<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; Tacito</title>
	<atom:link href="https://www.giandomenicomazzocato.it/category/filologia-classica/tacito/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.giandomenicomazzocato.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 27 Jun 2026 19:40:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.6.1</generator>
		<item>
		<title>L&#8217;agricola di Tacito l&#8217;individuo davanti al potere</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/lagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/lagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tacito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=708</guid>
		<description><![CDATA[di Gian Domenico Mazzocato   Clarorum uirorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac nobilis uirtus uicit ac supergressa est uitium paruis magnisque ciuitatibus commune, ignorantiam recti et inuidiam. Sed apud priores ut agere digna memoratu pronum magisque in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam uirtutis memoriam sine gratia aut ambitione bonae tantum conscientiae pretio ducebatur. (Tacito, Agricola 1, 1) 84 dopo Cristo, estate avanzata, propaggini meridionali dei monti della Caledonia. I Caledoni stanno per gettare nella battaglia decisiva le loro ultime forze, 30mila guerrieri fatti affluire da ogni landa della regione. Li guida Calgaco, “insigne tra tutti i comandanti per valore e nobiltà”[1].È la settima (sarà anche l’ultima) campagna militare contro i fieri e duri abitanti di quei luoghi. Il contingente romano è agli ordini di Gneo Giulio Agricola, un coloniale di nobile e antica famiglia, nato nella Gallia Narbonese 44 anni prima, a Forum Iulii, l’odierna Frejus. Possedeva, come dice Tacito, una connaturata prudenza e sapeva facilmente comportarsi anche tra magistrati civili[2]. Ha alle spalle una rapida carriera civile e militare. Console a 37 anni, alla fine del suo mandato si è visto affidare da Vespasiano il fronte più tormentato d’Europa, la Britannia. “Sarebbe ingiusto, dice Tacito, nei riguardi delle virtù di un simile uomo, lodare soltanto l’integrità e il disinteresse. La fama, poi, egli non se la procurò ostentando i suoi meriti o con intrighi (così fanno in molti, anche se sono uomini onesti): si tenne lontano dalla competizione con i colleghi e dalle beghe contro i procuratori, poiché giudicava inglorioso riuscire vincitore in simili contrapposizioni ma anche vergognoso uscirne sconfitto”[3]. È dunque un uomo riservato, di grande equilibrio, ma anche molto deciso quello che sta per rivolgere l’ultima esortazione ai suoi uomini. Tacito gli pone in bocca parole vibranti come un giavellotto ben bilanciato, taglienti come un gladio affilato: “Vinciamo e tutto ci sarà facile, perdiamo e avremo tutto contro. Abbiamo fatto tanta strada, superato foreste, guadato fiumi: bello e glorioso perché stavamo avanzando. Le stesse cose che oggi ci sono favorevoli, sarebbero di enorme pericolo per uomini in rotta. Noi non abbiamo la stessa conoscenza dei luoghi o ugual abbondanza di salmerie, ma solo il nostro braccio, le nostre armi, la consapevolezza che tutto risiede in loro. Dal canto mio, da molto tempo, so bene che mai reca salvezza ad un esercito o a un comandante girare le spalle al nemico. Dunque una morte onorevole è preferibile a una vita di vergogna; e salvezza e onore abitano nello stesso luogo. Del resto non c’è nulla di inglorioso cadere vicino all’estremo confine delle terre e della natura”[4]. E poi, avviandosi alla perorazione finale: “Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant’anni di guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi delle rivolte non sono mai stati colpa dell’esercito”[5]. Insomma Tacito costruisce il personaggio/demiurgo che si sente (ma fa anche sentire i suoi uomini) sullo spartiacque della storia. Un gigante, un titano che non solo vuole chiudere mezzo secolo di guerre e battaglie, non solo vuole pacificare per sempre un settore inquieto dello scacchiere politico e militare; ma vuole fare anche meglio e di più del divino Giulio Cesare. Tacito, tracciando un bilancio della ormai secolare contrapposizione tra Roma e la Britannia, annota: “Primo tra i Romani, il divo Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando gli indigeni in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona costiera, si può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che l’abbia trasmessa loro”[6]. Il demiurgo compie il progetto che Giulio Cesare era riuscito solo ad abbozzare. Di ben diverso taglio sono le parole di Calgaco sul fronte opposto. Ha fatto appello all’identità, al senso di appartenenza, all’istinto di sopravvivenza. Vincere per essere liberi, o servire da sconfitti: meglio certo morire. Fa culminare il suo dire in queste parole: “Qui voi avete un capo, qui un esercito. Là vi aspettano tributi, lavori in miniera e ogni altra sofferenza da schiavi: sul terreno dovrete decidere se sopportare in eterno o vendicarvi di tutto in un sol colpo. State per andare a combattere: pensate ai vostri antenati e alla vostra discendenza”[7]. La battaglia è lunga, difficile. Agricola trionfa e le cifre a consuntivo hanno perfino qualcosa di beffardo, di irridente: “Caddero circa 10mila nemici; noi perdemmo 360 dei nostri, tra i quali Aulo Attico, prefetto di coorte, trascinato in mezzo ai nemici dalla sua baldanza giovanile e dalla foga del cavallo”[8]. Nulla contro tutto, l’ufficiale più alto in grado tra quelli perduti è appena un prefetto di coorte. E anche lui, se solo fosse stato un po’ più attento… Tutto sembra finalizzato a costruire la figura del capo demiurgo, colui che trasforma la storia e la plasma. In quegli anni di campagna militare, tanto per fare un solo esempio, ha stravolto ogni tattica consolidata, inventando il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono di avere di fronte un nemico disperatamente invincibile: “Con Agricola la flotta divenne… parte operativa dell’esercito… la guerra avanzava insieme per mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti, cavalieri e marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro imprese e le loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare confronto. Di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste e le onde ostili: da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano sconfitto. …lo spettacolo della flotta stordiva i Britanni, poiché ormai sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai vinti anche l’ultima possibilità di scampo”[9]. Del resto Agricola aveva mutato subito le regole non scritte di quella guerra: prima di lui si combatteva d’estate e si stava tranquilli d’inverno. Col risultato che al nemico erano concessi lunghi mesi di recupero. No, lui prende a combattere nei mesi freddi; e però gestisce bene le conquiste e la pace imposta. Perché Agricola sa “che a ben poco servono le armi se a esse tiene dietro l’ingiustizia. Dunque decise di troncare i motivi di conflittualità. Cominciò da se stesso e dai suoi, tenendo a freno il seguito… Non affidava alcun affare pubblico a liberti o a schiavi; non assumeva centurioni o soldati per spirito di parte, per raccomandazioni o suppliche, ma solo sulla base della loro bravura e della loro affidabilità”[10]. Mette ordine nel sistema di riscossione dei tributi. I Britanni non solo erano costretti a versare parte dei raccolti, ma per farlo dovevano anche subire lo scherno di attendere l’orario di apertura dei granai quando, dopo averlo versato, dovevano, nei momenti più duri della stagione, acquistare il loro stesso frumento. E magari dovevano aggiungere una mancia al funzionario incaricato. “Agricola represse questi abusi subito, già dal primo anno; restituì credito alla pace che, a causa della negligenza e dell’arroganza dei suoi predecessori, era temuta non meno della guerra”[11]. Duro, ma giusto. Spietato, ma intelligente. Insomma il politico perfetto, il demiurgo, il protagonista della storia. Non è certo questa l’unica possibile chiave di lettura della straordinaria operetta tacitiana, ma è forte la suggestione. E forte è la spinta a pensare questa prima parte in funzione della seconda, quando Tacito metterà a confronto la virtù di Agricola con l’infingardaggine altrui. È arrivato il momento di fare un passo indietro, per spiegare come Giulio Agricola è entrato nella vita di Tacito. Nel 77 d. C. Tacito si fidanza con la figlia di Giulio Agricola; l&#8217;avrebbe sposata l&#8217;anno seguente, lei quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava così con un personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in Britannia. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano), Tacito inizia la sua carriera politica: nell&#8217;88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania. In quel decennio si sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e l&#8217;81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all&#8217;impero un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi.[12] Il 23 agosto del 93, Agricola muore: ha 53 anni ed è, dunque, nel fiore della vita. Su quell&#8217;uomo che ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si è abbattuta la gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l&#8217;abilità che poi frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso di cui dirò tra poco), o amare riflessioni sulla natura umana costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva. Ma Tacito è assente. Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell&#8217;addio, non può manifestare subito il suo dolore: “Io e tua figlia non fummo provati solo dal dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non averlo assistito durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia, non esserci saziati della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto le sue disposizioni e le sue parole, che avremmo confitto nel nostro animo. Ecco il nostro dolore, ecco la nostra ferita: averlo perduto quattro anni prima per la nostra lunga assenza. O migliore tra i padri, a onorarti e ad assisterti ha certo provveduto la tua innamoratissima moglie. Però, con troppo poche lacrime sei stato composto nel tuo sepolcro e, certo, qualcosa è mancato ai tuoi occhi, nell’ultimo barlume di luce”[13]. Certo, proprio in questa assenza struggente, matura la decisione di trasformare Agricola in mito, cioè in paradigma compiuto e rigoroso della realtà. Con una rarefazione assoluta di linguaggio, con una scarnificazione della parola e una fiducia nella scrittura (più resistente del marmo e del bronzo allo scorrere del tempo) che commuovono ed emozionano ancora oggi. Dice nel finale, rivolgendosi allo stesso Agricola: “Io non credo che si debbano proibire le raffigurazioni in marmo e in bronzo, ma i simulacri sono fragili e caduchi, esattamente come le fattezze umane. Soltanto la figura dell’animo è eterna: per conservarla e raffigurarla non servono materia e arte, ma i tuoi stessi costumi”[14]. Ed è, in questo contesto, così alta la consapevolezza del mito da celebrare che Tacito riesce, con vertiginoso capovolgimento, a ribaltare i ruoli. Sarà lui a proporre la grandezza di Agricola anche a chi ha potuto stargli vicino più a lungo di lui: “Io vorrei anche insegnare, a tua moglie e a tua figlia, a venerare, con la memoria, il marito e il padre, ripensando ad ogni cosa che tu hai fatto e detto e abbracciando la bellezza e la nobiltà del tuo animo più ancora che del tuo corpo”[15]. È in questa temperie spirituale di grande commozione e nessuna enfasi che nasce, un quinquennio dopo la morte del proconsole, questo De uita Iulii Agricolae liber, un&#8217;opera che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla monografia storica, all&#8217;indagine etnografica. Lo ricapitolo per grandi linee per arrivare ai giorni in cui Agricola, consolidato (anche se non totalmente pacificato, come vorrebbe Tacito) il fronte britannico, fa il suo ritorno a Roma. Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l&#8217;esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione prima dell&#8217;arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione) dell&#8217;isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte. È la culminazione dell’opera, tra il capitolo 39 e il capitolo 43. Il panorama morale è dettato dalla gelosia di Domiziano, dai suoi dubbi, dai rovelli, da suoi timori. E, deve essere chiaro, Tacito non ne parla per descrivere una situazione emozionale, ma per fermare un dato politico: “Soprattutto gli era fonte di timore che il nome di un privato superasse quello dell’imperatore: invano, dunque, aveva ridotto al silenzio le attività forensi e l’onore dell’attività politica, se un altro si impossessava della gloria militare. Tutto si poteva, certo, dissimulare, ma il titolo di buon comandante era prerogativa imperiale”[16]. Per capire bene, bisogna ricordare che Domiziano aveva un singolare scheletro nel suo armadio: nell’83 aveva combattuto contro i Catti e riportato un trionfo sulla Germania. Per celebrarlo aveva travestito con parrucche e vestiti barbarici alcuni schiavi facendoli passare per prigionieri. L’episodio era forse una invenzione delle malelingue e magari un topos letterario, visto che Suetonio racconta la stessa cosa di Caligola[17]: ma la diceria era certamente sulla bocca di tutti e non contribuiva sicuramente alla buona fama di Domiziano. Agricola è, nel cuore livoroso di Domiziano, il nemico da abbattere, ma ufficialmente è un salvatore della patria. Bisogna accoglierlo bene perché, oltre a tutto, ha in mano gli eserciti del Nord, temprati dalla guerra, e dunque una forza contrattuale enorme. Domiziano si muove con consumata abilità anche, diremmo noi oggi, sul piano mediatico: fa decretare per Agricola tutti gli ornamenti e le onorificenze del trionfo, senza che ci sia un trionfo vero e proprio con conseguente contatto con le folle. Fa poi circolare la voce che Agricola è atteso da un importante incarico, la prestigiosa provincia di Siria. Tacito a questo punto fa apparire come una scelta personale di Agricola, come un suo atto di discrezione, quella che fu invece probabilmente una strategia preordinata dall’imperatore. Agricola arriva a Roma di notte, senza clamore. L’imperatore lo accoglie breui osculo[18], con un bacio frettoloso. Poi si mescola, anonimo, alla folla delle persone che circondano l’imperatore. Dal canto suo Agricola ha una particolare misura della riservatezza e dell’equilibrio in una Roma in cui l’apparire era il dato più rilevante: “Il suo tenore di vita era modesto, era affabile nel parlare, si faceva accompagnare da uno o due amici soltanto, al punto che tutti coloro che erano abituati a misurare la grandezza degli uomini dal loro sfarzo, guardando ed osservando Agricola si interrogavano su come si era procurata tanta fama. Ed erano ben pochi quelli comprendevano”[19]. L’invidia di Domiziano cova sotto le ceneri, anche perché quelli non sono momenti facili e gli eserciti romani subiscono rovesci in tutto il mondo: “I disastri si accumulavano sui disastri e ogni anno era segnato da lutti e da rovesci: il popolo chiedeva Agricola come comandante perché ognuno confrontava la sua energia, la sua fermezza, la sua esperienza militare con l’inerzia e la paura degli altri. È noto che queste opinioni colpirono anche le orecchie di Domiziano perché i liberti pungolavano l’animo del principe già incline al peggio: i liberti onesti lo facevano per affetto e fedeltà, i peggiori per maligna gelosia. Così Agricola era trascinato alla gloria, come in un precipizio, dal suo valore ma anche dai demeriti altrui”[20]. In ipsam gloriam praeceps: i meriti personali come abisso in cui si precipita. Il quadro non potrebbe essere più intenso. Quando arriva il momento di decidere gli incarichi proconsolari, Agricola viene avvicinato da tutta una serie di persone che, nascostamente stimolate da Domiziano, lo incitano a rifiutare, offrendosi anche di sostenerlo nel suo rifiuto, di aiutarlo a trovare scuse. Così davanti a Domiziano si consuma il rito dell’ipocrisia: il principe gli offre l’incarico, Agricola rifiuta, l’imperatore assente e Agricola lo ringrazia di aver accettato il suo rifiuto senza recriminare. E a questo punto la perfidia di Domiziano arriva al massimo. I proconsolari che rifiutavano l’incarico avevano diritto ad un indennizzo. Che ad Agricola non viene nemmeno offerto, una mortificazione grave e gratuita. E, improvvisa, arriva la morte. Attorno alla quale un Tacito magistrale crea il clima di sospetto, pesante, abrasivo come e più di una certezza. Quello che si sussurra ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in minuto. E poi le cose che possono avere un significato e magari ne hanno un altro, inconfessabile. “Il compianto cresceva quanto più girava la voce che egli fosse stato vittima di un veneficio: io non posso riferire nulla di accertato. [21] Del resto durante tutta la sua malattia lo andarono a trovare sia i liberti più influenti sia i medici imperiali con maggior frequenza di quanto siano soliti gli imperatori che sono usi far visita attraverso intermediari: forse era attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. Si venne comunque a sapere che, nel giorno della morte, gli ultimi istanti di Agricola agonizzante furono annunziati da staffette a Domiziano, mentre nessuno credeva che in tal modo il principe affrettasse notizie che avrebbe ascoltato con tristezza. Tuttavia ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il dolore. Si seppe che, letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano coerede della buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se ne rallegrò come se si trattasse di un omaggio e di un segno di stima. Tanto era accecata la sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere che un padre designa coerede un principe solo quando costui è malvagio”[22]. Questa centralità di Agricola ci regala pagine memorabili e sembra funzionale a spezzare il mondo in modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l&#8217;imbelle, l&#8217;invidioso; dall&#8217;altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano ed esalta in blocco l&#8217;azione di Agricola. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc). Sarà forse possibile allora vedere in Agricola anche la proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell&#8217;epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L&#8217;Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità? L&#8217;analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court. Si fa strada nello storico che sta progettando le Historiae, l&#8217;amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res publica: “Tuttavia quest&#8217;epoca non fu tanto povera di valore da non proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza; schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile il paragone con le più celebrate morti dell&#8217;antichità)”[23]. Così resta memorabile la lezione con cui Tacito inizia a raccontare Agricola: “Ben poco interessano alla nostra epoca i suoi grandi uomini. Tuttavia neppure essa ha trascurato l’usanza (un tempo molto più praticata) di tramandare ai posteri le azioni e i costumi degli uomini illustri, tutte le volte che una grande e nobile virtù è riuscita a sconfiggere e a calpestare il vizio che accomuna grandi e piccole nazioni: l’ignoranza e l’odio verso la giustizia. Ma ai tempi dei nostri antenati non solo era più facile e agevole compiere atti degni di essere ricordati, ma anche i maggiori ingegni erano indotti a celebrare la virtù. E non erano spinti da spirito di parte o ambizioni personali: piuttosto si sentivano compensati dalla consapevolezza della propria onestà”[24].]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address>di Gian Domenico Mazzocato</address>
<address> </address>
<p style="text-align: right;">Clarorum uirorum facta moresque posteris tradere,<br />
antiquitus usitatum,<br />
ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit,<br />
quotiens magna aliqua ac nobilis uirtus uicit ac supergressa est<br />
uitium paruis magnisque ciuitatibus commune,<br />
ignorantiam recti et inuidiam.<br />
Sed apud priores ut agere digna memoratu<br />
pronum magisque in aperto erat,<br />
ita celeberrimus quisque ingenio<br />
ad prodendam uirtutis memoriam sine gratia aut ambitione<br />
bonae tantum conscientiae pretio ducebatur.</p>
<p style="text-align: right;">(Tacito, Agricola 1, 1)</p>
<p style="text-align: justify;">84 dopo Cristo, estate avanzata, propaggini meridionali dei monti della Caledonia. I Caledoni stanno per gettare nella battaglia decisiva le loro ultime forze, 30mila guerrieri fatti affluire da ogni landa della regione. Li guida Calgaco, “insigne tra tutti i comandanti per valore e nobiltà”[1].È la settima (sarà anche l’ultima) campagna militare contro i fieri e duri abitanti di quei luoghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contingente romano è agli ordini di Gneo Giulio Agricola, un coloniale di nobile e antica famiglia, nato nella Gallia Narbonese 44 anni prima, a Forum Iulii, l’odierna Frejus. Possedeva, come dice Tacito, una connaturata prudenza e sapeva facilmente comportarsi anche tra magistrati civili[2]. Ha alle spalle una rapida carriera civile e militare. Console a 37 anni, alla fine del suo mandato si è visto affidare da Vespasiano il fronte più tormentato d’Europa, la Britannia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarebbe ingiusto, dice Tacito, nei riguardi delle virtù di un simile uomo, lodare soltanto l’integrità e il disinteresse. La fama, poi, egli non se la procurò ostentando i suoi meriti o con intrighi (così fanno in molti, anche se sono uomini onesti): si tenne lontano dalla competizione con i colleghi e dalle beghe contro i procuratori, poiché giudicava inglorioso riuscire vincitore in simili contrapposizioni ma anche vergognoso uscirne sconfitto”[3].</p>
<p style="text-align: justify;">È dunque un uomo riservato, di grande equilibrio, ma anche molto deciso quello che sta per rivolgere l’ultima esortazione ai suoi uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito gli pone in bocca parole vibranti come un giavellotto ben bilanciato, taglienti come un gladio affilato:</p>
<p style="text-align: justify;">“Vinciamo e tutto ci sarà facile, perdiamo e avremo tutto contro. Abbiamo fatto tanta strada, superato foreste, guadato fiumi: bello e glorioso perché stavamo avanzando. Le stesse cose che oggi ci sono favorevoli, sarebbero di enorme pericolo per uomini in rotta. Noi non abbiamo la stessa conoscenza dei luoghi o ugual abbondanza di salmerie, ma solo il nostro braccio, le nostre armi, la consapevolezza che tutto risiede in loro. Dal canto mio, da molto tempo, so bene che mai reca salvezza ad un esercito o a un comandante girare le spalle al nemico. Dunque una morte onorevole è preferibile a una vita di vergogna; e salvezza e onore abitano nello stesso luogo. Del resto non c’è nulla di inglorioso cadere vicino all’estremo confine delle terre e della natura”[4]. E poi, avviandosi alla perorazione finale: “Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant’anni di guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi delle rivolte non sono mai stati colpa dell’esercito”[5].</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Insomma Tacito costruisce il personaggio/demiurgo che si sente (ma fa anche sentire i suoi uomini) sullo spartiacque della storia. Un gigante, un titano che non solo vuole chiudere mezzo secolo di guerre e battaglie, non solo vuole pacificare per sempre un settore inquieto dello scacchiere politico e militare; ma vuole fare anche meglio e di più del divino Giulio Cesare. Tacito, tracciando un bilancio della ormai secolare contrapposizione tra Roma e la Britannia, annota: “Primo tra i Romani, il divo Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando gli indigeni in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona costiera, si può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che l’abbia trasmessa loro”[6]. Il demiurgo compie il progetto che Giulio Cesare era riuscito solo ad abbozzare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Di ben diverso taglio sono le parole di Calgaco sul fronte opposto. Ha fatto appello all’identità, al senso di appartenenza, all’istinto di sopravvivenza. Vincere per essere liberi, o servire da sconfitti: meglio certo morire. Fa culminare il suo dire in queste parole: “Qui voi avete un capo, qui un esercito. Là vi aspettano tributi, lavori in miniera e ogni altra sofferenza da schiavi: sul terreno dovrete decidere se sopportare in eterno o vendicarvi di tutto in un sol colpo. State per andare a combattere: pensate ai vostri antenati e alla vostra discendenza”[7].</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La battaglia è lunga, difficile. Agricola trionfa e le cifre a consuntivo hanno perfino qualcosa di beffardo, di irridente: “Caddero circa 10mila nemici; noi perdemmo 360 dei nostri, tra i quali Aulo Attico, prefetto di coorte, trascinato in mezzo ai nemici dalla sua baldanza giovanile e dalla foga del cavallo”[8]. Nulla contro tutto, l’ufficiale più alto in grado tra quelli perduti è appena un prefetto di coorte. E anche lui, se solo fosse stato un po’ più attento…</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tutto sembra finalizzato a costruire la figura del capo demiurgo, colui che trasforma la storia e la plasma. In quegli anni di campagna militare, tanto per fare un solo esempio, ha stravolto ogni tattica consolidata, inventando il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono di avere di fronte un nemico disperatamente invincibile: “Con Agricola la flotta divenne… parte operativa dell’esercito… la guerra avanzava insieme per mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti, cavalieri e marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro imprese e le loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare confronto. Di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste e le onde ostili: da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano sconfitto. …lo spettacolo della flotta stordiva i Britanni, poiché ormai sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai vinti anche l’ultima possibilità di scampo”[9].</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Del resto Agricola aveva mutato subito le regole non scritte di quella guerra: prima di lui si combatteva d’estate e si stava tranquilli d’inverno. Col risultato che al nemico erano concessi lunghi mesi di recupero. No, lui prende a combattere nei mesi freddi; e però gestisce bene le conquiste e la pace imposta. Perché Agricola sa “che a ben poco servono le armi se a esse tiene dietro l’ingiustizia. Dunque decise di troncare i motivi di conflittualità. Cominciò da se stesso e dai suoi, tenendo a freno il seguito… Non affidava alcun affare pubblico a liberti o a schiavi; non assumeva centurioni o soldati per spirito di parte, per raccomandazioni o suppliche, ma solo sulla base della loro bravura e della loro affidabilità”[10]. Mette ordine nel sistema di riscossione dei tributi. I Britanni non solo erano costretti a versare parte dei raccolti, ma per farlo dovevano anche subire lo scherno di attendere l’orario di apertura dei granai quando, dopo averlo versato, dovevano, nei momenti più duri della stagione, acquistare il loro stesso frumento. E magari dovevano aggiungere una mancia al funzionario incaricato. “Agricola represse questi abusi subito, già dal primo anno; restituì credito alla pace che, a causa della negligenza e dell’arroganza dei suoi predecessori, era temuta non meno della guerra”[11]. Duro, ma giusto. Spietato, ma intelligente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Insomma il politico perfetto, il demiurgo, il protagonista della storia. Non è certo questa l’unica possibile chiave di lettura della straordinaria operetta tacitiana, ma è forte la suggestione. E forte è la spinta a pensare questa prima parte in funzione della seconda, quando Tacito metterà a confronto la virtù di Agricola con l’infingardaggine altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È arrivato il momento di fare un passo indietro, per spiegare come Giulio Agricola è entrato nella vita di Tacito.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel 77 d. C. Tacito si fidanza con la figlia di Giulio Agricola; l&#8217;avrebbe sposata l&#8217;anno seguente, lei quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava così con un personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in Britannia. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano), Tacito inizia la sua carriera politica: nell&#8217;88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel decennio si sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e l&#8217;81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all&#8217;impero un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi.[12]</p>
<p style="text-align: justify;">Il 23 agosto del 93, Agricola muore: ha 53 anni ed è, dunque, nel fiore della vita. Su quell&#8217;uomo che ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si è abbattuta la gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l&#8217;abilità che poi frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso di cui dirò tra poco), o amare riflessioni sulla natura umana costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Tacito è assente. Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell&#8217;addio, non può manifestare subito il suo dolore: “Io e tua figlia non fummo provati solo dal dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non averlo assistito durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia, non esserci saziati della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto le sue disposizioni e le sue parole, che avremmo confitto nel nostro animo. Ecco il nostro dolore, ecco la nostra ferita: averlo perduto quattro anni prima per la nostra lunga assenza. O migliore tra i padri, a onorarti e ad assisterti ha certo provveduto la tua innamoratissima moglie. Però, con troppo poche lacrime sei stato composto nel tuo sepolcro e, certo, qualcosa è mancato ai tuoi occhi, nell’ultimo barlume di luce”[13].</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, proprio in questa assenza struggente, matura la decisione di trasformare Agricola in mito, cioè in paradigma compiuto e rigoroso della realtà. Con una rarefazione assoluta di linguaggio, con una scarnificazione della parola e una fiducia nella scrittura (più resistente del marmo e del bronzo allo scorrere del tempo) che commuovono ed emozionano ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dice nel finale, rivolgendosi allo stesso Agricola: “Io non credo che si debbano proibire le raffigurazioni in marmo e in bronzo, ma i simulacri sono fragili e caduchi, esattamente come le fattezze umane. Soltanto la figura dell’animo è eterna: per conservarla e raffigurarla non servono materia e arte, ma i tuoi stessi costumi”[14].</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è, in questo contesto, così alta la consapevolezza del mito da celebrare che Tacito riesce, con vertiginoso capovolgimento, a ribaltare i ruoli. Sarà lui a proporre la grandezza di Agricola anche a chi ha potuto stargli vicino più a lungo di lui: “Io vorrei anche insegnare, a tua moglie e a tua figlia, a venerare, con la memoria, il marito e il padre, ripensando ad ogni cosa che tu hai fatto e detto e abbracciando la bellezza e la nobiltà del tuo animo più ancora che del tuo corpo”[15].</p>
<p style="text-align: justify;">È in questa temperie spirituale di grande commozione e nessuna enfasi che nasce, un quinquennio dopo la morte del proconsole, questo De uita Iulii Agricolae liber, un&#8217;opera che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla monografia storica, all&#8217;indagine etnografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo ricapitolo per grandi linee per arrivare ai giorni in cui Agricola, consolidato (anche se non totalmente pacificato, come vorrebbe Tacito) il fronte britannico, fa il suo ritorno a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l&#8217;esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione prima dell&#8217;arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione) dell&#8217;isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">È la culminazione dell’opera, tra il capitolo 39 e il capitolo 43. Il panorama morale è dettato dalla gelosia di Domiziano, dai suoi dubbi, dai rovelli, da suoi timori. E, deve essere chiaro, Tacito non ne parla per descrivere una situazione emozionale, ma per fermare un dato politico: “Soprattutto gli era fonte di timore che il nome di un privato superasse quello dell’imperatore: invano, dunque, aveva ridotto al silenzio le attività forensi e l’onore dell’attività politica, se un altro si impossessava della gloria militare. Tutto si poteva, certo, dissimulare, ma il titolo di buon comandante era prerogativa imperiale”[16].</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire bene, bisogna ricordare che Domiziano aveva un singolare scheletro nel suo armadio: nell’83 aveva combattuto contro i Catti e riportato un trionfo sulla Germania. Per celebrarlo aveva travestito con parrucche e vestiti barbarici alcuni schiavi facendoli passare per prigionieri. L’episodio era forse una invenzione delle malelingue e magari un topos letterario, visto che Suetonio racconta la stessa cosa di Caligola[17]: ma la diceria era certamente sulla bocca di tutti e non contribuiva sicuramente alla buona fama di Domiziano.</p>
