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	<title>Giandomenico Mazzocato &#187; Saggi vari</title>
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		<title>LA ROSA IN CHE L’ VERBO DIVINO / CARNE SI FECE</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jun 2014 22:18:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi vari]]></category>

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		<description><![CDATA[(Paradiso XXIII, 73) 6 MAGGIO 2014 DANTE ALIGHIERI DI TREVISO / AULA MAGNA DEL LICEO DUCA DEGLI ABRUZZI di GIAN DOMENICO MAZZOCATO Credo che pochi temi si prestino a variazioni e divagazioni come quello della rosa. Viene subito in mente il Roman de la Rose, il poema allegorico di 21.780 octosyllabes (simili al novenario italiano) rimati. Misterioso perché scritto in due parti distinte, da due diversi autori e a distanza di 40 anni. L’opera fu iniziata da Guillaume de Lorris nel 1237e compiuta da Jean de Meung tra il 1275 e il 1280. Successo enorme. Il poema racconta un sogno che è allegoria, ovviamente. Il poeta si sveglia un mattino di maggio -la primavera è la stagione dell’amore- e si addentra in un giardino meraviglioso dove, attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora. Tutto il poema narra allora delle imprese dell’amant per conquistare la rosa, allegoria della donna amata. Lo favoriscono o lo ostacolano le personificazioni dei suoi sentimenti, l’Orgoglio, la Vergogna, il Pudore… Alla fine, con l’aiuto di Venere egli riesce a penetrare nel castello e a consumare l’atto d’amore. Opera notissima a Dante Alighieri cui sono attribuiti anche due scritti ispirati al Roman: Fiore (una sorta di lettura in compendio composta da 232 sonetti) e Detto d’Amore (un poemetto di 480 settenari, incentrato sull’amor cortese). La rosa è fin dalla lirica greca di VII e VI secolo avanti Cristo, uno dei temi fondamentali della poesia erotica. Con allusione alla donna, all’amore e, in ultima analisi, all’organo sessuale femminile. Molti sono i colori ai quali l’arte varia il tuo incanto o la natura. In me, come il mare è turchino, esisti solo, per il pensiero a cui ti sposo, rossa. Così Umberto Saba in Variazioni sulla rosa. La rosa rossa allude ad un amore sensuale. Da sempre. E così Guido Cavalcanti nella sua Fresca rosa novella, in cui trova campo la bellezza femminile assolutizzata fino alla dimensione angelica. Perché la donna è primavera, che richiama sì l’aura angelica ma non ottunde od offusca il desiderio. Fresca rosa novella, piacente primavera, per prata e per rivera gaiamente cantando … Angelica sembranza in voi, donna, riposa: Dio, quanto avventurosa fue la mia disïanza! Ancora. Francesco Petrarca, nel componimento 245 del Canzoniere, un sonetto. Due rose fresche, et colte in paradiso l’altrier, nascendo il dí primo di maggio, bel dono, et d’un amante antiquo et saggio, tra duo minori egualmente diviso con sí dolce parlar et con un riso da far innamorare un huom selvaggio, di sfavillante et amoroso raggio et l’un et l’altro fe’ cangiare il viso. - Non vede un simil par d’amanti il sole - dicea, ridendo et sospirando inseme; et stringendo ambedue, volgeasi a torno. Cosí partia le rose et le parole, onde ‘l cor lasso anchor s’allegra et teme: o felice eloquentia, o lieto giorno! E nel sonetto seguente L’aura che ‘l verde lauro et l’aureo crine soavemente sospirando move, fa con sue viste leggiadrette et nove l’anime da’ lor corpi pellegrine. Candida rosa nata in dure spine, quando fia chi sua pari al mondo trove, gloria di nostra etate? O vivo Giove, manda, prego, il mio in prima che ‘l suo fine: … Nell’iconografia della mistica cristiana la rosa, leggo in wikipedia, per la bellezza, il profumo, per il mistero della sua forma apprezzata da tempo immemorabile e per il colore per lo più rosso, il simbolo antichissimo dell’amore, indica la coppa che raccolse il sangue di Cristo o la trasformazione delle gocce di questo sangue o le ferite di Cristo