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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; Gli altri libri</title>
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		<title>UNA GUIDA DI TREVISO “DIVERSA”</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Sep 2019 20:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[SCRITTA DA MARCO BOSCOLO, FILOSOFO, GIORNALISTA E VIAGGIATORE Marco Boscolo (Montebelluna, 1979) è un filosofo e giornalista di grande talento. Ha viaggiato in Europa, Asia e Africa realizzando audiodocumentari, reportage e video. In questi mesi ha scritto una guida di Treviso, molto eccentrica (nel senso alto del termine, molto personale, molto inedita), curiosa, indagatrice. TREVISO / UNA GUIDA (Odos Editrice, collana Incentro, Udine). “Ho scritto, dice Boscolo, per provare a specchiarmi nelle acque di una città dove affondano le mie radici ma che non ho mai capito fino a quando non me ne sono allontanato”. Molto vero, affascinante. Libro da scoprire. Una narrazione più che una descrizione. L’autore ha voluto farsi carico anche di punti di vista diversi dai suoi e ha chiesto ad alcuni intellettuali di raccontare la “loro” Treviso. Cinque fotografie d’autore. Quelle che ho scattato io: TREVISO CRIMINALE (ho naturalmente raccontato il delitto della contessa Onigo, accaduto proprio in centro l’11 marzo 1903);  TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 1 (il Sile, la restera, le mie avventure infantili sul grande fiume); TREVISO MISTERIOSA (l’enigmatico cuore di Francesco di Sales che stilla ancora sangue a secoli dalla morte); TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 2 (le risorgive del Botteniga e i Cagnani); TREVISO DEI CAMPI (il tesoro di un antico tempietto sperduto nella campagne di San Pelaio, anche se io preferisco il più terragno San Paè, e le acqueforti del grande Francesco Piazza). &#160; TREVISO CRIMINALE Giardinetti di sant’Andrea, cinque minuti da piazza dei Signori, dietro piazza Borsa. Digradano verso il Sile e prendono nome dalla sovrastante chiesa neoclassica (dipinti di Ludovico Pozzoserrato e della scuola del Guercino). Qui, attorno alle 16 dell’11 marzo 1903, il pisnente Pietro Bianchet uccise la sua padrona, la contessa Teodolinda Zenobia, estrema erede della dinastia degli Onigo che con la sua morte si estinse. Pisnente, in antica lingua trevisana, indica l’ultimo gradino della miseria contadina. Bianchet si trovava nei giardini della contessa che lì aveva palazzo (distrutto dai bombardamenti del 7 aprile 1944) per i lavori di manutenzione primaverile. Aveva saputo che sua moglie, nella natia Trevignano, sulla strada fra Treviso e Montebelluna, aveva partorito. E aveva chiesto di tornare. Aveva chiesto anche un sacco di grano per le prime necessità e i soldi per un qualche mezzo pubblico. Gli fu negata dall’avarissima, sordida padrona ogni cosa. E lui, in quel pomeriggio di marzo, la attese sotto una magnolia e con due colpi di accetta la decapitò. La testa volò a quattro, cinque passi dal corpo. Bianchet andò a costituirsi subito. Il processo fu celebrato esattamente un anno dopo. A Venezia e non a Treviso, perché si temeva che la pressione del favore popolare, tutto dalla parte del Bianchet, influenzasse giudici e giuria. Fu enorme errore di strategia perché la città lagunare divenne cassa di risonanza mondiale. E ne parlarono i giornali di tutta Europa e anche d’oltreoceano. In qualche modo ci si rese conto che si era ad una svolta della storia. Che nel gesto del pisnente Bianchet si erano condensati ira e odio di intere generazioni di servi della gleba, sfruttati e valutati meno delle bestie della stalla o del pollaio. Che un sistema, di fatto ancora feudale, era arrivato alla fine. A Bianchet furono comminati otto anni e nove mesi. Niente. Non li scontò nemmeno tutti. La parte civile ammise una disastrosa sconfitta. Quel feudalesimo arido e gretto sarebbe stato spazzato dal primo conflitto mondiale, ormai alle porte. Storia densa. Di sangue e odio. Ma come sempre dimenticata. O, forse, rimossa. Una storia di pellagra, di miseria. La malattia della polenta, della carenza di proteine nobili. Una sorta di condanna per un popolo intero. Storia amara. L’ho rievocata nel mio primo romanzo, Il delitto della contessa Onigo. &#160; TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 1 Ho cominciato a comprendere le acque della mia città, ad amarle, a sentirle come un secondo sangue, quando ero ragazzino di forse sei, sette anni. Sono di stirpe contadina e la mia famiglia aveva terre dove oggi sorge l’ospedale. Ancora riconosco qualche punto di riferimento sulle spianate dei parcheggi. Le colonne di mattoni: segnavano l’inizio del lungo stradone che recava alla casa colonica. La stradina che si inerpica verso la ferrovia per Conegliano. Solo campi, mezzo secolo fa. E noi ragazzini andavamo a lavare i cavalli nei rami morti del Sile, cavalcandoli a pelo. Imperatore straccione, stretto alla criniera del mio Ciri, che mi amava come se fossi una parte del suo corpo. Una piuma adorante appoggiata alla sua schiena. Luminoso, inimitabile Far West della mia infanzia. Eravamo una cosa sola con il fiume e con le creature dagli occhi grandi, dolcemente ammusanti. Torno sempre, appena posso, al Sile. Percorro la restera che segue il fiume fino a Casier, a Lughignano, a Casale. Quasi fino al mare. Restera in italiano vale alzaia. Cioè il viottolo che costeggia il fiume ed era percorso dagli animali. Mediante una corda trascinavano i natanti e risalivano il fiume. Quella fune aveva un nome latino, restis. Ed ecco restera. Percorso bellissimo, tra anse e rami morti del fiume, tra piccoli approdi e porticcioli veri e propri. In quello di Casier si respira largo. Sul confine con Silea si cammina a fianco dei burci. Di ciò che ne resta, un vero e proprio cimitero, paradiso di folaghe, cigni, aironi, garzette. Anche cormorani e cicogne. E perfino specie aliene come le tartarughe e le nutrie. Ogni tanto si intravvede un esemplare di cigno nero, il black swan degli australiani, capitato chissà come da queste parti. Famoso per le sue tendenze omosessuali e anche per la teoria che reca il suo nome. Parla di eventi straordinari, di grande impatto. I burci fino a non molti anni fa portavano granaglie per gli impianti molitori della zona. Il fantasma della Chiari e Forti si erge ancora sulla riva sinistra. Tragico emblema di un abbandono colpevole, un moncherino di mattoni svuotato da un incendio che qualcuno vuole doloso. Appiccato per abbassarne il prezzo di mercato. Con la crisi dell’industria molitoria i burci sono diventati inutili. E adesso dormono (per quanto ancora?) in riva al fiume. Carene infilzate a fior d’acqua. &#160; TREVISO MISTERIOSA Cinque minuti a piedi da casa mia, sulla strada che passa per Ponzano e corre dritta al Montello. Sorge il monastero della Visitazione. Suore di clausura. Una sorta di enclave di silenzio, pace e preghiera in quella che una volta era periferia e ormai è città. Custodisce una reliquia preziosa, il cuore incorrotto (un miracolo, per chi vuole chiamarlo così) di san Francesco di Sales (1567, Château de Sales, Thorens-Glières &#8211; 1622, Lione). Santo famoso per le sue idee, avanzatissime per il tempo, in tema di comunicazione. Infatti è patrono dei giornalisti che proprio nella chiesa del convento si ritrovano ogni 24 gennaio, giorno assegnatogli dal martirologio. Il cuore ha alle spalle una storia lunga e drammatica. Ha viaggiato da Lione a Mantova. Poi da Mantova a Venezia e infine a Treviso. Ha attraversato la Rivoluzione francese e le intolleranze, in materia religiosa, di Napoleone. Oggi è custodito in una teca d’oro che si può osservare su un altare alla destra di chi entra. Ma la cosa che stupisce di più è che il cuore del santo stilla ancora sangue e intride le pezzuole che gli vengono accostate. Ho constatato di persona. San Gennaro è avvisato. Chi capita da queste parti (chiedere del monastero alle Corti, così lo conoscono i Trevisani) non può trascurare la straordinaria immagine aurea della Beata Vergine della Cintura, proveniente da Costantinopoli. &#160; TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 2 I fiumi di risorgiva sono magici. Hanno qualcosa di ancestrale ed eterno. Mi trovo vicino ad una pozza di acqua affiorante, limpidissima. Alzo gli occhi e, pochi metri più in là, è già fiume ampio. Un coup de theatre di sua maestà Natura. È così alle sorgenti del Sile (una volta ho letto che con i suoi 91 chilometri è il più lungo al mondo tra i fiumi di risorgiva che arrivano al mare) tra Casacorba di Vedelago e Torreselle di Piombino Dese. Qui li chiamano fontanassi, con etimologia trasparente e con qualche connotazione spregiativa. Quante risorgive interrate in anni anche recenti, per strappare territorio al fiume. E il principale dei fontanassi del Sile è quello della Coa longa. Esco da casa mia, giro a destra. Pochi passi e mi trovo alle sorgenti verdi e ombrose del Botteniga. La polla e il fiume. Va dritto al cuore di Treviso. Si unisce al Pegorile che ha già ricevuto le acque dell’unico fiume che nasce dal Montello, la Giavera. Raccoglie le acque del canale Piavesella. E poi arriva alla cinta muraria nord di Treviso. Qui l’illuminata opera di un grande ingegnere idraulico, Giovanni da Verona detto Fra’ Giocondo (1433, Verona -1515, Roma), divide il Botteniga in vari rami (al ponte de pria, ponte di pietra) che attraversano la città e vanno a confluire nel Sile. Alcuni di questi rami sono i Cagnani. Su uno di essi, quello detto dei Buranelli, io sono nato. Lì ricordo un grande scrittore trevisano, Giovanni Comisso e indomabili zuffe, a capelli tirati e a pugni in faccia, tra comari del quartiere. Questioni di corna che in tal modo avevano consacrazione ufficiale alla luce del sole. Quelle zuffe erano un rito. E Treviso, nelle parole di Dante, sarà per sempre dove Sile e Cagnan s’accompagna (Paradiso, IX, 49). Vene e arterie di Treviso, la sua gioia, la sua perenne giovinezza. &#160; TREVISO DEI CAMPI Cammino e mi immergo nei campi, secoli fa ricoperti dalla foresta planiziale. Il pensiero si perde a immaginare: querce, olmi, aceri, frassini, pioppi, ontani, salici. E alcune radure delegate al ritrovarsi di popolo e al sacro. Oggi prati e vigneti. Nord di Treviso, località Roncole. Il mio quartiere, San Pelajo (ma io preferisco San Paè, più terragno). Qui sorge, nel verde, un tempietto, che risale agli anni attorno al Mille. Probabilmente l’edificio sacro più antico del territorio. È dedicati ai santi Gervasio e Protasio, martiri figli dei ravennati Vitale e Valeria. Un gioiello. Ben pochi ne conoscono l’esistenza. Lo sovrasta un piccolo campanile a vela, risalente all’Ottocento. Luogo dello spirito. Troppo a lungo dimenticato e trascurato. Possiede affreschi studiati dal grande restauratore Mario Botter, ma purtroppo in degrado. Ero con lo straordinario incisore Francesco Piazza quando, nel 1985, ritrasse questo luogo in una sua celebre acquaforte. Nell’immagine, alla parete sud sono addossate steli di pannocchia e pesa un’aura di abbandono. Piazza, che aveva studio lì vicino, in via dei Biscari, era solito corredare i suoi lavori di una didascalia. Qui leggo ti soccorrano gli uomini, reliquia di fedi lontane. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">SCRITTA DA MARCO BOSCOLO, </span><br />
<span style="color: #000000; font-size: medium;"> FILOSOFO, GIORNALISTA E VIAGGIATORE</span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/treviso-una-guida.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4521" alt="treviso-una-guida" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/treviso-una-guida-222x300.jpg" width="222" height="300" /></a><span style="color: #000000;">Marco Boscolo (Montebelluna, 1979) è un filosofo e giornalista di grande talento. Ha viaggiato in Europa, Asia e Africa realizzando audiodocumentari, reportage e video. In questi mesi ha scritto una guida di Treviso, molto eccentrica (nel senso alto del termine, molto personale, molto inedita), curiosa, indagatrice. TREVISO / UNA GUIDA (Odos Editrice, collana Incentro, Udine). “Ho scritto, dice Boscolo, per provare a specchiarmi nelle acque di una città dove affondano le mie radici ma che non ho mai capito fino a quando non me ne sono allontanato”. Molto vero, affascinante. Libro da scoprire. Una narrazione più che una descrizione. L’autore ha voluto farsi carico anche di punti di vista diversi dai suoi e ha chiesto ad alcuni intellettuali di raccontare la “loro” Treviso. Cinque fotografie d’autore. Quelle che ho scattato io: TREVISO CRIMINALE (ho naturalmente raccontato il delitto della contessa Onigo, accaduto proprio in centro l’11 marzo 1903);  TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 1 (il Sile, la restera, le mie avventure infantili sul grande fiume); TREVISO MISTERIOSA (l’enigmatico cuore di Francesco di Sales che stilla ancora sangue a secoli dalla morte); TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 2 (le risorgive del Botteniga e i Cagnani); TREVISO DEI CAMPI (il tesoro di un antico tempietto sperduto nella campagne di San Pelaio, anche se io preferisco il più terragno San Paè, e le acqueforti del grande Francesco Piazza).</span></p>
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<span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TREVISO CRIMINALE</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4522" alt="guidatreviso1" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso1-195x300.jpg" width="195" height="300" /></a>Giardinetti di sant’Andrea, cinque minuti da piazza dei Signori, dietro piazza Borsa. Digradano verso il Sile e prendono nome dalla sovrastante chiesa neoclassica (dipinti di Ludovico Pozzoserrato e della scuola del Guercino). Qui, attorno alle 16 dell’11 marzo 1903, il pisnente Pietro Bianchet uccise la sua padrona, la contessa Teodolinda Zenobia, estrema erede della dinastia degli Onigo che con la sua morte si estinse. Pisnente, in antica lingua trevisana, indica l’ultimo gradino della miseria contadina. Bianchet si trovava nei giardini della contessa che lì aveva palazzo (distrutto dai bombardamenti del 7 aprile 1944) per i lavori di manutenzione primaverile. Aveva saputo che sua moglie, nella natia Trevignano, sulla strada fra Treviso e Montebelluna, aveva partorito. E aveva chiesto di tornare. Aveva chiesto anche un sacco di grano per le prime necessità e i soldi per un qualche mezzo pubblico. Gli fu negata dall’avarissima, sordida padrona ogni cosa. E lui, in quel pomeriggio di marzo, la attese sotto una magnolia e con due colpi di accetta la decapitò. La testa volò a quattro, cinque passi dal corpo. Bianchet andò a costituirsi subito. Il processo fu celebrato esattamente un anno dopo. A Venezia e non a Treviso, perché si temeva che la pressione del favore popolare, tutto dalla parte del Bianchet, influenzasse giudici e giuria. Fu enorme errore di strategia perché la città lagunare divenne cassa di risonanza mondiale. E ne parlarono i giornali di tutta Europa e anche d’oltreoceano. In qualche modo ci si rese conto che si era ad una svolta della storia. Che nel gesto del pisnente Bianchet si erano condensati ira e odio di intere generazioni di servi della gleba, sfruttati e valutati meno delle bestie della stalla o del pollaio. Che un sistema, di fatto ancora feudale, era arrivato alla fine. A Bianchet furono comminati otto anni e nove mesi. Niente. Non li scontò nemmeno tutti. La parte civile ammise una disastrosa sconfitta. Quel feudalesimo arido e gretto sarebbe stato spazzato dal primo conflitto mondiale, ormai alle porte. Storia densa. Di sangue e odio. Ma come sempre dimenticata. O, forse, rimossa. Una storia di pellagra, di miseria. La malattia della polenta, della carenza di proteine nobili. Una sorta di condanna per un popolo intero. Storia amara. L’ho rievocata nel mio primo romanzo, Il delitto della contessa Onigo.</span></p>
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<span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 1</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4523" alt="guidatreviso2" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso2-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></b>Ho cominciato a comprendere le acque della mia città, ad amarle, a sentirle come un secondo sangue, quando ero ragazzino di forse sei, sette anni. Sono di stirpe contadina e la mia famiglia aveva terre dove oggi sorge l’ospedale. Ancora riconosco qualche punto di riferimento sulle spianate dei parcheggi. Le colonne di mattoni: segnavano l’inizio del lungo stradone che recava alla casa colonica. La stradina che si inerpica verso la ferrovia per Conegliano. Solo campi, mezzo secolo fa. E noi ragazzini andavamo a lavare i cavalli nei rami morti del Sile, cavalcandoli a pelo. Imperatore straccione, stretto alla criniera del mio Ciri, che mi amava come se fossi una parte del suo corpo. Una piuma adorante appoggiata alla sua schiena. Luminoso, inimitabile Far West della mia infanzia. Eravamo una cosa sola con il fiume e con le creature dagli occhi grandi, dolcemente ammusanti. Torno sempre, appena posso, al Sile. Percorro la restera che segue il fiume fino a Casier, a Lughignano, a Casale. Quasi fino al mare. <i>Restera</i> in italiano vale <i>alzaia</i>. Cioè il viottolo che costeggia il fiume ed era percorso dagli animali. Mediante una corda trascinavano i natanti e risalivano il fiume. Quella fune aveva un nome latino, <i>restis</i>. Ed ecco <i>restera</i>. Percorso bellissimo, tra anse e rami morti del fiume, tra piccoli approdi e porticcioli veri e propri. In quello di Casier si respira largo. Sul confine con Silea si cammina a fianco dei <i>burci</i>. Di ciò che ne resta, un vero e proprio cimitero, paradiso di folaghe, cigni, aironi, garzette. Anche cormorani e cicogne. E perfino specie aliene come le tartarughe e le nutrie. Ogni tanto si intravvede un esemplare di cigno nero, il black swan degli australiani, capitato chissà come da queste parti. Famoso per le sue tendenze omosessuali e anche per la teoria che reca il suo nome. Parla di eventi straordinari, di grande impatto. I <i>burci </i>fino a non molti anni fa portavano granaglie per gli impianti molitori della zona. Il fantasma della Chiari e Forti si erge ancora sulla riva sinistra. Tragico emblema di un abbandono colpevole, un moncherino di mattoni svuotato da un incendio che qualcuno vuole doloso. Appiccato per abbassarne il prezzo di mercato. Con la crisi dell’industria molitoria i burci sono diventati inutili. E adesso dormono (per quanto ancora?) in riva al fiume. Carene infilzate a fior d’acqua.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso3.jpg"><img class="size-medium wp-image-4524 aligncenter" alt="guidatreviso3" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso3-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></span></p>
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<span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TREVISO MISTERIOSA</b></span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso4.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4518" alt="guidatreviso4" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso4.jpg" width="153" height="236" /></a><span style="color: #000000;">Cinque minuti a piedi da casa mia, sulla strada che passa per Ponzano e corre dritta al Montello. Sorge il monastero della Visitazione. Suore di clausura. Una sorta di enclave di silenzio, pace e preghiera in quella che una volta era periferia e ormai è città. Custodisce una reliquia preziosa, il cuore incorrotto (un miracolo, per chi vuole chiamarlo così) di san Francesco di Sales (1567, Château de Sales, Thorens-Glières &#8211; 1622, Lione). Santo famoso per le sue idee, avanzatissime per il tempo, in tema di comunicazione. Infatti è patrono dei giornalisti che proprio nella chiesa del convento si ritrovano ogni 24 gennaio, giorno assegnatogli dal martirologio. Il cuore ha alle spalle una storia lunga e drammatica. Ha viaggiato da Lione a Mantova. Poi da Mantova a Venezia e infine a Treviso. Ha attraversato la Rivoluzione francese e le intolleranze, in materia religiosa, di Napoleone. Oggi è custodito in una teca d’oro che si può osservare su un altare alla destra di chi entra. Ma la cosa che stupisce di più è che il cuore del santo stilla ancora sangue e intride le pezzuole che gli vengono accostate. Ho constatato di persona. San Gennaro è avvisato. Chi capita da queste parti (chiedere del monastero alle Corti, così lo conoscono i Trevisani) non può trascurare la straordinaria immagine aurea della Beata Vergine della Cintura, proveniente da Costantinopoli.</span></p>
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<span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TREVISO CITTÀ D’ACQUE / 2</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso5.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4519" alt="GuidaTreviso5" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso5-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>I fiumi di risorgiva sono magici. Hanno qualcosa di ancestrale ed eterno. Mi trovo vicino ad una pozza di acqua affiorante, limpidissima. Alzo gli occhi e, pochi metri più in là, è già fiume ampio. Un coup de theatre di sua maestà Natura. È così alle sorgenti del Sile (una volta ho letto che con i suoi 91 chilometri è il più lungo al mondo tra i fiumi di risorgiva che arrivano al mare) tra Casacorba di Vedelago e Torreselle di Piombino Dese. Qui li chiamano <i>fontanassi</i>, con etimologia trasparente e con qualche connotazione spregiativa. Quante risorgive interrate in anni anche recenti, per strappare territorio al fiume. E il principale dei <i>fontanassi</i> del Sile è quello della <i>Coa longa</i>. Esco da casa mia, giro a destra. Pochi passi e mi trovo alle sorgenti verdi e ombrose del Botteniga. La polla e il fiume. Va dritto al cuore di Treviso. Si unisce al Pegorile che ha già ricevuto le acque dell’unico fiume che nasce dal Montello, la Giavera. Raccoglie le acque del canale Piavesella. E poi arriva alla cinta muraria nord di Treviso. Qui l’illuminata opera di un grande ingegnere idraulico, Giovanni da Verona detto Fra’ Giocondo (1433, Verona -1515, Roma), divide il Botteniga in vari rami (al <i>ponte de pria</i>, ponte di pietra) che attraversano la città e vanno a confluire nel Sile. Alcuni di questi rami sono i Cagnani. Su uno di essi, quello detto dei Buranelli, io sono nato. Lì ricordo un grande scrittore trevisano, Giovanni Comisso e indomabili zuffe, a capelli tirati e a pugni in faccia, tra comari del quartiere. Questioni di corna che in tal modo avevano consacrazione ufficiale alla luce del sole. Quelle zuffe erano un rito. E Treviso, nelle parole di Dante, sarà per sempre <i>dove Sile e Cagnan s’accompagna</i> (Paradiso, IX, 49). Vene e arterie di Treviso, la sua gioia, la sua perenne giovinezza.</span></p>
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<span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>TREVISO DEI CAMPI</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cammino e mi immergo nei campi, secoli fa ricoperti dalla foresta planiziale. Il pensiero si perde a immaginare: querce, olmi, aceri, frassini, pioppi, ontani, salici. E alcune radure delegate al ritrovarsi di popolo e al sacro. Oggi prati e vigneti. Nord di Treviso, località Roncole. Il mio quartiere, San Pelajo (ma io preferisco San Paè, più terragno). Qui sorge, nel verde, un tempietto, che risale agli anni attorno al Mille. Probabilmente l’edificio sacro più antico del territorio. È dedicati ai santi Gervasio e Protasio, martiri figli dei ravennati Vitale e Valeria. Un gioiello. Ben pochi ne conoscono l’esistenza. Lo sovrasta un piccolo campanile a vela, risalente all’Ottocento. Luogo dello spirito. Troppo a lungo dimenticato e trascurato. Possiede affreschi studiati dal grande restauratore Mario Botter, ma purtroppo in degrado. Ero con lo straordinario incisore Francesco Piazza quando, nel 1985, ritrasse questo luogo in una sua celebre acquaforte. Nell’immagine, alla parete sud sono addossate steli di pannocchia e pesa un’aura di abbandono. Piazza, che aveva studio lì vicino, in via dei Biscari, era solito corredare i suoi lavori di una didascalia. Qui leggo <i>ti soccorrano gli uomini, reliquia di fedi lontane</i>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso6.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4520" alt="guidatreviso6" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/09/GuidaTreviso6-1024x950.jpg" width="491" height="456" /></a></p>
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		<title>LA CHIARA TENDA DI ANNA E CHECCO</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 17:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[E se ricordo frescure di larghe ombre sull’erba o quel vibrare terso del cielo sopra dei gelsi, e se ricordo la corsa d’acqua tremante di giunchi presso le aperte campagne è te che sento di avere in questi miei occhi assorti e il canto del bel mattino sono le tue parole. (Dopo le ore felici, Francesco Piazza, dalla silloge Se vivere è un camminare leggero)  di Gian Domenico Mazzocato Il 21 marzo 1981 nel giardino di casa Piazza fiorisce un gazebo. Uno spazio destinato a diventare cuore vivo del piccolo parco. È il giorno di san Benedetto, della rondine sotto il tetto, del trionfale ingresso della stagione fiorita. L’idea è venuta ai biscarenses durante uno dei viaggi vagabondi nell’Italia centrale. Uno spuntino in autostrada in un piccolo gazebo che sarebbe diventato il modello. Materiale di recupero, all’insegna della povertà e del riutilizzo assoluti. Luogo di ciacole, di canti, di agapi fraterne, di bevute, di sodalità. A suo modo sacro, dunque. Robusto, aperto su tutti i lati, comodo. Grazie al lavoro dei biscarenses. Così Francesco Piazza battezza la splendida umanità che gravita attorno alla strada dei Biscari e così incide su una lastra che viene inchiodata al palo centrale. Tra serio e faceto, come era nel suo carattere perennemente assorto e in equilibrio tra battuta e riflessione. Fa venire in mente l’immagine che crea Paul Celan, il grande intellettuale rumeno di origini ma tedesco di madrelingua. Deve definire, conferire fattezze fisiche alla sua idea di poesia. La poesia è parola elevata a tenda, capace di riunire sotto di sé gli altri. La chiara tenda da rizzare / grazie al canto, dice. Per sua natura la tenda è aperta a tutti. Ammette ritardatari, considera normale che qualcuno se ne vada prima del tempo. In cambio chiede capacità di ascolto, desiderio di mettersi in sintonia con gli altri. La tenda è i quattro punti cardinali, è la rosa dei venti. Non distingue, non seleziona tra le creature con le quali il buon Dio popola il pianeta. Spazio per ognuno, rispetto di ogni idea, franchezza del dire. Certo è uno spazio ampio e generoso simile alla chiara tenda di Celan quello che occupa l’anima di Francesco Piazza la sera del 29 luglio 1989. Anima dolente e spazi dilatati e sonori. Anna è mancata da poco più di due anni, il 17 febbraio 1987. Rimbomba un’eco fragorosa, eloquente come una tempesta. Solleva onde di emozioni. Checco scrive una lirica sulla scia de Il nostro Pascoli (questo il titolo, versi che appartengono alla silloge Mendicavamo canti di usignoli). La rileggiamo, ancora coinvolti nella marea di quel sentimento. Quando la remota / a noi estranea calura / il prato opprimeva e sfiancava / i cani nel «gazebo» ansimanti, / io declamavo Romagna / all’ombra della mimosa / «co’ suoi pennacchi di color di rosa». / Tu sorridevi e, strette le mani, / raccolta come in preghiera, / «Al mio cantuccio, dove non sento / se non le reste brusir nel grano»… / recitavi con voce dolcissima / e ancora adesso mi brillano gli occhi / ed il cuore si allarga / come un mare nel prato, / «L’ora di Barga». / Anche per te mancò il tempo / per uno sguardo amoroso / alla siepe di pirus / al giovane ontano, / alle betulle, all’acero, / al nido sfatto nel funereo tasso. L’immagine del nido, del nido sfatto, è pascoliana. Ma Piazza la reinventa, la cala nella sua realtà di uomo dimidiato dalla partenza di Anna Maria. Il dire pascoliano è intimo, pervaso dalla fragilità di un tempo minimo e quotidiano, scandito, irreversibile. Così è il tempo di Francesco, spezzato dalla sofferenza umana e dalla morte di Anna. Il gazebo davvero diventa parola elevata a tenda. Parole leggere, parole avvolgenti, parole di accoglienza, parole di disponibilità. Parole che si fanno evento educativo, parole che diventano immagine incisa e pennellata. Parole, dunque, leggere e pesantissime. Le vele della tenda sono edificio solido, di pietra. C’è diffusa e soffusa bellezza nella vita di Anna e Checco, c’è complementarità nel loro stare insieme. Incessante e continuamente rinnovato incontrarsi. La vita come incontro, come proposta, come ricchezza morale. Opulenta e tracimante. In tanti abbiamo goduto di quello straordinario privilegio di essere a contatto con il percorso terreno di Anna e Checco. Tutti ne avvertiamo l’assenza. Tutti siamo consapevoli che la loro presenza sfida il tempo. In ciò che resta. Nel solco memoriale tracciato da Anna, nella effusione di parole che ha scritto, nell’intelligenza del suo dire. Nell’opera pittorica e poetica di Francesco Piazza. Nella fondazione che ne porta il nome e rende continuamente fresco e vivo il loro messaggio e la loro eredità morale. Messaggio ed eredità sono fonte fresca e zampillante. Per dirla con Checco, anche il nostro cuore si allarga come un mare nel prato. Quel mare ci obbliga a trasformare il ricordo in forza viva. Una assenza / presenza fertilissima. Con le parole di Checco, ancora. A notte ho appuntamento con le stelle, / infantile rifugio di ogni notte, / una pausa di intesa / raggiunta dopo tutta una giornata / di vita male spesa, / comunque consumata / nell’assenza di te, dolce compagna. (A notte, in Mendicavamo canti di usignoli, con data giugno 1987). Appuntamento eterno con Anna e Checco sotto un cielo stellato. Quel gazebo è icona e simbolo di uno stile di vita, di un programma