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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; Libri degli amici</title>
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		<title>IL 29 LUGLIO QUANDO CHE MATURA IL GRANO</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2020 13:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[LUIGI LONGHIN IL 29 LUGLIO QUANDO CHE MATURA IL GRANO STORIA DI UN PARÀ, DA FASCISTA A RESISTENTE EDIZIONI ISTRESCO (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca trevigiana), euro 12 PREFAZIONE DI GIAN DOMENICO MAZZOCATO &#160; DAL NAZIONALISMO AL PATRIOTTISMO Il ventinove luglio / quando che matura il grano / è nata una bambina / con una rosa in mano. Affiorano alla bocca di Luigi Longhin i versi sonori di questa anonima canta alpina. Gli riportano altri 29 luglio della sua vita. Gli riportano soprattutto, nell’orrore, nelle incertezze, nella fragilità della guerra atroce, immagini gentili, di idillio. Rasserenanti. Prosegue la canta: Vicino alla marina, / dov’è più bello stare, / si vede i bastimenti / a navigar sul mare. È il respiro possente di questo libro esile nel numero di pagine, avvolgente nel suo impianto e nel percorso, fisico e morale insieme, che propone. L’autore non lo voleva pubblicare ma negli ultimi anni, fattosi più convinto del valore del ricordo e della sua personale testimonianza, aveva mutato idea. Perplesso davanti alla smemoria di tanti, ha premesso la breve nota che il lettore troverà all’inizio della narrazione. Chiave di lettura importante che, in questa prefazione, si tenterà di integrare tracciando la linea emotiva di chi ha ripreso in mano il ricordo di Luigi Longhin. Il diagramma di una scoperta significativa, lo spessore di un racconto che trascina in una sorta di complicità col parà di Mussolini approdato alla lotta per la libertà. Luigi Longhin La guerra, ogni guerra grande o piccola, è un tristo arnese impastato d’odio. Nell’odio mette radici e di odio si nutre. Ed è una grande cosa raccontare, come fa Luigi Longhin, una vicenda di odio senza ricorrere all’odio. Con disincanto, con lontananza, con umanità, cercando di capire. Per quanto ingombrante viene in mente un paragone, Le mie prigioni, il sempre citato e mai letto capolavoro di Silvio Pellico. Longhin muove dal nazionalismo e approda al patriottismo. Afferma di volerlo raccontare alle nuove generazioni. Quanto di simile insegnamento ci sia bisogno, lo tocchiamo con mano ogni giorno. Pagine toccanti e ruvide, mai banali. Il giovanissimo e tremante soldato tedesco cui Longhin fa una carezza sulla carrabile Catanzaro-Cosenza. Il soldato tedesco che a Soveria Mannelli piange e mostra la foto di moglie e figli. Si toglie la dentiera per far vedere in che condizioni quel pazzo sanguinario di Hitler lo ha mandato al fronte. Il soldato polacco che, alle porte di Lucca, dice che combatte per Hitler perché è ricattato, perché la sua famiglia è in un campo di concentramento. E qualche istante dopo inscena una manovra diversiva grazie alla quale Luigi e i suoi amici possono sfuggire ad un agguato. E i film western dell’infanzia tornano alla memoria. Quanta voglia di lieto fine, quanto desiderio che tutto il bene stia da una parte e tutto il male dall’altra. Che siano facilmente riconoscibili. Ma non è duello tra cow boy quello che si combatte sull’Appennino. Lì, tra forre e dirupi selvaggi, ci nascondiamo nel fitto bosco, lontano dalla mulattiera, vegliando ciascuno sul sonno degli altri. *** Si deve la conservazione e la proposta del manoscritto alla figlia Hilde, rintracciata da Lino Cusinato, studioso e biografo di Andrea Giacinto Longhin (Fiumicello di Campodarsego, Padova, 22 novembre 1863 &#8211; Treviso, 26 giugno 1936), vescovo di Treviso in anni terribili di guerra e pace difficile, dal 1904 alla morte, e beato. Lino Cusinato, alla ricerca delle diramazioni dei Longhin, si è imbattuto in Hilde, insegnante e persona sensibile agli stessi valori che hanno informato la vita del padre. Un ritrovamento importante che va ad alimentare, in modo originale e autonomo, la grande memorialistica partigiana e bellica. Un po’ diario, un po’ romanzo di formazione. La famiglia Longhin. Da sinistra. Maria (seconda moglie di Antonio, il papà di Luigi), Luigi, Antonio (Cappella Maggiore, 15 agosto 1880 – Verona, 16 marzo 1964), Caterina Chiaradia (moglie di Luigi), Hilde Longhin (figlia di Luigi). Un testo importante per le informazioni che ci dà. Quando, dopo la scuola di paracadutismo, viene mandato in Sicilia, gli Alleati stanno già sbarcando. Per lui è subito ritirata. Il racconto di quello che avviene nel porto di Messina, i forsennati e disperati tentativi di imbarco, le bombe e la strage, l’ufficiale che finisce a pistolettate il commilitone in orribile agonia mentre si sta facendo il segno della croce, tutto fa pagina in un’aura di autenticità assoluta e drammatica. O, ad esempio, le figure femminili come Norma, spigoloso capo partigiano. Scuola elementare di Cappella Maggiore, primi anni Venti. Luigi Longhin è in prima fila (quinto da sinistra, vestito alla marinara). Come dice Longhin, il diario è soprattutto il contributo alla conoscenza di chi è approdato nelle file dei resistenti dal nazifascismo, con l’uniforme dell’esercito addosso. Verissimo, se ne parla poco. Il libretto personale del Regio Esercito Italiano di Luigi Longhin (4° reggimento Genio, Compagnia Radio). Si capisce bene che durante la sua guerra, Longhin aveva un taccuino e annotava con assiduità. Ricordi precisi, nitidi. Scanditi, quando serve, ora per ora e perfino minuto per minuto. Con diligenza. La quotidianità, il giorno dopo giorno, la vita da difendere ma anche da inventare ad ogni istante, la lenta e inarrestabile presa di coscienza dei valori di libertà e tolleranza che sono alla base della Resistenza e del riscatto nazionale dall’orrore nazifascista. Ne esce un racconto senza enfasi, antiretorico, distante dall’epopea. Un non professionista della scrittura, dallo stile disadorno e talora perfino ingenuo, che proprio per questo offre una testimonianza senza mediazioni, diretta. Che convince ed emoziona il lettore. Il falso documento di identità rilasciato a “Lucchese” Luigi, dal comune di Minucciano (Lucca), per interessamento del nucleo partigiano di Gorfigliano  (che di Minucciano è frazione). Si noti che data di nascita e nomi dei genitori sono esatti, per non incorrere in errori se fosse stato interrogato. *** Luigi Longhin nasce a Cappella Maggiore, alle pendici del Cansiglio, il 30 agosto 1915. Stesso cognome del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin e del resto Giacinto, come nome di battesimo, è ricorrente tra i Longhin. Il padre Antonio è benestante, ha una grande casa al centro del paese. Ma si lancia in investimenti fallimentari che sprofondano la famiglia nei debiti. Luigi, per tappare il buco, lascia la scuola enologica di Conegliano (già allora rinomata) e nel ’37 si arruola tra i volontari che combattono in Spagna a fianco del dittatore Franco. Fardello pesante. Dice la figlia Hilde: “Un dramma che lo segnò per tutta la vita, una colpa che non superò mai. Era di idee progressiste ed egualitarie e andare a combattere con i franchisti…”. Manda a casa soldi, ma suo padre, invece che pagare i debiti, brucia anche quelli. Lui torna e trova impiego come maggiordomo presso una nobile famiglia di Napoli. Possiede le physique du rôle. Ha modo di conoscere anche Enrico De Nicola, futuro presidente della repubblica. Guadagna abbastanza e questa volta paga personalmente i creditori. Una nuova guerra è alle porte. Si trova ad un bivio: partire con la spedizione italiana in Russia o arruolarsi come paracadutista. Sceglie il paracadute. Dalla sua esperienza militare esce questo diario di guerra. Il titolo originale del manoscritto è Umane vicende di un parà in guerra. Nel dopoguerra si trasferisce a Bolzano, impiegato alle poste e impegnato nell’associazionismo e nel sociale. Molto sportivo, nel 1998 è travolto da un’auto durante un’escursione in bicicletta. Muore il 12 aprile 2003 per i postumi di quell’incidente. Il foglio di “licenza illimitata” rilasciato a Luigi Longhin il 21 aprile 1945 a Faenza. La destinazione è Casoli in provincia di Chieti. Ma è destinazione del tutto fittizia perché Luigi Longhin prenderà la strada del nord, in direzione di casa. Non potrebbe perché il Veneto è ancora zona nemica. *** Luigi Longhin prova sulla sua pelle e nel suo vissuto il significato dell’espressione “lotta fratricida”. Torna dalla brutale esperienza della guerra e trova la famiglia lacerata. Affida alla scrittura i suoi ricordi. Medita “sull’immane tragedia in cui era precipitato il mio paese, una lotta fratricida nel mio caso da prendere alla lettera”. Con risvolti profondamente umani. A fine aprile 1945 Luigi è a Faenza col suo reggimento Nembo. Spera in una licenza. Ma nel Veneto, ancora zona di guerra, non si può andare. E lui chiede la licenza per Chieti. Naturalmente non va a Chieti. Torna a nord, a casa. 19 maggio 1945: a Cappella Maggiore scopre che una sorella, collusa coi fascisti, è in mano ai partigiani. L’altra si è nascosta a Venezia perché era ufficiale nel servizio sanitario della repubblica di Salò. La sorella è fascistissima: Luigi ne deve anche subire l’ironia. Suo fratello più piccolo, di leva nel genio telefonisti, è stato fatto prigioniero dei Tedeschi in Grecia e deportato in Germania. E suo padre giudica partigiani, fascisti e nazisti ugualmente fanatici, rozzi e volgari. Come stiamo dicendo: guerra orribile e fratricida. Con gli anni decide di dare profilo compiuto alle note frettolosamente stilate nelle marce notturne, nei riposi con un occhio solo nei rifugi più improbabili, tra il grandinare dei proiettili, nelle ritirate precipitose, nelle missioni che gli vengono affidate. Ildegonda Frassinelli, madre di Luigi. A sinistra la figlia Lidia e a destra l’altra figlia Mary. Luigi è davanti con la sorellina Anna morta a 12 anni. Lui, reduce dalla guerra di Spagna affrontata controvoglia per pagare i debiti di casa, si era arruolato tra i parà. Il diario di guerra nasce dalla riflessione sul ventennio fascista sfociato nella guerra. E la storia personale del parà Longhin comincia nell’aprile del ’42 all’Istituto Aeronautico “Cesare Balbo” di Ferrara. 45 giorni di corso duro. Serve fare presto, tempi abbreviati rispetto alla normale preparazione. Il primo lancio da un Savoia-Marchetti 79, il brevetto, la costituzione della divisione Folgore. Poi diverse dislocazioni nella penisola. Frequenta un corso per radiotelegrafisti alla Allocchio Bacchini di Milano. Luigi Longhin Il 28 luglio è sul ferry per la Sicilia. Proprio in quel decisivo luglio 1943. Il 10 gli Alleati sono sbarcati conquistando Pachino, Noto, Avola, Cassibile. È l’Operazione Husky che pochi giorni dopo vede l’ingresso alleato in Palermo. Il 25 il Gran Consiglio destituirà Mussolini. Per i parà appena giunti nell’isola comincia l’odissea del ritorno in un paesaggio stravolto. “I bengala lanciati in gran numero trasformavano la notte in giorno”. Sullo stretto ci si azzuffa per prendere un traghetto e riguadagnare il continente. Piovono bombe ed è strage: “Vidi numerosi corpi orrendamente mutilati che si contorcevano negli ultimi spasimi dell’agonia”. Il 3 settembre gli Americani sbarcano in Calabria. Le umanità si mescolano. È qui che Luigi incontra il soldato in lacrime che si toglie di bocca la dentiera. Seguono mesi convulsi, inverno di guerra e fame. Ma c’è già un “corpo italiano di liberazione” che il 31 marzo 1944 combatte vicino a Cassino, tra Molise e Lazio, la battaglia del monte Morrone (o delle Mainarde). Luigi è a Chieti, poi all’Aquila. Un’avventura dietro l’altra. Approda alla Battle School britannica a San Vito dei Normanni. Il 29 luglio si imbarca all’aeroporto di Brindisi per l’operazione che gli inglesi chiamano Batepiste, un massiccio aviolancio nell’Appennino Emiliano alle spalle dello schieramento tedesco. Luigi e i suoi compagni: sbandati, male armati, costretti a rinunciare alla loro divisa e a travestirsi da pastori. Entrano nelle bande partigiane del CentroSud, ricevono la missione di attraversare la linea gotica per recare messaggi. Voglia di libertà e tanta paura. Rischi enormi, c’è chi è preso e passato per le armi. Luigi Longhin con alcuni commilitoni in diverse fasi della sua carriera di militare /resistente. Il diario di Longhin è impetuoso, pieno. Ma rigoroso e asciutto. Quadro indimenticabile con situazioni ed eventi poco noti. Anche la realtà partigiana viene raccontata in modi non consueti nella memorialistica sulla Resistenza. Spie vere e spie presunte, scaramucce diurne, agguati notturni, contrasti fra le diverse formazioni partigiane, fame e sete, lunghi trasferimenti. Storie che si incrociano con altre storie. Documento per certi aspetti impressionante. *** E documento umanissimo. Luigi Longhin ha valori chiari, ben delineati. Dalla sapienzialità antica di mamma Ildegonda più che dall’intransigenza talora miope di papà Antonio. Nulla gli è più alieno della violenza, della prepotenza e della sopraffazione. Risale la penisola. E si rende conto che i valori in cui crede sono “dall’altra parte”. Li precisa, conferisce loro nitidezza di contorni. Si guarda attorno, legge dentro di sé. Si fa consapevole. E il soldato del duce diventa un militante della Resistenza. Al suo ritorno trova una famiglia in diaspora. E incattivita, soprattutto l’anima di suo padre. Distanze fisiche distanze morali. Insanabili. E lui, nonostante tutto e in condizioni difficilissime, lavora per ricostruirla, la sua famiglia. Per rifare e ricostituire il nucleo del sangue e degli affetti. Non un riflusso nella dimensione privata, ma la volontà di sancire che la pace è proprio nel riallacciare legami, smussare e oltrepassare le diversità. Come quel notturno, nel cielo di Lucca, in una pausa della guerra. La pioggia cessa, il temporale si allontana, le nuvole si rompono e la valle è illuminata dalla luna. Emozionante. La guerra è finita, no? Bologna 1963. Papà Luigi e mamma Caterina (Rina) Chiaradia con Hilde e Silvano. Treviso, febbraio 2020]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_copertina.jpg"><img class="size-medium wp-image-4624 aligncenter" alt="luigilonghin_copertina" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_copertina-223x300.jpg" width="223" height="300" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>LUIGI LONGHIN<br />
</b><strong><span style="font-size: large;">IL 29 LUGLIO QUANDO CHE MATURA IL GRANO</span><br />
STORIA DI UN PARÀ, DA FASCISTA A RESISTENTE</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><b>EDIZIONI ISTRESCO<br />
(Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca trevigiana), euro 12</b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><b><i>PREFAZIONE DI GIAN DOMENICO MAZZOCATO</i></b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;"><b>DAL NAZIONALISMO AL PATRIOTTISMO</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>Il ventinove luglio / quando che matura il grano / è nata una bambina / con una rosa in mano. </i></b>Affiorano alla bocca di Luigi Longhin i versi sonori di questa anonima canta alpina. Gli riportano altri 29 luglio della sua vita. Gli riportano soprattutto, nell’orrore, nelle incertezze, nella fragilità della guerra atroce, immagini gentili, di idillio. Rasserenanti. Prosegue la canta: <b><i>Vicino alla marina, / dov’è più bello stare, / si vede i bastimenti / a navigar sul mare.</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">È il respiro possente di questo libro esile nel numero di pagine, avvolgente nel suo impianto e nel percorso, fisico e morale insieme, che propone. L’autore non lo voleva pubblicare ma negli ultimi anni, fattosi più convinto del valore del ricordo e della sua personale testimonianza, aveva mutato idea. Perplesso davanti alla smemoria di tanti, ha premesso la breve nota che il lettore troverà all’inizio della narrazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chiave di lettura importante che, in questa prefazione, si tenterà di integrare tracciando la linea emotiva di chi ha ripreso in mano il ricordo di Luigi Longhin. Il diagramma di una scoperta significativa, lo spessore di un racconto che trascina in una sorta di complicità col parà di Mussolini approdato alla lotta per la libertà.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4625" alt="luigilonghin_1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_1-212x300.jpg" width="212" height="300" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Luigi Longhin</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La guerra, ogni guerra grande o piccola, è un tristo arnese impastato d’odio. Nell’odio mette radici e di odio si nutre. Ed è una grande cosa raccontare, come fa Luigi Longhin, una vicenda di odio senza ricorrere all’odio. Con disincanto, con lontananza, con umanità, cercando di capire. Per quanto ingombrante viene in mente un paragone, <i>Le mie prigioni</i>, il sempre citato e mai letto capolavoro di Silvio Pellico. Longhin muove dal nazionalismo e approda al patriottismo. Afferma di volerlo raccontare alle nuove generazioni. Quanto di simile insegnamento ci sia bisogno, lo tocchiamo con mano ogni giorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pagine toccanti e ruvide, mai banali. Il giovanissimo e tremante soldato tedesco cui Longhin fa una carezza sulla carrabile Catanzaro-Cosenza. Il soldato tedesco che a Soveria Mannelli piange e mostra la foto di moglie e figli. Si toglie la dentiera per far vedere in che condizioni quel pazzo sanguinario di Hitler lo ha mandato al fronte. Il soldato polacco che, alle porte di Lucca, dice che combatte per Hitler perché è ricattato, perché la sua famiglia è in un campo di concentramento. E qualche istante dopo inscena una manovra diversiva grazie alla quale Luigi e i suoi amici possono sfuggire ad un agguato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E i film western dell’infanzia tornano alla memoria. Quanta voglia di lieto fine, quanto desiderio che tutto il bene stia da una parte e tutto il male dall’altra. Che siano facilmente riconoscibili. Ma non è duello tra cow boy quello che si combatte sull’Appennino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lì, tra forre e dirupi selvaggi, <i>ci nascondiamo nel fitto bosco, lontano dalla mulattiera, vegliando ciascuno sul sonno degli altri.</i><i></i></span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si deve la conservazione e la proposta del manoscritto alla figlia Hilde, rintracciata da Lino Cusinato, studioso e biografo di Andrea Giacinto Longhin (Fiumicello di Campodarsego, Padova, 22 novembre 1863 &#8211; Treviso, 26 giugno 1936), vescovo di Treviso in anni terribili di guerra e pace difficile, dal 1904 alla morte, e beato. Lino Cusinato, alla ricerca delle diramazioni dei Longhin, si è imbattuto in Hilde, insegnante e persona sensibile agli stessi valori che hanno informato la vita del padre. Un ritrovamento importante che va ad alimentare, in modo originale e autonomo, la grande memorialistica partigiana e bellica. Un po’ diario, un po’ romanzo di formazione.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4626" alt="luigilonghin_2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_2-300x201.jpg" width="300" height="201" /></a><span style="color: #000000;"><br />
La famiglia Longhin. Da sinistra. Maria (seconda moglie di Antonio, il papà di Luigi), Luigi, Antonio (Cappella Maggiore, 15 agosto 1880 – Verona, 16 marzo 1964), Caterina Chiaradia (moglie di Luigi), Hilde Longhin (figlia di Luigi).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un testo importante per le informazioni che ci dà. Quando, dopo la scuola di paracadutismo, viene mandato in Sicilia, gli Alleati stanno già sbarcando. Per lui è subito ritirata. Il racconto di quello che avviene nel porto di Messina, i forsennati e disperati tentativi di imbarco, le bombe e la strage, l’ufficiale che finisce a pistolettate il commilitone in orribile agonia mentre si sta facendo il segno della croce, tutto fa pagina in un’aura di autenticità assoluta e drammatica. O, ad esempio, le figure femminili come Norma, spigoloso capo partigiano.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_3.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4627" alt="luigilonghin_3" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_3-300x186.jpg" width="300" height="186" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Scuola elementare di Cappella Maggiore, primi anni Venti. Luigi Longhin è in prima fila (quinto da sinistra, vestito alla marinara).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come dice Longhin, il diario è soprattutto il contributo alla conoscenza di chi è approdato nelle file dei resistenti dal nazifascismo, con l’uniforme dell’esercito addosso. Verissimo, se ne parla poco.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/il-29-luglio-quando-che-matura-il-grano/luigilonghin_4/' title='luigilonghin_4'><img width="96" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_4-96x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_4" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4638' title='luigilonghin_5'><img width="94" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_5-94x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_5" /></a>

<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;">Il libretto personale del Regio Esercito Italiano di Luigi Longhin (4° reggimento Genio, Compagnia Radio).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si capisce bene che durante la <i>sua</i> guerra, Longhin aveva un taccuino e annotava con assiduità. Ricordi precisi, nitidi. Scanditi, quando serve, ora per ora e perfino minuto per minuto. Con diligenza. La quotidianità, il giorno dopo giorno, la vita da difendere ma anche da inventare ad ogni istante, la lenta e inarrestabile presa di coscienza dei valori di libertà e tolleranza che sono alla base della Resistenza e del riscatto nazionale dall’orrore nazifascista.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ne esce un racconto senza enfasi, antiretorico, distante dall’epopea. Un non professionista della scrittura, dallo stile disadorno e talora perfino ingenuo, che proprio per questo offre una testimonianza senza mediazioni, diretta. Che convince ed emoziona il lettore.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_6.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4629" alt="luigilonghin_6" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_6-300x258.jpg" width="300" height="258" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Il falso documento di identità rilasciato a “Lucchese” Luigi, dal comune di Minucciano (Lucca), per interessamento del nucleo partigiano di Gorfigliano  (che di Minucciano è frazione). Si noti che data di nascita e nomi dei genitori sono esatti, per non incorrere in errori se fosse stato interrogato.</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Luigi Longhin nasce a Cappella Maggiore, alle pendici del Cansiglio, il 30 agosto 1915. Stesso cognome del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin e del resto Giacinto, come nome di battesimo, è ricorrente tra i Longhin. Il padre Antonio è benestante, ha una grande casa al centro del paese. Ma si lancia in investimenti fallimentari che sprofondano la famiglia nei debiti. Luigi, per tappare il buco, lascia la scuola enologica di Conegliano (già allora rinomata) e nel ’37 si arruola tra i volontari che combattono in Spagna a fianco del dittatore Franco. Fardello pesante. Dice la figlia Hilde: “Un dramma che lo segnò per tutta la vita, una colpa che non superò mai. Era di idee progressiste ed egualitarie e andare a combattere con i franchisti…”. Manda a casa soldi, ma suo padre, invece che pagare i debiti, brucia anche quelli. Lui torna e trova impiego come maggiordomo presso una nobile famiglia di Napoli. Possiede <i>le physique du rôle</i>. Ha modo di conoscere anche Enrico De Nicola, futuro presidente della repubblica. Guadagna abbastanza e questa volta paga personalmente i creditori. Una nuova guerra è alle porte. Si trova ad un bivio: partire con la spedizione italiana in Russia o arruolarsi come paracadutista. Sceglie il paracadute. Dalla sua esperienza militare esce questo diario di guerra. Il titolo originale del manoscritto è <i>Umane vicende di un parà in guerra</i>. Nel dopoguerra si trasferisce a Bolzano, impiegato alle poste e impegnato nell’associazionismo e nel sociale. Molto sportivo, nel 1998 è travolto da un’auto durante un’escursione in bicicletta. Muore il 12 aprile 2003 per i postumi di quell’incidente.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_7.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4639" alt="luigilonghin_7" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_7-212x300.jpg" width="212" height="300" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Il foglio di “licenza illimitata” rilasciato a Luigi Longhin il 21 aprile 1945 a Faenza. La destinazione è Casoli in provincia di Chieti. Ma è destinazione del tutto fittizia perché Luigi Longhin prenderà la strada del nord, in direzione di casa. Non potrebbe perché il Veneto è ancora zona nemica.</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Luigi Longhin prova sulla sua pelle e nel suo vissuto il significato dell’espressione “lotta fratricida”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Torna dalla brutale esperienza della guerra e trova la famiglia lacerata. Affida alla scrittura i suoi ricordi. Medita “sull’immane tragedia in cui era precipitato il mio paese, una lotta fratricida nel mio caso da prendere alla lettera”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Con risvolti profondamente umani. A fine aprile 1945 Luigi è a Faenza col suo reggimento Nembo. Spera in una licenza. Ma nel Veneto, ancora zona di guerra, non si può andare. E lui chiede la licenza per Chieti. Naturalmente non va a Chieti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Torna a nord, a casa. 19 maggio 1945: a Cappella Maggiore scopre che una sorella, collusa coi fascisti, è in mano ai partigiani. L’altra si è nascosta a Venezia perché era ufficiale nel servizio sanitario della repubblica di Salò. La sorella è fascistissima: Luigi ne deve anche subire l’ironia. Suo fratello più piccolo, di leva nel genio telefonisti, è stato fatto prigioniero dei Tedeschi in Grecia e deportato in Germania. E suo padre giudica partigiani, fascisti e nazisti ugualmente fanatici, rozzi e volgari. Come stiamo dicendo: guerra orribile e fratricida. Con gli anni decide di dare profilo compiuto alle note frettolosamente stilate nelle marce notturne, nei riposi con un occhio solo nei rifugi più improbabili, tra il grandinare dei proiettili, nelle ritirate precipitose, nelle missioni che gli vengono affidate.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_8.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4635" alt="luigilonghin_8" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_8-198x300.jpg" width="198" height="300" /></a><br />
<span style="color: #000000;">Ildegonda Frassinelli, madre di Luigi. A sinistra la figlia Lidia e a destra l’altra figlia Mary. Luigi è davanti con la sorellina Anna morta a 12 anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lui, reduce dalla guerra di Spagna affrontata controvoglia per pagare i debiti di casa, si era arruolato tra i parà. Il diario di guerra nasce dalla riflessione sul ventennio fascista sfociato nella guerra. E la storia personale del parà Longhin comincia nell’aprile del ’42 all’Istituto Aeronautico “Cesare Balbo” di Ferrara. 45 giorni di corso duro. Serve fare presto, tempi abbreviati rispetto alla normale preparazione. Il primo lancio da un Savoia-Marchetti 79, il brevetto, la costituzione della divisione Folgore. Poi diverse dislocazioni nella penisola. Frequenta un corso per radiotelegrafisti alla Allocchio Bacchini di Milano.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_9.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4636" alt="luigilonghin_9" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_9-177x300.jpg" width="177" height="300" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Luigi Longhin</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il 28 luglio è sul ferry per la Sicilia. Proprio in quel decisivo luglio 1943. Il 10 gli Alleati sono sbarcati conquistando Pachino, Noto, Avola, Cassibile. È l’Operazione Husky che pochi giorni dopo vede l’ingresso alleato in Palermo. Il 25 il Gran Consiglio destituirà Mussolini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per i parà appena giunti nell’isola comincia l’odissea del ritorno in un paesaggio stravolto. “I bengala lanciati in gran numero trasformavano la notte in giorno”. Sullo stretto ci si azzuffa per prendere un traghetto e riguadagnare il continente. Piovono bombe ed è strage: “Vidi numerosi corpi orrendamente mutilati che si contorcevano negli ultimi spasimi dell’agonia”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il 3 settembre gli Americani sbarcano in Calabria. Le umanità si mescolano. È qui che Luigi incontra il soldato in lacrime che si toglie di bocca la dentiera. Seguono mesi convulsi, inverno di guerra e fame. Ma c’è già un “corpo italiano di liberazione” che il 31 marzo 1944 combatte vicino a Cassino, tra Molise e Lazio, la battaglia del monte Morrone (o delle Mainarde). Luigi è a Chieti, poi all’Aquila. Un’avventura dietro l’altra. Approda alla <i>Battle School</i> britannica a San Vito dei Normanni. Il 29 luglio si imbarca all’aeroporto di Brindisi per l’operazione che gli inglesi chiamano <i>Batepiste</i>, un massiccio aviolancio nell’Appennino Emiliano alle spalle dello schieramento tedesco. Luigi e i suoi compagni: sbandati, male armati, costretti a rinunciare alla loro divisa e a travestirsi da pastori. Entrano nelle bande partigiane del CentroSud, ricevono la missione di attraversare la linea gotica per recare messaggi. Voglia di libertà e tanta paura. Rischi enormi, c’è chi è preso e passato per le armi.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4630' title='luigilonghin_10'><img width="150" height="126" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_10-150x126.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_10" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4631' title='luigilonghin_11'><img width="102" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_11-102x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_11" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4637' title='luigilonghin_12'><img width="124" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_12-124x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_12" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4632' title='luigilonghin_13'><img width="103" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_13-103x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_13" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4633' title='luigilonghin_14'><img width="135" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_14-135x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="luigilonghin_14" /></a>