<p style="text-align: justify;">Agricola è, nel cuore livoroso di Domiziano, il nemico da abbattere, ma ufficialmente è un salvatore della patria. Bisogna accoglierlo bene perché, oltre a tutto, ha in mano gli eserciti del Nord, temprati dalla guerra, e dunque una forza contrattuale enorme. Domiziano si muove con consumata abilità anche, diremmo noi oggi, sul piano mediatico: fa decretare per Agricola tutti gli ornamenti e le onorificenze del trionfo, senza che ci sia un trionfo vero e proprio con conseguente contatto con le folle. Fa poi circolare la voce che Agricola è atteso da un importante incarico, la prestigiosa provincia di Siria.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito a questo punto fa apparire come una scelta personale di Agricola, come un suo atto di discrezione, quella che fu invece probabilmente una strategia preordinata dall’imperatore. Agricola arriva a Roma di notte, senza clamore. L’imperatore lo accoglie breui osculo[18], con un bacio frettoloso. Poi si mescola, anonimo, alla folla delle persone che circondano l’imperatore. Dal canto suo Agricola ha una particolare misura della riservatezza e dell’equilibrio in una Roma in cui l’apparire era il dato più rilevante: “Il suo tenore di vita era modesto, era affabile nel parlare, si faceva accompagnare da uno o due amici soltanto, al punto che tutti coloro che erano abituati a misurare la grandezza degli uomini dal loro sfarzo, guardando ed osservando Agricola si interrogavano su come si era procurata tanta fama. Ed erano ben pochi quelli comprendevano”[19].</p>
<p style="text-align: justify;">L’invidia di Domiziano cova sotto le ceneri, anche perché quelli non sono momenti facili e gli eserciti romani subiscono rovesci in tutto il mondo: “I disastri si accumulavano sui disastri e ogni anno era segnato da lutti e da rovesci: il popolo chiedeva Agricola come comandante perché ognuno confrontava la sua energia, la sua fermezza, la sua esperienza militare con l’inerzia e la paura degli altri. È noto che queste opinioni colpirono anche le orecchie di Domiziano perché i liberti pungolavano l’animo del principe già incline al peggio: i liberti onesti lo facevano per affetto e fedeltà, i peggiori per maligna gelosia. Così Agricola era trascinato alla gloria, come in un precipizio, dal suo valore ma anche dai demeriti altrui”[20].</p>
<p style="text-align: justify;">In ipsam gloriam praeceps: i meriti personali come abisso in cui si precipita. Il quadro non potrebbe essere più intenso. Quando arriva il momento di decidere gli incarichi proconsolari, Agricola viene avvicinato da tutta una serie di persone che, nascostamente stimolate da Domiziano, lo incitano a rifiutare, offrendosi anche di sostenerlo nel suo rifiuto, di aiutarlo a trovare scuse. Così davanti a Domiziano si consuma il rito dell’ipocrisia: il principe gli offre l’incarico, Agricola rifiuta, l’imperatore assente e Agricola lo ringrazia di aver accettato il suo rifiuto senza recriminare. E a questo punto la perfidia di Domiziano arriva al massimo. I proconsolari che rifiutavano l’incarico avevano diritto ad un indennizzo. Che ad Agricola non viene nemmeno offerto, una mortificazione grave e gratuita.</p>
<p style="text-align: justify;">E, improvvisa, arriva la morte. Attorno alla quale un Tacito magistrale crea il clima di sospetto, pesante, abrasivo come e più di una certezza. Quello che si sussurra ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in minuto. E poi le cose che possono avere un significato e magari ne hanno un altro, inconfessabile.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il compianto cresceva quanto più girava la voce che egli fosse stato vittima di un veneficio: io non posso riferire nulla di accertato. [21] Del resto durante tutta la sua malattia lo andarono a trovare sia i liberti più influenti sia i medici imperiali con maggior frequenza di quanto siano soliti gli imperatori che sono usi far visita attraverso intermediari: forse era attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. Si venne comunque a sapere che, nel giorno della morte, gli ultimi istanti di Agricola agonizzante furono annunziati da staffette a Domiziano, mentre nessuno credeva che in tal modo il principe affrettasse notizie che avrebbe ascoltato con tristezza. Tuttavia ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il dolore. Si seppe che, letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano coerede della buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se ne rallegrò come se si trattasse di un omaggio e di un segno di stima. Tanto era accecata la sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere che un padre designa coerede un principe solo quando costui è malvagio”[22].</p>
<p style="text-align: justify;">Questa centralità di Agricola ci regala pagine memorabili e sembra funzionale a spezzare il mondo in modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l&#8217;imbelle, l&#8217;invidioso; dall&#8217;altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano ed esalta in blocco l&#8217;azione di Agricola. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà forse possibile allora vedere in Agricola anche la proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell&#8217;epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L&#8217;Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court. Si fa strada nello storico che sta progettando le Historiae, l&#8217;amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res publica: “Tuttavia quest&#8217;epoca non fu tanto povera di valore da non proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza; schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile il paragone con le più celebrate morti dell&#8217;antichità)”[23].</p>
<p style="text-align: justify;">Così resta memorabile la lezione con cui Tacito inizia a raccontare Agricola: “Ben poco interessano alla nostra epoca i suoi grandi uomini. Tuttavia neppure essa ha trascurato l’usanza (un tempo molto più praticata) di tramandare ai posteri le azioni e i costumi degli uomini illustri, tutte le volte che una grande e nobile virtù è riuscita a sconfiggere e a calpestare il vizio che accomuna grandi e piccole nazioni: l’ignoranza e l’odio verso la giustizia. Ma ai tempi dei nostri antenati non solo era più facile e agevole compiere atti degni di essere ricordati, ma anche i maggiori ingegni erano indotti a celebrare la virtù. E non erano spinti da spirito di parte o ambizioni personali: piuttosto si sentivano compensati dalla consapevolezza della propria onestà”[24].</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere%2F&amp;linkname=L%E2%80%99agricola%20di%20Tacito%20l%E2%80%99individuo%20davanti%20al%20potere" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere%2F&amp;linkname=L%E2%80%99agricola%20di%20Tacito%20l%E2%80%99individuo%20davanti%20al%20potere" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere%2F&amp;linkname=L%E2%80%99agricola%20di%20Tacito%20l%E2%80%99individuo%20davanti%20al%20potere" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere%2F&amp;linkname=L%E2%80%99agricola%20di%20Tacito%20l%E2%80%99individuo%20davanti%20al%20potere" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Flagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere%2F&amp;title=L%E2%80%99agricola%20di%20Tacito%20l%E2%80%99individuo%20davanti%20al%20potere" id="wpa2a_2"></a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.giandomenicomazzocato.it/lagricola-di-tacito-lindividuo-davanti-al-potere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tacito Romanzesco</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/tacito-romanzesco/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/tacito-romanzesco/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:37:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tacito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=706</guid>
		<description><![CDATA[Venezia, Liceo Marco Polo, 9 marzo 2004   Neque enim ita apppellamus nisi antiquos, horum autem temporum diserti, causidici et advocati et patroni et quidvis potius quam oratores vocantur. (Tacito, Dialogus de Oratoribus 1, 1) Nel 1426, grazie ai contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un monaco appartenente al monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in Italia la notizia che in quel lontano convento prussiano dorme un fratello minore di Tacito. Del grande storico della Roma imperiale fino a quel momento era possibile leggere, peraltro in modo molto lacunoso, soltanto Historiae ed Annales. Sono anni di grande fervore e la caccia ai manoscritti sepolti, magari contenenti opere inedite o credute perdute, era una sorta di vera e propria febbre. Quel fratello dormiente, quel manoscritto, contiene nientemeno che le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de Oratoribus e la Germania. Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel 1447 e fu un grandissimo papa, il che, traducendo, significa che fu un abilissimo politico. È lui che convince l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui che di fatto scioglie il concilio di Basilea e consente alla chiesa di superare il più drammatico scisma di quei secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli conferiva immagine e infatti la sua raccolta di codici antichi costituisce il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Immaginarsi che colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito sconosciuto. Opere inedite dell’autore considerato fonte e autorità di ogni comportamento politico. E per di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva visto un suo grandioso successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era riuscito a conciliare al suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi elettori tedeschi nella dieta di Francoforte. Solo quando viene eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una missione in Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito dormiente. Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che effettivamente riesce a riportare il codice in Italia. Il manoscritto arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le cose sono cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso Callisto III, un papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio del futuro Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale. Il panorama culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande cultura e amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi politici sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali successi, di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande operazione mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara la cultura latina) si sgonfia, perde di fascino. E anche la situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di risparmiare ovunque può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa le spese brava gente come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un codice che lui aveva portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che ora si rivela all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo di missioni che venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio, acquistava e trasportava merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava in gran parte di tasca propria. Una sorta di condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché il manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato che diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando anche un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra congiurare, perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo tesoro. Qui si perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di Tacito. Solo nel 1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi, quella del conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e Germania. Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le mani di un umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato, furono riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in Italia da Enoch d’Asoli. Una storia, come si vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones della filologia. Anche perché qui entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del codice di Jesi non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi sulla effettiva paternità tacitiana del Dialogus stesso. Anche se va detto che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e stilistiche condotte sul Dialogus, uno studioso come Pier Candido Decembrio, che ebbe modo di vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il Dialogus ne faceva parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio, serve ricordare, è studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore di Omero, Polibio, Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle bolle papali) al servizio proprio di Niccolò V e Callisto III. E oggi, occorre aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando una certa inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla effettiva paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta per moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo. Provo ad elencare. Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito giovane, in pieno tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile proprio, non ancora consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto, smagato, disilluso? Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore giovane e in pieno apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando qualcosa non torna, le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono comodamente ascritte alla mancanza di maturità. Ma non si può trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio Giusto che è quasi sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed era sodale di Plinio il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus sia successivo al 96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di Quintiliano (qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande contemporaneo). Questa collocazione temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima morale che si respira nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è l’oratore deluso, stanco, consapevole di quanto poco spazio esista per quello che oggi chiameremmo l’intellettuale organico, l’intellettuale militante. Curiazio si è ritirato, fa il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua stanza, per così dire, fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio. Coincide questa immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato al processo per corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa Mario Prisco. Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali d’Africa, e suo collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel processo si ritira dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera storiografica (anche se non rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e 113 proconsole d’Asia). Come se non bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta tacitiana, c’è almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci impedisce di cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel dibattito un personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri di oratoria dello stesso Tacito. Infine anche la stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel contesto delle abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un adeguamento del nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono affrontare temi di questo tipo. Tuttavia debbo dire che, a un quadro tanto complesso e frastagliato, sostanzialmente manca nella bibliografia relativa al Dialogus una domanda che invece a me pare fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente dirimere molti aspetti della questione. La formulo così, molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella chiave della ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo concettuale dello storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus esprime appieno e in modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che percorrendo questa strada mi sono convinto che solo Tacito può averlo scritto. Cerco di ripercorrerla qui brevemente questa strada. Intanto le coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione avvenuta attorno al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito appare marginale o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si diceva prima). Sono i due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono Vipstano Messalla (sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e parzialmente portavoce di Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al pensiero tacitiano e padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo è storico e oratore illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo le notizie che ci dà Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io narrante di Tacito stesso che nelle prime battute afferma di aver seguito giovanissimo, forse ventenne, il dibattito. Serve ricordare anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo un filone prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di definire ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è Catone. A lui Cicerone attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì proprio per la sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone, agli albori del secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la figura del perfetto oratore che doveva essere vir bonus, dicendi peritus. Cioè un galantuomo, consapevole degli strumenti del buono ed efficace esprimersi. Oratori insigni furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo e quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire “divino nel parlare”. E poi la generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco Antonio, Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto. E naturalmente Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore, come pubblico ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate leggi e come avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a noi. E poi l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il percorso tecnico di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi esercita l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore, parla di arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va affinato, alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso. Quintiliano si pone sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una equilibrata formazione intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva l’accento sulla tensione etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente dell’oratoria non era semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non una crisi dovuta ai cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al venir meno della libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al potere. Sicuramente non è un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un altro grande di quei tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio, il Panegyricus con cui Plinio, appena nominato console, esalta l’imperatore Traiano. Infine mi pare opportuno ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della parola pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del resto basta andare a leggere Machiavelli.[1] Proprio il tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui sono partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la sua concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un documento della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo, l’austera e disincantata serenità del suo indagare? Tacito si dichiara già nella dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica. “Giusto Fabio, spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile e priva ormai della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si ricordi cosa vuol dire la parola oratore, mentre le generazioni precedenti hanno visto fiorire il talento e la gloria di tanti oratori eccellenti. Con questo nome, oratore, noi indichiamo infatti solo gli antichi, perché i moderni parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna definirli causidici, avvocati, patroni, o quello che vuoi tu”.[2] Diserti, causidici, advocati, patroni: non uno solo di questi quattro termini può essere letto in accezione positiva. Diserti indica spregiativamente i parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli. Oratori barocchi, diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche in italiano, indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti del foro, diremmo noi. Esattamente come advocati e patroni. Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia la navigazione di questo Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano duellare in punta di spada e ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano arrembaggi, si sparano roghi immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi reciprocamente senza andare tanto per il sottile. Fuori di metafora: sembrano perfino parlare linguaggi diversi, sono separati da abissi, tra le diverse posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile valutare. Giocano duro perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi. Già questo rilievo esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico è ricercato, aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la consumata abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente più vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di Tacito, io non ho dubbi. La stessa mano, tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro di piaggeria, di cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano Augusto quando i senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio, sforzandosi di apparire sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere quello che stanno effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche linea decisa, ma leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e pesante e compiuto è sull’altra faccia. Il dialogo si snoda su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con consumata perizia che riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata (e bisogna aggiungere estremamente statica) come quella di un gruppo di amici che si ritrovano a discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano certo di frivolezze come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di gladiatori o dagli allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo non al completo e ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza, interviene Vipstano Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che diventerà protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande effetto scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare brevemente quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse argomentazioni addotte. È una sorta di trampolino di lancio che permette di entrare nel vivo della discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di Messalla. Il nuovo venuto proprio perché non coinvolto nella precedente discussione e perché libero dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha preceduto, può imprimere una svolta alla discussione stessa. La prima macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha una funzione introduttiva rispetto alla seconda. Si esaminano alcune motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e anche di incondizionato coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di scuole e maestri inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Come si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano. A questo punto sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del Dialogus. “Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva appena finito di parlare, quando entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli vide i volti tesi e intuì che il discorso avviato era di grande importanza: «Forse sono stato poco tempestivo», si scusò, «nell’intervenire ad una riunione segreta in cui magari state preparando la difesa per qualche processo». «No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi avrebbe fatto piacere che tu arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto l’abilissimo discorso che ha fatto il nostro Apro per esortare Materno a rivolgere tutto il suo talento e tutto il suo zelo all’attività forense. Ma anche Materno ti sarebbe piaciuto con la sua difesa gioiosa della poesia: un’orazione risoluta, davvero utile a difendere i poeti e più simile ad una recitazione poetica che non al discorso di un oratore». «Davvero», replicò Messalla, «avrei provato grandissimo piacere da questa discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto che voi, uomini di grande prestigio e oratori del nostro tempo, non solo esercitiate le vostre abilità nelle pratiche forensi e negli esercizi di declamazione, ma intraprendiate anche delle discussioni che nutrono la mente e che recano il godibilissimo conforto della cultura e della letteratura, non solo a voi che in questa discussione siete impegnati, ma anche a coloro che la ascoltano. Allora, per Ercole, vedo che tu, Secondo, vieni elogiato per aver dato, con la tua narrazione della vita di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei la speranza di molti libri di ugual livello. Altrettanto viene rimproverato Apro, perché non ha ancora preso le distanze dalle dispute scolastiche e preferisce impegnare il suo tempo libero secondo le abitudini dei nuovi retori piuttosto che seguire il modello degli oratori antichi». Apro di rimando: «Messalla, tu non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito, mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.[3] Decolla così, a colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus che si preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente un dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro luogo comune). È anche il secondo, più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del Dialogus. Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i capitoli finali, la culminazione del ragionamento. Qui Tacito sposta, con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano sociologico e politico. Le parole di Materno sono improntate a grandi equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un solido buon senso romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive. Materno riconosce, forse con una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare più velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni”.[4] Troppo forse, e bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle regole. Per usare l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto, bisognava mettere le briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei primi mesi del 52 a. C. quando esercitò il consolato sine collega. Imbrigliare? Per non ingenerare dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano regole liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.[5] Curiazio cita tutta una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira, si impenna. Penetra senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a poco lo smalto del furore oratorio si è offuscato. Tranne in un caso, clamoroso. Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo informati da Quintiliano. [6] Si tratta di un tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera eredità. Muore una donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa avanti un tale che sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio della defunta. L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e fa venir fuori la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del genere. L’avvocato è Asinio Pollione, brillante, irruente, coinvolgente. Ma il testo tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un fatto privato, una vicenda tutto sommato squallida e marginale. Se un oratore può far brillare la sua facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi di interesse pubblico. Insomma anche questo va annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo. Siamo, come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del divo Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del popolo, l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche l’eloquenza”.[7] …eloquentiam sicut omnia depacaverat. È la natura stessa del principato che genera lo stato di cose, il prezzo necessario da pagare alla pacificazione. Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il riconoscimento di un superiore livello di vita. Ed ecco il fondamentale incipit del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore: “Quello che sto per affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo dirò, altro non fosse che per strapparvi un sorriso”[8] A me pare chiaro che non si riferisce solo alla ridicola immagine dell’avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell’oratoria decaduta e prostituita. La paenula è una mantellina che copriva anche le braccia ed era dotata della cuculla, una sorta di cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva in viaggio e presagiva cattivo tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la toga, vero e proprio paramento sacro di quella liturgia che era un tempo il processo, ha ora ceduto il passo a questo indumento dozzinale. Un segno fisico, visibile. Ma non si tratta solo di questo. È come se il nostro dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il contrario di quanto io dica o possa dire”. Intanto Tacito ci dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere scambiate col giudice (che sappiamo essere spesso digiuno di diritto), sufficienti ad aggiustare le cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del potere che il suo ruolo gli conferisce e dunque influenzabilissimo da due paroline ben congegnate. Questo capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo delle corse ippiche. “Allo stesso modo in cui sono le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così anche gli oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti da impacci: altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.[9] E poco più in là, alludendo alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un deserto, con una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di avvertire clamori ed applausi come se fosse in teatro”. [10] E poi ecco un crescendo irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo oratore che è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha bisogno di sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una platea vasta... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address>Venezia, Liceo Marco Polo, 9 marzo 2004</address>
<address> </address>
<p style="text-align: right;">Neque enim ita apppellamus nisi antiquos,<br />
horum autem temporum<br />
diserti, causidici et advocati et patroni<br />
et quidvis potius quam oratores vocantur.</p>