morale. Può essere assunto come immagine complessiva della vita di Anna Maria Feder e Francesco Piazza. Anche come sintesi di quanto essi hanno saputo costruire, fisicamente e moralmente, in strada dei Biscari a nord di Treviso, nella zona di San Paè (o San Pelajo, se si preferisce). Una casa aperta ad ogni ora, con la chiave nella porta e il cancello senza lucchetti: Checco, nei primi tempi, si rifugiava in bagno e fumava appoggiato alla finestra perché mal sopportava la confusione. Col passar del tempo e con l’opera di convincimento di Anna Maria, lo stile della casa divenne anche il suo stile. Si viveva in una sorta di comunità senza regole scritte. È una frase che riprendo dalla biografia di Anna Maria Feder. **** Nella mia vita professionale ho goduto della fortuna di affrontare la figura di Anna (e dunque anche di Francesco) perche la fondazione a loro intitolata mi ha affidato il compito di scriverne la biografia. Ripeto, fondamentale per il mio lavoro di scrittore, per la mia crescita come persona. E voglio rivelare un episodio minimo ma, credo, molto suggestivo. Il titolo di quella biografia è, come tutti sanno, Il vento e la roccia. Me lo aveva suggerito lo stesso Checco il quale, per giustificare le proprie paciosità e sedentarietà, aveva formulato la teoria che Anna, la donna, era il vento, sempre in movimento, capace di scompaginare tutto, mentre lui, il maschio, era roccia, la stabilità. Ovviamente il titolo è l’ultima (peraltro importantissima, ovvio) cosa cui si pensa quando si scrive e si pubblica un libro. I redattori della Paoline Editoriale Libri mi dissero che era loro prassi mettersi in condizione di scegliere fra tre titoli. Io dovevo suggerirne altri due, si capisce, oltre Il vento e la roccia. Il mio imbarazzo fu grande. Lo risolsi dicendo loro che operassero pure le scelte editoriali e redazionali che parevano più adeguate, ma che, per quanto mi riguardava, il solo pensiero che non fosse quello il titolo mi faceva stare male. Anche perché, annoto qui, entrambi erano vento e roccia, a dispetto del perentorio (ma sempre ironico) distinguo di Checco. Entrambi avevano saldezza di principi valoriali ed erano roccia. Entrambi possedevano estro, fantasia, inventiva ed erano impeto di vento. Entrambi sapevano dove abitava il loro ubi consistam fisico e morale, entrambi avevano la leggerezza e l’intelligenza per trascorrere da un’idea all’altra e mettersi continuamente in gioco e in discussione. **** Anna Maria Feder Piazza nasce a Pesaro il 4 agosto 1933 da Antonio Feder e Matilde Coppitz, prima di tre fratelli. Seguiranno Maresa e Franco. Si trasferisce a Roma fino al settembre del 1939. Poi, sempre seguendo il padre che è ufficiale dell’esercito, va ad abitare a Firenze dove frequenta le elementari. Durante la guerra (1943) la famiglia, per non lasciare solo il nonno paterno rimasto vedovo, si trasferisce a Sant’Eraclio di Foligno. Lì Anna frequenta la scuola media inferiore e i due anni di ginnasio. È il periodo in cui Anna conosce il mondo scautistico ed entra a far parte dell’Associazione Guide Italiane. Fa la sua promessa di guida il 12 ottobre 1947. L’anno successivo, nel 1948, la famiglia si stabilisce a Treviso, nel quartiere di santa Bona. A Treviso Anna frequenta il liceo classico, in parte al Canova e in parte presso le Canossiane. Nasce il suo impegno per trasferire la sua esperienza scout a Treviso. In città fonda nel 1948 il primo riparto AGI, formato all’inizio da due squadriglie. Anna è dapprima caposquadriglia, poi, fino al 1964, caporiparto. Contemporaneamente, nella casa dei genitori, porta avanti l’esperienza della stanzetta. Diventa prima incaricata di zona (provincia) carica che mantiene fino al 1965, poi incaricata regionale della Branca Guide e in seguito commissaria centrale della Branca Guide dal 1968 al 1970. Nel frattempo Anna, finito il liceo, si iscrive alla facoltà di lettere a Padova. Si laurea nel luglio del 1958 discutendo una tesi su Gli aspetti dell’architettura medioevale di Treviso (relatore è Sergio Bettini). Dopo la laurea si dedica all’insegnamento nella scuola media inferiore. Il primo incarico è alle Canossiane di Treviso, poi alla scuola media di Oderzo, infine nelle trevisane scuole medie Serena e Coletti. Nell’ambito del mondo scout, nel 1954, aveva conosciuto il pittore e incisore Francesco Piazza che il 7 agosto 1968 diventa suo marito. Dopo il matrimonio vanno ad abitare in strada dei Biscari, civico 22. Nell’inverno del 1981 si manifesta un tumore alla vescica. Viene operata nell’autunno del 1982. Già nel 1972 aveva dovuto subire una isterectomia per un tumore, non maligno, all’utero. In quel 1982 si ammala anche il fratello Franco (morbo di Hodgkin) che muore il 13 febbraio 1984. Anna si ammala di nuovo nel 1986 (tumore ai polmoni) e muore il 17 febbraio 1987. **** Sono queste le scarne note biografiche di Anna Maria Feder. Una vita che ha i due capilinea nella natia Pesaro e in Treviso, città di approdo. Poco più di cinquant’anni. Verrebbe da dire che le anime grandi si consumano in fretta. E anima davvero grande Anna fu. Nel suo lavoro, nella sfera degli affetti domestici, nell’accettazione della prova e del dolore. In una delle ultime uscite sul Montello, in compagnia di Lino Bianchin, amico e figlio spirituale, quando ormai era chiara la percezione del transito terreno, contemplando il panorama, si lasciò andare. Disse: “Quanta bellezza…”. Il dolore, il rimpianto per una vita ancor giovane che fuggiva. Straordinaria indagatrice dell’animo umano, capace di intuire il problema in un’altra persona, generosa nel cercare di aiutare. E discreta nell’attesa, mai a forzare i tempi e le scelte individuali. Come insegnante si fece carico di una infinità di pietre scartate dai costruttori e le seppe trasformare in testate d’angolo. Accanita lettrice, inculcò nei suoi allievi la percezione di quale infinita ricchezza potesse venire dai mondi che si schiudevano nelle pagine dei libri. Riversava il suo amore per questo o quell’autore sugli altri. Un misto di istintività primigenia e di saggia ragionevolezza, i tratti cioè di una profondità morale assoluta. Fragile, eppure dotata di una sensibilità forte, al confine con la profezia. Ricordo quando leggevo le parole affidate ai suoi carnet de route, in preparazione della biografia. Non avevo ancora la minima idea di come narrare il personaggio, quali tagli di luce dare al racconto per illuminare la sua personalità, quali priorità accogliere. Più semplicemente cosa mettere in primo o in secondo piano. Confesso di aver provato paura e di essermi sentito inadeguato a seguirla negli abissi delle sue riflessioni. Ho avuto bisogno di fermarmi, di lasciare che le parole e le confidenze fatte alle carte decantassero e si stratificassero nella mia anima. Soprattutto mi pareva di violare (probabilmente sono stato il primo a leggere tutto quello che lei ci ha lasciato) e quasi profanare una vita segreta, una dimensione di sé che lei volutamente aveva lasciato in ombra. Ad esempio i momenti in cui sentiva la solitudine e la responsabilità della sua posizione di comando. Entrava nella sede dove sarebbe stata raggiunta di lì a poco dalle altre guide. Nel silenzio come di eremo e nell’attesa, interrogava se stessa, lasciava affiorare e scorrere i suoi dubbi. Ma enfatica, mai melodrammatica, ma dura e fragile ad un tempo. Riflessioni anche doloranti sempre a ciglio asciutto. Codificava, inventariava, faceva bilanci. Mai certezze assolute, sempre rimettendosi in gioco. Ebbene, mi sono sentito un intruso, profondamente in crisi (oltre che impari) davanti alle sue riflessioni. Ho tremato quando ho letto …Io ho imparato a guardare la vita senza falsi pudori e senza lenti. Spero che nessuno leggerà mai perché se qualcuno leggesse resterebbe inorridito che io abbia avuto il coraggio di pensare o di scrivere queste cose. Anna spera che nessuno legga e io stavo leggendo. Per di più con la presunzione di capirla, di fare sintesi e di raccontarla agli altri. Che fare? Ero perfino spaventato. Sennonché, ad un certo punto, proprio lei, proprio con le sue parole di intuizione profetica, di sacro presagio, mi è venuta un soccorso. E trovo una annotazione in cui afferma che se scrive, in fondo, è perché pensa che le sue parole prima o poi potranno essere utili a qualcuno. Allora mi sono sentito accolto da Anna, nel cuore delle sue riflessioni più profonde, negli attimi di più intimo raccoglimento interiore. Vocata all’educazione. Pensa alle sue Guide e dice Vi dirò che vi amo con tutto l’amore del mondo, con il cuore della vostra mamma e la comprensione e l’entusiasmo della mia giovinezza. …Allora so che siete mie perché vi ho ricostruito pezzo per pezzo, come volevo io… siete mie perché ci completiamo, perché quando siamo insieme scorre quel fluido per cui voi accettate la Anna Feder così com’è… io non vi lascerò mai a costo di tutto perché, malgrado i bei discorsi degli altri, voi avete bisogno di me… Perfino dura nella consapevolezza del proprio ruolo. Tuttavia respiro largo e visione apertissima. La vita come avventura, la vita come gioco, come scoperta continua e come esplorazione del fuori di sé. Nel rispetto totale delle capacità, delle scelte e dei carismi individuali. Scrive su una rivista nei primi anni Settanta: Credo che la vita sia gioco e avventura diversi per ognuno di noi. Così mi è accaduto abbastanza spesso di dovermi tuffare in me stessa alla ricerca della mia verità e della mia essenza. All’esterno molte vite sembrano simili; si potrebbero determinare delle categorie e comodamente calarvi dentro le persone. Salvo alcuni casi sporadici, ognuno rientrerebbe in una categoria e scorrerebbe sui binari di essa assieme a migliaia di altre persone. Tutta qui la vita umana? Eh sì, senza la coscienza, sì. È la coscienza la fonte dell’avventura individuale, la mia unica possibilità di scoprire la verità e farne la mia verità, di intuire la bellezza e di andare verso di essa con amore, con il mio modo di amare che è così mio che ne posso parlare ma non lo posso comunicare. Poi aggiunge: Ogni persona che educa ha questa responsabilità nei confronti dell’altro: aiutarlo in questa ricerca, in questa scoperta del proprio io interiore, perché educare vuol dire tirar fuori e contemporaneamente creare le condizioni adatte, perché oltre alla scoperta di sé, nasca nell’altro il desiderio di realizzare la propria avventura umana: ecco l’educazione all’autoeducazione. Di grandioso e coinvolgente nell’educatrice Anna era la voglia di sfidare le difficoltà. E la capacità di scommettere sul futuro degli allievi a lei affidati. Meglio, la volontà di aiutarli a vincere la scommessa della vita. Anna entra nei loro problemi, se ne fa carico, ne cerca il riscatto. Dice: Nessuno sente la tragedia di questi poveri ragazzi… La famiglia li veste e li nutre, la scuola li imbottisce e li standardizza, i cosiddetti educatori tentano di incasellarli e soffocarli, lo stato se ne lava le mani e invece bisogna amarli i ragazzi, senza stupidi preconcetti, bisogna credere in loro… sono la vita della nazione, sono la fede in un mondo migliore. Soffre per gli educatori che compiono un delitto ogni volta che avvicinano un ragazzo. Contempla con dolore la condizione di solitudine degli adolescenti alle prese col caos del mondo. Personalità affascinante, eletta senza essere aristocratica. Sensibilità acuta e generosità. Anna era diversa, unica. Sapeva essere elastica ed accomodante, non giudicava mai. Accettava ognuno, accettava ogni idea. Sapeva che ogni persona è portatrice di una valore proprio e irripetibile. E lei aveva affinato una particolarissima sensibilità che la portava a far affiorare quel valore, a portarlo alla superficie. Come si dice, era maieutica. Aiutava a dipanare le interiorità. Prefigurò le sue scelte e la sua vita in quel miracolo umano prima che pedagogico che fu la stanzetta. Una iniziativa nata dopo la morte di don Ugo De Lucchi, nel 1959, e sulla sua scia. Don Ugo era assistente ecclesiastico di Checco, ma Anna, a quel tempo già fidanzata di Checco, aveva avuto con lui solo una breve conversazione. Avvertì tuttavia l’esigenza di raccogliere tanti ragazzi che si trovarono di colpo senza luogo di aggregazione. Creare subito un luogo deputato alla donazione. Ecco il posto giusto. Una stanza grande come un soggiorno, nella parte disabitata della grande casa dei Feder, proprio davanti alle carceri trevisane di santa Bona. Un vecchio tavolo di famiglia, tondo, al centro. Un altro tavolo, fratino, tra le due finestre. Una stufa smaltata di ceramica blu. Sulla parete opposta alle finestre una libreria nera di ferro e assi. Adolescenti, ragazzi, uomini già fatti e adulti. Anna dava a suo padre un contributo per le spese di luce e riscaldamento. Vai e vieni continuo, libero. Orario aperto: dal primo pomeriggio fino a sera tarda, ora di cena. Al piano superiore un vecchio granaio che ospitava talora feste danzanti e magari in maschera. Nel granaio, durante l’inverno, stava il tavolo da ping pong, molto praticato, come del resto il gioco delle bocce davanti a casa. I dubbi attraversano Anna. Non può non porsi il problema di come questa cosa appaia agli altri, in primis ai padroni di casa, i suoi genitori cioè. Più che ai pettegolezzi che possono nascere e alle interpretazioni equivoche di quella realtà, teme che i primi a fraintendere siano proprio i fruitori del luogo. Ha paura che diventi un posto per perdigiorno, che l’opportunità che intende offrire diventi piuttosto l’occasione per impigrire, per perdersi in chiacchiere. Anna seguiva con particolare impegno qualcuno che doveva sostenere esami universitari o preparare la tesi. Ci sono gli amori che fioriscono e durano una breve stagione. Nascono grandi amicizie e colleganze, crogiolo e fucina di rapporti che hanno resistito al logorio degli anni. Anna era il centro. Aveva una capacità unica di saldare vincoli, di riappacificare, chiarire, mediare. Talora sembrava perfino dimenticare se stessa. Qui è la forza del suo impegno, la potenza della sua visionarietà. Quando nasce la stanzetta, Anna ha 26 anni, sente il peso delle sue scelte. Oggi tanti dicono di aver trovato la loro strada in quella stanzetta. Di aver messo a fuoco la propria scelta esistenziale. Sì, fu un miracolo, una vicenda irripetibile. E Anna? Anna, anche, si sentiva sola, insicura, inadeguata. Molte volte afferma che vorrebbe fare di più. Scrive: Nessuno è più solo di me per colpa del mio cuore che mi lega a tutti e non si accontenta e vuole ancora toccare gli abissi più inesplorati e vuole sentirsi sempre vivo, sempre, ed è una continua corsa tra vertici e abissi. Vivo per impulso, mi sono cacciata nelle situazioni più difficili, più paurose, sempre per irrefrenabile impulso ed ora, giunta a questo punto, non sono più capace di soffrire per gli altri, non so cosa significhi vivere preservando se stessi, non so più cosa voglio. È la solitudine dell’aquila che vola alto e tutto vede. È lo smarrimento delle anime scelte e profondamente vocate ad una missione. Su questo piano, certo, è avvenuto il suo incontro con Francesco Piazza di cui è stata donna e musa ispiratrice, Così diversi, eppure fatti l’uno per l’altro. A completarsi a vicenda. Lei ci scherzava, non le erano certo mancati i corteggiatori. Ho scelto Checco, diceva, perché ero sicura che mi avrebbe fatto ridere. E ridere tanto. In realtà era sempre lei. Generosa nello scommettere sulle risorse degli altri, sulla loro intelligenza. Francesco Piazza non sarebbe stato l’artista che è, consegnato alla storia dell’arte italiana, senza di lei. Senza la sua visionarietà, senza il suo cuore profetico, senza il suo vedere oltre il velo della contingenza. **** Francesco Piazza nasce a Venezia, in Campo San Polo, il 17 agosto 1931 da Giuseppe Piazza e Dina Fraschetti, secondo di due fratelli. Il maggiore, Gino, è nato nel 1926, nome preso dallo zio, generale degli alpini, eroe dell’Ortigara e medaglia d’argento. Alla morte del padre, procuratore speciale delle Assicurazioni Generali, avvenuta nel settembre del 1933, la famiglia si trasferisce a Treviso in via Monte Piana. Di fronte a loro abita il pittore e incisore Giovanni Barbisan. Enrico Fraschetti, il nonno materno, pisano e pittore macchiaiolo, lo avvia in giovanissima età al disegno e alla pittura. Fa ben presto conoscenza del suo dirimpettaio, Giovanni Barbisan, che lo indirizza alla tecnica dell’incisione. Nel 1948 il fratello Gino trova lavoro presso la Banca Cattolica del Veneto in Asolo e la famiglia si trasferisce là. Francesco e Gino fondano lo scautismo asolano. Nel 1952 la famiglia rientra a Treviso. Francesco entra nel gruppo scout di Santa Maria del Rovere. Dal 1952 al 1998 è dapprima akela (cioè capo dei lupetti), poi caporiparto e infine capogruppo. Nel 1954 in occasione di una mostra scout, conosce Anna Maria Feder che diventa sua moglie il 7 agosto 1968. Durante il soggiorno asolano aveva abbandonato gli studi che verranno completati molto più tardi con il diploma conseguito al liceo artistico di Venezia. Diploma che è il passaporto indispensabile per accedere al consenso del futuro suocero, il colonnello Feder. Nella seconda metà degli anni Cinquanta lavora presso le Grafiche Trevisan di Caselfranco Veneto come disegnatore pubblicitario. Nei primi anni Sessanta apre un suo studio pubblicitario. Lo chiama SIVA: apparentemente un acrostico ma in realtà trasposizione di si va. Cioè nel senso di si comincia, mi butto in questa impresa. Realizza anche copertine importanti per alcuni giornali, in particolare per il settimanale diocesano di Treviso, La vita del popolo. A metà degli anni Cinquanta (e fino a tutto il 1974) abbandona l’incisione continuando tuttavia a dipingere. Nel 1974 riprende ad incidere. Successivamente chiude lo studio pubblicitario per dedicarsi esclusivamente all’incisione e alla pittura ed inizia il suo itinerario espositivo con una prima rassegna di dipinti e disegni presso il Circolo Ufficiali di Treviso. La sua prima personale. Nel 1981 viene diagnosticato alla moglie un tumore alla vescica e la sua attività artistica subisce una prima battuta d’arresto. Nel 1985 pubblica Alberi Anime (ed. Circolo Culturale Teorema). Non è la prima silloge poetica, perché nella sua infanzia la mamma aveva raccolto e in qualche modo pubblicato le prime liriche del precoce poeta. Nel 1987 la moglie Anna muore per una recrudescenza del male. E l’attività di Francesco subisce una seconda forte scossa. Nel 1989 crea la Fondazione Anna Maria Feder Piazza. Nel 1992 esce la silloge poetica Mendicavamo canti di usignoli (ed. La Stamperia dell’Ariete). Nel 2017 uscirà postuma la silloge Se vivere è un camminare leggero (ed. Biblioteca dei Leoni). Nel 1995 viene colpito da un ictus che pone fine alla sua attività artistica. Il fratello Gino affida la cura di Francesco alla Fondazione e ai suoi amici. Nel 2003 viene meno Gino. Francesco muore il 28 luglio del 2007, poche ore dopo aver avuto tra le mani Il vento e la roccia, la biografia della moglie ancora fresca di stampa. La attendeva, con tutta evidenza. Sul volto ricordo un misto di sorriso e pianto. E un tremito profondo. La notizia della sua morte mi raggiunse mentre visitavo l’imponente biblioteca del monastero di Yuso, a... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/LA-CHIARA-TENDA-DI-ANNA-E-CHECCO-DOTO.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4274" alt="la-chiara-tenda-di-anna-e-checco-doto" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/LA-CHIARA-TENDA-DI-ANNA-E-CHECCO-DOTO-239x300.jpg" width="239" height="300" /></a></p>
<p align="right"><b><i>E se ricordo frescure<br />
di larghe ombre sull’erba<br />
o quel vibrare terso<br />
del cielo sopra dei gelsi,<br />
e se ricordo la corsa<br />
d’acqua tremante di giunchi<br />
presso le aperte campagne<br />
è te che sento di avere<br />
in questi miei occhi assorti<br />
e il canto del bel mattino<br />
sono le tue parole.<br />
</i></b><i>(Dopo le ore felici</i>,<br />
Francesco Piazza,<br />
dalla silloge <i>Se vivere è un camminare leggero)</i><b><i></i></b></p>
<p> <b>di Gian Domenico Mazzocato</b></p>
<p>Il 21 marzo 1981 nel giardino di casa Piazza fiorisce un gazebo.<br />
Uno spazio destinato a diventare cuore vivo del piccolo parco. È il giorno di san Benedetto, della <i>rondine sotto il tetto</i>, del trionfale ingresso della stagione fiorita.<br />
L’idea è venuta ai <i>biscarenses </i>durante uno dei viaggi vagabondi nell’Italia centrale. Uno spuntino in autostrada in un piccolo gazebo che sarebbe diventato il modello. Materiale di recupero, all’insegna della povertà e del riutilizzo assoluti.<br />
Luogo di ciacole, di canti, di agapi fraterne, di bevute, di sodalità.<br />
A suo modo sacro, dunque. Robusto, aperto su tutti i lati, comodo. Grazie al lavoro dei <i>biscarenses</i>. Così Francesco Piazza battezza la splendida umanità che gravita attorno alla strada dei Biscari e così incide su una lastra che viene inchiodata al palo centrale.<br />
Tra serio e faceto, come era nel suo carattere perennemente assorto e in equilibrio tra battuta e riflessione.<br />
Fa venire in mente l’immagine che crea Paul Celan, il grande intellettuale rumeno di origini ma tedesco di madrelingua. Deve definire, conferire fattezze fisiche alla sua idea di poesia.<br />
La poesia è parola elevata a tenda, capace di riunire sotto di sé gli altri. <i>La chiara tenda da rizzare / grazie al canto</i>, dice.<br />
Per sua natura la tenda è aperta a tutti. Ammette ritardatari, considera normale che qualcuno se ne vada prima del tempo. In cambio chiede capacità di ascolto, desiderio di mettersi in sintonia con gli altri. La tenda è i quattro punti cardinali, è la rosa dei venti. Non distingue, non seleziona tra le creature con le quali il buon Dio popola il pianeta. Spazio per ognuno, rispetto di ogni idea, franchezza del dire.<br />
Certo è uno spazio ampio e generoso simile alla <i>chiara tenda</i> di Celan quello che occupa l’anima di Francesco Piazza la sera del 29 luglio 1989.<br />
Anima dolente e spazi dilatati e sonori. Anna è mancata da poco più di due anni, il 17 febbraio 1987.<br />
Rimbomba un’eco fragorosa, eloquente come una tempesta. Solleva onde di emozioni. Checco scrive una lirica sulla scia de <i>Il nostro Pascoli</i> (questo il titolo, versi che appartengono alla silloge <i>Mendicavamo canti di usignoli</i>).<br />
La rileggiamo, ancora coinvolti nella marea di quel sentimento.<br />
<i>Quando la remota / a noi estranea calura / il prato opprimeva e sfiancava / i cani nel «gazebo» ansimanti, / io declamavo Romagna / all’ombra della mimosa / «co’ suoi pennacchi di color di rosa». / Tu sorridevi e, strette le mani, / raccolta come in preghiera, / «Al mio cantuccio, dove non sento / se non le reste brusir nel grano»… / recitavi con voce dolcissima / e ancora adesso mi brillano gli occhi / ed il cuore si allarga / come un mare nel prato, / «L’ora di Barga». / Anche per te mancò il tempo / per uno sguardo amoroso / alla siepe di pirus / al giovane ontano, / alle betulle, all’acero, / al nido sfatto nel funereo tasso.<br />
</i>L’immagine del nido, del nido sfatto, è pascoliana.<br />
Ma Piazza la reinventa, la cala nella sua realtà di uomo dimidiato dalla partenza di Anna Maria. Il dire pascoliano è intimo, pervaso dalla fragilità di un tempo minimo e quotidiano, scandito, irreversibile. Così è il tempo di Francesco, spezzato dalla sofferenza umana e dalla morte di Anna.<br />
Il gazebo davvero diventa parola elevata a tenda.<br />
Parole leggere, parole avvolgenti, parole di accoglienza, parole di disponibilità. Parole che si fanno evento educativo, parole che diventano immagine incisa e pennellata. Parole, dunque, leggere e pesantissime.<br />
Le vele della tenda sono edificio solido, di pietra.<br />
C’è diffusa e soffusa bellezza nella vita di Anna e Checco, c’è complementarità nel loro stare insieme. Incessante e continuamente rinnovato incontrarsi.<br />
La vita come incontro, come proposta, come ricchezza morale. Opulenta e tracimante. In tanti abbiamo goduto di quello straordinario privilegio di essere a contatto con il percorso terreno di Anna e Checco. Tutti ne avvertiamo l’assenza. Tutti siamo consapevoli che la loro presenza sfida il tempo.<br />
In ciò che resta.<br />
Nel solco memoriale tracciato da Anna, nella effusione di parole che ha scritto, nell’intelligenza del suo dire. Nell’opera pittorica e poetica di Francesco Piazza. Nella fondazione che ne porta il nome e rende continuamente fresco e vivo il loro messaggio e la loro eredità morale.<br />
Messaggio ed eredità sono fonte fresca e zampillante.<br />
Per dirla con Checco, anche il nostro cuore si allarga come un mare nel prato. Quel mare ci obbliga a trasformare il ricordo in forza viva.<br />
Una assenza / presenza fertilissima. Con le parole di Checco, ancora.<br />
<i>A notte ho appuntamento con le stelle, / infantile rifugio di ogni notte, / una pausa di intesa / raggiunta dopo tutta una giornata / di vita male spesa, / comunque consumata / nell’assenza di te, dolce compagna. </i>(<i>A notte</i>, in <i>Mendicavamo canti di usignoli</i>, con data giugno 1987).<br />
Appuntamento eterno con Anna e Checco sotto un cielo stellato.<br />
Quel gazebo è icona e simbolo di uno stile di vita, di un programma morale. Può essere assunto come immagine complessiva della vita di Anna Maria Feder e Francesco Piazza. Anche come sintesi di quanto essi hanno saputo costruire, fisicamente e moralmente, in strada dei Biscari a nord di Treviso, nella zona di San Paè (o San Pelajo, se si preferisce).<br />
<i>Una casa aperta ad ogni ora, con la chiave nella porta e il cancello senza lucchetti: Checco, nei primi tempi, si rifugiava in bagno e fumava appoggiato alla finestra perché mal sopportava la confusione. Col passar del tempo e con l’opera di convincimento di Anna Maria, lo stile della casa divenne anche il suo stile. Si viveva in una sorta di comunità senza regole scritte</i>. È una frase che riprendo dalla biografia di Anna Maria Feder.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-001.jpg"><img class="size-medium wp-image-4273 aligncenter" alt="feder-piazza-001" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-001-233x300.jpg" width="233" height="300" /></a><br />
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<p>Nella mia vita professionale ho goduto della fortuna di affrontare la figura di Anna (e dunque anche di Francesco) perche la fondazione a loro intitolata mi ha affidato il compito di scriverne la biografia.<br />
Ripeto, fondamentale per il mio lavoro di scrittore, per la mia crescita come persona. E voglio rivelare un episodio minimo ma, credo, molto suggestivo.<br />
Il titolo di quella biografia è, come tutti sanno, <i>Il vento e la roccia</i>. Me lo aveva suggerito lo stesso Checco il quale, per giustificare le proprie paciosità e sedentarietà, aveva formulato la teoria che Anna, la donna, era il vento, sempre in movimento, capace di scompaginare tutto, mentre lui, il maschio, era roccia, la stabilità.<br />
Ovviamente il titolo è l’ultima (peraltro importantissima, ovvio) cosa cui si pensa quando si scrive e si pubblica un libro. I redattori della Paoline Editoriale Libri mi dissero che era loro prassi mettersi in condizione di scegliere fra tre titoli. Io dovevo suggerirne altri due, si capisce, oltre <i>Il vento e la roccia</i>. Il mio imbarazzo fu grande. Lo risolsi dicendo loro che operassero pure le scelte editoriali e redazionali che parevano più adeguate, ma che, per quanto mi riguardava, il solo pensiero che non fosse quello il titolo mi faceva stare male.<br />
Anche perché, annoto qui, entrambi erano vento e roccia, a dispetto del perentorio (ma sempre ironico) distinguo di Checco. Entrambi avevano saldezza di principi valoriali ed erano roccia. Entrambi possedevano estro, fantasia, inventiva ed erano impeto di vento.<br />
Entrambi sapevano dove abitava il loro <i>ubi consistam</i> fisico e morale, entrambi avevano la leggerezza e l’intelligenza per trascorrere da un’idea all’altra e mettersi continuamente in gioco e in discussione.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-002.jpg"><img class="size-medium wp-image-4272 aligncenter" alt="feder-piazza-002" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-002-191x300.jpg" width="191" height="300" /></a><br />
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<p>Anna Maria Feder Piazza nasce a Pesaro il 4 agosto 1933 da Antonio Feder e Matilde Coppitz, prima di tre fratelli. Seguiranno Maresa e Franco.<br />
Si trasferisce a Roma fino al settembre del 1939. Poi, sempre seguendo il padre che è ufficiale dell’esercito, va ad abitare a Firenze dove frequenta le elementari.<br />
Durante la guerra (1943) la famiglia, per non lasciare solo il nonno paterno rimasto vedovo, si trasferisce a Sant’Eraclio di Foligno. Lì Anna frequenta la scuola media inferiore e i due anni di ginnasio.<br />
È il periodo in cui Anna conosce il mondo scautistico ed entra a far parte dell’Associazione Guide Italiane. Fa la sua promessa di guida il 12 ottobre 1947.<br />
L’anno successivo, nel 1948, la famiglia si stabilisce a Treviso, nel quartiere di santa Bona. A Treviso Anna frequenta il liceo classico, in parte al Canova e in parte presso le Canossiane.<br />
Nasce il suo impegno per trasferire la sua esperienza scout a Treviso.<br />
In città fonda nel 1948 il primo riparto AGI, formato all’inizio da due squadriglie. Anna è dapprima <i>caposquadriglia</i>, poi, fino al 1964, <i>caporiparto</i>.<br />
Contemporaneamente, nella casa dei genitori, porta avanti l’esperienza della <i>stanzetta</i>.<br />
Diventa prima <i>incaricata di zona</i> (provincia) carica che mantiene fino al 1965, poi <i>incaricata regionale </i>della Branca Guide e in seguito <i>commissaria centrale</i> della Branca Guide dal 1968 al 1970.<br />
Nel frattempo Anna, finito il liceo, si iscrive alla facoltà di lettere a Padova. Si laurea nel luglio del 1958 discutendo una tesi su <i>Gli aspetti dell’architettura medioevale di Treviso</i> (relatore è Sergio Bettini).<br />
