Giovane per sempre, senza avvertire lo scorrere dei giorni e degli anni? No, questo non lo avrebbe mai voluto. Piuttosto gli sarebbe piaciuto invecchiare insieme alla sua Merizia. Avrebbe amato, della sua donna, perfino l’imbiancarsi dei capelli e l’affiorare delle rughe. Le mani avrebbero preso a tremare a entrambi, con le lentezze e i torpori della vecchiaia.<br />
La memoria che si offusca, lo sbiadirsi dei ricordi. Insieme. Il crescere dei figli, il loro andare per strade e sentieri.<br />
Bortolo gettò ancora uno sguardo sulla vallata. Poi alzò gli occhi al cielo. Nuvole nere offuscavano il tramonto. Correvano veloci, spinte da un vento di buriana che veniva dai monti.<br />
Meglio, molto meglio.<br />
Si stava preparando una notte senza luna, lunga e buia.</p>
<p style="text-align: center;">*****</p>
<p style="text-align: justify;">Maometto il Conquistatore si presentò sotto le mura di Negroponte all’alba del 15 giugno 1470. Un uomo di mezza età e mezza statura. Era grasso, aveva il naso aquilino e una barbetta rossa che gli incorniciava il viso. Metteva paura.<br />
Prima di lui, nei giorni precedenti, era arrivato il grosso dell’esercito.<br />
Maometto osservò a lungo le mura della città, indicò con la mano un punto, poi un altro, poi ancora uno. Discusse con gli ufficiali che gli stavano attorno e dopo qualche minuto si ritirò su una delle sue navi.<br />
Bortolo era sugli spalti e aveva il cuore chiuso da un pugno di ferro. Pensava a Merizia, che avrebbe sposato di lì a qualche mese. Alta, con gli occhi bruni e i capelli color del miele. Quale destino si stava preparando per loro?<br />
A sera si scatenò l’inferno.<br />
L’armata dei Turchi era impressionante. Trecento navi, truppe di terra e cavalleria, un mare di tende, fuochi accesi ovunque: all’imbocco dell’isola, e dall’altra parte dello stretto di mare che divideva l’isola dalla Grecia. Su un lato dell’accampamento, l’enorme recinto dei cammelli che recavano salmerie e munizioni.<br />
Non c’era speranza. L’esercito turco occupava il terreno fino all’orizzonte. Fino alle montagne della Beozia e dell’Attica, fino a Tebe ed Atene.<br />
Bortolo ricordò il giorno in cui suo padre lo aveva portato in cima al monte Delfi e il loro sguardo aveva spaziato lontano, oltre il mare. Il verde e il giallo delle colline greche, i boschi di pini ed ulivi, i vigneti bassi. Il sole che avvolgeva, il salso del mare, i profumi del timo e dell’origano.<br />
Ora una sorte orribile attendeva i 24mila che difendevano Negroponte. Tutto era orrore, morte e disperazione.<br />
E un po’, però, se l’erano cercata.<br />
Solo un anno prima, Nicolò Da Canal, il provveditore alla flotta veneziana, aveva messo a fuoco isole e città turche della costa tracia.<br />
Le cose peggiori, il Da Canal le aveva fatte ad Eno. I magazzini del porto saccheggiati, le case incendiate, le donne stuprate e tutti gli adolescenti venduti come schiavi. Le acque della Maritza avevano trasportato cadaveri per giorni interi e la corrente si era fatta scura di sangue fino alla foce.<br />
A Negroponte, le razzie del Da Canal avevano portato un po’ di ricchezza in più, ma non gioia. I vecchi mercanti veneziani, che sapevano bene quanto precari fossero gli equilibri politici in quel delicato scacchiere, presagivano che le malefatte del provveditore non sarebbero rimaste impunite. E infatti la vendetta di Maometto Secondo non si era fatta attendere.<br />
Lo chiamavano Fatih, che voleva dire il Conquistatore. Lo precedeva una fama spaventosa, un’aura di invincibilità. Era stato lui, qualche anno prima, ad espugnare Costantinopoli. E poi aveva sottomesso l’impero di Trebisonda e la Serbia. Il Mediterraneo intero tremava solo a sentire il suo nome: le isole dell’Egeo, le colonie genovesi della Crimea, il Peloponneso e l’Albania.<br />
No, non avevano speranze i difensori di Negroponte. Ma si preparavano alla difesa, mettendo in armi tutti gli uomini capaci di reggere una spada. E si illudevano che il Da Canal giungesse a recare loro aiuto.<br />
Bortolo aveva da poco finiti i quindici anni e aveva voluto arruolarsi tra i difensori. Suo padre, un mercante di cotone e legname, era morto da qualche anno e gli aveva lasciato una buona sostanza. Ma che gli serviva se Negroponte cadeva in mano ai turchi e se lui fosse stato ucciso?<br />