stesso. A questa simbologia appartengono sia la coppa del Graal sia la rosa celeste (rosa candida) della Divina Commedia di Dante. È ricordata anche la rosa mistica delle Litanie della Madonna. Nel Medioevo la rosa era esclusivamente attributo delle vergini. Una rosa a cinque petali nel nimbo, sopra il confessionale, è il segno della discrezione. I rosoni delle finestre romaniche e gotiche sono in relazione con la simbologia astrale del cerchio… Non di rado vogliono ricordare l’armonia platonica delle sfere: la rivoluzione celeste dei pianeti o dei segni dello zodiaco col loro influsso sulla vita dell’uomo. Inoltre spesso fanno riferimento a Cristo, il sole della giustizia. Quando i rosoni circondano il monogramma di Cristo, il segno del sole eterno, essi affermano la speranza nella vita eterna, nella città celeste. Dante usa il termine intanto in senso proprio, per indicare il fiore: Come in Rime CIV 21, in cui la donna …’n su la man posa come succisa rosa. O come in Convivio IV XXVII 4 …conviensi aprire l’uomo quasi com’ una rosa che più chiusa stare non puote. Nella Divina Commedia le occorrenze del termine rosa (8) / rose (3) sono in tutto 11. Da aggiungere un rosata di Pg XXX, 23 quando Dante ci descrive, con bellezza assoluta e disarmante, un cielo mattutino: Io vidi già nel cominciar del giorno la parte orïental tutta rosata, e l’altro ciel di bel sereno addorno; e la faccia del sol nascere ombrata, … Da notare che le otto occorrenze al singolare (rosa) sono tutte nel Paradiso. Nessuna occorrenza in assoluto nell’Inferno. E magari vuol dire qualcosa. La prima occorrenza in Pg XXIX, 148. E questi sette col primaio stuolo erano abitüati, ma di gigli dintorno al capo non facëan brolo, anzi di rose e d’altri fior vermigli; giurato avria poco lontano aspetto che tutti ardesser di sopra da’ cigli. Dante sta assistendo alla processione nel paradiso terrestre e gli passano davanti sette personaggi: Luca, come autore degli Atti degli Apostoli, Paolo come autore delle Epistole, Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, autori delle Epistole cattoliche, ancora Giovanni, autore dell’Apocalisse. La ghirlanda (brolo) di fiori sul loro capo è rossa. Traducendo dall’apparato allegorico quel rosso significa la legge d’amore del Nuovo Testamento. L’altra occorrenza purgatoriale è in XXXII, 58. Sempre nel paradiso terrestre. Il grifone, immagine del Cristo, lega il carro all’albero del bene e del male. È il figlio di Dio che riconcilia l’umanità col padre grazie alla mediazione della Chiesa. Dice il poeta in lunga e articolata similitudine: come gli alberi della terra , a primavera, quando si irradia la grande e feconda luce del sole congiunta alla costellazione dell’Ariete, si gonfiano di linfa e poi ciascuno rinnova i colori dei propri fiori, così la pianta che prima aveva rami così spogli, si rinnovò con fiori di un colore meno acceso delle rose e più acceso di quello delle viole. Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca, turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ‘l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella; men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole. Difficile dire cosa sia quel colore intermedio tra rosa e viola. Forse la porpora imperiale, forse il sangue del Cristo versato per la redenzione. La seconda è la convincente interpretazione del Porena. Ed entriamo in Paradiso. Canto XII, verso 19, quarto cielo, seconda corona degli spiriti sapienti. Le due corone insieme sono fatte di rose mai destinate ad appassire e pertanto eterne. Dunque ancora la rosa non in senso proprio ma come immagine. … così di quelle sempiterne rose volgiensi circa noi le due ghirlande, e sì l’estrema a l’intima rispuose. Il canto successivo, XXIII, 135. Parla san Tommaso ed esorta l’umanità. Non siano gli uomini troppo sicuri nel pronunciare giudizi, non abbiano la sicurezza del contadino che calcola come sarà la messe prima ancora che maturi. Prova