<p><span style="color: #000000;"><br />
Luigi Longhin con alcuni commilitoni in diverse fasi della sua carriera di militare /resistente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il diario di Longhin è impetuoso, pieno. Ma rigoroso e asciutto. Quadro indimenticabile con situazioni ed eventi poco noti. Anche la realtà partigiana viene raccontata in modi non consueti nella memorialistica sulla Resistenza. Spie vere e spie presunte, scaramucce diurne, agguati notturni, contrasti fra le diverse formazioni partigiane, fame e sete, lunghi trasferimenti. Storie che si incrociano con altre storie. Documento per certi aspetti impressionante.</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;">***</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E documento umanissimo. Luigi Longhin ha valori chiari, ben delineati. Dalla sapienzialità antica di mamma Ildegonda più che dall’intransigenza talora miope di papà Antonio. Nulla gli è più alieno della violenza, della prepotenza e della sopraffazione. Risale la penisola. E si rende conto che i valori in cui crede sono “dall’altra parte”. Li precisa, conferisce loro nitidezza di contorni. Si guarda attorno, legge dentro di sé. Si fa consapevole. E il soldato del duce diventa un militante della Resistenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Al suo ritorno trova una famiglia in diaspora. E incattivita, soprattutto l’anima di suo padre. Distanze fisiche distanze morali. Insanabili. E lui, nonostante tutto e in condizioni difficilissime, lavora per ricostruirla, la sua famiglia. Per rifare e ricostituire il nucleo del sangue e degli affetti. Non un riflusso nella dimensione privata, ma la volontà di sancire che la pace è proprio nel riallacciare legami, smussare e oltrepassare le diversità.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come quel notturno, nel cielo di Lucca, in una pausa della guerra. <i>La pioggia cessa, il temporale si allontana, le nuvole si rompono e la valle è illuminata dalla luna.</i> Emozionante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La guerra è finita, no?</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_15.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4634" alt="luigilonghin_15" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2020/05/LuigiLonghin_15-210x300.jpeg" width="210" height="300" /></a><span style="color: #000000;"><br />
Bologna 1963. Papà Luigi e mamma Caterina (Rina) Chiaradia con Hilde e Silvano.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #000000;">Treviso, febbraio 2020</span></p>
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		<title>LA PITTURA, QUESTO IMMENSO AMORE</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jun 2018 08:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gian Domenico Mazzocato scrittore &#160; In principio era il verbo? In principio era il colore, e poi il segno e poi un essere vivente che inventò il verbo attraverso il quale si chiese e si chiede continuamente se in principio c’era il verbo. giugno 2014 &#160; “Dare un senso alla vita significa usarla come mezzo di conoscenza. Una meravigliosa avventura alla ricerca di qualche verità. Se si rivolge soltanto, come oggi accade, al profitto finanziario, rimane strumento arido e promotore di perfidie e delitti. L’incontro col sapere ti fa più soffrire ma anche più godere!”. Gianni Ambrogio ha raccolto in due agende gli ultimi scritti della sua vita di uomo d’arte e di pensiero. Circa 260 fogli. Appunti, disegni, schizzi. I primi fogli non recano data ma sono ascrivibili al gennaio del 2010, forse al dicembre dell’anno precedente. L’ultimo foglio reca la data dell’8 febbraio 2016. Il grande maestro trevisano è già molto malato. Scrive con fatica, stampatello maiuscolo. La morte giungerà poco dopo, a fine ottobre 2016. Scritti frammentari solo nella forma. In realtà complesso organico e compiuto che offre ragione dell’universo morale, della visione del mondo, della concezione dell’arte di Ambrogio (direi della sua ideologia, se questo termine non fosse abusato e logoro). Impensabile che le due agende non abbiano uno sbocco editoriale: la conoscenza, la genesi, il tormento, il divenire dell’artista passano anche attraverso queste parole vergate con passione, a loro volta segno di una ricerca inesausta. Difficile fornire nell’esile spazio di un dovutamente breve intervento una sintesi o anche un barlume della complessità e ricchezza. Un universo in movimento, in tensione. E, prima di ogni altra cosa, una vita in cui programmaticamente ogni compromesso è escluso. Talora Ambrogio lamenta le difficoltà finanziarie che inevitabilmente si ripercuotono sulla sua famiglia. Ma mai un cedimento alle esigenze di mercato, al conformismo. Nell’agosto del 2013 cita Camus e il mito di Sisifo (dagli appunti emerge un panorama di letture vasto e differenziato, con attenzione ai filosofi preilluministi e illuministi): “…soltanto ciò che è inutile, senza scopo, soltanto ciò che è assurdo può renderci liberi e spezzare le catene che ci imprigionano”. E incalza: “non coincide con quanto io ho sempre modestamente affermato che si può vivere anche di utopie?”. Già, vivere di utopie. Un percorso critico su Gianni Ambrogio è destinato ineluttabilmente a delineare -forma e contenuto- il corpus dell’utopia dell’artista. A partire dalla sua visione dell’arte, che è ricerca del bello (“È ora che la critica smetta di denunciare la mancanza del bello. Forse non ha ancora capito che il bello non è in ciò che si rappresenta, ma nel come. Bacon commuove per come riesce a raccontare in modo sublime il disfacimento e la putrefazione dell’umano. Burri , attraverso materiali significanti rappresenta la società d’oggi nel modo più affascinante e originale). Il bello, e, prima di ogni altra cosa, l’intuizione. Non logica. Dalla logica prende le distanze. “Dobbiamo renderci conto che la cosiddetta logica non può spiegare tutto. Certe intuizioni, certi misticismi dell’artista, apparentemente fuori di ogni logica, potrebbero essere realtà ancora da raggiungere, perché la nostra attuale ragione non è ancora sufficiente”, scrive il 29 maggio 2012. Dovendo operare sintesi estrema: l’opera di Ambrogio è orbita critica, corrosiva, talora perfino irridente attorno al pianeta della ragione. Che da sola non basta a spiegare la tragedia dell’esistenza. Ambrogio va anche più in là. Sgretola il razionalismo che si fa proprio in quella particolare forma di espressione che è la tragedia: “…la vita è tragedia poiché ci scaraventa nell’esistere per il gusto di rigettarci nell’inesistenza. … I cosiddetti tragici avranno sempre buon gioco poiché si limitano a riprodurre tutto quanto è sotto i loro occhi tutti i giorni: pura imitazione, insomma. Molto più interessanti i commediografi (parola virgolettata nell’originale a suggerire che si debba intendere qualcosa di più ampio dei soli scrittori di commedie), poiché solo nell’ambito e nel coraggio della commedia esiste creatività. In fondo in questa grande e folle commedia che è la nostra vita, penso che la recita dell’artista sia la meno dannosa perché più vicina alla verità, attraverso le sue bugie”. Clamoroso e intenso. Una strada che conduce alla verità e deve tuttavia tracciare la sua pista attraverso le bugie. Né paradosso, né contraddizione, come apprendiamo seguendo l’itinerario della scrittura di Ambrogio. L’attività dell’artista (e prima ancora la sua creatività) si colloca nello spazio e nello scarto della follia rispetto alle normalità quotidiane. L’artista lavora dentro a quello scarto, allarga, restringe. Cerca di adattarlo a sé. Un lavoro, uno sforzo da compiersi impiegando le più riposte energie, le più remote risorse. C’è spazio per il narcisismo dell’artista ma proprio in questa misura di autocontemplazione (che, a ben vedere, è una forma di autoreferenzialità) risiede l’impegno dell’artista. Il suo guardare fuori. Con disincanto e ironia. Appartiene al febbraio del 2013 un denso nucleo di riflessione. “Quando, parlando d’arte ci accusano di retorica, apologia, letteratura, in fondo hanno ragione. Ci aggrappiamo a tutto, nel tentativo di spiegarla, ma l’arte è un fenomeno magico e inspiegabile. Ergo: scusateci”. Subito dopo aumenta il dosaggio. “Sempre di più prendo coscienza del fatto che l’artista ha in stragrande quantità una forma grave si narcisismo. La sua potente brama di eprimere è quasi sempre desiderio di esprimersi. Ma io sono sempre più convinto che l’artista non debba solo manifestare narcisisticamente le qualità di sé, bensì deve assumere una posizione di impegno sociale, civile e politico da manifestare attraverso il privilegio delle sue grandi possibilità espressive aiutate da quei valori estetici che contribuiscono maggiormente a fare presa sul contesto umano sempre bisognoso del cibo dell’arte per condurre un’esistenza che davvero diversifichi dagli altri animali i suoi fratelli”. L’arte come privilegio, il talento fatto lievitare dall’educazione estetica, l’impegno civile. C’è tanto, quasi tutto. Se poi scendiamo negli abissi vertiginosi della sua anima e ce lo immaginiamo davanti alla tela, dobbiamo essere pronti a fare i conti con le sue ambivalenze e le dicotomie. Figura o astrazione? Riprende il tema più volte. Quando lavora sul figurativo interpreta la cronaca, il momento che fugge. La tela astratta invece lo rende libero, gli consente di narrare stati emotivi senza mediazioni, senza dover ricorrere agli oggetti della quotidianità. “Quando rappresento figure, mi lascio contaminare dal mondo dei vivi, mi sento coinvolto e spesso arrabbiato. Quando faccio astrazione, me ne vado per conto mio, libero finalmente e lontano dal mondo animale, vicino a quello spirituale” (gennaio 2012). Ama Platone, Ambrogio, e cerca di saltare le cose che sono soltanto imitazione di una realtà altra, più vera e intangibile. Sulla sua pittura astratta discorre con un sorriso: “Il mio astrattismo: fino a qualche anno fa potrei definirlo una serie di gesti più o meno inconsci aiutati da un certo piacere compositivo. Oggi: un bisticcio garbato tra es e io con l’intervento ragionevole del super-io che separa, unisce, cancella, ricostruisce e pulisce” (dicembre 2011). Sempre lì gira la salvifica ossessione di Gianni Ambrogio. Individuare i modi e i nodi in cui si realizza l’identità tra vita e arte. Scrive, in un giorno di grande luce interiore, nel maggio del 2014: “Dovremmo essere tutti d’accordo, l’arte è vita e la vita è arte. Dal momento in cui cominciamo ad avere l’uso della ragione e a provare sentimenti, dobbiamo inventare strategie per vivere al meglio. La nostra creatività ci permetterà di esprimerci, ognuno a proprio modo, nell’esistenza. Siamo obbligati a mettere in moto la nostra fantasia per creare situazioni il più favorevoli possibile per il nostro bene. Nell’ambito di questa creatività obbligata ognuno sceglierà le altre forme di creatività volute o sentite che potranno essere pittura, scultura, musica ecc. Così come falegnameria, elettronica e così via” (maggio 2014). Questa distinzione tra una base di creatività obbligata e le creatività lasciate alle opzioni (ma anche ai talenti) personali è forse la dicotomia principale delle scelte di Ambrogio. La definisce con compiutezza la creatività: “Io sono sempre convinto che la creatività, quindi l’arte, sia qualcosa che esiste al di fuori di noi e consiste in una serie di coincidenze, combinazioni più o meno fortunate che qualcuno di noi, dal terreno più fertile, è in grado di fare proprie per riproporle a regola d’arte” (luglio 2014). Su tutto proietta la sua ombra luminosa una spiritualità intensa e tormentata. Ne fanno parte presagio della morte, desiderio di autobiografia, amore per la famiglia, la ricerca di un dio che non è trascendenza, ma superiore razionalità e regola che regge l’universo. E la sua risposta come artista a tutti gli interrogati affacciati. Lui, Gianni Ambrogio, è consapevole che la vita è un viaggiare enigmatico, in compagnia del mistero. Anzi, attraverso il mistero. C’è bisogno di una guida, di un sapere che superi le capacità tecniche e le conoscenze teoriche. Lo dice in giorni in cui la meta ultima si fa vicina. Con grande amarezza ma anche riconoscendo un suo stile di vita e coerenza di atteggiamento: “Questa folle corsa ad inaugurare nuove biennali d’arte nasconde interessi economici e politici. Tali eventi anziché far bene alla cultura e all’arte stessa distruggono il piacere di una nuova e singolare esperienza… mirano al semplice stupore che, finito l’impatto visivo, non lascia traccia alcuna” (settembre 2015). Invece… “amo l’imperfezione poiché è il sale e il sapore del vivere. È più vicina alla realtà. Odio il perfezionismo poiché è un atteggiamento irreale, oltreché presuntuoso, freddo, disumano” (senza data). E la pittura resta “questo immenso amore iniziato quand’ero bambino e che dura nel tempo, intatto, incontaminato, senza mai un tradimento” (1 luglio 2010).  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">di Gian Domenico Mazzocato </span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>scrittore</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4112' title='Ambrogio1'><img width="126" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/06/Ambrogio_1-126x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Ambrogio1" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=4113' title='Ambrogio2'><img width="131" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/06/Ambrogio_2-131x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Ambrogio2" /></a>
</p>
<p></b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>In principio era il verbo?<br />
In principio era il colore, e poi il segno<br />
e poi un essere vivente che inventò il verbo<br />
attraverso il quale si chiese e si chiede<br />
continuamente se in principio c’era il verbo.<br />
giugno 2014</i></b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">“Dare un senso alla vita significa usarla come mezzo di conoscenza. Una meravigliosa avventura alla ricerca di qualche verità. Se si rivolge soltanto, come oggi accade, al profitto finanziario, rimane strumento arido e promotore di perfidie e delitti. L’incontro col sapere ti fa più soffrire ma anche più godere!”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Gianni Ambrogio ha raccolto in due agende gli ultimi scritti della sua vita di uomo d’arte e di pensiero. Circa 260 fogli. Appunti, disegni, schizzi. I primi fogli non recano data ma sono ascrivibili al gennaio del 2010, forse al dicembre dell’anno precedente. L’ultimo foglio reca la data dell’8 febbraio 2016. Il grande maestro trevisano è già molto malato. Scrive con fatica, stampatello maiuscolo. La morte giungerà poco dopo, a fine ottobre 2016. Scritti frammentari solo nella forma. In realtà complesso organico e compiuto che offre ragione dell’universo morale, della visione del mondo, della concezione dell’arte di Ambrogio (direi della sua ideologia, se questo termine non fosse abusato e logoro). Impensabile che le due agende non abbiano uno sbocco editoriale: la conoscenza, la genesi, il tormento, il divenire dell’artista passano anche attraverso queste parole vergate con passione, a loro volta segno di una ricerca inesausta. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Difficile fornire nell’esile spazio di un dovutamente breve intervento una sintesi o anche un barlume della complessità e ricchezza.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Un universo in movimento, in tensione. E, prima di ogni altra cosa, una vita in cui programmaticamente ogni compromesso è escluso. Talora Ambrogio lamenta le difficoltà finanziarie che inevitabilmente si ripercuotono sulla sua famiglia. Ma mai un cedimento alle esigenze di mercato, al conformismo. Nell’agosto del 2013 cita Camus e il mito di Sisifo (dagli appunti emerge un panorama di letture vasto e differenziato, con attenzione ai filosofi preilluministi e illuministi): “…soltanto ciò che è inutile, senza scopo, soltanto ciò che è assurdo può renderci liberi e spezzare le catene che ci imprigionano”. E incalza: “non coincide con quanto io ho sempre modestamente affermato che si può vivere anche di utopie?”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Già, vivere di utopie. Un percorso critico su Gianni Ambrogio è destinato ineluttabilmente a delineare -forma e contenuto- il corpus dell’utopia dell’artista. A partire dalla sua visione dell’arte, che è ricerca del bello (“È ora che la critica smetta di denunciare la mancanza del <i>bello</i>. Forse non ha ancora capito che il bello non è in ciò che si rappresenta, ma nel <i>come</i>. Bacon commuove per come riesce a raccontare in modo sublime il disfacimento e la putrefazione dell’umano. Burri , attraverso materiali significanti rappresenta la società d’oggi nel modo più affascinante e originale).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il bello, e, prima di ogni altra cosa, l’intuizione. Non logica. Dalla logica prende le distanze. “Dobbiamo renderci conto che la cosiddetta logica non può spiegare tutto. Certe intuizioni, certi misticismi dell’artista, apparentemente fuori di ogni logica, potrebbero essere realtà ancora da raggiungere, perché la nostra attuale ragione non è ancora sufficiente”, scrive il 29 maggio 2012. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dovendo operare sintesi estrema: l’opera di Ambrogio è orbita critica, corrosiva, talora perfino irridente attorno al pianeta della ragione. Che da sola non basta a spiegare la tragedia dell’esistenza. Ambrogio va anche più in là. Sgretola il razionalismo che si fa proprio in quella particolare forma di espressione che è la tragedia: “…la vita è tragedia poiché ci scaraventa nell’esistere per il gusto di rigettarci nell’inesistenza. … I cosiddetti tragici avranno sempre buon gioco poiché si limitano a riprodurre tutto quanto è sotto i loro occhi tutti i giorni: pura imitazione, insomma. Molto più interessanti i commediografi (parola virgolettata nell’originale a suggerire che si debba intendere qualcosa di più ampio dei soli scrittori di commedie), poiché solo nell’ambito e nel coraggio della commedia esiste creatività. In fondo in questa grande e folle commedia che è la nostra vita, penso che la recita dell’artista sia la meno dannosa perché più vicina alla verità, attraverso le sue bugie”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Clamoroso e intenso. Una strada che conduce alla verità e deve tuttavia tracciare la sua pista attraverso le bugie. Né paradosso, né contraddizione, come apprendiamo seguendo l’itinerario della scrittura di Ambrogio. L’attività dell’artista (e prima ancora la sua creatività) si colloca nello spazio e nello scarto della follia rispetto alle normalità quotidiane.</span><br />
<span style="color: #000000;"> L’artista lavora dentro a quello scarto, allarga, restringe. Cerca di adattarlo a sé. Un lavoro, uno sforzo da compiersi impiegando le più riposte energie, le più remote risorse. </span><br />
<span style="color: #000000;"> C’è spazio per il narcisismo dell’artista ma proprio in questa misura di autocontemplazione (che, a ben vedere, è una forma di autoreferenzialità) risiede l’impegno dell’artista. Il suo guardare fuori. Con disincanto e ironia. Appartiene al febbraio del 2013 un denso nucleo di riflessione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “Quando, parlando d’arte ci accusano di retorica, apologia, letteratura, in fondo hanno ragione. Ci aggrappiamo a tutto, nel tentativo di spiegarla, ma l’arte è un fenomeno magico e inspiegabile. Ergo: scusateci”. Subito dopo aumenta il dosaggio. “Sempre di più prendo coscienza del fatto che l’artista ha in stragrande quantità una forma grave si narcisismo. La sua potente brama di <i>eprimere</i> è quasi sempre desiderio di <i>esprimersi</i>. Ma io sono sempre più convinto che l’artista non debba solo manifestare narcisisticamente le qualità di sé, bensì deve assumere una posizione di impegno sociale, civile e politico da manifestare attraverso il privilegio delle sue grandi possibilità espressive aiutate da quei valori estetici che contribuiscono maggiormente a fare presa sul contesto umano sempre bisognoso del <i>cibo</i> dell’arte per condurre un’esistenza che davvero diversifichi dagli altri animali i suoi fratelli”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> L’arte come privilegio, il talento fatto lievitare dall’educazione estetica, l’impegno civile. C’è tanto, quasi tutto. Se poi scendiamo negli abissi vertiginosi della sua anima e ce lo immaginiamo davanti alla tela, dobbiamo essere pronti a fare i conti con le sue ambivalenze e le dicotomie. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Figura o astrazione? Riprende il tema più volte. Quando lavora sul figurativo interpreta la cronaca, il momento che fugge. La tela astratta invece lo rende libero, gli consente di narrare stati emotivi senza mediazioni, senza dover ricorrere agli oggetti della quotidianità. “Quando rappresento figure, mi lascio contaminare dal mondo dei vivi, mi sento coinvolto e spesso arrabbiato. Quando faccio astrazione, me ne vado per conto mio, libero finalmente e lontano dal mondo animale, vicino a quello spirituale” (gennaio 2012).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ama Platone, Ambrogio, e cerca di saltare le cose che sono soltanto imitazione di una realtà altra, più vera e intangibile. Sulla sua pittura astratta discorre con un sorriso: “Il mio astrattismo: fino a qualche anno fa potrei definirlo una serie di gesti più o meno inconsci aiutati da un certo piacere compositivo. Oggi: un bisticcio garbato tra es e io con l’intervento ragionevole del super-io che separa, unisce, cancella, ricostruisce e pulisce” (dicembre 2011).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sempre lì gira la salvifica ossessione di Gianni Ambrogio. Individuare i modi e i nodi in cui si realizza l’identità tra vita e arte. Scrive, in un giorno di grande luce interiore, nel maggio del 2014: “Dovremmo essere tutti d’accordo, l’arte è vita e la vita è arte. Dal momento in cui cominciamo ad avere l’uso della ragione e a provare sentimenti, dobbiamo inventare strategie per vivere al meglio. La nostra creatività ci permetterà di esprimerci, ognuno a proprio modo, nell’esistenza. Siamo obbligati a mettere in moto la nostra fantasia per creare situazioni il più favorevoli possibile per il nostro bene. Nell’ambito di questa creatività obbligata ognuno sceglierà le altre forme di creatività volute o sentite che potranno essere pittura, scultura, musica ecc. Così come falegnameria, elettronica e così via” (maggio 2014).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questa distinzione tra una base di creatività obbligata e le creatività lasciate alle opzioni (ma anche ai talenti) personali è forse la dicotomia principale delle scelte di Ambrogio. La definisce con compiutezza la creatività: “Io sono sempre convinto che la creatività, quindi l’arte, sia qualcosa che esiste al di fuori di noi e consiste in una serie di coincidenze, combinazioni più o meno fortunate che qualcuno di noi, dal terreno più fertile, è in grado di fare proprie per riproporle a regola d’arte” (luglio 2014).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Su tutto proietta la sua ombra luminosa una spiritualità intensa e tormentata. Ne fanno parte presagio della morte, desiderio di autobiografia, amore per la famiglia, la ricerca di un dio che non è trascendenza, ma superiore razionalità e regola che regge l’universo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E la sua risposta come artista a tutti gli interrogati affacciati. Lui, Gianni Ambrogio, è consapevole che la vita è un viaggiare enigmatico, in compagnia del mistero. Anzi, attraverso il mistero. C’è bisogno di una guida, di un sapere che superi le capacità tecniche e le conoscenze teoriche. Lo dice in giorni in cui la meta ultima si fa vicina. Con grande amarezza ma anche riconoscendo un suo stile di vita e coerenza di atteggiamento: “Questa folle corsa ad inaugurare nuove biennali d’arte nasconde interessi economici e politici. Tali eventi anziché far bene alla cultura e all’arte stessa distruggono il piacere di una nuova e singolare esperienza… mirano al semplice stupore che, finito l’impatto visivo, non lascia traccia alcuna” (settembre 2015).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Invece… “amo l’imperfezione poiché è il sale e il sapore del vivere. È più vicina alla realtà. Odio il perfezionismo poiché è un atteggiamento irreale, oltreché presuntuoso, freddo, disumano” (senza data). E la pittura resta “questo immenso amore iniziato quand’ero bambino e che dura nel tempo, intatto, incontaminato, senza mai un tradimento” (1 luglio 2010).