Dopo la laurea si dedica all’insegnamento nella scuola media inferiore. Il primo incarico è alle Canossiane di Treviso, poi alla scuola media di Oderzo, infine nelle trevisane scuole medie Serena e Coletti.<br />
Nell’ambito del mondo scout, nel 1954, aveva conosciuto il pittore e incisore Francesco Piazza che il 7 agosto 1968 diventa suo marito.<br />
Dopo il matrimonio vanno ad abitare in strada dei Biscari, civico 22.<br />
Nell’inverno del 1981 si manifesta un tumore alla vescica. Viene operata nell’autunno del 1982.<br />
Già nel 1972 aveva dovuto subire una isterectomia per un tumore, non maligno, all’utero.<br />
In quel 1982 si ammala anche il fratello Franco (morbo di Hodgkin) che muore il 13 febbraio 1984.<br />
Anna si ammala di nuovo nel 1986 (tumore ai polmoni) e muore il 17 febbraio 1987.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-003.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4271" alt="feder-piazza-003" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-003-215x300.jpg" width="215" height="300" /></a><br />
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<p>Sono queste le scarne note biografiche di Anna Maria Feder. Una vita che ha i due capilinea nella natia Pesaro e in Treviso, città di approdo. Poco più di cinquant’anni. Verrebbe da dire che le anime grandi si consumano in fretta. E anima davvero grande Anna fu.<br />
Nel suo lavoro, nella sfera degli affetti domestici, nell’accettazione della prova e del dolore. In una delle ultime uscite sul Montello, in compagnia di Lino Bianchin, amico e figlio spirituale, quando ormai era chiara la percezione del transito terreno, contemplando il panorama, si lasciò andare. Disse: “Quanta bellezza…”.<br />
Il dolore, il rimpianto per una vita ancor giovane che fuggiva.<br />
Straordinaria indagatrice dell’animo umano, capace di intuire il problema in un’altra persona, generosa nel cercare di aiutare. E discreta nell’attesa, mai a forzare i tempi e le scelte individuali. Come insegnante si fece carico di una infinità di pietre scartate dai costruttori e le seppe trasformare in testate d’angolo.<br />
Accanita lettrice, inculcò nei suoi allievi la percezione di quale infinita ricchezza potesse venire dai mondi che si schiudevano nelle pagine dei libri. Riversava il suo amore per questo o quell’autore sugli altri. Un misto di istintività primigenia e di saggia ragionevolezza, i tratti cioè di una profondità morale assoluta.<br />
Fragile, eppure dotata di una sensibilità forte, al confine con la profezia.<br />
Ricordo quando leggevo le parole affidate ai suoi carnet de route, in preparazione della biografia.<br />
Non avevo ancora la minima idea di come narrare il personaggio, quali tagli di luce dare al racconto per illuminare la sua personalità, quali priorità accogliere. Più semplicemente cosa mettere in primo o in secondo piano.<br />
Confesso di aver provato paura e di essermi sentito inadeguato a seguirla negli abissi delle sue riflessioni. Ho avuto bisogno di fermarmi, di lasciare che le parole e le confidenze fatte alle carte decantassero e si stratificassero nella mia anima. Soprattutto mi pareva di violare (probabilmente sono stato il primo a leggere tutto quello che lei ci ha lasciato) e quasi profanare una vita segreta, una dimensione di sé che lei volutamente aveva lasciato in ombra.<br />
Ad esempio i momenti in cui sentiva la solitudine e la responsabilità della sua posizione di comando. Entrava nella sede dove sarebbe stata raggiunta di lì a poco dalle altre guide. Nel silenzio come di eremo e nell’attesa, interrogava se stessa, lasciava affiorare e scorrere i suoi dubbi. Ma enfatica, mai melodrammatica, ma dura e fragile ad un tempo. Riflessioni anche doloranti sempre a ciglio asciutto. Codificava, inventariava, faceva bilanci. Mai certezze assolute, sempre rimettendosi in gioco.<br />
Ebbene, mi sono sentito un intruso, profondamente in crisi (oltre che impari) davanti alle sue riflessioni. Ho tremato quando ho letto <i>…Io ho imparato a guardare la vita senza falsi pudori e senza lenti. Spero che nessuno leggerà mai perché se qualcuno leggesse resterebbe inorridito che io abbia avuto il coraggio di pensare o di scrivere queste cose.<br />
</i>Anna spera che nessuno legga e <i>io stavo leggendo</i>. Per di più con la presunzione di capirla, di fare sintesi e di raccontarla agli altri.<br />
Che fare? Ero perfino spaventato. Sennonché, ad un certo punto, proprio lei, proprio con le sue parole di intuizione profetica, di sacro presagio, mi è venuta un soccorso. E trovo una annotazione in cui afferma che se scrive, in fondo, è perché pensa che le sue parole prima o poi potranno essere utili a qualcuno.<br />
Allora mi sono sentito accolto da Anna, nel cuore delle sue riflessioni più profonde, negli attimi di più intimo raccoglimento interiore.<br />
Vocata all’educazione.<br />
Pensa alle sue Guide e dice <i>Vi dirò che vi amo con tutto l’amore del mondo, con il cuore della vostra mamma e la comprensione e l’entusiasmo della mia giovinezza. …Allora so che siete mie perché vi ho ricostruito pezzo per pezzo, come volevo io… siete mie perché ci completiamo, perché quando siamo insieme scorre quel fluido per cui voi accettate la Anna Feder così com’è… io non vi lascerò mai a costo di tutto perché, malgrado i bei discorsi degli altri, voi avete bisogno di me…<br />
</i>Perfino dura nella consapevolezza del proprio ruolo.<br />
Tuttavia respiro largo e visione apertissima. La vita come avventura, la vita come gioco, come scoperta continua e come esplorazione del fuori di sé.<br />
Nel rispetto totale delle capacità, delle scelte e dei carismi individuali.<br />
Scrive su una rivista nei primi anni Settanta<i>: Credo che la vita sia gioco e avventura diversi per ognuno di noi. Così mi è accaduto abbastanza spesso di dovermi tuffare in me stessa alla ricerca della mia verità e della mia essenza. All’esterno molte vite sembrano simili; si potrebbero determinare delle categorie e comodamente calarvi dentro le persone. Salvo alcuni casi sporadici, ognuno rientrerebbe in una categoria e scorrerebbe sui binari di essa assieme a migliaia di altre persone. Tutta qui la vita umana? Eh sì, senza la coscienza, sì. È la coscienza la fonte dell’avventura individuale, la mia unica possibilità di scoprire la verità e farne la mia verità, di intuire la bellezza e di andare verso di essa con amore, con il mio modo di amare che è così mio che ne posso parlare ma non lo posso comunicare.<br />
</i>Poi aggiunge: <i>Ogni persona che educa ha questa responsabilità nei confronti dell’altro: aiutarlo in questa ricerca, in questa scoperta del proprio io interiore, perché </i>educare<i> vuol dire </i>tirar fuori<i> e contemporaneamente creare le condizioni adatte, perché oltre alla scoperta di sé, nasca nell’altro il desiderio di realizzare la propria avventura umana: ecco l’educazione all’autoeducazione.<br />
</i>Di grandioso e coinvolgente nell’educatrice Anna era la voglia di sfidare le difficoltà. E la capacità di scommettere sul futuro degli allievi a lei affidati. Meglio, la volontà di aiutarli a vincere la scommessa della vita. Anna entra nei loro problemi, se ne fa carico, ne cerca il riscatto.<br />
Dice: <i>Nessuno sente la tragedia di questi poveri ragazzi… La famiglia li veste e li nutre, la scuola li imbottisce e li standardizza, i cosiddetti educatori tentano di incasellarli e soffocarli, lo stato se ne lava le mani e invece bisogna amarli i ragazzi, senza stupidi preconcetti, bisogna credere in loro… sono la vita della nazione, sono la fede in un mondo migliore.<br />
</i>Soffre per gli educatori che <i>compiono un delitto ogni volta che avvicinano un ragazzo</i>. Contempla con dolore la condizione di solitudine degli adolescenti alle prese col <i>caos del mondo</i>.<br />
Personalità affascinante, eletta senza essere aristocratica. Sensibilità acuta e generosità. Anna era diversa, unica. Sapeva essere elastica ed accomodante, non giudicava mai. Accettava ognuno, accettava ogni idea.<br />
Sapeva che ogni persona è portatrice di una valore proprio e irripetibile. E lei aveva affinato una particolarissima sensibilità che la portava a far affiorare quel valore, a portarlo alla superficie. Come si dice, era maieutica. Aiutava a dipanare le interiorità.<br />
Prefigurò le sue scelte e la sua vita in quel miracolo umano prima che pedagogico che fu la <i>stanzetta</i>.<br />
Una iniziativa nata dopo la morte di don Ugo De Lucchi, nel 1959, e sulla sua scia. Don Ugo era assistente ecclesiastico di Checco, ma Anna, a quel tempo già fidanzata di Checco, aveva avuto con lui solo una breve conversazione. Avvertì tuttavia l’esigenza di raccogliere tanti ragazzi che si trovarono di colpo senza luogo di aggregazione. Creare subito un luogo deputato alla donazione. Ecco il posto giusto.<br />
Una stanza grande come un soggiorno, nella parte disabitata della grande casa dei Feder, proprio davanti alle carceri trevisane di santa Bona. Un vecchio tavolo di famiglia, tondo, al centro. Un altro tavolo, fratino, tra le due finestre. Una stufa smaltata di ceramica blu. Sulla parete opposta alle finestre una libreria nera di ferro e assi.<br />
Adolescenti, ragazzi, uomini già fatti e adulti. Anna dava a suo padre un contributo per le spese di luce e riscaldamento. Vai e vieni continuo, libero. Orario aperto: dal primo pomeriggio fino a sera tarda, ora di cena. Al piano superiore un vecchio granaio che ospitava talora feste danzanti e magari in maschera. Nel granaio, durante l’inverno, stava il tavolo da ping pong, molto praticato, come del resto il gioco delle bocce davanti a casa.<br />
I dubbi attraversano Anna.<br />
Non può non porsi il problema di come questa cosa appaia agli altri, in primis ai padroni di casa, i suoi genitori cioè. Più che ai pettegolezzi che possono nascere e alle interpretazioni equivoche di quella realtà, teme che i primi a fraintendere siano proprio i fruitori del luogo. Ha paura che diventi un posto per <i>perdigiorno</i>, che l’opportunità che intende offrire diventi piuttosto l’occasione per impigrire, per perdersi in chiacchiere.<br />
Anna seguiva con particolare impegno qualcuno che doveva sostenere esami universitari o preparare la tesi. Ci sono gli amori che fioriscono e durano una breve stagione. Nascono grandi amicizie e colleganze, crogiolo e fucina di rapporti che hanno resistito al logorio degli anni.<br />
Anna era il centro.<br />
Aveva una capacità unica di saldare vincoli, di riappacificare, chiarire, mediare. Talora sembrava perfino dimenticare se stessa. Qui è la forza del suo impegno, la potenza della sua visionarietà. Quando nasce la <i>stanzetta</i>, Anna ha 26 anni, sente il peso delle sue scelte.<br />
Oggi tanti dicono di aver trovato la loro strada in quella stanzetta. Di aver messo a fuoco la propria scelta esistenziale.<br />
Sì, fu un miracolo, una vicenda irripetibile.<br />
E Anna? Anna, anche, si sentiva sola, insicura, inadeguata.<br />
Molte volte afferma che vorrebbe fare di più. Scrive:<i> Nessuno è più solo di me per colpa del mio cuore che mi lega a tutti e non si accontenta e vuole ancora toccare gli abissi più inesplorati e vuole sentirsi sempre vivo, sempre, ed è una continua corsa tra vertici e abissi. Vivo per impulso, mi sono cacciata nelle situazioni più difficili, più paurose, sempre per irrefrenabile impulso ed ora, giunta a questo punto, non sono più capace di soffrire per gli altri, non so cosa significhi vivere preservando se stessi, non so più cosa voglio.</i><br />
È la solitudine dell’aquila che vola alto e tutto vede. È lo smarrimento delle anime scelte e profondamente vocate ad una missione.<br />
Su questo piano, certo, è avvenuto il suo incontro con Francesco Piazza di cui è stata donna e musa ispiratrice,<br />
Così diversi, eppure fatti l’uno per l’altro. A completarsi a vicenda. Lei ci scherzava, non le erano certo mancati i corteggiatori<i>. Ho scelto Checco</i>, diceva<i>, perché ero sicura che mi avrebbe fatto ridere. E ridere tanto.<br />
</i>In realtà era sempre lei. Generosa nello scommettere sulle risorse degli altri, sulla loro intelligenza. Francesco Piazza non sarebbe stato l’artista che è, consegnato alla storia dell’arte italiana, senza di lei. Senza la sua visionarietà, senza il suo cuore profetico, senza il suo vedere oltre il velo della contingenza.</p>
<p style="text-align: center;">****</p>
<p>Francesco Piazza nasce a Venezia, in Campo San Polo, il 17 agosto 1931 da Giuseppe Piazza e Dina Fraschetti, secondo di due fratelli.<br />
Il maggiore, Gino, è nato nel 1926, nome preso dallo zio, generale degli alpini, eroe dell’Ortigara e medaglia d’argento. Alla morte del padre, procuratore speciale delle Assicurazioni Generali, avvenuta nel settembre del 1933, la famiglia si trasferisce a Treviso in via Monte Piana. Di fronte a loro abita il pittore e incisore Giovanni Barbisan.<br />
Enrico Fraschetti, il nonno materno, pisano e pittore macchiaiolo, lo avvia in giovanissima età al disegno e alla pittura.<br />
Fa ben presto conoscenza del suo dirimpettaio, Giovanni Barbisan, che lo indirizza alla tecnica dell’incisione.<br />
Nel 1948 il fratello Gino trova lavoro presso la Banca Cattolica del Veneto in Asolo e la famiglia si trasferisce là. Francesco e Gino fondano lo scautismo asolano.<br />
Nel 1952 la famiglia rientra a Treviso. Francesco entra nel gruppo scout di Santa Maria del Rovere. Dal 1952 al 1998 è dapprima <i>akela</i> (cioè capo dei lupetti), poi <i>caporiparto</i> e infine <i>capogruppo</i>.<br />
Nel 1954 in occasione di una mostra scout, conosce Anna Maria Feder che diventa sua moglie il 7 agosto 1968.<br />
Durante il soggiorno asolano aveva abbandonato gli studi che verranno completati molto più tardi con il diploma conseguito al liceo artistico di Venezia. Diploma che è il passaporto indispensabile per accedere al consenso del futuro suocero, il colonnello Feder.<br />
Nella seconda metà degli anni Cinquanta lavora presso le Grafiche Trevisan di Caselfranco Veneto come disegnatore pubblicitario.<br />
Nei primi anni Sessanta apre un suo studio pubblicitario. Lo chiama SIVA: apparentemente un acrostico ma in realtà trasposizione di <i>si va</i>. Cioè nel senso di <i>si comincia</i>, <i>mi butto in questa impresa</i>. Realizza anche copertine importanti per alcuni giornali, in particolare per il settimanale diocesano di Treviso, <i>La vita del popolo</i>.<br />
A metà degli anni Cinquanta (e fino a tutto il 1974) abbandona l’incisione continuando tuttavia a dipingere.<br />
Nel 1974 riprende ad incidere. Successivamente chiude lo studio pubblicitario per dedicarsi esclusivamente all’incisione e alla pittura ed inizia il suo itinerario espositivo con una prima rassegna di dipinti e disegni presso il Circolo Ufficiali di Treviso.<br />
La sua prima personale.<br />
Nel 1981 viene diagnosticato alla moglie un tumore alla vescica e la sua attività artistica subisce una prima battuta d’arresto.<br />
Nel 1985 pubblica <i>Alberi Anime</i> (ed. Circolo Culturale Teorema). Non è la prima silloge poetica, perché nella sua infanzia la mamma aveva raccolto e in qualche modo pubblicato le prime liriche del precoce poeta.<br />
Nel 1987 la moglie Anna muore per una recrudescenza del male. E l’attività di Francesco subisce una seconda forte scossa. Nel 1989 crea la Fondazione Anna Maria Feder Piazza.<br />
Nel 1992 esce la silloge poetica <i>Mendicavamo canti di usignoli</i> (ed. La Stamperia dell’Ariete). Nel 2017 uscirà postuma la silloge <i>Se vivere è un camminare leggero</i> (ed. Biblioteca dei Leoni).<br />
Nel 1995 viene colpito da un ictus che pone fine alla sua attività artistica. Il fratello Gino affida la cura di Francesco alla Fondazione e ai suoi amici.<br />
Nel 2003 viene meno Gino.<br />
Francesco muore il 28 luglio del 2007, poche ore dopo aver avuto tra le mani <i>Il vento e la roccia</i>, la biografia della moglie ancora fresca di stampa. La attendeva, con tutta evidenza.<br />
Sul volto ricordo un misto di sorriso e pianto. E un tremito profondo.<br />
La notizia della sua morte mi raggiunse mentre visitavo l’imponente biblioteca del monastero di Yuso, a San Millán de la Cogolla, qualche chilometro da Logroño, in Spagna.<br />
Lì, sulla via di Santiago di Compostela, ho pianto uno degli amici più straordinari della mia avventura esistenziale, fratello e maestro.<br />
In quel luogo di preci e studio, su quella strada millenaria battuta da schiere infinite di pellegrini, ho pensato che un’anima bella come la sua non aveva bisogno di preghiere per salire a contemplare il padre.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-004.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4276" alt="feder-piazza-004" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-004-300x218.jpg" width="300" height="218" /></a><br />
****</p>
<p align="left">La visione e pochi appunti a carboncino sul nitore del foglio.<br />
È un gioco, anche, perché la mente lavora a rovesciare l’immagine, una sorta di negativo, una visualizzazione allo specchio. Raschietti e bulini. La paziente incisione della cera stesa sulla lastra di metallo, la vigile attesa della morsura nell’acido e la pulitura. Poi la prima, trepidante inchiostratura e infine la trionfale pressione del torchio. Il genio e la manualità.<br />
E la dimensione sacrale come confida in versi: <i>Sarà l’odore di incenso / </i><i>che emana la lastra, / </i><i>sarà il profondo dolore / </i><i>che mi frequenta l’anima…</i><br />
Accanto all’educatrice maieutica, l’artista che fa cantare le lastre incise, che trasforma ed esalta la bassura della materia. Maieutico a sua volta.<br />
Quando, il 25 settembre 1995, esplode nella sua vita il grande silenzio indotto dall’ictus, Francesco sta lavorando ad una grande acquaforte .<br />
Il mondo piccolo e immenso del suo giardino, il pioppo, solitario gigante mosso dal vento. Appartiene alla sfera della terra e appartiene al cielo. Il pioppo è mediazione, preghiera che sublima, dimensione terragna e metafisica ad un tempo. Il mistero insondabile della creazione artistica che si leva sul magma della vegetazione sottostante.<br />
Francesco è solito commentare le sue incisioni con una didascalia, molto spesso un versetto tratto dalle sacre scritture.<br />
Frequenta con gioia (e lì attinge) la poesia del salmista. Per quella sua acquaforte Piazza ha scelto il salmo in cui Davide riflette sulla sorte del giusto e dell’empio. Il silenzio davanti al dio è segno fisico (tattile, si potrebbe dire) della speranza in lui. Perché, dice il salmista, <i>la giustizia del Signore darà secondo i meriti.</i><br />
Piazza raccoglie, in didascalia, il monito al silenzio: <i>Sta’ in silenzio davanti al Signore</i>.<br />
In quel momento l’artista sta codificando e narrando una vera e propria poetica del silenzio. Sta pregando, sta recitando un esorcismo.<br />
L’uomo in dialogo con la propria creatura e, per il tramite di questa, con l’intero creato che è a sua volta un farsi continuo e cangevole.<br />
Quando arriva il grande silenzio è come se deflagrasse il tempo, che si interrompessero un rito e una liturgia. Uno sfregio che è fardello pesante sull’anima di tutti.</p>
<p style="text-align: center;" align="left">*****</p>
<p align="left">Piazza è stato pittore straordinario, incisore eccelso.<br />
Ha inciso qualcosa come 600 lastre, praticamente tutte conservate dalla Fondazione. Ha incominciato ben prima dei vent’anni, durante il soggiorno asolano, un periodo fertile di tentativi e sperimentazioni. La prima lastra (probabilmente una sola copia tirata) è andata perduta. Tanto che anni dopo attribuirà il titolo di prima acquaforte ad una incisione del 1949 (<i>La casa dei Romano, prima acquaforte della mia vita</i>).<br />
Nel 1954 vince il primo premio alla Mostra del Bianco e Nero di Cittadella. L’incisione (<i>San Nicolò</i>, 1952) è uno sguardo sopra i tetti di Treviso, con in lontananza la quasi millenaria chiesa cui era annesso il convento dei domenicani (oggi seminario vescovile). Poi, alla metà degli anni Cinquanta, l’acquaforte sparisce dalla sua vita.<br />
Dirà così, di quel periodo di offuscamento, in un’intervista<i>: mi parve di non avere più la quiete, la serenità, i tempi lunghi necessari per quel tanto di introspezione, di solitudine, di tranquillità spirituale che ti fanno godere il dialogo con la lastra.<br />
</i>Il dialogo con la lastra.<i> </i>Parole che valgono un’intera poetica e perfino un racconto.<i><br />
</i>Riavvicinerà bulini e lastre nel 1974, quasi venti anni dopo. Si deve vivere. L’esperienza del lavoro fisso alle Grafiche Trevisan di Castelfranco è ricordo ormai perfino sbiadito. Geniale anche nel settore della grafica pubblicitaria. Disegnatore pulito, immaginifico, essenziale. Ha il talento di chi sa veicolare idee. Ma quel mercato è una giungla. Il design di una bottiglia per grappa reca qualche lira nelle sue tasche e una fortuna in quelle del committente.<br />
A riportarlo sulle tracce del segno acquafortistico, è la necessità di trovare una strada definitiva. E sono gli amici a rimettergli tra le mani tutto il necessario. Il bulino e le lastre, le vasche e gli acidi.<br />
Dopo qualche mese, arriva anche il torchio che evita pellegrinaggi presso stamperie aliene.<br />
Dalla metà degli anni Settanta fino al 1995, Francesco Piazza vive il ventennio fondamentale del suo itinerario artistico.<br />
Il segno apprende la virtù di una leggerezza e, ad un tempo, di una densità precluse anche a grandi geni dell’incisione. Il suo mondo poetico si evolve e matura. Acquisisce profondità e spessore. Il dolore lo macera, lo aiuta a scoprire vie nuove e nuove aperture.<br />
Apprende a leggere con acutezza e sensibilità il mondo che lo circonda. Non solo nella grafica. Anche la sua tavolozza si calibra, acquisisce i verdi e gli ocra caldissimi che sono lo strumento narrativo che lo contraddistingue.<br />
Molto di più di un semplice stilema, piuttosto un modo di essere.<br />
Il fulgore primaverile del farsi della natura, l’apparente smorzarsi della forza fecondatrice di questa nello spegnersi dell’autunno, l’attesa di una nuova esplosione di fertilità. Tutto trova nel suo intenso paesaggismo una sintesi assoluta.<br />
All’inverno dedica poi le sue acqueforti più delicate e magistrali. In certi paesaggi nevosi il segno si fa impalpabile e ha tuttavia una sua consistenza scandita. Si vorrebbero suggerire parole come portento, miracolo, prodigio.<br />
Il segno di Francesco Piazza soggioga, affascina, incatena.<br />
La grande antologica che il trevisano Museo Bailo gli ha dedicato nel 2017 documenta questa capacità dell’artista di intessere un dialogo serrato e dialettico col fruitore. L’opera grafica come l’opera pittorica. La natura morta come il ritratto, il microcosmo del giardino di casa come l’universo delle campagne e delle colline trevisane.<br />
Lino Bianchin ha detto parole di grande intelligenza che aiutano a capire come l’artista si leghi alla dimensione scautistica. Un nodo importante, centrale alla comprensione della personalità di Francesco.<br />
“È stato, dice Bianchin, uno scautismo che anticipava, nei suoi fondamenti, l’enciclica Laudato si’. Là dove si sottolinea che l’autentico sviluppo umano deve prestare attenzione anche al mondo naturale e <i>tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato</i>… perché <i>il libro della natura è uno e indivisibile</i> e include l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.<br />
È questo lo scautismo che affascinò Checco e che lo provocò fino a fargli impegnare tutte le sue energie, la sua fantasia e le sue abilità, per un servizio educativo del quale abbiamo conosciuto la straordinarietà e del quale siamo tuttora debitori. Uno scautismo che proponeva un’adesione gioiosa al cristianesimo. Il cristianesimo del Gloria, più che della penitenza”.<br />
Che straordinario narratore di questa terra, cantastorie ammaliante, affabulatore trasognato e assoluto. È l’umiltà dei grandi, l’umiltà di san Francesco che si lascia attraversare dal mistero metafisico del creato per tradurlo e irradiarlo al resto dell’umanità.<br />
La grandezza di Francesco Piazza commuove e travolge.<br />
Una ricerca incessante, non uno sterile perfezionismo. Che si esprime anche attraverso le didascalie giustapposte alle sue opere grafiche.<br />
Mi sono trovato a dire nel catalogo di quella antologica al Bailo che <i>la didascalia reclama un ruolo non subalterno rispetto all’immagine perché la parola ha tale forza orfica e colmativa che, ben lungi dall’eludere il confronto con l’immagine stessa, ne esalta piuttosto la percezione, circoscrive l’area sentimentale, emozionale, estetica, filosofica in cui essa va intesa. Anzi: l’artista indica con mansuetudine un’alternativa a se stesso, una complementarietà al suo dire per segni grafici. E al tempo stesso, forte di una rivelazione che rinsalda e sostiene il suo mondo poetico e morale, accende con mano ferma la lampada che non può stare sotto il moggio perché deve spandere il fascio di luce sulla struttura del creato.</i><br />
Ancora oggi, a ripensarci, mi pare una verità definitiva.<br />
Anche perché una riflessione sul valore delle didascalie nelle opere di Francesco Piazza porta sulla spiaggia ampia e in chiaroscuro di Francesco Piazza poeta.<br />
Che i suoi versi siano di assoluta autonomia rispetto alle scuole e alle consuetudini delle mode e dei modi oggi imperanti, è evidente a chi legge le tre sillogi che raggruppano la sua produzione.<br />
Come si è detto, le prime due edite in vita, la terza postuma.<br />
La vicenda che ha portato alla pubblicazione di <i>Se vivere è un camminare leggero </i>(praticamente in contemporanea con l’antologica al Bailo) è esemplare sotto più aspetti.<br />
In primo luogo documenta la simbiosi con Anna Maria. Durante la ricognizione dei documenti utili a scrivere la sua biografia (io non ringrazierò mai a sufficienza gli amici che mi hanno aiutato nel mio lavoro, a cominciare da Lino Bianchin, Gianni Tosello, Nevio Solideo Saracco) è emersa una mole imponente di materiale inedito di Piazza: poesie coeve ad altre già apparse nelle precedenti sillogi e un corpus poetico importante successivo al 1992, anno di pubblicazione di <i>Mendicavamo canti di usignoli</i>.<br />
La poesia di Checco si nutre prima della presenza e poi della assenza di Anna. Comunque un nume, comunque una guida.<br />
I versi affondano le radici nelle emozioni quotidiane e nella memoria. Il meccanismo è tipico. Una piccola occasione, uno spunto minimo, un evento minuto nel vissuto quotidiano. E di lì il pensiero spazia, il piccolo flutto diventa ondata e maroso. Fa volare alti, ci porta nei labirinti dell’umano esistere.</p>
<p align="left">Poi la capacità pittorica di Francesco sciorina anche qui il meglio di sé. Il poeta risolve il suo dire in chiare immagini, gioiose e dolenti ad un tempo. Una luce che allude alla penombra, agli angoli dell’anima dove ci si raccoglie a riflettere, a ripensare e, se possibile, a progettare futuro.<br />
E infine questi versi, recuperati in funzione del lavoro su Anna, hanno rivelato tali forza e vitalità da chiedere di essere valorizzati autonomamente in una silloge che racchiudesse e rivelasse il tutto.<br />
Oggi come allora (quando li ebbi in mano, quando li rilessi, quando cercai di coglierne la filigrana dovendo redigerne la prefazione) mi pare che due siano i tratti distintivi della poesia di Piazza. Il sentimento dell’attesa e la presenza del mistero nella vita degli umani.<br />
Che a ben vedere si possono tranquillamente estendere alla complessiva produzione poetica di Piazza. Ho scritto che l’attesa può essere dramma, sussulto, speranza e disperazione: <i>Quando il mio orizzonte è deserto /e scompaiono i monti azzurri / io mi richiudo nell’ombra. / Lascio le nubi salire / e scomparire i raggi del sole / che da esse gemendo sfuggono / per ritornare come lame di spade</i>.<br />
L’attesa si colloca nel cerchio di un orizzonte che si spopola. Un nulla, un deserto. Condensa in respiro breve i monti azzurri, le nubi che salgono. Poi i raggi solari nel gemito del tramonto e il loro riaffiorare, come spade affilate. È la forza immaginifica della poesia di Piazza. Gorgo di energia coinvolgente.<br />
E il senso del mistero. Avvertii allora e avverto oggi che la poesia di Francesco <i>chiama (e qui esiste contiguità assoluta con la pittura e l’incisione) il silenzio, in una rarefazione di sentimenti ed emozioni. Perché il Silenzio si fa nume e divinità e svela i palpiti più segreti e remoti. I sussurri vitali.</i></p>
<p align="left">Mi pare ancora vero e valido. Ripenso (e trascrivo) versi come <i>Perché credo di udire / lo smunto ritorno dell’eco / se per nessuno io manco. / E di nessuno io saluto / pianti di dipartita? / Chi mi ha lasciato o di quale / mano sull’uscio attendo / il premere, certo, al ritorno? / L’ombra che mi accompagna / è di sentieri in sole, / e non la posso stringere / come donna tremante.<br />
</i>Oppure. <i>Grazie per tutto ciò, che, impossibile, / è balenato come scoppio di luce / alla tua magica mano / e per le ombre tenere, tese / al passo tuo docile e piano. / Grazie per quelle dita leggere / che sogni e speranze tessevano / e per quei tuoi sorrisi / che sfioravano cose e pensieri.<br />
</i>Vibra, in queste liriche, l’eco sonora del vivere, della quotidianità, dell’attesa di quello che sarà di noi dopo il salto nel grande, misterioso buio.<br />
Viene da pensare a Osip Ėmil’evič Mandel’štam, lo scrittore russo morto nel ’38 nel gulag di Vladivostok, che definisce la poesia un aratro. Capace di mettere allo scoperto e di portare alla luce i più profondi strati del tempo. Lui li chiama <i>la terra nera del tempo</i>.<br />
Quante volte ci siamo detti, fra noi sodali, <i>Checco vuole tornare da Anna, vuole reincontrarla</i>.<br />
Un modo per esorcizzare il mistero e per entravi con pudore.<br />
La certezza che Anna e Checco continuano a far fluire il numinoso, il divino, il mistero che era in loro.</p>