e controprova: “Ho visto d’inverno un pruno secco e spinoso e poi a primavera l’ho visto far sbocciare la rosa sulla cima. Ho visto una nave correre sicura per tutto il viaggio e poi fare naufragio proprio davanti al porto.” Non sien le genti, ancor, troppo sicure a giudicar, sì come quei che stima le biade in campo pria che sien mature; ch’i’ ho veduto tutto ‘l verno prima lo prun mostrarsi rigido e feroce, poscia portar la rosa in su la cima; e legno vidi già dritto e veloce correr lo mar per tutto suo cammino, perire al fine a l’intrar de la foce. In Pd XXII (56) Dante risponde a San Benedetto -siamo nel settimo cielo- e gli dice che il benevolo atteggiamento con cui è stato accolto ha aumentato la sua fiducia. La invitante espressione dipinta sul volto del santo lo ha fatto sbocciare, così come il sole fa sbocciare la rosa. E io a lui: «L’affetto che dimostri meco parlando, e la buona sembianza ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, così m’ha dilatata mia fidanza, come ‘l sol fa la rosa quando aperta tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. La rosa che esprime tutte le sue potenzialità alla luce della grazia. Ed ecco i versi che ho scelto per titolare questa conversazione. Canto XXIII (73), ottavo cielo, il cielo delle stelle fisse. «Perché la faccia mia sì t’innamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo s’infiora? Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino carne si fece; quivi son li gigli al cui odor si prese il buon cammino». Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli tutto era pronto, ancora mi rendei a la battaglia de’ debili cigli. Beatrice rimprovera affettuosamente Dante. Il fatto che lui la guardi innamorato non lo deve distogliere dall’ammirare la molteplicità infinita delle visoni paradisiache. Qui è Maria, nel cui grembo si incarnò il Cristo. Il clima è rarefatto, grandioso, sospeso. E Dante lavora di enorme mestiere, a sua volta rapito e stordito. Mette insieme le litanie (Maria è rosa mistica) e la carnalità della gravidanza che ha salvato il mondo. È uno dei passaggi altissimi del poema. Che introduce alla rosa celeste, nell’Empireo. Dante vede una fiumana di luce folgorante. Ne scaturiscono gli angeli, simili a scintille che si posano sui fiori delle rive (sono i beati, immaginiamo di trovarci in un enorme anfiteatro in continua, brulicante, tumultuosa mutazione) e poi tornano nel fiume folgorante. Poco a poco il fiume di luce assume forma circolare. Una rosa immensa che si allarga sempre più fino alle ultime foglie che sono i seggi dei beati. Dante non si smarrisce. La rosa è ampia, dilatata in tutte le direzioni, ma lui, ormai cresciuto nelle sue potenzialità morali e intellettuali, riesce a percepirla nella sua infinita complessità, nella sua incredibile varietà. Siamo nell’Empireo e qui Dio governa direttamente, la legge naturale non esiste, parlare di distanza (e anche di tempo) non ha senso. E se l’infimo grado in sé raccoglie sì grande lume, quanta è la larghezza di questa rosa ne l’estreme foglie! La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza non si smarriva, ma tutto prendeva il quanto e ‘l quale di quella allegrezza. Presso e lontano, lì, né pon né leva: ché dove Dio sanza mezzo governa, la legge natural nulla rileva. Nel giallo de la rosa sempiterna, che si digrada e dilata e redole odor di lode al sol che sempre verna, qual è colui che tace e dicer vole, mi trasse Bëatrice, e disse: …. Dante ci racconta, come solo lui sa fare, che siamo nell’eterno e nell’infinito. È il canto XXX (117 e 124), La descrizione diventa coreografia in tre dimensioni nell’incipit del canto seguente, il XXXI. Si celebrano le nozze di Cristo e della Chiesa, dunque l’abbraccio di Dio che racchiude l’umanità. In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa; ma l’altra, che volando vede e canta la gloria di colui che la ‘nnamora e la bontà che la fece cotanta, sì come schiera d’ape che