</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>IL CILICIO E L’ESTASI*</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Sep 2017 20:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di GIAN DOMENICO MAZZOCATO Sarà l’odore di incenso che emana la lastra, sarà il profondo dolore che mi frequenta l’anima … Francesco Piazza   Tutta la natura è protesa verso un “tu”. Tutti gli esseri viventi sono in comunione. Gli uni con gli altri. Ernesto Cardinal Martínez   &#160; Nel 1948 Francesco Piazza ha 17 anni. Vive i giorni della ricerca e delle curiosità. Prova tecniche e linguaggi. Dipinge a olio su tele di sacco. Sperimenta colori a tempera su tavolette che trova qua e là. Le mette in forno ad invecchiare. Dice che così fa trasalire i colori. Abita in una soffitta, al centro di Asolo. La casa odora e puzza di colle, di latte ammuffito, di chiara d’uovo e di bitume. L’aria si impregna dell’acido nitrico delle prime, spericolate morsure. Piazza è in dialogo serrato e libero con la materia del rappresentare, con i supporti fisici della sua ricerca. Il colore, la tela. E il rame, la cera, gli acidi delle incisioni. L’acquaforte entra così nella sua vita. Sommessamente e trionfalmente. Con, in prima istanza, quella abilità che solo gli acquafortisti sviluppano e possiedono. È il primo segreto del loro mestiere: creare artigianalmente le punte di acciaio utili a incidere la cera e prepararla ad accogliere l’acido nitrico (l’aqua fortis degli alchimisti) fissandole su basette di legno. Piazza utilizzava spesso, come supporto, anche pezzi di sughero. A questi strumenti autocostruiti, in assenza di un termine proprio, si dà il nome di bulino mutuandolo dalle tecniche di incisione diretta della matrice di metallo: bulino, appunto, niello, puntasecca (e anche la cosiddetta maniera nera in cui ai bulini si accompagnano raschietti e brunitoi). Piazza è disordinato e smarrisce la sua prima lastra. Vi aveva inciso, guardando il paesaggio dalla terrazza della soffitta, un po’ di periferia con della siepe e un alberello spoglio e un solicino invernale. Ne conserva (e forse ne tira) un’unica copia, che il tempo ingiallisce in fretta perché sta sul muro dentro una cornicetta senza vetro. Tanto che anni dopo attribuirà il titolo di prima acquaforte, come dire, ufficiale ad una incisione del 1949 (La casa dei Romano, prima acquaforte della mia vita). Nel 1954 vince il primo premio alla Mostra del Bianco e Nero di Cittadella. L’incisione (San Nicolò, 1952) lascia intravedere in lontananza la basilica trevigiana. Il tempio è sfumata e brumale filigrana. Il punto di osservazione di Piazza è tra filiformi arbusti colti in primissimo piano. In mezzo, campi e vigneti. Una sorta di preannuncio, di summa ideologica della sua arte, a ben guardare. Sono anni di esposizioni con l’approdo prestigioso alla Biennale di Venezia. E sono soprattutto i tempi in cui matura il suo rapporto con Anna Maria Feder. Tuttavia l’entusiasmo per l’acquaforte, l’accensione per il segno inciso sulla cera in attesa del morso dell’acido, albergano nell’animo di Francesco per un periodo abbastanza breve. Fino al 1956, i suoi 25 anni. In quel periodo prende il diploma di maturità artistica, indispensabile per affrontare a viso aperto il futuro e severo suocero. L’anno successivo trova lavoro presso le Grafiche Trevisan di Castelfranco. Sono le stagioni del rimescolamento, della nuova costruzione di sé. E l’acquaforte sparisce dalla sua vita. Perché mi parve di non avere più la quiete, la serenità, i tempi lunghi necessari per quel tanto di introspezione, di solitudine, di tranquillità spirituale che ti fanno godere il dialogo con la lastra. È la prima, fertile stagione di Piazza incisore. Smorzatasi nel silenzio. Nonostante i rimbrotti della sua donna, Anna (Gigio mio, finisci la Madonna e cerca di stampare!, gli scrive in una lettera). Recupera il ritmo ideale per incidere nel 1974, quasi venti anni dopo. Ha studiato, ha riflettuto, ha conferito spessore e grazia ulteriori al suo mondo poetico. Riemerge il fiume impetuoso che ha viaggiato a lungo, per itinerari indecifrabili, sottotraccia: attende solo l’attimo giusto per affiorare. In una parola è il gioioso ritrovamento del primo amore: vi si accosta, confida, con trepidazione e paura. La trepidazione si nota in ogni istante del processo che porterà alla lastra compiuta. Piazza butta giù qualche schizzo e quindi rifinisce il disegno su un foglio di carta translucida. Poi gira il foglio perché la lastra è, evidentemente, una sorta di negativo. È la realtà rovesciata, nella dimensione dello specchio. Ed è già una misura “altra” delle cose, straniata e misteriosa. In cui l’emozione gioca talora tiri birboni. Capita infatti, soprattutto nel primo periodo, di vedere lettere e numeri rovesciati. Ma il meccanismo creativo è in movimento. Innescato da un atteggiamento di umiltà e da quella folgorazione che egli chiama fotografia spirituale. Piazza analizza nel corso di una intervista, non a caso in confronto dialettico con un fotografo: il lavoro dell’artista ha bisogno di un atto di umiltà iniziale: l’apprendimento di una tecnica. Per comunicare non è sufficiente un linguaggio istintivo, primordiale. Incontrando un paesaggio devo calcolare che il mio lavoro durerà ore e ore. Molte cose cambiano in questo tempo, prima fra tutte la condizione della luce, perciò io devo percepire il mio soggetto in un attimo nel suo insieme, scattando una “fotografia spirituale”. In un’altra intervista, anni dopo, Piazza riprenderà il tema: insomma, io voglio far riacquistare all’uomo il senso del paesaggio, lo invito a entrarvi pacificamente. In questo periodo Piazza si è anche confrontato col mercato. Non quello dell’arte, quello del mondo pubblicitario. Ha idee geniali, di incredibile pulizia immaginifica: il design di una bottiglia per grappa reca qualche lira nelle sue tasche e una fortuna in quelle del committente. Appunto, lire poche. Dunque, a riportarlo sulle tracce del segno acquafortistico, è anche la necessità di trovare una strada definitiva. E sono gli amici a rimettergli tra le mani tutto il necessario. Il bulino e le lastre, le vasche e gli acidi. Dopo qualche mese, arriva anche il torchio che evita pellegrinaggi presso stamperie aliene. La vocazione riprende vigore. Riscoperta di tracce perdute, ritrovamento di un cammino trascurato. Questo nuovo disvelarsi della musa è fondamentale, decisivo. Piazza avverte che l’acquaforte è il mezzo espressivo che mi soddisfa di più se devo comunicare sensazioni, determinati godimenti spirituali. Il fatto è che l’acquaforte coincide compiutamente con il mondo della sua ispirazione e dunque lo esprime in modo completo, esaustivo. È docile, l’acquaforte, e obbedisce alla voglia di raccontare con tranquillità ciò che a olio viene narrato impetuosamente, ansiosamente. Anche se il punto di equilibrio va individuato e stabilizzato di volta in volta. L’ispirazione è istintiva e primordiale, talora caotica, bruciante e fluviale. Incidere richiede, invece, meditazione, pensiero riflesso, tempi lunghi e pacatezza. Domanda soprattutto mediazione intellettuale e rigoroso filtro culturale. Equilibrio. Dunque ricerca di contrappesi, la proporzione e l’armonia, la coerenza e la saggezza. E, in un suo scritto, Anna Feder circoscrive con sensibilità struggente il mondo della loro casa come luogo in cui prende a respirare l’arte di Francesco. Il luogo dell’armonia: questo delizioso angolo che non conosce frattura tra l’armonia delle cose e della natura e l’armonia delle persone&#8230; Per noi, oggi, incamminarsi su questa strada significa, con evidenza e verità, inseguire una chiave di lettura complessiva. Che sia utile e funzionale a intendere -in diacronia e sincronia, nel complesso o nel dettaglio- l’intera opera artistica di Francesco Piazza e in particolare l’opera grafica. Dove non ci sono codici complessi da decifrare perché la richiesta che l’artista pone al suo fruitore è di altro tipo: cogliere il farsi del tempo, della memoria, il loro stratificarsi, il sedimentare più o meno veloce. Una sorta di impegnativa empatia che liberi alla contemplazione e immerga nel fluire del pensiero. Piazza immaginava così il rapporto con chi guardava alla sua opera. Un possesso alla pari, un discorso giocato su tre vertici. L’artista, l’opera e il fruitore. Fruitore? L’uomo, verrebbe da dire, l’uomo tout court. Perché, spiega Piazza, l’uomo è mio amico e io lo invito ad entrare nelle mie immagini. Ne faccia lui quello che vuole. Io ho visto cose belle e ho voglia di fargliele vedere. Se scopro quanto è affascinante una siepe, lo chiamo a scoprirla pure lui, a guardarla, a non dimenticarla quando sparirà perché urgono le esigenze della vita. Insomma, immerso nel tempo lungo di un’acquaforte che richiede introspezione e domande, l’artista non desidera scavare nell’uomo con la stessa curiosità e con lo stesso cipiglio critico che può usare davanti ad un muro, a un fiore, a un albero che fanno parte del mio possesso. In effetti, se escludiamo i ritratti che implicano un discorso particolare e autonomo, l’uomo, inteso come presenza corporea, come peso fisico, non attraversa mai (quasi mai) l’opera di Piazza. Piuttosto l’uomo è avvertito come interlocutore necessario, analizzato come un’esigenza dell’opera stessa e della riflessione che questa schiude e propone. L’uomo è vocato, chiamato dall’artista. Piazza sa con acutezza (e talora con sofferenza) che non esiste opera d’arte finita. Che essa si fa in continuazione nell’incessante evocazione dell’interlocutore. In una sua lettera del 1986 (la malattia sta bussando forte, una seconda e definitiva volta, alla sua porta), Anna Feder scrive: Checco ha fatto per me un’acquaforte eccezionale. Non che l’abbia fatta “per me”, ma “secondo” me. È un’acquaforte di burattini. Si tratta di un genere un po’ nuovo per lui, ma non si direbbe. Anzi, si direbbe l’opposto. E con ciò noi non vediamo che l’uomo, come tale, Francesco lo salta sempre. Checco passa dall’incanto della natura che offre a tutti come contemplazione allo scavare sulla natura umana della quale non ha altissima opinione, benché singolarmente ne abbia estremo rispetto e compassione, per cui ne escono questi burattini col volto umano e le gambe molli. Ma mai, credo, inserirà l’uomo come tale nelle sue tele perché per lui l’uomo può essere il fruitore di qualche cosa, non un oggetto da fruire. Tutto aiuta a conferire completezza al perimetro e stimola a riconoscere il ruolo della didascalia che, con l’evolversi dell’iter artistico di Piazza, si è fatta sempre più significativa -centrale, se si può dire- nelle incisioni. Nel suo trasformarsi, nel farsi complessa e ampia negli anni, è essa stessa, in modo autonomo, indice della ricerca di un linguaggio parallelo. Non solo perché, come dice Piazza alludendo con forza all’aspetto maieutico del proprio lavoro, incidere è stare per ore insieme con la lastra. Tanto che vien voglia di parlarle, di completare l’immagine che in essa sta nascendo. La didascalia non è solo sintesi, non è soltanto indicazione di una strada diversa per giungere alla stessa verità rivelata dal quadro. È soprattutto un rilancio, la parola che attende di essere pronunciata e ripronunciata. Rinnovata ogni volta da una diversa enunciazione. Vibrano tutta l’umiltà e la luce grande di Piazza in questo: egli accetta di dirsi e raccontarsi chiedendo a prestito parole altrui, in prevalenza versetti del Salmista. Il rapporto immagine / didascalia ha coniugazioni e articolazioni alte e talora altissime. Perfino misteriose e insondabili perché l’evidenza del segno cerca e crea connessioni profonde con la capacità evocativa della parola in una perenne novità sorgiva. Ansia, desiderio di dire. In quei momenti si incontra, oltre alla gioia, la sensazione della propria impotenza: rimane sempre qualcos’altro da dire. Le parole, comunque, fanno parte del mio modo di trasmettere emozioni. La didascalia reclama un ruolo non subalterno rispetto all’immagine perché la parola ha tale forza orfica e colmativa che, ben lungi dall’eludere il confronto con l’immagine stessa, ne esalta piuttosto la percezione, circoscrive l’area sentimentale, emozionale, estetica, filosofica in cui essa va intesa. Anzi: l’artista indica con mansuetudine un’alternativa a se stesso, una complementarietà al suo dire per segni grafici. E al tempo stesso, forte di una rivelazione che rinsalda e sostiene il suo mondo poetico e morale, accende con mano ferma la lampada che non può stare sotto il moggio perché deve spandere il fascio di luce sulla struttura del creato. È consapevole e orgoglioso di quello che fa. E indica. La strada da seguire nel buio, la lanterna appesa al vincastro che guida i passi, il possente chiarore che si intuisce oltre le tenebre. Un poderoso, stringente sentimento del tempo. Da raccontare e testimoniare perché solo in questa logica, gioiosa e dolorante insieme, si coniuga e si autodichiara la funzione dell’artista. Un cilicio, il tempo, che si aggrappa alle carni e ricorda a ogni movimento la propria presenza. Assilla con la forza irruente del dubbio. Piazza argomenta con giro affascinante e arguto: il tempo che è passato è perduto. Si vorrebbe poter descrivere come lo si è vissuto agli amici che sono venuti, agli amici che vengono. Metterlo in comune. Goderlo o dubitarne insieme. Il messaggio è forte. Piazza possiede estro, gioia (che spesso si ribalta, con paradosso solo apparente, in tristezza pensosa), profondità, filosofia, tecnica per rendere un mondo (che è per definizione alieno: il suo mondo, la sua ispirazione, la sua poetica) accessibile e condiviso nella sua interezza. L’opera approda dunque a stabile e consolidato equilibrio: comprensibile a tutti ma ancorata alla coscienza dell’artista che la rende viva e perenne con la sua linfa. Che è appunto misteriosa e intima fusione di immagine e parola. In tale innervatura si colgono sforzo di autenticità e ricerca di assoluto. La ricerca, nel suo affabulare, si lega alla speranza: io avverto che c’è, nelle cose, un messaggio indirizzato all’uomo, uno dei tanti doni, compreso il fatto di amministrare l’universo. L’uomo ha un legame con l’universo, deve tornare in sintonia con il creato. Capire questo, ritrovarsi in questo dà speranza. L’artista si spende, generoso, in ogni istante e in ogni fase del proprio lavoro. È consapevole di essere sulla strada giusta: c’è una purezza da raggiungere. Serve un filtro che elimini la durezza dei tempi materiali dell’esecuzione e lo stratificarsi dei maestri e delle scuole. Che depuri, anche, le scorie dei modelli pensati e ripensati. E tuttavia non li faccia dimenticare. La punta del bulino è arma affilata e consente un duello alla pari col tempo. Delinea, attraverso la simbiosi immagine / parola, un metodo di ricerca: individuare, nel paesaggio noto e rivisitato giorno dopo giorno, qualcosa di sconosciuto, fresco, inedito. Una originalità che mette in comunicazione col metafisico e con l’assoluto. La sorgente che fa zampillare l’acqua di sempre, perennemente nuova e diversa. Forza immane, a ben vedere. Tornano in mente le parole che Camillo Boito spese per i Tiepolo, dichiaratamente magistrali rispetto all’arte di Piazza: Giambattista (ma i suoi favolosi e misterici Capricci sono lontanissimi dalla temperie di Piazza) con i figli Lorenzo e soprattutto Giandomenico, il divino disegnatore. Il grande architetto e restauratore definisce insolente la fantasia dei Tiepolo. Certamente in senso etimologico: fuori del consueto, straordinaria, inimitabile. Un comporre di miracolosa abbondanza, sottolinea Boito. Già, il miracolo e l’abbondanza, il prodigio e la ricchezza. Piazza ebbe una volta a citare il domenicano Marcel-Denys Forestier, uno dei padri dello scautismo cattolico: a partire dal momento in cui l’opera d’arte è creata, è un’entità che testimonia dell’uomo ciò che sfugge a lui stesso. Vale a dire che lo supera e che nello stesso tempo è presente a lui. Dentro alla dialettica tra immanenza e trascendenza si colloca l’arte di Francesco Piazza. Tra la sofferenza che viene dalla nodosa, tortuosa fatica di leggere la realtà e la gioia della scoperta di una novità perpetua. Il cilicio abrasivo e severo della fatica creativa e l’ascesi dell’invenzione catturata e divenuta realtà oggettiva nel segno del bulino. Il tempo e l’istante. Il carisma profetico dell’arte consente di comprendere lo sbigottimento e la confusione del nostro tempo, avvertiva Piazza. L’artista è dunque un (ri)ordinatore dell’esistente. Romanticamente (ed eternamente) comprende il proprio tempo e, con pazienza, tesse la tela di una sua nuova possibile impaginazione ideale e alternativa. Trama e ordito. Allinea davanti al fruitore gli oggetti della quotidianità, ma li sistema e li organizza secondo inventari affatto originali, compila cataloghi inediti. E chi si pone davanti al suo lavoro riconosce il quadro complessivo della propria quotidianità, la materia del reale con cui fa i conti ad ogni istante. Ma vi ravvisa anche relazioni nuove, suggestioni nuove, regole di comportamento nuove. Piazza sa tutto ciò con pienezza e chiama attenzione. Con voce chiarissima, di cristallo. Perché, nell’attimo dell’estasi, riceve e subito dopo propaga agli altri la rivelazione ultima: lui, l’artista, è collaboratore della creazione. Dio ci dà in questi momenti la vertiginosa possibilità di essere insieme a lui creatori, di trarre dal nulla cose belle e inestimabili, scrive Piazza. E soggiunge che ciò gli conferisce un’emozione particolare: questa sensazione di enormità mi spinge a testimoniare l’esigenza della spiritualità. Essa mi è venuta dall’applicarmi onestamente in questo “mestiere” inteso nel senso del “mistero”. Insomma, il dualismo di cui si sta parlando e che ci introduce alla dimensione di sacralità dell’atto creativo. E disegnando il nocciolo duro del suo mestiere / mistero: l’artista ha un carisma naturale primigenio e dev’essere coerente con se stesso. Gli artisti hanno un dovere da compiere. Quando io parlo di coerenza, intendo che ognuno deve fare i conti prima di tutto con se stesso. Io credo nella spiritualità e nella religiosità dell’artista, ci sorregge ancora Piazza, che ravviso nella responsabilità del carisma profetico insito nella sua creatività a fronte della perdurante crisi illuministica. La percezione acuta della crisi dell’illuminismo è, tra l’altro, un segno profondamente veneto. Un tratto che connota l’estetica di Piazza. Il quale racconta la propria terra e dunque la storia del proprio popolo. La gente di queste parti ha grande senso pratico, una concretezza spesso decisiva, una laboriosità che rifugge dalle enfasi delle mode culturali imperanti. Il veneto tramanda valori, resiste alla marea dei cambiamenti. È pragmatico e antirivoluzionario. Quando i dettami dei lumi francesi arrivarono da queste parti, sul finire del Settecento, trovarono ad accoglierli un popolo che già conosceva la tripartizione dei poteri, giustizia efficiente, sostanziale rispetto per le classi subalterne e politica attenta alle loro esigenze. Non attaccarono. O magari furono rimasticati e metabolizzati. Il buon senso dei Veneti li ha portati ad adattarsi e, al contempo, a non accettare di chinare il capo davanti al padrone. L’attaccamento alla terra -ieri- e il possesso personale dei mezzi di produzione -oggi-, sono la loro sigla esistenziale. Piazza,veneziano di nascita e trevigiano di adozione, incarna appieno questa dimensione culturale. I Veneti difficilmente sono radicali, estremisti. Hanno il senso del passaggio, del transito. Nel loro tessuto linguistico hanno eclissato il passato remoto e, anche per eventi lontanissimi nel tempo, usano il passato prossimo. È troppo dire che nella poetica di Francesco Piazza tutto ciò è sedimentato e leggibile? Che l’opera grafica che ci accingiamo a presentare nella sua interezza è un possibile paradigma? L’artista ritrae questo mondo e questa maniera di abitarvi e di essere, col disincanto di un osservatore che ne è partecipe e, al contempo, si sente abilitato a ricavarsi uno spazio di autonomia. Piazza osserva, narra, traduce, interpreta. Un po’ critica, un po’ condivide. Cioè manda in scena in modo poderoso e inarrestabile il ruolo del custode e del garante. Il custode coltiva in sé mistero e miracolo. È pendolo che oscilla tra collaborazione creatrice e rivelazione trasmessa e proclamata. Anzi il tempo è scandito dalla parte della comunicazione, del destinatario. Questo miracolo, questa collaborazione dell’uomo col suo dio, afferma, non può esistere se non è comunicabile e comunicata al prossimo. Può essere solo in quanto è partecipata. Ha in sé la ragione di esistere solo se è parte di un’armonia universale. La creazione artistica è di tutti gli uomini, anzi si colloca come componente del creato stesso, lode di Dio da parte dell’uomo. Il richiamo perentorio all’armonia dell’universo. Dramma e supplizio dell’uomo del Novecento. La docile fibra di Giuseppe Ungaretti, il magma irrisolto e mistico di Mario Luzi, la stella variabile di Vittorio Sereni, le strade che corrono nella notte di Nelo Risi, la novella allegra di Camillo Sbarbaro, il male di vivere di Eugenio Montale. I pavesiani occhi della morte e il laico trasumanar pasoliniano. Con la terra desolata e gli uomini vuoti di Thomas Stearns Eliot, i volti nella folla di Ezra Pound, l’età dell’ansia di Wystan Hugh Auden. È uno dei fuochi esplosivi di Francesco Piazza. Armonia conquistata con fatica, mai scontata, su una via lastricata di delusioni e paure. L’armonia che si fa oggetto della ricerca, filtrata dal genio dell’artista e confezionata dalle sue mani, diviene dono. È ineluttabile, all’interno della poetica di Piazza. Nel 1985 il quotidiano Il Gazzettino vara una iniziativa particolare. Chiama alcuni artisti veneti a dipingere una loro opera su una pagina del quotidiano stesso. A Piazza tocca l’11 marzo. Ha l’idea: tira al torchio una propria incisione sul piombo del giornale (Alberi sul Montello, 1981, con didascalia Per quest’aria di libertà che vi corre tra i rami, vi dedico alla Polonia) con esiti di effetto e seduzione. Inchiostro su inchiostro, la pressione del torchio a mano dopo la pressione della rotativa. Nell’intervista che accompagna l’incisione / foglio di giornale, chiarisce il senso del donare: ognuno deve fare i conti prima di tutto con se stesso, in sintonia con la propria coscienza. Dopo di che, quando egli realizza ciò che sente nella maniera più genuina, più pura e insomma contraria alla commercializzazione sfrenata, riuscirà a dare qualcosa di buono, a fare del proprio lavoro un dono. Accade perché l’ispirazione artistica assume valore profetico nelle specie della responsabilità di aprire a tutti il frutto della creazione. È una responsabilità invasiva. Opprime e magari lascia le ossa ammaccate. Tuttavia attenua il proprio peso schiacciante e diventa lieve giogo, stimolo gratificante, passione entusiasmante allorché l’opera d’arte nasce per essere consegnata al prossimo come dono, come invito alla scoperta coinvolgente, come spinta a vedere e capire, come suggerimento a cogliere i beni gratuiti profusi nel creato e troppe volte celati da contingenze fatali. Questa sintonia dell’artista con l’universo che lo circonda è la forza dell’artista stesso. Risultano evidenti le modalità di espressione di tale forza. Un segno preciso, nitido, sicuro. Il nero filante sul nitore del supporto cartaceo. In lotta dura con la materia stessa dell’incidere. In una conversazione con Giovanni Barbisan cui ha portato a vedere le sue ultime cose (la data è il 26 novembre 1977, Barbisan dice che nel paesaggio di Piazza gira un’aria da Canaletto), il vecchio maestro lamenta che lo zinco non sia più quello di una volta. Adesso ci mettono il cromo, afferma. E il rame? Il rame tradisce: mi si spacca il segno, quasi urla. Piazza condivide, in pieno accordo. Una cura raffinata del particolare e del dettaglio in ogni parte dell’opera. Mai un tirar via, mai una approssimazione, mai una sbavatura o una superficialità. Scrupolo e rigore che vigilano su estro e fantasia: Piazza li attinge da quella trattenuta ed elegante componente barocca che è propria del suo mondo poetico. Un barocco che si esprime (pensiamo a certe nature morte con i fiori) in un bulicare di forme sorvegliate ed essenziali, mai solo decorative o accademiche. La lucidissima vaghezza di cui scrisse, a metà del Settecento, Antonio Maria Zanetti il Giovane parlando di Giambattista Tiepolo: suo distinto pregio è il pronto carattere d’inventare e inventando di distinguere e risolvere ad uno stesso tempo quantità di figure con novità di ritrovati, con molteplicità e ottima disposizione di attrecci e altro; unendo a ciò una esatta intelligenza di chiaroscuro ed una lucidissima vaghezza. Su tutto, un senso totalizzante, perfino epico verrebbe da dire, della luce. Una sensibilità esasperata ed eccezionale. Protagonista e voce narrante: permea e intride, disegna territori, lascia intuire spazi ulteriori. Questo è il genio di Piazza. Questo il modo di porgere il dono. Occorrono alla memoria alcuni paesaggi nevosi in cui sono proposti spazi di non-segno e tuttavia di densità estrema, giocati con intelligenza e gusto sui chiari e sugli scuri. Un valore grande, svincolato da una concezione meramente lirica della realtà e innervato piuttosto in un realismo all’interno del quale mai è possibile dimenticare che esiste il varco. Cioè l’occasione, il passaggio, lo sguardo gettato oltre la materialità delle cose. “Hai una luce che si sfregola”, ebbe a dirgli Giovanni Barbisan, con termine dialettale suggestivo ma introducibile: sfregolarsi vale sgretolarsi, cioè rompersi, essere friabile e sminuzzevole, quasi uno sfarinarsi , come suggerisce nel suo dizionario Giuseppe Boerio. Boerio, che dedica un lungo lemma al termine, edita il Dizionario del dialetto veneziano nel 1829, quando, cioè, la gente di Venezia è ben consapevole che... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b><i>di </i></b><b><i>G</i></b><b><i>IAN </i></b><b><i>D</i></b><b><i>OMENICO </i></b><b><i>M</i></b><b><i>AZZOCATO</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>Sarà l’odore di incenso<br />
che emana la lastra,<br />
sarà il profondo dolore<br />
che mi frequenta l’anima<i><br />
…<br />
Francesco Piazza</i> </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>Tutta la natura è protesa verso un “tu”.<br />
Tutti gli esseri viventi sono in comunione.<br />
Gli uni con gli altri<i>.<br />
Ernesto Cardinal Martínez</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Copertina-Segno-e-Colore.jpg"><img class="size-full wp-image-3784 aligncenter" alt="copertina-segno-e-colore" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Copertina-Segno-e-Colore.jpg" width="305" height="375" /></a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="left"><span style="color: #000000;">Nel 1948 Francesco Piazza ha 17 anni. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Vive i giorni della ricerca e delle curiosità. Prova tecniche e linguaggi. Dipinge a olio su tele di sacco. Sperimenta colori a tempera su tavolette che trova qua e là. Le mette in forno ad invecchiare. Dice che così fa <i>trasalire</i> i colori.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Abita in una soffitta, al centro di Asolo. La casa odora e puzza di colle, di latte ammuffito, di chiara d’uovo e di bitume. L’aria si impregna dell’acido nitrico delle prime, spericolate morsure. Piazza è in dialogo serrato e libero con la materia del rappresentare, con i supporti fisici della sua ricerca. Il colore, la tela.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E il rame, la cera, gli acidi delle incisioni.</span><br />
<span style="color: #000000;"> L’acquaforte entra così nella sua vita. Sommessamente e trionfalmente. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Con, in prima istanza, quella abilità che solo gli acquafortisti sviluppano e possiedono. È il primo segreto del loro mestiere: creare artigianalmente le punte di acciaio utili a incidere la cera e prepararla ad accogliere l’acido nitrico (l’<i>aqua fortis</i> degli alchimisti) fissandole su basette di legno. Piazza utilizzava spesso, come supporto, anche pezzi di sughero. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A questi strumenti autocostruiti, in assenza di un termine proprio, si dà il nome di bulino mutuandolo dalle tecniche di incisione diretta della matrice di metallo: bulino, appunto, niello, puntasecca (e anche la cosiddetta <i>maniera nera</i> in cui ai bulini si accompagnano raschietti e brunitoi). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza è disordinato e smarrisce la sua prima lastra. Vi aveva inciso, guardando il paesaggio dalla terrazza della soffitta, <i>un po’ di periferia con della siepe e un alberello spoglio e un solicino invernale</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ne conserva (e forse ne tira) un’unica copia, che il tempo ingiallisce in fretta perché sta sul muro dentro una cornicetta senza vetro. Tanto che anni dopo attribuirà il titolo di prima acquaforte, come dire, ufficiale ad una incisione del 1949 (<i>La casa dei Romano, prima acquaforte della mia vita</i>).</span></p>
<p align="left"><span style="color: #000000;">Nel 1954 vince il primo premio alla Mostra del Bianco e Nero di Cittadella. L’incisione (<i>San Nicolò</i>, 1952) lascia intravedere in lontananza la basilica trevigiana. Il tempio è sfumata e brumale filigrana. Il punto di osservazione di Piazza è tra filiformi arbusti colti in primissimo piano. In mezzo, campi e vigneti. Una sorta di preannuncio, di summa ideologica della sua arte, a ben guardare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sono anni di esposizioni con l’approdo prestigioso alla Biennale di Venezia. E sono soprattutto i tempi in cui matura il suo rapporto con Anna Maria Feder. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tuttavia l’entusiasmo per l’acquaforte, l’accensione per il segno inciso sulla cera in attesa del morso dell’acido, albergano nell’animo di Francesco per un periodo abbastanza breve. Fino al 1956, i suoi 25 anni.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In quel periodo prende il diploma di maturità artistica, indispensabile per affrontare a viso aperto il futuro e severo suocero. L’anno successivo trova lavoro presso le Grafiche Trevisan di Castelfranco. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sono le stagioni del rimescolamento, della nuova costruzione di sé.<br />
E l’acquaforte sparisce dalla sua vita. Perché <i>mi parve di non avere più la quiete, la serenità, i tempi lunghi necessari per quel tanto di introspezione, di solitudine, di tranquillità spirituale che ti fanno godere il dialogo con la lastra</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È la prima, fertile stagione di Piazza incisore. Smorzatasi nel silenzio. Nonostante i rimbrotti della sua donna, Anna (<i>Gigio mio, finisci la Madonna e cerca di stampare!</i>, gli scrive in una lettera). </span></p>
<p align="left"><span style="color: #000000;">Recupera il ritmo ideale per incidere nel 1974, quasi venti anni dopo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha studiato, ha riflettuto, ha conferito spessore e grazia ulteriori al suo mondo poetico. Riemerge il fiume impetuoso che ha viaggiato a lungo, per itinerari indecifrabili, sottotraccia: attende solo l’attimo giusto per affiorare. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In una parola è il gioioso ritrovamento del primo amore: vi si accosta, confida, <i>con trepidazione e paura</i>. La trepidazione si nota in ogni istante del processo che porterà alla lastra compiuta. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza butta giù qualche schizzo e quindi rifinisce il disegno su un foglio di carta translucida. Poi gira il foglio perché la lastra è, evidentemente, una sorta di negativo.<br />