<p style="text-align: right;">(Tacito, Dialogus de Oratoribus 1, 1)</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1426, grazie ai contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un monaco appartenente al monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in Italia la notizia che in quel lontano convento prussiano dorme un fratello minore di Tacito. Del grande storico della Roma imperiale fino a quel momento era possibile leggere, peraltro in modo molto lacunoso, soltanto Historiae ed Annales. Sono anni di grande fervore e la caccia ai manoscritti sepolti, magari contenenti opere inedite o credute perdute, era una sorta di vera e propria febbre. Quel fratello dormiente, quel manoscritto, contiene nientemeno che le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de Oratoribus e la Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel 1447 e fu un grandissimo papa, il che, traducendo, significa che fu un abilissimo politico. È lui che convince l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui che di fatto scioglie il concilio di Basilea e consente alla chiesa di superare il più drammatico scisma di quei secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli conferiva immagine e infatti la sua raccolta di codici antichi costituisce il nucleo originario della Biblioteca Vaticana.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginarsi che colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito sconosciuto. Opere inedite dell’autore considerato fonte e autorità di ogni comportamento politico. E per di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva visto un suo grandioso successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era riuscito a conciliare al suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi elettori tedeschi nella dieta di Francoforte.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo quando viene eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una missione in Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito dormiente. Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che effettivamente riesce a riportare il codice in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il manoscritto arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le cose sono cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso Callisto III, un papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio del futuro Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il panorama culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande cultura e amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi politici sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali successi, di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande operazione mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara la cultura latina) si sgonfia, perde di fascino.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche la situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di risparmiare ovunque può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa le spese brava gente come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un codice che lui aveva portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che ora si rivela all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo di missioni che venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio, acquistava e trasportava merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava in gran parte di tasca propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sorta di condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché il manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato che diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando anche un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra congiurare, perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo tesoro. Qui si perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di Tacito. Solo nel 1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi, quella del conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e Germania. Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le mani di un umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato, furono riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in Italia da Enoch d’Asoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Una storia, come si vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones della filologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche perché qui entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del codice di Jesi non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi sulla effettiva paternità tacitiana del Dialogus stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se va detto che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e stilistiche condotte sul Dialogus, uno studioso come Pier Candido Decembrio, che ebbe modo di vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il Dialogus ne faceva parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio, serve ricordare, è studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore di Omero, Polibio, Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle bolle papali) al servizio proprio di Niccolò V e Callisto III.</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi, occorre aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando una certa inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla effettiva paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta per moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Provo ad elencare. Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito giovane, in pieno tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile proprio, non ancora consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto, smagato, disilluso? Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore giovane e in pieno apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando qualcosa non torna, le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono comodamente ascritte alla mancanza di maturità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si può trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio Giusto che è quasi sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed era sodale di Plinio il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus sia successivo al 96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di Quintiliano (qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande contemporaneo).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa collocazione temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima morale che si respira nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è l’oratore deluso, stanco, consapevole di quanto poco spazio esista per quello che oggi chiameremmo l’intellettuale organico, l’intellettuale militante. Curiazio si è ritirato, fa il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua stanza, per così dire, fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio.</p>
<p style="text-align: justify;">Coincide questa immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato al processo per corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa Mario Prisco. Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali d’Africa, e suo collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel processo si ritira dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera storiografica (anche se non rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e 113 proconsole d’Asia).</p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta tacitiana, c’è almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci impedisce di cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel dibattito un personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri di oratoria dello stesso Tacito.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine anche la stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel contesto delle abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un adeguamento del nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono affrontare temi di questo tipo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia debbo dire che, a un quadro tanto complesso e frastagliato, sostanzialmente manca nella bibliografia relativa al Dialogus una domanda che invece a me pare fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente dirimere molti aspetti della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">La formulo così, molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella chiave della ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo concettuale dello storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus esprime appieno e in modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che percorrendo questa strada mi sono convinto che solo Tacito può averlo scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerco di ripercorrerla qui brevemente questa strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto le coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione avvenuta attorno al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito appare marginale o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si diceva prima). Sono i due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono Vipstano Messalla (sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e parzialmente portavoce di Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al pensiero tacitiano e padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo è storico e oratore illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo le notizie che ci dà Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io narrante di Tacito stesso che nelle prime battute afferma di aver seguito giovanissimo, forse ventenne, il dibattito.</p>
<p style="text-align: justify;">Serve ricordare anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo un filone prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di definire ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è Catone.</p>
<p style="text-align: justify;">A lui Cicerone attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì proprio per la sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone, agli albori del secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la figura del perfetto oratore che doveva essere vir bonus, dicendi peritus. Cioè un galantuomo, consapevole degli strumenti del buono ed efficace esprimersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oratori insigni furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo e quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire “divino nel parlare”.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi la generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco Antonio, Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto.</p>
<p style="text-align: justify;">E naturalmente Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore, come pubblico ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate leggi e come avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a noi. E poi l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il percorso tecnico di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi esercita l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore, parla di arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va affinato, alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quintiliano si pone sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una equilibrata formazione intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva l’accento sulla tensione etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente dell’oratoria non era semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non una crisi dovuta ai cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al venir meno della libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente non è un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un altro grande di quei tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio, il Panegyricus con cui Plinio, appena nominato console, esalta l’imperatore Traiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine mi pare opportuno ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della parola pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del resto basta andare a leggere Machiavelli.[1]</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio il tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui sono partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la sua concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un documento della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo, l’austera e disincantata serenità del suo indagare?</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito si dichiara già nella dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica. “Giusto Fabio, spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile e priva ormai della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si ricordi cosa vuol dire la parola oratore, mentre le generazioni precedenti hanno visto fiorire il talento e la gloria di tanti oratori eccellenti. Con questo nome, oratore, noi indichiamo infatti solo gli antichi, perché i moderni parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna definirli causidici, avvocati, patroni, o quello che vuoi tu”.[2]</p>
<p style="text-align: justify;">Diserti, causidici, advocati, patroni: non uno solo di questi quattro termini può essere letto in accezione positiva. Diserti indica spregiativamente i parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli. Oratori barocchi, diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche in italiano, indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti del foro, diremmo noi. Esattamente come advocati e patroni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia la navigazione di questo Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano duellare in punta di spada e ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano arrembaggi, si sparano roghi immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi reciprocamente senza andare tanto per il sottile.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori di metafora: sembrano perfino parlare linguaggi diversi, sono separati da abissi, tra le diverse posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile valutare. Giocano duro perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Già questo rilievo esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico è ricercato, aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la consumata abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente più vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di Tacito, io non ho dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa mano, tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro di piaggeria, di cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano Augusto quando i senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio, sforzandosi di apparire sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere quello che stanno effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche linea decisa, ma leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e pesante e compiuto è sull’altra faccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dialogo si snoda su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con consumata perizia che riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata (e bisogna aggiungere estremamente statica) come quella di un gruppo di amici che si ritrovano a discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano certo di frivolezze come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di gladiatori o dagli allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo non al completo e ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza, interviene Vipstano Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che diventerà protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande effetto scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare brevemente quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse argomentazioni addotte. È una sorta di trampolino di lancio che permette di entrare nel vivo della discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di Messalla. Il nuovo venuto proprio perché non coinvolto nella precedente discussione e perché libero dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha preceduto, può imprimere una svolta alla discussione stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha una funzione introduttiva rispetto alla seconda.</p>
<p style="text-align: justify;">Si esaminano alcune motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e anche di incondizionato coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di scuole e maestri inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Come si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del Dialogus.</p>
<p style="text-align: justify;">“Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva appena finito di parlare, quando entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli vide i volti tesi e intuì che il discorso avviato era di grande importanza: «Forse sono stato poco tempestivo», si scusò, «nell’intervenire ad una riunione segreta in cui magari state preparando la difesa per qualche processo».</p>
<p style="text-align: justify;">«No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi avrebbe fatto piacere che tu arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto l’abilissimo discorso che ha fatto il nostro Apro per esortare Materno a rivolgere tutto il suo talento e tutto il suo zelo all’attività forense. Ma anche Materno ti sarebbe piaciuto con la sua difesa gioiosa della poesia: un’orazione risoluta, davvero utile a difendere i poeti e più simile ad una recitazione poetica che non al discorso di un oratore».</p>
<p style="text-align: justify;">«Davvero», replicò Messalla, «avrei provato grandissimo piacere da questa discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto che voi, uomini di grande prestigio e oratori del nostro tempo, non solo esercitiate le vostre abilità nelle pratiche forensi e negli esercizi di declamazione, ma intraprendiate anche delle discussioni che nutrono la mente e che recano il godibilissimo conforto della cultura e della letteratura, non solo a voi che in questa discussione siete impegnati, ma anche a coloro che la ascoltano. Allora, per Ercole, vedo che tu, Secondo, vieni elogiato per aver dato, con la tua narrazione della vita di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei la speranza di molti libri di ugual livello. Altrettanto viene rimproverato Apro, perché non ha ancora preso le distanze dalle dispute scolastiche e preferisce impegnare il suo tempo libero secondo le abitudini dei nuovi retori piuttosto che seguire il modello degli oratori antichi».</p>
<p style="text-align: justify;">Apro di rimando: «Messalla, tu non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito, mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Decolla così, a colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus che si preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente un dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro luogo comune).</p>
<p style="text-align: justify;">È anche il secondo, più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del Dialogus. Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i capitoli finali, la culminazione del ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Tacito sposta, con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano sociologico e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole di Materno sono improntate a grandi equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un solido buon senso romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive.</p>
<p style="text-align: justify;">Materno riconosce, forse con una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare più velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni”.[4]</p>
<p style="text-align: justify;">Troppo forse, e bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle regole. Per usare l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto, bisognava mettere le briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei primi mesi del 52 a. C. quando esercitò il consolato sine collega.</p>
<p style="text-align: justify;">Imbrigliare? Per non ingenerare dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano regole liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.[5]</p>
<p style="text-align: justify;">Curiazio cita tutta una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira, si impenna. Penetra senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a poco lo smalto del furore oratorio si è offuscato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tranne in un caso, clamoroso. Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo informati da Quintiliano. [6]</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera eredità. Muore una donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa avanti un tale che sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio della defunta. L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e fa venir fuori la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avvocato è Asinio Pollione, brillante, irruente, coinvolgente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il testo tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un fatto privato, una vicenda tutto sommato squallida e marginale. Se un oratore può far brillare la sua facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi di interesse pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma anche questo va annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo. Siamo, come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del divo Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del popolo, l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche l’eloquenza”.[7]</p>
<p style="text-align: justify;">…eloquentiam sicut omnia depacaverat.</p>
<p style="text-align: justify;">È la natura stessa del principato che genera lo stato di cose, il prezzo necessario da pagare alla pacificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il riconoscimento di un superiore livello di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco il fondamentale incipit del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore: “Quello che sto per affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo dirò, altro non fosse che per strapparvi un sorriso”[8]</p>
<p style="text-align: justify;">A me pare chiaro che non si riferisce solo alla ridicola immagine dell’avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell’oratoria decaduta e prostituita. La paenula è una mantellina che copriva anche le braccia ed era dotata della cuculla, una sorta di cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva in viaggio e presagiva cattivo tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la toga, vero e proprio paramento sacro di quella liturgia che era un tempo il processo, ha ora ceduto il passo a questo indumento dozzinale. Un segno fisico, visibile. Ma non si tratta solo di questo.</p>
<p style="text-align: justify;">È come se il nostro dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il contrario di quanto io dica o possa dire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto Tacito ci dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere scambiate col giudice (che sappiamo essere spesso digiuno di diritto), sufficienti ad aggiustare le cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del potere che il suo ruolo gli conferisce e dunque influenzabilissimo da due paroline ben congegnate.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo delle corse ippiche.</p>
<p style="text-align: justify;">“Allo stesso modo in cui sono le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così anche gli oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti da impacci: altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.[9]</p>
<p style="text-align: justify;">E poco più in là, alludendo alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un deserto, con una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di avvertire clamori ed applausi come se fosse in teatro”. [10]</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ecco un crescendo irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo oratore che è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha bisogno di sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una platea vasta e attenta, magari non sempre favorevole e, perché no?, perfino ostile. La sfida, l’agonismo, il sale della vita insomma. “Ed effettivamente agli oratori antichi accadeva così: tanti e tanto illustri cittadini stipavano il foro; intere clientele, intere tribù, delegazioni di municipi, intere popolazioni d’Italia assistevano ai dibattimenti più importanti; e spesso, quando giudicava che si dibattessero questioni che lo interessavano direttamente, era presente l’intero popolo di Roma. E tutti sanno che ascoltare l’accusa e la difesa di Gaio Cornelio, di Marco Scauro, di Tito Milone, di Lucio Bestia, di Publio Vatinio accorreva tutta la città e l’entusiasmo del popolo diviso in fazioni risvegliava e incendiava anche gli oratori più freddi. E così, per Ercole, ecco le orazioni che ancor oggi troviamo nei libri e che sono il maggior titolo di merito di chi le ha pronunciate”. Tutti i nomi si riferiscono ad orazioni ciceroniane[11].</p>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci al capitolo 40. Qui dobbiamo immaginare che il tono della voce di Materno si alzi, che egli cominci a scandire le parole, quasi a martellarle. L’oratoria un tempo era un fuoco, e i potenti ne venivano attaccati. Senza paura: e anzi l’importanza dell’avversario era motivo di gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">“Davvero! Quanto fuoco e quante fiaccole accese apportarono al talento degli oratori le incessanti assemblee, il diritto -valido per tutti- di attaccare i più potenti, il vanto che veniva dall’avere nemici importanti. Moltissimi tra coloro che erano abili a parlare non risparmiarono nemmeno Publio Scipione o Silla o Cneo Pompeo e per demolire gli uomini più influenti, sfruttavano, con l’atteggiamento proprio di chi odia e atteggiandosi a istrioni, le orecchie del popolo.»[12]</p>
<p style="text-align: justify;">E allora com’era la vera eloquenza? «Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione (quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni, provocatrice di un popolo sfrenato, restia all’obbedienza e al rigore, insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene ordinate”.[13]</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione. Dobbiamo ricordarci che Curiazio Materno ci ha detto qualche istante fa che userà l’arma dell’ironia, che bisognerà sentirlo dire una cosa e capirne un’altra. Lui, per questa eloquenza ribelle, nutre in realtà una grande ammirazione.</p>
<p style="text-align: justify;">…magna illa et notabilis eloquentia si fa scappare a piena bocca in questo contesto. E poi, come se ce ne fosse bisogno, ci fa capire ancora che parla per antifrasi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si è mai avuta notizia di un oratore di Sparta o di una città cretese? No, perché ci vengono tramandate come città severissime per disciplina e leggi. E non conosciamo nemmeno l’eloquenza dei Macedoni o dei Persiani o di qualunque altro popolo che sia stato tenuto a freno da un governo ben regolato. Invece si imposero alcuni oratori a Rodi e parecchi ad Atene. Lì il popolo poteva tutto, tutto potevano gli ignoranti e, se mi consentite il gioco di parole, tutti potevano tutto”.[14]</p>
<p style="text-align: justify;">C’è bisogno di dire che l’inattaccabile, inossidabile, immarcescibile legalità che regnava a Sparta e a Creta sarà da intendere come dispotismo, come autoritarismo?</p>
<p style="text-align: justify;">E prosegue incalzante: “Fino a quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di parte, finché il foro non fu pacificato, finché il senato non trovò concordia di intenti, finché non vi fu regola nei procedimenti giudiziari, finché nessun rispetto era dovuto ai potenti, finché i magistrati non ebbero limitazioni al loro potere, Roma produsse una più valida eloquenza, come un campo non domato dall’aratro produce erbacce rigogliose”.[15]</p>
<p style="text-align: justify;">Dice: herbas laetiores. L’immagine delle erbacce rigogliose mi pare perfino trionfale, pensando a quanto più ricco di significati sia il latino laetus rispetto all’italiano lieto. Laetus è connesso con laetamen, quasi a dire che non possono esserci gioia e crescita e maturità senza una buona concimazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente non nutro dubbi. Mediato dalla struttura del dialogo e frenato dalla prudenza indotta dai tempi, qui troviamo nella sua interezza Tacito, con le sue nostalgie rassegnate, ma vivide nella memoria e ancora fertili di atteggiamenti eticamente decorosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso il capitolo (e di fatto il Dialogus) si chiude sui Gracchi e sul loro essere scomodi. Oggi diremmo, intellettuali molto poco organici al potere. La loro eloquenza “non fu per la repubblica tanto preziosa da tollerare anche le loro proposte di legge”.[16] Evidente ammirazione, anche se forzatamente sotto traccia</p>
<p style="text-align: justify;">Negli Annales aveva detto esattamente le stesse cose. È vero che i Gracchi furono turbatores plebis[17]. Ma quando le cose si mettono male, anche per colpa loro certo, arriva a ristabilire l’ordine Cneo Pompeo. Davvero un rimedio?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 52, in seguito ai tumulti che avevano sconvolto Roma dopo l’uccisione di Clodio, il senato ricorre a provvedimenti eccezionali e nomina Pompeo consul sine collega, una sorta di dittatura.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cneo Pompeo, eletto console per la terza volta con l’incarico di riformare i costumi, usò rimedi più pericolosi dei mali. Aveva fatto delle leggi e fu costretto lui stesso a sovvertirle. Finì col perdere con le armi quanto con le armi cercava di difendere”.[18]</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">******</p>
<p style="text-align: justify;">Se, per quanto concerne il Dialogus, il romanzesco appartiene alla sua storia, per così dire, esterna, per quello che a mio giudizio è il capolavoro tra le opere minori di Tacito, cioè la Vita di Agricola, si può parlare, in qualche modo, di romanzo in nuce.</p>
<p style="text-align: justify;">Dico subito che la discussione del genere attorno a quest’opera esiste da sempre. Siamo nell’ambito della laudatio funebris, senza alcun dubbio, ma qui troviamo biografia, monografia storica, trattato di indagine etnografica, saggio di analisi politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è chiaro che qui Tacito è preso soprattutto dalla voglia di raccontare, di addensare attorno ad un personaggio forte e dalla moralità di alto profilo, un racconto esemplare. Chi legge non può sottrarsi alla fascinosa e perentoria convinzione che qui Tacito vuole raccontare il suo tempo raccontando, pur tra mille incertezze e oscillazioni, una storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se lasciamo da parte l’ipotesi che il Dialogus sia opera giovanile, qui ci troviamo davanti all’esordio della sua scrittura. È un esordio di segno alto, in cui già emergono le doti del grande analista e del grande narratore, capace, per esempio, di dipingere con un solo tratto un carattere, un profilo psicologico, una complessa situazione morale.</p>
<p style="text-align: justify;">Gneo Giulio Agricola entra nella vita di Tacito nel 77 d. C. Tacito ha attorno ai 23 anni, sta per fare o ha appena fatto il suo ingresso in senato. Si appresta ad iniziare una promettente carriera politica, questore di lì a poco, pretore dopo una decina d’anni. E si fidanza con la figlia di Agricola, allora quattordicenne. Una storia d’amore molto vera e molto bella, come apprendiamo dalla lettura di quest’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche un matrimonio importante con il personaggio probabilmente più in vista della Roma di allora, forse addirittura più in vista dello stesso principe che è Vespasiano. Agricola usciva dal consolato e di apprestava a partire come legato imperiale per la Britannia dove lo attendeva una delle situazioni più esplosive dal punto di vista militare e politico di tutto il territorio su cui Roma aveva dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’88 Tacito viene fatto pretore e, una volta uscito dalla pretura si allontana assieme alla moglie da Roma, certamente per una missione politica di prestigio a nord. Forse propretore nella Gallia Belgica, forse legato in Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">A Roma sono accadute molte cose. Nel 79 è morto Vespasiano. Gli succede suo figlio Tito che però muore di lì a pochi mesi. Aveva acceso, a dispetto di un gran brutto carattere portato alla crudeltà e a una turbolenta vita privata, grandi speranze. Suetonio lo definisce “amore e delizia del genere umano”, ma Tacito, con maggior acutezza e con venatura polemica sottolinea che fu “felice nella sua brevità”. Quando muore, Tito ha 42 anni, si trova nella Sabina per una cura termale che invece di guarirlo gli fa contrarre una malattia ancora più grave. Le malattie non sono mai esenti da sospetti in questi anni. Come dimostrerà proprio la vicenda di Giulio Agricola.</p>
<p style="text-align: justify;">Sale sul soglio imperiale Domiziano, fratello di Tito, e inaugura un quindicennio sul quale Tacito pronuncia un giudizio estremamente negativo, molto inquietante.</p>
<p style="text-align: justify;">“…subentra la dolcezza dell’ignavia stessa e la pigrizia, prima odiata, finisce con l’essere apprezzata. Così per quindici anni (un periodo lunghissimo nella vita di un uomo) molti sono venuti meno per casi fortuiti, ma le persone più ardite sono venute meno per la crudeltà del principe. In pochi siamo sopravvissuti: non solo agli altri, ma, se posso dire così, a noi stessi”.[19]</p>
<p style="text-align: justify;">Già, il difficile spesso è sopravvivere a se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito, qualche anno dopo, nell’esordio della Historiae, racconterà così, asciutto e disincantato, questo periodo:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non voglio negare che è stato Vespasiano a far iniziare la mia carriera politica, e che Tito l’ha fatta avanzare e che poi Domiziano l’ha portata al suo apice. Ma chi si dichiara incorrotto assertore della verità, deve riferire di ognuno, ugualmente lontano da simpatia e odio”.[20]</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nell’Agricola vibra qualcosa di diverso, di ulteriore, di tragicamente personale rispetto a questa dichiarazione di neutralità.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché quando muore, il 23 agosto del 93, Agricola ha cinquantatré anni, è nel fiore della sua esistenza, detiene un prestigio personale che nessuno può uguagliare. Già, proprio nessuno, nemmeno lo stesso Domiziano. La res publica avrebbe potuto giovarsi ancora a lungo di quell’uomo, abile politico e abile stratega. Tacito non dice e forse non può dire che sia stata la gelosia di Domiziano ad uccidere il suocero. Manca la denuncia diretta perché mancano le prove.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo, per il lettore moderno, costituisce una fortuna. Tacito costruisce nella parte finale dell’operetta un clima di sospetto e di oppressione, un’aura di incombente ineluttabilità che è presagio e anticipazione dell’opera maggiore. Ma è anche qualcosa di più: l’indizio del narratore di razza che sa riflettere sui destini dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">E, in sovrappiù, c’è una nota di dolente nostalgia, di angoscia per il tempo perduto e irrecuperabile. Perché Tacito non è presente agli eventi tragicamente conclusivi dell’avventura esistenziale di Agricola. E così, quando cinque anni dopo, dà corpo e scrittura ad una decisione da lungo tempo maturata nell’anima, scrive che quella morte ha risparmiato ad Agricola la vista di tempi ben peggiori. Però…</p>