<p style="text-align: center;" align="left"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-005.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4275" alt="feder-piazza-005" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2019/07/FEDER-PIAZZA-005-229x300.jpg" width="229" height="300" /></a><br />
*****</p>
<p align="left">Sì, credo proprio che sia una buona definizione, quella attinta dalle parole di Paul Celan.<br />
Credo che Anna e Checco abbiano innalzato una chiara tenda. E che la vita stessa abbia abitato questo umanissimo tabernacolo. Una casa dello spirito e dell’umanità.<br />
Come in un canto scout di Francesco: <i>Pietra squadrata e stabile / nulla la scalfirà / senza di essa è fragile / ciò che si costruirà. // solo su essa valida / la casa sorgerà / con essa al centro è solida / ogni comunità. // Pietre sicure forti sarem / attenti alla Parola / lieti ed uniti agli altri darem / una certezza nuova</i>. (<i>Canto del campo della pietra viva</i>, 1981. Da <i>I 52 canti scout di Francesco Piazza</i>, Eurocrom Libri / Zanotto editore, con allegato CD che contiene i canti eseguiti dal coro La traccia).<br />
In una lettera allo scrittore tedesco morto nel 2015, Hans Bender, Celan scriveva: <i>Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. Viviamo sotto cieli cupi e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche. </i><br />
Vale per l’unicità di Anna e Checco.</p>
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		<title>LA VITTORIA IMPOSSIBILE</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2018 13:42:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Prefazione di Darwin Pastorin Eccola, finalmente. La prima antologia di racconti, tredici, dedicata all&#8217;ucronia sportiva. Si legge d&#8217;un fiato, ci fa riflettere, maledire, rimpiangere. Il gioco eterno del “se”. Quante volte abbiamo pensato nella nostra vita: e se fosse andata in maniera diversa, e se quel giorno, quell&#8217;appuntamento, quel ritardo&#8230; Lo sport è colmo di “se”: che non fanno storia, ma che ci proiettano in un universo parallelo, in un&#8217;altra dimensione, tra rimpianto e fantascienza, tra Borges e Asimov. Andrea Pelliccia e gli altri autori (bravi, senza se e senza ma) ci regalano pagine intense, emozionanti, commoventi. E io ripenso al mio amato poeta crepuscolare Guido Gozzano. Ricordate la poesia “Cocotte”? Non amo che le cose che potevano essere e non sono state&#8230; Ritorno ai miei dodici anni, al 1967. Giugno. Provino alla Juventus. Attaccante. Davanti ai maestri Pedrale e Grosso. Realizzo un gol con il ginocchio, ma vengo scartato. Non è vero. I maestri Pedrale e Grosso mi fanno i complimenti, vengo tesserato. E nel 1974 eccomi al debutto in serie A, con maglia bianconera, al fianco del mio idolo Pietro Anastasi. Contro il Brescia segno in rovesciata e il primo ad abbracciarmi è proprio lui, Pietruzzu. 9 ottobre. Ernesto Che Guevara viene assassinato nella selva boliviana mentre cercava di portare in America Latina il senso, i sogni e la prassi della rivoluzione cubana. L&#8217;Utopia dell&#8217;Uomo Nuovo. Non è vero. Il Che, seppure ferito, riesce a tornare a Cuba, salvato dal coraggio dei contadini boliviani. Morirà vecchio e sereno, dopo aver dato alle stampe la sua monumentale autobiografia di milletrecentocinquantasei pagine: “Nasce dal cuore la mia rivolta per i popoli”. 15 ottobre. Muore investito da un&#8217;auto, attraversando corso Re Umberto a Torino, insieme al compagno di squadra nel Torino Fabrizio Poletti, l&#8217;ala destra Gigi Meroni. Un fantasista, un beatnik, uno che dribblava anche le nuvole e girava sotto i portici antichi del capoluogo sabaudo con una gallina al guinzaglio. Pochi giorni dopo, sono al derby. In curva Filadelfia, con la mia bandiera bianconera listata a lutto. Tutti piangono. I granata vincono 4-0, tripletta di Nestor Combin, e rete di Alberto Carelli, sceso in campo con la maglia numero 7 della “farfalla granata”. Non è vero. Meroni viene sfiorato dall&#8217;auto. Ha un gesto di imprecazione, poi dice a Fabrizio: “La vita è un attimo&#8230; Dai torniamo a casa, non vedo l&#8217;ora di abbracciare Cristiana!”. Il derby finirà 3-3, tripletta della “farfalla” e tripletta di Menichelli. Gigi diventerà campione del mondo a Messico &#8217;70, segnando il gol della vittoria azzurra, su assist di Gianni Rivera, contro il Brasile di Pelé nella finale di Città del Messico. 3-2 per gli azzurri. Pelé dirà: “Questo Meroni è davvero un fenomeno. È il Mané Garrincha italiano”. Meroni, finita la carriera, ha passato anni e anni a insegnare i segreti del pallone ai bambini di Como. Ha continuato a disegnare quadri bellissimi e ha sempre rifiutato di prendere parte ai salotti calciatici televisivi. “Il calcio si gioca, non si discute”, diceva.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Prefazione di Darwin Pastorin</p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/12/LA-VITTORIA-IMPOSSIBILE-Large.jpg"><img class=" wp-image-4139 alignright" alt="la-vittoria-impossibile-large" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2018/12/LA-VITTORIA-IMPOSSIBILE-Large.jpg" width="236" height="389" /></a></p>
<p>Eccola, finalmente. La prima antologia di racconti, tredici, dedicata all&#8217;ucronia sportiva. Si legge d&#8217;un fiato, ci fa riflettere, maledire, rimpiangere. Il gioco eterno del “se”. Quante volte abbiamo pensato nella nostra vita: e se fosse andata in maniera diversa, e se quel giorno, quell&#8217;appuntamento, quel ritardo&#8230;<br />
Lo sport è colmo di “se”: che non fanno storia, ma che ci proiettano in un universo parallelo, in un&#8217;altra dimensione, tra rimpianto e fantascienza, tra Borges e Asimov. Andrea Pelliccia e gli altri autori (bravi, senza se e senza ma) ci regalano pagine intense, emozionanti, commoventi.<br />
E io ripenso al mio amato poeta crepuscolare Guido Gozzano.<br />
Ricordate la poesia “Cocotte”?<br />
<i>Non amo che le cose che potevano essere e non sono state&#8230;<br />
</i>Ritorno ai miei dodici anni, al 1967.<br />
Giugno. Provino alla Juventus. Attaccante. Davanti ai maestri Pedrale e Grosso. Realizzo un gol con il ginocchio, ma vengo scartato.<br />
Non è vero. I maestri Pedrale e Grosso mi fanno i complimenti, vengo tesserato. E nel 1974 eccomi al debutto in serie A, con maglia bianconera, al fianco del mio idolo Pietro Anastasi. Contro il Brescia segno in rovesciata e il primo ad abbracciarmi è proprio lui, Pietruzzu.<br />
9 ottobre. Ernesto Che Guevara viene assassinato nella selva boliviana mentre cercava di portare in America Latina il senso, i sogni e la prassi della rivoluzione cubana. L&#8217;Utopia dell&#8217;Uomo Nuovo.<br />
Non è vero. Il Che, seppure ferito, riesce a tornare a Cuba, salvato dal coraggio dei contadini boliviani. Morirà vecchio e sereno, dopo aver dato alle stampe la sua monumentale autobiografia di milletrecentocinquantasei pagine: “Nasce dal cuore la mia rivolta per i popoli”.<br />
15 ottobre. Muore investito da un&#8217;auto, attraversando corso Re Umberto a Torino, insieme al compagno di squadra nel Torino Fabrizio Poletti, l&#8217;ala destra Gigi Meroni. Un fantasista, un beatnik, uno che dribblava anche le nuvole e girava sotto i portici antichi del capoluogo sabaudo con una gallina al guinzaglio. Pochi giorni dopo, sono al derby. In curva Filadelfia, con la mia bandiera bianconera listata a lutto. Tutti piangono. I granata vincono 4-0, tripletta di Nestor Combin, e rete di Alberto Carelli, sceso in campo con la maglia numero 7 della “farfalla granata”.<br />
Non è vero. Meroni viene sfiorato dall&#8217;auto. Ha un gesto di imprecazione, poi dice a Fabrizio: “La vita è un attimo&#8230; Dai torniamo a casa, non vedo l&#8217;ora di abbracciare Cristiana!”. Il derby finirà 3-3, tripletta della “farfalla” e tripletta di Menichelli. Gigi diventerà campione del mondo a Messico &#8217;70, segnando il gol della vittoria azzurra, su assist di Gianni Rivera, contro il Brasile di Pelé nella finale di Città del Messico. 3-2 per gli azzurri. Pelé dirà: “Questo Meroni è davvero un fenomeno. È il Mané Garrincha italiano”. Meroni, finita la carriera, ha passato anni e anni a insegnare i segreti del pallone ai bambini di Como. Ha continuato a disegnare quadri bellissimi e ha sempre rifiutato di prendere parte ai salotti calciatici televisivi. “Il calcio si gioca, non si discute”, diceva.</p>
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		<title>INQUIETI GIARDINI</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Nov 2017 13:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Granziero Biblioteca dei Leoni LA PREFAZIONE IL RICAMO MISTERIOSO   Sfiorisce il calicantus dentro ai giardini. Andrea Granziero Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo. Rabindranath Tagore La poesia di Andrea Granziero circoscrive una geografia gentile e rarefatta. Ma non troppo. Già il titolo indica un luogo. Che è fisico e mentale insieme. Il giardino, molti giardini anzi. Proposti, programmaticamente, con la forza abrasiva dell’ossimoro. Il giardino suggerisce immagini di pace, tranquillità. Il luogo del respiro, della pausa, del verde vivo primaverile, del grigio autunnale. Del rinnovamento e del declino, alba e crepuscolo. Qui l’ansia si dovrebbe placare o almeno trovare un equilibrio. E invece i giardini sono inquieti, quasi percorsi da una vibrazione segreta. Da una domanda che mette in tensione e talora allarma. L’enigma del confine, l’angoscia del fuori.  È la grande tradizione europea, perennemente attiva in tante voci poetiche di oggi, dei vari simbolismi europei che, tra noi Italiani, hanno configurato i modi e le suggestioni pascoliane. Ma anche i “crepuscoli” di Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti. Per non dire Saba e gli ermetici fino ad Alfonso Gatto. Ha dunque una limpidezza senza tempo questo dire di Granziero. Un oggi che si nutre di sensibilità colte e antiche. Vi mette radici e ne elabora questo atteggiamento irenico e talora perfino magico. La vita segreta che percorre la natura, gli abbracci / congiungimenti tra i suoi elementi, il rivelarsi continuo di relazioni segreti tra le cose. Da Pitigliano alla Maremma, da Bolsena alle montagne, nella Treviso dei Buranelli e della Pescheria, Granziero suggerisce e propone una geografia precisa, territoriale. E tuttavia è sempre la geografia dell’anima a dilatarsi, espandersi, pervadere e invadere. Acquistano significato, si fanno protagonisti gli odori, le visioni (spesso un lampo di colore, una fotografia mentale che cristallizza un momento irripetibile), i gesti, il volgere rapido dello sguardo. Granziero ha scelto, per esprimere il suo mondo poetico, lo stile asciutto e disseccato degli haiku giapponesi, richiamati persino nella struttura tripartita di certe strofe.  Un sostantivo, un aggettivo, un verbo. Soggetto, predicato, oggetto. Ottiene così un’espressività che ammalia e tocca corde riposte. Non è difficile mettersi in sintonia. Si capisce che questo mondo poetico ha una storia lunga e una genesi lontana. Covato, nutrito a lungo: …si cova, / dentro l’urna molle e segreta, / non so che felicità nuova, direbbe Pascoli.  E in effetti qui siamo davanti ad una gioiosa felicità del dire e del raccontare. Che non esclude un velo di malinconia e, talora, di nostalgia. Ma nessun compiacimento, nessuna enfasi, nessun cedimento alla retorica: solo un guardare preciso e disincantato. C’è una verità che si fa largo, riordina le emozioni, le analizza con intelligenza. Dice: Tra i tumulti / del cuore / ho fatto posto / ai tuoi occhi / pieni di parole. È l’attesa impaziente / di altri cieli. Perché, quella di Granziero, è una geografia che cerca ed evoca altre geografie. Una dilatazione degli orizzonti e anche una dimensione oblativa di sé. Il poeta è disponibile sempre a una visione “altra”: Infatti nelle cose è traccia, orma e dunque indizio del metafisico. Risiede qui il fascino della poesia di Granziero. Rivelatrice Animus mundi: Non venirmi / così vicino / perché potrei / intravvedere / il mistero / e capire. // A te / è affidato / il sottile ricamo / dell’universo, / il sangue / e il sorriso / delle donne. Una ampia dichiarazione di poetica, a ben vedere. I paletti piantati sul confine del territorio che si intende esplorare: il mistero, l’universo inteso come sottile ricamo, il ganglio vitale del “tu” al femminile. La donna è affidataria del tessuto (trama e ordito) ricamato dell’universo, è sangue ed è sorriso. A fungere da tessuto connettivo è l’atteggiamento del poeta che ha paura che il mistero gli sia rivelato del tutto. La rivelazione globale, assoluta non appartiene agli umani. Nondimeno il poeta tale non sarebbe se non si assumesse esplicitamente il compito di indagarlo ed esplorarlo, il mistero. L’osservatorio, il planetario, il punto di osservazione è il giardino. Il giardino inquieto.   GIAN DOMENICO MAZZOCATO Treviso, maggio 2017  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b>di Andrea Granziero<br />
Biblioteca dei Leoni</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>LA PREFAZIONE<br />
IL RICAMO MISTERIOSO</b><b></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Sfiorisce il calicantus<br />
dentro ai giardini.<br />
Andrea Granziero</i></b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>Il fiore si nasconde nell’erba,<br />
ma il vento sparge il suo profumo.<br />
Rabindranath Tagore</i></b></span></p>
<p align="right">
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/granziero-inquieti-giardini.jpg"><span style="color: #000000;"><img class="wp-image-3837 aligncenter" alt="granziero-inquieti-giardini" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/granziero-inquieti-giardini.jpg" width="336" height="501" /></span></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">La poesia di Andrea Granziero circoscrive una geografia gentile e rarefatta. Ma non troppo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Già il titolo indica un luogo. Che è fisico e mentale insieme. Il giardino, molti giardini anzi. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Proposti, programmaticamente, con la forza abrasiva dell’ossimoro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il giardino suggerisce immagini di pace, tranquillità. Il luogo del respiro, della pausa, del verde vivo primaverile, del grigio autunnale. Del rinnovamento e del declino, alba e crepuscolo. Qui l’ansia si dovrebbe placare o almeno trovare un equilibrio. E invece i giardini sono inquieti, quasi percorsi da una vibrazione segreta. Da una domanda che mette in tensione e talora allarma. L’enigma del confine, l’angoscia del fuori.  </span><br />
<span style="color: #000000;"> È la grande tradizione europea, perennemente attiva in tante voci poetiche di oggi, dei vari simbolismi europei che, tra noi Italiani, hanno configurato i modi e le suggestioni pascoliane. Ma anche i “crepuscoli” di Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti. Per non dire Saba e gli ermetici fino ad Alfonso Gatto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha dunque una limpidezza senza tempo questo dire di Granziero. Un oggi che si nutre di sensibilità colte e antiche. Vi mette radici e ne elabora questo atteggiamento irenico e talora perfino magico. La vita segreta che percorre la natura, gli abbracci / congiungimenti tra i suoi elementi, il rivelarsi continuo di relazioni segreti tra le cose.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Da Pitigliano alla Maremma, da Bolsena alle montagne, nella Treviso dei Buranelli e della Pescheria, Granziero suggerisce e propone una geografia precisa, territoriale. E tuttavia è sempre la geografia dell’anima a dilatarsi, espandersi, pervadere e invadere.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Acquistano significato, si fanno protagonisti gli odori, le visioni (spesso un lampo di colore, una fotografia mentale che cristallizza un momento irripetibile), i gesti, il volgere rapido dello sguardo. Granziero ha scelto, per esprimere il suo mondo poetico, lo stile asciutto e disseccato degli haiku giapponesi, richiamati persino nella struttura tripartita di certe strofe.  Un sostantivo, un aggettivo, un verbo. Soggetto, predicato, oggetto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ottiene così un’espressività che ammalia e tocca corde riposte. Non è difficile mettersi in sintonia. Si capisce che questo mondo poetico ha una storia lunga e una genesi lontana. Covato, nutrito a lungo: <i>…si cova, / dentro l’urna molle e segreta, / non so che felicità nuova</i>, direbbe Pascoli. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E in effetti qui siamo davanti ad una gioiosa felicità del dire e del raccontare. Che non esclude un velo di malinconia e, talora, di nostalgia. Ma nessun compiacimento, nessuna enfasi, nessun cedimento alla retorica: solo un guardare preciso e disincantato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> C’è una verità che si fa largo, riordina le emozioni, le analizza con intelligenza. Dice: <i>Tra i tumulti / del cuore / ho fatto posto / ai tuoi occhi / pieni di parole</i>. È <i>l’attesa impaziente / di altri cieli</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché, quella di Granziero, è una geografia che cerca ed evoca altre geografie. Una dilatazione degli orizzonti e anche una dimensione oblativa di sé.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il poeta è disponibile sempre a una visione “altra”: Infatti nelle cose è traccia, orma e dunque indizio del metafisico. Risiede qui il fascino della poesia di Granziero. Rivelatrice <i>Animus mundi: Non venirmi / così vicino / perché potrei / intravvedere / il mistero / e capire. // A te / è affidato / il sottile ricamo / dell’universo, / il sangue / e il sorriso / delle donne</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Una ampia dichiarazione di poetica, a ben vedere. I paletti piantati sul confine del territorio che si intende esplorare: il mistero, l’universo inteso come sottile ricamo, il ganglio vitale del “tu” al femminile. La donna è affidataria del tessuto (trama e ordito) ricamato dell’universo, è sangue ed è sorriso. A fungere da tessuto connettivo è l’atteggiamento del poeta che ha paura che il mistero gli sia rivelato del tutto. La rivelazione globale, assoluta non appartiene agli umani. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nondimeno il poeta tale non sarebbe se non si assumesse esplicitamente il compito di indagarlo ed esplorarlo, il mistero. L’osservatorio, il planetario, il punto di osservazione è il giardino. Il giardino inquieto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b>GIAN DOMENICO MAZZOCATO<br />
Treviso, maggio 2017<br />
</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>I NOSTRI SANTI</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 15:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[(TESTO DELLA QUARTA DI COPERTINA E DEL COLOPHON) Lo sapevate che il mostro di Loch Ness fece la sua prima apparizione 1400 anni fa davanti a san Gallo (il santo, non il cantone svizzero che da lui prende nome)? Lo sapevate che a Treviso avviene un “miracolo del sangue” molto più clamoroso di quello napoletano di san Gennaro? E che la prima lingua artificiale (un vero e proprio esperanto) fu creata quasi mille anni fa da un’incredibile figura di intellettuale, Ildegarda di Bingen? Chi è il patrono dei mariti cornuti e perché san Francesco di Sales è patrono dei giornalisti? Cosa ci azzecca il profeta biblico Geremia con i coccodrilli? Sapete che i nuotatori hanno il loro patrono in sant’Adiutore? Chi è Dinfna, la martire quindicenne patrona dei malati psichici (e dei sonnambuli)? E soprattutto lo sapete che c’è un patrono (o più patroni) praticamente per ogni categoria e per ogni situazione? Il patrono fa campanile. Ed è identità. Un esperto di agiografia come Gian Domenico Mazzocato propone l’elenco forse più completo di patroni e protettori. Tra eventi leggendari e storia, racconta un’infinità di cose di santi. Ed elenca tutti i patroni dei quasi mille comuni di Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia. Le illustrazioni vengono dalla raccolta di immagini e immaginette sacre dell’autore. E PER LEGGERE LE DIDASCALIE… Di ogni santo si danno il giorno (o i giorni) della festa; date di nascita e morte (o il periodo in cui è vissuto); un breve cenno biografico; eventuali patronati; il significato del nome.   &#160; UNO STRALCIO DAL CAPITOLO INTRODUTTIVO UNO SCAMPOLO DELLE INFINITE CURIOSITÀ DEL LIBRO LE CORNA DI SAN MARTINO, LA SANTA DEI FOTOGRAFI, I VERMI DI GIOBBE Selva fitta davvero, perfino selva selvaggia, usando le parole del divino poeta. Intanto quella dei patroni è una situazione in continuo diventire. Un esempio? Fino al al 2015 Gazzo Veronese non aveva, da regolamento comunale, patrono. Il Comune chiudeva per convenzione il primo lunedì di maggio. Poi si è deciso per i santi apostoli Filippo e Giacomo (3 maggio). Ma le scuole pubbliche del territorio festeggiano il patrono della frazione di appartenenza (parole del gentilissimo sindaco, Andrea Vecchini, che mi ha tenuto informato sulla vicenda). I santi protettori vivono sulle ali del paradosso. I collezionisti di immaginette sacre (io ne faccio modestissimamente parte, ci chiamiamo col nome criptico di filiconici) non hanno un loro patrono. Stanno un gradino più in basso dei collezionisti di monete (sant’Eligio di Noyon) e di francobolli (san Gabriele arcangelo). I filiconici sono indecisi tra san Sulpizio, san Giuda Taddeo, san Luca Evangelista e qualche altro. È un po’ la storia del patrono degli informatici e di tutti coloro che usano internet. È sant’Isidoro di Siviglia, l’enciclopedico vescovo nato nel 560. Le sue Etimologie sono l’antenato degli ipertesti. Ma c’è anche santa Veronica. Secondo la leggenda (il suo nome, corrispondente al greco Berenice, ci è stato tramandato solo dai vangeli apocrifi), fu lei a detergere, durante la salita al Calvario, il volto di Gesù con un panno di lino su cui rimase impressa l’immagine del Cristo (e per questo è patrona anche dei fotografi). Due patroni, basta e avanza. Ma quando mai. Qualche anno fa un sito che contiene moltissime biografie di santi, bandì un referendum per un nuovo patrono degli informatici. Hanno votato in settantamila, da ogni parte del mondo. Senza possibilità di trucchi: un pc, un voto. Ha vinto sant’Alberione per un’incollatura su san Giovanni Bosco. Ma in gara sono stati sant’Alfonso de’ Liguori, san Gabriele arcangelo, santa Chiara d’Assisi, san Massimiliano Kolbe. Ci sono anche i patroni che potremmo chiamare inspiegabili. L’esempio più clamoroso è quello di san Martino, patrono che viene tirato per la manica da una serie infinita di categorie. Tutte con qualche giustificazione, più o meno valida. Ma, a scorrere la lista, si scopre che sono presenti anche i cornuti. Sì, dei signori e delle signore che non possono contare sulla fedeltà del loro partner. Per spiegare si sono mossi antropologi e storici del costume, perché nella vita del santo nato in Ungheria e diventato fondatore del monachesimo occidentale, non vi è nulla che giustifichi i pruriti di tale patronato. La spiegazione che viene data lega il fatto alla stagionalità della festa del santo vescovo di Tours che ricorre l’11 novembre (data dei suoi funerali, non della sua morte avvenuta a Candes, alla confluenza di Vienne e Loira, l’8 novembre 397). Insomma la stagione delle grandi fiere di bestiame e i mari di corna che queste movimentano in mille città e villaggi, hanno propiziato il binomio san Martino-cornuti. In molte località d’Italia, al Sud come al Nord, ci sono vere e proprie sfilate di mariti e mogli con gran palchi di corna in testa. Molto spesso in maschera. Perché va bene mettere in piazza il tradimento subito e stare allo scherzo. Ma senza esagerare. Se è vero che, nella vita di san Martino, non c’è episodio che spieghi questo scomodo patronato, è altrettanto vero che ci ha pensato la maliziosa bocca popolare a rimediare al vuoto. Per dire come la gente tiene ai suoi santi, ci lavori sopra con fantasia infinita (e anche un po’ pruriginosa). Davvero grossolana la diceria del volgo. San Martino, dopo la morte della madre, era rimasto solo con la sorella della quale era molto geloso. La portava sulle spalle e la faceva scendere solo per i bisogni fisiologici. Un giorno, la sorella, d’accordo con un giovane di cui era innamorata, chiese a Martino di scendere e si recò dietro un albero dove l’attendeva l’amato. Nei mesi seguenti Martino avvertì l’aumento del peso. Facile capire perché. Inutile dire che non c’è biografo che citi una sorella di Martino. Ma il patrono dei cornuti lavora comunque a tempo pieno. A Ruviano, (in provincia di Caserta, neanche duemila anime, dunque tutti conoscono tutto di tutti) dite tranquillamente a uno: “Guarda che cornuto!”. Ve la caverete senza problemi. Anzi, il vostro interlocutore vi guarderà fiero e forse vi sorriderà compiaciuto. Ma attenzione: solo in occasione dell’11 novembre. Quantomeno curioso il fatto che Giobbe, il personaggio biblico dalla proverbiale pazienza, sia stato eletto da una lunga tradizione a protettore dei bachi da seta e soprattutto di coloro che ne ricavano qualche guadagno. Anche qui fior fiore di studiosi a individuare le radici del patronato in una rilettura medievale del racconto biblico. L’enfasi del lieto fine della vicenda di Giobbe si lega con il sospirato esito dei mesi di allevamento. E l’iconografia medioevale evidenzia le piaghe di Giobbe da cui nascono i vermi plausibilmente identificati dalla cultura popolare con i bruchi destinati alla sperata metamorfosi. Poi i santi che poco si conoscono ma che allargano il loro manto protettore sulle categorie più disparate. Sant’Eligio di Noyon (Chaptelat, 588 circa &#8211; Noyon, 1 dicembre 660, lo si festeggia appunto nel primo giorno di dicembre), fu orafo e divenne in seguito alto funzionario della corte dei re merovingi. Aveva appreso il mestiere nientemeno che a Limoges presso il monetiere Abbone. Clotario II gli commissionò un trono. Con l’oro che gli fu dato Eligio ne realizzò due e il re, colpito dalla sua abilità, lo nominò orafo di corte e maestro della zecca. Personaggio mitico. La leggenda vuole che abbia realizzato preziosi oggetti di culto per le chiese parigine di Notre Dame e Saint-Denis, oltre che per altre chiese e abbazie. Sotto il successore di Clotario, Dagoberto I, Eligio ricevette e risolse al meglio delicati incarichi diplomatici. Ristabilì la pace tra i Franchi e i Bretoni il cui re Giudicaele si sottomise a Dagoberto. Fu vescovo della diocesi di Tournai e Noyon e si dedicò alla conversione dei pagani ancora numerosi sul territorio della sua diocesi. Una tela di Petrus Christus che si trova al Metropolitan Museum of Art di New York, lo effigia compunto e serioso mentre tratta con alcuni clienti nella sua bottega di orefice. Una vita piena, insomma. Densa di eventi ed episodi. In seguito ai quali è divenuto un patrono (o compatrono) assolutamente multitasking. Di chi forgia lame per ottenerne coltelli e forbici, dei lattonieri, di fabbri e maniscalchi (e, verrebbe da dire per induzione, di mercanti di cavalli), degli addetti al settore metallurgico, dei minatori, dei veterinari. Ovviamente dei gioiellieri e dei numismatici. E, vai a vedere perché, dei garagisti. Ma una vicenda da romanzo, tutta da raccontare, è quella di santa Dinfna (Dimpna), uccisa da suo padre a 15 anni. La storia della psichiatria le deve qualcosa. VII secolo. Dinfna era figlia di Damon, un re irlandese pagano. Folle, come vuole la leggenda. La madre era donna di straordinaria bellezza. Quando morì, Damon dapprima cercò un’altra donna, poi s’invaghì della figlia quindicenne, bella come la madre. Dinfna in fuga con l’anziano confessore Gerebernus, suo padre a inseguire. A Geel, in Belgio, Damon li ritrovò. In preda alla follia, li decapitò entrambi. Sul luogo del martirio fiorirono miracoli, soprattutto guarigioni di malati di mente. Oggi parleremmo, con maggior dettaglio, anche di disagi neurologici come sonnambulismo ed epilessia. Geel divenne meta di pellegrinaggi. Ma non vi erano né ospedali né strutture. I pazienti giravano per la città. Socializzavano con gli abitanti andando a messa o lavorando nei campi, recuperati a una vita normale. Nei secoli, questo tipo d’interazione tra i cittadini di Geel e gli affetti da disagi psichici si è consolidato, è diventato metodo. Oggi circa mille pazienti psichiatrici sono abitualmente ospiti dei 35mila abitanti della cittadina belga. Qui sorge un istituto psichiatrico all’avanguardia, in cui i pazienti tornano soltanto alla sera per dormire. E Geel viene sempre citata come sede della più importante esperienza di deistituzionalizzazione spontanea. Si ha notizia che i familiari di Van Gogh pensarono, per Vincent, a Geel. &#160;  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Copertina-I-NOSTRI-SANTI.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3819" alt="copertina-i-nostri-santi" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Copertina-I-NOSTRI-SANTI-209x300.jpg" width="209" height="300" /></a></span><span style="color: #000000;">(TESTO DELLA QUARTA DI COPERTINA E DEL COLOPHON)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo sapevate che il mostro di Loch Ness fece la sua prima apparizione 1400 anni fa davanti a san Gallo (il santo, non il cantone svizzero che da lui prende nome)? Lo sapevate che a Treviso avviene un “miracolo del sangue” molto più clamoroso di quello napoletano di san Gennaro? E che la prima lingua artificiale (un vero e proprio esperanto) fu creata quasi mille anni fa da un’incredibile figura di intellettuale, Ildegarda di Bingen? Chi è il patrono dei mariti cornuti e perché san Francesco di Sales è patrono dei giornalisti? Cosa ci azzecca il profeta biblico Geremia con i coccodrilli? Sapete che i nuotatori hanno il loro patrono in sant’Adiutore? Chi è Dinfna, la martire quindicenne patrona dei malati psichici (e dei sonnambuli)? E soprattutto lo sapete che c’è un patrono (o più patroni) praticamente per ogni categoria e per ogni situazione?</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il patrono fa campanile. Ed è identità. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un esperto di agiografia come Gian Domenico Mazzocato propone l’elenco forse più completo di patroni e protettori. Tra eventi leggendari e storia, racconta un’infinità di cose di santi. Ed elenca tutti i patroni dei quasi mille comuni di Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Le illustrazioni vengono dalla raccolta di immagini e immaginette sacre dell’autore.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">E PER LEGGERE LE DIDASCALIE…</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Di ogni santo si danno il giorno (o i giorni) della festa; date di nascita e morte (o il periodo in cui è vissuto); un breve cenno biografico; eventuali patronati; il significato del nome.</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><b>UNO STRALCIO DAL CAPITOLO INTRODUTTIVO<br />