È la realtà rovesciata, nella dimensione dello specchio. Ed è già una misura “altra” delle cose, straniata e misteriosa. In cui l’emozione gioca talora tiri birboni. Capita infatti, soprattutto nel primo periodo, di vedere lettere e numeri rovesciati. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma il meccanismo creativo è in movimento. Innescato da un atteggiamento di umiltà e da quella folgorazione che egli chiama <i>fotografia spirituale</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza analizza nel corso di una intervista, non a caso in confronto dialettico con un fotografo:<i> il lavoro dell’artista ha bisogno di un atto di umiltà iniziale: l’apprendimento di una tecnica. Per comunicare non è sufficiente un linguaggio istintivo, primordiale. Incontrando un paesaggio devo calcolare che il mio lavoro durerà ore e ore. Molte cose cambiano in questo tempo, prima fra tutte la condizione della luce, perciò io devo percepire il mio soggetto in un attimo nel suo insieme, scattando una “fotografia spirituale”.<br />
</i>In un’altra intervista, anni dopo, Piazza riprenderà il tema: <i>insomma, io voglio far riacquistare all’uomo il senso del paesaggio, lo invito a entrarvi pacificamente.</i></span><br />
<span style="color: #000000;"> In questo periodo Piazza si è anche confrontato col mercato. Non quello dell’arte, quello del mondo pubblicitario.<br />
Ha idee geniali, di incredibile pulizia immaginifica: il design di una bottiglia per grappa reca qualche lira nelle sue tasche e una fortuna in quelle del committente.<br />
Appunto, lire poche. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dunque, a riportarlo sulle tracce del segno acquafortistico, è anche la necessità di trovare una strada definitiva. E sono gli amici a rimettergli tra le mani tutto il necessario. Il bulino e le lastre, le vasche e gli acidi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dopo qualche mese, arriva anche il torchio che evita pellegrinaggi presso stamperie aliene.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La vocazione riprende vigore.<br />
Riscoperta di tracce perdute, ritrovamento di un cammino trascurato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questo nuovo disvelarsi della musa è fondamentale, decisivo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza avverte che l’acquaforte è <i>il mezzo espressivo che mi soddisfa di più se devo comunicare sensazioni, determinati godimenti spirituali</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il fatto è che l’acquaforte coincide compiutamente con il mondo della sua ispirazione e dunque lo esprime in modo completo, esaustivo.<br />
È docile, l’acquaforte, e obbedisce alla voglia di raccontare con tranquillità ciò che a olio viene narrato <i>impetuosamente, ansiosamente</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Anche se il punto di equilibrio va individuato e stabilizzato di volta in volta. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’ispirazione è istintiva e primordiale, talora caotica, bruciante e fluviale. Incidere richiede, invece, meditazione, pensiero riflesso, tempi lunghi e pacatezza. Domanda soprattutto mediazione intellettuale e rigoroso filtro culturale. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Equilibrio. Dunque ricerca di contrappesi, la proporzione e l’armonia, la coerenza e la saggezza.<br />
E, in un suo scritto, Anna Feder circoscrive con sensibilità struggente il mondo della loro casa come luogo in cui prende a respirare l’arte di Francesco. Il luogo dell’armonia: <i>questo delizioso angolo che non conosce frattura tra l’armonia delle cose e della natura e l’armonia delle persone&#8230; </i></span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3791' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="146" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-7-150x146.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3786' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="112" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-2-150x112.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>

<p align="left"><span style="color: #000000;">Per noi, oggi, incamminarsi su questa strada significa, con evidenza e verità, inseguire una chiave di lettura complessiva. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Che sia utile e funzionale a intendere -in diacronia e sincronia, nel complesso o nel dettaglio- l’intera opera artistica di Francesco Piazza e in particolare l’opera grafica. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dove non ci sono codici complessi da decifrare perché la richiesta che l’artista pone al suo fruitore è di altro tipo: cogliere il farsi del tempo, della memoria, il loro stratificarsi, il sedimentare più o meno veloce.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Una sorta di impegnativa empatia che liberi alla contemplazione e immerga nel fluire del pensiero. Piazza immaginava così il rapporto con chi guardava alla sua opera. Un possesso alla pari, un discorso giocato su tre vertici. L’artista, l’opera e il fruitore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Fruitore? L’uomo, verrebbe da dire, l’uomo tout court. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>Perché, </i>spiega Piazza<i>, l’uomo è mio amico e io lo invito ad entrare nelle mie immagini. Ne faccia lui quello che vuole. Io ho visto cose belle e ho voglia di fargliele vedere. Se scopro quanto è affascinante una siepe, lo chiamo a scoprirla pure lui, a guardarla, a non dimenticarla quando sparirà perché urgono le esigenze della vita.<br />
</i>Insomma, immerso nel tempo lungo di un’acquaforte che richiede introspezione e domande, l’artista non desidera scavare nell’uomo con la stessa curiosità e con lo stesso cipiglio critico che può usare davanti ad un muro, a un fiore, a un albero che fanno parte<i> del mio possesso</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In effetti, se escludiamo i ritratti che implicano un discorso particolare e autonomo, l’uomo, inteso come presenza corporea, come peso fisico, non attraversa mai (quasi mai) l’opera di Piazza. Piuttosto l’uomo è avvertito come interlocutore necessario, analizzato come un’esigenza dell’opera stessa e della riflessione che questa schiude e propone. L’uomo è vocato, chiamato dall’artista.</span></p>
<p align="left"><span style="color: #000000;">Piazza sa con acutezza (e talora con sofferenza) che non esiste opera d’arte finita. Che essa si fa in continuazione nell’incessante evocazione dell’interlocutore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In una sua lettera del 1986 (la malattia sta bussando forte, una seconda e definitiva volta, alla sua porta), Anna Feder scrive: <i>Checco ha fatto per me un’acquaforte eccezionale. Non che l’abbia fatta “per me”, ma “secondo” me. È un’acquaforte di burattini. Si tratta di un genere un po’ nuovo per lui, ma non si direbbe. Anzi, si direbbe l’opposto. E con ciò noi non vediamo che l’uomo, come tale, Francesco lo salta sempre. Checco passa dall’incanto della natura che offre a tutti come contemplazione allo scavare sulla natura umana della quale non ha altissima opinione, benché singolarmente ne abbia estremo rispetto e compassione, per cui ne escono questi burattini col volto umano e le gambe molli. Ma mai, credo, inserirà l’uomo come tale nelle sue tele perché per lui l’uomo può essere il fruitore di qualche cosa, non un oggetto da fruire.<br />
</i>Tutto aiuta a conferire completezza al perimetro e stimola a riconoscere il ruolo della didascalia che, con l’evolversi dell’iter artistico di Piazza, si è fatta sempre più significativa -centrale, se si può dire- nelle incisioni. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel suo trasformarsi, nel farsi complessa e ampia negli anni, è essa stessa, in modo autonomo, indice della ricerca di un linguaggio parallelo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Non solo perché, come dice Piazza alludendo con forza all’aspetto maieutico del proprio lavoro, <i>incidere è stare per ore insieme con la lastra. Tanto che vien voglia di parlarle, di completare l’immagine che in essa sta nascendo.<br />
</i>La didascalia non è solo sintesi, non è soltanto indicazione di una strada diversa per giungere alla stessa verità rivelata dal quadro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È soprattutto un rilancio, la parola che attende di essere pronunciata e ripronunciata. Rinnovata ogni volta da una diversa enunciazione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Vibrano tutta l’umiltà e la luce grande di Piazza in questo: egli accetta di dirsi e raccontarsi chiedendo a prestito parole altrui, in prevalenza versetti del Salmista. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il rapporto immagine / didascalia ha coniugazioni e articolazioni alte e talora altissime. Perfino misteriose e insondabili perché l’evidenza del segno cerca e crea connessioni profonde con la capacità evocativa della parola in una perenne novità sorgiva.<br />
Ansia, desiderio di dire. <i>In quei momenti si incontra, oltre alla gioia, la sensazione della propria impotenza: rimane sempre qualcos’altro da dire. Le parole, comunque, fanno parte del mio modo di trasmettere emozioni.<br />
</i>La didascalia reclama un ruolo non subalterno rispetto all’immagine perché la parola ha tale forza orfica e colmativa che, ben lungi dall’eludere il confronto con l’immagine stessa, ne esalta piuttosto la percezione, circoscrive l’area sentimentale, emozionale, estetica, filosofica in cui essa va intesa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Anzi: l’artista indica con mansuetudine un’alternativa a se stesso, una complementarietà al suo dire per segni grafici. E al tempo stesso, forte di una rivelazione che rinsalda e sostiene il suo mondo poetico e morale, accende con mano ferma la lampada che non può stare sotto il moggio perché deve spandere il fascio di luce sulla struttura del creato. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È consapevole e orgoglioso di quello che fa. E indica.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La strada da seguire nel buio, la lanterna appesa al vincastro che guida i passi, il possente chiarore che si intuisce oltre le tenebre.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3785' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="112" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-1-150x112.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3792' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="106" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-8-150x106.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>

<p><span style="color: #000000;">Un poderoso, stringente sentimento del tempo. Da raccontare e testimoniare perché solo in questa logica, gioiosa e dolorante insieme, si coniuga e si autodichiara la funzione dell’artista. Un cilicio, il tempo, che si aggrappa alle carni e ricorda a ogni movimento la propria presenza. Assilla con la forza irruente del dubbio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza argomenta con giro affascinante e arguto: <i>il tempo che è passato è perduto. Si vorrebbe poter descrivere come lo si è vissuto agli amici che sono venuti, agli amici che vengono. Metterlo in comune. Goderlo o dubitarne insieme.</i> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il messaggio è forte. Piazza possiede estro, gioia (che spesso si ribalta, con paradosso solo apparente, in tristezza pensosa), profondità, filosofia, tecnica per rendere un mondo (che è per definizione alieno: il <i>suo</i> mondo, la <i>sua</i> ispirazione, la <i>sua</i> poetica) accessibile e condiviso nella sua interezza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’opera approda dunque a stabile e consolidato equilibrio: comprensibile a tutti ma ancorata alla coscienza dell’artista che la rende viva e perenne con la sua linfa. Che è appunto misteriosa e intima fusione di immagine e parola. In tale innervatura si colgono sforzo di autenticità e ricerca di assoluto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La ricerca, nel suo affabulare, si lega alla speranza: <i>io avverto che c’è, nelle cose, un messaggio indirizzato all’uomo, uno dei tanti doni, compreso il fatto di amministrare l’universo. L’uomo ha un legame con l’universo, deve tornare in sintonia con il creato. Capire questo, ritrovarsi in questo dà speranza.</i></span><br />
<span style="color: #000000;"> L’artista si spende, generoso, in ogni istante e in ogni fase del proprio lavoro. È consapevole di essere sulla strada giusta: c’è una purezza da raggiungere. Serve un filtro che elimini la durezza dei tempi materiali dell’esecuzione e lo stratificarsi dei maestri e delle scuole. Che depuri, anche, le scorie dei modelli pensati e ripensati. E tuttavia non li faccia dimenticare. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La punta del bulino è arma affilata e consente un duello alla pari col tempo. Delinea, attraverso la simbiosi immagine / parola, un metodo di ricerca: individuare, nel paesaggio noto e rivisitato giorno dopo giorno, qualcosa di sconosciuto, fresco, inedito. Una originalità che mette in comunicazione col metafisico e con l’assoluto. La sorgente che fa zampillare l’acqua di sempre, perennemente nuova e diversa. Forza immane, a ben vedere. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tornano in mente le parole che Camillo Boito spese per i Tiepolo, dichiaratamente magistrali rispetto all’arte di Piazza: Giambattista (ma i suoi favolosi e misterici <i>Capricci</i> sono lontanissimi dalla temperie di Piazza) con i figli Lorenzo e soprattutto Giandomenico, il divino disegnatore. Il grande architetto e restauratore definisce <i>insolente</i> la fantasia dei Tiepolo. Certamente in senso etimologico: fuori del consueto, straordinaria, inimitabile. <i>Un comporre di miracolosa abbondanza</i>, sottolinea Boito. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Già, il miracolo e l’abbondanza, il prodigio e la ricchezza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza ebbe una volta a citare il domenicano Marcel-Denys Forestier, uno dei padri dello scautismo cattolico: <i>a partire dal momento in cui l’opera d’arte è creata, è un’entità che testimonia dell’uomo ciò che sfugge a lui stesso. Vale a dire che lo supera e che nello stesso tempo è presente a lui.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dentro alla dialettica tra immanenza e trascendenza si colloca l’arte di Francesco Piazza. Tra la sofferenza che viene dalla nodosa, tortuosa fatica di leggere la realtà e la gioia della scoperta di una novità perpetua. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il cilicio abrasivo e severo della fatica creativa e l’ascesi dell’invenzione catturata e divenuta realtà oggettiva nel segno del bulino. Il tempo e l’istante. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>Il carisma profetico dell’arte consente di comprendere lo sbigottimento e la confusione del nostro tempo</i>, avvertiva Piazza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’artista è dunque un (ri)ordinatore dell’esistente. Romanticamente (ed eternamente) comprende il proprio tempo e, con pazienza, tesse la tela di una sua nuova possibile impaginazione ideale e alternativa. Trama e ordito.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Allinea davanti al fruitore gli oggetti della quotidianità, ma li sistema e li organizza secondo inventari affatto originali, compila cataloghi inediti. E chi si pone davanti al suo lavoro riconosce il quadro complessivo della propria quotidianità, la materia del reale con cui fa i conti ad ogni istante. Ma vi ravvisa anche relazioni nuove, suggestioni nuove, regole di comportamento nuove. Piazza sa tutto ciò con pienezza e chiama attenzione. Con voce chiarissima, di cristallo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché, nell’attimo dell’estasi, riceve e subito dopo propaga agli altri la rivelazione ultima: lui, l’artista, è collaboratore della creazione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>Dio ci dà in questi momenti la vertiginosa possibilità di essere insieme a lui creatori, di trarre dal nulla cose belle e inestimabili</i>, scrive Piazza. E soggiunge che ciò gli conferisce un’emozione particolare: <i>questa sensazione di enormità mi spinge a testimoniare l’esigenza della spiritualità. Essa mi è venuta dall’applicarmi onestamente in questo “mestiere” inteso nel senso del “mistero”. </i>Insomma, il dualismo di cui si sta parlando e che ci introduce alla dimensione di sacralità dell’atto creativo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E disegnando il nocciolo duro del suo mestiere / mistero<i>: l’artista ha un carisma naturale primigenio e dev’essere coerente con se stesso. Gli artisti hanno un dovere da compiere. Quando io parlo di coerenza, intendo che ognuno deve fare i conti prima di tutto con se stesso. Io credo nella spiritualità e nella religiosità dell’artista</i>, ci sorregge ancora Piazza<i>, che ravviso nella responsabilità del carisma profetico insito nella sua creatività a fronte della perdurante crisi illuministica. </i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">La percezione acuta della crisi dell’illuminismo è, tra l’altro, un segno profondamente veneto. Un tratto che connota l’estetica di Piazza. Il quale racconta la propria terra e dunque la storia del proprio popolo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La gente di queste parti ha grande senso pratico, una concretezza spesso decisiva, una laboriosità che rifugge dalle enfasi delle mode culturali imperanti. Il veneto tramanda valori, resiste alla marea dei cambiamenti. È pragmatico e antirivoluzionario. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando i dettami dei lumi francesi arrivarono da queste parti, sul finire del Settecento, trovarono ad accoglierli un popolo che già conosceva la tripartizione dei poteri, giustizia efficiente, sostanziale rispetto per le classi subalterne e politica attenta alle loro esigenze. Non attaccarono. O magari furono rimasticati e metabolizzati. Il buon senso dei Veneti li ha portati ad adattarsi e, al contempo, a non accettare di chinare il capo davanti al padrone. L’attaccamento alla terra -ieri- e il possesso personale dei mezzi di produzione -oggi-, sono la loro sigla esistenziale. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza,veneziano di nascita e trevigiano di adozione, incarna appieno questa dimensione culturale.</span><br />
<span style="color: #000000;"> I Veneti difficilmente sono radicali, estremisti. Hanno il senso del passaggio, del transito. Nel loro tessuto linguistico hanno eclissato il passato remoto e, anche per eventi lontanissimi nel tempo, usano il passato prossimo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È troppo dire che nella poetica di Francesco Piazza tutto ciò è sedimentato e leggibile? Che l’opera grafica che ci accingiamo a presentare nella sua interezza è un possibile paradigma? </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’artista ritrae questo mondo e questa maniera di abitarvi e di essere, col disincanto di un osservatore che ne è partecipe e, al contempo, si sente abilitato a ricavarsi uno spazio di autonomia. Piazza osserva, narra, traduce, interpreta. Un po’ critica, un po’ condivide. Cioè manda in scena in modo poderoso e inarrestabile il ruolo del custode e del garante.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3790' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="131" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-6-131x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3789' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="112" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-5-150x112.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3788' title='OLYMPUS DIGITAL CAMERA'><img width="150" height="112" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-4-150x112.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" /></a>

<p><span style="color: #000000;">Il custode coltiva in sé mistero e miracolo. È pendolo che oscilla tra collaborazione creatrice e rivelazione trasmessa e proclamata. Anzi il tempo è scandito dalla parte della comunicazione, del destinatario. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>Questo miracolo, questa collaborazione dell’uomo col suo dio</i>, afferma,<i> non può esistere se non è comunicabile e comunicata al prossimo. Può essere solo in quanto è partecipata. Ha in sé la ragione di esistere solo se è parte di un’armonia universale. La creazione artistica è di tutti gli uomini, anzi si colloca come componente del creato stesso, lode di Dio da parte dell’uomo</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il richiamo perentorio all’armonia dell’universo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dramma e supplizio dell’uomo del Novecento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La <i>docile fibra</i> di Giuseppe Ungaretti, il <i>magma</i> irrisolto e mistico di Mario Luzi, la <i>stella variabile</i> di Vittorio Sereni, le strade che corrono nella notte di Nelo Risi, <i>la novella allegra</i> di Camillo Sbarbaro, il <i>male di vivere</i> di Eugenio Montale. I pavesiani occhi della morte e il laico <i>trasumanar</i> pasoliniano. Con la <i>terra desolata</i> e gli <i>uomini vuoti</i> di Thomas Stearns Eliot, i <i>volti nella folla</i> di Ezra Pound, l’<i>età dell’ansia</i> di Wystan Hugh Auden. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È uno dei fuochi esplosivi di Francesco Piazza. Armonia conquistata con fatica, mai scontata, su una via lastricata di delusioni e paure. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’armonia che si fa oggetto della ricerca, filtrata dal genio dell’artista e confezionata dalle sue mani, diviene dono. È ineluttabile, all’interno della poetica di Piazza.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel 1985 il quotidiano Il Gazzettino vara una iniziativa particolare. Chiama alcuni artisti veneti a dipingere una loro opera su una pagina del quotidiano stesso. A Piazza tocca l’11 marzo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha l’idea: tira al torchio una propria incisione sul piombo del giornale (<i>Alberi sul Montello</i>, 1981, con didascalia <i>Per quest’aria di libertà che vi corre tra i rami, vi dedico alla Polonia</i>) con esiti di effetto e seduzione. Inchiostro su inchiostro, la pressione del torchio a mano dopo la pressione della rotativa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nell’intervista che accompagna l’incisione / foglio di giornale, chiarisce il senso del donare: <i>ognuno deve fare i conti prima di tutto con se stesso, in sintonia con la propria coscienza. Dopo di che, quando egli realizza ciò che sente nella maniera più genuina, più pura e insomma contraria alla commercializzazione sfrenata, riuscirà a dare qualcosa di buono, a fare del proprio lavoro un dono.</i> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Accade perché l’ispirazione artistica assume valore profetico nelle specie della responsabilità di aprire a tutti il frutto della creazione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È una responsabilità invasiva. Opprime e magari lascia le ossa ammaccate. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tuttavia <i>attenua il proprio peso schiacciante e diventa lieve giogo, stimolo gratificante, passione entusiasmante allorché l’opera d’arte nasce per essere consegnata al prossimo come dono, come invito alla scoperta coinvolgente, come spinta a vedere e capire, come suggerimento a cogliere i beni gratuiti profusi nel creato e troppe volte celati da contingenze fatali. Questa sintonia dell’artista con l’universo che lo circonda è la forza dell’artista stesso</i>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Risultano evidenti le modalità di espressione di tale forza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un segno preciso, nitido, sicuro. Il nero filante sul nitore del supporto cartaceo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In lotta dura con la materia stessa dell’incidere. In una conversazione con Giovanni Barbisan cui ha portato a vedere le sue ultime cose (la data è il 26 novembre 1977, Barbisan dice che nel paesaggio di Piazza <i>gira un’aria da Canaletto</i>), il vecchio maestro lamenta che lo zinco non sia più quello di una volta. <i>Adesso ci mettono il cromo</i>, afferma. E il rame? Il rame tradisce: <i>mi si spacca il segno</i>, quasi urla. Piazza condivide, in pieno accordo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Una cura raffinata del particolare e del dettaglio in ogni parte dell’opera. Mai un tirar via, mai una approssimazione, mai una sbavatura o una superficialità. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Scrupolo e rigore che vigilano su estro e fantasia: Piazza li attinge da quella trattenuta ed elegante componente barocca che è propria del suo mondo poetico. Un barocco che si esprime (pensiamo a certe nature morte con i fiori) in un bulicare di forme sorvegliate ed essenziali, mai solo decorative o accademiche. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La <i>lucidissima vaghezza</i> di cui scrisse, a metà del Settecento, Antonio Maria Zanetti il Giovane parlando di Giambattista Tiepolo: <i>suo distinto pregio è il pronto carattere d’inventare e inventando di distinguere e risolvere ad uno stesso tempo quantità di figure con novità di ritrovati, con molteplicità e ottima disposizione di attrecci e altro; unendo a ciò una esatta intelligenza di chiaroscuro ed una lucidissima vaghezza.<br />
</i>Su tutto, un senso totalizzante, perfino epico verrebbe da dire, della luce. Una sensibilità esasperata ed eccezionale. Protagonista e voce narrante: permea e intride, disegna territori, lascia intuire spazi ulteriori. Questo è il genio di Piazza. Questo il modo di porgere il dono. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Occorrono alla memoria alcuni paesaggi nevosi in cui sono proposti spazi di non-segno e tuttavia di densità estrema, giocati con intelligenza e gusto sui chiari e sugli scuri. Un valore grande, svincolato da una concezione meramente lirica della realtà e innervato piuttosto in un realismo all’interno del quale mai è possibile dimenticare che esiste il varco. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Cioè l’occasione, il passaggio, lo sguardo gettato oltre la materialità delle cose. </span><br />
<span style="color: #000000;"> “<i>Hai una luce che si sfregola</i>”, ebbe a dirgli Giovanni Barbisan, con termine dialettale suggestivo ma introducibile: <i>sfregolarsi</i> vale sgretolarsi, cioè rompersi, essere <i>friabile</i> e <i>sminuzzevole</i>, quasi uno sfarinarsi , come suggerisce nel suo dizionario Giuseppe Boerio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Boerio, che dedica un lungo lemma al termine, edita il Dizionario del dialetto veneziano nel 1829, quando, cioè, la gente di Venezia è ben consapevole che dopo Canaletto (che muore nel 1768) e Guardi (1793) non si può più guardare al paesaggio e al contesto urbano con gli stessi occhi di prima dell’avvento dei grandi vedutisti. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Della luce, forse, anche Boerio diceva che si <i>sfregolava</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E insomma, dentro alla luce che si <i>sfregola</i> avviene la lieta e feconda scoperta del comunicare, dello spartire, del condividere. In ultima analisi, il segreto dell’ispirazione di Piazza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Che viene <i>innegabilmente dal mondo dove l’artista vive gioiosamente disponibile. Più egli è aperto agli altri e più si arricchisce dei beni degli altri, delle sensazioni che lo avvolgono e più ne sarà gratificato. Godrà delle caratteristiche della gente, del cielo che la sovrasta, della sua storia, della sua civiltà.<br />
</i>Senza porre domande. L’artista esiste e si propone. Sa che comunque riceverà più di quanto ha dato. Allora si offre: <i>non si chiederà se il fruitore della sua opera abbia cultura o meno perché il rapporto sarà da cuore a cuore e la comprensione reciproca sarà totale perché basata sulla sincerità.<br />
</i>È evidente che questo è il sangue caldo di Francesco Piazza, il suo richiamo esistenziale, la tensione verso il sacro e il metafisico, consumata, assaporata, accettata in ogni fibra del corpo. Con generosità, senza contraccambi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza rievocava spesso alla fantasia dei suoi ascoltatori la gloriosa immagine del popolo di Siena che portò in trionfo la Maestà di Buonisegna senza dover ricorrere alla mediazione colta di qualche critico paludato per analizzarla e per dire che era opera <i>stupendamente bella</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando, nel dicembre del 1991, la scuola media di Paese visita una sua mostra, una bambina lascia il suo commento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>L’opera che mi è piaciuta di più è stata “El Sie da Boscarato”. Rappresenta un luogo che ogni giorno posso ammirare perché ci abito vicino. </i>E una sua compagna: <i>il quadro che mi è piaciuto di più è”Il paradiso dello Storga” che mi dava un senso di pace perché a casa mia c’è sempre tanto baccano.<br />