Guardando tra i merli delle mura il Conquistatore che impartiva ordini, calmo e tranquillo come se fosse una partita di caccia, Bortolo pensò con un brivido a Merizia.<br />
La conosceva da sempre. Sua coetanea, figlia di un socio dei commerci di suo padre. Bellissima, sorrideva sempre. Era dolce baciarla sugli occhi, sul collo e tra i capelli che sapevano di melograno, come in un gioco, e stringerle le mani. Ma quale destino li attendeva?<br />
I Veneziani erano sull’isola da più di 250 anni.<br />
Ne avevano tratto legname per le loro galee, cotone per tessere vele robuste e capaci di resistere ad ogni vento, carne per le loro tavole. Poi olio, vino, miele.<br />
Le arnie di Negroponte erano famose su ogni sponda del mare. Gli isolani ne traevano cera buona e in grande quantità e propoli, la resina densa e scura, buona per curare ogni malattia. Il miele sapeva di selvatico e di dolce insieme, con sentori di elleboro e rosmarino. Le cave di marmo davano lavoro a tanta gente e anche le vecchie ed esauste miniere di ferro e rame, a saperci lavorare con pazienza, potevano ancora offrire di che vivere.<br />
Un paradiso, insomma, una piccola patria. E poi l’isola era una base magnifica per le spedizioni e le rotte verso Oriente. Tutto stava per finire.<br />
Gli isolani avevano provveduto ad abbattere il ponte che li collegava alla terraferma, ma i genieri dell’esercito turco diedero prova della loro straordinaria e ben nota abilità. In poche ore costruirono una passerella di fuste e palendarie. Come se lo stretto di San Marco, in cui tumultuavano le onde del mare Egeo, non ci fosse nemmeno. Il ponte di barche consentiva il passaggio all’esercito turco a ranghi serrati e non c’erano problemi nemmeno per i pesanti pezzi di artiglieria.<br />
Siccome non c’era nulla da perdere, mentre il ponte di barche andava completandosi, Paolo Erizzo, il bailo della città, diede ordine al capitano delle truppe, Gerolamo Calbo, di tentare una sortita.<br />
I turchi non si aspettavano l’attacco. Subirono una strage tremenda. Le loro teste, infisse sulle picche, rincuorarono i difensori. Anche se nel cuore di tutti albergava la certezza che la vendetta sarebbe stata ancora più brutale, quella notte si fece perfino un po’ di festa.<br />
Negroponte viveva nell’abbondanza, era piena di ogni bendidio.<br />
Fu l’ultima piccola gioia che poterono assaporare gli isolani. La sera del 15 giugno le bocche grandi da fuoco e i mortai dell’artiglieria turca presero a vomitare una valanga di proiettili sulle mura e sulle case di Negroponte. Le pietre da dodici spanne sgretolarono poco a poco le mura, aprendo varchi.<br />
E all’interno della città non c’era luogo che non lamentasse distruzione e morte.<br />
Le pietre da otto spanne, più leggere e quindi capaci di volare più lontano, aprirono brecce e falle sui muri dell’Arsenale e del Castello, abbatterono ogni cosa nella Giudecca e nella Pescheria, sfondarono i tetti delle chiese di San Marco e San Bastiano.<br />
Sulla piana le operazioni erano dirette da Mahmud Pascià, un uomo enorme dalla voce tonante e dagli occhi che erano tizzoni d’inferno. Ogni volta che lo vedeva, Bortolo provava orrore. Sapeva che quell’uomo era determinato a non lasciare pietra su pietra a Negroponte. Mahmud era il gran visir di Maometto e suo favorito.<br />
Il 29 di giugno le mura della città quasi non esistevano più. Larghi tratti erano crollati sotto il martellare dell’artiglieria. Era un giovedì.<br />
I turchi amano combattere di venerdì e infatti nella notte del giorno seguente, due ore prima dell’alba, si mossero in forze proteggendosi le teste e le spalle con grilli e graticci. Il frastuono era terribile, faceva tremare. Sotto le coperture avanzavano guerrieri armati alla leggera e altri che reggevano gatti e arieti per assestare gli ultimi colpi alle porte. Alle urla e al correre degli uomini sul ponte di barche, si aggiunsero il rullo dei tamburi e le percussioni dei cembali, una musica orribile e di morte.<br />