<p style="text-align: justify;">“Io e sua figlia non fummo provati solo dal dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non averlo assistito durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia, non esserci saziati della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto le sue disposizioni e le sue parole che avremmo confitto nel nostro animo”.[21]</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo già alla fine dell’opera ed è certo questa la chiave in cui leggerlo o magari rileggerla.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui servono alcune coordinate esterne. L’opera ci viene consegnata dalla tradizione manoscritta col titolo De vita Iulii Agricolae liber e consta di 46 capitoli.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi tre capitoli hanno funzione introduttiva. Sfolgora, nell’incipit del terzo capitolo, quel “nunc demum redit animus”[22] che giustifica la possibilità, finalmente, di parlare di un uomo giusto come Agricola. Anche se -Tacito non può fare a meno di precisarlo, subito dopo questo allargarsi del cuore- è vero che dopo la morte di Domiziano è tornato il coraggio, ma il lettore deve sapere che il clima morale di fondo è sempre quello. Un principe pur illuminato come Cocceio Nerva ha davanti il problema eterno: conciliare l’inconciliabile, cioè principato e libertà.[23]</p>
<p style="text-align: justify;">I successivi sei capitoli (4-9) percorrono brevemente i primi anni di Agricola, dalla nascita a Frejus in quella che allora era chiamata Gallia Narbonese al pontificato: Roma, l’Aquitania, la Britannia sono gli scenari della sua azione accorta dal punto di vista politico e abile dal punto di vista strategico e militare. Si segnala, si capisce subito che è il migliore della sua generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito fa girare questi capitoli attorno ad un dolente nucleo centrale che ci riporta al clima oppressivo dei tempi. La morte della madre di Agricola è solo un cenno fuggevole, e tuttavia significativo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno seguente[24] inflisse un duro colpo al suo animo e alla sua casa. I soldati della flotta otoniana, vagando senza alcun freno, sottoposero a saccheggio Intimilio[25], in Liguria, e uccisero la madre di Agricola nei suoi possedimenti. Depredarono le sue terre e gran parte del suo patrimonio (questa era stata la causa dell’uccisione). Agricola partì per tributare con pietà figliale gli onori funebri e fu raggiunto dalla notizia che Vespasiano aveva assunto l’impero: subito aderì al suo partito.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è qualcosa di tragico e ineluttabile, nella accettazione stessa, quasi come un evento normale, della morte di una donna che se ne sta pacifica e tranquilla nei suoi possedimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 77 e il 78 Agricola è console e subito dopo gli viene conferito il comando delle operazioni in Britannia. In quei giorni Tacito sposa sua figlia. Agli usi e ai costumi della Britannia, alla sua storia e ai tentativi di Roma di mettere le mani sull’isola sono dedicati i capitoli dal 10 al 17. L’excursus è funzionale ad una tesi di fondo: le popolazioni britanniche sono feroci, primitive, regolate dalla forma più primordiale del diritto e cioè dalla legge del più forte. E proprio per questo Roma non è mai riuscita a sottomettere completamente e in modo stabile l’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Impresa che riesce ad Agricola. Lo dice chiaro e tondo, Tacito. Agricola è riuscito dove tutti avevano fallito. A cominciare da Giulio Cesare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Primo fra i Romani, il divo Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando gli indigeni in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona costiera, si può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che l’abbia trasmessa loro”.[26]</p>
<p style="text-align: justify;">I ventun capitoli che vanno dal 18 al 38 raccontano i sette anni, tra il 77 e l’84, della campagna britannica, con una culminazione assoluta sulla decisiva battaglia del monte Graupio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il movimento è nettamente ascensionale. La Britannia viene presentata come una sorta di continente concluso in sé, con regole e usanze proprie, difficile da esplorare, ancora più difficile da sottomettere. Vorrei aggiungere difficile da decifrare, da capire. Ma è annotazione che appartiene alla sensibilità moderna e non certo a un imperialismo, come quello romano che ha come prima regola, quella di dettarsi da sé le proprie regole.</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti qui può accadere di tutto. Perfino che una donna, Boudicca, guidi alla riscossa il suo popolo. Era accaduto un quindicennio prima, nel 61. Boudicca era stata sconfitta, aveva subito il supplizio e le sue figlie erano state stuprate.[27]</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino che una cohors Usiporum[28], una coorte di Usipi, arruolata da Roma in Germania e trasferita in Britannia, impazzisca in blocco, si ribelli e uccida un centurione e alcuni legionari per poi intraprendere una surreale circumnavigazione della Britannia, un po’ guerrieri, un po’ predoni, poi cannibali nel loro stesso gruppo per sopravvivere alla fame e infine schiavi venduti sui mercati europei. Tacito, il nostro romanziere in nuce voglio dire, sa bene che raccontare queste cose, funziona.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto, naturalmente, è funzionale a lui, ad Agricola, presentato come una sorta di demiurgo capace di imprimere una svolta alla storia, sovvertendo perfino le regole della tradizione strategica e bellica di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo si era capito subito. Già al suo arrivo aveva fatto vendetta di una terribile e devastante incursione messa in atto dalla tribù degli Ordovici, una incursione che aveva risollevato il morale delle popolazioni indigene.</p>
<p style="text-align: justify;">“Agricola decise di affrontare il pericolo anche se le truppe erano disseminate per la provincia, anche se i soldati pensavano che fosse imminente la stasi invernale delle operazioni… Agricola radunò le legioni e pochi ausiliari e poiché gli Ordovici non avevano coraggio di scendere in pianura, fece salire lui l’esercito sulle alture. Si pose davanti alla schiera perché il rischio esigeva lo stesso coraggio da parte di tutti. Sterminò quasi tutto il popolo, consapevole che il successo deve essere sfruttato subito e che il terrore che avrebbe potuto incutere in seguito dipendeva da come aveva iniziato”.[29]</p>
<p style="text-align: justify;">Già, Agricola demiurgo che sovverte regole, prende alla sprovvista, sorprende i suoi stessi soldati abituati al comodo trantran della guerra combattuta a stagioni fisse, su posizioni ben delineate. Questi ventun capitoli sono da leggere tutti su questa falsariga: affascinanti, muscolari, pianificati. Un disegnatore odierno non potrebbe creare un supereroe più perfetto e cattivante. Se si deve far la guerra perché andare tanto per il sottile e non combattere anche d’inverno?</p>
<p style="text-align: justify;">Mi limito a due esempi, omogenei, ma molto diversi tra loro. Il primo si riferisce al sesto anno di campagna militare, l’83 dell’era volgare. Agricola vuole andare sempre più a nord. Tacito qui dimostra di saper usare la scrittura in chiave spettacolare, evitando peraltro enfasi eccessive.</p>
<p style="text-align: justify;">“Con Agricola, la flotta divenne per la prima volta parte operativa dell’esercito: seguendo le altre forze, essa forniva un grande spettacolo, perché la guerra avanzava insieme per mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti, cavalieri e marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro imprese e le loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare confronto: di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste e le onde ostili; da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano sconfitto. Da quello che riferirono alcuni prigionieri, lo spettacolo della flotta stordiva i Britanni poiché ormai sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai vinti anche l’ultima possibilità di scampo”.[30]</p>
<p style="text-align: justify;">Più forte della natura stessa, sovvertitore della storia. Si noti come Tacito giochi con grande abilità sugli effetti di straniamento, guardando ad Agricola prima attraverso gli occhi della truppa, poi attraverso gli occhi del nemico. Ne scaturisce un isolamento scultoreo di Agricola, un semidio sospeso tra cielo e terra.</p>
<p style="text-align: justify;">E la grandezza del romanziere in nuce non si ferma qui, perché Tacito fa apparire Agricola come assolutamente consapevole di questa sua dimensione. Ed è il secondo esempio che propongo, direttamente dal discorso che Agricola rivolge ai suoi prima della decisiva battaglia di Graupio.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia è sapiente. Prima ha parlato Calgaco[31], capo riconosciuto dei Britanni che proprio davanti al pericolo romano si sono ricompattati, e hanno trovato coesione. A lungo, con vibrato furore, partendo proprio da questa immagine demiurgica di Agricola che sembra dare ordini perfino a terra, mare e cielo. Poi ricorda ai suoi conterranei la storia di fierezza del popolo isolano e infine fa loro presente che non è una semplice battaglia quella che si apprestano a combattere, ma una guerra di civiltà. Chi ne uscirà sconfitto, perderà l’appuntamento con la libertà e l’identità nazionale ed etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parla ai suoi[32], Agricola sembra quasi tener conto di quanto Calgaco ha appena detto. E in qualche modo gli risponde. Ai suoi ricorda, a sua volta, come quella battaglia sia l’epilogo di una lunga campagna.</p>
<p style="text-align: justify;">“Finalmente li incontrate, ma non perché vi abbiano atteso: siete stati voi che li avete sorpresi. La disperazione e lo stordimento della paura estrema li hanno inchiodati qui, sulle loro stesse orme, perché voi riportiate una vittoria bella e memorabile. Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant’anni di guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi della rivolta non sono mai stati colpa dell’esercito”.[33]</p>
<p style="text-align: justify;">Non solletica solo l’amor proprio dei suoi soldati, ma li fa sentire su una sorta di spartiacque della storia. Non vi è dubbio: qui si celebra un rito. C’è qualcosa di misterioso e sacrale in questo, una sorta di investitura: il demiurgo investe delle sua divine facoltà l’intero esercito, per quella sola occasione delega ogni soldato ad essere demiurgo insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">E Tacito? Tacito, travolto dalla potenza stessa della sua scrittura, passa in sottordine lo scrupolo storico. Come tutti i grandi scrittori scrive in bianco e nero, quando serve rinuncia alle sfumature. Ho la sensazione che perfino bari con i numeri. Ci dice che a cadere furono diecimila Britanni a fronte di soli trecentosessanta Romani.</p>
<p style="text-align: justify;">I panorami, fisici e morali insieme, dei due eserciti: il vincitore e lo sconfitto:</p>
<p style="text-align: justify;">“La notte, trascorsa nell’allegria per il bottino fatto, fu piacevole per i vincitori. I Britanni, sparsi qua e là, piangevano e mescolavano il loro pianto con quello delle donne; abbandonavano le case e le incendiavano, con furore, di loro iniziativa…”.[34]</p>
<p style="text-align: justify;">Gli eventi successivi dimostrarono che la vittoria non fu poi così netta e risolutiva. In questo stesso contesto[35] si fa beffe della campagna condotta da Domiziano nell’83 contro la popolazione germanica dei Catti, dopo la quale l’imperatore celebrò un trionfo fittizio. In realtà quella fu una campagna militare di buoni risultati che portò al consolidamento dei confini in quello scacchiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Tacito non va tanto per il sottile. Grande generale Agricola, militare da operetta Domiziano, trionfo meritato quello del primo, plateale messinscena il secondo. Non fu così, ma qui bisogna procedere in bianco e nero, tutto il bene da una parte, tutto il male dell’altra. È la dialettica ignobile tiranno/nobilissima vittima di cui da sempre si nutre la tragedia.</p>
<p style="text-align: justify;">E nascono proprio qui le straordinarie pagine finali. Tacito sottolinea la sorniona prudenza di Domiziano, che è il primo a decretare onori trionfali per il generale vittorioso. Ma nasce in lui il tarlo del sospetto, la gelosia per un successo autentico, il timore che Agricola possa, sulle ali del consenso popolare e militare, aspirare al principato. E si addensa una pesante aura di dramma.</p>
<p style="text-align: justify;">Agricola ha pagato con la sua vita e con i suoi anni più fertili il suo retto agire, la sua intelligenza, la sua abilità. Tacito poco a poco instilla nel lettore un dubbio: che la colpa del male non sia nel fatto che esista un cattivo principe, ma che esista semplicemente il principe, tout court.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando torna a Roma, tutto sembra congiurare perché l’arrivo in città avvenga di notte, lontano dai clamori. E Domiziano lo accoglie con un brevi osculo, un bacio frettoloso[36].</p>
<p style="text-align: justify;">Quale possibile salvezza? Anche la risposta a questa domanda porta alla tragedia. Forse solo nel riflusso nella dimensione privata. Agricola è davvero se stesso quando, dopo il suo ritorno, prende a gustare tranquillità e quieto vivere. E quando si reca nel foro si fa accompagnare da un paio di amici soltanto: ma come, un uomo del suo prestigio, ben altro codazzo dovrebbe avere al seguito.[37]</p>
<p style="text-align: justify;">Su Roma incombono continue minacce. Ogni volta che si parla di un generale atto a risolvere questa o quella questione ai confini, salta fuori il suo nome, Agricola. Faceva paura anche disarmato, solo, bonariamente in compagnia di pochi e scelti amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli eventi precipitano. Agricola rifiuta questo o quell’incarico in zone periferiche dell’impero. Domiziano lo ascolta bonariamente, sembra scusarlo. E tuttavia lo mortifica. Quando un magistrato rinunciava ad una carica aveva diritto ad una indennità molto ingente, e Domiziano non la concede affatto ad Agricola.</p>
<p style="text-align: justify;">“Forse si era risentito che non gli fosse stata richiesta, forse comprendeva che sarebbe sembrata il prezzo del rifiuto da lui stesso imposto”.[38]</p>
<p style="text-align: justify;">Si arriva così allo straordinario finale, che leggo e con cui chiudo, perché qui risiede un esempio mirabile della scrittura di Tacito e un indizio importante del romanziere in nuce, che gioca, ora sì, sui chiaroscuri del dubbio, sulle certezze trattenute tra le labbra e non pronunciate.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nessuno, alla notizia della morte di Agricola, provò gioia o dimenticò subito. Il compianto cresceva quanto più girava la voce che egli fosse stato vittima di veneficio: io non posso riferire nulla di accertato. Del resto, durante tutta la sua malattia, lo andarono a trovare sia i liberti più influenti sia i medici imperiali …: forse era attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. …Nel giorno della morte gli ultimi istanti di Agricola furono annunziati da staffette a Domiziano” il quale “ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il dolore. Letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano coerede della buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se ne rallegrò come si trattasse di un omaggio o di un segno di stima. Tanto era accecata la sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere che un padre buono designa coerede un principe, solo quando costui è malvagio”.[39]</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Ftacito-romanzesco%2F&amp;linkname=Tacito%20Romanzesco" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Ftacito-romanzesco%2F&amp;linkname=Tacito%20Romanzesco" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Ftacito-romanzesco%2F&amp;linkname=Tacito%20Romanzesco" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Ftacito-romanzesco%2F&amp;linkname=Tacito%20Romanzesco" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Ftacito-romanzesco%2F&amp;title=Tacito%20Romanzesco" id="wpa2a_4"></a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.giandomenicomazzocato.it/tacito-romanzesco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dialogus de oraoribus: Tacito o no?</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/dialogus-de-oraoribus-tacito-o-no/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/dialogus-de-oraoribus-tacito-o-no/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tacito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=704</guid>
		<description><![CDATA[Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 16 gennaio 2004   Neque enim ita apppellamus nisi antiquos, horum autem temporum diserti, causidici et aduocati et patroni et quiduis potius quam oratores uocantur. (Tacito, Dialogus de Oratoribus 1, 1) Nel 1426, grazie ai contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un monaco appartenente al monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in Italia la notizia che in quel lontano convento prussiano dorme un fratello minore di Tacito. Del grande storico della Roma imperiale fino a quel momento era possibile leggere, peraltro in modo molto lacunoso, soltanto Historiae ed Annales. Sono anni di grande fervore e la caccia ai manoscritti sepolti, magari contenenti opere inedite o credute perdute, era una sorta di vera e propria febbre. Quel fratello dormiente, quel manoscritto, contiene nientemeno che le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de oratoribus e la Germania. Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel 1447 e fu un grandissimo papa, il che, traducendo, significa che fu un abilissimo politico. È lui che convince l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui che di fatto scioglie il concilio di Basilea e consente alla Chiesa di superare il più drammatico scisma di quei secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli conferiva immagine e infatti la sua raccolta di codici antichi costituisce il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Immaginarsi che colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito sconosciuto. Opere inedite dell’autore considerato fonte e autorità di ogni comportamento politico. E per di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva visto un suo grandioso successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era riuscito a conciliare al suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi elettori tedeschi nella dieta di Francoforte. Solo quando viene eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una missione in Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito dormiente. Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che effettivamente riesce a riportare il codice in Italia. Il manoscritto arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le cose sono cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso Callisto III, un papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio del futuro Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale. Il panorama culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande cultura e amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi politici sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali successi, di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande operazione mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara la cultura latina) si sgonfia, perde di fascino. E anche la situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di risparmiare ovunque può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa le spese brava gente come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un codice che lui aveva portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che ora si rivela all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo di missioni che venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio, acquistava e trasportava merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava in gran parte di tasca propria. Una sorta di condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché il manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato che diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando anche un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra congiurare, perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo tesoro. Qui si perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di Tacito. Solo nel 1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi, quella del conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e Germania. Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le mani di un umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato, furono riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in Italia da Enoch d’Asoli. Una storia, come si vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones della filologia. Anche perché qui entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del codice di Jesi non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi sulla effettiva paternità tacitiana del Dialogus stesso. Anche se va detto che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e stilistiche condotte sul Dialogus, uno studioso come Pier Candido Decembrio, che ebbe modo di vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il Dialogus ne faceva parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio, serve ricordare, è studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore di Omero, Polibio, Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle bolle papali) al servizio proprio di Niccolò V e Callisto III. E oggi, occorre aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando una certa inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla effettiva paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta per moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo. Provo ad elencare. Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito giovane, in pieno tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile proprio, non ancora consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto, smagato, disilluso? Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore giovane e in pieno apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando qualcosa non torna, le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono comodamente ascritte alla mancanza di maturità. Ma non si può trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio Giusto che è quasi sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed era sodale di Plinio il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus sia successivo al 96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di Quintiliano (qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande contemporaneo). Questa collocazione temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima morale che si respira nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è l’oratore deluso, stanco, consapevole di quanto poco spazio esista per quello che oggi chiameremmo l’intellettuale organico, l’intellettuale militante. Curiazio si è ritirato, fa il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua stanza e, per così dire, fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio. Coincide questa immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato al processo per corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa Mario Prisco. Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali d’Africa, e suo collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel processo si ritira dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera storiografica (anche se non rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e 113 proconsole d’Asia). Come se non bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta tacitiana, c’è almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci impedisce di cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel dibattito un personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri di oratoria dello stesso Tacito. Infine anche la stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel contesto delle abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un adeguamento del nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono affrontare temi di questo tipo. Tuttavia debbo dire che, a un quadro tanto complesso e frastagliato, sostanzialmente manca nella bibliografia relativa al Dialogus una domanda che invece a me pare fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente dirimere molti aspetti della questione. La formulo così, molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella chiave della ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo concettuale dello storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus esprime appieno e in modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che percorrendo questa strada mi sono convinto che solo Tacito può averlo scritto. Cerco di ripercorrerla qui brevemente questa strada. Intanto le coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione avvenuta attorno al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito appare marginale o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si diceva prima). Sono i due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono Vipstano Messalla (sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e parzialmente portavoce di Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al pensiero tacitiano e padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo è storico e oratore illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo le notizie che ci dà Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io narrante di Tacito stesso che nelle prime battute afferma di aver seguito giovanissimo, forse ventenne, il dibattito. Serve ricordare anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo un filone prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di definire ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è Catone. A lui Cicerone attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì proprio per la sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone, agli albori del secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la figura del perfetto oratore che doveva essere uir bonus, dicendi peritus. Cioè un galantuomo, consapevole degli strumenti del buono ed efficace esprimersi. Oratori insigni furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo e quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire “divino nel parlare”. E poi la generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco Antonio, Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto. E naturalmente Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore, come pubblico ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate leggi e come avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a noi. E poi l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il percorso tecnico di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi esercita l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore, parla di arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va affinato, alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso. Quintiliano si pone sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una equilibrata formazione intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva l’accento sulla tensione etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente dell’oratoria non era semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non una crisi dovuta ai cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al venir meno della libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al potere. Sicuramente non è un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un altro grande di quei tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio, il Panegyricus con cui Plinio, appena nominato console, esalta l’imperatore Traiano. Infine mi pare opportuno ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della parola pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del resto basta andare a leggere Machiavelli.[1] Proprio il tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui sono partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la sua concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un documento della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo, l’austera e disincanta serenità del suo indagare? Tacito si dichiara già nella dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica. “Giusto Fabio, spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile e priva ormai della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si ricordi cosa vuol dire la parola oratore, mentre le generazioni precedenti hanno visto fiorire il talento e la gloria di tanti oratori eccellenti. Con questo nome, oratore, noi indichiamo infatti solo gli antichi, perché i moderni parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna definirli causidici, avvocati, patroni, o quello che vuoi tu”.[2] Diserti, causidici, aduocati, patroni: non uno solo di questi quattro termini può essere letto in accezione positiva. Diserti indica spregiativamente i parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli. Oratori barocchi, diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche in italiano, indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti del foro, diremmo noi. Esattamente come aduocati e patroni. Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia la navigazione di questo Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano duellare in punta di spada e ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano arrembaggi, si sparano roghi immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi reciprocamente senza andare tanto per il sottile. Fuori di metafora: sembrano parlare linguaggi diversi, sono separati da abissi, tra le diverse posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile valutare. Giocano duro perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi. Già questo rilievo esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico è ricercato, aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la consumata abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente più vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di Tacito, io non ho dubbi. La stessa mano, tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro di piaggeria, di cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano Augusto quando i senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio, sforzandosi di apparire sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere quello che stanno effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche linea decisa, ma leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e pesante e compiuto è sull’altra faccia. Il dialogo si snoda su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con consumata perizia che riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata (e bisogna aggiungere estremamente statica) come quella di un gruppo di amici che si ritrovano a discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano certo di frivolezze come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di gladiatori o dagli allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo non al completo e ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza, interviene Vipstano Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che diventerà protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande effetto scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare brevemente quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse argomentazioni addotte. È una sorta di trampolino di lancio che permette di entrare nel vivo della discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di Messalla. Il nuovo venuto proprio perché non coinvolto nella precedente discussione e perché libero dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha preceduto, può imprimere una svolta alla discussione stessa. La prima macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha una funzione introduttiva rispetto alla seconda. Si esaminano alcune motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e anche di incondizionato coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di scuole e maestri inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Come si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano. A questo punto sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del Dialogus. “Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva appena finito di parlare, quando entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli vide i volti tesi e intuì che il discorso avviato era di grande importanza: «Forse sono stato poco tempestivo», si scusò, «nell’intervenire ad una riunione segreta in cui magari state preparando la difesa per qualche processo». «No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi avrebbe fatto piacere che tu arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto l’abilissimo discorso che ha fatto il nostro Apro per esortare Materno a rivolgere tutto il suo talento e tutto il suo zelo all’attività forense. Ma anche Materno ti sarebbe piaciuto con la sua difesa gioiosa della poesia: un’orazione risoluta, davvero utile a difendere i poeti e più simile ad una recitazione poetica che non al discorso di un oratore». «Davvero», replicò Messalla, «avrei provato grandissimo piacere da questa discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto che voi, uomini di grande prestigio e oratori del nostro tempo, non solo esercitiate le vostre abilità nelle pratiche forensi e negli esercizi di declamazione, ma intraprendiate anche delle discussioni che nutrono la mente e che recano il godibilissimo conforto della cultura e della letteratura, non solo a voi che in questa discussione siete impegnati, ma anche a coloro che la ascoltano. Allora, per Ercole, vedo che tu, Secondo, vieni elogiato per aver dato, con la tua narrazione della vita di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei la speranza di molti libri di ugual livello. Altrettanto viene rimproverato Apro, perché non ha ancora preso le distanze dalle dispute scolastiche e preferisce impegnare il suo tempo libero secondo le abitudini dei nuovi retori piuttosto che seguire il modello degli oratori antichi». Apro di rimando: «Messalla, tu non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito, mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.[3] Decolla così, a colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus che si preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente un dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro luogo comune). È anche il secondo, più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del Dialogus. Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i capitoli finali, la culminazione del ragionamento. Qui Tacito sposta, con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano sociologico e politico. Le parole di Materno sono improntate a grandi equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un solido buon senso romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive. Materno riconosce, forse con una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare più velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni”.[4] Troppo forse, e bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle regole. Per usare l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto, bisognava mettere le briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei primi mesi del 52 a. C. quando esercitò il consolato sine collega. Imbrigliare? Per non ingenerare dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano regole liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.[5] Curiazio cita tutta una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira, si impenna. Penetra senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a poco lo smalto del furore oratorio si è offuscato. Tranne in un caso, clamoroso. Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo informati da Quintiliano. [6] Si tratta di un tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera eredità. Muore una donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa avanti un tale che sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio della defunta. L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e fa venir fuori la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del genere. L’avvocato è Asinio Pollione, brillante, irruente, coinvolgente. Ma il testo tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un fatto privato, una vicenda tutto sommato squallida e se un oratore può far brillare la sua facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi di interesse pubblico. Insomma anche questo va annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo. Siamo, come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del divo Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del popolo, l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche l’eloquenza”.[7] …eloquentiam sicut omnia depacauerat. È la natura stessa del principato che genera lo stato di cose, il prezzo necessario da pagare alla pacificazione. Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il riconoscimento di un superiore livello di vita. Ed ecco il fondamentale incipit del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore: “Quello che sto per affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo dirò, altro non fosse che per strapparvi un sorriso”[8] A me pare chiaro che non si riferisce solo alla ridicola immagine dell’avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell’oratoria decaduta e prostituita. La paenula è una mantellina che copriva anche le braccia ed era dotata della cuculla, una sorta di cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva in viaggio e presagiva cattivo tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la toga, vero e proprio paramento sacro di quella liturgia che era un tempo il processo, ha ora ceduto il passo a questo indumento dozzinale. Un segno fisico, visibile. Ma non si tratta solo di questo. È come se il nostro dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il contrario di quanto io dica o possa dire”. Intanto Tacito ci dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere scambiate col giudice (che sappiamo essere spesso digiuno di diritto), sufficienti ad aggiustare le cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del potere che il suo ruolo gli conferisce e dunque influenzabilissimo da due paroline ben congegnate. Questo capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo delle corse ippiche. “Allo stesso modo in cui sono le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così anche gli oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti da impacci: altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.[9] E poco più in là, alludendo alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un deserto, con una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di avvertire clamori ed applausi come se fosse in teatro”. [10] E poi ecco un crescendo irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo oratore che è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha bisogno di sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una platea vasta... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address>Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 16 gennaio 2004</address>
<address> </address>
<p style="text-align: right;">Neque enim ita apppellamus nisi antiquos,<br />
horum autem temporum<br />
diserti, causidici et aduocati et patroni<br />
et quiduis potius quam oratores uocantur.</p>
<p style="text-align: right;">(Tacito, Dialogus de Oratoribus 1, 1)</p>
<p>Nel 1426, grazie ai contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un monaco appartenente al monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in Italia la notizia che in quel lontano convento prussiano dorme un fratello minore di Tacito. Del grande storico della Roma imperiale fino a quel momento era possibile leggere, peraltro in modo molto lacunoso, soltanto Historiae ed Annales. Sono anni di grande fervore e la caccia ai manoscritti sepolti, magari contenenti opere inedite o credute perdute, era una sorta di vera e propria febbre. Quel fratello dormiente, quel manoscritto, contiene nientemeno che le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de oratoribus e la Germania.</p>
<p>Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel 1447 e fu un grandissimo papa, il che, traducendo, significa che fu un abilissimo politico. È lui che convince l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui che di fatto scioglie il concilio di Basilea e consente alla Chiesa di superare il più drammatico scisma di quei secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli conferiva immagine e infatti la sua raccolta di codici antichi costituisce il nucleo originario della Biblioteca Vaticana.</p>
<p>Immaginarsi che colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito sconosciuto. Opere inedite dell’autore considerato fonte e autorità di ogni comportamento politico. E per di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva visto un suo grandioso successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era riuscito a conciliare al suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi elettori tedeschi nella dieta di Francoforte.</p>
<p>Solo quando viene eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una missione in Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito dormiente. Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che effettivamente riesce a riportare il codice in Italia.</p>
<p>Il manoscritto arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le cose sono cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso Callisto III, un papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio del futuro Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale.</p>
<p>Il panorama culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande cultura e amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi politici sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali successi, di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande operazione mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara la cultura latina) si sgonfia, perde di fascino.</p>
<p>E anche la situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di risparmiare ovunque può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa le spese brava gente come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un codice che lui aveva portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che ora si rivela all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo di missioni che venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio, acquistava e trasportava merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava in gran parte di tasca propria.</p>
<p>Una sorta di condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché il manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato che diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando anche un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra congiurare, perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo tesoro. Qui si perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di Tacito. Solo nel 1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi, quella del conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e Germania. Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le mani di un umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato, furono riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in Italia da Enoch d’Asoli.</p>
<p>Una storia, come si vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones della filologia.</p>
<p>Anche perché qui entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del codice di Jesi non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi sulla effettiva paternità tacitiana del Dialogus stesso.</p>
<p>Anche se va detto che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e stilistiche condotte sul Dialogus, uno studioso come Pier Candido Decembrio, che ebbe modo di vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il Dialogus ne faceva parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio, serve ricordare, è studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore di Omero, Polibio, Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle bolle papali) al servizio proprio di Niccolò V e Callisto III.</p>
<p>E oggi, occorre aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando una certa inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla effettiva paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta per moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo.</p>
<p>Provo ad elencare. Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito giovane, in pieno tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile proprio, non ancora consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto, smagato, disilluso? Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore giovane e in pieno apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando qualcosa non torna, le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono comodamente ascritte alla mancanza di maturità.</p>
<p>Ma non si può trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio Giusto che è quasi sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed era sodale di Plinio il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus sia successivo al 96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di Quintiliano (qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande contemporaneo).</p>
<p>Questa collocazione temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima morale che si respira nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è l’oratore deluso, stanco, consapevole di quanto poco spazio esista per quello che oggi chiameremmo l’intellettuale organico, l’intellettuale militante. Curiazio si è ritirato, fa il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua stanza e, per così dire, fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio.</p>
<p>Coincide questa immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato al processo per corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa Mario Prisco. Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali d’Africa, e suo collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel processo si ritira dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera storiografica (anche se non rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e 113 proconsole d’Asia).</p>
<p>Come se non bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta tacitiana, c’è almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci impedisce di cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel dibattito un personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri di oratoria dello stesso Tacito.</p>
<p>Infine anche la stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel contesto delle abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un adeguamento del nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono affrontare temi di questo tipo.</p>
<p>Tuttavia debbo dire che, a un quadro tanto complesso e frastagliato, sostanzialmente manca nella bibliografia relativa al Dialogus una domanda che invece a me pare fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente dirimere molti aspetti della questione.</p>
<p>La formulo così, molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella chiave della ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo concettuale dello storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus esprime appieno e in modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che percorrendo questa strada mi sono convinto che solo Tacito può averlo scritto.</p>
<p>Cerco di ripercorrerla qui brevemente questa strada.</p>
<p>Intanto le coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione avvenuta attorno al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito appare marginale o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si diceva prima). Sono i due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono Vipstano Messalla (sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e parzialmente portavoce di Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al pensiero tacitiano e padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo è storico e oratore illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo le notizie che ci dà Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io narrante di Tacito stesso che nelle prime battute afferma di aver seguito giovanissimo, forse ventenne, il dibattito.</p>
<p>Serve ricordare anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo un filone prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di definire ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è Catone.</p>
<p>A lui Cicerone attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì proprio per la sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone, agli albori del secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la figura del perfetto oratore che doveva essere uir bonus, dicendi peritus. Cioè un galantuomo, consapevole degli strumenti del buono ed efficace esprimersi.</p>
<p>Oratori insigni furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo e quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire “divino nel parlare”.</p>
<p>E poi la generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco Antonio, Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto.</p>
<p>E naturalmente Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore, come pubblico ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate leggi e come avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a noi. E poi l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il percorso tecnico di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi esercita l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore, parla di arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va affinato, alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso.</p>
<p>Quintiliano si pone sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una equilibrata formazione intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva l’accento sulla tensione etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente dell’oratoria non era semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non una crisi dovuta ai cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al venir meno della libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al potere.</p>
<p>Sicuramente non è un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un altro grande di quei tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio, il Panegyricus con cui Plinio, appena nominato console, esalta l’imperatore Traiano.</p>
<p>Infine mi pare opportuno ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della parola pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del resto basta andare a leggere Machiavelli.[1]</p>
<p>Proprio il tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui sono partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la sua concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un documento della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo, l’austera e disincanta serenità del suo indagare?</p>
<p>Tacito si dichiara già nella dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica. “Giusto Fabio, spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile e priva ormai della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si ricordi cosa vuol dire la parola oratore, mentre le generazioni precedenti hanno visto fiorire il talento e la gloria di tanti oratori eccellenti. Con questo nome, oratore, noi indichiamo infatti solo gli antichi, perché i moderni parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna definirli causidici, avvocati, patroni, o quello che vuoi tu”.[2]</p>
<p>Diserti, causidici, aduocati, patroni: non uno solo di questi quattro termini può essere letto in accezione positiva. Diserti indica spregiativamente i parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli. Oratori barocchi, diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche in italiano, indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti del foro, diremmo noi. Esattamente come aduocati e patroni.</p>
<p>Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia la navigazione di questo Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano duellare in punta di spada e ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano arrembaggi, si sparano roghi immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi reciprocamente senza andare tanto per il sottile.</p>
<p>Fuori di metafora: sembrano parlare linguaggi diversi, sono separati da abissi, tra le diverse posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile valutare. Giocano duro perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi.</p>
<p>Già questo rilievo esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico è ricercato, aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la consumata abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente più vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di Tacito, io non ho dubbi.</p>
<p>La stessa mano, tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro di piaggeria, di cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano Augusto quando i senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio, sforzandosi di apparire sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere quello che stanno effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche linea decisa, ma leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e pesante e compiuto è sull’altra faccia.</p>
<p>Il dialogo si snoda su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con consumata perizia che riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata (e bisogna aggiungere estremamente statica) come quella di un gruppo di amici che si ritrovano a discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano certo di frivolezze come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di gladiatori o dagli allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo non al completo e ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza, interviene Vipstano Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che diventerà protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande effetto scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare brevemente quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse argomentazioni addotte. È una sorta di trampolino di lancio che permette di entrare nel vivo della discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di Messalla. Il nuovo venuto proprio perché non coinvolto nella precedente discussione e perché libero dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha preceduto, può imprimere una svolta alla discussione stessa.</p>
<p>La prima macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha una funzione introduttiva rispetto alla seconda.</p>
<p>Si esaminano alcune motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e anche di incondizionato coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di scuole e maestri inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Come si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano.</p>
<p>A questo punto sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del Dialogus.</p>
<p>“Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva appena finito di parlare, quando entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli vide i volti tesi e intuì che il discorso avviato era di grande importanza: «Forse sono stato poco tempestivo», si scusò, «nell’intervenire ad una riunione segreta in cui magari state preparando la difesa per qualche processo».</p>
<p>«No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi avrebbe fatto piacere che tu arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto l’abilissimo discorso che ha fatto il nostro Apro per esortare Materno a rivolgere tutto il suo talento e tutto il suo zelo all’attività forense. Ma anche Materno ti sarebbe piaciuto con la sua difesa gioiosa della poesia: un’orazione risoluta, davvero utile a difendere i poeti e più simile ad una recitazione poetica che non al discorso di un oratore».</p>
<p>«Davvero», replicò Messalla, «avrei provato grandissimo piacere da questa discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto che voi, uomini di grande prestigio e oratori del nostro tempo, non solo esercitiate le vostre abilità nelle pratiche forensi e negli esercizi di declamazione, ma intraprendiate anche delle discussioni che nutrono la mente e che recano il godibilissimo conforto della cultura e della letteratura, non solo a voi che in questa discussione siete impegnati, ma anche a coloro che la ascoltano. Allora, per Ercole, vedo che tu, Secondo, vieni elogiato per aver dato, con la tua narrazione della vita di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei la speranza di molti libri di ugual livello. Altrettanto viene rimproverato Apro, perché non ha ancora preso le distanze dalle dispute scolastiche e preferisce impegnare il suo tempo libero secondo le abitudini dei nuovi retori piuttosto che seguire il modello degli oratori antichi».</p>
<p>Apro di rimando: «Messalla, tu non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito, mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.[3]</p>
<p>Decolla così, a colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus che si preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente un dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro luogo comune).</p>
<p>È anche il secondo, più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del Dialogus. Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i capitoli finali, la culminazione del ragionamento.</p>
<p>Qui Tacito sposta, con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano sociologico e politico.</p>
<p>Le parole di Materno sono improntate a grandi equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un solido buon senso romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive.</p>
<p>Materno riconosce, forse con una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare più velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al foro in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore, in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei patroni”.[4]</p>
<p>Troppo forse, e bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle regole. Per usare l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto, bisognava mettere le briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei primi mesi del 52 a. C. quando esercitò il consolato sine collega.</p>
<p>Imbrigliare? Per non ingenerare dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano regole liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.[5]</p>
<p>Curiazio cita tutta una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira, si impenna. Penetra senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a poco lo smalto del furore oratorio si è offuscato.</p>
<p>Tranne in un caso, clamoroso. Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo informati da Quintiliano. [6]</p>
<p>Si tratta di un tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera eredità. Muore una donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa avanti un tale che sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio della defunta. L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e fa venir fuori la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del genere.</p>
<p>L’avvocato è Asinio Pollione, brillante, irruente, coinvolgente.</p>
<p>Ma il testo tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un fatto privato, una vicenda tutto sommato squallida e se un oratore può far brillare la sua facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi di interesse pubblico.</p>
<p>Insomma anche questo va annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo. Siamo, come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del divo Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del popolo, l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta dal principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche l’eloquenza”.[7]</p>
<p>…eloquentiam sicut omnia depacauerat.</p>
<p>È la natura stessa del principato che genera lo stato di cose, il prezzo necessario da pagare alla pacificazione.</p>
<p>Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il riconoscimento di un superiore livello di vita.</p>
<p>Ed ecco il fondamentale incipit del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore: “Quello che sto per affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo dirò, altro non fosse che per strapparvi un sorriso”[8]</p>
<p>A me pare chiaro che non si riferisce solo alla ridicola immagine dell’avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme dell’oratoria decaduta e prostituita. La paenula è una mantellina che copriva anche le braccia ed era dotata della cuculla, una sorta di cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva in viaggio e presagiva cattivo tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la toga, vero e proprio paramento sacro di quella liturgia che era un tempo il processo, ha ora ceduto il passo a questo indumento dozzinale. Un segno fisico, visibile. Ma non si tratta solo di questo.</p>
<p>È come se il nostro dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il contrario di quanto io dica o possa dire”.</p>
<p>Intanto Tacito ci dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere scambiate col giudice (che sappiamo essere spesso digiuno di diritto), sufficienti ad aggiustare le cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del potere che il suo ruolo gli conferisce e dunque influenzabilissimo da due paroline ben congegnate.</p>
<p>Questo capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo delle corse ippiche.</p>
<p>“Allo stesso modo in cui sono le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così anche gli oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti da impacci: altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.[9]</p>
<p>E poco più in là, alludendo alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un deserto, con una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di avvertire clamori ed applausi come se fosse in teatro”. [10]</p>
<p>E poi ecco un crescendo irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo oratore che è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha bisogno di sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una platea vasta e attenta, magari non sempre favorevole e, perché no?, perfino ostile. La sfida, l’agonismo, il sale della vita insomma. “Ed effettivamente agli oratori antichi accadeva così: tanti e tanto illustri cittadini stipavano il foro; intere clientele, intere tribù, delegazioni di municipi, intere popolazioni d’Italia assistevano ai dibattimenti più importanti; e spesso, quando giudicava che si dibattessero questioni che lo interessavano direttamente, era presente l’intero popolo di Roma. E tutti sanno che ad ascoltare l’accusa e la difesa di Gaio Cornelio, di Marco Scauro, di Tito Milone, di Lucio Bestia, di Publio Vatinio accorreva tutta la città e l’entusiasmo del popolo diviso in fazioni risvegliava e incendiava anche gli oratori più freddi. E così, per Ercole, ecco le orazioni che ancor oggi troviamo nei libri e che sono il maggior titolo di merito di chi le ha pronunciate”. Tutti i nomi si riferiscono ad orazioni ciceroniane[11].</p>
<p>Ed eccoci al capitolo 40. Qui dobbiamo immaginare che il tono della voce di Materno si alzi, che egli cominci a scandire le parole, quasi a martellarle. L’oratoria un tempo era un fuoco, e i potenti ne venivano attaccati. Senza paura: e anzi l’importanza dell’avversario era motivo di gloria.</p>
<p>“Davvero! Quanto fuoco e quante fiaccole accese apportarono al talento degli oratori le incessanti assemblee, il diritto -valido per tutti- di attaccare i più potenti, il vanto che veniva dall’avere nemici importanti. Moltissimi tra coloro che erano abili a parlare non risparmiarono nemmeno Publio Scipione o Silla o Cneo Pompeo e per demolire gli uomini più influenti, sfruttavano, con l’atteggiamento proprio di chi odia e atteggiandosi a istrioni, le orecchie del popolo.»[12]</p>
<p>E allora com’era la vera eloquenza? «Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione (quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni, provocatrice di un popolo sfrenato, restia all’obbedienza e al rigore, insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene ordinate”.[13]</p>
<p>Attenzione. Dobbiamo ricordarci che Curiazio Materno ci ha detto qualche istante fa che userà l’arma dell’ironia, che bisognerà sentirlo dire una cosa e capirne un’altra. Lui, per questa eloquenza ribelle, nutre in realtà una grande ammirazione.</p>