</i>La riconoscibilità dell’opera d’arte da parte di ognuno, il rarefatto silenzio che evoca. Sintesi vigorosa e condivisibile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’estasi della bellezza raggiunta e posseduta. L’armonia con le altre creature dell’universo finalmente realizzata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E il cilicio durissimo degli ultimi anni. La malattia e l’impossibilità di regalare ancora le proprie mani alla creazione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Di recente (2006) i responsabili della Fondazione Feder Piazza hanno deciso di tirare al torchio (con quanta ansia è immaginabile: chissà se la lastra incompiuta avrebbe “tenuto”) l’acquaforte cui Francesco Piazza stava lavorando quando fu colto da un ictus devastante. Era il 25 settembre 1995.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’ultima incisione di Francesco Piazza è attraversata da enigmi, a iniziare dalla citazione biblica apposta a didascalia. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha scelto, Piazza, il salmo in cui Davide riflette sulla sorte del giusto e dell’empio. Il silenzio davanti al dio è segno fisico (tattile, si potrebbe dire) della speranza in lui. Perché, dice il salmista, <i>la giustizia del Signore darà secondo i meriti.</i> </span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza raccoglie, in didascalia, il monito al silenzio: <i>Sta’ in silenzio davanti al Signore</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Una vera e propria poetica del silenzio. Presagio, profezia, esorcismo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Piazza guarda gli alberi del giardino e intuisce, in sintesi assoluta. Un pioppo si staglia, superbo e solitario gigante. Un trionfo di foglie, un girarsi nella direzione del vento. Ha un’anima sospesa tra terra e spazi aperti. È una vita che racconta e confessa se stessa. Sorge in un tripudio di natura selvatica, da magma vegetale, ma è, in modo misterioso, appartato e isolato. Metafora di forte impatto evocativo. L’artista è consapevole che il fato incombe. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Così suggeriscono i rami che si dipartono e cercano autonomia, nodi che a un tratto si sciolgono e liberano energia creativa. Sono aurora e promessa. E tuttavia il loro intrico, il loro sparire, il loro ammantarsi di foglie sussurra che non tutto si può svelare. La vita può essere giustamente e consapevolmente votata all’attesa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Spetta ai destini individuali conferire un senso all’attesa, coniugarla alla speranza.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E il silenzio che Piazza mutua dal salmista è la matrice profonda dell’attesa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’evangelista Giovanni avverte che <i>in principio la parola era in Dio</i> e che dunque l’uomo viene da un grande silenzio. Per dirla assieme a Paolo, quando scrive ai Romani, è l’attesa di <i>una rivelazione del mistero tenuto nascosto per secoli eterni</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’artista, si è detto, ha un gioco ampio nella rivelazione. Una sorta di mandato assoluto, testimoniato in modo struggente nell’incisione ultima.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il silenzio è calato sul compito / ruolo di rivelazione. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La parte della lastra non lavorata da Piazza è quella superiore, il cielo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Come non scorgervi il segnale estremo dell’attesa? Cui corrispondono i lunghi indugi sulla lastra dormiente.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Alla fine gli amici della Stamperia dell’Ariete hanno tirato <i>Alberi in giardino- agosto 1995</i>. Formidabile.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Solo l’inchiostratura e il torchio rivelano se una lastra regge davvero. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Tengono splendidamente gli alberi di Piazza. Rivelano, chiamano al silenzio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ammoniscono: il cilicio della sofferenza, l’estasi della rivelazione.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-3.jpg"><img class="size-full wp-image-3787 aligncenter" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Segno-e-Colore-3.jpg" width="266" height="289" /></a></span></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p><span style="color: #000000;"><b><i>*<br />
</i><em>Pensieri, parole, riflessioni esplicitamente riferite a Francesco Piazza, ad Anna Maria Feder Piazza e ad altri (e segnalate dal corsivo) sono desunte da interventi dell’artista, da articoli e da lettere. Inoltre: da documenti dell’archivio della Fondazione Feder Piazza, da testimonianze di amici e conoscenti, da ricordi personali dell’autore del saggio.</em></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Le foto sono state realizzate nella sede della FondazioneFeder Piazza di via dei Biscari alla vigilia della mostra che si è aperta il 29 settembre 2017 presso il museo Bailo di Treviso. </b></span></p>
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		<title>L’ATTESA, IL RITMO E IL DONO</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Sep 2017 20:14:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SE VIVERE È UN CAMMINARE LEGGERO LE LIRICHE INEDITE DI FRANCESCO PIAZZA Francesco Piazza (Venezia 1931 &#8211; Treviso 2007) ha pubblicato i libri di liriche Alberi Anime (1985, ed.  Circolo Culturale Teorema) e Mendicavamo canti di usignoli (1992, ed. La Stamperia dell’Ariete). Dopo la sua morte, dal riordino dell’archivio di casa Piazza, è emerso un poderoso corpus di versi inediti. La poesia di Piazza è dotata di una sua specifica sigla. Vigorosa, splendidamente e luminosamente originale. La traccia di una forte personalità artistica e di una geniale e inquietante capacità di riflettere sull’uomo e suoi misteri esistenziali. La forza, anche, di immagini e metafore costruite, elaborate, suggerite al lettore nel segno dell’inedito. Del ripiegamento interiore e, ad un tempo, dell’apertura alla natura e all’umanità.  Un modo di affetti caldi e sinceri. Un umanesimo particolarissimo e toccante. Sicché questo Se vivere è un camminare leggero si propone anche come chiave di lettura dell’opera grafica e pittorica del grande artista trevisano.    Io mi credetti padrone della mia triste discesa e so che non volesti lasciarmi al crollo di chi precipita. Francesco Piazza  L’arsura, in giro; un martin pescatore volteggia s’una reliquia di vita. La buona pioggia è di là dallo squallore, ma in attendere è gioia piú compita. Eugenio Montale, Gloria del disteso mezzogiorno È per te che scrivo, anche se tu sola leggessi e dopo di te nessuno, anche se il tempo dovesse cancellare parole e pensieri, anche se un giorno di ciò si dovesse sorridere, è per te che scrivo e un solo attimo della tua gioia di fanciulla amata io lo darei per la vita. (Francesco Piazza, 19 giugno 1955) &#160; Cosa aggiungono i versi che appaiono in questa silloge a quanto conoscevamo del mondo poetico di Francesco Piazza? Domanda che non si può in alcun caso eludere quando si affronta il mare ignoto dell’inedito e del riemerso. E anche: domanda connessa all’effettiva volontà dell’autore circa la pubblicazione di materiale, in questo caso, molto cospicuo. Non avevano, questi versi, sufficiente dignità? O non esprimevano compiutamente poetica e mondo emozionale dell’autore stesso? La lettura rivela un universo complesso, affidato ad un eloquio diffuso ed espresso con linguaggio ora colto ora quotidiano. Che proprio in questa dialettica tra aulico e quotidiano trova quella tensione che ci è nota, ma non finisce mai di rivelarsi. Una fertilità, una felicità del dire che giustifica ampiamente il recupero dell’inedito. I versi che appartengono al decennio ’55/’65 (e poi continuano per tutti gli anni Settanta) circoscrivono una poetica che potremmo chiamare dell’attesa e del ritmo. Nel senso che esiste nel poeta la disponibilità al dono (a ricevere o a essere egli stesso dono). Una disponibilità che si rinnova ciclicamente e trova immagine nell’alternarsi di giorno e notte, nel rinnovarsi delle stagioni. Esiste un luogo deputato all’attesa? Fisico o mentale. Perché questo pare essere l’assillo di Piazza. Il suo studio e tutta la sua casa, il suo stare in plein air, il tornare da un’assenza (breve o lunga) e ricevere l’affetto di chi lo ama. Viene in mente un sorriso di Jules Renard, l’autore di Pel di carota: se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala dell’attesa. Non è così semplice, non è pacifico. L’attesa può essere dramma, sussulto, speranza e disperazione: Quando il mio orizzonte è deserto /e scompaiono i monti azzurri / io mi richiudo nell’ombra. / Lascio le nubi salire / e scomparire i raggi del sole / che da esse gemendo sfuggono / per ritornare come lame di spade. L’attesa si colloca nel cerchio di un orizzonte che si spopola. Un nulla, un deserto. Condensa in respiro breve i monti azzurri, le nubi che salgono. Poi i raggi solari nel gemito del tramonto e il loro riaffiorare, come spade affilate. È la forza immaginifica della poesia di Piazza. Gorgo di energia coinvolgente. Chiama (e qui esiste contiguità assoluta con la pittura e l’incisione) il silenzio, in una rarefazione di sentimenti ed emozioni. Perché il Silenzio si fa nume e divinità e svela i palpiti più segreti e remoti. I sussurri vitali. Perché credo di udire / lo smunto ritorno dell’eco / se per nessuno io manco. / E di nessuno io saluto / pianti di dipartita? / Chi mi ha lasciato o di quale / mano sull’uscio attendo / il premere, certo, al ritorno? / L’ombra che mi accompagna / è di sentieri in sole, / e non la posso stringere / come donna tremante. L’eco che si riduce a smunto ritorno innesca la relazione (e il confronto) tra presenza e assenza, tra ombra e sentieri solari, tra carezza e tremito di donna. C’è una sensualità (splendidamente barocca nei modi) che è dell’anima e del corpo, tra separazione e contatto fisico affidato alle mani (né è dato sapere a quale mano tocchi in sorte il premere). Circola qui, dilatato e invasivo, un senso alto del mistero. Che è il procedere stesso dei passi sul cammino dell’umano esistere. Un avanzare che schiude e implica relazioni e interrogativi. Una ricchezza, comunque si consideri. La vita è un debito che si contrae e per il quale bisogna avere un grazie sempre pronto e disponibile ad essere pronunciato: Grazie per tutto ciò, che, impossibile, / è balenato come scoppio di luce / alla tua magica mano / e per le ombre tenere, tese / al passo tuo docile e piano. / Grazie per quelle dita leggere / che sogni e speranze tessevano / e per quei tuoi sorrisi / che sfioravano cose e pensieri. Ringraziare per i debiti che si contraggono e si portano addosso come una sorta di zaino da svuotare / riempire di continuo: un paradosso a ben vedere. Non è paradosso l’impossibile che diventa possibile in uno scoppio di luce? E non è paradosso l’appuntito ossimoro che restituisce equilibrio all’anima? …la savia pazzia lavora / per livellarmi l’anima. Stare a livello, sentire il mondo come qualcosa di liscio, senza scalini: Da questa riva che guarda nel liscio mondo dell’acqua… Da questa riva. La savia pazzia implica anche la scelta di un preciso punto di vista. E meglio sia che la strada / io la percorra di lato, / e a passi senza rumore / sui ciuffi d’erba, io vada / come se scalzo e il vento / non vi vedrà giungendo. / Io mai potrò nella sera / usci sospingere ansando / per la soave attesa. Ecco, ancora l’attesa. Soave? In realtà tende agguati o almeno sforna una sorpresa dietro l’altra. Affiorano i sogni, i miraggi, le intuizioni. Una serie di messaggi (come dire? sottocoscienza) che sono la verità “altra”, quella che allude (conduce?) al metafisico, all’ultraterreno, al numinoso. Insomma la verità che davvero conta e pesa. Con marchi roventi in mano / ho vegliati nel sonno stanotte / in anelanti agguati attesi / le ombre dei miei pensieri. / Essi sgusciavano, corsa / di ansimanti vitelli in fuga / e straripavano, ombre / di assedianti pensieri. / Se col pugno proteso / in fronte li avessi segnati / all’alba li avrei rivisti / ed additati ridendo. Questo è il problema vero. Anche se evanescenti, anche se sfuggenti, fantasmi e miraggi sono indizio di una realtà autentica. Serve, in qualche modo, nominarli, catalogarli, inventariarli. Perché qui abita la risposta alle domande dell’umano esistere. Qui è la musica totalizzante (e didattica, magistrale, irrinunciabile) dell’universo: hanno cantato le fibre / più silenziose e quiete / ed ho sentito immobile / la vetta sotto i miei piedi. Altrove: Lo spazio che canta al mio fianco. / Ho sempre le orecchie tese / come reti di ragno. Le fibre silenziose e cantanti, ancora un paradosso / ossimoro. Le fibre ultime, le più riposte, la canzone più dimenticata, quella che nessuno suona mai. Lì, nel mistero, lui avverte la vibrazione della vetta, sotto i suoi piedi. Affascinante. E profondamente vero. I miraggi. Ne parla con toni struggenti: E quando gli occhi indugiano / in trasparenze di pace / o in me guardano forme / di fantasiosi miraggi, / cosa più dolce di attendere / il battito delle sue ciglia / e il guizzo di dolce abbandono / attento prendere e farne / ricordo di debolezza. L’attesa di un battito di ciglia, un guizzo di eternità. Le trasparenze di pace si accompagnano all’anima fatta di vetro, di cui si dirà tra poco. A far funzionare questo metronomo che conta le oscillazioni dell’anima (a farlo funzionare tecnicamente, voglio dire, nella precisione della parola che si fa inchiostro e scrittura) è la ricerca instancabile dell’interlocutore. Un “tu” dilatato, immenso, (onni)inclusivo: Sei l’eco del monte, feroce / ripetuta dal nudo sperone / nell’occhio della coturnice. / Sei l’ansa del fiume, brillante / come squame di pesce d’argento, / fremente di lunga ricerca. / Sei l’impossibile acqua / ch’io berrei dal ghiacciaio azzurro / se solo vi potessi giungere. Piazza disegna con vigore il profilo di questo “tu”, non si limita a evocarlo. Anima fatta di vetro, / filata come seta d’oro, / lama sottile d’argento / nel buio dell’abbandono, / occhio spaurito, battuto / dall’ombra di mobili ciglia, / arco di cielo sereno, / striscia di mare immenso, / e completezza di amore, / resta ad incidere segni / di beatitudine amara, / e più che puoi vola / come assetata di pianto. Un identikit preciso che ruota ancora attorno ad un ossimoro, vero e proprio stilema, come appare a questo punto evidente, della poesia di Piazza (beatitudine amara, il dolceamaro che la classicità riferisce spesso alle pene d’amore). Infatti, a dettare le regole di questo straniante oscillare tra opposti, è pur sempre la sua carne d’uomo. So che dovrò cercare / tronchi abbattuti o sentieri / quasi ignorati e la notte / umida mano di amica / mi chiuderà, nel bosco, / gli occhi tesi a vedere. / Come di morti padroni, / o lepre selvaggia e sola / è chi mi vive dentro / alla mia carne d’uomo. Che è uno straordinario (praticamente completo) catalogo degli “oggetti” della poetica di Francesco. La ricerca della via (preferibilmente sentieri), il bisogno di punti di riferimento, la notte come crogiolo di ogni emozione, la similitudine tratta dal mondo degli animali (la lepre, in questo caso, come sempre selvaggia e immersa nella solitudine), specchio della vita interiore. E poi appunto, folgorante, la carne d’uomo. Fragile e, proprio in virtù della sua fragilità, un tutto. Va da sé. Su tutto incombe un poderoso senso del tempo. Che ha pause, sospensioni, fughe, enigmi. Ma è anche duro, vivo, presente. L’hic et nunc mediato dalla parola. La tua parola è tenera / ed è neve e pura / come solo è nel sogno. / Vieni prima che il tempo / ti scolorisca le labbra / e riprenda l’aria i capelli / che ora vicini mi appaiono. E altrove: Ricordo ancora il colore / che aveva quel giorno la terra, / sento venire ancora / il breve passo del tempo. / L’autunno aveva veli / di trasparenti annunci / e come carne celata e vicina / il cielo di essi ammantava. Un po’ più in là: sarà nostro conforto / il ritornare del tempo. Come si diceva: la ciclicità, l’eterno ritornare del tempo su se stesso. La clessidra continuamente capovolta, l’identica sabbia per ogni ora. In filigrana si staglia la possente, enigmatica immagine dell’orologio assorto: Ecco che sale la notte, / ed il silenzio scivola / per tutta la casa, attenta / all’orologio assorto. Anche se qualche paura offusca. Tende agguati: Non posso, grido, non posso / scrivere la tua anima / con i colori di spazi / tagliati dalla ragione. La cesura tra la parola e il segno grafico (o la pennellata). Non può bastare la ragione a dettare. In quel giro di mesi scriverà anche: Mi lascio prendere dalle stagioni / ed ogni anno mi piace / meravigliarmi, / dell’estate improvvisa. Lascarsi afferrare (attraversare, anzi) dallo stupore. Questione di pause e di riprese: Tutti tornano a vivere / come una pausa del sonno. / Avevo le stesse parole / di giorni lontani e gli occhi / uguale pace trovavano / nei gialli cespi di primule. Dunque, come si diceva, anche una questione di ritmo. Dentro al quale irrompono (non si saprebbe dire se con ironia o sulla spinta di una inguaribile melanconia, forse entrambe) i versi scritti nel 1958 fra Treviso e Castelfranco. Piazza lavora alle Grafiche Trevisan, impegnate in quei primi mesi dell’anno nella stampa delle schede elettorali per le votazioni politiche (si sarebbero svolte il 25 maggio). Esplodono I canti dello stabilimento, sorta di minisilloge legata all’evento. Tutti che contano (seicento donne!). Rinchiusi, prigionieri quasi. Piazza fa passare le otto ore contrattuali. Poi: Allora ho detto che vado. Il caporeparto (un camice bianco. Niente volto, niente corpo, solo il camice) gli dà con degnazione il consenso. Lui torna a casa, in treno. È il nostos, il ritorno dell’eroe. Legge la vita stessa in quello sferragliare sulle rotaie: mi vado a contare / finestre di casolari / e bianche camice di uomini / nell’ultimo ravizzone. / Speroni nei fianchi mi additano / la corsa, nell’abile intreccio / di sentimenti e di cose. / Immenso esco, ho le spalle / che reggono il greve corpo / del vento. Versi di grande respiro. Autobiografici. La propria esperienza come immagine universale della fatica di vivere. Sulle sue spalle, novello Atlante, grava il peso del mondo. Il giorno dopo tornerà immergersi nel bailamme delle donne disfatte dalla fatica e dal sudore. Non le capisce proprio, non comprende il senso di quel correre e di quell’affaticarsi. Disincantato e cattivo. È tanto difficile scendere / ai loro cervelli d’insetto. Questa silloge raccoglie anche versi scritti nella prima metà degli anni Novanta. È un nucleo contrassegnato da un tono più dimesso, meno discorsivo. Da una affiorante vena di stanchezza. Nel 1987 è mancata l’adorata Anna Maria. Chi sta vicino a Checco avverte un vuoto, un’assenza, una voglia di ricongiungimento che circonda come un’aura l’artista. Una polvere sottile ma pesante. Si deposita su quanto dipinge incide, scrive. Oggi risento ancora / quel senso di finito, / di consumato, il nulla / tra un respiro profondo / ed un respiro che tarda a venire e che non viene. È il febbraio del 1993. Due mesi dopo ribadirà: Mi sento sterile e stanco / come una squallida canna / ed ho la bocca amara / e l’udito mi inganna. / La mia vita è più lenta, / tutto mi si rallenta, / e la mia mano è vecchia / quando l’occhio mi cade / sul pennello… Il poeta / squallida canna scopre il piccolo mondo, la dimensione che lo rassicura: ora mi posso assopire, / il fuoco dura / e questo mio piccolo mondo / di cani, di legna, di luce intorno / mi rassicura … E fuori? Lo turba la trasformazione. Meglio, il degrado. Hanno venduto la terra / dove ondeggiava il frumento, / dove l’orzo mareggiava, / dove si ergeva il granturco / in paludamento di rosee, / eburnee pergamene. / La motosega morde / il mio cuore di legno, / l’orda delle acacie declina, / precipita in una caligine / di stecchi grigi. Perfino il suo giardino, amatissimo e ritratto mille volte da mille angoli diversi, con ogni luce e in ogni stagione dell’anno, gli si configura in chiave ostile. …credevo il mio giardino / un paradiso ma nella notte stride / la morte. Urla di un topino / o di un passero disattento. / La civetta sghignazza / e al mattino la guazza / veste gli steli dell’erba / di camiciole d’argento. No, meglio il piccolo mondo. Superbo, imperiale l’olocausto che si consuma nella stufa a legna che diffonde calore nel suo studio. Scoppietta l’acacia, / ronfa il castagno, / il faggio con lieve respiro, brucia. / Tutto canta il suo creatore / anche nell’olocausto della stufa. Potrebbe sembrare un ripiegamento, una rinuncia. Certo in qualche misura lo è. Ma si tratta soprattutto di una sublimazione del tema dell’attesa e del dono. Signore, nel dono dell’attesa / di una completa risurrezione, / dono di giorni preziosi / di nubi osannanti, di cieli pastosi, / di passeri terragni / ed arguti fringuelli / di prati maturi e di cespugli lucenti, / di trepidi alberelli / come piccoli angeli nel grande coro. Tanti anni prima nella dedica di una lirica ad Anna aveva scritto: per quando la malinconia si traveste d’attesa. Il Grande Silenzio stava già tramando, stava già tessendo agguati. E dunque questi versi sono altissimo testamento spirituale. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="color: #000000;"><b>SE VIVERE È UN CAMMINARE LEGGERO<br />
LE LIRICHE INEDITE DI FRANCESCO PIAZZA</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Se-Vivere.jpg"><img class="size-medium wp-image-3774 aligncenter" alt="piazza-se-vivere" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/09/Piazza-Se-Vivere-190x300.jpg" width="204" height="323" /></a></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Francesco Piazza (</b><b>Venezia 1931 &#8211; Treviso 2007) ha pubblicato i libri di liriche </b><b><i>Alberi Anime </i></b><b>(1985, ed.  Circolo Culturale Teorema) e <i>Mendicavamo canti di usignoli</i> (1992, ed. La Stamperia dell’Ariete). Dopo la sua morte, dal riordino dell’archivio di casa Piazza, è emerso un poderoso corpus di versi inediti.<br />
La poesia di Piazza è dotata di una sua specifica sigla. Vigorosa, splendidamente e luminosamente originale. La traccia di una forte personalità artistica e di una geniale e inquietante capacità di riflettere sull’uomo e suoi misteri esistenziali.<br />
La forza, anche, di immagini e metafore costruite, elaborate, suggerite al lettore nel segno dell’inedito. Del ripiegamento interiore e, ad un tempo, dell’apertura alla natura e all’umanità.  Un modo di affetti caldi e sinceri. Un umanesimo particolarissimo e toccante.<br />
Sicché questo <i>Se vivere è un camminare le</i>ggero si propone anche come chiave di lettura dell’opera grafica e pittorica del grande artista trevisano.</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"> <b><i>Io mi credetti padrone<br />
della mia triste discesa<br />
e so che non volesti lasciarmi<br />
al crollo di chi precipita.<br />
Francesco Piazza</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> L’arsura, in giro; un martin pescatore<br />
volteggia s’una reliquia di vita.<br />
La buona pioggia è di là dallo squallore,<br />
ma in attendere è gioia piú compita.<br />
Eugenio Montale, Gloria del disteso mezzogiorno</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>È per te che scrivo, anche se tu sola leggessi<br />
e dopo di te nessuno,<br />
anche se il tempo dovesse cancellare parole e pensieri,<br />
anche se un giorno di ciò si dovesse sorridere,<br />
è per te che scrivo e un solo attimo della tua gioia<br />
di fanciulla amata io lo darei per la vita.<br />
(Francesco Piazza, 19 giugno 1955)</i></b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Cosa aggiungono i versi che appaiono in questa silloge a quanto conoscevamo del mondo poetico di Francesco Piazza? Domanda che non si può in alcun caso eludere quando si affronta il mare ignoto dell’inedito e del riemerso.<br />
E anche: domanda connessa all’effettiva volontà dell’autore circa la pubblicazione di materiale, in questo caso, molto cospicuo. Non avevano, questi versi, sufficiente dignità? O non esprimevano compiutamente poetica e mondo emozionale dell’autore stesso?<br />
La lettura rivela un universo complesso, affidato ad un eloquio diffuso ed espresso con linguaggio ora colto ora quotidiano. Che proprio in questa dialettica tra aulico e quotidiano trova quella tensione che ci è nota, ma non finisce mai di rivelarsi.<br />
Una fertilità, una felicità del dire che giustifica ampiamente il recupero dell’inedito.<br />
I versi che appartengono al decennio ’55/’65 (e poi continuano per tutti gli anni Settanta) circoscrivono una poetica che potremmo chiamare dell’attesa e del ritmo.<br />
Nel senso che esiste nel poeta la disponibilità al dono (a ricevere o a essere egli stesso dono). Una disponibilità che si rinnova ciclicamente e trova immagine nell’alternarsi di giorno e notte, nel rinnovarsi delle stagioni.<br />
Esiste un luogo deputato all’attesa? Fisico o mentale. Perché questo pare essere l’assillo di Piazza. Il suo studio e tutta la sua casa, il suo stare in plein air, il tornare da un’assenza (breve o lunga) e ricevere l’affetto di chi lo ama. Viene in mente un sorriso di Jules Renard, l’autore di Pel di carota: se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala dell’attesa.<br />
Non è così semplice, non è pacifico.<br />
L’attesa può essere dramma, sussulto, speranza e disperazione: <i>Quando il mio orizzonte è deserto /e scompaiono i monti azzurri / io mi richiudo nell’ombra. / Lascio le nubi salire / e scomparire i raggi del sole / che da esse gemendo sfuggono / per ritornare come lame di spade</i>.<br />
L’attesa si colloca nel cerchio di un orizzonte che si spopola. Un nulla, un deserto. Condensa in respiro breve i monti azzurri, le nubi che salgono. Poi i raggi solari nel gemito del tramonto e il loro riaffiorare, come spade affilate.<br />
È la forza immaginifica della poesia di Piazza. Gorgo di energia coinvolgente. Chiama (e qui esiste contiguità assoluta con la pittura e l’incisione) il silenzio, in una rarefazione di sentimenti ed emozioni. Perché il Silenzio si fa nume e divinità e svela i palpiti più segreti e remoti. I sussurri vitali. <i>Perché credo di udire / lo smunto ritorno dell’eco / se per nessuno io manco. / E di nessuno io saluto / pianti di dipartita? / Chi mi ha lasciato o di quale / mano sull’uscio attendo / il premere, certo, al ritorno? / L’ombra che mi accompagna / è di sentieri in sole, / e non la posso stringere / come donna tremante.<br />
</i>L’eco che si riduce a smunto ritorno innesca la relazione (e il confronto) tra presenza e assenza, tra ombra e sentieri solari, tra carezza e tremito di donna. C’è una sensualità (splendidamente barocca nei modi) che è dell’anima e del corpo, tra separazione e contatto fisico affidato alle mani (né è dato sapere a quale mano tocchi in sorte il premere).<br />
Circola qui, dilatato e invasivo, un senso alto del mistero. Che è il procedere stesso dei passi sul cammino dell’umano esistere.<br />
Un avanzare che schiude e implica relazioni e interrogativi. Una ricchezza, comunque si consideri. La vita è un debito che si contrae e per il quale bisogna avere un grazie sempre pronto e disponibile ad essere pronunciato: <i>Grazie per tutto ciò, che, impossibile, / è balenato come scoppio di luce / alla tua magica mano / e per le ombre tenere, tese / al passo tuo docile e piano. / Grazie per quelle dita leggere / che sogni e speranze tessevano / e per quei tuoi sorrisi / che sfioravano cose e pensieri.<br />
</i>Ringraziare per i debiti che si contraggono e si portano addosso come una sorta di zaino da svuotare / riempire di continuo: un paradosso a ben vedere. Non è paradosso l’impossibile che diventa possibile in uno scoppio di luce? E non è paradosso l’appuntito ossimoro che restituisce equilibrio all’anima? <i>…la savia pazzia lavora / per livellarmi l’anima</i>.<br />
Stare a livello, sentire il mondo come qualcosa di liscio, senza scalini: <i>Da questa riva che guarda nel liscio mondo dell’acqua…<br />
</i>Da questa riva. La savia pazzia implica anche la scelta di un preciso punto di vista. E meglio sia che la strada / io la percorra di lato, / e a passi senza rumore / sui ciuffi d’erba, io vada / come se scalzo e il vento / non vi vedrà giungendo. / Io mai potrò nella sera / usci sospingere ansando / per la soave attesa.<br />
Ecco, ancora l’attesa. Soave? In realtà tende agguati o almeno sforna una sorpresa dietro l’altra. Affiorano i sogni, i miraggi, le intuizioni. Una serie di messaggi (come dire? sottocoscienza) che sono la verità “altra”, quella che allude (conduce?) al metafisico, all’ultraterreno, al numinoso.<br />
Insomma la verità che davvero conta e pesa.<br />
<i>Con marchi roventi in mano / ho vegliati nel sonno stanotte / in anelanti agguati attesi / le ombre dei miei pensieri. / Essi sgusciavano, corsa / di ansimanti vitelli in fuga / e straripavano, ombre / di assedianti pensieri. / Se col pugno proteso / in fronte li avessi segnati / all’alba li avrei rivisti / ed additati ridendo.<br />