Bortolo si trovò a combattere sulle macerie della chiesa di San Marco. Ormai da ore non sapeva nulla della sua donna. Se era ancora viva, se stava bene. Uccise molti guerrieri turchi. Con la spada, poi con una mazza raccattata tra i cadaveri. Con le mani, infine, cercando a sua volta la morte.<br />
Era lordo di sangue e senza fiato, quando, verso le 14, i turchi che erano già dentro la città desistettero dall’assalto e si ritirarono.<br />
Quasi impossibile crederci. Nemmeno la forza per urlare di gioia avevano più i difensori di Negroponte. Un sollievo grande comunque, dopo la disperazione, anche se era chiaro che la caduta della città era solo differita.<br />
E infatti qualcosa cominciò a cedere tra le file dei difensori, il fantasma della paura e del tradimento affiorò negli animi.<br />
Incombeva la morte e la voglia di sopravvivere era troppo forte.<br />
Tomaso Schiavo era un capitano della milizia e aveva a Negroponte la sua donna e tutti i suoi figli. Mandò a dire a Maometto che al prossimo attacco lui non avrebbe difeso la porzione di mura affidatagli. In cambio voleva salva la vita per sé e per i suoi. I suoi emissari furono sorpresi al ritorno, dopo l’ambasceria segreta, e fatti parlare. Il bailo Erizzo convocò Tomaso nella loggia delle pubbliche adunanze e lo fece sgozzare.<br />
Bortolo e tutta le gente di Negroponte trovarono in piazza il capitano traditore nudo e appeso per un piede. Sotto di lui una pozza di sangue raggrumato. Ma inganno e infedeltà sono malepiante che attecchiscono bene nel terrore. Nelle ore successive qualcuno tra i difensori passò dalla parte dei nemici.<br />
Tuttavia l’esecuzione di Tomaso Schiavo ridiede nerbo alle forze dei soldati di Negroponte. Il bailo seppe trovare le parole giuste per rincuorare il popolo. Disse che si trattava di resistere qualche giorno, fino all’arrivo di Nicolò Da Canal al comando della sua flotta. E infatti anche il secondo attacco del Gran Turco venne respinto, dopo una battaglia durata un giorno intero con perdite gravissime su entrambi i fronti.<br />
Le navi del Da Canal apparvero all’orizzonte all’alba del 10 luglio.<br />
Bortolo, in fondo, non si era mai perduto d’animo del tutto e adesso l’arrivo dei rinforzi riaccendeva le più belle speranze. Quando non era di guardia sulle mura o impegnato in altre incombenze stava con la sua Merizia. Erano entrambi soli, ormai, e avevano davanti un destino incerto.<br />
I due ragazzi si amarono tutti i giorni, in ogni minuto che potevano trascorrere uniti, amore e disperazione insieme. La notte era accesa dai fuochi che le balliste e le catapulte turche scagliavano di continuo. Merizia si sforzava di sorridere, aveva baci e carezze dolcissime. A Bortolo pareva quasi impossibile che fuori della loro stanza regnasse l’inferno. Il grembo della sua donna aveva il profumo della brezza marina al calar del sole.<br />
A Negroponte si sparse la voce che Maometto si era impaurito per l’arrivo della flotta veneziana e che aveva concepito il proposito di ritirarsi. Ma si era anche saputo che Mahmud Pascià, la sua anima nera, si opponeva con tutte le forze. Lui era convinto di poter prendere la città e l’intera isola.<br />
Dall’alto delle torri e delle mura, Bortolo e i suoi compagni videro il favorito di Maometto passare di tenda in tenda, di padiglione in padiglione a rincuorare i suoi, a incitarli alla battaglia decisiva.<br />
I turchi sferrarono l’attacco nella notte tra l’11 e il 12 luglio. In poche ore i genieri gettarono un secondo ponte di fuste, le artiglierie raddoppiarono il ritmo. All’alba i difensori capirono che la fine era vicina. Davanti a loro una marea inarrestabile di armature oro e cremisi. In lontananza il Gran Turco, circondato dai suoi giannizzeri, aspettava il momento di entrare in città e camminare sulle spoglie degli sconfitti.<br />
Il Da Canal aveva mare e vento favorevoli, ma non si mosse. Prima dell’alba era stato un gran agitare di fiaccole per implorare aiuto.<br />
Poi, con le luci del giorno, lo stendardo con il leone di San Marco più e più volte era stato sventolato secondo i segnali in uso negli eserciti e nelle flotte della Serenissima Repubblica.<br />
Bortolo e gli altri compresero, alla fine. Nicolò Da Canal aveva tradito oppure aveva segrete intese con qualcuno. Il destino del popolo di Negroponte era segnato. Qualcuno, in un ultimo disperato tentativo, issò sulle mura un crocifisso alto quanto un uomo per far capire al comandante traditore che stava cominciando la passione di Negroponte.<br />