s’infiora una fïata e una si ritorna là dove suo laboro s’insapora, nel gran fior discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ‘l süo amor sempre soggiorna. Si noti quel poderoso accenno all’ape che torna all’alveare per depositarvi (Dante dice: farvi prendere sapore, addirittura delizioso) il frutto del suo lavoro. Non è casuale: qui urgono la terra, la vita degli uomini con i loro problemi. Serve ricordarlo. Le api non sono solo angeli, sono cibo, fame, dolcezza, lavoro, organizzazione, rumore, spazio percorso, pazienza infinita. Similitudine più pregnante non sarebbe possibile. E del resto Dante lo ha appreso bene dall’opera del suo maestro, Virgilio. L’Eneide e il famoso quarto libro delle Georgiche. Le ultime due occorrenze nel penultimo canto, il XXXII (15 e 120). Ancora per elencare qualcuno nell’immensa folla dei beati che popola la rosa. È san Bernardo a indicare. Ecco Eva, Rachele, Sara, Rebecca, Giuditta. E Ruth, la bisavola di Davide. Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, siede Rachel di sotto da costei con Bëatrice, sì come tu vedi. Sarra e Rebecca, Iudìt e colei che fu bisava al cantor che per doglia del fallo disse ‘Miserere mei’, puoi tu veder così di soglia in soglia giù digradar, com’ io ch’a proprio nome vo per la rosa giù di foglia in foglia. E poco più in là, quasi sulla soglia dell’ultimo atto, quello dell’entrata nel mistero divino. Bernardo mostra Adamo, il progenitore di coloro che hanno creduto in Cristo Venturo, e san Pietro. Li si potrebbe definire le radici della rosa stessa. Quei due che seggon là sù più felici per esser propinquissimi ad Agusta, son d’esta rosa quasi due radici: colui che da sinistra le s’aggiusta è il padre per lo cui ardito gusto l’umana specie tanto amaro gusta; dal destro vedi quel padre vetusto di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi raccomandò di questo fior venusto. La rosa, insomma in tutti i suoi petali, con le sue spine. Le radici che non solo la nutrono ma anche la motivano e gli insetti che vi ronzano attorno. Una pluralità inestricabile di significati, in diacronia e sincronia. Però, proprio per questo, dirvi bene e compiutamente cosa sia una rosa, dal punto di vista letterario, non saprei e non so. Proprio per questa mia incapacità, permettetemi qualcuna delle variazioni di cui dicevo. Magari metto un po’ più a fuoco. Nel 1486, o giù di lì, Lorenzo de’ Medici compose un poemetto bucolico, il Corinto che canta l’amore non corrisposto del pastore Corinto per la ninfa Galatea. Galatea è Lucrezia Donati, gentildonna fiorentina amata da Lorenzo dei Medici. Non c’è più la campagna ruspante della Nencia da Barberino. Anzi, siamo all’idillio. Ai versi 163-185 Lorenzo parla del nostro fiore. È l’orto di Corinto su cui il pastore posa il suo sguardo. Eranvi rose candide e vermiglie: alcuna a foglia a foglia al sol si spiega; stretta prima, poi par s’apra e scompiglie: altra più giovanetta si dislega apena dalla boccia: eravi ancora chi le sue chiuse foglie all’aer niega: altra cadendo, a piè il terreno infiora. Così le vidi nascere e morire e passar lor vaghezza in men d’un’ora. Le bellezza, aggressiva e struggente, che dura pochissimo. Gli fa eco Poliziano in I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino. I’ posi mente: quelle rose allora mai non vi potre’ dir quant’eran belle: quale scoppiava della boccia ancora; qual’erano un po’ passe e qual novelle. Amor mi disse allor: -Va’, cò’ di quelle che più vedi fiorite in sullo spino. Dunque bisogna scegliere. La rosa più rosa, per così dire, è quella che, nel brevissimo acme della sua esistenza, esprime tutta la sua bellezza. E dopo la scelta Quando la rosa ogni suo’ foglia spande, quando è più bella, quando è più gradita, allora è buona a mettere in ghirlande, prima che sua bellezza sia fuggita: sicché, fanciulle, mentre è più fiorita, cogliàn la bella rosa del giardino. E Ariosto, malizioso. Canto I del Furioso (42 e 43). Il rude