</i>Questo è il problema vero. Anche se evanescenti, anche se sfuggenti, fantasmi e miraggi sono indizio di una realtà autentica. Serve, in qualche modo, nominarli, catalogarli, inventariarli. Perché qui abita la risposta alle domande dell’umano esistere. Qui è la musica totalizzante (e didattica, magistrale, irrinunciabile) dell’universo: <i>hanno cantato le fibre / più silenziose e quiete / ed ho sentito immobile / la vetta sotto i miei piedi</i>.<br />
Altrove: <i>Lo spazio che canta al mio fianco. / Ho sempre le orecchie tese / come reti di ragno</i>.<br />
Le fibre silenziose e cantanti, ancora un paradosso / ossimoro. Le fibre ultime, le più riposte, la canzone più dimenticata, quella che nessuno suona mai. Lì, nel mistero, lui avverte la vibrazione della vetta, sotto i suoi piedi. Affascinante. E profondamente vero.<br />
I miraggi. Ne parla con toni struggenti: <i>E quando gli occhi indugiano / in trasparenze di pace / o in me guardano forme / di fantasiosi miraggi, / cosa più dolce di attendere / il battito delle sue ciglia / e il guizzo di dolce abbandono / attento prendere e farne / ricordo di debolezza</i>.<br />
L’attesa di un battito di ciglia, un guizzo di eternità. Le trasparenze di pace si accompagnano all’anima fatta di vetro, di cui si dirà tra poco.<br />
A far funzionare questo metronomo che conta le oscillazioni dell’anima (a farlo funzionare tecnicamente, voglio dire, nella precisione della parola che si fa inchiostro e scrittura) è la ricerca instancabile dell’interlocutore. Un “tu” dilatato, immenso, (onni)inclusivo: <i>Sei l’eco del monte, feroce / ripetuta dal nudo sperone / nell’occhio della coturnice. / Sei l’ansa del fiume, brillante / come squame di pesce d’argento, / fremente di lunga ricerca. / Sei l’impossibile acqua / ch’io berrei dal ghiacciaio azzurro / se solo vi potessi giungere.<br />
</i>Piazza disegna con vigore il profilo di questo “tu”, non si limita a evocarlo.<br />
<i>Anima fatta di vetro, / filata come seta d’oro, / lama sottile d’argento / nel buio dell’abbandono, / occhio spaurito, battuto / dall’ombra di mobili ciglia, / arco di cielo sereno, / striscia di mare immenso, / e completezza di amore, / resta ad incidere segni / di beatitudine amara, / e più che puoi vola / come assetata di pianto.<br />
</i>Un identikit preciso che ruota ancora attorno ad un ossimoro, vero e proprio stilema, come appare a questo punto evidente, della poesia di Piazza (beatitudine amara, il dolceamaro che la classicità riferisce spesso alle pene d’amore).<br />
Infatti, a dettare le regole di questo straniante oscillare tra opposti, è pur sempre la sua carne d’uomo. <i>So che dovrò cercare / tronchi abbattuti o sentieri / quasi ignorati e la notte / umida mano di amica / mi chiuderà, nel bosco, / gli occhi tesi a vedere. / Come di morti padroni, / o lepre selvaggia e sola / è chi mi vive dentro / alla mia carne d’uomo</i>.<br />
Che è uno straordinario (praticamente completo) catalogo degli “oggetti” della poetica di Francesco. La ricerca della via (preferibilmente sentieri), il bisogno di punti di riferimento, la notte come crogiolo di ogni emozione, la similitudine tratta dal mondo degli animali (la lepre, in questo caso, come sempre selvaggia e immersa nella solitudine), specchio della vita interiore. E poi appunto, folgorante, la carne d’uomo.<br />
Fragile e, proprio in virtù della sua fragilità, un tutto.<br />
Va da sé. Su tutto incombe un poderoso senso del tempo. Che ha pause, sospensioni, fughe, enigmi. Ma è anche duro, vivo, presente. L’hic et nunc mediato dalla parola. <i>La tua parola è tenera / ed è neve e pura / come solo è nel sogno. / Vieni prima che il tempo / ti scolorisca le labbra / e riprenda l’aria i capelli / che ora vicini mi appaiono</i>.<br />
E altrove: <i>Ricordo ancora il colore / che aveva quel giorno la terra, / sento venire ancora / il breve passo del tempo. / L’autunno aveva veli / di trasparenti annunci / e come carne celata e vicina / il cielo di essi ammantava.<br />
</i>Un po’ più in là: <i>sarà nostro conforto / il ritornare del tempo</i>.<br />
Come si diceva: la ciclicità, l’eterno ritornare del tempo su se stesso. La clessidra continuamente capovolta, l’identica sabbia per ogni ora. In filigrana si staglia la possente, enigmatica immagine dell’orologio assorto: <i>Ecco che sale la notte, / ed il silenzio scivola / per tutta la casa, attenta / all’orologio assorto.<br />
</i>Anche se qualche paura offusca. Tende agguati: <i>Non posso, grido, non posso / scrivere la tua anima / con i colori di spazi / tagliati dalla ragione</i>. La cesura tra la parola e il segno grafico (o la pennellata). Non può bastare la ragione a dettare.<br />
In quel giro di mesi scriverà anche: <i>Mi lascio prendere dalle stagioni / ed ogni anno mi piace / meravigliarmi, / dell’estate improvvisa</i>.<br />
Lascarsi afferrare (attraversare, anzi) dallo stupore. Questione di pause e di riprese: <i>Tutti tornano a vivere / come una pausa del sonno. / Avevo le stesse parole / di giorni lontani e gli occhi / uguale pace trovavano / nei gialli cespi di primule</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dunque, come si diceva, anche una questione di ritmo.<br />
Dentro al quale irrompono (non si saprebbe dire se con ironia o sulla spinta di una inguaribile melanconia, forse entrambe) i versi scritti nel 1958 fra Treviso e Castelfranco.<br />
Piazza lavora alle Grafiche Trevisan, impegnate in quei primi mesi dell’anno nella stampa delle schede elettorali per le votazioni politiche (si sarebbero svolte il 25 maggio). Esplodono I canti dello stabilimento, sorta di minisilloge legata all’evento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutti che contano (seicento donne!). Rinchiusi, prigionieri quasi. Piazza fa passare le otto ore contrattuali. Poi: <i>Allora ho detto che vado</i>. Il caporeparto (un <i>camice bianco</i>. Niente volto, niente corpo, solo il camice) gli dà con degnazione il consenso. Lui torna a casa, in treno.<br />
È il nostos, il ritorno dell’eroe. Legge la vita stessa in quello sferragliare sulle rotaie: <i>mi vado a contare / finestre di casolari / e bianche camice di uomini / nell’ultimo ravizzone. / Speroni nei fianchi mi additano / la corsa, nell’abile intreccio / di sentimenti e di cose. / Immenso esco, ho le spalle / che reggono il greve corpo / del vento.<br />
</i>Versi di grande respiro. Autobiografici. La propria esperienza come immagine universale della fatica di vivere.<br />
Sulle sue spalle, novello Atlante, grava il peso del mondo. Il giorno dopo tornerà immergersi nel bailamme delle donne disfatte dalla fatica e dal sudore. Non le capisce proprio, non comprende il senso di quel correre e di quell’affaticarsi. Disincantato e cattivo. È tanto difficile <i>scendere / ai loro cervelli d’insetto</i>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa silloge raccoglie anche versi scritti nella prima metà degli anni Novanta. È un nucleo contrassegnato da un tono più dimesso, meno discorsivo. Da una affiorante vena di stanchezza. Nel 1987 è mancata l’adorata Anna Maria.<br />
Chi sta vicino a Checco avverte un vuoto, un’assenza, una voglia di ricongiungimento che circonda come un’aura l’artista. Una polvere sottile ma pesante. Si deposita su quanto dipinge incide, scrive. <i>Oggi risento ancora / quel senso di finito, / di consumato, il nulla / tra un respiro profondo / ed un respiro che tarda a venire e che non viene</i>.<br />
È il febbraio del 1993. Due mesi dopo ribadirà: <i>Mi sento sterile e stanco / come una squallida canna / ed ho la bocca amara / e l’udito mi inganna. / La mia vita è più lenta, / tutto mi si rallenta, / e la mia mano è vecchia / quando l’occhio mi cade / sul pennello…<br />
</i>Il poeta / squallida canna scopre il piccolo mondo, la dimensione che lo rassicura: <i>ora mi posso assopire, / il fuoco dura / e questo mio piccolo mondo / di cani, di legna, di luce intorno / mi rassicura …<br />
</i>E fuori? Lo turba la trasformazione. Meglio, il degrado. <i>Hanno venduto la terra / dove ondeggiava il frumento, / dove l’orzo mareggiava, / dove si ergeva il granturco / in paludamento di rosee, / eburnee pergamene. / La motosega morde / il mio cuore di legno, / l’orda delle acacie declina, / precipita in una caligine / di stecchi grigi.<br />
</i>Perfino il suo giardino, amatissimo e ritratto mille volte da mille angoli diversi, con ogni luce e in ogni stagione dell’anno, gli si configura in chiave ostile. …<i>credevo il mio giardino / un paradiso ma nella notte stride / la morte. Urla di un topino / o di un passero disattento. / La civetta sghignazza / e al mattino la guazza / veste gli steli dell’erba / di camiciole d’argento</i>.<br />
No, meglio il piccolo mondo. Superbo, imperiale l’olocausto che si consuma nella stufa a legna che diffonde calore nel suo studio. <i>Scoppietta l’acacia, / ronfa il castagno, / il faggio con lieve respiro, brucia. / Tutto canta il suo creatore / anche nell’olocausto della stufa</i>.<br />
Potrebbe sembrare un ripiegamento, una rinuncia.<br />
Certo in qualche misura lo è. Ma si tratta soprattutto di una sublimazione del tema dell’attesa e del dono. <i>Signore, nel dono dell’attesa / di una completa risurrezione, / dono di giorni preziosi / di nubi osannanti, di cieli pastosi, / di passeri terragni / ed arguti fringuelli / di prati maturi e di cespugli lucenti, / di trepidi alberelli / come piccoli angeli nel grande coro</i>.<br />
Tanti anni prima nella dedica di una lirica ad Anna aveva scritto: <i>per quando la malinconia si traveste d’attesa.<br />
</i>Il Grande Silenzio stava già tramando, stava già tessendo agguati.<br />
E dunque questi versi sono altissimo testamento spirituale.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA FORZA DELLE RADICI</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Aug 2017 15:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno scrittore che non ha una ferita sempre aperta, per me non è uno scrittore. Magari preferisce tenerla nascosta, perché è orgoglioso, perché non vuole farsi compatire; ma deve averla. (Elias Canetti, Il cuore segreto dell’orologio) Tratta il mio cuore così / come fosse un barattolo Lo fa girare qua e là / senza nessuna pietà (Gianni Meccia, Il barattolo) Ci eravamo fatti attenti dopo la poesia/preghiera dell’ultima silloge della scrittrice bassanese. I giorni e l’ombra ci offrivano una immagine tormentata, una ricerca di pace nel confidente reclinare il capo dentro ad un consolatorio abbraccio. Colpiva, di quel pregare, la tensione e il desiderio di mettersi in dialogo. La preghiera, si sa, è per sua natura unidirezionale, cammina da chi la fa a chi ne è il destinatario. Procede in vario modo, ma è a senso unico. La forza di quella preghiera di Silvana Dal Cero era nel chiedere perentoriamente un “ritorno”, una dialettica. Insomma un doppio senso di marcia. Quasi a dire: io chiedo, voglio una risposta. Quel voglio innervava tutto il discorso poetico. E quel voglio torna in veste nuova (verrebbe da dire: più scintillante, più colorata. O, se si preferisce, meno dimessa) in questa silloge. Con un procedere che richiama stilemi diversissimi e lontani (dalla lapidaria solitudine degli haiku giapponesi allo stupore pascoliano che legge il magmatico farsi degli eventi naturali) l’autrice si fa onda e indaga. Un ovunque, un sopra e sotto, un di fianco e di lato. Elenca: tenace ulivo / stella inesplosa / nera civetta / bianca farfalla. Aggettivo e sostantivo, il più semplice dei sintagmi, quello che non ha bisogno di predicato verbale perché si esaurisce già tutto nell’oggetto visto e posseduto. Nella visione, nel fotogramma, nel film. Si sostanzia in quel dentro/fuori che è la corteccia/corpo. Immagine mirabile che fa una cosa unica dell’involucro e del contenuto. In ultima analisi di significato e significante (allampanate immagini/dei miei respiri).  Sculture a tutto tondo: Non vedo il sentiero / sospeso com’ è il piede / sul caigo denso e bianco (caigo, con l’accento sulla i, è bellissima parola che la lingua veneta mutua direttamente dal latino e vale, ma con molta più forza, nebbia). Danze fisiche e letterarie insieme: Oscilla la foglia/con lento / ruotato / movimento. / Cadrà come apostrofo posato male / sulla lettera sbagliata / come un accento darà senso nuovo / là dove si posa. Tic, toc, ore scandite: Nell’orologio di luce / l’ora di fiorire è giunta. Voglia di andare, di tirar su l’ancora e sciogliere l’ormeggio: gli stessi sogni bussano / al cuore mai ormeggiato. Dove? Da un’altra parte l’autrice suggerisce che sull’isola ci son le fate. Straniamenti assoluti: L’occhio è rapito / da un papavero rosso. / Si erge sul verde. / Immenso. Voli e decolli spericolati: Cerca il piede / il punto d’appoggio aperto al cielo / cupola aperta ai sogni / su ali d’aquila. Eccetera, il catalogo potrebbe continuare. Perché è catalogo ampio, retto da immagini che valgono le colonne di un tempio: sostengono, invitano, rassicurano. Indicano il percorso da seguire, come le navate delle chiese gotiche: il rosone che filtra la luce alle spalle, la scalinata dell’altare davanti. Talora il tempio si fa foresta (Rami su rami chinano il volto / riparano i frutti sempre vivi / di una inesausta primavera). Che pare immagine bella. Conclusiva, complessiva e paradigmatica. La vita riserva sempre primavere, offre sempre la possibilità di una vita nuova. Uguale e diversa, ad un tempo, dalle forme di vita che c’erano prima. Contano i filtri, l’intelligenza, lo sguardo e gli sguardi. Dal Cero conosce le stagioni del dolore e della solitudine. La sua forza sta nel far fiorire la solitudine, nel tessere la trama e l’ordito del dialogo. Chi c’era continua ad esserci, a vivere. Ricetta semplice e tuttavia inimitabile. Perché salgono i ricordi / affiorano / come il bianco ciliegio / dalla nuda terra. Le radici non conoscono ostacoli. A primavera si fanno sempre vive. Treviso, ultimi giorni di marzo 2017]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> Uno scrittore che non ha una ferita sempre aperta,<br />
per me non è uno scrittore.<br />
</i></b></span><span style="color: #000000;"><b><i>Magari preferisce tenerla nascosta, perché è orgoglioso,<br />
perché non vuole farsi compatire; ma deve averla.<br />
</i></b></span><span style="color: #000000;"><b><i>(Elias Canetti, Il cuore segreto dell’orologio)</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Tratta il mio cuore così / come fosse un barattolo<br />
Lo fa girare qua e là / senza nessuna pietà<br />
(Gianni Meccia, Il barattolo)</i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/08/LaForzaDelleRadici.jpg"><img class="wp-image-3678 aligncenter" alt="laforzadelleradici" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/08/LaForzaDelleRadici.jpg" width="255" height="365" /></a></i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci eravamo fatti attenti dopo la poesia/preghiera dell’ultima silloge della scrittrice bassanese. <b><i>I giorni e l’ombra</i></b> ci offrivano una immagine tormentata, una ricerca di pace nel confidente reclinare il capo dentro ad un consolatorio abbraccio. Colpiva, di quel pregare, la tensione e il desiderio di mettersi in dialogo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La preghiera, si sa, è per sua natura unidirezionale, cammina da chi la fa a chi ne è il destinatario. Procede in vario modo, ma è a senso unico. La forza di quella preghiera di Silvana Dal Cero era nel chiedere perentoriamente un “ritorno”, una dialettica. Insomma un doppio senso di marcia. Quasi a dire: io chiedo, <i>voglio</i> una risposta. Quel <i>voglio</i> innervava tutto il discorso poetico.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E quel <i>voglio</i> torna in veste nuova (verrebbe da dire: più scintillante, più colorata. O, se si preferisce, meno dimessa) in questa silloge. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Con un procedere che richiama stilemi diversissimi e lontani (dalla lapidaria solitudine degli haiku giapponesi allo stupore pascoliano che legge il magmatico farsi degli eventi naturali) l’autrice si fa onda e indaga. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un ovunque, un sopra e sotto, un di fianco e di lato. Elenca: <i>tenace ulivo / stella inesplosa / nera civetta / bianca farfalla</i>. Aggettivo e sostantivo, il più semplice dei sintagmi, quello che non ha bisogno di predicato verbale perché si esaurisce già tutto nell’oggetto visto e posseduto. Nella visione, nel fotogramma, nel film. Si sostanzia in quel dentro/fuori che è la corteccia/corpo. Immagine mirabile che fa una cosa unica dell’involucro e del contenuto. In ultima analisi di significato e significante (<i>allampanate immagini/dei miei respiri</i>).  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sculture a tutto tondo: <i>Non vedo il sentiero / sospeso com’ è il piede / sul caigo denso e bianco</i> (caigo, con l’accento sulla i, è bellissima parola che la lingua veneta mutua direttamente dal latino e vale, ma con molta più forza, nebbia). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Danze fisiche e letterarie insieme: <i>Oscilla la foglia/con lento / ruotato / movimento. / Cadrà come apostrofo posato male / sulla lettera sbagliata / come un accento darà senso nuovo / là dove si posa</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tic, toc, ore scandite: <i>Nell’orologio di luce / l’ora di fiorire è giunta.</i></span><br />
<span style="color: #000000;"> Voglia di andare, di tirar su l’ancora e sciogliere l’ormeggio: <i>gli stessi sogni bussano / al cuore mai ormeggiato</i>. Dove? Da un’altra parte l’autrice suggerisce che <i>sull’isola ci son le fate</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Straniamenti assoluti: <i>L’occhio è rapito / da un papavero rosso. / Si erge sul verde. / Immenso</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Voli e decolli spericolati: <i>Cerca il piede / il punto d’appoggio aperto al cielo / cupola aperta ai sogni / su ali d’aquila</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Eccetera, il catalogo potrebbe continuare. Perché è catalogo ampio, retto da immagini che valgono le colonne di un tempio: sostengono, invitano, rassicurano. Indicano il percorso da seguire, come le navate delle chiese gotiche: il rosone che filtra la luce alle spalle, la scalinata dell’altare davanti. Talora il tempio si fa foresta (<i>Rami su rami chinano il volto / riparano i frutti sempre vivi / di una inesausta primavera</i>).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Che pare immagine bella. Conclusiva, complessiva e paradigmatica. La vita riserva sempre primavere, offre sempre la possibilità di una vita nuova. Uguale e diversa, ad un tempo, dalle forme di vita che c’erano prima. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Contano i filtri, l’intelligenza, lo sguardo e gli sguardi. Dal Cero conosce le stagioni del dolore e della solitudine. La sua forza sta nel far fiorire la solitudine, nel tessere la trama e l’ordito del dialogo. Chi c’era continua ad esserci, a vivere.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ricetta semplice e tuttavia inimitabile. <i>Perché salgono i ricordi / affiorano / come il bianco ciliegio / dalla nuda terra</i>. Le radici non conoscono ostacoli. A primavera si fanno sempre vive.</span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Treviso, ultimi giorni di marzo 2017</i></b></span></p>
<p align="right">
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		<title>La Patagonia di Franco Vivian</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 09:36:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA FINE DEL MONDO Da sempre l’uomo viaggia verso la fin del mundo. Quante ultime Thule nella storia dell’umanità. I Bretoni chiamano Penn-ar-Bed (cioè Finistère, fine della terra) il loro sporgersi verso il nulla infinito dell’oceano. Il limite da valicare, le colonne d’Ercole da spostare più in là. Franco Vivian, viaggiatore attento, narratore acuto e fotografo dall’occhio limpido, avanza con lo spirito intrepido della persona curiosa (curiosità di segno alto) verso la Terra del Fuoco, lungo le strade interminabili della Patagonia. Non solo un diario di viaggio, però. La scrittura si impasta nella poetica del nostos, il ritorno di Ulisse e degli eroi che combatterono Troia. (Io penso che sia anche una cosa che Vivian ha scritta nel sangue: Franco è figlio del grande grecista Primo Vivian). Un’operazione della nostalgia. Perché il nuovo Ulisse vorrebbe tornare in quei luoghi dove si respira l’aurora della vita. E non può. Dunque (ri)viaggia scrivendo. E l’affascinante scrittura nasce dall’amalgama misterioso di rigore scientifico e sintonia profonda con la poesia del viaggio e dei luoghi. Luoghi che arano solchi profondi nell’anima. Risento Luis Sepùlveda che celebra una silloge di racconti di Francisco Coloane. “A sedici anni, quando finii di leggere Terra del fuoco, presi la decisione di andarmene di casa e di imbarcarmi su una baleniera, e così feci.” Questo libro di Franco Vivian restituisce la verità profonda che Gilles Lapouge scolpisce in Besoin de mirages. “La sola giustificazione del viaggio è che permette, in seguito, di inventare un paese reale ma sconosciuto, di esplorarlo e descriverlo”. Gian Domenico Mazzocato La presentazione è avvenuta il 31 maggio 2017 nello splendido scenario della chiesa di San Gregorio, proprio nel cuore di Treviso. Con me c’erano l’autore che ha proiettato e commentato alcune dia, la presidente di SeLALUNA Gabriella Barzan, che ha letto alcune pagine del libro.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: times new roman,times;"><strong><span style="color: #000000; font-size: xx-large;"><br />
LA FINE DEL MONDO</span></strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/06/La-Patagonia-1.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-3601" alt="La Patagonia 1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/06/La-Patagonia-1-1024x516.jpg" width="614" height="310" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Da sempre l’uomo viaggia verso la <i>fin del mundo</i>. Quante ultime Thule nella storia dell’umanità. I Bretoni chiamano Penn-ar-Bed (cioè Finistère, fine della terra) il loro sporgersi verso il nulla infinito dell’oceano. Il limite da valicare, le colonne d’Ercole da spostare più in là. Franco Vivian, viaggiatore attento, narratore acuto e fotografo dall’occhio limpido, avanza con lo spirito intrepido della persona curiosa (curiosità di segno alto) verso la Terra del Fuoco, lungo le strade interminabili della Patagonia. Non solo un diario di viaggio, però. La scrittura si impasta nella poetica del <i>nostos</i>, il ritorno di Ulisse e degli eroi che combatterono Troia. (Io penso che sia anche una cosa che Vivian ha scritta nel sangue: Franco è figlio del grande grecista Primo Vivian). Un’operazione della nostalgia. Perché il nuovo Ulisse vorrebbe tornare in quei luoghi dove si respira l’aurora della vita. E non può. Dunque (ri)viaggia scrivendo. E l’affascinante scrittura nasce dall’amalgama misterioso di rigore scientifico e sintonia profonda con la poesia del viaggio e dei luoghi.<br />
Luoghi che arano solchi profondi nell’anima. Risento Luis Sepùlveda che celebra una silloge di racconti di Francisco Coloane. “A sedici anni, quando finii di leggere <i>Terra del fuoco</i>, presi la decisione di andarmene di casa e di imbarcarmi su una baleniera, e così feci.”<br />
Questo libro di Franco Vivian restituisce la verità profonda che Gilles Lapouge scolpisce in <i>Besoin de mirages</i>. “La sola giustificazione del viaggio è che permette, in seguito, di inventare un paese reale ma sconosciuto, di esplorarlo e descriverlo”.</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Gian Domenico Mazzocato</b></span></p>
<p><em><span style="color: #000000;"><b>La presentazione è avvenuta il 31 maggio 2017 nello splendido scenario della chiesa di San Gregorio, proprio nel cuore di Treviso. Con me c’erano l’autore che ha proiettato e commentato alcune dia, la presidente di SeLALUNA Gabriella Barzan, che ha letto alcune pagine del libro.</b></span></em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/06/La-Patagonia-2.jpg"><img class="wp-image-3599 alignnone" alt="La Patagonia 2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/06/La-Patagonia-2.jpg" width="220" height="350" /></a><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
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		<title>Enrica Pesole</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 17:54:01 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuvole sono i versi (di Enrica Pesole) &#160; Il vento, il vento! Esso scoppia all’improvviso come fruscio di torrente, scroscia come pioggia, e cessa d’un tratto. (Tommaso Landolfi) Resta nell’anima, come una dolce e ad un tempo ruvida folata di vento, questa bella silloge di Enrica Pesole che dipana, verso dopo verso, sillaba dopo sillaba, la sua visione esistenziale tutta tramata su un colloquio fitto e confidente con il mondo degli affetti che la circondano. Il vento: non solo un dato fisico (il tepore/ sulla pelle di profumate ventate; e altrove: ora nembi grevi/ corrono sul foglio), ma, come è facile intuire già ad una prima lettura, anche entità morale, psicologica. Perfino metafisica, quando, anche nell’assenza di un solo soffio, il cielo è sgombro, e si riscopre il punto vitale, il nodo, il quale ha generato ogni alito di vita che anima la persona (e anche la sua chiamata ad essere poeta). Straordinaria, in questo senso, la lirica dedicata alla natia Napoli. Si apre su un cielo sgombro di nubi e si chiude, con andamento vigorosamente ciclico, sulla constatazione (serena, peraltro) che la vita è altrove/ ma resta la patria del cuore. O quando il vento si intuisce nella forza della natura e nell’impossibilità di eludere le codificate regole dell’esistenza: come una conchiglia/ vuota/ sbattuta dall’onda. E soprattutto quando lo spirare diventa simbolo di inquietudine e tormento nella sensuale, materica contemplazione di un vento che scompaginava/ il Vangelo e il suo feretro/ accarezzava. Così emerge, con poderosa energia, proprio questa accettazione di ciò che la vita è: la gioia goduta degli affetti presenti, la gioia lacerata degli affetti strappati. Come incalza il lettore l’immagine del poeta che torna ad immergersi nella sensualità della sua città e… E… riabbraccio le tombe/ dei miei morti, sussurra Enrica Pesole. La vita è nella quotidianità del giorno dopo giorno, ma anche nella legge del sangue che lega la famiglia e le generazioni. Soprattutto è nella dimensione dell’eterno che proietta ovunque la sua luce (e talora sparge ombre di un velo di mestizia). La vita è anche nella pienezza di chi sa assaporare le piccole/grandi gioie dell’intimità. Si parla spesso in queste liriche dell’eterno ritornare della primavera: un ritorno vissuto sul versante personalissimo di chi riscopre il piacere che dona ai miei sogni/ dolcezza e melodia/ ai miei versi. La poesia circoscrive dunque gli spazi del proprio dire, senza pretesa di strappare la parola ad altre entità che dominano e guidano. Così l’amore (che peraltro non sa leggere) scrive invece/ un libro suo della vita/ a due. Memoria del passato e presagio del futuro: i due poli dell’umano pensare e dell’umano agire, mediati da un presente perennemente in fieri, segnato dalla consapevolezza che la vita è passaggio, transito, progetto e figurazione di una dimensione che non è più transeunte, ma fissa, stabile, finalmente posseduta per l’eternità dei secoli. Tra memoria e presagio, Enrica Pesole svolge il gomitolo della sua personale esperienza, cercando interlocutori, confidenti, corrispondenti. Non solo sul piano degli affetti domestici, ma anche nella logica di un afflato universale, di un messaggio di disponibilità personale che si rivolge a chiunque. Il poeta trae nutrimento e forza per questa sua ricerca anche dal proprio patrimonio culturale, che è a sua volta esperienza fattasi carne. Ritroviamo Leopardi e Montale in queste liriche, e, per la tensione verso e attorno e dentro il mondo piccolo, una lettura profonda della grande lezione pascoliana che tanto ha insegnato alla poesia dell’ultimo secolo. E, tutto ad un tratto, emerge (e domina) Omero con l’Ulisse che vive l’eterna tentazione di Scilla e Cariddi. Dove però, per resistere al canto ammaliatore (subdolo, dice felicemente Pesole), non serve legarsi ad un albero maestro ma al proprio retroterra affettivo: non t’incatenasti/ saldo ai tuoi affetti. Immagine fertile e abrasiva, suggerimento forte che può essere assunto come metafora complessiva di questa silloge, come sua chiave di lettura. Perché, dice il poeta rivolgendosi direttamente a Odisseo/Ulisse, ora insegui chimere vane. Consapevole che guardare in faccia la realtà è vera, autentica forza. L’unica possibile. Una forza però che scaturisce e pullula da molte sorgenti diverse: la propria cultura, la propria famiglia, la capacità di costruire giorno dopo giorno un progetto forte di esistenza (perché è nel quotidiano che si inverano anche i progetti più grandi e ambiziosi). Una forza che può venire (magari non attesa, magari all’improvviso, magari dono lontano) da ogni punto cardinale. Proprio come il vento. Che sospinge e gonfia vele. Placata la vana/ lotta della vita, in un porto/ sicuro approderò forse felice. GIAN DOMENICO MAZZOCATO (Treviso, ottobre 2005)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;" align="right"></h1>