Anche questo fu inutile. Vicino a Bortolo un suo compagno precipitò colpito da una schioppettata in fronte. Un vecchio amico di suo padre, un pugno allo stomaco. Alcune ragazze si buttarono dall’alto per non cadere vive in mano ai turchi. I superstiti cercarono rifugio nell’ultimo posto difendibile.<br />
Bortolo comprese che non avrebbe mai saputo se il suo seme era stato fecondo nel grembo di Merizia, che la sua vita era finita. Si sentì impotente, abbandonato. La sconfitta entrò in lui come un male inguaribile, la malaerba inestirpabile della fuga e della solitudine.<br />
Il ponte levatoio del Castello era rivolto verso il porto, in direzione opposta al fronte di attacco. Il bailo fece correre l’ordine di ritirata.<br />
Quando gli angusti spazi della rocca furono pieni oltre misura dei disperati in fuga, il bailo diede ordine di alzare il levatoio. Tanto la morte era certa per tutti, prima o poi. Le catene si tesero sotto il peso dei fuggiaschi, poi si spezzarono di colpo. Bortolo correva per la città alla ricerca di Merizia. Sperò che avesse trovato rifugio nella rocca.<br />
Vide il ponte piombare sulla sponda con fragore immenso. Uno spettacolo orribile, di morte e sangue. Corpi straziati e maciullati, l’emblema della resa, il segno che a Negroponte non c’era più un solo baluardo da opporre al Gran Turco. Non ci fu nemmeno bandiera bianca.<br />
Bortolo avvertì uno schianto nell’anima, un senso terribile di incapacità e impotenza. Morì anche lui in quel momento. Negroponte non era più veneziana. La sua gente veniva braccata nelle strade e nei vicoli in rovina, le famiglie massacrate nelle case, ogni bottega ribaltata nel saccheggio e nella furia di far preda.<br />
Maometto entrò in città il giorno dopo, col sole già alto. Il suo cavallo nero camminava su rovine e macerie, sui corpi dei caduti. Nell’aria odore di fumo, di sangue marcio, e lamenti dei moribondi. Procedette fino al centro di Negroponte, circondato dai giannizzeri. Arrestò il cavallo davanti a quello che restava della Loggia.<br />
Aveva una voce profonda, secca, diede qualche ordine, veloce, quasi stizzito.<br />
Furono portati sulla piazza tutti gli uomini adulti, quasi mille.<br />
Ad un cenno del Gran Turco i malcapitati furono spinti sulle ginocchia. Disposti in un cerchio immenso, le mani legate dietro alla schiena.<br />
Per ore, fino a sera, le donne e i ragazzi di Negroponte videro le teste mozzate di padri e mariti rotolare e insanguinare la pietra bianca del selciato. I giannizzeri alzavano le scimitarre e colpivano. Donne, fanciulle e fanciulli, nei giorni seguenti, furono venduti, donati, barattati. Bortolo divenne proprietà personale di Mahmud Pascià che aveva notato quel giovinetto bellissimo tra i difensori, quando ancora combatteva sulle mura.<br />
Lui, Bortolo, aveva l’anima devastata. La sua vita era finita lì, tra le macerie di Negroponte, saccheggiata, distrutta. Gerolamo Calbo, il capitano fiero e valoroso, era stato trapassato da una picca turca nell’assalto finale, sotto gli occhi di tutti. Paolo, il bailo, all’ultimo aveva cercato di trattare la resa per salvare la sua famiglia. Il Gran Turco lo fece segare in due pezzi, lasciandolo morire sulla piazza, nella pozza del suo stesso sangue.<br />
Non aveva ormai occhi per guardare tanto orrore, Bortolo, non aveva più pensieri o desideri.<br />
Merizia forse era meglio che fosse morta. O forse no. Se aveva fortuna poteva entrare tra le donne del serraglio. Più di trecento, a quanto si diceva, ne teneva il Gran Turco al suo servizio. Serve sì, ma se avevano la fortuna di restar gravide di lui, erano destinate a diventare padrone di terre e ville, a loro volta padrone di schiavi.<br />
Della sua donna, dai capelli color miele e dal grembo dolce e caldo, non seppe più nulla.</p>
<p style="text-align: center;">*****</p>
<p style="text-align: justify;">Il nemico è sempre il nemico, anche se ha uniformi diverse e brandisce armi di altra foggia.<br />
Bortolo vide la torma dei tedeschi avventarsi su per la Rimonta e il Mariech, con la bava alla bocca. Nel tramonto l’oro e l’argento delle uniformi mandavano lampi.<br />