Sacripante piange al pari di altri la perduta Angelica. La verginella, come la rosa, si conserva “sicura” sulla nativa spina per pochissimo tempo. Fino a quando, rimossa dal suo stelo, perde ogni attrattiva. La verginella è simile alla rosa, ch’in bel giardin su la nativa spina mentre sola e sicura si riposa, né gregge né pastor se le avicina; l’aura soave e l’alba rugiadosa, l’acqua, la terra al suo favor s’inchina: gioveni vaghi e donne inamorate amano averne e seni e tempie ornate. Ma non sì tosto dal materno stelo rimossa viene e dal suo ceppo verde, che quanto avea dagli uomini e dal cielo favor, grazia e bellezza, tutto perde. La vergine che ‘i fior, di che più zelo che de’ begli occhi e de la vita aver de’, lascia altrui côrre, il pregio ch’avea inanti perde nel cor di tutti gli altri amanti. E il celebre passaggio della Liberata tassiana (XVI, 14-15). Nel giardino di Armida, un pappagallo pronuncia l’elogio alla rosa. – Deh mira – egli cantò – spuntar la rosa dal verde suo modesta e verginella, che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa, quanto si mostra men, tanto è più bella. Ecco poi nudo il sen già baldanzosa dispiega; ecco poi langue e non par quella, quella non par che desiata inanti fu da mille donzelle e mille amanti. Così trapassa al trapassar d’un giorno de la vita mortale il fiore e ‘l verde; né perché faccia indietro april ritorno, si rinfiora ella mai, né si rinverde. Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno di questo dì, che tosto il seren perde; cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando esser si puote riamato amando. Facciamo fatica a distinguere significato e significante. La rosa e la donna di cui è immagine. È già la dolente, sensuale sensibilità barocca. Afferma il senso della vanità della vita e della fuggevolezza del piacere. Gian Battista Marino nell’Adone ripropone il mito che attribuiva il rosso della rosa alla ferita di Venere ad opera di uno spino e al sangue che essa versa sui petali del fiore. La dea si innamora di Adone (III 156-157). Rosa, riso d’amor, del ciel fattura, rosa del sangue mio fatta vermiglia, pregio del mondo e fregio di natura, della Terra e del Sol vergine figlia, d’ogni ninfa e pastor delizia e cura, onor dell’odorifera famiglia; tu tien d’ogni beltà le palme prime, sopra il vulgo de’ fior donna sublime. Quasi in bel trono imperatrice altera siedi colà su la nativa sponda; Turba d’aure vezzosa e lusinghiera ti corteggia d’intorno e ti seconda; e di guardie pungenti armata schiera ti difende per tutto e ti circonda. E tu fastosa del tuo regio vanto, porti d’or la corona e d’ostro il manto. E, un’ottava più in là (III 159) la rosa è sole in terra, come il sole è rosa in cielo. Non superbisca ambizïoso il Sole di trionfar fra le minori stelle, che ancor tu fra i ligustri e le viole scopri le pompe tue superbe e belle. Tu sei con tue bellezze uniche e sole splendor di queste piagge, egli di quelle. Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo, tu Sole in terra ed egli rosa in cielo. E solo la donna che abbia gote e labbra color della rosa potrà dirsi davvero bella (III 161). E perch’a me d’un tal servigio ancora qualche grata mercé render s’aspetta, tu sarai sol tra quanti fiori ha Flora la favorita mia, la mia diletta. E qual donna più bella il mondo onora io vo’ che tanto sol bella sia detta, quant’ornerà del tuo color vivace e le gote e le labra… Chiudo. Lo faccio con un omaggio a Fabrizio De André in cui il tema della rosa spazia tra la sensualità mercenaria di Bocca di Rosa e la vita caduca e fragile di Marinella. La chiamavano Bocca di Rosa … metteva l’amore sopra ogni cosa. Appena scese alla stazione del paesino di Sant’Ilario tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario. C’e’ chi l’amore lo fa per noia chi se lo sceglie per professione Bocca di Rosa né l’uno né l’altro lei lo faceva per passione. Oppure. Questa è la tua canzone Marinella che sei volata in cielo