<h1 style="text-align: center;" align="right"><strong>Nuvole sono i versi</strong></h1>
<h2 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">(di Enrica Pesole)</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;" align="right"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">Il vento, il vento!</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">Esso scoppia all’improvviso</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">come fruscio di torrente, </span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">scroscia come pioggia,</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">e cessa d’un tratto.</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">(Tommaso Landolfi)</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Resta nell’anima, come una dolce e ad un tempo ruvida folata di vento, questa bella silloge di Enrica Pesole che dipana, verso dopo verso, sillaba dopo sillaba, la sua visione esistenziale tutta tramata su un colloquio fitto e confidente con il mondo degli affetti che la circondano. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Il vento: non solo un dato fisico (<em>il tepore/ sulla pelle di profumate ventate</em>; e altrove: <em>ora nembi grevi/ corrono sul foglio</em>), ma, come è facile intuire già ad una prima lettura, anche entità morale, psicologica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Perfino metafisica, quando, anche nell’assenza di un solo soffio, il cielo è sgombro, e si riscopre il punto vitale, il nodo, il quale ha generato ogni alito di vita che anima la persona (e anche la sua chiamata ad essere poeta). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Straordinaria, in questo senso, la lirica dedicata alla natia Napoli. Si apre su un <em>cielo sgombro di nubi</em> e si chiude, con andamento vigorosamente ciclico, sulla constatazione (serena, peraltro) che <em>la vita è altrove/ ma resta la patria del cuore</em>. O quando il vento si intuisce nella forza della natura e nell’impossibilità di eludere le codificate regole dell’esistenza: c<em>ome una conchiglia/ vuota/ sbattuta dall’onda</em>. E soprattutto quando lo spirare diventa simbolo di inquietudine e tormento nella sensuale, materica contemplazione di un vento che <em> scompaginava/ il Vangelo e il suo feretro/ accarezzava</em>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Così emerge, con poderosa energia, proprio questa accettazione di ciò che la vita è: la gioia goduta degli affetti presenti, la gioia lacerata degli affetti strappati. Come incalza il lettore l’immagine del poeta che torna ad immergersi nella <em>sensualità </em> della sua città e…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">E… <em>riabbraccio le tombe/ dei miei morti</em>,<em> </em>sussurra Enrica Pesole. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">La vita è nella quotidianità del giorno dopo giorno, ma anche nella legge del sangue che lega la famiglia e le generazioni. Soprattutto è nella dimensione dell’eterno che proietta ovunque la sua luce (e talora sparge ombre di un velo di mestizia). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">La vita è anche nella pienezza di chi sa assaporare le piccole/grandi gioie dell’intimità. Si parla spesso in queste liriche dell’eterno ritornare della primavera: un ritorno vissuto sul versante personalissimo di chi riscopre il piacere che dona <em>ai miei sogni/ dolcezza e melodia/ ai miei versi</em>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">La poesia circoscrive dunque gli spazi del proprio dire, senza pretesa di strappare la parola ad altre entità che dominano e guidano. Così l’amore (che peraltro <em>non sa leggere</em>) <em> scrive invece/ un libro suo della vita/ a due</em>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Memoria del passato e presagio del futuro: i due poli dell’umano pensare e dell’umano agire, mediati da un presente perennemente in fieri, segnato dalla consapevolezza che la vita è passaggio, transito, progetto e figurazione di una dimensione che non è più transeunte, ma fissa, stabile, finalmente posseduta per l’eternità dei secoli. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Tra memoria e presagio, Enrica Pesole svolge il gomitolo della sua personale esperienza, cercando interlocutori, confidenti, corrispondenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Non solo sul piano degli affetti domestici, ma anche nella logica di un afflato universale, di un messaggio di disponibilità personale che si rivolge a chiunque. Il poeta trae nutrimento e forza per questa sua ricerca anche dal proprio patrimonio culturale, che è a sua volta esperienza fattasi carne. Ritroviamo Leopardi e Montale in queste liriche, e, per la tensione verso e attorno e dentro il <em> mondo piccolo</em>, una lettura profonda della grande lezione pascoliana che tanto ha insegnato alla poesia dell’ultimo secolo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">E, tutto ad un tratto, emerge (e domina) Omero con l’Ulisse che vive l’eterna tentazione di Scilla e Cariddi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Dove però, per resistere al canto ammaliatore (<em>subdolo</em>, dice felicemente Pesole), non serve legarsi ad un albero maestro ma al proprio retroterra affettivo: <em>non t’incatenasti/ saldo ai tuoi affetti</em>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Immagine fertile e abrasiva, suggerimento forte che può essere assunto come metafora complessiva di questa silloge, come sua chiave di lettura.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Perché, dice il poeta rivolgendosi direttamente a Odisseo/Ulisse, <em>ora insegui chimere vane</em>. Consapevole che guardare in faccia la realtà è vera, autentica forza. L’unica possibile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Una forza però che scaturisce e pullula da molte sorgenti diverse: la propria cultura, la propria famiglia, la capacità di costruire giorno dopo giorno un progetto forte di esistenza (perché è nel quotidiano che si inverano anche i progetti più grandi e ambiziosi).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">Una forza che può venire (magari non attesa, magari all’improvviso, magari dono lontano) da ogni punto cardinale. Proprio come il vento. Che sospinge e gonfia vele. <em>Placata la vana/ lotta della vita, in un porto/ sicuro approderò forse felice</em>.</span></p>
<p align="RIGHT"><strong><span style="font-family: Verdana; font-size: x-small;">GIAN DOMENICO MAZZOCATO<br />
</span></strong><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;">(Treviso, ottobre 2005)</span></p>
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		<title>Fabio Barbon</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 17:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Ruspa Raspa Spresiano in versi (di Fabio Barbon) &#160; Saggio di Giuliano Simionato Prefazione di Gian Domenico Mazzocato &#160; &#160; Libro davvero non banale questo che ha affidato alle stampe Fabio Barbon, alla sua prima opera edita. Un paese della provincia veneta (Spresiano, appunto) colto nella sua evoluzione con l’occhio dell’ironia e di una nostalgia sempre critica e sorvegliata, mai fine a se stessa o compiaciuta. Il libro è illustrato da molte foto per lo più inedite provenienti dall’archivio Simionato e dall’archivio Barbon.  Una ricchezza in più per un libro che si raccomanda per dolcezza e rigore insieme. Fabio Barbon è nato a Spresiano (Treviso) nel 1951. Insegna al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Treviso e si occupa di scrittura da sempre. I suoi primi versi appartengono all’adolescenza. Dal 1994 partecipa a concorsi nazionali e internazionali  raccogliendo numerosi riconoscimenti e premi. Ruspa Raspa è il suo primo volume di liriche. &#160; &#160; Certo, sono pessimista. Come si fa ad essere ottimisti di questi tempi? Ma continuo a produrre versi perchè la poesia è l’unico modo per raccontare la vita rispettandone il ritmo. Nelo Risi Come definire la poesia di Fabio Barbon? Leggo questa sua silloge e resto spiazzato. Certo non perchè non conosca la persona e il poeta, cui mi legano da tempo rapporti di affettuosa sodalità. Piuttosto per questa aura di diversità e novità che si respira nei suoi versi. Quanti poeti legati al tema della nostalgia, del ricordo, della rimembranza conosciamo? Tanti. Troppi, mi verrebbe da aggiungere sommessamente. Una schiera pressoché infinita di laudatores temporis acti, di praticanti del luogo comune, dei tracciatori (inutili, talora) di solchi già tracciati più volte da altri. Barbon no. Ha un piglio tutto suo, una serenità dolente, un punto di osservazione autonomo e silenzioso, una umile solennità, un cono d’ombra che lo rende autorevole perchè può dire ogni cosa senza tema di urtare suscettibilità, di alzare polvere. Una sorta di verginità intellettuale (ed anche espressiva, come dirò tra poco) che gli è filo d’Arianna nel labirinto difficile della memoria. Intanto l’atteggiamento del poeta nei riguardi del materiale linguistico impiegato e delle valenze e rapporti che sa istituire tra i vari nuclei di tale materiale. Il lettore se ne accorgerà subito: ci sono versi in dialetto ed altri in italiano, seppur meno numerosi. Ma non divisi per sezioni, non separati da uno spartiacque. Siamo soliti a pensare a quella lingua che chiamiamo dialetto come espressione di un certo mondo, e alla lingua che chiamiamo italiano come espressione di un altro mondo. Cioè: nel nostro immaginario linguistico non c’è coincidenza tra ciò che pensiamo in dialetto e ciò che pensiamo in italiano. Il nostro modo di esprimerci dipende da questo. Di volta in volta, a seconda delle situazioni, delle relazioni, dell’inclinare del dialogo in una certa direzione, scegliamo di esprimerci nell’uno o nell’altro modo. Per marcare in maniera diversa due differenti approcci concettuali. Se parlo in italiano segnalo che voglio tenere le distanze o che voglio delimitare certi concetti. Se parlo in dialetto quelle distanze tendo ad abbreviarle e alluderò a tempi più intimi o temi più quotidiani. Invece l’intelligenza di questo poeta si muove nella direzione di scardinare tale dualismo e di sovvertirne (e perfino rivoluzionare) la dialettica tra i due territori linguistici. Affronta gli stessi argomenti ora in una lingua ora in un altra. Appiana gli attriti, scioglie i confini. Ne esce un impasto di strumenti espressivi che convince ed emoziona. Allora ecco, sottotraccia se si vuole, il percorso di ricerca di una possibile chiave di lettura della poesia di Barbon. Che si lega, con commovente evidenza, ad una coralità di popolo che il lettore avverte e sente come profondamente sua, radicalmente partecipata. C’è una forte (dominate anzi) componente autobiografica: implicita, del resto, nel fatto che ogni itinerario della memoria è un muoversi attorno a se stessi, uno scandagliare la propria anima, un sollecitare l’attenzione comune attorno al ricordo. La parola poetica di Barbon rilancia continuamente in questa direzione: sollecita la fantasia a più voci, chiama alla memoria comunitaria. Barbon è aedo e rapsodo di una poetica e piccola (nel senso dei confini geografici) odissea paesana. Su cui domina, povero e solitario Ulisse di campagna, il metronotte. La sua Itaca è la luce dell’alba. Il metronotte è il papà del poeta. All’uomo che ha per compagni il vento, la pioggia, la neve spetta l’emblema di aprire la galleria di personaggi. Eccolo dunque il poeta che rifiuta il tipo (è tutto ciò che con tipo si compone: stereotipo, archetipo) e invece racconta storie. Che bella ed emozionate questa sua poesia/narrativa. Ha momenti di sorriso (mai di riso sguaiato; il sorriso, invece, allude sempre alla profondità del riflettere) e momenti di accorato raccoglimento. Di profondità pensosa. Mi sarà difficile dimenticare (e rimpiangere di non aver conosciuto) l’umile Toni che aveva poche parole in scarsea. Che ha scelto di lasciarsi annegare nel canale dei ricordi, perchè pensava ai suoi amici ed era stufo de esser restà l’unico a spetarli. E la cronaca quotidiana. Ci vuole un poeta per trasformarla in storia, sia pure la microstoria (amatissima microstoria) di una realtà paesana. Anche lo scherzo, anche la gita, perfino la società di atletica. Il maestro che sapeva orchestrare / paure, timidezze, silenzi. Esemplare questa lirica dedicata ad una figura centrale: Barbon parla di giovani la cui vita lievita. Straordinaria immagine per dire del crescere del corpo e dell’anima insieme. Sotto un buon maestro naturalmente. E perchè no il meccanico dalle mani d’oro, autentico dotor dee rode? E perchè no l’Angelo (un nome, una vita) Burei, affettuoso arbitro e imperiale taumaturgo dei mali di pancia altrui? E naturalmente don Piero che xe stà un prete de sostansa. E poi Giuliano Simionato, l’intellettuale famoso che ricalca il topos del profeta che non riesce a parlare a casa sua e che dunque par l’amministrassion xe un citadin fora man. E così all’infinito (o quasi) in questa silloge. Il lettore scoprirà da sè, in variegato e multiforme catalogo. Che ovviamente è anche inventario di luoghi e geografie. Il vecchio cinema, taverne e locande, fossi e campagne, la farmacia, la piazza del paese, il fiume. Ma di fronte a queste cose non ci si può commuovere, non si può spendere la sterile lacrima della nostalgia. E Barbon reagisce con un’altra freccia che reca -robusta, diritta, affilata, sempre pronta all’uso- nella sua faretra. L’ironia. Ironia robusta e talora sferzante. Di chi non ama fare sconti a nessuno e possiede autonomia intellettuale sufficiente per farlo. Come parla amaro, Barbon, della Pontebbana, illuminata da luci che proprio luci del tutto non sono. E come sublima il suo dire nella abrasiva filastrocca del sasso e del mattone. Dei due non si sa chi sia più padrone. Un mondo che avanza e travolge: una condizione che non garba al poeta il quale si fa testimone e custode del mondo travolto. L’infanzia diventa mito, la storia personale incarna la storia di una comunità. Quanto a lui, al poeta, resta lo spazio di uno slancio e di una confessione. Perchè sempre mio è rimasto / l’ansimato abbraccio al cielo. GIAN DOMENICO MAZZOCATO (agosto 2007)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: right;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/ruspagrande.jpg"><img class="wp-image-1715 alignleft" title="ruspagrande" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/ruspagrande.jpg" alt="" width="196" height="283" /></a><span style="color: #000000;">Ruspa Raspa</span></h1>
<h2 style="text-align: right;"><span style="color: #000000;">Spresiano in versi</span></h2>
<h2 style="text-align: right;"><span style="font-size: small;">(di Fabio Barbon)</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Saggio di Giuliano Simionato</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Prefazione di</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Gian Domenico Mazzocato</em></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="left">Libro davvero non banale questo che ha affidato alle stampe Fabio Barbon, alla sua prima opera edita.<br />
Un paese della provincia veneta (Spresiano, appunto) colto nella sua evoluzione con l’occhio dell’ironia e di una nostalgia sempre critica e sorvegliata, mai fine a se stessa o compiaciuta.<br />
Il libro è illustrato da molte foto per lo più inedite provenienti dall’archivio Simionato e dall’archivio Barbon.  Una ricchezza in più per un libro che si raccomanda per dolcezza e rigore insieme.<br />
Fabio Barbon è nato a Spresiano (Treviso) nel 1951. Insegna al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Treviso e si occupa di scrittura da sempre. I suoi primi versi appartengono all’adolescenza. Dal 1994 partecipa a concorsi nazionali e internazionali  raccogliendo numerosi riconoscimenti e premi.<br />
<strong><em>Ruspa Raspa</em></strong> è il suo primo volume di liriche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;" align="right"><strong><em>Certo, sono pessimista. </em></strong><br />
<strong><em>Come si fa ad essere ottimisti</em></strong><br />
<strong><em>di questi tempi? Ma continuo</em></strong><br />
<strong><em>a produrre versi </em></strong><br />
<strong><em>perchè la poesia è</em></strong><br />
<strong><em>l’unico modo</em></strong><br />
<strong><em>per raccontare la vita </em></strong><br />
<strong><em>rispettandone il ritmo.</em></strong></p>
<p style="text-align: right;" align="right"><strong>Nelo Risi</strong></p>
<p align="justify">Come definire la poesia di Fabio Barbon? Leggo questa sua silloge e resto spiazzato. Certo non perchè non conosca la persona e il poeta, cui mi legano da tempo rapporti di affettuosa sodalità.<br />
Piuttosto per questa aura di diversità e novità che si respira nei suoi versi. Quanti poeti legati al tema della nostalgia, del ricordo, della rimembranza conosciamo? Tanti.<br />
Troppi, mi verrebbe da aggiungere sommessamente.<br />
Una schiera pressoché infinita di laudatores temporis acti, di praticanti del luogo comune, dei tracciatori (inutili, talora) di solchi già tracciati più volte da altri.<br />
Barbon no. Ha un piglio tutto suo, una serenità dolente, un punto di osservazione autonomo e silenzioso, una umile solennità, un cono d’ombra che lo rende autorevole perchè può dire ogni cosa senza tema di urtare suscettibilità, di alzare polvere.<br />
Una sorta di verginità intellettuale (ed anche espressiva, come dirò tra poco) che gli è filo d’Arianna nel labirinto difficile della memoria.<br />
Intanto l’atteggiamento del poeta nei riguardi del materiale linguistico impiegato e delle valenze e rapporti che sa istituire tra i vari nuclei di tale materiale. Il lettore se ne accorgerà subito: ci sono versi in dialetto ed altri in italiano, seppur meno numerosi.<br />
Ma non divisi per sezioni, non separati da uno spartiacque. Siamo soliti a pensare a quella lingua che chiamiamo dialetto come espressione di un certo mondo, e alla lingua che chiamiamo italiano come espressione di un altro mondo.<br />
Cioè: nel nostro immaginario linguistico non c’è coincidenza tra ciò che pensiamo in dialetto e ciò che pensiamo in italiano. Il nostro modo di esprimerci dipende da questo. Di volta in volta, a seconda delle situazioni, delle relazioni, dell’inclinare del dialogo in una certa direzione, scegliamo di esprimerci nell’uno o nell’altro modo.<br />
Per marcare in maniera diversa due differenti approcci concettuali. Se parlo in italiano segnalo che voglio tenere le distanze o che voglio delimitare certi concetti. Se parlo in dialetto quelle distanze tendo ad abbreviarle e alluderò a tempi più intimi o temi più quotidiani.<br />
Invece l’intelligenza di questo poeta si muove nella direzione di scardinare tale dualismo e di sovvertirne (e perfino rivoluzionare) la dialettica tra i due territori linguistici. Affronta gli stessi argomenti ora in una lingua ora in un altra. Appiana gli attriti, scioglie i confini. Ne esce un impasto di strumenti espressivi che convince ed emoziona.<br />
Allora ecco, sottotraccia se si vuole, il percorso di ricerca di una possibile chiave di lettura della poesia di Barbon.<br />
Che si lega, con commovente evidenza, ad una coralità di popolo che il lettore avverte e sente come profondamente sua, radicalmente partecipata.<br />
C’è una forte (dominate anzi) componente autobiografica: implicita, del resto, nel fatto che ogni itinerario della memoria è un muoversi attorno a se stessi, uno scandagliare la propria anima, un sollecitare l’attenzione comune attorno al ricordo.<br />
La parola poetica di Barbon rilancia continuamente in questa direzione: sollecita la fantasia a più voci, chiama alla memoria comunitaria.<br />
Barbon è aedo e rapsodo di una poetica e piccola (nel senso dei confini geografici) odissea paesana. Su cui domina, povero e solitario Ulisse di campagna, il metronotte. La sua Itaca è la luce dell’alba. Il metronotte è il papà del poeta. All’uomo che ha <em>per compagni il vento, la pioggia, la neve</em> spetta l’emblema di aprire la galleria di personaggi.<br />
Eccolo dunque il poeta che rifiuta il tipo (è tutto ciò che con tipo si compone: stereotipo, archetipo) e invece racconta storie.<br />
Che bella ed emozionate questa sua poesia/narrativa. Ha momenti di sorriso (mai di riso sguaiato; il sorriso, invece, allude sempre alla profondità del riflettere) e momenti di accorato raccoglimento. Di profondità pensosa. Mi sarà difficile dimenticare (e rimpiangere di non aver conosciuto) l’umile Toni che aveva <em>poche parole in scarsea</em>. Che ha scelto di lasciarsi annegare nel <em>canale dei ricordi</em>, perchè pensava ai suoi amici ed era <em>stufo de esser restà l’unico a spetarli</em>.<br />
E la cronaca quotidiana. Ci vuole un poeta per trasformarla in storia, sia pure la microstoria (amatissima microstoria) di una realtà paesana. Anche lo scherzo, anche la gita, perfino la società di atletica.<br />
Il maestro che sapeva <em>orchestrare / paure, timidezze, silenzi</em>.<br />
Esemplare questa lirica dedicata ad una figura centrale: Barbon parla di giovani la cui vita lievita. Straordinaria immagine per dire del crescere del corpo e dell’anima insieme. Sotto un buon maestro naturalmente.<br />
E perchè no il meccanico dalle mani d’oro, autentico <em>dotor dee rode</em>? E perchè no l’Angelo (un nome, una vita) Burei, affettuoso arbitro e imperiale taumaturgo dei mali di pancia altrui? E naturalmente don Piero che <em>xe stà un prete de sostansa</em>. E poi Giuliano Simionato, l’intellettuale famoso che ricalca il topos del profeta che non riesce a parlare a casa sua e che dunque <em>par l’amministrassion xe un citadin fora man</em>.<br />
E così all’infinito (o quasi) in questa silloge. Il lettore scoprirà da sè, in variegato e multiforme catalogo.<br />
Che ovviamente è anche inventario di luoghi e geografie. Il vecchio cinema, taverne e locande, fossi e campagne, la farmacia, la piazza del paese, il fiume.<br />
Ma di fronte a queste cose non ci si può commuovere, non si può spendere la sterile lacrima della nostalgia. E Barbon reagisce con un’altra freccia che reca -robusta, diritta, affilata, sempre pronta all’uso- nella sua faretra.<br />
L’ironia. Ironia robusta e talora sferzante. Di chi non ama fare sconti a nessuno e possiede autonomia intellettuale sufficiente per farlo. Come parla amaro, Barbon, della Pontebbana, illuminata da luci che proprio luci del tutto non sono. E come sublima il suo dire nella abrasiva filastrocca del sasso e del mattone. Dei due non si sa chi sia <em>più padrone</em>.<br />
Un mondo che avanza e travolge: una condizione che non garba al poeta il quale si fa testimone e custode del mondo travolto. L’infanzia diventa mito, la storia personale incarna la storia di una comunità.<br />
Quanto a lui, al poeta, resta lo spazio di uno slancio e di una confessione. Perchè <em>sempre mio è rimasto / l’ansimato abbraccio al cielo.</em></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;"><strong>GIAN DOMENICO MAZZOCATO</strong></span><br />
(agosto 2007)</p>
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		<title>Franco Vivian</title>
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		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/franco-vivian/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 17:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Dove urla il vento (di Franco Vivian) &#160; Gigi è l’ultimo abitante di Colcervér. Lo vediamo, nella scrittura di Franco Vivian, appeso alle campane della chiesetta, nel paese abbandonato. Folle di solitudine, ubriaco di nostalgia. Arnoldo è un sopravvissuto alle cacce ai camosci. Altri tempi. Si improvvisa cacciatore d’orsi per salvare il suo villaggio e l’esito dell’impresa ha finale tragicomico. E Bruno, l’eroe della memoria: vince un gara di slalom che assomiglia tanto alla vita stessa. Spesa tra i paletti. Mahendra è un monaco saggio che vive tra le cime himalayane del Nepal e distribuisce la sua antica e semplice saggezza al visitatore. Franco Vivian ci porta, con il suo avvolgente narrare, su montagne vicine (le Dolomiti) e tra montagne lontane (Patagonia e Nepal). Racconta la vita, grazie alla sua capacità di dare voce ai piccoli protagonisti delle microstorie che proprio tra le montagne trovano la loro eco. “Piccole storie”, non imprese straordinarie. Vi circola un’aria intima di umanità, si respira il soffio della speranza. Se la prima neve che senti scendere in una notte di novembre è un invito a raccogliersi nei ricordi o nella lettura, la prima pioggia di aprile che ascolti battere sul tetto ti dà ristoro e distensione, ritrovi un amabile sonno e poi, al mattino, il desiderio di andare, di uscire fuori a camminare in libertà e senza una meta perché la primavera non ha confini. (Mario Rigoni Stern, Stagioni) Ha un bel passo -calmo, misurato, cadenzato- la scrittura montanara di Franco Vivian. Si innerva dei valori di umanità autentica che la montagna ispira, si nutre di paesaggi, sembra risvegliarsi ogni mattino col brivido della curiosità per una nuova scoperta (latente o immanente), trae linfa dalla filosofia che fa di ogni istante un’occasione per guardare. E, a dire il vero, il guardare di Vivian si potrebbe declinare in tutte le possibili accezioni: vedere, osservare, scrutare, ammirare. Perfino divorare con gli occhi. Tuttavia, prima che ogni altra cosa, la scrittura di Vivian cerca l’uomo, l’incontro, la conoscenza. Quante volte, facendoci prendere per mano da lui, ci accostiamo ad un uscio, bussiamo ad una porta, proviamo a sillabare una parola per presentarci ad un estraneo e costruire un rapporto. E perché no, del resto? Funziona con Betti, la vicentina dalle mani intirizzite, conosciuta in Patagonia alle falde del Fitz Roy. E funziona perfino con Mahendra, il monaco nepalese che apre l’anima all’attesa/ricerca della montagna proibita grazie al miserabile lessico che due culture lontanissime tra loro riescono a regalarsi a vicenda. Non esiste territorio morale tra due persone che non possa in qualche modo essere percorso da una lingua franca, da una comunanza di sentimenti. Ed è questo, certamente, il nervo che tende l’anima dello scrittore. La fa pulsare, diastole e sistole dell’universo intero. E che dire di Gigi, l’ultimo abitante di Colcervér, una sorta di naufrago del tempo, sopravvissuto -lui e la moglie- alla diaspora di tutti i compaesani? Gigi chiude la sua vita appeso alle campane del paese morto, in una disperata ribellione alla solitudine. Dopo l’atto estremo che disorienta e incollerisce i soccorritori, lo attende la zona grigia della follia. Oppure l’uomo misterioso che, nella nebbia, parla della montagna che c’era una volta e ora non esiste più. Travolta da un franare continuo che allude senza mediazioni all’inesorabilità con cui scorre il tempo. Vivian procede con misura, con buon senso e di colpo il lettore ha la sensazione di trovarsi, senza tempo e senza spazio, a ridosso di una nostrana Shangri-La. Ad un palmo da essa. Il territorio perduto, l’orizzonte che certamente esiste e dove le cose della vita si leggono in altro modo, godono di luce chiara, sono più facilmente decifrabili. Ancora. Bruno, l’eroe inarrivabile che vince (siamo in una Caviola d’altri tempi, poche case e pochi uomini) una strapaesana gara di slalom. Così bravo che, dopo aver saltato una porta, fa tempo a risalire e a stracciare comunque i tempi di tutti gli altri concorrenti. Il paradigma di questa ricerca viene fornito dall’autore nel primo racconto della silloge, L’orso di Fornesighe. Racconto perfetto, con il giusto dosaggio di tutti gli elementi narratologici utili al caso. Il paese (che nella scrittura diventa l’unico luogo popolato della terra, quasi un pianeta alieno), la minaccia che incombe e impaurisce, la cerca del possibile risolutore, il farsi avanti di Arnoldo, un po’ guascone, un po’ eroe sul serio. Col suo vecchio archibugio ad avancarica -dunque bisogna sparare solo a colpo sicuro, sicurissimo anzi- in vita sua non ha cacciato che camosci. Ma che sarà mai un orso se non un camoscio un po’ più grande? E magari nemmeno così agile e pertanto bersaglio più agevole. Però il vecchio archibugio, immagine di Arnoldo stesso, da tempo lontano dall’azione concreta, fa cilecca. E lo sparatore mancato non si riprenderà più dall’orrore della morte vicina. Vivian ha mano ferma nel delimitare territori, nel raccontare vicende, nel tratteggiare volti, nel descrivere emozioni. Che sono poi le pulsioni prime dell’uomo. Arnoldo si offre per generosità e di generosità delusa (andata a male, verrebbe bonariamente da annotare) muore. Racconto perfetto, si diceva, perché è perfetta la metafora che descrive. Nel villaggio montano è raffigurata l’umanità intera attraversata da paure, minacciata in un attimo nella sua sicurezza faticosamente costruita negli anni. Così si comincia a capire il senso del titolo di questa silloge che si lega al frusciare, sbattere, correre del vento. Si sa, il vento è un “luogo” letterario preciso. Vasto ed evocatore. Vento è il titolo di una novella di Luigi Pirandello. “E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni, affabula lo scrittore siciliano, non cessava un minuto, né dì né notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e portarsele via”. E Tommaso Landolfi gli fa in qualche modo eco nel suo primo romanzo (La pietra lunare): “Il vento il vento! Esso scoppia all’improvviso come fruscio di torrente, scroscia come pioggia, e cessa d’un tratto. È un’ala immensa che è passata…”. Si potrebbe continuare all’infinito, dai venti danteschi della Divina Commedia in qua. Ma quel che serve annotare è che il vento si autodescrive in mille azioni diverse, si connota in infiniti rumori. Si fa, se si può dire in modo piuttosto rozzo, carico e trasportatore insieme. Diventa, in certi contesti, la metafora delle metafore, la metafora che comprende tutte le altre. A dire il vero, il vento soffia di più e più potente nella seconda parte di questa silloge, quando l’autore trasferisce se stesso (e noi lettori) dalle lande alpine ai luoghi miracolosi e sconosciuti del Nepal e della Patagonia. Altre montagne, diverse pianure, identica anima. Però qui il vento si insinua ovunque. Come dire: il viento patagonico soffia ad ogni latitudine, attraversa tutte le longitudini. Non conosce steccati, paletti, delimitazioni. Avvolge il pianeta che è poi, a ben vedere, l’uomo stesso. Il vento spira fino all’ultima riga. E trasporta il messaggio primario di questa scrittura. Non esiste nebbia che non si diradi, notte che non abbia fine, viaggio che non si possa riprendere. In questo modo, con Vivian, ci svegliamo al mattino così in un rifugio alpino come in un villaggio nepalese e scopriamo che il vento ha spazzato via brume e nebbie, che il mondo ha trovato una sua rinnovata verginità, che è consentito rimettersi in cammino. Con le dovute cautele, si intende. Con la consapevolezza che viene dal pericolo appena trascorso. Perché, come ci ammonisce la fiducia immortale e serena del vecchio sergente nella neve, la primavera non ha confini. GIAN DOMENICO MAZZOCATO (Treviso, gennaio 2010)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/cop-vivian-Small.jpg"><img class=" wp-image-1726 alignleft" title="cop vivian (Small)" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/cop-vivian-Small.jpg" alt="Dove urla il vento" width="196" height="263" /></a></p>