UNO SCAMPOLO DELLE INFINITE CURIOSITÀ DEL LIBRO</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><br />
<b>LE CORNA DI SAN MARTINO,<br />
LA SANTA DEI FOTOGRAFI,<br />
I VERMI DI GIOBBE</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Selva fitta davvero, perfino selva selvaggia, usando le parole del divino poeta. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Intanto quella dei patroni è una situazione in continuo diventire. Un esempio? Fino al al 2015 Gazzo Veronese non aveva, da regolamento comunale, patrono. Il Comune chiudeva per convenzione il primo lunedì di maggio. Poi si è deciso per i santi apostoli Filippo e Giacomo (3 maggio). Ma le scuole pubbliche del territorio festeggiano il patrono della frazione di appartenenza (parole del gentilissimo sindaco, Andrea Vecchini, che mi ha tenuto informato sulla vicenda). </span><br />
<span style="color: #000000;"> I santi protettori vivono sulle ali del paradosso. I collezionisti di immaginette sacre (io ne faccio modestissimamente parte, ci chiamiamo col nome criptico di filiconici) non hanno un loro patrono. Stanno un gradino più in basso dei collezionisti di monete (sant’Eligio di Noyon) e di francobolli (san Gabriele arcangelo). </span><br />
<span style="color: #000000;"> I filiconici sono indecisi tra san Sulpizio, san Giuda Taddeo, san Luca Evangelista e qualche altro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> È un po’ la storia del patrono degli informatici e di tutti coloro che usano internet. È sant’Isidoro di Siviglia, l’enciclopedico vescovo nato nel 560. Le sue Etimologie sono l’antenato degli ipertesti. Ma c’è anche santa Veronica. Secondo la leggenda (il suo nome, corrispondente al greco Berenice, ci è stato tramandato solo dai vangeli apocrifi), fu lei a detergere, durante la salita al Calvario, il volto di Gesù con un panno di lino su cui rimase impressa l’immagine del Cristo (e per questo è patrona anche dei fotografi). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Due patroni, basta e avanza. Ma quando mai. Qualche anno fa un sito che contiene moltissime biografie di santi, bandì un referendum per un nuovo patrono degli informatici. Hanno votato in settantamila, da ogni parte del mondo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Senza possibilità di trucchi: un pc, un voto. Ha vinto sant’Alberione per un’incollatura su san Giovanni Bosco. Ma in gara sono stati sant’Alfonso de’ Liguori, san Gabriele arcangelo, santa Chiara d’Assisi, san Massimiliano Kolbe. </span></p>
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<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3823' title='santi-084'><img width="101" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-084-101x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-084" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3822' title='santi-041'><img width="100" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-041-100x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-041" /></a>
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<span style="color: #000000;"> Ci sono anche i patroni che potremmo chiamare inspiegabili. L’esempio più clamoroso è quello di san Martino, patrono che viene tirato per la manica da una serie infinita di categorie. Tutte con qualche giustificazione, più o meno valida. Ma, a scorrere la lista, si scopre che sono presenti anche i cornuti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sì, dei signori e delle signore che non possono contare sulla fedeltà del loro partner. Per spiegare si sono mossi antropologi e storici del costume, perché nella vita del santo nato in Ungheria e diventato fondatore del monachesimo occidentale, non vi è nulla che giustifichi i pruriti di tale patronato. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La spiegazione che viene data lega il fatto alla stagionalità della festa del santo vescovo di Tours che ricorre l’11 novembre (data dei suoi funerali, non della sua morte avvenuta a Candes, alla confluenza di Vienne e Loira, l’8 novembre 397). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Insomma la stagione delle grandi fiere di bestiame e i mari di corna che queste movimentano in mille città e villaggi, hanno propiziato il binomio san Martino-cornuti. In molte località d’Italia, al Sud come al Nord, ci sono vere e proprie sfilate di mariti e mogli con gran palchi di corna in testa. Molto spesso in maschera. Perché va bene mettere in piazza il tradimento subito e stare allo scherzo. Ma senza esagerare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Se è vero che, nella vita di san Martino, non c’è episodio che spieghi questo scomodo patronato, è altrettanto vero che ci ha pensato la maliziosa bocca popolare a rimediare al vuoto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Per dire come la gente tiene ai suoi santi, ci lavori sopra con fantasia infinita (e anche un po’ pruriginosa).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Davvero grossolana la diceria del volgo. San Martino, dopo la morte della madre, era rimasto solo con la sorella della quale era molto geloso. La portava sulle spalle e la faceva scendere solo per i bisogni fisiologici. Un giorno, la sorella, d’accordo con un giovane di cui era innamorata, chiese a Martino di scendere e si recò dietro un albero dove l’attendeva l’amato. Nei mesi seguenti Martino avvertì l’aumento del peso. Facile capire perché. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Inutile dire che non c’è biografo che citi una sorella di Martino. Ma il patrono dei cornuti lavora comunque a tempo pieno. A Ruviano, (in provincia di Caserta, neanche duemila anime, dunque tutti conoscono tutto di tutti) dite tranquillamente a uno: “Guarda che cornuto!”. Ve la caverete senza problemi. Anzi, il vostro interlocutore vi guarderà fiero e forse vi sorriderà compiaciuto. Ma attenzione: solo in occasione dell’11 novembre.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quantomeno curioso il fatto che Giobbe, il personaggio biblico dalla proverbiale pazienza, sia stato eletto da una lunga tradizione a protettore dei bachi da seta e soprattutto di coloro che ne ricavano qualche guadagno. Anche qui fior fiore di studiosi a individuare le radici del patronato in una rilettura medievale del racconto biblico. L’enfasi del lieto fine della vicenda di Giobbe si lega con il sospirato esito dei mesi di allevamento. E l’iconografia medioevale evidenzia le piaghe di Giobbe da cui nascono i vermi plausibilmente identificati dalla cultura popolare con i bruchi destinati alla sperata metamorfosi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi i santi che poco si conoscono ma che allargano il loro manto protettore sulle categorie più disparate. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sant’Eligio di Noyon (Chaptelat, 588 circa &#8211; Noyon, 1 dicembre 660, lo si festeggia appunto nel primo giorno di dicembre), fu orafo e divenne in seguito alto funzionario della corte dei re merovingi. Aveva appreso il mestiere nientemeno che a Limoges presso il monetiere Abbone. Clotario II gli commissionò un trono. Con l’oro che gli fu dato Eligio ne realizzò due e il re, colpito dalla sua abilità, lo nominò orafo di corte e maestro della zecca. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Personaggio mitico. La leggenda vuole che abbia realizzato preziosi oggetti di culto per le chiese parigine di Notre Dame e Saint-Denis, oltre che per altre chiese e abbazie. Sotto il successore di Clotario, Dagoberto I, Eligio ricevette e risolse al meglio delicati incarichi diplomatici. Ristabilì la pace tra i Franchi e i Bretoni il cui re Giudicaele si sottomise a Dagoberto. Fu vescovo della diocesi di Tournai e Noyon e si dedicò alla conversione dei pagani ancora numerosi sul territorio della sua diocesi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Una tela di Petrus Christus che si trova al Metropolitan Museum of Art di New York, lo effigia compunto e serioso mentre tratta con alcuni clienti nella sua bottega di orefice. </span></p>
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<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3821' title='santi-036'><img width="92" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-036-92x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-036" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3820' title='santi-006'><img width="88" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-006-88x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-006" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3818' title='santi-113'><img width="100" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-113-100x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-113" /></a>
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<span style="color: #000000;"> Una vita piena, insomma. Densa di eventi ed episodi. In seguito ai quali è divenuto un patrono (o compatrono) assolutamente multitasking. Di chi forgia lame per ottenerne coltelli e forbici, dei lattonieri, di fabbri e maniscalchi (e, verrebbe da dire per induzione, di mercanti di cavalli), degli addetti al settore metallurgico, dei minatori, dei veterinari. Ovviamente dei gioiellieri e dei numismatici. E, vai a vedere perché, dei garagisti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma una vicenda da romanzo, tutta da raccontare, è quella di santa Dinfna (Dimpna), uccisa da suo padre a 15 anni. La storia della psichiatria le deve qualcosa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> VII secolo. Dinfna era figlia di Damon, un re irlandese pagano. Folle, come vuole la leggenda. La madre era donna di straordinaria bellezza. Quando morì, Damon dapprima cercò un’altra donna, poi s’invaghì della figlia quindicenne, bella come la madre. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dinfna in fuga con l’anziano confessore Gerebernus, suo padre a inseguire. A Geel, in Belgio, Damon li ritrovò. In preda alla follia, li decapitò entrambi. Sul luogo del martirio fiorirono miracoli, soprattutto guarigioni di malati di mente. Oggi parleremmo, con maggior dettaglio, anche di disagi neurologici come sonnambulismo ed epilessia. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Geel divenne meta di pellegrinaggi. Ma non vi erano né ospedali né strutture. I pazienti giravano per la città. Socializzavano con gli abitanti andando a messa o lavorando nei campi, recuperati a una vita normale. Nei secoli, questo tipo d’interazione tra i cittadini di Geel e gli affetti da disagi psichici si è consolidato, è diventato metodo. Oggi circa mille pazienti psichiatrici sono abitualmente ospiti dei 35mila abitanti della cittadina belga. Qui sorge un istituto psichiatrico all’avanguardia, in cui i pazienti tornano soltanto alla sera per dormire. E Geel viene sempre citata come sede della più importante esperienza di deistituzionalizzazione spontanea. Si ha notizia che i familiari di Van Gogh pensarono, per Vincent, a Geel.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3817' title='santi-106'><img width="92" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-106-92x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-106" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3816' title='santi-103'><img width="90" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-103-90x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-103" /></a>
<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3815' title='santi-099'><img width="86" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/11/Santi-099-86x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="santi-099" /></a>

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		<title>ROBE VECE</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Oct 2017 20:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; DALLA QUARTA DI COPERTINA Pochi eventi cittadini raccontano la storia di un luogo come i mercatini dell’usato e dell’antiquariato: a seconda delle zone, in essi è possibile trovare quegli oggetti che popolano le storie personali o collettive, utensili che hanno segnato la microstoria della civiltà contadina, articoli che attendono pazientemente di essere notati (e amati) da un collezionista di passaggio. Si riscopre quindi una falce tagliafieno o una mònega per riscaldare il letto durante le stagioni fredde (pericolosamente: erano pur sempre bronze tra lenzuola); ma anche la vecchia radio che troneggiava nelle nostre cucine, le antiche macchine che ci ricordano come esistano altre e più nobili tastiere ben prima di quelle del computer, la macchina fotografica a soffietto e quella per cucire. Gli oggetti ritrovati, accompagnati da qualche inatteso riferimento alla letteratura e alla cultura dei proverbi, corredano il foltissimo elenco dei mercatini presenti in Triveneto e oltre. Una raccolta di informazioni necessaria a stabilire la prossima meta, alla ricerca della morale che ci ricorda l’autore: niente è più nuovo e moderno dell’antico. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/10/Copertina-ROBE-VECE.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3807" alt="copertina-robe-vece" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2017/10/Copertina-ROBE-VECE-205x300.jpg" width="205" height="300" /></a></p>
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<p><span style="color: #000000;">DALLA QUARTA DI COPERTINA</span><br />
<span style="color: #000000;"> Pochi eventi cittadini raccontano la storia di un luogo come i mercatini dell’usato e<br />
dell’antiquariato: a seconda delle zone, in essi è possibile trovare quegli oggetti che<br />
popolano le storie personali o collettive, utensili che hanno segnato la microstoria<br />
della civiltà contadina, articoli che attendono pazientemente di essere notati (e amati)<br />
da un collezionista di passaggio.<br />
Si riscopre quindi una falce tagliafieno o una <i>mònega </i>per riscaldare il letto durante<br />
le stagioni fredde (pericolosamente: erano pur sempre <i>bronze </i>tra lenzuola); ma anche<br />
la vecchia radio che troneggiava nelle nostre cucine, le antiche macchine che ci ricordano<br />
come esistano altre e più nobili tastiere ben prima di quelle del computer, la<br />
macchina fotografica a soffietto e quella per cucire.<br />
Gli oggetti ritrovati, accompagnati da qualche inatteso riferimento alla letteratura e<br />
alla cultura dei proverbi, corredano il foltissimo elenco dei mercatini presenti in Triveneto<br />
e oltre. Una raccolta di informazioni necessaria a stabilire la prossima meta,<br />
alla ricerca della morale che ci ricorda l’autore: <i>niente è più nuovo e moderno dell’antico</i>.</span></p>
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		<title>INVISIBILI</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/invisibili/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 22:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[17 dicembre 2016 Folla (soprattutto giovani) nella trevigiana chiesa di Santa Caterina, ora adibita a diverse fruizioni culturali. Si presentava, a cura del Centro della famiglia di Treviso (con Adriano Bordignon) e della Comunità di Sant’Egidio (con Valerio Delfino) il volume INVISIBILI dedicato alle storie dei senzatetto di questa terra. Dieci realtà diverse raccontate da dieci scrittori e giornalisti. Oltre a me, due giovanissimi, Lorenzo Bazan e Francesco Dalto, Toni Frigo, Raffaele Milite, Fulvio Ervas, Mauro Favaro, Paolo Malaguti, Norma Follina e Francesca Gagno. Il libro riproduce i sei disegni finalisti del concorso NON CHIAMATEMI BARBONE (sezione bianco e nero). La copertina è invece un disegno di Martina Agostini, vincitrice della sezione colori. Ha letto alcuni brani l’attrice e regista Michela Pontello. Per me anche l’occasione di reincontrare un vecchio amico come Marco Goldin. In una delle foto, tra me e Marco Goldin, c’è Lorenzo Bazan uno dei due giovanissimi (e bravissimi, molto promettenti, il loro intervento è narratologicamente un gioiellino dal punto di vista della scelta dell’angolo di visuale) scrittori che hanno collaborato al libro. Il coautore del racconto è Francesco Dalto. &#160; SECONDA LINEA Ci sono uomini cicala e uomini formica. Angelo è un bell’uomo, alto. Ha occhi intelligenti, ammiccanti. Capelli un po’ incolti dalle parti. Una misura giusta. Jeans e camicia a righe, gli occhiali scuri infilati tra i bottoni. Veste casual, ma distinto, signorile. Sorride, sotto i baffi, in modo complice, da lupo di mare che del mondo conosce ogni angolo. Parla con eleganza, ha una gestualità trattenuta. Lo ascolti con piacere, si vede che è abituato a gestire pubbliche relazioni. Ti tira dentro la sua storia. Tutt’altro che l’identikit di un homeless. Mi dà il suo numero di cellulare e il suo indirizzo di posta elettronica. “Ti mando le carte di tutte le lettere che ho scritto in giro in questi anni, mi dice, la posta la apro almeno una volta al giorno”. No, non è un homeless, mi dico. Eppure eccolo qui, Angelo. Con la sua storia dura, col fardello della memoria. Accende una sigaretta dietro l’altra. Il pacchetto lo tiene sempre in mano, non lo ripone mai. Sui tavolini di un baretto di periferia a raccontarsi. Ordina un chinotto. È disincantato, perfino cinico e ironico verso sé stesso. Non disperato, anzi. Mi informo. Dorme nella vecchia scuola riadattata di via Pasubio, a Sant’Angelo di Treviso. Venti posti letto, cinque stanze, tre docce per tutti. “Ma è già tanto, dice, rispetto al niente cui è ridotta la mia vita. Si può stare peggio, essere costretti alle panchine d’estate e alle sale d’attesa in stazione d’inverno. Molti extracomunitari, quando finiscono i giorni in cui possono stare lì, vanno a popolare le gallerie e le cantine dismesse dell’ospedale di Treviso. Qualche cartone per terra, qualche straccio. Tutti sanno, tutti chiudono gli occhi. È gente che non ha più nulla da perdere, che ha sceso tutti i gradini. Magari hanno solo 25, 30 anni e nessun futuro davanti. Noi li chiamiamo zombie. Gente che sopravvive appena, ma è come se fosse morta. Per la casa di via Pasubio abbiamo dovuto penare. Il problema era farla restare aperta tutto l’anno. Adesso stanno insieme Caritas, parrocchia e il Comune nel periodo invernale, soprattutto per il riscaldamento”. In realtà se la casa rimane aperta anche d’estate, questo è il frutto di una battaglia personale di Angelo. Merito suo. Senza di lui in questi giorni gli ospiti sarebbero tutti per strada. Si è messo in gioco. Ha scritto al sindaco e al vescovo, poi ha trovato un’ottima collaborazione col parroco di Sant’Angelo, don Carlo Velludo. Con noi è Mauro, volontario della Comunità di Sant’Egidio, l’organizzazione dedita al servizio dei poveri e alle opere di pace. 25 volontari a Treviso. Gli chiedo quanto è diffuso in città il fenomeno. Il dato scuote un po’. I senzatetto, i senza fissa dimora censiti sono una cinquantina. Si valuta che il numero effettivo sia almeno il doppio. “E guarda che capita. Capita a tutti, sei in auge e in poche ore ti trovi sotto acqua. Nel letto accanto al mio dorme e vive Fabio, un ingegnere, uno con due lauree. A Venezia si è trovato invischiato in un giro di vendite immobiliari con gli Arabi e ha perso tutto. Da oggi a domani. Servito, riverito, rispettato e ricercato. Di colpo, giù rotoloni dalla scala. Sai, ci sono uomini cicala e uomini formica. Quelli che si trovano nelle mie condizioni sono quasi sempre cicale, soltanto cicale. Gli sono passati per le mani soldi a palate e il mondo intero. Hanno fatto fuori tutto, sperperato, speso senza pensare al domani. Non te lo sto neanche a dire. Fabio è una cicala. E io sono una cicala”. Parlo con Angelo e trovo amicizie e situazioni che ci accomunano. Io scrivo di rugby, lui è stato un rugbista che ha giocato in serie A col Metalcrom allenato da quel magnifico zingaro che era Peter Cunnington. La squadra di Umberto Cossara, Ieie Fuselli, Ciccio Amadio.  Lui spingeva e saltava, un seconda linea perfetto. “Ero alto, mi sono trovato in seconda linea con Velo. A dire il vero avevo cominciato col calcio, stopper del Dosson in seconda categoria. Bravino, direi proprio bravino. Una domenica mattina giochiamo a Quinto e io entro a gamba tesa sulla loro ala. Troppo tesa, perché gli spezzo una gamba. Dalla furia dei tifosi e dei parenti del mio avversario mi salvarono i carabinieri. Non era più aria per me. Bazzicavo la piazza e mi trovai con un pallone ovale tra le mani. Gravitavo attorno a piazza Pola. I giocatori venivano da lì o dalla Tarvisium. E il più famoso di piazza Pola, fu l’azzurro Giorgetto Fanton”. Angelo nasce, per uno strano accidente del destino, in quel di Salerno nel marzo del 1953. Poco a poco la storia viene fuori. Sua madre Nerina viveva a Spresiano quando si innamorò di un tale che aveva un albergo a Battipaglia. Lei lo seguì al Sud e presto arrivò Angelo. Un enneenne. Mai riconosciuto dal padre, mai nessun rapporto con lui. “Un giorno mia madre mi chiama e dice che deve darmi una brutta notizia, che mio padre è morto. E io le chiedo: ma qual è la brutta notizia?”. Dopo pochi mesi Nerina torna a Spresiano e poi (Angelo ha tre anni) si trasferisce a Treviso. Abitano in centro. Vivono in tre, Nerina, Angelo e sua sorella Angela. Angelo e Angela: “Mia mamma non aveva tempo per coltivare la fantasia”, sorride. Studia al Pio X e si diploma ragioniere. Poi si iscrive a Economia e Commercio, più per dilazionare il militare che altro. Quando gli tocca indossare la divisa, si trova intruppato nell’ottavo reggimento alpini che visse in prima linea il terremoto e il dramma del Friuli. “A Gemona spargevamo calce viva sui morti, per bloccare i contagi e le malattie”. Finita la naia si mette a fare il mestiere per cui ha studiato. Ragioniere di successo con vari impieghi fino a direttore della Confesercenti di Treviso. Poi libero professionista come consulente fiscale per varie aziende. Nel 1981 aveva sposato Anna Maria e nel 1983 nasce Silvia. Non dura molto perché nel 1989 Anna Maria e Angelo si separano. “Difficoltà di relazione, dice, ad un certo punto non ho retto più, me ne sono andato. Sì, sono stato io a lasciare. Mia moglie mi odia e fa bene, un uomo che abbandona la sua donna, sola e con una bambina di sei anni… Quanto a Silvia, le voglio bene e anche lei me ne ha voluto, almeno fino ai suo vent’anni. Poi sua madre è riuscita a farle capire il mostro che ero e lì si sono rotti i pochi rapporti che c’erano. Saranno due anni che non la vedo”. Quel 1989 diviene l’anno cruciale della sua esistenza. Disfa la famiglia e anche nel lavoro rivoluziona tutto. Ha 26 anni e ricomincia daccapo. “Sai, uno di quei momenti in cui avverti di dover fare reset, di dover cambiare radicalmente. Capisci che devi rinnovarti, essere un altro. Guadagnavo bene, avevo una posizione di prestigio. Però volevo cambiare. Colgo l’occasione e mi metto a lavorare nel campo dei serramenti in alluminio. Mestiere nuovissimo per me. Manovale comune all’inizio, ma poi ho preso una vera e propria specializzazione nel settore. Io e il mio socio siamo diventati bravi come montatori. Il primo incarico importante, me lo ricordo bene, ci portò in Romania, a Bucarest. Accettammo quel lavoro anche perché era risaputo che in Romania, beh, sai con le donne…” Quando torna si iscrive agli artigiani. Prende decisamente la strada delle grandi costruzioni in metallo e vetro. Gira tutta l’Europa. Parigi, Londra, Berlino, Madrid. E gli Emirati Arabi, in una città importante come Al-’Ayn. Fino al 2006, quando tutto cambia. Perché nella vita di Angelo entra il cancro. È a Dublino per lavoro quando gli viene diagnosticato un tumore al peritoneo. Torna a Treviso e si fa operare. Poi la lunga serie delle chemio. Mesi di degenza. Giugno 2006, il lavoro riprende ma è continuamente interrotto dalle scadenze per i controlli. È un’altra vita. Diversa e amara. Durante i controlli, nel 2007, spuntano ombre ai polmoni. “Lì il mio lavoro cominciò ad andare a rotoli, a buttare male. Chi è che si fida a far arrampicare sulle scalette di una impalcatura uno che non sta neanche in piedi? Lavoro come posso, accettando quello che prima non avrei accettato. Gli ultimi lavori li faccio tra 2012 e 2013, negli Emirati, Al-’Ayn e Abu Dhabi. Poi arriva la crisi. E mi sono accorto a mie spese che, nel mondo del lavoro, quando non ce n’è per tutti, a saltare sono i giovani e i vecchi. Quello che c’è da fare, il lavoro che si trova, è per la fascia di età che va dai 30 ai 45 anni”. Angelo è tagliato fuori, comincia a intaccare quello che ha messo via. Cicala sì. Ma qualcosa da parte c’era. Poi le cose precipitano. Ha una morosa ma lei lo lascia. Nerina, sua madre, ha bisogno di assistenza e va a vivere con sua figlia Angela. Ma Angelo viveva pure lui in casa di Angela e non c’è spazio per entrambi. Anche perché sua sorella deve fare i conti con l’handicap del figlio. Questo è il momento in cui, di fatto, Angelo non ha più un tetto sotto il quale andare a dormire. È diventato un homeless. Non ha soldi, non ha famiglia, nessuno gli dà lavoro. Decide che è arrivato il momento di buttarsi sotto il treno. Sceglie un tratto della Treviso-Conegliano. Qualcuno lo vede e chiama i carabinieri. Si trova sottoposto a cure psichiatriche. “Ma io non ero matto, va da sé, solo ero disperato. E non avevo nessuna via d’uscita. Non avevo nessuno. Che altro potevo fare?”. Sono arrivati gli assistenti sociali ed è approdato alla casa di via Pasubio. “Non è il massimo ma me la tengo cara. Non posso sgarrare con gli orari. C’è la fila di quelli che vorrebbero il mio letto. Siamo in venti, con noi risiede un operatore. Ogni tanto qualcuno dà fuori di testa magari perché è un po’ bevuto e l’operatore chiama i carabinieri. Ci sorveglia, pianifica la vita grama che facciamo lì dentro. Serve da equilibratore”. Gli chiedo come vive. È a questo punto che mi dà il suo cellulare. Sorride. “Non ho difficoltà a risponderti, ho molto tempo libero”. Già, non fare nulla dalla mattina alla sera, riempire giornate vuote. “Guarda che c’è qualcuno a cui va perfino bene. È gente abituata al nulla, gente che viene dalla Liberia, dalla Nigeria, dai paesi più poveri dell’Africa. Un letto e un pasto. Per quasi tutti è pur sempre uno stare meglio di come erano messi a casa loro. Ma tu capisci. Senza scopi, senza prospettive, senza un senso da dare a ogni giorno che passa, a tutte le ore del giorno, si diventa bestie, ci si abbrutisce. Semplicemente ci si adagia sul fondo”. Gli chiedo se lui è ridotto così. No, per fortuna no. E scopro che in Angelo c’è ancora voglia di andare avanti e resiste ancora una progettualità importante. “Ho chiesto alle istituzioni di aiutarci con pochissimo a mettere su una cooperativa sociale. Una sede, un minimo di struttura di base per partire. Per partecipare ai concorsi degli enti pubblici e privati. Pulizie, manutenzioni, giardini da curare, quello che si può fare insomma. Anche per dare un minimo di dignità a gente che si trova in condizioni morali anche peggiori della mia. Un riscatto”. Gli chiedo se ha qualche soldo. “Mia madre mi dà qualcosa della sua pensione, dieci euro al giorno, trecento al mese. La Nerina ha 93 anni e io dipendo dalla sua pensione. Mia sorella l’ha consigliata di non darmi tutti e trecento gli euro in un colpo solo. Così ogni dieci giorni vado a fare il bancomat da mia madre. Ci compero le sigarette e poco altro. Giustamente, vuoi mai vedere che mi mangio i trecento in un colpo solo. Lo sanno tutti, sono una cicala”. Accende l’ennesima sigaretta. Siamo in confidenza e mi permetto. Gli faccio osservare che se ha problemi ai polmoni, col fumo dovrebbe andarci più cauto. Mi guarda. “Il fumo diventa un modo per riempire il tempo, per farlo passare. C’è chi sviluppa la voglia di fumare, c’è chi si mette a bere. Qualcuno fuma e beve insieme. Qualcuno sceglie anche di peggio. Io fumo e basta, sono uno dei più bravi”. Gli chiedo come mangia. “Alla sera vado a fare un pasto alla Caritas, qui vicino, all’ex Girolamo Emiliani. A mezzogiorno ci sarebbe un pasto all’ex ristorante dei poveri, in via Risorgimento. Ma non un granché, diciamo così. Andarci vorrebbe dire essere proprio ridotti a zero. Mangio due pizzette e la fame me la tengo per la sera”. Sorride e si incammina verso la mensa della Caritas. È l’ora. “Vuoi un passaggio?”. “No, faccio a piedi, è qui a due passi”. Ha un passo elastico, da uomo che conosce il mondo. Passo lungo, da seconda linea. Pronto a spingere, pronto al salto.    ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/12/GLI-INVISIBILI-CHE-SONO-TRA-NOI_copertina.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3491" alt="GLI INVISIBILI CHE SONO TRA NOI_copertina" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/12/GLI-INVISIBILI-CHE-SONO-TRA-NOI_copertina-195x300.jpg" width="195" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">17 dicembre 2016</span><br />