su una stella e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose. Certo De Andrè ha in mente Guido Gozzano quando ricorda l’adolescenziale amore per una cocotte: Il mio sogno è nutrito d’abbandono, di rimpianto. Non amo che le rose che non colsi. Il che non risolve il nodo misterioso del simbolo. Per tornare ai tempi di Dante, proviamo ad approdare nel 1327 (sei anni dopo la morte del poeta) in una abbazia benedettina dell’Italia del Nord. Raccontandocela, Umberto Eco dice esplicitamente (ma anche furbescamente) di non saper bene perché ha intitolato Il nome della rosa il suo primo romanzo. Tuttavia nell’ultima scena del film girato da Jean-Jacques Annaud, il novizio Adso da Melk, interpretato da Christian Slater, esclama di non conoscere il nome della rosa che ha amato furiosamente e convulsamente nelle cucine dell’abbazia. “Ma, ora che sono molto, molto vecchio, mi rendo conto che di tutti i volti che dal passato mi tornano alla mente, più chiaro di tutti vedo quello della fanciulla che ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo. Eppure, dell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, né seppi mai, il nome.” Una rosa, è una rosa, è una rosa, scrisse tautologicamente Gertrude Stein nel 1913 nel suo poema Sacred Emily. Non una banalità, ma la ricerca di forme assolute in un’epoca che sembra non rispettare nulla. Il fatto è che è difficile raccapezzarsi. Il verso della Stein è citato da Charlie Chaplin nel film Luci della ribalta (1952), da Aldous Huxley, in The Pink Locust di William Carlos Williams (1955), nel musical di Broadway Bye Bye Birdie scritto da Michael Stewart, Lee Adams e Charles Strouse (1960, adattato a film nel 1963 film). La rock band Henry Cow nel suo album di esordio canta una canzone ispirata a questo verso. Come il gruppo spagnolo flamenco-pop Mecano intona in coro Una rosa es una rosa es una rosa (1991, nell’album Aidalai). Insomma, da tutte le parti e riverberato da mille echi mi sento ripetere che la rosa è una rosa. E più in là non si va. Ma se una rosa è una rosa finisco per saperne ancora meno. E mi vedo costretto a dar ragione a un grande poeta come Giorgio Caproni che ci esorta con questi versi di Concessione, lirica che appartiene a una sua silloge del 1991, Res Amissa. Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire Cos’è, nella sua essenza, una rosa. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>(Paradiso XXIII, 73)</b></p>
<p style="text-align: right;"><b><b>6 MAGGIO 2014<br />
</b>DANTE ALIGHIERI DI TREVISO /<br />
</b><b>AULA MAGNA DEL LICEO DUCA DEGLI ABRUZZI</b></p>
<p style="text-align: right;"><b><br />
</b></p>
<p style="text-align: left;"><b><i>di<br />
</i></b><b><i>G</i></b><b><i>IAN </i></b><b><i>D</i></b><b><i>OMENICO </i></b><b><i>M</i></b><b><i>AZZOCATO</i></b></p>
<p>Credo che pochi temi si prestino a variazioni e divagazioni come quello della rosa. Viene subito in mente il <b><i>Roman de la Rose</i></b>, il poema allegorico di 21.780 octosyllabes (simili al novenario italiano) rimati. Misterioso perché scritto in due parti distinte, da due diversi autori e a distanza di 40 anni. L’opera fu iniziata da Guillaume de Lorris nel 1237e compiuta da Jean de Meung tra il 1275 e il 1280. Successo enorme. Il poema racconta un sogno che è allegoria, ovviamente. Il poeta si sveglia un mattino di maggio -la primavera è la stagione dell’amore- e si addentra in un giardino meraviglioso dove, attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora. Tutto il poema narra allora delle imprese dell’<b><i>amant</i></b> per conquistare la rosa, allegoria della donna amata. Lo favoriscono o lo ostacolano le personificazioni dei suoi sentimenti, l’Orgoglio, la Vergogna, il Pudore… Alla fine, con l’aiuto di Venere egli riesce a penetrare nel castello e a consumare l’atto d’amore. Opera notissima a Dante Alighieri cui sono attribuiti anche due scritti ispirati al <b><i>Roman</i></b>: <b><i>Fiore</i></b> (una sorta di lettura in compendio composta da 232 sonetti) e <b><i>Detto d’Amore</i></b> (un poemetto di 480 settenari, incentrato sull’amor cortese).</p>