<p>…magna illa et notabilis eloquentia si fa scappare a piena bocca in questo contesto. E poi, come se ce ne fosse bisogno, ci fa capire ancora che parla per antifrasi.</p>
<p>“Si è mai avuta notizia di un oratore di Sparta o di una città cretese? No, perché ci vengono tramandate come città severissime per disciplina e leggi. E non conosciamo nemmeno l’eloquenza dei Macedoni o dei Persiani o di qualunque altro popolo che sia stato tenuto a freno da un governo ben regolato. Invece si imposero alcuni oratori a Rodi e parecchi ad Atene. Lì il popolo poteva tutto, tutto potevano gli ignoranti e, se mi consentite il gioco di parole, tutti potevano tutto”.[14]</p>
<p>C’è bisogno di dire che l’inattaccabile, inossidabile, immarcescibile legalità che regnava a Sparta e a Creta sarà da intendere come dispotismo, come autoritarismo?</p>
<p>E prosegue incalzante: “Fino a quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di parte, finché il foro non fu pacificato, finché il senato non trovò concordia di intenti, finché non vi fu regola nei procedimenti giudiziari, finché nessun rispetto era dovuto ai potenti, finché i magistrati non ebbero limitazioni al loro potere, Roma produsse una più valida eloquenza, come un campo non domato dall’aratro produce erbacce rigogliose”.[15]</p>
<p>Dice: herbas laetiores. L’immagine delle erbacce rigogliose mi pare perfino trionfale, pensando a quanto più ricco di significati sia il latino laetus rispetto all’italiano lieto. Laetus è connesso con laetamen, quasi a dire che non possono esserci gioia e crescita e maturità senza una buona concimazione.</p>
<p>Personalmente non nutro dubbi. Mediato dalla struttura del dialogo e frenato dalla prudenza indotta dai tempi, qui troviamo nella sua interezza Tacito, con le sue nostalgie rassegnate, ma vivide nella memoria e ancora fertili di atteggiamenti eticamente decorosi.</p>
<p>Non a caso il capitolo (e di fatto il Dialogus) si chiude sui Gracchi e sul loro essere scomodi. Oggi diremmo, intellettuali molto poco organici al potere. La loro eloquenza “non fu per la repubblica tanto preziosa da tollerare anche le loro proposte di legge”.[16] Evidente ammirazione, anche se forzatamente sotto traccia</p>
<p>Negli Annales aveva detto esattamente le stesse cose. È vero che i Gracchi furono turbatores plebis[17]. Ma quando le cose si mettono male, anche per colpa loro certo, arriva a ristabilire l’ordine Cneo Pompeo. Davvero un rimedio?</p>
<p>Nel 52, in seguito ai tumulti che avevano sconvolto Roma dopo l’uccisione di Clodio, il senato ricorre a provvedimenti eccezionali e nomina Pompeo consul sine collega, una sorta di dittatura.</p>
<p>“Cneo Pompeo, eletto console per la terza volta con l’incarico di riformare i costumi, usò rimedi più pericolosi dei mali. Aveva fatto delle leggi e fu costretto lui stesso a sovvertirle. Finì col perdere con le armi quanto con le armi cercava di difendere”.[18]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdialogus-de-oraoribus-tacito-o-no%2F&amp;linkname=Dialogus%20de%20oraoribus%3A%20Tacito%20o%20no%3F" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdialogus-de-oraoribus-tacito-o-no%2F&amp;linkname=Dialogus%20de%20oraoribus%3A%20Tacito%20o%20no%3F" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdialogus-de-oraoribus-tacito-o-no%2F&amp;linkname=Dialogus%20de%20oraoribus%3A%20Tacito%20o%20no%3F" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdialogus-de-oraoribus-tacito-o-no%2F&amp;linkname=Dialogus%20de%20oraoribus%3A%20Tacito%20o%20no%3F" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fdialogus-de-oraoribus-tacito-o-no%2F&amp;title=Dialogus%20de%20oraoribus%3A%20Tacito%20o%20no%3F" id="wpa2a_6"></a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.giandomenicomazzocato.it/dialogus-de-oraoribus-tacito-o-no/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Tacito notturno delle historiae</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-tacito-notturno-delle-historiae/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-tacito-notturno-delle-historiae/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:31:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tacito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=702</guid>
		<description><![CDATA[di Gian Domenico Mazzocato   ille etiam exstincto miseratus Caesare Romam, cum caput obscura nitidum ferrugine texit impiaque aeternam timuerunt saecula noctem. &#160; (Verg. Georgiche I, 466-468) Nel mio lavoro di traduttore mi sono occupato in modo particolare, oltre che delle opere minori di Tacito, delle sue Historiae, venendo abbastanza presto colpito da questa sorta di luogo privilegiato che è la notte. La notte rivela un tratto particolare della psicologia del grande storico romano. Traccio molto brevemente qualche coordinata: secondo la testimonianza di san Gerolamo l’opera storiografica di Tacito (dunque, escluse le tre monografie) constava di trenta volumi. Con qualche approssimazione e incertezza, dovute ovviamente allo stato lacunoso con cui l’opera tacitiana ci è giunta, si attribuiscono sedici volumi agli Annales e quattordici alle Historiae. Delle Historiae possediamo i primi quattro libri e, parzialmente, il quinto che lascia tronco a metà il capitolo 26. Il periodo coperto è molto breve, ma intenso: l’anno 69 d.C. e i primi mesi del 70. In questo breve lasso di tempo ben quattro imperatori si succedono alla guida del principato romano. Galba, Otone, Vitellio e il restauratore dell’ordine Tito Flavio Vespasiano, coadiuvato dal figlio Tito destinato a succedergli dieci anni dopo, che si dimostra particolarmente abile e determinato nell’affrontare la questione giudaica. La distruzione del tempio di Gerusalemme, come è noto, è proprio del 70 ma non ne possediamo il racconto tacitiano perché la parte di narrazione a noi giunta si arresta proprio con Tito sotto le mura di Gerusalemme, mentre si prepara a sferrare l’attacco alla città. E veniamo al nostro Tacito notturno. Partirei da Giulio Civile, il nobile capo batavo che, dilaniato tra l’amore per la cultura e la civiltà di Roma da una parte e l’attaccamento alla sua gente dall’altra, si accinge a porre sotto assedio Castra Vetera, sul Reno. Nelle Gallie è in atto un grande movimento secessionistico, ideologico prima ancora che militare, teso a costituire un imperium Galliarum. Acuto e determinato, Giulio Civile, un nemico per cui Tacito tradisce una palese ammirazione. Riunisce i maggiorenti batavi a banchetto e, quando li vede accalorati ed euforici, parla loro. Dice che le condizioni dell’impero romano non erano mai cadute tanto in basso. I quartieri invernali romani sono pieni di vecchi e di bottino, le legioni ridotte a puro nome. Solo l’arruolamento dei giovani batavi consente loro di esistere. È ora di dire basta. E si arriva appunto all’assedio di Castra Vetera. Si combatte per tutto il giorno: nec finem labori nox attulit. Nemmeno la notte riesce a porre termine a quello sconvolgimento. Infatti i Batavi assalitori innalzano e incendiano grandi cataste di legna per continuare a scagliare i loro proiettili verso l’accampamento. Ovviamente la mira non può essere precisa, mentre i Romani, i quali vedono le figure dei nemici stagliarsi contro il fuoco, colpiscono ogni bersaglio utile. Quando Civile se ne accorge, fa spegnere i fuochi. E allora tutto si rimescola (misceri cuncta). Nella narrazione tacitiana la notte diventa metafora. E il buio, fattosi quasi metafisico, diventa il luogo in cui ogni evento può accadere e la gerarchia dei valori guerrieri, militari e strategici, così ben percepibile alla luce del giorno, viene sovvertita dal caso. …nihil prodesse uirtus, fors cuncta turbare et ignauorum saepe telis fortissimi cadere. Il valore non serviva a nulla; era il caso a sconvolgere ogni cosa e spesso accadeva che i più valorosi cadessero sotto i colpi dei più vili. Nella scrittura tacitiana, sempre di altissima qualità, l’uso dell’infinito narrativo diventa il rullo di un tamburo di morte. E la notte tacitiana diventa tragedia. Tacito si lascia aggredire, in queste occasioni, dalla certezza che gli eventi obbediscono a loro leggi imponderabili e indecifrabili. Non ci sono punti di riferimento, i valori creduti stabili non funzionano: strepitus dissoni, casus incerti, neque feriendi neque declinandi prouidentia.Frastuoni discordanti, eventi indecifrabili, nessuna possibilità di vibrare i colpi o di vederli arrivare. Nel soldato che non sa dove portare i suoi colpi né come scansarli è l’immagine stessa della guerra, spesso decisa da eventi casuali. E, in ultima analisi, è l’immagine del fortuito fluire degli eventi che lo storico ha comunque il dovere di decifrare anche se talora, come qui, deve confessare la sua impotenza. La notte è dunque il luogo del caso, del rimescolamento dei destini umani. Più in generale la notte è il luogo del mistero, in cui tutto e nulla può accadere, tutto e nulla può essere giustificato. È talora il luogo della rivelazione o della soluzione degli eventi, lo spazio del sovvertimento. In breve: la notte come metafora del mistero esistenziale, del bivio eterno e casuale davanti al quale la vita pone di continuo l’uomo, della fragilità della condizione umana che tutto ciò comporta. L’intera opera tacitiana può essere letta su questa dolente chiave. Le Historiae, in cui Tacito racconta gli eventi a lui contemporanei, offrono riscontri interessanti. La narrazione della battaglia di Castra Vetera rimanda a quella combattuta, sul finire dell’ottobre 69, a Cremona, tra esercito flaviano ed esercito vitelliano. Ancora una battaglia notturna: alle prime luci del giorno gli eserciti sono stati opportunamente schierati. Ma appena giunge il buio, ecco i soldati che si rimescolano nell’oscurità, così come capita (milites mixti per tenebras ut fors tulerat). Lo stesso Tacito non si sente di proporre uno schema attendibile della strategia: non sono, confessa, in grado di descrivere la disposizione delle schiere disorganizzate a causa del furore e del buio (ordinem agminis disiecti per iram ac tenebras adseuerare non ausim). E quando la battaglia divampa essa dura tutta la notte: alterna, incerta, atroce, rovinosa ora agli uni ora agli altri (tota nocte uarium, anceps, atrox, his rursus illis exitiabile). Il climax quadripartito è solenne, scandito, tutto appoggiato su bisillabi durissimi per il prevalere delle sillabe chiuse: ha in sé qualcosa di conclusivo e definitivo più dell’esito stesso della battaglia. Tacito lo ha preparato con sapiente regia, tutta giocata sul tema della notte. Apre il diciannovesimo capitolo con un poderoso e sonoro Inumbrante uespera uniuersi flauiani exercitus robur aduenit (Scese la sera e arrivò il grosso dell’esercito flaviano). Poi riferisce lo stato d’animo dei soldati, vogliosi di bottino con il minor dispendio possibile di risorse. Complice la notte, naturalmente: se si attacca di notte, afferma come una sorta di legge assoluta, l’ardimento richiesto è uguale, ma c’è maggiore libertà di rapina (Idem audaciae per tenebras inrumpentibus et maiorem rapiendi licentiam). Ma è proprio il buio della notte, col timore che esso incute, a fornire ad Antonio Primo, comandante dell’esercito flaviano, un argomento dissuasore: non potevano nascondersi le incertezze cui andavano incontro; la notte, una scarsa conoscenza della città …(neque enim ambigua esse, quae occurrant, noctem et ignotae situm urbis…). Si noti la scelta lessicale: anche se non esplicitamente riferita alla notte, allude all’incertezza del momento e alla mancanza di adeguate conoscenze circa la conformazione della città. La battaglia come evento, come tale, sempre suscita angoscia nello storico: sono spesso combattimenti tra ciues, quasi mai risolutivi. Ogni atto conflittuale rappresenta uno sperpero e un affievolirsi del patrimonio morale della res publica. E il buio serve bene a suggerire l’idea di una politica degenerata: non più dibattito nella sua sede istituzionale più alta (la curia, cioè) ma di volta in volta zuffa, rissa, battaglia, guerra. Quando Lucio Vitellio, fratello dell’imperatore, attacca Terracina, Tacito annota che, grazie alla notte, miles ad caedem magis quam ad pugnam decurrit (i soldati calarono più verso un massacro che verso una battaglia). E poiché, evidentemente, la distinzione tra strage e battaglia merita una sottolineatura, ecco che nullo discrimine Vitelliani trucidabant (i Vitelliani uccidevano senza alcuna distinzione). Se torniamo sullo scenario della guerra batava, si può leggere sulla stessa chiave l’episodio in cui Ceriale Petilio, il generale di Vespasiano, sfugge in circostanze rocambolesche ad un attentato. Lo spettacolo dei Romani svegliati nel colmo della notte, culmina nel disastro propiziato dallo stratagemma messo in atto dagli assalitori i quali recidono le corde delle tende degli assaliti. È una coreografia di morte introdotta da una suggestiva annotazione coloristica (e anche decisiva per chi insegue il Tacito notturno): nox atra nubibus. Ma Ceriale Petilio ha tratto profitto di quella notte resa tenebrosa dalle nubi per andare a donne da un’altra parte. Le Historiae offrono una suggestiva e nutritissima sequenza che conforta una lettura in questa direzione dell’opera. Quando Otone si avvia a soppiantare Galba, i suoi fautori rimandano il golpe preparato per la notte del 14 gennaio: temono incerta noctis e anche la difficoltà di radunare i soldati della loro parte ubriachi e dispersi nel buio. Ma soprattutto temono che, essendo il volto e le fattezze fisiche di Otone poco popolari, potesse essere proclamato imperatore uno qualunque (…ne per tenebras ut quisque… militibus oblatus esset, pro Othone destinaretur). La notte è anche il luogo della follia e della libidine senza freni, dell’arbitrio. Nei confusi giorni della successione di Otone, Tacito cita, a proposito del legato Calvisio Sabino, il tragicomico episodio di cui era stata protagonista la moglie di questi la quale, invasata dal malsano desiderio di vedere un accampamento notturno, vi era entrata vestita da soldato; aveva perfino provato, sempre spinta dai suoi appetiti, a fare la sentinella e ad esercitare altre mansioni militari e finì col prostituirsi proprio nel quartiere generale (cuius uxor mala cupidine visendi situm castrorum per noctem militari habitu ingressa, cum vigilias et cetera militiae munia eadem lascivia temptasset, in ipsis principiis stuprum ausa). Il contesto e lo stesso episodio, narrato quasi per inciso, non sono casuali: Tacito, fuori di ogni frivolezza e prurito, vuole riferire la decadenza della pubblica moralità. E pare quasi voler preparare quel tragico scorcio notturno che apre il successivo capitolo, in cui tutta Roma, profittando delle tenebre, incrudelisce sul corpo di Galba sconfitto e ucciso: il corpo di Galba, annota Tacito, grazie all’impunità che la notte concede, fu straziato in modo vergognoso (Galbae corpus licentia tenebrarum plurimis ludibriis vexatum). Nella notte le prospettive si falsano: ciò che di giorno sarebbe normalmente gestibile, di notte sfugge di mano. Riferendo un episodio che ha per protagonista Ordeonio Flacco, legato dell’esercito della Germania superiore, Tacito racconta come costui dimetta alcuni messaggeri grazie al buio della notte. Ma è proprio questo l’elemento che scatena il dramma e amplifica il sospetto. Ordeonio, pensano in molti, agisce di notte per coprire i suoi misfatti e i suoi delitti. Ne nacquero dicerie terribili: gli ambasciatori, secondo molti, sarebbero stati uccisi e se i soldati non avessero provveduto a se stessi, sarebbero stati a loro volta passati per le armi (Inde atrox rumor: adfirmantibus plerisque interfectos, ac ni sibi ipsi consulerent). Poi aggiunge: per tenebras et inscitiam ceterorum. È lo stesso clima che si respira negli eventi narrati alla fine del primo libro. Vario Crispino, tribuno dei pretoriani, riceve da Otone l’incarico di distribuire le armi alla diciottesima coorte. Egli, per agire con maggior calma e quiete, decide di lavorare di notte. Non lo avesse mai fatto, scelta sbagliatissima. Ecco come parla Tacito: la scelta dell’ora ingigantì il sospetto, il motivo divenne un delitto, la ricerca di un momento tranquillo si trasformò in tumulto (Tempus in suspicionem, causa in crimen, affectatio quietis in tumultum eualuit). Il soggetto morale di tutte queste proposizioni è lei, la nox. Si rischia una vera e propria sommossa, una rivolta popolare: se le persone più accorte, presenti all’evento, non riescono a imporre moderazione, la colpa è della notte: obsequia meliorum nox abstulerat. E quando, di lì a poche ore, Otone deve prendere in mano la situazione si rivolge ai suoi fautori prospettando il pericolo presente. Nelle sue parole, la situazione di caos e di sbandamento trova coagulo attorno ad una immagine ancora notturna: ma da questo compiere scorrerie nel buio e dalla confusione generale può venire la mia rovina (sed in discursu ac tenebris et rerum omnium confusione patefieri occasio etiam adversus me potest). Ma le cose precipitano e nel giro di pochissimi giorni Otone matura il suicidio. L’episodio tacitiano è celeberrimo; riferisce di una notte non torbida e quasi tranquilla. Otone riesce perfino a prendere sonno (noctem quietam…non insomnem egit). Lo squarcio è addirittura emblematico. La notte proprio perché è rappresentazione del nodo misterioso dell’esistenza, spesso può alludere anche alla soluzione possibile. Oppure al radicale mutamento dopo il quale si devono fare i conti con una situazione comunque diversa. Qui lo stile tragico di Tacito si prosciuga in una densità assoluta di scrittura. L’evento culmina nel gesto freddo di Otone: luce prima in ferrum pectore incubuit. Pectore è ablativo strumentale (quasi a dire: usa il petto per gettarlo sul pugnale e morire) e conferisce al quadro una rigorosa, asciutta oggettività. E i fedelissimi che accorrono trovano il segno preciso che non c’è stata alcuna esitazione: unum uolnus inuenere. Notte, luogo del cambiamento e della soluzione. E anche qui riscontri precisi: Tampio Flaviano, il legato di Pannonia inviso ai soldati per la sua irresolutezza e la sua vecchiaia, rischia grosso. Sospettato di tradimento, viene salvato a stento dal furore della truppa. A dichiararlo innocente, autentico deus ex machina, è una lettera di Vespasiano che emerge dalla notte. Nella notte stessa Flaviano partì e fortuna volle che incontrasse un messaggero che recava una lettera di Vespasiano in grado di discolparlo (Profectus eadem nocte Flavianus obviis Vespasiani litteris discrimini exemptus est). Qualche pagina più in là (e torna fuori il nesso battaglia/notte) Tacito per ben due volte affida alla notte il ruolo risolutivo: nox dirimeret e ambiguum proelium nox diremit. Interessante soprattutto la seconda citazione. La notte, luogo dell’ambiguità, si ribalta nel suo contrario, nel taglio netto con la situazione preesistente e tronca il proelium ambiguum. Entrambe le espressioni si collocano ancora nel contesto della secessione batava e, non a caso, proprio uno dei suoi protagonisti, Dillio Vocula, si sottrae, almeno per un po’ al suo tragico destino con l’aiuto delle tenebre: per Vocula si preparava la stessa sorte, ma egli, travestito da schiavo, riuscì a nascondersi nel buio e a eclissarsi (Eadem in Voculam parabantur, nisi servili habitu per tenebras ignoratus evasisset). L’itinerario percorso attraverso le notti tacitiane ha, presumo, una sua suggestione. Merita in ogni caso una verifica e una sintesi. La notte è, nella tradizione culturale indoeuropea, il vero giorno e anche la riproposizione ritmata del buio cosmico da cui sono generati tutti gli elementi. È dunque il tempo della rivelazione, del proporsi autentico e senza mediazioni, magari per improvvise folgorazioni, della verità. Vale la pena di caricare di significati così ampi il Tacito notturno? Forse no, ma è anche chiaro che la notte rimescola, modifica, cambia le distanze e le gerarchie di valori. Dunque è almeno vero che la notte rivela la fragile casualità cui sono affidati i destini umani. Ed è certo che, anche in Tacito, il buio e le tenebre possono servire a riconsiderare le cose, a dare senso e profondità alle differenze. E, in sede di conclusione, come non riproporre quella straordinaria annotazione che, in chiusura del quindicesimo capitolo del quinto libro, assume addirittura il tono alto dell’epifonema? La rivolta batava è alle battute conclusive. Giulio Civile e Petilio Ceriale preparano lo scontro decisivo. La notte che precede lo scontro serve a Tacito per offrire il clima dell’attesa, dell’aspettativa e della paura. Lo fa in modo indimenticabile, tracciando i contrapposti stati d’animo: Nox apud barbaros cantu aut clamore, nostris per iram et minas acta. Infine una stimolante indicazione per una ulteriore indagine. Il lettore delle Historiae la incontra in quei capitoli del terzo libro in cui viene raccontata la rapida involuzione della personalità di Vitellio, una volta salito al potere. Giunio Bleso, inviso a Vitellio, offre a costui un pretesto per eliminarlo partecipando, proprio nei giorni in cui l’imperatore soffre per una grave malattia, ad un banchetto in casa di Cecina Tusco (che era fratello di latte di Nerone). E la notte è ancora il tempospazio della conoscenza e della rivelazione: durante la notte vide su una torre muoversi molte luci (…aeger Vitellius… turrim…conlucere per noctem crebris luminibus animaduertit). È il preludio della morte di Bleso.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address>di Gian Domenico Mazzocato</address>
<address> </address>
<p>ille etiam exstincto miseratus Caesare Romam,<br />
cum caput obscura nitidum ferrugine texit<br />
impiaque aeternam timuerunt saecula noctem.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">(Verg. Georgiche I, 466-468)</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio lavoro di traduttore mi sono occupato in modo particolare, oltre che delle opere minori di Tacito, delle sue Historiae, venendo abbastanza presto colpito da questa sorta di luogo privilegiato che è la notte.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte rivela un tratto particolare della psicologia del grande storico romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Traccio molto brevemente qualche coordinata: secondo la testimonianza di san Gerolamo l’opera storiografica di Tacito (dunque, escluse le tre monografie) constava di trenta volumi. Con qualche approssimazione e incertezza, dovute ovviamente allo stato lacunoso con cui l’opera tacitiana ci è giunta, si attribuiscono sedici volumi agli Annales e quattordici alle Historiae.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle Historiae possediamo i primi quattro libri e, parzialmente, il quinto che lascia tronco a metà il capitolo 26. Il periodo coperto è molto breve, ma intenso: l’anno 69 d.C. e i primi mesi del 70. In questo breve lasso di tempo ben quattro imperatori si succedono alla guida del principato romano. Galba, Otone, Vitellio e il restauratore dell’ordine Tito Flavio Vespasiano, coadiuvato dal figlio Tito destinato a succedergli dieci anni dopo, che si dimostra particolarmente abile e determinato nell’affrontare la questione giudaica. La distruzione del tempio di Gerusalemme, come è noto, è proprio del 70 ma non ne possediamo il racconto tacitiano perché la parte di narrazione a noi giunta si arresta proprio con Tito sotto le mura di Gerusalemme, mentre si prepara a sferrare l’attacco alla città.</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo al nostro Tacito notturno.</p>
<p style="text-align: justify;">Partirei da Giulio Civile, il nobile capo batavo che, dilaniato tra l’amore per la cultura e la civiltà di Roma da una parte e l’attaccamento alla sua gente dall’altra, si accinge a porre sotto assedio Castra Vetera, sul Reno. Nelle Gallie è in atto un grande movimento secessionistico, ideologico prima ancora che militare, teso a costituire un imperium Galliarum. Acuto e determinato, Giulio Civile, un nemico per cui Tacito tradisce una palese ammirazione. Riunisce i maggiorenti batavi a banchetto e, quando li vede accalorati ed euforici, parla loro. Dice che le condizioni dell’impero romano non erano mai cadute tanto in basso. I quartieri invernali romani sono pieni di vecchi e di bottino, le legioni ridotte a puro nome. Solo l’arruolamento dei giovani batavi consente loro di esistere. È ora di dire basta.</p>
<p style="text-align: justify;">E si arriva appunto all’assedio di Castra Vetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Si combatte per tutto il giorno: nec finem labori nox attulit. Nemmeno la notte riesce a porre termine a quello sconvolgimento. Infatti i Batavi assalitori innalzano e incendiano grandi cataste di legna per continuare a scagliare i loro proiettili verso l’accampamento. Ovviamente la mira non può essere precisa, mentre i Romani, i quali vedono le figure dei nemici stagliarsi contro il fuoco, colpiscono ogni bersaglio utile. Quando Civile se ne accorge, fa spegnere i fuochi. E allora tutto si rimescola (misceri cuncta).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella narrazione tacitiana la notte diventa metafora. E il buio, fattosi quasi metafisico, diventa il luogo in cui ogni evento può accadere e la gerarchia dei valori guerrieri, militari e strategici, così ben percepibile alla luce del giorno, viene sovvertita dal caso.</p>
<p style="text-align: justify;">…nihil prodesse uirtus, fors cuncta turbare et ignauorum saepe telis fortissimi cadere. Il valore non serviva a nulla; era il caso a sconvolgere ogni cosa e spesso accadeva che i più valorosi cadessero sotto i colpi dei più vili. Nella scrittura tacitiana, sempre di altissima qualità, l’uso dell’infinito narrativo diventa il rullo di un tamburo di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">E la notte tacitiana diventa tragedia. Tacito si lascia aggredire, in queste occasioni, dalla certezza che gli eventi obbediscono a loro leggi imponderabili e indecifrabili. Non ci sono punti di riferimento, i valori creduti stabili non funzionano: strepitus dissoni, casus incerti, neque feriendi neque declinandi prouidentia.Frastuoni discordanti, eventi indecifrabili, nessuna possibilità di vibrare i colpi o di vederli arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel soldato che non sa dove portare i suoi colpi né come scansarli è l’immagine stessa della guerra, spesso decisa da eventi casuali. E, in ultima analisi, è l’immagine del fortuito fluire degli eventi che lo storico ha comunque il dovere di decifrare anche se talora, come qui, deve confessare la sua impotenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte è dunque il luogo del caso, del rimescolamento dei destini umani. Più in generale la notte è il luogo del mistero, in cui tutto e nulla può accadere, tutto e nulla può essere giustificato. È talora il luogo della rivelazione o della soluzione degli eventi, lo spazio del sovvertimento. In breve: la notte come metafora del mistero esistenziale, del bivio eterno e casuale davanti al quale la vita pone di continuo l’uomo, della fragilità della condizione umana che tutto ciò comporta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intera opera tacitiana può essere letta su questa dolente chiave. Le Historiae, in cui Tacito racconta gli eventi a lui contemporanei, offrono riscontri interessanti. La narrazione della battaglia di Castra Vetera rimanda a quella combattuta, sul finire dell’ottobre 69, a Cremona, tra esercito flaviano ed esercito vitelliano. Ancora una battaglia notturna: alle prime luci del giorno gli eserciti sono stati opportunamente schierati. Ma appena giunge il buio, ecco i soldati che si rimescolano nell’oscurità, così come capita (milites mixti per tenebras ut fors tulerat). Lo stesso Tacito non si sente di proporre uno schema attendibile della strategia: non sono, confessa, in grado di descrivere la disposizione delle schiere disorganizzate a causa del furore e del buio (ordinem agminis disiecti per iram ac tenebras adseuerare non ausim). E quando la battaglia divampa essa dura tutta la notte: alterna, incerta, atroce, rovinosa ora agli uni ora agli altri (tota nocte uarium, anceps, atrox, his rursus illis exitiabile). Il climax quadripartito è solenne, scandito, tutto appoggiato su bisillabi durissimi per il prevalere delle sillabe chiuse: ha in sé qualcosa di conclusivo e definitivo più dell’esito stesso della battaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito lo ha preparato con sapiente regia, tutta giocata sul tema della notte. Apre il diciannovesimo capitolo con un poderoso e sonoro Inumbrante uespera uniuersi flauiani exercitus robur aduenit (Scese la sera e arrivò il grosso dell’esercito flaviano). Poi riferisce lo stato d’animo dei soldati, vogliosi di bottino con il minor dispendio possibile di risorse.</p>
<p style="text-align: justify;">Complice la notte, naturalmente: se si attacca di notte, afferma come una sorta di legge assoluta, l’ardimento richiesto è uguale, ma c’è maggiore libertà di rapina (Idem audaciae per tenebras inrumpentibus et maiorem rapiendi licentiam). Ma è proprio il buio della notte, col timore che esso incute, a fornire ad Antonio Primo, comandante dell’esercito flaviano, un argomento dissuasore: non potevano nascondersi le incertezze cui andavano incontro; la notte, una scarsa conoscenza della città …(neque enim ambigua esse, quae occurrant, noctem et ignotae situm urbis…). Si noti la scelta lessicale: anche se non esplicitamente riferita alla notte, allude all’incertezza del momento e alla mancanza di adeguate conoscenze circa la conformazione della città.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia come evento, come tale, sempre suscita angoscia nello storico: sono spesso combattimenti tra ciues, quasi mai risolutivi. Ogni atto conflittuale rappresenta uno sperpero e un affievolirsi del patrimonio morale della res publica. E il buio serve bene a suggerire l’idea di una politica degenerata: non più dibattito nella sua sede istituzionale più alta (la curia, cioè) ma di volta in volta zuffa, rissa, battaglia, guerra. Quando Lucio Vitellio, fratello dell’imperatore, attacca Terracina, Tacito annota che, grazie alla notte, miles ad caedem magis quam ad pugnam decurrit (i soldati calarono più verso un massacro che verso una battaglia). E poiché, evidentemente, la distinzione tra strage e battaglia merita una sottolineatura, ecco che nullo discrimine Vitelliani trucidabant (i Vitelliani uccidevano senza alcuna distinzione).</p>
<p style="text-align: justify;">Se torniamo sullo scenario della guerra batava, si può leggere sulla stessa chiave l’episodio in cui Ceriale Petilio, il generale di Vespasiano, sfugge in circostanze rocambolesche ad un attentato. Lo spettacolo dei Romani svegliati nel colmo della notte, culmina nel disastro propiziato dallo stratagemma messo in atto dagli assalitori i quali recidono le corde delle tende degli assaliti. È una coreografia di morte introdotta da una suggestiva annotazione coloristica (e anche decisiva per chi insegue il Tacito notturno): nox atra nubibus. Ma Ceriale Petilio ha tratto profitto di quella notte resa tenebrosa dalle nubi per andare a donne da un’altra parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Historiae offrono una suggestiva e nutritissima sequenza che conforta una lettura in questa direzione dell’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Otone si avvia a soppiantare Galba, i suoi fautori rimandano il golpe preparato per la notte del 14 gennaio: temono incerta noctis e anche la difficoltà di radunare i soldati della loro parte ubriachi e dispersi nel buio. Ma soprattutto temono che, essendo il volto e le fattezze fisiche di Otone poco popolari, potesse essere proclamato imperatore uno qualunque (…ne per tenebras ut quisque… militibus oblatus esset, pro Othone destinaretur).</p>
<p style="text-align: justify;">La notte è anche il luogo della follia e della libidine senza freni, dell’arbitrio. Nei confusi giorni della successione di Otone, Tacito cita, a proposito del legato Calvisio Sabino, il tragicomico episodio di cui era stata protagonista la moglie di questi la quale, invasata dal malsano desiderio di vedere un accampamento notturno, vi era entrata vestita da soldato; aveva perfino provato, sempre spinta dai suoi appetiti, a fare la sentinella e ad esercitare altre mansioni militari e finì col prostituirsi proprio nel quartiere generale (cuius uxor mala cupidine visendi situm castrorum per noctem militari habitu ingressa, cum vigilias et cetera militiae munia eadem lascivia temptasset, in ipsis principiis stuprum ausa).</p>
<p style="text-align: justify;">Il contesto e lo stesso episodio, narrato quasi per inciso, non sono casuali: Tacito, fuori di ogni frivolezza e prurito, vuole riferire la decadenza della pubblica moralità. E pare quasi voler preparare quel tragico scorcio notturno che apre il successivo capitolo, in cui tutta Roma, profittando delle tenebre, incrudelisce sul corpo di Galba sconfitto e ucciso: il corpo di Galba, annota Tacito, grazie all’impunità che la notte concede, fu straziato in modo vergognoso (Galbae corpus licentia tenebrarum plurimis ludibriis vexatum).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella notte le prospettive si falsano: ciò che di giorno sarebbe normalmente gestibile, di notte sfugge di mano. Riferendo un episodio che ha per protagonista Ordeonio Flacco, legato dell’esercito della Germania superiore, Tacito racconta come costui dimetta alcuni messaggeri grazie al buio della notte. Ma è proprio questo l’elemento che scatena il dramma e amplifica il sospetto. Ordeonio, pensano in molti, agisce di notte per coprire i suoi misfatti e i suoi delitti. Ne nacquero dicerie terribili: gli ambasciatori, secondo molti, sarebbero stati uccisi e se i soldati non avessero provveduto a se stessi, sarebbero stati a loro volta passati per le armi (Inde atrox rumor: adfirmantibus plerisque interfectos, ac ni sibi ipsi consulerent). Poi aggiunge: per tenebras et inscitiam ceterorum.</p>