Il pastore guardò il suo gregge e comprese che tutte le stagioni trascorse in solitudine sulla montagna, non erano state inutili. La sua guerra non era finita.<br />
In un attimo tornò a divampargli nell’animo l’orrore dell’invasione, l’odio per il Gran Turco, la rabbia per la povera cosa che era stata la sua vita senza Merizia.<br />
Il sole aveva raggi sghembi e freddi, come quando si preannuncia buriana grande. Guardò le nuvole nere, sarebbe stata una notte più buia dell’inferno.<br />
Ripensò ad un’altra notte senza luna, tanti anni prima, alle porte di Tebe, dove Maometto si era fermato a riorganizzare le sue forze. Il recinto degli schiavi, le guardie ubriache, la sua fuga attraverso i monti e le vallate impervie della Grecia e della Morea. Giorni e mesi, mangiando quello che trovava, dissetandosi alle fiumare.<br />
Spesso aveva riflettuto che si era salvato perché della sua vita non gli importava nulla. Aveva affrontato rischi grandi, senza starci troppo a pensare. Si era trovato su una spiaggia della Morea, non sapeva neanche lui come, e una galea veneziana lo aveva imbarcato. Era diventato vecchio in pochi mesi, e senza voglia di vivere.<br />
L’ultima battaglia. Non aveva molto tempo.<br />
Salì di qualche passo, verso la cima del Garda, fino ad un bivio del sentiero. Lì, per l’inverno, aveva ammucchiato un bel po’ di rami di pino, larice e abete. Scelse i più secchi, ne fece mannelli piccoli e li allineò sulla stradina, in ordine, vicino a lui. Poi si fece passare davanti il gregge.<br />
Ad ogni capra, tra le corna, assicurò un po’ di rami. Presto sparì anche l’ultimo raggio di luce. Il più voluminoso e pesante fascio di rami fu per un vecchio montone.<br />
Nella vallata si udivano arrancare di passi, bestemmie ingigantite dall’eco, scalpitare inquieto di cavalli. In lontananza un tuonare minaccioso e cupo.<br />
Alla luce di una folgore Bortolo guardò per un attimo il suo incredibile esercito e i suoi guerrieri a quattro zampe, nervosi per via di quell’elmo inconsueto che si trovavano sulla testa.<br />
Due colpi sull’acciarino, accese la piccola torcia che si era preparata con un po’ di resina. Poi appiccò il fuoco, tra le corna delle capre. Un po’ di fiamma e via, uno spintone giù per il pendio scosceso.<br />
In un attimo il costone della montagna fu un mare di fiamme che si avventava verso il basso, una fiumana inarrestabile, un attacco imprevisto, una minaccia da cui era impossibile difendersi. Un esercito immenso, scaturito dal ventre fondo dell’inferno, diavoli o che altro, o mostri che di giorno dormivano e di notte tornavano a vivere nelle gole tra Garda e Cesen.<br />
Il terrore sconvolse i tedeschi che si preparavano a passare alla meno peggio la nottata. Ordini convulsi, urla, imprecazioni, clangore di armi, rotolare di corpi sulle balze ghiaiose.<br />
Una rotta spaventosa, giù, di nuovo verso il basso, nella vallata, nelle acque fredde e rovinose del fiume.<br />
Bortolo era appagato, per la prima volta, dopo l’orrore di Negroponte. Teneva le mani tra le corna del suo vecchio montone.<br />
In piedi, sulla costa della \montagna, davanti all’oscurità immensa della vallata della Piave, tornò ad essere per un attimo il bambino che suo padre aveva portato a guardare Negroponte dalla cima del monte Delfi. La sua vita non era stata senza frutti, alla fine.<br />
Accese anche i rami sulla testa del montone, si afferrò con forza alle corna, cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva. Prese a correre verso il baratro.<br />
Una strana macchina da guerra, a sei zampe, e coronata da un fuoco immenso.</p>
<p style="text-align: center;">*****</p>
<p style="text-align: justify;">Quando i pastori che pascolano le greggi sui pendii del Garda e le gole del Cesen, lungo le balze dell’Endimione, nelle valli della Rimonta e del Mariech, scorgono un lume muoversi nel buio della notte, sanno bene che è l’anima inquieta di Bortolo che torna a visitare i luoghi della sua guerra.<br />
E giurano di sentirne anche la voce.<br />
Bortolo urla nella notte un nome solo, un nome strano. Forse un nome di donna.</p>
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