<p>La rosa è fin dalla lirica greca di VII e VI secolo avanti Cristo, uno dei temi fondamentali della poesia erotica. Con allusione alla donna, all’amore e, in ultima analisi, all’organo sessuale femminile.</p>
<p style="text-align: center;"><b style="text-align: center;"><i>Molti sono i colori ai quali l’arte<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>varia il tuo incanto o la natura. In me,<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>come il mare è turchino, esisti solo,<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>per il pensiero a cui ti sposo, rossa.</i></b></p>
<p>Così Umberto Saba in<b><i> Variazioni sulla rosa</i></b>. La rosa rossa allude ad un amore sensuale. Da sempre.<br />
E così Guido Cavalcanti nella sua <b><i>Fresca rosa novella</i></b>, in cui trova campo la bellezza femminile assolutizzata fino alla dimensione angelica. Perché la donna è primavera, che richiama sì l’aura angelica ma non ottunde od offusca il desiderio.</p>
<p style="text-align: center;"><b style="text-align: center;"><i>Fresca rosa novella,<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>piacente primavera,<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>per prata e per rivera<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>gaiamente cantando<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>…<br />
</i></b><b><i>Angelica sembranza<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>in voi, donna, riposa:<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>Dio, quanto avventurosa<br />
</i></b><b style="text-align: center;"><i>fue la mia disïanza!</i></b></p>
<p style="text-align: left;">Ancora. Francesco Petrarca, nel componimento 245 del <b><i>Canzoniere</i></b>, un sonetto.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Due rose fresche, et colte in paradiso<br />
</i></b><b><i>l’altrier, nascendo il dí primo di maggio,<br />
</i></b><b><i>bel dono, et d’un amante antiquo et saggio,<br />
</i></b><b><i>tra duo minori egualmente diviso</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>con sí dolce parlar et con un riso<br />
da far innamorare un huom selvaggio,<br />
di sfavillante et amoroso raggio<br />
et l’un et l’altro fe’ cangiare il viso.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>- Non vede un simil par d’amanti il sole -<br />
dicea, ridendo et sospirando inseme;<br />
et stringendo ambedue, volgeasi a torno.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Cosí partia le rose et le parole,<br />
onde ‘l cor lasso anchor s’allegra et teme:<br />
o felice eloquentia, o lieto giorno!</i></b></p>
<p style="text-align: left;">E nel sonetto seguente</p>
<p style="text-align: center;"><b><i><br />
L’aura che ‘l verde lauro et l’aureo crine<br />
</i></b><b><i>soavemente sospirando move,<br />
</i></b><b><i>fa con sue viste leggiadrette et nove<br />
</i></b><b><i>l’anime da’ lor corpi pellegrine.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Candida rosa nata in dure spine,<br />
</i></b><b><i>quando fia chi sua pari al mondo trove,<br />
</i></b><b><i>gloria di nostra etate? O vivo Giove,<br />
</i></b><b><i>manda, prego, il mio in prima che ‘l suo fine:<br />
</i></b>…</p>
<p>Nell’iconografia della mistica cristiana la rosa, leggo in wikipedia, per la bellezza, il profumo, per il mistero della sua forma apprezzata da tempo immemorabile e per il colore per lo più rosso, il simbolo antichissimo dell’amore, indica la coppa che raccolse il sangue di Cristo o la trasformazione delle gocce di questo sangue o le ferite di Cristo stesso. A questa simbologia appartengono sia la coppa del Graal sia la rosa celeste (rosa candida) della Divina Commedia di Dante. È ricordata anche la rosa mistica delle Litanie della Madonna. Nel Medioevo la rosa era esclusivamente attributo delle vergini. Una rosa a cinque petali nel nimbo, sopra il confessionale, è il segno della discrezione.</p>