<span style="color: #000000;"> Folla (soprattutto giovani) nella trevigiana chiesa di Santa Caterina, ora adibita a diverse fruizioni culturali. Si presentava, a cura del Centro della famiglia di Treviso (con Adriano Bordignon) e della Comunità di Sant’Egidio (con Valerio Delfino) il volume INVISIBILI dedicato alle storie dei senzatetto di questa terra. Dieci realtà diverse raccontate da dieci scrittori e giornalisti. Oltre a me, due giovanissimi, Lorenzo Bazan e Francesco Dalto, Toni Frigo, Raffaele Milite, Fulvio Ervas, Mauro Favaro, Paolo Malaguti, Norma Follina e Francesca Gagno. Il libro riproduce i sei disegni finalisti del concorso NON CHIAMATEMI BARBONE (sezione bianco e nero). La copertina è invece un disegno di Martina Agostini, vincitrice della sezione colori. Ha letto alcuni brani l’attrice e regista Michela Pontello. Per me anche l’occasione di reincontrare un vecchio amico come Marco Goldin.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In una delle foto, tra me e Marco Goldin, c’è Lorenzo Bazan uno dei due giovanissimi (e bravissimi, molto promettenti, il loro intervento è narratologicamente un gioiellino dal punto di vista della scelta dell’angolo di visuale) scrittori che hanno collaborato al libro. Il coautore del racconto è Francesco Dalto.</span></p>

<a href='https://www.giandomenicomazzocato.it/?attachment_id=3498' title='GLI INVISIBILI CHE SONO TRA NOI_1'><img width="114" height="150" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/12/GLI-INVISIBILI-CHE-SONO-TRA-NOI_1-114x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="GLI INVISIBILI CHE SONO TRA NOI_1" /></a>
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<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: xx-large;"><b>SECONDA LINEA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci sono uomini cicala e uomini formica.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angelo è un bell’uomo, alto. Ha occhi intelligenti, ammiccanti. Capelli un po’ incolti dalle parti. Una misura giusta. Jeans e camicia a righe, gli occhiali scuri infilati tra i bottoni. Veste casual, ma distinto, signorile. Sorride, sotto i baffi, in modo complice, da lupo di mare che del mondo conosce ogni angolo. Parla con eleganza, ha una gestualità trattenuta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Lo ascolti con piacere, si vede che è abituato a gestire pubbliche relazioni. Ti tira dentro la sua storia. Tutt’altro che l’identikit di un homeless.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Mi dà il suo numero di cellulare e il suo indirizzo di posta elettronica. “Ti mando le carte di tutte le lettere che ho scritto in giro in questi anni, mi dice, la posta la apro almeno una volta al giorno”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> No, non è un homeless, mi dico.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Eppure eccolo qui, Angelo. Con la sua storia dura, col fardello della memoria. Accende una sigaretta dietro l’altra. Il pacchetto lo tiene sempre in mano, non lo ripone mai. Sui tavolini di un baretto di periferia a raccontarsi. Ordina un chinotto. È disincantato, perfino cinico e ironico verso sé stesso. Non disperato, anzi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Mi informo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dorme nella vecchia scuola riadattata di via Pasubio, a Sant’Angelo di Treviso. Venti posti letto, cinque stanze, tre docce per tutti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ma è già tanto, dice, rispetto al niente cui è ridotta la mia vita. Si può stare peggio, essere costretti alle panchine d’estate e alle sale d’attesa in stazione d’inverno. Molti extracomunitari, quando finiscono i giorni in cui possono stare lì, vanno a popolare le gallerie e le cantine dismesse dell’ospedale di Treviso. Qualche cartone per terra, qualche straccio. Tutti sanno, tutti chiudono gli occhi. È gente che non ha più nulla da perdere, che ha sceso tutti i gradini. Magari hanno solo 25, 30 anni e nessun futuro davanti. Noi li chiamiamo zombie. Gente che sopravvive appena, ma è come se fosse morta. Per la casa di via Pasubio abbiamo dovuto penare. Il problema era farla restare aperta tutto l’anno. Adesso stanno insieme Caritas, parrocchia e il Comune nel periodo invernale, soprattutto per il riscaldamento”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> In realtà se la casa rimane aperta anche d’estate, questo è il frutto di una battaglia personale di Angelo. Merito suo. Senza di lui in questi giorni gli ospiti sarebbero tutti per strada. Si è messo in gioco. Ha scritto al sindaco e al vescovo, poi ha trovato un’ottima collaborazione col parroco di Sant’Angelo, don Carlo Velludo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Con noi è Mauro, volontario della Comunità di Sant’Egidio, l’organizzazione dedita al servizio dei poveri e alle opere di pace. 25 volontari a Treviso. Gli chiedo quanto è diffuso in città il fenomeno. Il dato scuote un po’. I senzatetto, i senza fissa dimora censiti sono una cinquantina. Si valuta che il numero effettivo sia almeno il doppio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “E guarda che capita. Capita a tutti, sei in auge e in poche ore ti trovi sotto acqua. Nel letto accanto al mio dorme e vive Fabio, un ingegnere, uno con due lauree. A Venezia si è trovato invischiato in un giro di vendite immobiliari con gli Arabi e ha perso tutto. Da oggi a domani. Servito, riverito, rispettato e ricercato. Di colpo, giù rotoloni dalla scala. Sai, ci sono uomini cicala e uomini formica. Quelli che si trovano nelle mie condizioni sono quasi sempre cicale, soltanto cicale. Gli sono passati per le mani soldi a palate e il mondo intero. Hanno fatto fuori tutto, sperperato, speso senza pensare al domani. Non te lo sto neanche a dire. Fabio è una cicala. E io sono una cicala”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Parlo con Angelo e trovo amicizie e situazioni che ci accomunano. Io scrivo di rugby, lui è stato un rugbista che ha giocato in serie A col Metalcrom allenato da quel magnifico zingaro che era Peter Cunnington. La squadra di Umberto Cossara, Ieie Fuselli, Ciccio Amadio.  Lui spingeva e saltava, un seconda linea perfetto.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ero alto, mi sono trovato in seconda linea con Velo. A dire il vero avevo cominciato col calcio, stopper del Dosson in seconda categoria. Bravino, direi proprio bravino. Una domenica mattina giochiamo a Quinto e io entro a gamba tesa sulla loro ala. Troppo tesa, perché gli spezzo una gamba. Dalla furia dei tifosi e dei parenti del mio avversario mi salvarono i carabinieri. Non era più aria per me. Bazzicavo la piazza e mi trovai con un pallone ovale tra le mani. Gravitavo attorno a piazza Pola. I giocatori venivano da lì o dalla Tarvisium. E il più famoso di piazza Pola, fu l’azzurro Giorgetto Fanton”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angelo nasce, per uno strano accidente del destino, in quel di Salerno nel marzo del 1953.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poco a poco la storia viene fuori. Sua madre Nerina viveva a Spresiano quando si innamorò di un tale che aveva un albergo a Battipaglia. Lei lo seguì al Sud e presto arrivò Angelo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Un enneenne. Mai riconosciuto dal padre, mai nessun rapporto con lui. “Un giorno mia madre mi chiama e dice che deve darmi una brutta notizia, che mio padre è morto. E io le chiedo: ma qual è la brutta notizia?”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dopo pochi mesi Nerina torna a Spresiano e poi (Angelo ha tre anni) si trasferisce a Treviso. Abitano in centro. Vivono in tre, Nerina, Angelo e sua sorella Angela.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angelo e Angela: “Mia mamma non aveva tempo per coltivare la fantasia”, sorride.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Studia al Pio X e si diploma ragioniere. Poi si iscrive a Economia e Commercio, più per dilazionare il militare che altro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando gli tocca indossare la divisa, si trova intruppato nell’ottavo reggimento alpini che visse in prima linea il terremoto e il dramma del Friuli. “A Gemona spargevamo calce viva sui morti, per bloccare i contagi e le malattie”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Finita la naia si mette a fare il mestiere per cui ha studiato. Ragioniere di successo con vari impieghi fino a direttore della Confesercenti di Treviso. Poi libero professionista come consulente fiscale per varie aziende.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel 1981 aveva sposato Anna Maria e nel 1983 nasce Silvia. Non dura molto perché nel 1989 Anna Maria e Angelo si separano.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Difficoltà di relazione, dice, ad un certo punto non ho retto più, me ne sono andato. Sì, sono stato io a lasciare. Mia moglie mi odia e fa bene, un uomo che abbandona la sua donna, sola e con una bambina di sei anni… Quanto a Silvia, le voglio bene e anche lei me ne ha voluto, almeno fino ai suo vent’anni. Poi sua madre è riuscita a farle capire il mostro che ero e lì si sono rotti i pochi rapporti che c’erano. Saranno due anni che non la vedo”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quel 1989 diviene l’anno cruciale della sua esistenza. Disfa la famiglia e anche nel lavoro rivoluziona tutto. Ha 26 anni e ricomincia daccapo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Sai, uno di quei momenti in cui avverti di dover fare reset, di dover cambiare radicalmente. Capisci che devi rinnovarti, essere un altro. Guadagnavo bene, avevo una posizione di prestigio. Però volevo cambiare. Colgo l’occasione e mi metto a lavorare nel campo dei serramenti in alluminio. Mestiere nuovissimo per me. Manovale comune all’inizio, ma poi ho preso una vera e propria specializzazione nel settore. Io e il mio socio siamo diventati bravi come montatori. Il primo incarico importante, me lo ricordo bene, ci portò in Romania, a Bucarest. Accettammo quel lavoro anche perché era risaputo che in Romania, beh, sai con le donne…”</span><br />
<span style="color: #000000;"> Quando torna si iscrive agli artigiani. Prende decisamente la strada delle grandi costruzioni in metallo e vetro. Gira tutta l’Europa. Parigi, Londra, Berlino, Madrid. E gli Emirati Arabi, in una città importante come Al-’Ayn. Fino al 2006, quando tutto cambia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché nella vita di Angelo entra il cancro. È a Dublino per lavoro quando gli viene diagnosticato un tumore al peritoneo. Torna a Treviso e si fa operare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi la lunga serie delle chemio. Mesi di degenza.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Giugno 2006, il lavoro riprende ma è continuamente interrotto dalle scadenze per i controlli. È un’altra vita. Diversa e amara.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Durante i controlli, nel 2007, spuntano ombre ai polmoni.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Lì il mio lavoro cominciò ad andare a rotoli, a buttare male. Chi è che si fida a far arrampicare sulle scalette di una impalcatura uno che non sta neanche in piedi? Lavoro come posso, accettando quello che prima non avrei accettato. Gli ultimi lavori li faccio tra 2012 e 2013, negli Emirati, Al-’Ayn e Abu Dhabi. Poi arriva la crisi. E mi sono accorto a mie spese che, nel mondo del lavoro, quando non ce n’è per tutti, a saltare sono i giovani e i vecchi. Quello che c’è da fare, il lavoro che si trova, è per la fascia di età che va dai 30 ai 45 anni”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Angelo è tagliato fuori, comincia a intaccare quello che ha messo via. Cicala sì. Ma qualcosa da parte c’era. Poi le cose precipitano.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha una morosa ma lei lo lascia. Nerina, sua madre, ha bisogno di assistenza e va a vivere con sua figlia Angela. Ma Angelo viveva pure lui in casa di Angela e non c’è spazio per entrambi. Anche perché sua sorella deve fare i conti con l’handicap del figlio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questo è il momento in cui, di fatto, Angelo non ha più un tetto sotto il quale andare a dormire. È diventato un homeless. Non ha soldi, non ha famiglia, nessuno gli dà lavoro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Decide che è arrivato il momento di buttarsi sotto il treno.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sceglie un tratto della Treviso-Conegliano. Qualcuno lo vede e chiama i carabinieri. Si trova sottoposto a cure psichiatriche.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ma io non ero matto, va da sé, solo ero disperato. E non avevo nessuna via d’uscita. Non avevo nessuno. Che altro potevo fare?”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sono arrivati gli assistenti sociali ed è approdato alla casa di via Pasubio. “Non è il massimo ma me la tengo cara. Non posso sgarrare con gli orari. C’è la fila di quelli che vorrebbero il mio letto. Siamo in venti, con noi risiede un operatore. Ogni tanto qualcuno dà fuori di testa magari perché è un po’ bevuto e l’operatore chiama i carabinieri. Ci sorveglia, pianifica la vita grama che facciamo lì dentro. Serve da equilibratore”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli chiedo come vive. È a questo punto che mi dà il suo cellulare. Sorride. “Non ho difficoltà a risponderti, ho molto tempo libero”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Già, non fare nulla dalla mattina alla sera, riempire giornate vuote. “Guarda che c’è qualcuno a cui va perfino bene. È gente abituata al nulla, gente che viene dalla Liberia, dalla Nigeria, dai paesi più poveri dell’Africa. Un letto e un pasto. Per quasi tutti è pur sempre uno stare meglio di come erano messi a casa loro. Ma tu capisci. Senza scopi, senza prospettive, senza un senso da dare a ogni giorno che passa, a tutte le ore del giorno, si diventa bestie, ci si abbrutisce. Semplicemente ci si adagia sul fondo”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli chiedo se lui è ridotto così. No, per fortuna no. E scopro che in Angelo c’è ancora voglia di andare avanti e resiste ancora una progettualità importante.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Ho chiesto alle istituzioni di aiutarci con pochissimo a mettere su una cooperativa sociale. Una sede, un minimo di struttura di base per partire. Per partecipare ai concorsi degli enti pubblici e privati. Pulizie, manutenzioni, giardini da curare, quello che si può fare insomma. Anche per dare un minimo di dignità a gente che si trova in condizioni morali anche peggiori della mia. Un riscatto”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli chiedo se ha qualche soldo. “Mia madre mi dà qualcosa della sua pensione, dieci euro al giorno, trecento al mese. La Nerina ha 93 anni e io dipendo dalla sua pensione. Mia sorella l’ha consigliata di non darmi tutti e trecento gli euro in un colpo solo. Così ogni dieci giorni vado a fare il bancomat da mia madre. Ci compero le sigarette e poco altro. Giustamente, vuoi mai vedere che mi mangio i trecento in un colpo solo. Lo sanno tutti, sono una cicala”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Accende l’ennesima sigaretta. Siamo in confidenza e mi permetto. Gli faccio osservare che se ha problemi ai polmoni, col fumo dovrebbe andarci più cauto. Mi guarda.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Il fumo diventa un modo per riempire il tempo, per farlo passare. C’è chi sviluppa la voglia di fumare, c’è chi si mette a bere. Qualcuno fuma e beve insieme. Qualcuno sceglie anche di peggio. Io fumo e basta, sono uno dei più bravi”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Gli chiedo come mangia. “Alla sera vado a fare un pasto alla Caritas, qui vicino, all’ex Girolamo Emiliani. A mezzogiorno ci sarebbe un pasto all’ex ristorante dei poveri, in via Risorgimento. Ma non un granché, diciamo così. Andarci vorrebbe dire essere proprio ridotti a zero. Mangio due pizzette e la fame me la tengo per la sera”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sorride e si incammina verso la mensa della Caritas. È l’ora.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Vuoi un passaggio?”. “No, faccio a piedi, è qui a due passi”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ha un passo elastico, da uomo che conosce il mondo. Passo lungo, da seconda linea. Pronto a spingere, pronto al salto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>Ode alla sopressa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 09:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; QUELLA VOLTA CHE GESÙ… Chissà a cosa allude Teofilo Folengo quando, nel Baldus, in un’orgia di prelibatezze, cita le supressadas di origine napoletana[1]. E chissà se il salume che Jacopo Dal Ponte, il Bassano, dipinge in un suo quadro, attorno al 1577, è davvero una sopressa. Sarebbe la prima “fotografia” della nostra eroina[2]. Il dipinto ci presenta la visita di Gesù nella casa di tre fratelli, Marta, Maria, Lazzaro. Maria è il dolce personaggio che qualche tradizione fa coincidere con Maria di Magdala. È l’episodio di cui ci parla il vangelo di Giovanni[3] e cui fanno cenno anche Marco e Matteo[4]. Ma qui non si racconta il passaggio più famoso (e malizioso) di Maria che cosparge i piedi di Gesù di un unguento prezioso e li asciuga con i propri capelli. No, qui Gesù è colto ancora sulla soglia e Jacopo ci dipinge una ricca casa (lo si capisce da stoviglie e suppellettili) tutta in febbrile movimento per accogliere degnamente l’ospite. Il centro non è Gesù, ma la casa stessa. Pollame appeso alle pareti. In primo piano un candido panno raccoglie i frutti di una abbondante cacciagione. Sulla sinistra, proprio sotto Gesù, un inserviente controlla grossi pesci (sembrano ancora vivi) in un grande cesto. Forse non casuale, lì ai piedi di Gesù: ichthýs (pesce) è uno dei primi simboli del cristianesimo. E, sulla destra, un maestoso personaggio dal copricapo rosso (dovrebbe proprio essere Lazzaro), esattamente in faccia a Gesù che compie il suo ingresso regale. Lazzaro controlla il paiolo ribollente sul focolare e, probabilmente, le rotondità della servetta davanti alle fiamme. Intanto stacca grosse fette da quella che vorremmo tanto essere una sopressa. Perché è divina l’idea che Gesù assaggi come antipasto la paradisiaca salama. Insomma “che si faccia la bocca” con la sopressa. Che il gusto del primo boccone nella casa che lo accoglie con tanto riguardo sia proprio quello. Poi arte e letteratura non offrono molti spunti. Ripenso a un incredibile personaggio di Giovanni Testori. Testori scrive soppressa con due “p”e io, citandolo, rispetto la grafia. Il dio della Vigor, il dio di Roserio, ciclista semiprofessionista, adorato e venerato nell’hinterland milanese, è in crisi. Il Riguttini, il suo miglior gregario, sta per fargli lo sgambetto: ha visto il suo capitano in difficoltà e si accinge a batterlo in volata. Ce lo racconta proprio Giovanni Testori nel racconto lungo (si intitola appunto Il dio di Roserio) che apre la silloge Il ponte della Ghisolfa. Ma perché è in crisi il dio di Roserio? Perché il suo allenatore, Todeschi, lo ha rimpinzato prima della gara. “…voltandosi, ridendo, sfottendo, come aveva fatto perché non andava giù col suo solito stand, perché il ventre non gli voleva mandar giù la soppressa, il vino e tutto quello che il Todeschi lo aveva obbligato a mangiare”. Magnifica sopressa, combinata al vino buono. Anche se riempirne un ciclista, il dio, il favorito, della gara, beh, forse non è la ricetta giusta. E comunque al centro sta lei. Come ci dice Mario Soldati in Vino al vino[5]. Anche lui soppressa con la doppia “p”. “Quando torniamo alle mezzadrie, troviamo già tutti a tavola, in una stanza terrena, vasta e disadorna. La tavola, rettangolare e lunga come quella di un convento, è al centro, senza tovaglia. Salami, soppresse, formaggi di varia età, polenta, e boccali e bottiglie, Clinto e Clintòn di tutte le specie e di uno, due e tre anni”. Poco prima Soldati aveva fatto una professione di fede non da poco, proclamando ad alta voce (e probabilmente con un goto color rubino in mano) che “Non darei la colazione al Clinto per un pranzo da Chez Maxim”. Il Clinto dal “sapore volpino”. Per dire. La sopressa e i suoi amici. Tra parentesi. Noi stiamo col grande Boerio, il dizionario della lingua veneziana uscito nella prima metà dell’Ottocento, il quale indica anche il sinonimo “sopressada” e con tutta la tradizione nostrana. La lingua veneta sembra fatta apposta per scempiare le doppie. Il veneto addirittura le spappola, le doppie. Sopressa con una sola “p”. A prescindere dalla sua etimologia. Che non è per nulla chiara. Infatti non tutti sono d’accordo con Giacomo Devoto che nel suo Avviamento alla etimologia italiana fa derivare sopressa dal participio passato “soppressata”, letteralmente “(carne) compressa con il sale”. Qualcuno vi vede influssi spagnoli. Sobreasada, una salsiccia “arrostita sopra”, sobre asada, appunto. E in spagnolo esiste anche un verbo salpresar che vale “cospargere di sale”. Con questo retroterra, tutto sommato modesto, ma bello e odoroso, un giorno mi sono trovato a scrivere un poema sulla sopressa. Buttato giù in pochi minuti, anche se poi ci sono tornato sopra e ci ho lavorato. L’occasione si è presentata ai tempi -non molti anni fa- in cui, a Falzè di Trevignano, in casa di Angelo Fedato e di sua moglie Rosalba (due medici molto amati nel territorio), si celebrava un trionfale campionato veneto della sopressa. Sono stato per più edizioni presidente della giuria. Poi qualcuno ci ha messo gli occhi sopra. Maglietta sbrodolona, berrettino antisole, calzoncini corti sono stati sostituiti da giacca scura e cravatta. Il concorso è diventato qualcosa di molto diverso da una solare festa sull’aia, adulti e bambini a giocare interminabili e taroccate partite di pallavolo. E ora non so nemmeno se esista ancora o che fine abbia fatto. Ma, insomma, resta quel poema, scritto di getto per essere letto in un gruppo di amici. Vi confluiscono diversi strati temporali e tanti volti. Alcune letture, ad esempio Il crudo e il cotto[6] di Claude Lévi-Strauss. Per la sopressa crudo e cotto coesistono. Il crudo si ricollega al bisogno umano di attingere a memorie (ed energie) ancestrali, a ere in cui ancora il fuoco non era stato addomesticato dall’uomo. L’istinto primordiale e le sorgenti della vita. E il cotto, beh, il cotto allude a tutti gli “altri” modi di stare della sopressa. L’altra faccia della luna. Comprensibilmente non dissimile dalla faccia nota. Ma diversa. Naturalmente c’è il mondo della mia infanzia in quelle campagne sterminate (così apparivano ai miei occhi bambini) che confinavano con le acque del Sile e che ora sono parcheggio dell’ospedale di Treviso e tangenziale. Il gran mago, stregone e cerimoniere del “giorno del porsel”, era mio zio, Sandro Cavasin, di cui ho raccontato la storia in un racconto di qualche anno fa, Zio Fabio[7]. Proprio un mago, mi pareva. Da adulto avrei scoperto che l’arte magirica è un altro nome per definire la gastronomia. Le due fotografie che mi stanno dentro nitide, sono la sveglia in ore che ancora appartenevano alla notte e la visione finale e conclusiva di salami, salsicce, sopresse, bondiole e musetti appesi in riga a lunghe canne di bambù, nello stanzone dietro la cucina. Ed era già la notte dopo. Poi Dario Guzzo, montelliano di razza, titolare dell’agriturismo Busa dea messa, feudatario buono e gentile. Dario ha occhi intelligenti, che sorridono sempre, di una allegria triste. A casa sua ho visto ammazzare il maiale e l’ho visto diventare sopressa e salame. Fase dopo fase. Il porco appeso, quasi crocifisso, per bruciargli il pelo, la divisione delle parti, la macinatura, l’aggiunta di spezie e vino, l’insaccatura. Una giornata, ancora da notte a notte, indimenticabile. Dario mi ha ripetuto un proverbio che già conoscevo (Del porsel no se buta via gnente) e uno intriso di quella sapienzialità contadina che è costruzione di calendario (Un porsel nol ga mai da passar do agosti). Voglio citare anche il grande attore e regista, da poco scomparso, Paolo Trevisi che mi ha fatto notare che dal poema mancava l’evento che non può mancare: il ragazzo ingenuo, in pellegrinaggio, alla ricerca della “forma del salado”. Grazie Paolo, mio amatissimo amico. E grazie anche a Daniele Barbazza, grandioso imperatore di fiori e piante, amico fraterno dai banchi delle De Amicis, che tira fuori il manoscritto della Sopresseide tutte le volte che può e me lo fa leggere ad ogni piè sospinto. Dai e dai, grazie a Daniele, ho finito per convincermi che la Sopresseide, ha qualche grazia e una sua robustezza. Insomma non una semplice chitarronata come diceva Giosuè Carducci parlando, con un certo disprezzo, del suo Inno a Satana. Grazie a Toni Meneghetti, dal volto di hidalgo, che mi ha insegnato a leggere muffe e grana della sopressa. Grazie a Otello Fabris, nume tutelare dell’Associazione Amici di Merlin Cocai, sempre generoso del suo tempo e della sua cultura. Elemento scatenante per la pubblicazione è stato l’incontro (subito divenuto amicizia e, con riferimento alla Sopresseide, travolgente entusiasmo) con Bruno Bassetto, il genio che ha trasformato la cucina popolare in cultura e ne è divenuto ambasciatore ovunque. Un drago che una ne fa e intanto altre cento ne progetta. Insieme abbiamo progettato l’avventura di questo libro. Lui ci ha messo l’inventiva delle sue ricette, io il mio estro poetico. Posso chiudere, mentre affido la Sopresseide alla benevolenza del lettore, rievocando la malinconica visione di Pier Antonio Quarantotti Gambini? Pane, sopressa e vino. Tra un boccone e l’altro sorridevi.[8] [1] Baldus, I, 470. [2] Si tratta del “Cristo in casa di Marta, Maria e Lazzaro”, olio su tela (98 x 126,5 cm), che si trova a Houston, presso la Sarah Campbell Blaffer Foundation. [3] Giovanni, 12,1-8. [4] Matteo 26,6-13; Marco 14,3-9. [5] Mario Soldati, Vino al vino 2006, Mondadori. [6] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, 2008, Il Saggiatore. [7] Gli ospiti notturni, 2001, SantiQuaranta. [8] Racconto d’amore, 1966.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/11/Copertina-ODE-ALLA-SOPRESSA.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3213" alt="Copertina ODE ALLA SOPRESSA" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/11/Copertina-ODE-ALLA-SOPRESSA-203x300.jpg" width="203" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>QUELLA VOLTA CHE GESÙ…</b></span></p>
<p><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/11/cristo-accolto-da-marta-e-maria-XVI-XVII-secTrento-museo-diocesano-pittore-bassanesco.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3212" alt="cristo accolto da marta e maria XVI XVII secTrento museo diocesano pittore bassanesco" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/11/cristo-accolto-da-marta-e-maria-XVI-XVII-secTrento-museo-diocesano-pittore-bassanesco-300x235.jpg" width="300" height="235" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Chissà a cosa allude Teofilo Folengo quando, nel <i>Baldus</i>, in un’orgia di prelibatezze, cita le <i>supressadas</i> di origine napoletana<sup><a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a></sup>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E chissà se il salume che Jacopo Dal Ponte, il Bassano, dipinge in un suo quadro, attorno al 1577, è davvero una sopressa. Sarebbe la prima “fotografia” della nostra eroina<sup><a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a></sup>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il dipinto ci presenta la visita di Gesù nella casa di tre fratelli, Marta, Maria, Lazzaro. Maria è il dolce personaggio che qualche tradizione fa coincidere con Maria di Magdala. È l’episodio di cui ci parla il vangelo di Giovanni<sup><a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a></sup> e cui fanno cenno anche Marco e Matteo<sup><a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a></sup>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma qui non si racconta il passaggio più famoso (e malizioso) di Maria che cosparge i piedi di Gesù di un unguento prezioso e li asciuga con i propri capelli.</span><br />