<p style="text-align: justify;">È lo stesso clima che si respira negli eventi narrati alla fine del primo libro. Vario Crispino, tribuno dei pretoriani, riceve da Otone l’incarico di distribuire le armi alla diciottesima coorte. Egli, per agire con maggior calma e quiete, decide di lavorare di notte. Non lo avesse mai fatto, scelta sbagliatissima. Ecco come parla Tacito: la scelta dell’ora ingigantì il sospetto, il motivo divenne un delitto, la ricerca di un momento tranquillo si trasformò in tumulto (Tempus in suspicionem, causa in crimen, affectatio quietis in tumultum eualuit). Il soggetto morale di tutte queste proposizioni è lei, la nox. Si rischia una vera e propria sommossa, una rivolta popolare: se le persone più accorte, presenti all’evento, non riescono a imporre moderazione, la colpa è della notte: obsequia meliorum nox abstulerat.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando, di lì a poche ore, Otone deve prendere in mano la situazione si rivolge ai suoi fautori prospettando il pericolo presente. Nelle sue parole, la situazione di caos e di sbandamento trova coagulo attorno ad una immagine ancora notturna: ma da questo compiere scorrerie nel buio e dalla confusione generale può venire la mia rovina (sed in discursu ac tenebris et rerum omnium confusione patefieri occasio etiam adversus me potest).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le cose precipitano e nel giro di pochissimi giorni Otone matura il suicidio. L’episodio tacitiano è celeberrimo; riferisce di una notte non torbida e quasi tranquilla. Otone riesce perfino a prendere sonno (noctem quietam…non insomnem egit).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo squarcio è addirittura emblematico. La notte proprio perché è rappresentazione del nodo misterioso dell’esistenza, spesso può alludere anche alla soluzione possibile. Oppure al radicale mutamento dopo il quale si devono fare i conti con una situazione comunque diversa. Qui lo stile tragico di Tacito si prosciuga in una densità assoluta di scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’evento culmina nel gesto freddo di Otone: luce prima in ferrum pectore incubuit. Pectore è ablativo strumentale (quasi a dire: usa il petto per gettarlo sul pugnale e morire) e conferisce al quadro una rigorosa, asciutta oggettività. E i fedelissimi che accorrono trovano il segno preciso che non c’è stata alcuna esitazione: unum uolnus inuenere.</p>
<p style="text-align: justify;">Notte, luogo del cambiamento e della soluzione. E anche qui riscontri precisi: Tampio Flaviano, il legato di Pannonia inviso ai soldati per la sua irresolutezza e la sua vecchiaia, rischia grosso. Sospettato di tradimento, viene salvato a stento dal furore della truppa. A dichiararlo innocente, autentico deus ex machina, è una lettera di Vespasiano che emerge dalla notte. Nella notte stessa Flaviano partì e fortuna volle che incontrasse un messaggero che recava una lettera di Vespasiano in grado di discolparlo (Profectus eadem nocte Flavianus obviis Vespasiani litteris discrimini exemptus est).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche pagina più in là (e torna fuori il nesso battaglia/notte) Tacito per ben due volte affida alla notte il ruolo risolutivo: nox dirimeret e ambiguum proelium nox diremit. Interessante soprattutto la seconda citazione. La notte, luogo dell’ambiguità, si ribalta nel suo contrario, nel taglio netto con la situazione preesistente e tronca il proelium ambiguum.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le espressioni si collocano ancora nel contesto della secessione batava e, non a caso, proprio uno dei suoi protagonisti, Dillio Vocula, si sottrae, almeno per un po’ al suo tragico destino con l’aiuto delle tenebre: per Vocula si preparava la stessa sorte, ma egli, travestito da schiavo, riuscì a nascondersi nel buio e a eclissarsi (Eadem in Voculam parabantur, nisi servili habitu per tenebras ignoratus evasisset).</p>
<p style="text-align: justify;">L’itinerario percorso attraverso le notti tacitiane ha, presumo, una sua suggestione. Merita in ogni caso una verifica e una sintesi. La notte è, nella tradizione culturale indoeuropea, il vero giorno e anche la riproposizione ritmata del buio cosmico da cui sono generati tutti gli elementi. È dunque il tempo della rivelazione, del proporsi autentico e senza mediazioni, magari per improvvise folgorazioni, della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Vale la pena di caricare di significati così ampi il Tacito notturno? Forse no, ma è anche chiaro che la notte rimescola, modifica, cambia le distanze e le gerarchie di valori. Dunque è almeno vero che la notte rivela la fragile casualità cui sono affidati i destini umani. Ed è certo che, anche in Tacito, il buio e le tenebre possono servire a riconsiderare le cose, a dare senso e profondità alle differenze. E, in sede di conclusione, come non riproporre quella straordinaria annotazione che, in chiusura del quindicesimo capitolo del quinto libro, assume addirittura il tono alto dell’epifonema?</p>
<p style="text-align: justify;">La rivolta batava è alle battute conclusive. Giulio Civile e Petilio Ceriale preparano lo scontro decisivo. La notte che precede lo scontro serve a Tacito per offrire il clima dell’attesa, dell’aspettativa e della paura. Lo fa in modo indimenticabile, tracciando i contrapposti stati d’animo: Nox apud barbaros cantu aut clamore, nostris per iram et minas acta.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine una stimolante indicazione per una ulteriore indagine. Il lettore delle Historiae la incontra in quei capitoli del terzo libro in cui viene raccontata la rapida involuzione della personalità di Vitellio, una volta salito al potere. Giunio Bleso, inviso a Vitellio, offre a costui un pretesto per eliminarlo partecipando, proprio nei giorni in cui l’imperatore soffre per una grave malattia, ad un banchetto in casa di Cecina Tusco (che era fratello di latte di Nerone). E la notte è ancora il tempospazio della conoscenza e della rivelazione: durante la notte vide su una torre muoversi molte luci (…aeger Vitellius… turrim…conlucere per noctem crebris luminibus animaduertit).</p>
<p style="text-align: justify;">È il preludio della morte di Bleso.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-tacito-notturno-delle-historiae%2F&amp;linkname=Il%20Tacito%20notturno%20delle%20historiae" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-tacito-notturno-delle-historiae%2F&amp;linkname=Il%20Tacito%20notturno%20delle%20historiae" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-tacito-notturno-delle-historiae%2F&amp;linkname=Il%20Tacito%20notturno%20delle%20historiae" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-tacito-notturno-delle-historiae%2F&amp;linkname=Il%20Tacito%20notturno%20delle%20historiae" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fil-tacito-notturno-delle-historiae%2F&amp;title=Il%20Tacito%20notturno%20delle%20historiae" id="wpa2a_8"></a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.giandomenicomazzocato.it/il-tacito-notturno-delle-historiae/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per una lettura della Germania di Tacito</title>
		<link>https://www.giandomenicomazzocato.it/per-una-lettura-della-germania-di-tacito/</link>
		<comments>https://www.giandomenicomazzocato.it/per-una-lettura-della-germania-di-tacito/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 15:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tacito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giandomenicomazzocato.it/?p=699</guid>
		<description><![CDATA[Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 21 febbraio 2003   Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem extitisse arbitrantur. (Tacito, Germania 4, 1) Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 21 febbraio 2003 Negli anni Venti del XV secolo il grande umanista aretino Poggio Bracciolini entra in contatto con un monaco proveniente dal convento prussiano di Hersfeld, un centro di studio monastico attivo fin dall’VIII secolo, poco a nord di Fulda, sul fiume omonimo. Il monaco aveva annusato l’aria ed era ben consapevole di quanto potesse valere una buona dritta, giù al sud, in Italia dove i migliori intellettuali e soprattutto i loro sponsor politici movimentavano somme enormi per alimentare il prestigioso mercato delle opere antiche, il cui possesso conferiva immagine, reputazione, autorevolezza. Cercò entrature presso la curia romana ed incappò proprio nel nostro Poggio Bracciolini che era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. È il papa che, con la sua raccolta di codici antichi, pazientemente, amorosamente ma anche dispendiosamente collezionati, avrebbe costituito il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Nel 1426, dai contatti e dagli incontri tra i due, nacque una notizia che negli ambienti umanistici fece parecchio scalpore: il Tacito noto, cioè quello degli Annales e quello delle Historiae (opere peraltro giunte a noi mutile e lacunose, la seconda molto più della prima) aveva per così dire un fratello ignoto che dormiva proprio nel monastero di Hersfeld e che aspettava solo di essere risvegliato. Nientemeno che un codice con le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de Oratoribus e, appunto, la Germania. Qui mi fermo perché la storia del risveglio di questo Tacito dormiente (o incatenato dai ceppi dell’oblio per usare una immagine cara agli umanisti che amavano pensare a se stessi come ai liberatori dei classici dai ferri e dalla schiavitù dell’ignoranza secolare) diventa un romanzo. Ho intenzione di parlarvene in una prossima conversazione dedicata al Dialogus de Oratoribus perché le vicende di questo romanzo si intricano con una antichissima e irrisolta quaestio della filologia classica, vale a dire la paternità tacitiana o meno del Dialogus stesso. Tacito scrive la Germania nel 98 d. C., un anno per lui molto fertile perché in quegli stessi mesi andava componendo la raffinata e misteriosa monografia dedicata al suocero Agricola, presagio e premessa dell’opera storiografica maggiore. Anno 98: è trascorso un secolo e mezzo da quando Giulio Cesare, gettato in poche ore un ponte sul Reno, entra in Germania, la mette a ferro e fuoco e ne trae l’asciutta narrazione documentaria che leggiamo nel De Bello Gallico. Lì Cesare scriveva in una logica che potremmo porre tra propaganda e politica: voleva accreditare se stesso come il nuovo Mario, come colui che aveva reso stabili i confini dell’imperium e anzi aperto nuove prospettive di conquista. Il padre della patria, l’iniziatore di un’epoca di pace. Quando scrive Tacito, tutto è cambiato, il clima politico è infido. Basti dire che Tacito scrittore intraprende la sua opera di storico avendo alle spalle il terribile principato di Domiziano. E vale la pena di ricordare, a mo’ di spartiacque temporale, che nel 9 d. C., nella selva di Teutoburgo, Arminio, condottiero dei Cherusci, aveva sterminato un grande esercito imperiale, comandato da Publio Quintilio Varo. Quando muore Domiziano, è tale il sollievo che Tacito torna a respirare aria pura. Nunc demum redit animus, ci dice nel famoso incipit del terzo capitolo dell’Agricola. Il breve principato di Nerva è già al suo scadere ma il vecchio e saggio principe ha designato in Traiano un successore prestigioso e forte, adeguato a garantire al principato stesso un futuro. Tuttavia l’eredità morale è pesante. Il principato, come forma istituzionale inesorabilmente portato a identificare princeps e imperium, ha già dimostrato, in assenza anche di una classe aristocratica in grado di consigliare e dirigere, tutti i propri limiti. E, aggiungiamo, anche qualche abisso di abiezione. L’esibizione muscolare di Cesare non è nemmeno accostabile al panorama politico in cui Tacito inizia la sua scrittura. L’analisi dell’opera, che dalla tradizione manoscritta ci è tramandata col titolo di De origine et situ Germanorum, è frastagliata, segnata da zone d’ombra e soprattutto da interrogativi che corrispondono alle differenti, possibili angolature di esame e di indagine. Intanto qualche parola sulla struttura della monografia che nella redazione a noi giunta consta di 46 capitoletti culminanti in un finale che più aperto ed enigmatico non sarebbe possibile. Cetera iam fabulosa: Hellusios et Oxionas ora hominum uultusque, corpora atque artus ferarum gerere: quod ego ut incompertum in medium relinquam. L’aura di mistero è aumentata da quel cenno a Ellusii e Ossioni che troviamo nominati solo qui. Dunque: possiamo dividere la monografia in due parti, tutto sommato abbastanza equilibrate come distribuzione del materiale. La prima parte comprende i primi 27 capitoli, la seconda va dal capitolo 28 alla fine. Dopo un capitolo di introduzione generale che ci affaccia il panorama dilatato dei due grandi fiumi i quali delimitano il territorio germanico, cioè il Reno e il Danubio, Tacito esamina in modo sistematico la storia, il sistema di vita, le istituzioni delle popolazioni che abitano la Germania. Certi capitoli sono vere e proprie micromonografie. La tipologia delle abitazioni, i vestiti, i matrimoni, il cibo, il vino e i vizi, i debiti di gioco, gli schiavi, i funerali per fare alcuni esempi diversi. Qualche stralcio, a mo’ di esempio. Dal capitolo V, dedicato alle risorse economiche all’uso della moneta: &#8220;… È una terra abbastanza fertile ma inadatta agli alberi da frutto. Il bestiame abbonda ma è per lo più di taglia minuta. Le bestie poi non sono particolarmente belle e le corna non sono imponenti come dovrebbero: i Germani danno particolare importanza alla quantità e quella delle mandrie è l’unica ricchezza che apprezzano… È possibile, presso di loro, vedere offrire in dono ad ambasciatori o principi dei vasi d’argento che però vengono considerati alla stessa stregua di quelli vili, fatti di argilla… Prediligono le monete vecchie e note da tempo, dentellate e bigate. Fanno più volentieri uso dell’argento che dell’oro, non per una particolare passione, ma perché le monete d’argento sono di uso più facile per chi traffica in merci comuni e di poco valore.&#8221; Dal capitolo VIII, dedicato alle donne, al comportamento in battaglia, alla sfera del divino: &#8220;Si racconta che gli eserciti già vacillanti e in ritirata siano stati ricondotti al combattimento dalle donne che insistevano nelle loro preghiere, opponevano il loro petto, indicavano la minaccia incombente della prigionia: i Germani temono infatti la schiavitù più per le loro donne che per se stessi, a punto che, volendo più efficacemente vincolare le popolazioni, bisogna imporre la presenza, tra gli ostaggi, anche di nobili fanciulle. Pensano anzi che le donne abbiano in sé qualcosa di sacro e profetico: non osano disprezzarne i consigli o trascurarne i vaticini.&#8221; Dal capitolo X, dove si parla di auspici, sortilegi, vaticini e presagi: &#8220;La normale procedura per interrogare la sorte è assai semplice. Tagliano dei piccoli pezzi da un ramoscello tolto da un albero fruttifero, li segnano con certi simboli e li spargono in modo casuale e fortuito sopra una candida veste. Poi il sacerdote della tribù (nel caso di un pubblico vaticinio) o anche il padre di famiglia (se il vaticinio è privato) prega gli dèi innalzando gli occhi al cielo. Quindi tira su, uno alla volta, tre pezzetti e li interpreta secondo il segno precedentemente impressovi. Se il responso è negativo, per quel giorno, non si procede più nel cercare auspici; ma se il responso è favorevole, si richiede anche la conferma degli auspici. Queste genti sanno anche interpretare il canto e il volo degli uccelli, ma una loro caratteristica usanza consiste nel trarre presagi ammonitori anche dai cavalli.&#8221; Il capitolo XI è dedicato alla gestione del potere e alla ripartizione dei compiti sociali: &#8220;Sugli affari di minor conto decidono i principi, su quelli più importanti tutto il popolo (ma anche tutto ciò che è competenza del popolo viene preventivamente trattato dai principi). A meno che non accada qualche evento fortuito o improvviso, si riuniscono in giorni predeterminati, in coincidenza del plenilunio o del novilunio… Dal loro modo di vivere assai libero hanno tratto questo difetto: quando devono trovarsi in assemblea non vi si recano tutti insieme o come persone che abbiano ricevuto un ordine; in questo modo, per l’indugio dei partecipanti, si perdono due o tre giorni.&#8221; Di tribunali e giustizia si parla nel capitolo XII (dove tra i reati è indicata in modo preciso anche l’omosessualità): &#8220;È anche consentito presentare delle accuse e intentare un processo capitale davanti all’assemblea. La gravità della pena dipende dalla gravità della colpa. I traditori e i disertori vengono impiccati a qualche albero; gli ignavi, gli imbelli, gli omosessuali vengono annegati nel fango di una palude, stesovi sopra un graticcio.Si tratta di due supplizi diversi perché la punizione dei delitti deve essere visibile a tutti, la punizione delle azioni turpi deve rimanere nascosta. Per le colpe meno gravi vi sono pene proporzionate. I rei pagano una ammenda in cavalli o bestiame: una quota va al re o alla tribù, una quota all’offeso o ai suoi parenti. Nelle medesime assemblee vengono designati anche quei personaggi che amministrano la giustizia nei cantoni e nei villaggi. Ognuno di essi viene assistito da un senato popolare di cento membri che gli fornisce consigli e ne sostiene l’autorità.&#8221; I Germani svolgono una politica di taglio prettamente militarista e, anzi, la guerra viene avvertita come la migliore delle educazioni. Se ne parla al capitolo XIV, noto e antologizzato perché in qualche modo racchiude tutta la (non troppo) segreta ammirazione che Tacito ha per questo popolo: &#8220;Quando si viene a battaglia, è disonorevole per un principe essere battuto in valore dal suo seguito, ma è anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del principe. Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia, sopravvivendo al proprio principe. Il più forte obbligo morale sta nel difendere e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe. Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù che sono in stato di guerra… E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati ma sicuramente abbondanti. Guerre e saccheggi consentono tale liberalità. Non si potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad aspettare le stagioni&#8221;. La tipologia delle abitazioni dei Germani (che non vivono in città, come annota Tacito, perché non sopportano le case ammassate l’una all’altra) è l’argomento del capitolo XVI: &#8220;…non fanno uso né di pietre squadrate né di tegole; per ogni cosa si servono di legno rozzamente sgrossato, senza alcuna preoccupazione di eleganza o di piacevolezza. Però rivestono molto diligentemente alcune parti di una terra così fine e rilucente, che riesce a dare l’impressione di un legno dipinto. Usano anche scavare dei sotterranei caricandovi sopra abbondante letame; è un modo per sfuggire al freddo invernale e mitigarlo e anche per conservare le messi; e poi, quando sopraggiungono i nemici invasori, costoro devastano i luoghi accessibili, ma quelli nascosti sotto terra vengono ignorati o sfuggono alla ricerca proprio perché bisogna andarli a trovare.&#8221; La foggia dei vestiti nel capitolo XVII: &#8220;Tutti vestono un saio, trattenuto da una fibbia, o, in mancanza di quella, da una spina. Nudi in ogni altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per la loro veste (che non è svolazzante come usano Sarmati e Parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo. Portano anche pelli di fiere… Le donne vestono allo stesso modo degli uomini, anche se talora si ricoprono con sopravvesti di lino, guarnite di stoffe rosse.&#8221; I matrimoni e la famiglia (qui vige la monogamia assoluta) sono l’argomento dei capitoli XVIII e XIX: &#8220;…non vi è tra le loro consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti sono paghi di una moglie ciascuno… Non sono le mogli a portare la dote al marito, ma i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto e di uno scudo con framea e spada… La moglie non deve sentirsi estranea ai pensieri di eroiche azioni e alle vicende belliche: a questo scopo, proprio all’inizio del matrimonio, gli stessi auspici rituali la ammoniscono che essa viene associata alle fatiche e ai pericoli e che tanto in pace quanto in guerra soffrirà come il marito e dovrà avere il suo stesso coraggio. È questo il significato dei buoi aggiogati… Le donne vivono in una castità ben difesa, non corrotte dalle seduzioni di alcuno spettacolo e dagli stimoli di alcun banchetto… In mezzo ad un popolo tanto numeroso, gli adulteri sono pochissimi: la pena è immediata e demandata al marito. Egli taglia le chiome alla moglie davanti ai parenti, la scaccia di casa e la insegue a sferzate per tutto il villaggio… Lì i vizi non suscitano complici ilarità e non si usa dare il nome di moda al corrompere e all’essere corrotti&#8221;. Nel capitolo XX si parla della organizzazione giuridica della famiglia, e di particolare interesse è il capitolo XXI in cui si affrontano gli argomenti della faida e dalla ospitalità: &#8220;Viene avvertito come un obbligo addossarsi sia le inimicizie che le amicizie del padre o anche di un parente. Ma gli odi non sono irriducibili, al punto che perfino l’omicidio può essere riscattato con un determinato numero di buoi e di pecore… Nessuno può essere respinto da una casa e ciascuno ammette l’ospite alla sua tavola imbandita come le sue possibilità gli consentono… nessuno si mette a sindacare se un ospite è conosciuto o sconosciuto. È usanza concedere a chi si congeda da una casa quanto abbia eventualmente chiesto ed è reciproca schiettezza nel chiedere: tutti si compiacciono dei doni ma nessuno mette in conto ciò che ha dato o si sente obbligato da ciò che ha ricevuto.&#8221;  Interessante il capitolo XXIV che affronta il tema di quello che doveva essere una sorta di vizio nazionale, il gioco con relativi debiti: &#8220;… Giocano a dadi da sobri e con grande serietà. Sia che vincano sia che perdano, il gusto per il rischio li coinvolge a tal punto che, quando hanno dato fondo a tutto, con un ultimo e definitivo colpo mettono in gioco la loro libertà personale. Se uno perde anche questo colpo, affronta una volontaria schiavitù; anche se è giovane e robusto si lascia legare e mettere in vendita… Gli schiavi acquisiti in questo modo, vengono venduti ad altri perché il loro padrone vuole liberarsi dalla vergogna.&#8221; E di notevole interesse è anche il capitolo XXVI, in cui Tacito racconta come i Germani, non certo inclini a trasformarsi in pacifici contadini, gestiscano la terra: &#8220;Prestar denari a interesse fino a praticare l’usura è attività del tutto ignota ai Germani; ne sono dunque immuni, meglio che se fosse vietato per legge. Le singole tribù occupano a turno, in proporzione al numero dei coltivatori, il terreno da lavorare, il quale viene poi ripartito secondo la condizione sociale di ognuno. La grande disponibilità di spazi favorisce la distribuzione dei terreni. Ogni anno vengono occupati nuovi campi e questi non vengono mai a mancare… non piantano frutteti, non delimitano prati, non tracciano canali per irrigare giardini. Alla terra non si chiede altro che grano. Per questo fatto non si prendono nemmeno la briga di dividere l’anno in quattro stagioni come facciamo noi. Conoscono il significato e il nome di inverno, primavera ed estate, ma dell’autunno ignorano il nome e i possibili frutti.&#8221; Il capitolo XXVII parla dei funerali che non sono mai occasione di ostentazione e che si concludono con la cremazione del defunto, con una cura particolare dedicata alla scelta (con significato sacrale?) del legno usato per la costruzione della pira. Si noti il paragone evidente, anche se implicito, con l’inutile sfarzo romano. E il lettore della Germania coglie qui una singolare e perfino poetica coerenza con quanto Tacito aveva detto in un precedente capitolo, parlando dei templi. I Germani non costruiscono templi perché pare loro in qualche modo contro natura costringere la divinità entro il chiuso di quattro mura: &#8220;…Durante la costruzione della pira non aggiungono né vesti né profumi. Ognuno ha le sue armi e qualcuno brucia anche il cavallo. Il sepolcro non è altro che un cumulo di zolle: disdegnano l’onore dei monumenti funebri innalzati con grande fatica perché pensano che sia un peso per i morti.&#8221; Tacito chiude il capitolo dicendo che queste sono le notizie che ha appreso. Ci si potrebbe interrogare dunque di che mano è il materiale usato. Il successivo capitolo XXVIII si apre con un accenno a Cesare, qui menzionato come autorevolissimo storico, che funge da sutura con la seconda parte: &#8220;Il divo Giulio, la cui autorità di storico è massima, ci tramanda che in passato la potenza dei Galli era maggiore: si può dunque congetturare che anche i Galli siano passati in Germania. Ben misero ostacolo poteva essere un fiume: appena un popolo prevaleva sugli altri, tendeva ad occupare o a cambiare sedi non ancora definite nei confini e non entrate nella sfera di influenza di alcun regno.&#8221; Notiamo quell’accenno al fiume esiguo che non può fermare un popolo, perché sarà un tema dominante della nostra riflessione. Nella seconda parte Tacito descrive l’origine e la distribuzione geografica delle diverse etnie. Si comincia con i Batavi, i Mattiaci, i Catti e si finisce con le due favolose popolazioni citate poco fa. In generale (e in conclusione, da questo punto di vista) Tacito dimostra buone conoscenze e consultazione accurata di fonti spesso di prima mano. Detto così il profilo dell’opera sembrerebbe già disegnato con precisione: siamo davanti ad un’opera storico-etnografica. Nata, forse, come un pollone delle Historiae e poi diventata tanto importante e corposa da acquisire fisionomia e struttura autonome. E i brani proposti a mo’ di esemplificazione documentano oltre ogni ragionevole dubbio di una grande curiosità, di una voglia di conoscenza che va al di là del semplice dato scientifico. Dunque opera storico-etnografica? Così non è. Ci serve fare un passo indietro. Già abbiamo detto di Traiano, successore designato di Nerva. Quando viene annunciata la successione (siamo nel 97), Traiano è governatore della Germania superiore. Sul suo nome è confluito il consenso di quella parte della classe senatoria che non si era compromessa nel quindicennio del principato di Domiziano: ma non mancano i contrasti, il trapasso –possiamo immaginare- è tutto fuor che scontato, incombono gravi dilemmi e problemi di ordine politico. Quando Nerva muore, scoppiano sedizioni pretoriane e il bersaglio è proprio lui, Traiano, il successore designato. Qui però gli eventi subiscono una svolta strana, indecifrabile a prima vista e collegabile con la lungimiranza e l’abilità politica di Traiano, che tenta il gioco grande. Traiano non torna affatto a Roma, assorbito com’è dagli impegni militari e politici sulla frontiera renana. Rivela in questo, come del resto nelle successive mosse, una straordinaria abilità politica. Nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature civili e dell’amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e si spiana la via per una successione tutto sommato indolore. Quanto egli sia politicamente ben piantato e anche quanto il suo prestigio sia alto, lo si intuisce dal coraggio con cui prende un provvedimento decisamente impopolare: riduce della metà il tradizionale donativo concesso per l&#8217;ascesa al trono di un nuovo principe. In questo modo fa capire che sarà anche un oculato amministratore. In questo contesto, proprio nei mesi in cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda nelle operazioni militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania. Basta questa coincidenza per dire che non si può trattare solo di una monografia storico-etnografica. Sarà anche opera di propaganda, tanto per cominciare. Già, ma propaganda a favore di cosa? Possiamo fare delle ipotesi. Un consiglio, una esortazione a Traiano a compiere una azione militare decisiva prima di dedicarsi alle cure complessive del principato: l’azione dovrebbe ridimensionare e riscattare la storica sconfitta di Teutoburgo che risale a novanta anni prima ma è ancora ben viva negli incubi e nelle paure dei Romani. Oppure, di contro, potrebbe essere il riflesso della volontà di preparare il terreno politico perché Traiano possa agevolmente e con tutta calma consolidare prudentemente il confine. Possiamo, appunto, solo formulare ipotesi. Perché non sappiamo come fossero distribuite o stratificate in Roma le diverse sensibilità politiche. Non sappiamo se a Roma esistessero una corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua nel settore germanico e magari, contrapposta a questa, una corrente tendente ad un più prudente contenimento della minaccia barbarica. Da questo punto di vista la monografia tacitiana ci aiuta pochissimo. Abbiamo, a dire il vero, nel contesto del capitolo 33, una annotazione inquietante, anche se di non facile interpretazione: urgentibus imperii fatis, un ablativo assoluto in cui io sento predominante il valore causale su quello temporale. Traduco: poiché il fato incombe sull’impero. Tacito ha in mente Livio che nel libro V della sua storia di Roma usa due espressioni analoghe, praticamente identiche anzi. La prima volta Livio usa l’incombere del fato per spiegare la fine della città etrusca di Veio, la seconda, in una situazione che presenta qualche analogia con il testo tacitiano: sono le fasi cruciali in cui l’orda dei Galli sta per sommergere Roma negli anni attorno al 390 a. C. Ma il testo liviano racconta in modo epico tempi favolosi. Le parole di Tacito sono preoccupate, doloranti, angosciate. Tacito sembra quasi pronunciare la fase a mezza voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver proposto al lettore una immagine così forte e brusca da far quasi sbiadire la considerazione sui fati che incombono sull’impero. Infatti Tacito sta passando in rassegna le popolazioni germaniche e, dopo Usipi e Tencteri, è la volta di Bructeri, Camavi e Angrivari. A questo punto l’immagine choc: …seu fauore quodam erga nos deorum; nam ne spectaculo quidem proelii inuidere. Super sexaginta milia non armis telisque Romanis, sed quod magnificentius est, oblectatione oculisque ceciderunt. Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam. Tacito gioisce dei nemici in lotta fra di loro, a procurare mutua rovina e morte. È chiaro allora che siamo all’interno di una analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che gli avversari si uccidano tra di loro, togliendo difficoltà forse altrimenti insormontabili all’esercito romano. Non si illude, Tacito, che Roma possa essere amata. Non resta che sperare che si acuisca sempre più l’odio interno alle popolazioni germaniche. Il dato è importante e la sua centralità è affermata da due luoghi del tutto analoghi dell’altra monografia tacitiana di questi mesi, L’Agricola. Nel primo Tacito, riflettendo in prima persona, dice a sottolineare il punto debole del nemico: Nec aliud aduersus ualidissamas gentis pro nobis utilius, quam quod in commune non consulunt. Nel secondo mette le sue riflessioni addirittura in bocca a Calgaco in un passaggio fondamentale del discorso in cui l’indomito capo dei Britanni incita i suoi alla resistenza all’invasore: …nostris illi dissensionibus ac discordiis clari uitia hostium in gloriam exercitus sui uertunt. A voler ulteriormente contestualizzare viene in mente un altro passo tacitiano, questa volta attinto dalle Historiae. Galba, successore di Nerone e peraltro principe per pochi mesi tra il 68 e il 69, vede declinare il suo potere. Sa bene che …quae fato manent, quamuis significata, non uitantur. Si tratta di giri di parole e di frasi abituali per Tacito, dunque. Un giro di pensiero che connota profondamente la sua analisi negativa del momento politico. Allora riassumendo in qualche modo: un destino tremendo pesa sull’impero perché ai suoi confini urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere contrastato soprattutto (o soltanto?) sfruttandone i dissidi interni. La visione politica si arricchisce del motivo etico. Ma solo a... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address>Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 21 febbraio 2003</address>
<address> </address>
<p style="text-align: right;">Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos<br />
nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos<br />
propriam et sinceram et tantum sui similem<br />
gentem extitisse arbitrantur.</p>
<p style="text-align: right;">(Tacito, Germania 4, 1)</p>