<h1 align="right"><span style="color: #000000;">Dove urla il vento</span></h1>
<h2 style="text-align: right;"><span style="font-size: small;">(di Franco Vivian)</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Gigi è l’ultimo abitante di Colcervér. Lo vediamo, nella scrittura di Franco Vivian, appeso alle campane della chiesetta, nel paese abbandonato. Folle di solitudine, ubriaco di nostalgia.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Arnoldo è un sopravvissuto alle cacce ai camosci. Altri tempi. Si improvvisa cacciatore d’orsi per salvare il suo villaggio e l’esito dell’impresa ha finale tragicomico. E Bruno, l’eroe della memoria: vince un gara di slalom che assomiglia tanto alla vita stessa. Spesa tra i paletti.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Mahendra è un monaco saggio che vive tra le cime himalayane del Nepal e distribuisce la sua antica e semplice saggezza al visitatore.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Franco Vivian ci porta, con il suo avvolgente narrare, su montagne vicine (le Dolomiti) e tra montagne lontane (Patagonia e Nepal).</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Racconta la vita, grazie alla sua capacità di dare voce ai piccoli protagonisti delle microstorie che proprio tra le montagne trovano la loro eco.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">“Piccole storie”, non imprese straordinarie. Vi circola un’aria intima di umanità, si respira il soffio della speranza.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Se la prima neve che senti scendere in una notte di novembre</span><br />
<span style="font-size: small;"> è un invito a raccogliersi nei ricordi o nella lettura,</span><br />
<span style="font-size: small;"> la prima pioggia di aprile che ascolti battere sul tetto</span><br />
<span style="font-size: small;"> ti dà ristoro e distensione,</span><br />
<span style="font-size: small;"> ritrovi un amabile sonno</span><br />
<span style="font-size: small;"> e poi, al mattino, il desiderio di andare,</span><br />
<span style="font-size: small;"> di uscire fuori a camminare in libertà</span><br />
<span style="font-size: small;"> e senza una meta perché la primavera non ha confini.</span><br />
<span style="font-size: small;"> (Mario Rigoni Stern, Stagioni)</span></p>
<p align="justify">Ha un bel passo -calmo, misurato, cadenzato- la scrittura montanara di Franco Vivian. Si innerva dei valori di umanità autentica che la montagna ispira, si nutre di paesaggi, sembra risvegliarsi ogni mattino col brivido della curiosità per una nuova scoperta (latente o immanente), trae linfa dalla filosofia che fa di ogni istante un’occasione per guardare.<br />
E, a dire il vero, il guardare di Vivian si potrebbe declinare in tutte le possibili accezioni: vedere, osservare, scrutare, ammirare. Perfino divorare con gli occhi.<br />
Tuttavia, prima che ogni altra cosa, la scrittura di Vivian cerca l’uomo, l’incontro, la conoscenza. Quante volte, facendoci prendere per mano da lui, ci accostiamo ad un uscio, bussiamo ad una porta, proviamo a sillabare una parola per presentarci ad un estraneo e costruire un rapporto. E perché no, del resto?<br />
Funziona con Betti, la vicentina dalle mani intirizzite, conosciuta in Patagonia alle falde del Fitz Roy. E funziona perfino con Mahendra, il monaco nepalese che apre l’anima all’attesa/ricerca della montagna proibita grazie al miserabile lessico che due culture lontanissime tra loro riescono a regalarsi a vicenda.<br />
Non esiste territorio morale tra due persone che non possa in qualche modo essere percorso da una lingua franca, da una comunanza di sentimenti. Ed è questo, certamente, il nervo che tende l’anima dello scrittore. La fa pulsare, diastole e sistole dell’universo intero.<br />
E che dire di Gigi, l’ultimo abitante di Colcervér, una sorta di naufrago del tempo, sopravvissuto -lui e la moglie- alla diaspora di tutti i compaesani? Gigi chiude la sua vita appeso alle campane del paese morto, in una disperata ribellione alla solitudine. Dopo l’atto estremo che disorienta e incollerisce i soccorritori, lo attende la zona grigia della follia.<br />
Oppure l’uomo misterioso che, nella nebbia, parla della montagna che c’era una volta e ora non esiste più. Travolta da un franare continuo che allude senza mediazioni all’inesorabilità con cui scorre il tempo.<br />
Vivian procede con misura, con buon senso e di colpo il lettore ha la sensazione di trovarsi, senza tempo e senza spazio, a ridosso di una nostrana Shangri-La. Ad un palmo da essa. Il territorio perduto, l’orizzonte che certamente esiste e dove le cose della vita si leggono in altro modo, godono di luce chiara, sono più facilmente decifrabili.<br />
Ancora. Bruno, l’eroe inarrivabile che vince (siamo in una Caviola d’altri tempi, poche case e pochi uomini) una strapaesana gara di slalom. Così bravo che, dopo aver saltato una porta, fa tempo a risalire e a stracciare comunque i tempi di tutti gli altri concorrenti.<br />
Il paradigma di questa ricerca viene fornito dall’autore nel primo racconto della silloge, L’orso di Fornesighe.<br />
Racconto perfetto, con il giusto dosaggio di tutti gli elementi narratologici utili al caso.<br />
Il paese (che nella scrittura diventa l’unico luogo popolato della terra, quasi un pianeta alieno), la minaccia che incombe e impaurisce, la cerca del possibile risolutore, il farsi avanti di Arnoldo, un po’ guascone, un po’ eroe sul serio. Col suo vecchio archibugio ad avancarica -dunque bisogna sparare solo a colpo sicuro, sicurissimo anzi- in vita sua non ha cacciato che camosci.<br />
Ma che sarà mai un orso se non un camoscio un po’ più grande? E magari nemmeno così agile e pertanto bersaglio più agevole. Però il vecchio archibugio, immagine di Arnoldo stesso, da tempo lontano dall’azione concreta, fa cilecca. E lo sparatore mancato non si riprenderà più dall’orrore della morte vicina.<br />
Vivian ha mano ferma nel delimitare territori, nel raccontare vicende, nel tratteggiare volti, nel descrivere emozioni. Che sono poi le pulsioni prime dell’uomo. Arnoldo si offre per generosità e di generosità delusa (andata a male, verrebbe bonariamente da annotare) muore.<br />
Racconto perfetto, si diceva, perché è perfetta la metafora che descrive. Nel villaggio montano è raffigurata l’umanità intera attraversata da paure, minacciata in un attimo nella sua sicurezza faticosamente costruita negli anni. Così si comincia a capire il senso del titolo di questa silloge che si lega al frusciare, sbattere, correre del vento.<br />
Si sa, il vento è un “luogo” letterario preciso. Vasto ed evocatore.<br />
Vento è il titolo di una novella di Luigi Pirandello. “E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni, affabula lo scrittore siciliano, non cessava un minuto, né dì né notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e portarsele via”. E Tommaso Landolfi gli fa in qualche modo eco nel suo primo romanzo (La pietra lunare): “Il vento il vento! Esso scoppia all’improvviso come fruscio di torrente, scroscia come pioggia, e cessa d’un tratto. È un’ala immensa che è passata…”. Si potrebbe continuare all’infinito, dai venti danteschi della Divina Commedia in qua.<br />
Ma quel che serve annotare è che il vento si autodescrive in mille azioni diverse, si connota in infiniti rumori. Si fa, se si può dire in modo piuttosto rozzo, carico e trasportatore insieme. Diventa, in certi contesti, la metafora delle metafore, la metafora che comprende tutte le altre.<br />
A dire il vero, il vento soffia di più e più potente nella seconda parte di questa silloge, quando l’autore trasferisce se stesso (e noi lettori) dalle lande alpine ai luoghi miracolosi e sconosciuti del Nepal e della Patagonia.<br />
Altre montagne, diverse pianure, identica anima.<br />
Però qui il vento si insinua ovunque. Come dire: il viento patagonico soffia ad ogni latitudine, attraversa tutte le longitudini. Non conosce steccati, paletti, delimitazioni. Avvolge il pianeta che è poi, a ben vedere, l’uomo stesso.<br />
Il vento spira fino all’ultima riga. E trasporta il messaggio primario di questa scrittura. Non esiste nebbia che non si diradi, notte che non abbia fine, viaggio che non si possa riprendere. In questo modo, con Vivian, ci svegliamo al mattino così in un rifugio alpino come in un villaggio nepalese e scopriamo che il vento ha spazzato via brume e nebbie, che il mondo ha trovato una sua rinnovata verginità, che è consentito rimettersi in cammino.<br />
Con le dovute cautele, si intende. Con la consapevolezza che viene dal pericolo appena trascorso. Perché, come ci ammonisce la fiducia immortale e serena del vecchio sergente nella neve, la primavera non ha confini.</p>
<p align="right"><strong><span style="font-size: small;">GIAN DOMENICO MAZZOCATO</span></strong><br />
<span style="color: #000000;">(Treviso, gennaio 2010)</span></p>
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		<title>Cesare Rigato</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 17:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri degli amici]]></category>

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		<description><![CDATA[IL RUMORE DELL&#8217;UOMO (di Cesare Rigato) &#160; Raccontarsi in versi. Dire la propria vita, proporre una esperienza esistenziale complessa, trasmettere i valori che l’hanno ispirata. È la scelta bella (ma impegnativa) compiuta da Cesare Rigato che in questa silloge poetica fa confluire con intelligenza e sensibilità il senso del “suo” tempo e la fisicità dei “suoi” luoghi. Imprenditore che ha molto viaggiato, impegnato nel mondo dello sport, dell’associazionismo, del volontariato, l’autore ha un messaggio -importante anche se sommesso come è proprio del dire in versi- di bontà e speranza da proporre. È la proposta di una avventura esistenziale a molti volti. Il lettore troverà liriche in italiano, nel dialetto della sua terra, in tedesco. Come diceva un poeta latino, una persona ha tanti cuori quante sono le lingue che parla. In queste pagine il “cuore” di Rigato palpita con forza. Vibra. Trasmette emozioni. La sua terra, i suoi “altrove”. Vale la pena di seguirne il ritmo. IL RUMORE DELL’UOMO è il primo volume di liriche di Cesare Rigato che ormai da una ventina di anni va annotando pensieri e riflessioni conferendo loro il nitore del verso. L’autore è nato a Spresiano -pochi chilometri da Treviso- dove ha vissuto a lungo e tuttora risiede. Dalla sua “piccola patria” Rigato si è allontanato spesso per lunghi viaggi e soggiorni all’esterno, sospinto dalla sua attività imprenditoriale. Ha arricchito così il suo bagaglio culturale e umano nei contatti con persone, mentalità, problematiche, civiltà diverse. Io possiedo tre cuori perchè parlo il latino, il greco, l&#8217;osco. (Quinto Ennio) Si respira, nella lirica di Cesare Rigato, un senso robusto -fisico e metafisico insieme- degli oggetti e del loro stare nel tempo e nel fluire degli umani eventi. Ciò che cade sotto i nostri sensi è sempre indizio di una presenza, ma anche allusione a un altrove, a un altro da sé. Da leggere con attenzione questo Il rumore dell’uomo, da dosare e centellinare. Da tamisare (che bella questa parola in lingua veneta, quanto più suggestiva della sua traduzione, setacciare) verso dopo verso, sillaba dopo sillaba. Non perché ci sia sabbia e ci siano pagliuzze d’oro, ma perché le emozioni di questa poesia pulita, serena, spessa, riflessiva arrivano da molte parti e confluiscono in uno scorrere che è impetuoso senza mai travolgere. È questa la cifra poetica di Rigato, poeta forte ma non invasivo. Discreto ma coinvolgente. Insomma il poeta bussa ed è molto difficile non aprirgli la porta. Leggo una delle liriche più alte della silloge, Ceppo, e vi trovo vigore vicino ed echi lontani. La brace si anima / nel lento riscaldar della mente / che accumula pensieri / di queste stanche mani, dice il poeta. Da una parte ci riporta alla mente il ciocco pascoliano (là dove il poeta ricorda che il ciocco arse, e fu bevuto il vino / arzillo, tutto) dall’altra concentra e condensa attorno al ceppo stesso un universo di pensieri e pulsioni emotive: E fiamma e uomo / arrovellano, / specchiandosi l’un l’altro, ceppo e pensiero. Difficile trovare parole meglio scandite, più essenziali e scabre. Insomma più vere. Parole che danno il senso autentico allo stare su questa terra, a piantare i nostri semi, a veder mettere rami e radici a quella pianta che siamo noi stessi. Foglie e corteccia, linfa e ricerca della luce. Si trova tutto questo nella poesia di Rigato, legata a doppio filo a tali tematiche di fondo. Quando evoca il mistero evocatore del fuoco in un microcosmo vicino popolato di folletti e fate, presenze aliene e tuttavia vicinissime, percepibili. Quasi prolungamento ed espansione dei nostri stessi pensieri: il legno scoppietta / a musicar le misteriose danze, / …/ A vegliar, l’esercito di stelle. O quando, pur in sofferenza per il vento che soffia e incalza, la luce del cielo / mi apre la mente. Perché è vero che c’è dolore in questo trascorrere dei giorni, ma del vento bisogna saper cogliere anche il buono e il bello: sgombra il cielo, apre la porta alla luce. Rigato enuncia, del resto, il suo credo di parole e versi già nella lirica proemiale in cui si rivolge alla sua Musa e le chiede aiuto per quello che, nella vita, vuole fare: la ricerca, tra tanti, di qualche giorno felice e del frutto donato. Il frutto arrivato ad essere maturo. Serve pazienza, un po’ di filosofia e buon senso, come si suol dire. Si può (si deve) crescere anche in giorni scanzonati, quando non ti rodono il tarlo del pensiero e la sensazione del tempo che passa. Quando non ti accorgi ancora (perché non hai esperienza sufficiente) che il Tutto in un poco è condensato. I sentieri della memoria che conducono al presente, a ciò che siamo come risultato di un percorso, di un itinerario che era inimmaginabile prima che lo iniziassimo Ma è decifrabile ora che ci giriamo indietro. Anzi, decifrare è fondamentale. Dare un senso a quel bellissimo condensarsi del tutto in un poco. Come dire? Il mondo sul palmo della mano, ma non per caso. Perché abbiamo saputo sintetizzarlo noi con pazienza e magari sbagliando molto. Il poeta prova a dire la sua, a cercare un senso. Rigato lo fa con intelligenza e sensibilità perché la sua vita lo ha portato su molti lidi e lo ha aiutato a costruire un messaggio di speranza, una apertura perenne sul futuro. Senza dimenticare che la vita rimane un gran bel mistero e che il pozzo da cui beviamo per dissetarci, da cui attingiamo ricordi, nel quale gettiamo sguardi sperando di cogliere un barbaglio di luce sulla superficie profonda dell’acqua, resta pur sempre immagine poderosa di un insondato io. A leggere il quale Rigato usa i suoi tre cuori, per usare una bella espressione del poeta latino Quinto Ennio vissuto tra terzo e secondo secolo prima di Cristo. Cioè ci parla in tre idiomi diversi. La lingua della sua “piccola patria” veneta, cioè Spresiano. La lingua colta della scuola e dei libri, l’italiano. E infine la lingua del suo viaggiare, il tedesco. Mi spiace: non conosco la lingua di Goethe e Thomas Mann, ma sono sicuro che il risultato complessivo è quello di una superiore unità in cui i punti di osservazione si moltiplicano e resta tuttavia immutata la ricerca di un centro, di un punto di gravitazione cui fare riferimento. Mi servirebbe molto spazio per dire le annotazioni che mi sono fatto leggendo Rigato. Per esempio la sua capacità di fare silenzio attorno a sé (leggo in Ascolto: Come scrigno prezioso / racchiudi tempo e storia, / e unisci tutti gli erranti / alla ricerca dell’Essere) e mettersi in sintonia con le voci enigmatiche della natura, cogliendone anche i messaggi più impercettibili (leggo ancora in Vento: cambi strada e ti nascondi / ma hai spazzato le nuvole, ammucchiato sparse foglie). Per esempio quanto sia acuta la sua sensibilità nell’avvertire (e riferire) la fragilità del tempo e il desiderio insito in ogni uomo di fermarlo (leggo in Utopia: Salgo il cielo senza fine / … / E sentire il picchettío del picchio, / … / contare il cadere dei rami / … / e su tutto fermare il tempo). Per esempio come Rigato sappia bene raccontare in dialetto e sbozzare situazioni andando oltre il quadretto convenzionale (leggo Sùcaro caramèo in cui il dramma della guerra e la minaccia della morte si impastano con i sapori e gli odori della inconsapevolezza fanciulla). Per esempio le suggestioni colte evocate. Una lirica come Grava rimanda direttamente a I fiumi di Giuseppe Ungaretti. E la capacità di farsi contemplatore assorto. Si legga, in modo esemplare, la nitida Magnolia stellata. E poi: il ruolo musicale che giocano rime, assonanze e consonanze in questa poesia. E tuttavia preferisco fermarmi a sottolineare come Rigato dia il meglio di sé quando riscopre miti, figure, situazioni della cultura contadina. No, contadina è riduttivo. Direi agreste, popolare, rurale. Ho letto con dolcezza infinita il suo San Martino, quando si immerge panicamente nel fluire della memoria intrisa di odori e sapori: Bruma che si adagia / su fredda, stanca erba prima, / e foglie qua e là migrate, / da rèfoli balzani d’aria fine. Mi sembrano costruzione e immagini esemplari. GIAN DOMENICO MAZZOCATO (Treviso, luglio 2009)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 align="right"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/copertina-rigato.jpg"><img class="wp-image-1733 alignleft" title="Cesare Rigato" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2012/09/copertina-rigato.jpg" alt="" width="199" height="265" /></a></h1>
<h1 align="right"><span style="color: #000000;">IL RUMORE DELL&#8217;UOMO</span></h1>
<h2 align="right"><span style="font-size: small;">(di Cesare Rigato)</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Raccontarsi in versi.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Dire la propria vita, proporre una esperienza esistenziale complessa, trasmettere i valori che l’hanno ispirata.</span><br />
<span style="font-size: small;"> È la scelta bella (ma impegnativa) compiuta da Cesare Rigato che in questa silloge poetica fa confluire con intelligenza e sensibilità il senso del “suo” tempo e la fisicità dei “suoi” luoghi. Imprenditore che ha molto viaggiato, impegnato nel mondo dello sport, dell’associazionismo, del volontariato, l’autore ha un messaggio -importante anche se sommesso come è proprio del dire in versi- di bontà e speranza da proporre.</span><br />
<span style="font-size: small;"> È la proposta di una avventura esistenziale a molti volti. Il lettore troverà liriche in italiano, nel dialetto della sua terra, in tedesco.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Come diceva un poeta latino, una persona ha tanti cuori quante sono le lingue che parla.</span><br />
<span style="font-size: small;"> In queste pagine il “cuore” di Rigato palpita con forza. Vibra.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Trasmette emozioni.</span><br />
<span style="font-size: small;"> La sua terra, i suoi “altrove”.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Vale la pena di seguirne il ritmo.</span><br />
<span style="font-size: small;"> IL RUMORE DELL’UOMO è il primo volume di liriche di Cesare Rigato che ormai da una</span><br />
<span style="font-size: small;"> ventina di anni va annotando pensieri e riflessioni conferendo loro il nitore del verso.</span><br />
<span style="font-size: small;"> L’autore è nato a Spresiano -pochi chilometri da Treviso- dove ha vissuto a lungo e tuttora</span><br />
<span style="font-size: small;"> risiede.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Dalla sua “piccola patria” Rigato si è allontanato spesso per lunghi viaggi e soggiorni</span><br />
<span style="font-size: small;"> all’esterno, sospinto dalla sua attività imprenditoriale.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Ha arricchito così il suo bagaglio culturale e umano nei contatti con persone, mentalità, problematiche, civiltà diverse.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: small;">Io possiedo tre cuori</span><br />
<span style="font-size: small;"> perchè parlo il latino, il greco, l&#8217;osco.</span><br />
<span style="font-size: small;"> (Quinto Ennio)</span></p>
<p align="justify">Si respira, nella lirica di Cesare Rigato, un senso robusto -fisico e metafisico insieme- degli oggetti e del loro stare nel tempo e nel fluire degli umani eventi. Ciò che cade sotto i nostri sensi è sempre indizio di una presenza, ma anche allusione a un altrove, a un altro da sé.<br />
Da leggere con attenzione questo Il rumore dell’uomo, da dosare e centellinare. Da tamisare (che bella questa parola in lingua veneta, quanto più suggestiva della sua traduzione, setacciare) verso dopo verso, sillaba dopo sillaba. Non perché ci sia sabbia e ci siano pagliuzze d’oro, ma perché le emozioni di questa poesia pulita, serena, spessa, riflessiva arrivano da molte parti e confluiscono in uno scorrere che è impetuoso senza mai travolgere.<br />
È questa la cifra poetica di Rigato, poeta forte ma non invasivo. Discreto ma coinvolgente. Insomma il poeta bussa ed è molto difficile non aprirgli la porta.<br />
Leggo una delle liriche più alte della silloge, Ceppo, e vi trovo vigore vicino ed echi lontani. La brace si anima / nel lento riscaldar della mente / che accumula pensieri / di queste stanche mani, dice il poeta. Da una parte ci riporta alla mente il ciocco pascoliano (là dove il poeta ricorda che il ciocco arse, e fu bevuto il vino / arzillo, tutto) dall’altra concentra e condensa attorno al ceppo stesso un universo di pensieri e pulsioni emotive: E fiamma e uomo / arrovellano, / specchiandosi l’un l’altro, ceppo e pensiero. Difficile trovare parole meglio scandite, più essenziali e scabre. Insomma più vere.<br />
Parole che danno il senso autentico allo stare su questa terra, a piantare i nostri semi, a veder mettere rami e radici a quella pianta che siamo noi stessi. Foglie e corteccia, linfa e ricerca della luce.<br />
Si trova tutto questo nella poesia di Rigato, legata a doppio filo a tali tematiche di fondo.<br />
Quando evoca il mistero evocatore del fuoco in un microcosmo vicino popolato di folletti e fate, presenze aliene e tuttavia vicinissime, percepibili. Quasi prolungamento ed espansione dei nostri stessi pensieri: il legno scoppietta / a musicar le misteriose danze, / …/ A vegliar, l’esercito di stelle.<br />
O quando, pur in sofferenza per il vento che soffia e incalza, la luce del cielo / mi apre la mente. Perché è vero che c’è dolore in questo trascorrere dei giorni, ma del vento bisogna saper cogliere anche il buono e il bello: sgombra il cielo, apre la porta alla luce.<br />
Rigato enuncia, del resto, il suo credo di parole e versi già nella lirica proemiale in cui si rivolge alla sua Musa e le chiede aiuto per quello che, nella vita, vuole fare: la ricerca, tra tanti, di qualche giorno felice e del frutto donato.<br />
Il frutto arrivato ad essere maturo. Serve pazienza, un po’ di filosofia e buon senso, come si suol dire.<br />
Si può (si deve) crescere anche in giorni scanzonati, quando non ti rodono il tarlo del pensiero e la sensazione del tempo che passa. Quando non ti accorgi ancora (perché non hai esperienza sufficiente) che il Tutto in un poco è condensato. I sentieri della memoria che conducono al presente, a ciò che siamo come risultato di un percorso, di un itinerario che era inimmaginabile prima che lo iniziassimo Ma è decifrabile ora che ci giriamo indietro.<br />
Anzi, decifrare è fondamentale. Dare un senso a quel bellissimo condensarsi del tutto in un poco. Come dire? Il mondo sul palmo della mano, ma non per caso. Perché abbiamo saputo sintetizzarlo noi con pazienza e magari sbagliando molto.<br />
Il poeta prova a dire la sua, a cercare un senso. Rigato lo fa con intelligenza e sensibilità perché la sua vita lo ha portato su molti lidi e lo ha aiutato a costruire un messaggio di speranza, una apertura perenne sul futuro.<br />
Senza dimenticare che la vita rimane un gran bel mistero e che il pozzo da cui beviamo per dissetarci, da cui attingiamo ricordi, nel quale gettiamo sguardi sperando di cogliere un barbaglio di luce sulla superficie profonda dell’acqua, resta pur sempre immagine poderosa di un insondato io.<br />
A leggere il quale Rigato usa i suoi tre cuori, per usare una bella espressione del poeta latino Quinto Ennio vissuto tra terzo e secondo secolo prima di Cristo. Cioè ci parla in tre idiomi diversi. La lingua della sua “piccola patria” veneta, cioè Spresiano. La lingua colta della scuola e dei libri, l’italiano. E infine la lingua del suo viaggiare, il tedesco. Mi spiace: non conosco la lingua di Goethe e Thomas Mann, ma sono sicuro che il risultato complessivo è quello di una superiore unità in cui i punti di osservazione si moltiplicano e resta tuttavia immutata la ricerca di un centro, di un punto di gravitazione cui fare riferimento.<br />
Mi servirebbe molto spazio per dire le annotazioni che mi sono fatto leggendo Rigato.<br />
Per esempio la sua capacità di fare silenzio attorno a sé (leggo in Ascolto: Come scrigno prezioso / racchiudi tempo e storia, / e unisci tutti gli erranti / alla ricerca dell’Essere) e mettersi in sintonia con le voci enigmatiche della natura, cogliendone anche i messaggi più impercettibili (leggo ancora in Vento: cambi strada e ti nascondi / ma hai spazzato le nuvole, ammucchiato sparse foglie).<br />
Per esempio quanto sia acuta la sua sensibilità nell’avvertire (e riferire) la fragilità del tempo e il desiderio insito in ogni uomo di fermarlo (leggo in Utopia: Salgo il cielo senza fine / … / E sentire il picchettío del picchio, / … / contare il cadere dei rami / … / e su tutto fermare il tempo).<br />
Per esempio come Rigato sappia bene raccontare in dialetto e sbozzare situazioni andando oltre il quadretto convenzionale (leggo Sùcaro caramèo in cui il dramma della guerra e la minaccia della morte si impastano con i sapori e gli odori della inconsapevolezza fanciulla).<br />
Per esempio le suggestioni colte evocate. Una lirica come Grava rimanda direttamente a I fiumi di Giuseppe Ungaretti. E la capacità di farsi contemplatore assorto. Si legga, in modo esemplare, la nitida Magnolia stellata. E poi: il ruolo musicale che giocano rime, assonanze e consonanze in questa poesia.<br />
E tuttavia preferisco fermarmi a sottolineare come Rigato dia il meglio di sé quando riscopre miti, figure, situazioni della cultura contadina.<br />
No, contadina è riduttivo. Direi agreste, popolare, rurale. Ho letto con dolcezza infinita il suo San Martino, quando si immerge panicamente nel fluire della memoria intrisa di odori e sapori: Bruma che si adagia / su fredda, stanca erba prima, / e foglie qua e là migrate, / da rèfoli balzani d’aria fine.<br />
Mi sembrano costruzione e immagini esemplari.</p>
<p align="right"><strong><span style="font-size: small;">GIAN DOMENICO MAZZOCATO</span></strong><br />
<strong><em><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: xx-small;">(Treviso, luglio 2009)</span></span></em></strong></p>
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