<span style="color: #000000;"> No, qui Gesù è colto ancora sulla soglia e Jacopo ci dipinge una ricca casa (lo si capisce da stoviglie e suppellettili) tutta in febbrile movimento per accogliere degnamente l’ospite. Il centro non è Gesù, ma la casa stessa. Pollame appeso alle pareti. In primo piano un candido panno raccoglie i frutti di una abbondante cacciagione.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sulla sinistra, proprio sotto Gesù, un inserviente controlla grossi pesci (sembrano ancora vivi) in un grande cesto. Forse non casuale, lì ai piedi di Gesù: ichthýs (pesce) è uno dei primi simboli del cristianesimo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> E, sulla destra, un maestoso personaggio dal copricapo rosso (dovrebbe proprio essere Lazzaro), esattamente in faccia a Gesù che compie il suo ingresso regale. Lazzaro controlla il paiolo ribollente sul focolare e, probabilmente, le rotondità della servetta davanti alle fiamme. Intanto stacca grosse fette da quella che vorremmo tanto essere una sopressa.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché è divina l’idea che Gesù assaggi come antipasto la paradisiaca salama. Insomma “che si faccia la bocca” con la sopressa. Che il gusto del primo boccone nella casa che lo accoglie con tanto riguardo sia proprio quello.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi arte e letteratura non offrono molti spunti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ripenso a un incredibile personaggio di Giovanni Testori. Testori scrive soppressa con due “p”e io, citandolo, rispetto la grafia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il dio della Vigor, il dio di Roserio, ciclista semiprofessionista, adorato e venerato nell’hinterland milanese, è in crisi. Il Riguttini, il suo miglior gregario, sta per fargli lo sgambetto: ha visto il suo capitano in difficoltà e si accinge a batterlo in volata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ce lo racconta proprio Giovanni Testori nel racconto lungo (si intitola appunto <i>Il dio di Roserio</i>) che apre la silloge <i>Il ponte della Ghisolfa</i>. Ma perché è in crisi il dio di Roserio? Perché il suo allenatore, Todeschi, lo ha rimpinzato prima della gara.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “…voltandosi, ridendo, sfottendo, come aveva fatto perché non andava giù col suo solito stand, perché il ventre non gli voleva mandar giù la soppressa, il vino e tutto quello che il Todeschi lo aveva obbligato a mangiare”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Magnifica sopressa, combinata al vino buono. Anche se riempirne un ciclista, il dio, il favorito, della gara, beh, forse non è la ricetta giusta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E comunque al centro sta lei. Come ci dice Mario Soldati in <i>Vino al vino</i><sup><a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a></sup>. Anche lui soppressa con la doppia “p”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> “Quando torniamo alle mezzadrie, troviamo già tutti a tavola, in una stanza terrena, vasta e disadorna. La tavola, rettangolare e lunga come quella di un convento, è al centro, senza tovaglia. Salami, soppresse, formaggi di varia età, polenta, e boccali e bottiglie, Clinto e Clintòn di tutte le specie e di uno, due e tre anni”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poco prima Soldati aveva fatto una professione di fede non da poco, proclamando ad alta voce (e probabilmente con un goto color rubino in mano) che “Non darei la colazione al Clinto per un pranzo da Chez Maxim”. Il Clinto dal “sapore volpino”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Per dire. La sopressa e i suoi amici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tra parentesi. Noi stiamo col grande Boerio, il dizionario della lingua veneziana uscito nella prima metà dell’Ottocento, il quale indica anche il sinonimo “sopressada” e con tutta la tradizione nostrana. La lingua veneta sembra fatta apposta per scempiare le doppie. Il veneto addirittura le spappola, le doppie.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sopressa con una sola “p”. A prescindere dalla sua etimologia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Che non è per nulla chiara. Infatti non tutti sono d’accordo con Giacomo Devoto che nel suo <i>Avviamento alla etimologia italiana</i> fa derivare sopressa dal participio passato “soppressata”, letteralmente “(carne) compressa con il sale”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Qualcuno vi vede influssi spagnoli. <i>Sobreasada</i>, una salsiccia “arrostita sopra”, <i>sobre asada</i>, appunto. E in spagnolo esiste anche un verbo <i>salpresar</i> che vale “cospargere di sale”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Con questo retroterra, tutto sommato modesto, ma bello e odoroso, un giorno mi sono trovato a scrivere un poema sulla sopressa. Buttato giù in pochi minuti, anche se poi ci sono tornato sopra e ci ho lavorato. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’occasione si è presentata ai tempi -non molti anni fa- in cui, a Falzè di Trevignano, in casa di Angelo Fedato e di sua moglie Rosalba (due medici molto amati nel territorio), si celebrava un trionfale campionato veneto della sopressa. Sono stato per più edizioni presidente della giuria. Poi qualcuno ci ha messo gli occhi sopra. Maglietta sbrodolona, berrettino antisole, calzoncini corti sono stati sostituiti da giacca scura e cravatta. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il concorso è diventato qualcosa di molto diverso da una solare festa sull’aia, adulti e bambini a giocare interminabili e taroccate partite di pallavolo. E ora non so nemmeno se esista ancora o che fine abbia fatto.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma, insomma, resta quel poema, scritto di getto per essere letto in un gruppo di amici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vi confluiscono diversi strati temporali e tanti volti. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Alcune letture, ad esempio <i>Il crudo e il cotto</i><sup><a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a></sup> di Claude Lévi-Strauss. Per la sopressa crudo e cotto coesistono. Il crudo si ricollega al bisogno umano di attingere a memorie (ed energie) ancestrali, a ere in cui ancora il fuoco non era stato addomesticato dall’uomo. L’istinto primordiale e le sorgenti della vita. E il cotto, beh, il cotto allude a tutti gli “altri” modi di stare della sopressa. L’altra faccia della luna. Comprensibilmente non dissimile dalla faccia nota. Ma diversa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Naturalmente c’è il mondo della mia infanzia in quelle campagne sterminate (così apparivano ai miei occhi bambini) che confinavano con le acque del Sile e che ora sono parcheggio dell’ospedale di Treviso e tangenziale.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il gran mago, stregone e cerimoniere del “giorno del porsel”, era mio zio, Sandro Cavasin, di cui ho raccontato la storia in un racconto di qualche anno fa, <i>Zio Fabio</i><sup><a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a></sup>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Proprio un mago, mi pareva. Da adulto avrei scoperto che l’arte magirica è un altro nome per definire la gastronomia. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Le due fotografie che mi stanno dentro nitide, sono la sveglia in ore che ancora appartenevano alla notte e la visione finale e conclusiva di salami, salsicce, sopresse, bondiole e musetti appesi in riga a lunghe canne di bambù, nello stanzone dietro la cucina. Ed era già la notte dopo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Poi Dario Guzzo, montelliano di razza, titolare dell’agriturismo Busa dea messa, feudatario buono e gentile. Dario ha occhi intelligenti, che sorridono sempre, di una allegria triste. A casa sua ho visto ammazzare il maiale e l’ho visto diventare sopressa e salame. Fase dopo fase. Il porco appeso, quasi crocifisso, per bruciargli il pelo, la divisione delle parti, la macinatura, l’aggiunta di spezie e vino, l’insaccatura. Una giornata, ancora da notte a notte, indimenticabile. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dario mi ha ripetuto un proverbio che già conoscevo (<i>Del porsel no se buta via gnente</i>) e uno intriso di quella sapienzialità contadina che è costruzione di calendario (<i>Un porsel nol ga mai da passar do agosti</i>).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Voglio citare anche il grande attore e regista, da poco scomparso, Paolo Trevisi che mi ha fatto notare che dal poema mancava l’evento che non può mancare: il ragazzo ingenuo, in pellegrinaggio, alla ricerca della “forma del salado”. Grazie Paolo, mio amatissimo amico.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E grazie anche a Daniele Barbazza, grandioso imperatore di fiori e piante, amico fraterno dai banchi delle De Amicis, che tira fuori il manoscritto della <i>Sopresseid</i>e tutte le volte che può e me lo fa leggere ad ogni piè sospinto.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dai e dai, grazie a Daniele, ho finito per convincermi che la <i>Sopresseide</i>, ha qualche grazia e una sua robustezza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Insomma non una semplice chitarronata come diceva Giosuè Carducci parlando, con un certo disprezzo, del suo <i>Inno a Satana</i>. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Grazie a Toni Meneghetti, dal volto di hidalgo, che mi ha insegnato a leggere muffe e grana della sopressa. Grazie a Otello Fabris, nume tutelare dell’Associazione Amici di Merlin Cocai, sempre generoso del suo tempo e della sua cultura. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Elemento scatenante per la pubblicazione è stato l’incontro (subito divenuto amicizia e, con riferimento alla <i>Sopresseide</i>, travolgente entusiasmo) con Bruno Bassetto, il genio che ha trasformato la cucina popolare in cultura e ne è divenuto ambasciatore ovunque. Un drago che una ne fa e intanto altre cento ne progetta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Insieme abbiamo progettato l’avventura di questo libro. Lui ci ha messo l’inventiva delle sue ricette, io il mio estro poetico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Posso chiudere, mentre affido la<i> Sopresseide</i> alla benevolenza del lettore, rievocando la malinconica visione di Pier Antonio Quarantotti Gambini?</span></p>
<p align="center"><span style="color: #000000;"><i>Pane, sopressa e vino. Tra un boccone<br />
e l’altro sorridevi.</i><sup><a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a></sup><i></i></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> Baldus, I, 470.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> Si tratta del “Cristo in casa di Marta, Maria e Lazzaro”, olio su tela (98 x 126,5 cm), che si trova a Houston, presso la Sarah Campbell Blaffer Foundation.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> Giovanni, 12,1-8.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> Matteo 26,6-13; Marco 14,3-9.</span></p>
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<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> Mario Soldati, Vino al vino 2006, Mondadori.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, 2008, Il Saggiatore.</span></p>
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<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> Gli ospiti notturni, 2001, SantiQuaranta.</span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a> Racconto d’amore, 1966.</span></p>
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<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fode-alla-sopressa%2F&amp;linkname=Ode%20alla%20sopressa" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fode-alla-sopressa%2F&amp;linkname=Ode%20alla%20sopressa" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fode-alla-sopressa%2F&amp;linkname=Ode%20alla%20sopressa" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fode-alla-sopressa%2F&amp;linkname=Ode%20alla%20sopressa" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fode-alla-sopressa%2F&amp;title=Ode%20alla%20sopressa" id="wpa2a_16"></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>LE MELE DI CRISTIANA</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2016 12:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[LE MELE DEI ROMANI HANNO CONQUISTATO L’EUROPA Intervista a Gian Domenico Mazzocato A Roma e nelle terre da lei dominate ogni zona aveva la sua varietà di mela. La mela annurca, che in Campania si mangia ancora oggi. È raffigurata in alcuni affreschi della Casa dei Cervi ad Ercolano. L’etimologia è incerta: per Plinio è da collegare con “Orco”, cioè il campano lago d’Averno. Poi le mele esotiche: l’epirotica (Epiro), la graecula (Grecia), la pelusiana (che veniva dal delta del Nilo); la siduntia (Corinto). L’elenco continua con la mela del paradiso (paradisi malum, perché il suo colore, giallo pallido tendente al verde, ha una sfumatura rosata sul lato che la rende simile alle guance di un angelo), probabilmente di origine armena, coltivata soprattutto in epoca tardo-imperiale e durante il Medioevo. E naturalmente quelle autoctone: l’amerina (Ameria, nel territorio sabino), la camerina (Camerino), la crustumina (Crustumium), la mordiana (Mordio), la orbiculata e la rotunda (per la loro forma sferica), la purpurea e la siria (per il loro colore quasi tendente al violaceo). Poi c’era la mela appia, da un Appio Claudio, così esperto di pratica agricolo che ottenne una varietà dalle caratteristiche incredibili perché, a quanto si dice, riusciva a maturare al gelo. La mela rosa è una varietà che viene forse dalla orbiculata romana. La buccia presenta una macchia rossa dalla parte di maggior maturazione perché rivolta al sole. Ne parliamo con lo scrittore e drammaturgo Gian Domenico Mazzocato che è anche latinista di chiara fama. Ha tradotto la monumentale storiografia di Tacito e Livio ed è studioso dell’opera e della figura di Venanzio Fortunato. Dunque mela protagonista assoluta della romanità? Guardi che dall’elenco mancano ancora le regine della cucina e della tavola le mala cydonia, cioè le mele cotogne. E anche altre varietà di cui le dirò dopo. La mela faceva il suo ingresso nell’ultima parte del banchetto, la commissatio. Si diceva ab ovo usque ad malum (dall’uovo alla mela). Come ci ricorda Orazio (Satire, 1, 3, 6-7), infatti, il banchetto deve iniziare con le uova e finire con le mele. Per le loro proprietà digestive e per il loro gusto fresco e dolce. E siccome dopo aver ben mangiato si deve fare all’amore, serve ricordare che la mela (da sempre simbolo della femminilità e associata a Venere) era considerato il frutto afrodisiaco per eccellenza. Anche perché aveva radici profonde nell’immaginario erotico: è o non è il frutto del giudizio? Il frutto che ha proclamato la dea nata dalla spuma delle onde bella tra le belle? Inoltre la mela è simbolo di potere. Perché è una sfera (come il mondo, come il cosmo) e contiene in sé i semi della vita. Nella simbologia degli imperatori romani c’era una mela da recare con la mano sinistra (e la destra stringeva lo scettro!). Fascino irresistibile: Atalanta fu sconfitta nella corsa solo dal suo desiderio per le mele d’oro delle Esperidi. Non le viene in mente che New York è detta La grande mela? Con radici proprio in Roma, come le ho detto. Ma come era presente nella gastronomia romana la mela? Posso ampliare la sua domanda? Si può dire che la storia dell’impero romano è anche la storia della mela. Anzi. La mela ha fatto la storia di Roma. Fresca e leggera da trasportare, è il frutto prediletto dei legionari romani che ne conservano i semi e li piantano ovunque si insedino. Dalla Francia all’Inghilterra. Ce li immaginiamo durante le lunghe marce, tuffare una mano nello zaino e sbocconcellare una mela senza fermare il passo. Dissetante e nutriente. Orazio ci dice che era di gran lunga il frutto più diffuso in tutta Italia. L’Italia era anzi, un “unico, grande frutteto”. Con qualche luogo particolarmente deputato? Sì, in questo grande frutteto i legionari sperimentarono che il Friuli possedeva le migliori condizioni climatiche e uno dei terreni più adatti alla coltivazione del melo. Noi conosciamo bene il malum matianum, che è da considerarsi la prima mela autoctona del Friuli. Deve il suo nome a Caio Mazio, molto attivo nel territorio di Aquileia. Della presenza non solo nella gastronomia friulana ma anche nella cultura di questa regione abbiamo testimonianza dal pavimento musivo di una domus aquileiana del I secolo a C: l’asaraton, cioè il pavimento “non spazzato”, un trompe l’oeil fantastico. …per non dover fare troppo spesso le pulizie, ci si faceva il pavimento che sembrava sporco nonostante ogni lavaggio e nonostante tutte le scope. Un vezzo. Lo storico Suetonio ci ha poi tramandato la memoria di un Domiziano solitario e serotino. Alla sera la sua cena era costituita solo da una mela maziana accompagnata da un po’ d’acqua. E Apicio, quando fa la lista dei minutalia (il minutal è una specie di tartare o di fricassea di pesce o carne, con cui si possono confezionare anche salsicce) ci parla proprio del minutal matianum, a base di mele maziane. La sua ricetta: “Metti in tegame olio, salsa, brodo, taglia dei porri, del coriandolo e piccole salsicce. Taglia a dadi la spalla cotta di porco con la sua cotenna. Fai in modo che tutto cuocia. A mezza cottura, unisci mele maziane pulite e tagliate a dadi; trita il pepe, il cumino, il coriandolo verde, la menta, la radice di silfio. Bagna con aceto, miele, salsa, e poco mosto cotto e il suo stesso sugo; uniscivi poco aceto. Fai bollire. Cospargi di pepe e servi”. Apicio, cioè il cuoco e gastronomo più famoso dell’antichità romana… Certo. Marco Gavio Apicio che visse nei primi anni dell’impero, tra il 25 avanti Cristo e il 37 dopo Cristo. Su di lui fiorì una vasta aneddotica. Si dice che nutrisse le murene con la carne degli schiavi. Tra il terzo e quarto secolo furono raccolte, nel suo nome, alcune ricette (ovviamente non tutte sue, come accade), col titolo complessivo di De re coquinaria (L’arte culinaria), in dieci libri. Probabilmente rimaneggiamenti e rifacimenti di opere anteriori, non abbiamo molte testimonianze. Altrettanto probabilmente ad un primo nucleo di ricette se ne aggiunsero altre in più fasi successive. Una sua ricetta a base di mele buona anche oggi? In rete ho trovato la ricetta del maiale con le mele, che viene collegata a lui e al suo trattato, il maiale con le mele. Non so con quanto fondamento, comunque questa è la ricetta per la quale si può impiegare carne di maiale cruda o prosciutto di spalla, per ridurre i tempi di cottura. “Lessare la carne di maiale e tagliarla poi a cubetti come per uno spezzatino. Intanto preparate delle polpettine di carne tritata. Mettete a cuocere i cubetti di maiale e le polpette in una casseruola nella quale avete fatto soffriggere olio, garum, porri e coriandolo tritati. Fate insaporire poi bagnate con un po’ di brodo e fate cuocere. A metà cottura aggiungete mele tagliate a pezzi. Poco prima della fine della cottura aggiungete un condimento preparato con pepe, coriandolo, menta, olio, aceto e miele e ispessite con della farina”. Il garum è una salsa di cui non conosciamo i componenti (forse fatta con gli avanzi, che ovviamente sono di volta in volta differenti) ma sappiamo che sarebbe stata piuttosto dura per lo stomaco di noi moderni e probabilmente anche per il nostro olfatto. Un’altra ricetta è il ius in dentice asso, cioè una salsa per il dentice arrosto. Vi entrano con pepe, menta, ruta e altro, anche le mele cotogne. Bisogna andare a leggersi tutte le varianti dei minutalia. Il ricettario ne elenca ben otto tra le quali si segnala il Minutal ex iecineribus et pulmonibus leporis (cioè con fegato e polmoni di lepre, dovrebbe essere l’antenato del nostro lievaro coa pearada). La mela cotogna entra praticamente in tutte le ricette. Se le mele erano così importanti si sarà posto il problema della loro conservazione. C’è tutta una letteratura sulla conservazione delle mele. In molto case c’era un locale dedicato proprio alla conservazione del frutto, il pomarium. Rischio di essere un po’ lungo ma vedrà che ricchezza di informazioni. Con cose che la scienza popolare ha conservato nei secoli. Per esempio certe operazioni si fanno solo in luna calante. Il primo a darci consigli è ancora Apicio. Me lo lasci dire con le sue belle, icastiche parole: in calidam ferventem merge, et statim leva et suspende. Dunque rapida, velocissima immersione in acqua bollente per poi lasciarle appese. Oppure si prende una mela perfetta con rametti e foglie. Poi la si fa riposare nel miele, in un recipiente di coccio. Problema che assilla anche altri. Lucio Giunio Moderato Columella, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, ci ha lasciato un trattato sull’agricoltura che ci è giunto integralmente, De re rustica, in dodici libri. Il metodo più efficace consisteva nel porre il frutto in un contenitore (preferibilmente di faggio o di tiglio) ermeticamente chiuso e sotterrato nella sabbia. Ecco le sue parole: “Molti, come fanno con le melagrane, conservano le mele cotogne in fosse o in giare. Parecchi le avvolgono in foglie di fico, poi impastano creta da vasai con morchia e ne spalmano le melagrane; quando la creta è seccata le collocano su un tavolato in un luogo fresco ed asciutto. Molti le mettono in piatti nuovi e le ricoprono con gesso secco in modo che non si tocchino. Noi non abbiamo sperimentato altro metodo più sicuro di questo: si raccolgono le mele cotogne molto mature, sane, senza alcun difetto quando il cielo è sereno e la luna calante, dopo averle pulite della lanugine che c’è sul frutto si dispongono in un fiasco dall’imboccatura molto larga delicatamente e senza esercitare pressione in modo che non possano urtare fra loro. Poi quando si è raggiunto l’orlo del contenitore si bloccano mettendo di traverso ramoscelli di vimini in modo che le comprimano moderatamente e che esse non possano sollevarsi quando verrà aggiunto il liquido. A quel punto si riempie il contenitore fino alla sommità di miele quanto più possibile di qualità e liquido fino a che i frutti sono totalmente sommersi. Questa procedura non solo le conserva ma conferisce al liquido un sapore di vino cotto che senza alcuna controindicazione può essere somministrato ai febbricitanti e che si chiama miele di frutta. Bisogna guardarsi dal conservare col miele mele cotogne non mature, poiché induriscono a tal punto che sono inutilizzabili. È assolutamente inutile, poi, come molti fanno ritenendo che il frutto si guasti, spaccarle con un coltello di osso e togliere i semi; anzi, la procedura che poco prima ho illustrato è sicura a tal punto che, anche se c’è il verme, cessano di guastarsi quando si versa il liquido di cui ho parlato; infatti il miele ha la proprietà di frenare la corruzione e di non consentire che essa si propaghi; non a caso conserva intatto anche un cadavere per moltissimi anni”. Rutilio Tauro Emiliano Palladio, un ricco proprietario con possedimenti in Italia e in Sardegna vissuto nel quarto secolo, gli fa eco nella sua vasta opera sull’agricoltura (Opus agriculturae o De re rustica, in quindici libri). Raccomanda: “A febbraio si innestano i meli cotogni, meglio nel tronco che sulla corteccia … le mele cotogne vanno raccolte mature e conservate così: o poste tra due tegole se sono spalmate da ogni parte di fango o cotte nel mosto o nel vino passito. Altri conservano le più grosse avvolte in foglie di fico. Altri le mettono semplicemente in un luogo asciutto al riparo dal vento. Altri, dopo averle divise in quattro parti ed eliminato con una canna o con un attrezzo d’avorio la parte centrale, le mettono in un vaso di creta e le coprono di miele. Altri le mettono intere nel miele e per questa conservazione conviene sceglierle sufficientemente mature. Altri le coprono di miglio o le conservano separate da paglia. Altri le mettono in piccoli vasi pieni di ottimo vino oppure per conservarle preparano una mistura di vino o di mosto cotto. Altri le chiudono nei contenitori pieni di mosto, il che rende profumato anche il vino. Altri le chiudono in una padella di creta separate l’una dall’altra e la sigillano con gesso secco”. Torte di mele? Non possono mancare. I Romani non conoscevano zucchero o dolcificanti diversi dal miele. Tuttavia usavano per i loro dolci, frutti come la mela. Questa è la torta di mele, la patina de malis, sempre secondo Apicio: “Triterai le mele lessate ripulite al centro con pepe, cumino, miele, vino passito, garum e un po’ d’olio. Dopo avervi aggiunto uova, farai una torta, la cospargerai di pepe e la servirai”. Un mondo di mele di cui non sospettavamo l’esistenza, professore. Curiosità? Quante ne vuole. Ha presente quella mela piccola, asprigna e che sembra non giungere mai a maturazione? Noi Veneti li chiamiamo “pometi” o mele selvatiche. Beh, era una varietà ben nota ai Romani, il sorbus. Delle sorbe servite calde ci ha lasciato la ricetta Gaio Plinio Secondo, cioè Plinio il Vecchio, lo scienziato e scrittore che morì a Stabiae il 25 agosto 79, mentre stava osservando e descrivendo l’eruzione del Vesuvio. “Prendi delle sorbe, puliscile, pestale nel mortaio e passale alla staccio. Snerva quattro cervella scottate, mettile nel mortaio con una decina di grani di pepe, bagna di salsa e pesta. Aggiungi le sorbe e amalgama, rompi otto uova, aggiungi una tazza di salsa. Ungi una padella pulita e mettila sulla brace. Quando sarà cotta cospargi di pepe tritato fine e servi”. Ma questo frutto così presente aveva anche altri usi, fuori della cucina? Dalla mela i Romani ricavavano anche profumi e unguenti. In principio era un uso limitato all’area del sacro. Per fumum, come dicevano (questo è appunto l’etimo del nostro profumo), con riferimento al fumo che faceva salire le cose umane nelle sedi degli dei. Originariamente, infatti, l’uso del profumo era limitato alla funzione sacrale. Uno dei profumi più utilizzati era l’olio di mela cotogna come ci ricorda sempre Plinio il Vecchio, il melinum, che faceva da base a molti unguenti in associazione con altre essenze. Gli unguenti trovavano poi largo impiego nelle terme, per i massaggi. E in medicina? Medicina e cosmesi, dato che si parla perfino della formula per far ricrescere i capelli. Verrebbe voglia di tornare a sperimentare. Ce ne parla Plinio il Vecchio nella sua opera in 37 libri, la Naturalis historia. Con le sue parole: “Le varietà di mele hanno molti impieghi medicinali. Quelle che maturano in primavera sono aspre e nocive allo stomaco, agitando il ventre e la vescica, nuocciono ai tendini. Cotte sono più proficue. Le mele cotogne sono invece più benefiche se cotte; crude tuttavia, purché mature, giovano alla dissenteria, alle affezioni biliari e al morbo celiaco. Non hanno uguale efficacia quando sono cotte, poiché perdono il potere astringente del loro succo. Inoltre le si applica sul petto nel caso di febbre alta, mentre contro il mal di stomaco si applicano, crude o cotte, alla maniera di un cerotto. La loro lanugine guarisce le bolle nere. Cotte nel vino e in impacco con la cera fanno ricrescere i capelli. Alcuni le tritano in amalgama con un decotto di petali di rosa per le affezioni gastriche. Si dice che il loro fiore, sia fresco che secco, giovi per le infiammazioni degli occhi e per i dolori mestruali. Poi, pestandole con un vino dolce, si può trarre un liquore che fa bene al fegato. Molto benefiche sono anche le mele orbicolate che arrestano la diarrea e il vomito e sono diuretiche.” Per chiudere? Lo avrà capito. La mela è come il maiale, non si butta via niente. I semi si piantano, ovvio. Ma spesso servivano per fare delle collane. Venivano portate soprattutto dagli atleti.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>LE MELE DEI ROMANI </b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: x-large;"><b>HANNO CONQUISTATO L’EUROPA</b></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: large;"><b>Intervista a Gian Domenico Mazzocato</b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/10/sparvoli.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3199" alt="sparvoli" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/10/sparvoli-198x300.jpg" width="198" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i>A Roma e nelle terre da lei dominate ogni zona aveva la sua varietà di mela.<br />
La mela annurca, che in Campania si mangia ancora oggi. È raffigurata in alcuni affreschi della Casa dei Cervi ad Ercolano. L’etimologia è incerta: per Plinio è da collegare con “Orco”, cioè il campano lago d’Averno. Poi le mele esotiche: l’epirotica (Epiro), la graecula (Grecia), la pelusiana (che veniva dal delta del Nilo); la siduntia (Corinto). L’elenco continua con la mela del paradiso (paradisi malum, perché il suo colore, giallo pallido tendente al verde, ha una sfumatura rosata sul lato che la rende simile alle guance di un angelo), probabilmente di origine armena, coltivata soprattutto in epoca tardo-imperiale e durante il Medioevo. E naturalmente quelle autoctone: l’amerina (Ameria, nel territorio sabino), la camerina (Camerino), la crustumina (Crustumium), la mordiana (Mordio), la orbiculata e la rotunda (per la loro forma sferica), la purpurea e la siria (per il loro colore quasi tendente al violaceo). Poi c’era la mela appia, da un Appio Claudio, così esperto di pratica agricolo che ottenne una varietà dalle caratteristiche incredibili perché, a quanto si dice, riusciva a maturare al gelo. La mela rosa è una varietà che viene forse dalla orbiculata romana. La buccia presenta una macchia rossa dalla parte di maggior maturazione perché rivolta al sole.<br />
Ne parliamo con lo scrittore e drammaturgo Gian Domenico Mazzocato che è anche latinista di chiara fama. Ha tradotto la monumentale storiografia di Tacito e Livio ed è studioso dell’opera e della figura di Venanzio Fortunato.</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Dunque mela protagonista assoluta della romanità?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Guardi che dall’elenco mancano ancora le regine della cucina e della tavola le <b><i>mala cydonia</i></b>, cioè le mele cotogne. E anche altre varietà di cui le dirò dopo. La mela faceva il suo ingresso nell’ultima parte del banchetto, la <b><i>commissatio</i></b>. Si diceva <b><i>ab ovo usque ad malum </i></b>(dall’uovo alla mela). Come ci ricorda Orazio (Satire, 1, 3, 6-7), infatti, il banchetto deve iniziare con le uova e finire con le mele. Per le loro proprietà digestive e per il loro gusto fresco e dolce. E siccome dopo aver ben mangiato si deve fare all’amore, serve ricordare che la mela (da sempre simbolo della femminilità e associata a Venere) era considerato il frutto afrodisiaco per eccellenza. Anche perché aveva radici profonde nell’immaginario erotico: è o non è il frutto del giudizio? Il frutto che ha proclamato la dea nata dalla spuma delle onde bella tra le belle? Inoltre la mela è simbolo di potere. Perché è una sfera (come il mondo, come il cosmo) e contiene in sé i semi della vita. Nella simbologia degli imperatori romani c’era una mela da recare con la mano sinistra (e la destra stringeva lo scettro!). Fascino irresistibile: Atalanta fu sconfitta nella corsa solo dal suo desiderio per le mele d’oro delle Esperidi. Non le viene in mente che New York è detta La grande mela? Con radici proprio in Roma, come le ho detto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Ma come era presente nella gastronomia romana la mela?<br />