<p style="text-align: justify;">Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo Latino, 21 febbraio 2003</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Venti del XV secolo il grande umanista aretino Poggio Bracciolini entra in contatto con un monaco proveniente dal convento prussiano di Hersfeld, un centro di studio monastico attivo fin dall’VIII secolo, poco a nord di Fulda, sul fiume omonimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il monaco aveva annusato l’aria ed era ben consapevole di quanto potesse valere una buona dritta, giù al sud, in Italia dove i migliori intellettuali e soprattutto i loro sponsor politici movimentavano somme enormi per alimentare il prestigioso mercato delle opere antiche, il cui possesso conferiva immagine, reputazione, autorevolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercò entrature presso la curia romana ed incappò proprio nel nostro Poggio Bracciolini che era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. È il papa che, con la sua raccolta di codici antichi, pazientemente, amorosamente ma anche dispendiosamente collezionati, avrebbe costituito il nucleo originario della Biblioteca Vaticana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1426, dai contatti e dagli incontri tra i due, nacque una notizia che negli ambienti umanistici fece parecchio scalpore: il Tacito noto, cioè quello degli Annales e quello delle Historiae (opere peraltro giunte a noi mutile e lacunose, la seconda molto più della prima) aveva per così dire un fratello ignoto che dormiva proprio nel monastero di Hersfeld e che aspettava solo di essere risvegliato. Nientemeno che un codice con le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus de Oratoribus e, appunto, la Germania. Qui mi fermo perché la storia del risveglio di questo Tacito dormiente (o incatenato dai ceppi dell’oblio per usare una immagine cara agli umanisti che amavano pensare a se stessi come ai liberatori dei classici dai ferri e dalla schiavitù dell’ignoranza secolare) diventa un romanzo. Ho intenzione di parlarvene in una prossima conversazione dedicata al Dialogus de Oratoribus perché le vicende di questo romanzo si intricano con una antichissima e irrisolta quaestio della filologia classica, vale a dire la paternità tacitiana o meno del Dialogus stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito scrive la Germania nel 98 d. C., un anno per lui molto fertile perché in quegli stessi mesi andava componendo la raffinata e misteriosa monografia dedicata al suocero Agricola, presagio e premessa dell’opera storiografica maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Anno 98: è trascorso un secolo e mezzo da quando Giulio Cesare, gettato in poche ore un ponte sul Reno, entra in Germania, la mette a ferro e fuoco e ne trae l’asciutta narrazione documentaria che leggiamo nel De Bello Gallico. Lì Cesare scriveva in una logica che potremmo porre tra propaganda e politica: voleva accreditare se stesso come il nuovo Mario, come colui che aveva reso stabili i confini dell’imperium e anzi aperto nuove prospettive di conquista. Il padre della patria, l’iniziatore di un’epoca di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scrive Tacito, tutto è cambiato, il clima politico è infido. Basti dire che Tacito scrittore intraprende la sua opera di storico avendo alle spalle il terribile principato di Domiziano. E vale la pena di ricordare, a mo’ di spartiacque temporale, che nel 9 d. C., nella selva di Teutoburgo, Arminio, condottiero dei Cherusci, aveva sterminato un grande esercito imperiale, comandato da Publio Quintilio Varo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando muore Domiziano, è tale il sollievo che Tacito torna a respirare aria pura. Nunc demum redit animus, ci dice nel famoso incipit del terzo capitolo dell’Agricola. Il breve principato di Nerva è già al suo scadere ma il vecchio e saggio principe ha designato in Traiano un successore prestigioso e forte, adeguato a garantire al principato stesso un futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia l’eredità morale è pesante. Il principato, come forma istituzionale inesorabilmente portato a identificare princeps e imperium, ha già dimostrato, in assenza anche di una classe aristocratica in grado di consigliare e dirigere, tutti i propri limiti. E, aggiungiamo, anche qualche abisso di abiezione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esibizione muscolare di Cesare non è nemmeno accostabile al panorama politico in cui Tacito inizia la sua scrittura. L’analisi dell’opera, che dalla tradizione manoscritta ci è tramandata col titolo di De origine et situ Germanorum, è frastagliata, segnata da zone d’ombra e soprattutto da interrogativi che corrispondono alle differenti, possibili angolature di esame e di indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto qualche parola sulla struttura della monografia che nella redazione a noi giunta consta di 46 capitoletti culminanti in un finale che più aperto ed enigmatico non sarebbe possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Cetera iam fabulosa: Hellusios et Oxionas ora hominum uultusque, corpora atque artus ferarum gerere: quod ego ut incompertum in medium relinquam.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aura di mistero è aumentata da quel cenno a Ellusii e Ossioni che troviamo nominati solo qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque: possiamo dividere la monografia in due parti, tutto sommato abbastanza equilibrate come distribuzione del materiale. La prima parte comprende i primi 27 capitoli, la seconda va dal capitolo 28 alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un capitolo di introduzione generale che ci affaccia il panorama dilatato dei due grandi fiumi i quali delimitano il territorio germanico, cioè il Reno e il Danubio, Tacito esamina in modo sistematico la storia, il sistema di vita, le istituzioni delle popolazioni che abitano la Germania. Certi capitoli sono vere e proprie micromonografie. La tipologia delle abitazioni, i vestiti, i matrimoni, il cibo, il vino e i vizi, i debiti di gioco, gli schiavi, i funerali per fare alcuni esempi diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche stralcio, a mo’ di esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal capitolo V, dedicato alle risorse economiche all’uso della moneta:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;… È una terra abbastanza fertile ma inadatta agli alberi da frutto. Il bestiame abbonda ma è per lo più di taglia minuta. Le bestie poi non sono particolarmente belle e le corna non sono imponenti come dovrebbero: i Germani danno particolare importanza alla quantità e quella delle mandrie è l’unica ricchezza che apprezzano… È possibile, presso di loro, vedere offrire in dono ad ambasciatori o principi dei vasi d’argento che però vengono considerati alla stessa stregua di quelli vili, fatti di argilla… Prediligono le monete vecchie e note da tempo, dentellate e bigate. Fanno più volentieri uso dell’argento che dell’oro, non per una particolare passione, ma perché le monete d’argento sono di uso più facile per chi traffica in merci comuni e di poco valore.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Dal capitolo VIII, dedicato alle donne, al comportamento in battaglia, alla sfera del divino:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si racconta che gli eserciti già vacillanti e in ritirata siano stati ricondotti al combattimento dalle donne che insistevano nelle loro preghiere, opponevano il loro petto, indicavano la minaccia incombente della prigionia: i Germani temono infatti la schiavitù più per le loro donne che per se stessi, a punto che, volendo più efficacemente vincolare le popolazioni, bisogna imporre la presenza, tra gli ostaggi, anche di nobili fanciulle. Pensano anzi che le donne abbiano in sé qualcosa di sacro e profetico: non osano disprezzarne i consigli o trascurarne i vaticini.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Dal capitolo X, dove si parla di auspici, sortilegi, vaticini e presagi:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La normale procedura per interrogare la sorte è assai semplice. Tagliano dei piccoli pezzi da un ramoscello tolto da un albero fruttifero, li segnano con certi simboli e li spargono in modo casuale e fortuito sopra una candida veste. Poi il sacerdote della tribù (nel caso di un pubblico vaticinio) o anche il padre di famiglia (se il vaticinio è privato) prega gli dèi innalzando gli occhi al cielo. Quindi tira su, uno alla volta, tre pezzetti e li interpreta secondo il segno precedentemente impressovi. Se il responso è negativo, per quel giorno, non si procede più nel cercare auspici; ma se il responso è favorevole, si richiede anche la conferma degli auspici. Queste genti sanno anche interpretare il canto e il volo degli uccelli, ma una loro caratteristica usanza consiste nel trarre presagi ammonitori anche dai cavalli.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitolo XI è dedicato alla gestione del potere e alla ripartizione dei compiti sociali:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sugli affari di minor conto decidono i principi, su quelli più importanti tutto il popolo (ma anche tutto ciò che è competenza del popolo viene preventivamente trattato dai principi). A meno che non accada qualche evento fortuito o improvviso, si riuniscono in giorni predeterminati, in coincidenza del plenilunio o del novilunio… Dal loro modo di vivere assai libero hanno tratto questo difetto: quando devono trovarsi in assemblea non vi si recano tutti insieme o come persone che abbiano ricevuto un ordine; in questo modo, per l’indugio dei partecipanti, si perdono due o tre giorni.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Di tribunali e giustizia si parla nel capitolo XII (dove tra i reati è indicata in modo preciso anche l’omosessualità):</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;È anche consentito presentare delle accuse e intentare un processo capitale davanti all’assemblea. La gravità della pena dipende dalla gravità della colpa. I traditori e i disertori vengono impiccati a qualche albero; gli ignavi, gli imbelli, gli omosessuali vengono annegati nel fango di una palude, stesovi sopra un graticcio.Si tratta di due supplizi diversi perché la punizione dei delitti deve essere visibile a tutti, la punizione delle azioni turpi deve rimanere nascosta. Per le colpe meno gravi vi sono pene proporzionate. I rei pagano una ammenda in cavalli o bestiame: una quota va al re o alla tribù, una quota all’offeso o ai suoi parenti. Nelle medesime assemblee vengono designati anche quei personaggi che amministrano la giustizia nei cantoni e nei villaggi. Ognuno di essi viene assistito da un senato popolare di cento membri che gli fornisce consigli e ne sostiene l’autorità.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">I Germani svolgono una politica di taglio prettamente militarista e, anzi, la guerra viene avvertita come la migliore delle educazioni. Se ne parla al capitolo XIV, noto e antologizzato perché in qualche modo racchiude tutta la (non troppo) segreta ammirazione che Tacito ha per questo popolo:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando si viene a battaglia, è disonorevole per un principe essere battuto in valore dal suo seguito, ma è anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del principe. Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia, sopravvivendo al proprio principe. Il più forte obbligo morale sta nel difendere e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe. Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù che sono in stato di guerra… E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati ma sicuramente abbondanti. Guerre e saccheggi consentono tale liberalità. Non si potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad aspettare le stagioni&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La tipologia delle abitazioni dei Germani (che non vivono in città, come annota Tacito, perché non sopportano le case ammassate l’una all’altra) è l’argomento del capitolo XVI:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;…non fanno uso né di pietre squadrate né di tegole; per ogni cosa si servono di legno rozzamente sgrossato, senza alcuna preoccupazione di eleganza o di piacevolezza. Però rivestono molto diligentemente alcune parti di una terra così fine e rilucente, che riesce a dare l’impressione di un legno dipinto. Usano anche scavare dei sotterranei caricandovi sopra abbondante letame; è un modo per sfuggire al freddo invernale e mitigarlo e anche per conservare le messi; e poi, quando sopraggiungono i nemici invasori, costoro devastano i luoghi accessibili, ma quelli nascosti sotto terra vengono ignorati o sfuggono alla ricerca proprio perché bisogna andarli a trovare.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">La foggia dei vestiti nel capitolo XVII:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Tutti vestono un saio, trattenuto da una fibbia, o, in mancanza di quella, da una spina. Nudi in ogni altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per la loro veste (che non è svolazzante come usano Sarmati e Parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo. Portano anche pelli di fiere… Le donne vestono allo stesso modo degli uomini, anche se talora si ricoprono con sopravvesti di lino, guarnite di stoffe rosse.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">I matrimoni e la famiglia (qui vige la monogamia assoluta) sono l’argomento dei capitoli XVIII e XIX:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;…non vi è tra le loro consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti sono paghi di una moglie ciascuno… Non sono le mogli a portare la dote al marito, ma i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto e di uno scudo con framea e spada… La moglie non deve sentirsi estranea ai pensieri di eroiche azioni e alle vicende belliche: a questo scopo, proprio all’inizio del matrimonio, gli stessi auspici rituali la ammoniscono che essa viene associata alle fatiche e ai pericoli e che tanto in pace quanto in guerra soffrirà come il marito e dovrà avere il suo stesso coraggio. È questo il significato dei buoi aggiogati… Le donne vivono in una castità ben difesa, non corrotte dalle seduzioni di alcuno spettacolo e dagli stimoli di alcun banchetto… In mezzo ad un popolo tanto numeroso, gli adulteri sono pochissimi: la pena è immediata e demandata al marito. Egli taglia le chiome alla moglie davanti ai parenti, la scaccia di casa e la insegue a sferzate per tutto il villaggio… Lì i vizi non suscitano complici ilarità e non si usa dare il nome di moda al corrompere e all’essere corrotti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel capitolo XX si parla della organizzazione giuridica della famiglia, e di particolare interesse è il capitolo XXI in cui si affrontano gli argomenti della faida e dalla ospitalità:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Viene avvertito come un obbligo addossarsi sia le inimicizie che le amicizie del padre o anche di un parente. Ma gli odi non sono irriducibili, al punto che perfino l’omicidio può essere riscattato con un determinato numero di buoi e di pecore… Nessuno può essere respinto da una casa e ciascuno ammette l’ospite alla sua tavola imbandita come le sue possibilità gli consentono… nessuno si mette a sindacare se un ospite è conosciuto o sconosciuto. È usanza concedere a chi si congeda da una casa quanto abbia eventualmente chiesto ed è reciproca schiettezza nel chiedere: tutti si compiacciono dei doni ma nessuno mette in conto ciò che ha dato o si sente obbligato da ciò che ha ricevuto.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"> Interessante il capitolo XXIV che affronta il tema di quello che doveva essere una sorta di vizio nazionale, il gioco con relativi debiti:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;… Giocano a dadi da sobri e con grande serietà. Sia che vincano sia che perdano, il gusto per il rischio li coinvolge a tal punto che, quando hanno dato fondo a tutto, con un ultimo e definitivo colpo mettono in gioco la loro libertà personale. Se uno perde anche questo colpo, affronta una volontaria schiavitù; anche se è giovane e robusto si lascia legare e mettere in vendita… Gli schiavi acquisiti in questo modo, vengono venduti ad altri perché il loro padrone vuole liberarsi dalla vergogna.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">E di notevole interesse è anche il capitolo XXVI, in cui Tacito racconta come i Germani, non certo inclini a trasformarsi in pacifici contadini, gestiscano la terra:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Prestar denari a interesse fino a praticare l’usura è attività del tutto ignota ai Germani; ne sono dunque immuni, meglio che se fosse vietato per legge. Le singole tribù occupano a turno, in proporzione al numero dei coltivatori, il terreno da lavorare, il quale viene poi ripartito secondo la condizione sociale di ognuno. La grande disponibilità di spazi favorisce la distribuzione dei terreni. Ogni anno vengono occupati nuovi campi e questi non vengono mai a mancare… non piantano frutteti, non delimitano prati, non tracciano canali per irrigare giardini. Alla terra non si chiede altro che grano. Per questo fatto non si prendono nemmeno la briga di dividere l’anno in quattro stagioni come facciamo noi. Conoscono il significato e il nome di inverno, primavera ed estate, ma dell’autunno ignorano il nome e i possibili frutti.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitolo XXVII parla dei funerali che non sono mai occasione di ostentazione e che si concludono con la cremazione del defunto, con una cura particolare dedicata alla scelta (con significato sacrale?) del legno usato per la costruzione della pira. Si noti il paragone evidente, anche se implicito, con l’inutile sfarzo romano. E il lettore della Germania coglie qui una singolare e perfino poetica coerenza con quanto Tacito aveva detto in un precedente capitolo, parlando dei templi. I Germani non costruiscono templi perché pare loro in qualche modo contro natura costringere la divinità entro il chiuso di quattro mura:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;…Durante la costruzione della pira non aggiungono né vesti né profumi. Ognuno ha le sue armi e qualcuno brucia anche il cavallo. Il sepolcro non è altro che un cumulo di zolle: disdegnano l’onore dei monumenti funebri innalzati con grande fatica perché pensano che sia un peso per i morti.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito chiude il capitolo dicendo che queste sono le notizie che ha appreso. Ci si potrebbe interrogare dunque di che mano è il materiale usato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successivo capitolo XXVIII si apre con un accenno a Cesare, qui menzionato come autorevolissimo storico, che funge da sutura con la seconda parte:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il divo Giulio, la cui autorità di storico è massima, ci tramanda che in passato la potenza dei Galli era maggiore: si può dunque congetturare che anche i Galli siano passati in Germania. Ben misero ostacolo poteva essere un fiume: appena un popolo prevaleva sugli altri, tendeva ad occupare o a cambiare sedi non ancora definite nei confini e non entrate nella sfera di influenza di alcun regno.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo quell’accenno al fiume esiguo che non può fermare un popolo, perché sarà un tema dominante della nostra riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda parte Tacito descrive l’origine e la distribuzione geografica delle diverse etnie. Si comincia con i Batavi, i Mattiaci, i Catti e si finisce con le due favolose popolazioni citate poco fa. In generale (e in conclusione, da questo punto di vista) Tacito dimostra buone conoscenze e consultazione accurata di fonti spesso di prima mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto così il profilo dell’opera sembrerebbe già disegnato con precisione: siamo davanti ad un’opera storico-etnografica. Nata, forse, come un pollone delle Historiae e poi diventata tanto importante e corposa da acquisire fisionomia e struttura autonome. E i brani proposti a mo’ di esemplificazione documentano oltre ogni ragionevole dubbio di una grande curiosità, di una voglia di conoscenza che va al di là del semplice dato scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque opera storico-etnografica?</p>
<p style="text-align: justify;">Così non è. Ci serve fare un passo indietro. Già abbiamo detto di Traiano, successore designato di Nerva. Quando viene annunciata la successione (siamo nel 97), Traiano è governatore della Germania superiore. Sul suo nome è confluito il consenso di quella parte della classe senatoria che non si era compromessa nel quindicennio del principato di Domiziano: ma non mancano i contrasti, il trapasso –possiamo immaginare- è tutto fuor che scontato, incombono gravi dilemmi e problemi di ordine politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Nerva muore, scoppiano sedizioni pretoriane e il bersaglio è proprio lui, Traiano, il successore designato. Qui però gli eventi subiscono una svolta strana, indecifrabile a prima vista e collegabile con la lungimiranza e l’abilità politica di Traiano, che tenta il gioco grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Traiano non torna affatto a Roma, assorbito com’è dagli impegni militari e politici sulla frontiera renana. Rivela in questo, come del resto nelle successive mosse, una straordinaria abilità politica. Nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature civili e dell’amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e si spiana la via per una successione tutto sommato indolore. Quanto egli sia politicamente ben piantato e anche quanto il suo prestigio sia alto, lo si intuisce dal coraggio con cui prende un provvedimento decisamente impopolare: riduce della metà il tradizionale donativo concesso per l&#8217;ascesa al trono di un nuovo principe. In questo modo fa capire che sarà anche un oculato amministratore.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto, proprio nei mesi in cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda nelle operazioni militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta questa coincidenza per dire che non si può trattare solo di una monografia storico-etnografica. Sarà anche opera di propaganda, tanto per cominciare.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma propaganda a favore di cosa? Possiamo fare delle ipotesi. Un consiglio, una esortazione a Traiano a compiere una azione militare decisiva prima di dedicarsi alle cure complessive del principato: l’azione dovrebbe ridimensionare e riscattare la storica sconfitta di Teutoburgo che risale a novanta anni prima ma è ancora ben viva negli incubi e nelle paure dei Romani. Oppure, di contro, potrebbe essere il riflesso della volontà di preparare il terreno politico perché Traiano possa agevolmente e con tutta calma consolidare prudentemente il confine.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo, appunto, solo formulare ipotesi. Perché non sappiamo come fossero distribuite o stratificate in Roma le diverse sensibilità politiche. Non sappiamo se a Roma esistessero una corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua nel settore germanico e magari, contrapposta a questa, una corrente tendente ad un più prudente contenimento della minaccia barbarica.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista la monografia tacitiana ci aiuta pochissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo, a dire il vero, nel contesto del capitolo 33, una annotazione inquietante, anche se di non facile interpretazione: urgentibus imperii fatis, un ablativo assoluto in cui io sento predominante il valore causale su quello temporale. Traduco: poiché il fato incombe sull’impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito ha in mente Livio che nel libro V della sua storia di Roma usa due espressioni analoghe, praticamente identiche anzi. La prima volta Livio usa l’incombere del fato per spiegare la fine della città etrusca di Veio, la seconda, in una situazione che presenta qualche analogia con il testo tacitiano: sono le fasi cruciali in cui l’orda dei Galli sta per sommergere Roma negli anni attorno al 390 a. C. Ma il testo liviano racconta in modo epico tempi favolosi. Le parole di Tacito sono preoccupate, doloranti, angosciate.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito sembra quasi pronunciare la fase a mezza voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver proposto al lettore una immagine così forte e brusca da far quasi sbiadire la considerazione sui fati che incombono sull’impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti Tacito sta passando in rassegna le popolazioni germaniche e, dopo Usipi e Tencteri, è la volta di Bructeri, Camavi e Angrivari. A questo punto l’immagine choc: …seu fauore quodam erga nos deorum; nam ne spectaculo quidem proelii inuidere. Super sexaginta milia non armis telisque Romanis, sed quod magnificentius est, oblectatione oculisque ceciderunt. Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito gioisce dei nemici in lotta fra di loro, a procurare mutua rovina e morte. È chiaro allora che siamo all’interno di una analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che gli avversari si uccidano tra di loro, togliendo difficoltà forse altrimenti insormontabili all’esercito romano. Non si illude, Tacito, che Roma possa essere amata. Non resta che sperare che si acuisca sempre più l’odio interno alle popolazioni germaniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dato è importante e la sua centralità è affermata da due luoghi del tutto analoghi dell’altra monografia tacitiana di questi mesi, L’Agricola. Nel primo Tacito, riflettendo in prima persona, dice a sottolineare il punto debole del nemico: Nec aliud aduersus ualidissamas gentis pro nobis utilius, quam quod in commune non consulunt. Nel secondo mette le sue riflessioni addirittura in bocca a Calgaco in un passaggio fondamentale del discorso in cui l’indomito capo dei Britanni incita i suoi alla resistenza all’invasore: …nostris illi dissensionibus ac discordiis clari uitia hostium in gloriam exercitus sui uertunt.</p>
<p style="text-align: justify;">A voler ulteriormente contestualizzare viene in mente un altro passo tacitiano, questa volta attinto dalle Historiae. Galba, successore di Nerone e peraltro principe per pochi mesi tra il 68 e il 69, vede declinare il suo potere. Sa bene che …quae fato manent, quamuis significata, non uitantur.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di giri di parole e di frasi abituali per Tacito, dunque. Un giro di pensiero che connota profondamente la sua analisi negativa del momento politico. Allora riassumendo in qualche modo: un destino tremendo pesa sull’impero perché ai suoi confini urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere contrastato soprattutto (o soltanto?) sfruttandone i dissidi interni.</p>
<p style="text-align: justify;">La visione politica si arricchisce del motivo etico. Ma solo a questo punto: l’ammirazione, e diciamo anche l’invidia, la nostalgia, per l’incorrotta virtù patria delle varie genti germaniche non possono essere assunte come unica motivazione della monografia.</p>
<p style="text-align: justify;">È nota (ed è anche affascinante nella sua icastica brevità) la definizione di A.A. Lund il quale nella sua introduzione alla Germania del 1988, parla di mundus inuersus. Da tradurre più come una esortazione del tipo &#8220;guardiamoci allo specchio, noi Romani&#8221;, che alla lettera cioè &#8220;il mondo ribaltato&#8221; o cose del genere. Definizione comunque da accogliere: pare evidente che Tacito ammira/teme del popolo germanico la grande forza, lo slancio guerriero, la solidità delle strutture sociali, i forti vincoli familiari, la uirtus in contrapposizione alla civiltà romana inaridita in un vuoto formalismo e sostenuta ormai soltanto dalla fame di ricchezza, benessere, successo personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la civiltà emergente che minaccia la civiltà che ha esaurito o sta esaurendo il suo slancio vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">I matrimoni dei Germani non si prestano a calcoli di interesse, le loro donne sono caste, i figli vengono allevati in casa (e a questo argomento viene dedicata una larga sezione dell’opera, addirittura tre capitoli tra il 18 e il 20); i liberti (notoriamente sentina di ogni malvagità e perversione) non hanno lo strapotere che detengono nella società romana. Dice Tacito, apertamente giocando con le parole sulla libertà e su quella sorta di deformazione della libertà stessa che sono i liberti: …impares libertini libertatis argumentum sunt. E i giovani dei Germani ricevono scudo e framea alla stessa età in cui gli adolescenti romani vivono l’imbelle cerimonia di indossare la toga uirilis.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi il discorso sulla ricchezza che attraversa l’intera monografia. Tacito si chiede se non sia stato un beneficio degli dèi aver negato ai barbari la consapevolezza del valore dell’oro e dell’argento: Argentum et aurum propitiine an irati dii negauerint dubito. Poi riflette amaramente sul fatto che i Germani hanno imparato dai Romani ad apprezzare gli oggetti preziosi: Iam et pecuniam accipere docuimus.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, per limitarsi a pochi esempi, chiude con un bruciante epifonema uno degli ultimi capitoli. Che potrebbe essere la risposta ad una domanda come questa: come esercitano i Romani la loro auctoritas? Raro armis nostris, saepius pecunia iuuantur, nec minus ualent. Siamo verso la fine della monografia. Tempo di concludere ed è forse questa l’estrema sintesi della visione tacitiana: puntiamo sui conflitti interni dei nostri avversari e li corrompiamo col nostro denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo a questo prezzo, è possibile neutralizzare il pericolo che viene da gente dall’integra vita morale, giustamente ambiziosa, pronta al mutamento. È uno dei tanti approdi, realisticamente aspro e dolorante, dell’indagine storiografica tacitiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Che però non è solo questo. Tocca a me concludere e lo faccio con una curiosità che attesta come multiforme sia la materia anche di una tutto sommato breve monografia come questa. Si tratta di un brano assolutamente poco noto, mai antologizzato perché pone (soprattutto se letto assieme ad un brano per così dire gemello, come farò tra un istante) oggettivi problemi di interpretazione e anche il traduttore più smaliziato rischia di trovarsi a malpartito.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta della prima parte del capitolo 45 che vi propongo nella mia traduzione:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Oltre il territorio dei Suioni si estende un altro mare: torpido, quasi immobile, dal quale si crede sia cinta e chiusa tutta la terra, perché l’estremo fulgore del sole al tramonto vi dura fino all’alba con una luce tanto chiara da offuscare quella delle stelle. La credulità popolare aggiunge anche che è possibile udire il rumore del sole che sorge dall’acqua, scorgere le sagome dei suoi cavalli e i raggi intorno al capo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il sole a mezzanotte. E siccome sono praticamente gli stessi giorni in cui scrive l’Agricola, a completare la descrizione, leggo un passaggio del capitolo 12 di quella monografia che affronta lo stesso tema:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sento dire perfino che, se le nubi non velano il cielo, si può vedere di notte il fulgore del sole, il quale non sorge e non tramonta, semplicemente trascorre nel cielo. Certo nelle più settentrionali distese della terra, a causa delle ombre che sono basse, le tenebre non si levano in alto e la notte non raggiunge lo spazio delle stelle&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Passo di infinita oscurità. Tacito afferma che le terre di cui sta parlando sono molto basse e dunque non producono grandi ombre. Quando il sole vi transita le tenebre non si possono levare alte e rimangono rasenti al terreno senza arrivare ad oscurare il cielo. Un arzigogolo assoluto, ma leggere Tacito significa anche affrontare questi piccoli misteri.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fper-una-lettura-della-germania-di-tacito%2F&amp;linkname=Per%20una%20lettura%20della%20Germania%20di%20Tacito" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fper-una-lettura-della-germania-di-tacito%2F&amp;linkname=Per%20una%20lettura%20della%20Germania%20di%20Tacito" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fper-una-lettura-della-germania-di-tacito%2F&amp;linkname=Per%20una%20lettura%20della%20Germania%20di%20Tacito" title="LinkedIn" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fper-una-lettura-della-germania-di-tacito%2F&amp;linkname=Per%20una%20lettura%20della%20Germania%20di%20Tacito" title="Telegram" rel="nofollow" target="_blank"></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.giandomenicomazzocato.it%2Fper-una-lettura-della-germania-di-tacito%2F&amp;title=Per%20una%20lettura%20della%20Germania%20di%20Tacito" id="wpa2a_10"></a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.giandomenicomazzocato.it/per-una-lettura-della-germania-di-tacito/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