</b>Posso ampliare la sua domanda? Si può dire che la storia dell’impero romano è anche la storia della mela. Anzi. La mela ha fatto la storia di Roma. Fresca e leggera da trasportare, è il frutto prediletto dei legionari romani che ne conservano i semi e li piantano ovunque si insedino. Dalla Francia all’Inghilterra. Ce li immaginiamo durante le lunghe marce, tuffare una mano nello zaino e sbocconcellare una mela senza fermare il passo. Dissetante e nutriente. Orazio ci dice che era di gran lunga il frutto più diffuso in tutta Italia. L’Italia era anzi, un “unico, grande frutteto”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Con qualche luogo particolarmente deputato?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Sì, in questo grande frutteto i legionari sperimentarono che il Friuli possedeva le migliori condizioni climatiche e uno dei terreni più adatti alla coltivazione del melo. Noi conosciamo bene il <b><i>malum matianum</i></b>, che è da considerarsi la prima mela autoctona del Friuli. Deve il suo nome a Caio Mazio, molto attivo nel territorio di Aquileia. Della presenza non solo nella gastronomia friulana ma anche nella cultura di questa regione abbiamo testimonianza dal pavimento musivo di una <b><i>domus</i></b> aquileiana del I secolo a C: l’asaraton, cioè il pavimento “non spazzato”, un trompe l’oeil fantastico. …per non dover fare troppo spesso le pulizie, ci si faceva il pavimento che sembrava sporco nonostante ogni lavaggio e nonostante tutte le scope. Un vezzo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Lo storico Suetonio ci ha poi tramandato la memoria di un Domiziano solitario e serotino. Alla sera la sua cena era costituita solo da una mela maziana accompagnata da un po’ d’acqua. E Apicio, quando fa la lista dei <b><i>minutalia</i></b> (il <b><i>minutal</i></b> è una specie di tartare o di fricassea di pesce o carne, con cui si possono confezionare anche salsicce) ci parla proprio del <b><i>minutal matianum</i></b>, a base di mele maziane. La sua ricetta: “Metti in tegame olio, salsa, brodo, taglia dei porri, del coriandolo e piccole salsicce. Taglia a dadi la spalla cotta di porco con la sua cotenna. Fai in modo che tutto cuocia. A mezza cottura, unisci mele maziane pulite e tagliate a dadi; trita il pepe, il cumino, il coriandolo verde, la menta, la radice di silfio. Bagna con aceto, miele, salsa, e poco mosto cotto e il suo stesso sugo; uniscivi poco aceto. Fai bollire. Cospargi di pepe e servi”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Apicio, cioè il cuoco e gastronomo più famoso dell’antichità romana…<br />
</b>Certo. Marco Gavio Apicio che visse nei primi anni dell’impero, tra il 25 avanti Cristo e il 37 dopo Cristo. Su di lui fiorì una vasta aneddotica. Si dice che nutrisse le murene con la carne degli schiavi. Tra il terzo e quarto secolo furono raccolte, nel suo nome, alcune ricette (ovviamente non tutte sue, come accade), col titolo complessivo di <b><i>De re coquinaria</i></b> (L’arte culinaria), in dieci libri. Probabilmente rimaneggiamenti e rifacimenti di opere anteriori, non abbiamo molte testimonianze. Altrettanto probabilmente ad un primo nucleo di ricette se ne aggiunsero altre in più fasi successive.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Una sua ricetta a base di mele buona anche oggi?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> In rete ho trovato la ricetta del maiale con le mele, che viene collegata a lui e al suo trattato, il maiale con le mele. Non so con quanto fondamento, comunque questa è la ricetta per la quale si può impiegare carne di maiale cruda o prosciutto di spalla, per ridurre i tempi di cottura. “Lessare la carne di maiale e tagliarla poi a cubetti come per uno spezzatino. Intanto preparate delle polpettine di carne tritata. Mettete a cuocere i cubetti di maiale e le polpette in una casseruola nella quale avete fatto soffriggere olio, garum, porri e coriandolo tritati. Fate insaporire poi bagnate con un po’ di brodo e fate cuocere. A metà cottura aggiungete mele tagliate a pezzi. Poco prima della fine della cottura aggiungete un condimento preparato con pepe, coriandolo, menta, olio, aceto e miele e ispessite con della farina”. Il <b><i>garum</i></b> è una salsa di cui non conosciamo i componenti (forse fatta con gli avanzi, che ovviamente sono di volta in volta differenti) ma sappiamo che sarebbe stata piuttosto dura per lo stomaco di noi moderni e probabilmente anche per il nostro olfatto. Un’altra ricetta è il <b><i>ius in dentice asso</i></b>, cioè una salsa per il dentice arrosto. Vi entrano con pepe, menta, ruta e altro, anche le mele cotogne. Bisogna andare a leggersi tutte le varianti dei <b><i>minutalia</i></b>. Il ricettario ne elenca ben otto tra le quali si segnala il <b><i>Minutal ex iecineribus et pulmonibus leporis </i></b>(cioè con fegato e polmoni di lepre, dovrebbe essere l’antenato del nostro lievaro coa pearada). La mela cotogna entra praticamente in tutte le ricette.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Se le mele erano così importanti si sarà posto il problema della loro conservazione.<br />
</b>C’è tutta una letteratura sulla conservazione delle mele. In molto case c’era un locale dedicato proprio alla conservazione del frutto, il <b><i>pomarium</i></b>. Rischio di essere un po’ lungo ma vedrà che ricchezza di informazioni. Con cose che la scienza popolare ha conservato nei secoli. Per esempio certe operazioni si fanno solo in luna calante. Il primo a darci consigli è ancora Apicio. Me lo lasci dire con le sue belle, icastiche parole: <b><i>in calidam ferventem merge, et statim leva et suspende</i></b>. Dunque rapida, velocissima immersione in acqua bollente per poi lasciarle appese. Oppure si prende una mela perfetta con rametti e foglie. Poi la si fa riposare nel miele, in un recipiente di coccio. Problema che assilla anche altri. Lucio Giunio Moderato Columella, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, ci ha lasciato un trattato sull’agricoltura che ci è giunto integralmente, <b><i>De re rustica</i></b>, in dodici libri. Il metodo più efficace consisteva nel porre il frutto in un contenitore (preferibilmente di faggio o di tiglio) ermeticamente chiuso e sotterrato nella sabbia. Ecco le sue parole: “Molti, come fanno con le melagrane, conservano le mele cotogne in fosse o in giare. Parecchi le avvolgono in foglie di fico, poi impastano creta da vasai con morchia e ne spalmano le melagrane; quando la creta è seccata le collocano su un tavolato in un luogo fresco ed asciutto. Molti le mettono in piatti nuovi e le ricoprono con gesso secco in modo che non si tocchino. Noi non abbiamo sperimentato altro metodo più sicuro di questo: si raccolgono le mele cotogne molto mature, sane, senza alcun difetto quando il cielo è sereno e la luna calante, dopo averle pulite della lanugine che c’è sul frutto si dispongono in un fiasco dall’imboccatura molto larga delicatamente e senza esercitare pressione in modo che non possano urtare fra loro. Poi quando si è raggiunto l’orlo del contenitore si bloccano mettendo di traverso ramoscelli di vimini in modo che le comprimano moderatamente e che esse non possano sollevarsi quando verrà aggiunto il liquido. A quel punto si riempie il contenitore fino alla sommità di miele quanto più possibile di qualità e liquido fino a che i frutti sono totalmente sommersi. Questa procedura non solo le conserva ma conferisce al liquido un sapore di vino cotto che senza alcuna controindicazione può essere somministrato ai febbricitanti e che si chiama miele di frutta. Bisogna guardarsi dal conservare col miele mele cotogne non mature, poiché induriscono a tal punto che sono inutilizzabili. È assolutamente inutile, poi, come molti fanno ritenendo che il frutto si guasti, spaccarle con un coltello di osso e togliere i semi; anzi, la procedura che poco prima ho illustrato è sicura a tal punto che, anche se c’è il verme, cessano di guastarsi quando si versa il liquido di cui ho parlato; infatti il miele ha la proprietà di frenare la corruzione e di non consentire che essa si propaghi; non a caso conserva intatto anche un cadavere per moltissimi anni”. Rutilio Tauro Emiliano Palladio, un ricco proprietario con possedimenti in Italia e in Sardegna vissuto nel quarto secolo, gli fa eco nella sua vasta opera sull’agricoltura (<b><i>Opus agriculturae</i></b> o <b><i>De re rustica</i></b>, in quindici libri). Raccomanda: “A febbraio si innestano i meli cotogni, meglio nel tronco che sulla corteccia … le mele cotogne vanno raccolte mature e conservate così: o poste tra due tegole se sono spalmate da ogni parte di fango o cotte nel mosto o nel vino passito. Altri conservano le più grosse avvolte in foglie di fico. Altri le mettono semplicemente in un luogo asciutto al riparo dal vento. Altri, dopo averle divise in quattro parti ed eliminato con una canna o con un attrezzo d’avorio la parte centrale, le mettono in un vaso di creta e le coprono di miele. Altri le mettono intere nel miele e per questa conservazione conviene sceglierle sufficientemente mature. Altri le coprono di miglio o le conservano separate da paglia. Altri le mettono in piccoli vasi pieni di ottimo vino oppure per conservarle preparano una mistura di vino o di mosto cotto. Altri le chiudono nei contenitori pieni di mosto, il che rende profumato anche il vino. Altri le chiudono in una padella di creta separate l’una dall’altra e la sigillano con gesso secco”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Torte di mele?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Non possono mancare. I Romani non conoscevano zucchero o dolcificanti diversi dal miele. Tuttavia usavano per i loro dolci, frutti come la mela. Questa è la torta di mele, la <b><i>patina de malis</i></b>, sempre secondo Apicio: “Triterai le mele lessate ripulite al centro con pepe, cumino, miele, vino passito, garum e un po’ d’olio. Dopo avervi aggiunto uova, farai una torta, la cospargerai di pepe e la servirai”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Un mondo di mele di cui non sospettavamo l’esistenza, professore. Curiosità?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Quante ne vuole. Ha presente quella mela piccola, asprigna e che sembra non giungere mai a maturazione? Noi Veneti li chiamiamo “pometi” o mele selvatiche. Beh, era una varietà ben nota ai Romani, il <b><i>sorbus</i></b>. Delle sorbe servite calde ci ha lasciato la ricetta Gaio Plinio Secondo, cioè Plinio il Vecchio, lo scienziato e scrittore che morì a Stabiae il 25 agosto 79, mentre stava osservando e descrivendo l’eruzione del Vesuvio. “Prendi delle sorbe, puliscile, pestale nel mortaio e passale alla staccio. Snerva quattro cervella scottate, mettile nel mortaio con una decina di grani di pepe, bagna di salsa e pesta. Aggiungi le sorbe e amalgama, rompi otto uova, aggiungi una tazza di salsa. Ungi una padella pulita e mettila sulla brace. Quando sarà cotta cospargi di pepe tritato fine e servi”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Ma questo frutto così presente aveva anche altri usi, fuori della cucina?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Dalla mela i Romani ricavavano anche profumi e unguenti. In principio era un uso limitato all’area del sacro. <b><i>Per fumum</i></b>, come dicevano (questo è appunto l’etimo del nostro profumo), con riferimento al fumo che faceva salire le cose umane nelle sedi degli dei. Originariamente, infatti, l’uso del profumo era limitato alla funzione sacrale. Uno dei profumi più utilizzati era l’olio di mela cotogna come ci ricorda sempre Plinio il Vecchio, il <b><i>melinum</i></b>, che faceva da base a molti unguenti in associazione con altre essenze. Gli unguenti trovavano poi largo impiego nelle terme, per i massaggi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>E in medicina?</b></span><br />
<span style="color: #000000;"> Medicina e cosmesi, dato che si parla perfino della formula per far ricrescere i capelli. Verrebbe voglia di tornare a sperimentare. Ce ne parla Plinio il Vecchio nella sua opera in 37 libri, la <b><i>Naturalis historia</i></b>. Con le sue parole: “Le varietà di mele hanno molti impieghi medicinali. Quelle che maturano in primavera sono aspre e nocive allo stomaco, agitando il ventre e la vescica, nuocciono ai tendini. Cotte sono più proficue. Le mele cotogne sono invece più benefiche se cotte; crude tuttavia, purché mature, giovano alla dissenteria, alle affezioni biliari e al morbo celiaco. Non hanno uguale efficacia quando sono cotte, poiché perdono il potere astringente del loro succo. Inoltre le si applica sul petto nel caso di febbre alta, mentre contro il mal di stomaco si applicano, crude o cotte, alla maniera di un cerotto. La loro lanugine guarisce le bolle nere. Cotte nel vino e in impacco con la cera fanno ricrescere i capelli. Alcuni le tritano in amalgama con un decotto di petali di rosa per le affezioni gastriche. Si dice che il loro fiore, sia fresco che secco, giovi per le infiammazioni degli occhi e per i dolori mestruali. Poi, pestandole con un vino dolce, si può trarre un liquore che fa bene al fegato. Molto benefiche sono anche le mele orbicolate che arrestano la diarrea e il vomito e sono diuretiche.”</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b>Per chiudere?<br />
</b>Lo avrà capito. La mela è come il maiale, non si butta via niente. I semi si piantano, ovvio. Ma spesso servivano per fare delle collane. Venivano portate soprattutto dagli atleti.</span></p>
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		<title>LA CAREGA DI AGOSTINO</title>
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		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/la-carega-di-agostino/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 20:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gli altri libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=3186</guid>
		<description><![CDATA[(PREFAZIONE A STORIE DEI PRA’ LONGHI DI AGOSTINO CONTÒ) di Gian Domenico Mazzocato   …questa cosa era fatta di notte, che nessuno doveva sapere… (Storie dei Pra’ Longhi, Per introdurre) Per chi, come me, non riesce a reggere la noia delle prefazioni, rimando all’ultima riga. C’è, in sintesi, già tutto. Da una vita leggo e decifro Andrea Camilleri (Montalbano e non) e da una vita mi dico: come mi piacerebbe scrivere in veneto allo stesso modo in cui lui scrive in siciliano. Con alibi mentale e culturale pronto, tuttavia: Camilleri scrive in una lingua letteraria che è quasi millenaria e che discende da Federico II, da Jacopo da Lentini, Cielo d’Alcamo e Oddo delle Colonne. Qui da noi è altra storia, purtroppo. Che lingua letteraria può / potrebbe mai essere il veneto?  Alibi facile e tranquillizzante. Fino a lunedì 27 giugno 2016 (nell’agenda della mia esistenza cerchierò la data rubro lapide): in questa giornata (tuoni e fulmini all’alba, sole radioso per il resto delle ore, vorrà pur dire qualcosa) Agostino Contò ha preso a calcioni il mio alibi. Ha svelato una lingua possibile. Ha preso a pugni la mia compita e compiuta sintassi, la mia idea di punteggiatura (più che altro l’ha completamente cassata), le mie certezze ortografiche. Ha scempiato doppie. Ha slabbrato, deformato, contorto, tirato per i capelli, fatto urlare e sussurrare un lessico mai sentito. In una parola ha costruito uno strumento perfetto, un meccanismo da orologio svizzero. In cui tutto torna. Lessico che però viene da lontano e ha picchetti profondamente infissi: una tenda solare, in cui abitare con speranza. Da disfare e mettersi sulle spalle per scoprire novità.  Per esplorare nuove zone del ricordo. Gli starti, le sedimentazioni, le incrostature. Mai dimenticando però l’imprinting della dell’uomo di raffinata cultura. Quel “mi sovviene allor che ci disse il vecchio a mio papà” è sintesi e paradigma. Ha, Agostino, buttato per aria anche le mie idee grafiche di antico giornalista venuto su a piombo e linotype, precipitando dal sasso tarpeio corsivi, neretti, segni diacritici. Ha fatto tutto ciò nel modo aureo e generoso che appartiene agli scrittori di razza, regalandomi il privilegio di condividere queste Storie dei Pra’ Longhi. “Ti mando l’impaginato, dice in sintesi la mail di accompagnamento, dacci un’occhiata”. Capisco subito che un’occhiata non basta. Bisogna bere, assaporare. Metterci lingua, palato e anima. Socchiudere gli occhi, fare pause frequenti e aspettare che l’onda delle emozioni decanti e si filtri. Mi trovo subito a mio agio. Come ero uso a fare uno dei miei grandi padri spirituali, Fulvio Tomizza, è immediatamente geografia. La geografia delle famiglie, nomi e soprattutto nomignoli, caratterizzazioni, distinzioni. Ne so ben qualcosa. Mia moglie è una Zanatta dei tanti ceppi Zanatta di Arcade. Per distinguere, la sua famiglia era quella dei muneri. Famiglie dal blasone miserabile. Proprio perché miserabili e oscurate dalla storia, nel gioco duro della sopravvivenza, hanno bisogno di diventare carne (nelle parole memoriali del narratore, voglio dire) e creano archetipi. Alle svelte, sennò la memoria si liquefa, si perde nelle nebbie. La madre che partorisce un prematuro bambin gesù la notte di natale. Il padre soldato che scende in cantina, tira un’ongiata alla mela perché si guasti. E così gli sarà concesso mangiarla il giorno dopo. Zio Bortolo che mette su banda (nel senso di banditi, non di complesso musicale) col papà e con un amico clarinettista per rapire succulenti capponi. Eccetera. Dico così, per sommi capi e in cifra, per non rovinare il piacere della scoperta. Le genealogie e gli anticristi, irriferibili memorie di bambini morti soffocati (forse) e di adulti consumati in sanatorio. Le postine zitelle, il violinista Zinzin (in forza evidente di un’aurorale onomatopea) e la gattara cui si attaglia benissimo il nome di una maga da poemi cavallereschi. Da regina di prati niente affatto incantati. Dio, che galleria sconvolgente. Dentro all’altra geografia, quella fisica, quella dei muri. La chiesa dei preti e la chiesa laica, cioè l’osteria, le poste: al borgo si arriva seguendo una strada bianca. Il colore c’entra solo da lontano, bianca vuol dire sterrata. Si capisce che si è lì, proprio lì, per via del capitello. Contò non si limita ad affascinare. Coinvolge e travolge. Non ti lascia respirare. Incalza. Appena più in là conosceremo la Piangi-Ridi della Dele fottuta e rifottuta dai cento soldati in ritirata e la perversa pedofilia di Mattio, peraltro già scritta nei suoi occhi folli. Ma la storia di Mattio Mattio col servèlo descusìo è ben altro. Il racconto dedicato alla figura di Sante (al quale un esproprio vuol portar via la terra) sa di liturgia laica, una vera e propria transustanziazione  (“Il suo vino è pronto”, che lo assaggi, che senta se ghe piàse che son brave figliole le sue figliole, di chiesa…”). Lui, Sante, non l’aveva voluta vendere la terra quando era tempo, e ora… A Sante grandina sulla testa. Si trova con le figlie puttane e un figlio scappato, come recita l’epitaffio -senza ombra di cristiana carità- che il prete pronuncia quando la moglie lo trova impiccato. Che umanità dolente e dolorante. Vive e respira proprio quando rinuncia a vivere, pulsa come sangue ferito proprio quando muore. Si muore di disperazione e di vino. Che è un po’ la stessa cosa perché, a bere, ti metti quando sei disperato. Come capita a Viae, il padre di Nino il nano, sulle ali di una meravigliosa assonanza. E poi Abramo, nero fantasma e nero tabarro. Poi ancora la Pina Caìna che “fa tappare le sporche bocche che prima la volevano giovine per nulla solo per i suoi tettoni ché ad ingravidare una zoppa caìna non c’è poi pericolo di doversela sposare”. E… E basta, mi fermo qui. Come ho già detto: travolto. Aggiungo: emozionato, determinato a rileggere e a soppesare ogni situazione ma anche ogni giro di parole. Le storie che abitano la geografia dilatata (e, ad un tempo, piccola, molto confinata) dei Pra’ Longhi avevano bisogno di una narrazione di taglio epico ed ironico insieme. Affettuoso e nostalgico. Mi verrebbe da dire: nostalgico ma cattivo. Nessuna sbavatura. Mai retorico, senza enfasi e con il ciglio asciutto. Che sapesse fare delle vicende di un piccolo borgo dimenticato da Dio, un luogo universale e riconoscibile. Mix impossibile? Leggete, cari amici, leggete. E, se volete, cominciate dall’Epilogo. Che è una lettera. Scritta, a ben vedere, al lettore. Contò vi dà le diritte giuste, le chiavi di lettura, come si dice. E naturalmente racconta, aggiunge narrazione a narrazione. “Ché dopo tanti anni non capisco bene per quali strane vie, mi si presenta al telefono un signore molto per bene e mi chiede della carta che aveva mio nonno, recuperata forse in periodo di guerra, della prima guerra”. Che è storia furba, ma anche enigmatica, perfino misteriosa. Ci diciamo: ma non sarà mica finita qui, vero, la galleria di personaggi del borgo cui si arriva dalla strada bianca? Riprovaci, Agostino. Non essere avaro di te. Prosegui te stesso. Perché davvero i Pra’ Longhi hanno un respiro largo, si fanno immagine possente ( e grande, generale) di umanità disperate e impegolate nel malessere esistenziale. Le umanità che non hanno progetti. Con Storie dei Pra’ Longhi, Agostino Contò piazza autorevolmente la sua carega accanto a quella di Luigi Meneghello. Per l’uso della sintassi e per la capacità di recupero di zone inesplorate dell’anima siede accanto a Giuseppe Berto (ma è meno letterario, più ruspante, più terragno. Insomma più vivo). Inoltre, per la beatitudine scavata e pietrificata del suo dire, Agostino può trascinarsi la carega vicino, ma proprio vicino a Elio Chinol e all’aura che promana dalla sua Vita perduta. Ah, già: sono debitore di un’ultima riga. Grazie Agostino, amico mio. Tutto qua. Grazie dal profondo. Genio, creatività, input, memoria. Un mondo restituito. Che libro, amici miei, che libro. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b>(PREFAZIONE A STORIE DEI PRA’ LONGHI DI AGOSTINO CONTÒ)<br />
di<br />
Gian Domenico Mazzocato</b><b></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p align="right"><span style="color: #000000;"><b><i>…questa cosa era fatta di notte, che nessuno doveva sapere…<br />
(Storie dei Pra’ Longhi, Per introdurre)</i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/09/agostino-conto.jpg"><img class="wp-image-3184 aligncenter" alt="agostino conto" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2016/09/agostino-conto.jpg" width="302" height="461" /></a><i></i></p>
<p><i>Per chi, come me, non riesce a reggere la noia delle prefazioni, rimando all’ultima riga. C’è, in sintesi, già tutto.<br />
</i><br />
Da una vita leggo e decifro Andrea Camilleri (Montalbano e non) e da una vita mi dico: come mi piacerebbe scrivere in veneto allo stesso modo in cui lui scrive in siciliano. Con alibi mentale e culturale pronto, tuttavia: Camilleri scrive in una lingua letteraria che è quasi millenaria e che discende da Federico II, da Jacopo da Lentini, Cielo d’Alcamo e Oddo delle Colonne. Qui da noi è altra storia, purtroppo. Che lingua letteraria può / potrebbe mai essere il veneto?  Alibi facile e tranquillizzante.<br />
Fino a lunedì 27 giugno 2016 (nell’agenda della mia esistenza cerchierò la data rubro lapide): in questa giornata (tuoni e fulmini all’alba, sole radioso per il resto delle ore, vorrà pur dire qualcosa) Agostino Contò ha preso a calcioni il mio alibi. Ha svelato una lingua possibile. Ha preso a pugni la mia compita e compiuta sintassi, la mia idea di punteggiatura (più che altro l’ha completamente cassata), le mie certezze ortografiche. Ha scempiato doppie. Ha slabbrato, deformato, contorto, tirato per i capelli, fatto urlare e sussurrare un lessico mai sentito. In una parola ha costruito uno strumento perfetto, un meccanismo da orologio svizzero. In cui tutto torna.<br />
Lessico che però viene da lontano e ha picchetti profondamente infissi: una tenda solare, in cui abitare con speranza. Da disfare e mettersi sulle spalle per scoprire novità.  Per esplorare nuove zone del ricordo. Gli starti, le sedimentazioni, le incrostature.<br />
Mai dimenticando però l’imprinting della dell’uomo di raffinata cultura. Quel “mi sovviene allor che ci disse il vecchio a mio papà” è sintesi e paradigma.<br />
Ha, Agostino, buttato per aria anche le mie idee grafiche di antico giornalista venuto su a piombo e linotype, precipitando dal sasso tarpeio corsivi, neretti, segni diacritici. Ha fatto tutto ciò nel modo aureo e generoso che appartiene agli scrittori di razza, regalandomi il privilegio di condividere queste Storie dei Pra’ Longhi.<br />
“Ti mando l’impaginato, dice in sintesi la mail di accompagnamento, dacci un’occhiata”.<br />
Capisco subito che un’occhiata non basta. Bisogna bere, assaporare. Metterci lingua, palato e anima. Socchiudere gli occhi, fare pause frequenti e aspettare che l’onda delle emozioni decanti e si filtri. Mi trovo subito a mio agio.<br />
Come ero uso a fare uno dei miei grandi padri spirituali, Fulvio Tomizza, è immediatamente geografia.<br />
La geografia delle famiglie, nomi e soprattutto nomignoli, caratterizzazioni, distinzioni. Ne so ben qualcosa. Mia moglie è una Zanatta dei tanti ceppi Zanatta di Arcade. Per distinguere, la sua famiglia era quella dei muneri.<br />
Famiglie dal blasone miserabile.<br />
Proprio perché miserabili e oscurate dalla storia, nel gioco duro della sopravvivenza, hanno bisogno di diventare carne (nelle parole memoriali del narratore, voglio dire) e creano archetipi.<br />
Alle svelte, sennò la memoria si liquefa, si perde nelle nebbie. La madre che partorisce un prematuro bambin gesù la notte di natale. Il padre soldato che scende in cantina, tira un’ongiata alla mela perché si guasti. E così gli sarà concesso mangiarla il giorno dopo. Zio Bortolo che mette su banda (nel senso di banditi, non di complesso musicale) col papà e con un amico clarinettista per rapire succulenti capponi. Eccetera. Dico così, per sommi capi e in cifra, per non rovinare il piacere della scoperta. Le genealogie e gli anticristi, irriferibili memorie di bambini morti soffocati (forse) e di adulti consumati in sanatorio. Le postine zitelle, il violinista Zinzin (in forza evidente di un’aurorale onomatopea) e la gattara cui si attaglia benissimo il nome di una maga da poemi cavallereschi. Da regina di prati niente affatto incantati.<br />
Dio, che galleria sconvolgente. Dentro all’altra geografia, quella fisica, quella dei muri. La chiesa dei preti e la chiesa laica, cioè l’osteria, le poste: al borgo si arriva seguendo una strada bianca. Il colore c’entra solo da lontano, bianca vuol dire sterrata.<br />
Si capisce che si è lì, proprio lì, per via del capitello. Contò non si limita ad affascinare. Coinvolge e travolge. Non ti lascia respirare. Incalza.<br />
Appena più in là conosceremo la Piangi-Ridi della Dele fottuta e rifottuta dai cento soldati in ritirata e la perversa pedofilia di Mattio, peraltro già scritta nei suoi occhi folli. Ma la storia di Mattio Mattio col servèlo descusìo è ben altro.<br />
Il racconto dedicato alla figura di Sante (al quale un esproprio vuol portar via la terra) sa di liturgia laica, una vera e propria transustanziazione  (“Il suo vino è pronto”, che lo assaggi, che senta se ghe piàse che son brave figliole le sue figliole, di chiesa…”). Lui, Sante, non l’aveva voluta vendere la terra quando era tempo, e ora…<br />
A Sante grandina sulla testa. Si trova con le figlie puttane e un figlio scappato, come recita l’epitaffio -senza ombra di cristiana carità- che il prete pronuncia quando la moglie lo trova impiccato.<br />
Che umanità dolente e dolorante. Vive e respira proprio quando rinuncia a vivere, pulsa come sangue ferito proprio quando muore.<br />
Si muore di disperazione e di vino. Che è un po’ la stessa cosa perché, a bere, ti metti quando sei disperato. Come capita a Viae, il padre di Nino il nano, sulle ali di una meravigliosa assonanza.<br />
E poi Abramo, nero fantasma e nero tabarro. Poi ancora la Pina Caìna che “fa tappare le sporche bocche che prima la volevano giovine per nulla solo per i suoi tettoni ché ad ingravidare una zoppa caìna non c’è poi pericolo di doversela sposare”. E…<br />
E basta, mi fermo qui.<br />
Come ho già detto: travolto. Aggiungo: emozionato, determinato a rileggere e a soppesare ogni situazione ma anche ogni giro di parole. Le storie che abitano la geografia dilatata (e, ad un tempo, piccola, molto confinata) dei Pra’ Longhi avevano bisogno di una narrazione di taglio epico ed ironico insieme. Affettuoso e nostalgico. Mi verrebbe da dire: nostalgico ma cattivo. Nessuna sbavatura. Mai retorico, senza enfasi e con il ciglio asciutto. Che sapesse fare delle vicende di un piccolo borgo dimenticato da Dio, un luogo universale e riconoscibile.<br />
Mix impossibile? Leggete, cari amici, leggete. E, se volete, cominciate dall’Epilogo. Che è una lettera. Scritta, a ben vedere, al lettore. Contò vi dà le diritte giuste, le chiavi di lettura, come si dice. E naturalmente racconta, aggiunge narrazione a narrazione.<br />
“Ché dopo tanti anni non capisco bene per quali strane vie, mi si presenta al telefono un signore molto per bene e mi chiede della carta che aveva mio nonno, recuperata forse in periodo di guerra, della prima guerra”. Che è storia furba, ma anche enigmatica, perfino misteriosa.<br />
Ci diciamo: ma non sarà mica finita qui, vero, la galleria di personaggi del borgo cui si arriva dalla strada bianca? Riprovaci, Agostino. Non essere avaro di te. Prosegui te stesso.<br />
Perché davvero i Pra’ Longhi hanno un respiro largo, si fanno immagine possente ( e grande, generale) di umanità disperate e impegolate nel malessere esistenziale. Le umanità che non hanno progetti.</p>
<p>Con Storie dei Pra’ Longhi, Agostino Contò piazza autorevolmente la sua carega accanto a quella di Luigi Meneghello. Per l’uso della sintassi e per la capacità di recupero di zone inesplorate dell’anima siede accanto a Giuseppe Berto (ma è meno letterario, più ruspante, più terragno. Insomma più vivo). Inoltre, per la beatitudine scavata e pietrificata del suo dire, Agostino può trascinarsi la carega vicino, ma proprio vicino a Elio Chinol e all’aura che promana dalla sua Vita perduta.</p>
<p><i>Ah, già: sono debitore di un’ultima riga. Grazie Agostino, amico mio. Tutto qua. Grazie dal profondo. Genio, creatività, input, memoria. Un mondo restituito. Che libro, amici miei, che libro.  </i></p>
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