<p>I rosoni delle finestre romaniche e gotiche sono in relazione con la simbologia astrale del cerchio… Non di rado vogliono ricordare l’armonia platonica delle sfere: la rivoluzione celeste dei pianeti o dei segni dello zodiaco col loro influsso sulla vita dell’uomo. Inoltre spesso fanno riferimento a Cristo, il sole della giustizia. Quando i rosoni circondano il monogramma di Cristo, il segno del sole eterno, essi affermano la speranza nella vita eterna, nella città celeste.</p>
<p>Dante usa il termine intanto in senso proprio, per indicare il fiore:<br />
Come in <b><i>Rime</i></b> CIV 21, in cui la donna</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>…’n su la man posa<br />
come succisa rosa.</i></b></p>
<p><b><i><br />
</i></b>O come in <b><i>Convivio</i></b> IV XXVII 4<br />
<b><i>…conviensi aprire l’uomo quasi com’ una rosa che più chiusa stare non puote.</i></b><br />
Nella Divina Commedia le occorrenze del termine <b><i>rosa</i></b> (8) / <b><i>rose </i></b>(3) sono in tutto 11. Da aggiungere un <b><i>rosata</i></b> di Pg XXX, 23 quando Dante ci descrive, con bellezza assoluta e disarmante, un cielo mattutino:</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Io vidi già nel cominciar del giorno<br />
</i></b><b><i>la parte orïental tutta rosata,<br />
</i></b><b><i>e l’altro ciel di bel sereno addorno;</i></b></p>
<p>e la faccia del sol nascere ombrata,</p>
<p style="text-align: center;">…</p>
<p>Da notare che le otto occorrenze al singolare (rosa) sono tutte nel Paradiso. Nessuna occorrenza in assoluto nell’Inferno. E magari vuol dire qualcosa.<br />
La prima occorrenza in Pg XXIX, 148.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>E questi sette col primaio stuolo<br />
</i></b><b><i>erano abitüati, ma di gigli<br />
</i></b><b><i>dintorno al capo non facëan brolo,<br />
</i></b><b><i>anzi di rose e d’altri fior vermigli;<br />
</i></b><b><i>giurato avria poco lontano aspetto<br />
</i></b><b><i>che tutti ardesser di sopra da’ cigli.</i></b></p>
<p>Dante sta assistendo alla processione nel paradiso terrestre e gli passano davanti sette personaggi:<br />
Luca, come autore degli Atti degli Apostoli, Paolo come autore delle Epistole, Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, autori delle Epistole cattoliche, ancora Giovanni, autore dell’Apocalisse. La ghirlanda (brolo) di fiori sul loro capo è rossa. Traducendo dall’apparato allegorico quel rosso significa la legge d’amore del Nuovo Testamento.</p>
<p>L’altra occorrenza purgatoriale è in XXXII, 58. Sempre nel paradiso terrestre. Il grifone, immagine del Cristo, lega il carro all’albero del bene e del male. È il figlio di Dio che riconcilia l’umanità col padre grazie alla mediazione della Chiesa. Dice il poeta in lunga e articolata similitudine: come gli alberi della terra , a primavera, quando si irradia la grande e feconda luce del sole congiunta alla costellazione dell’Ariete, si gonfiano di linfa e poi ciascuno rinnova i colori dei propri fiori, così la pianta che prima aveva rami così spogli, si rinnovò con fiori di un colore meno acceso delle rose e più acceso di quello delle viole.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Come le nostre piante, quando casca<br />
giù la gran luce mischiata con quella<br />
che raggia dietro a la celeste lasca,</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>turgide fansi, e poi si rinovella</em></strong><br />
<strong><em>di suo color ciascuna, pria che ‘l sole</em></strong><br />
<strong><em>giunga li suoi corsier sotto altra stella;</em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>men che di rose e più che di vïole</em></strong><br />
<strong><em> colore aprendo, s’innovò la pianta,</em></strong><br />
<strong><em> che prima avea le ramora sì sole.</em></strong></p>
<p>Difficile dire cosa sia quel colore intermedio tra rosa e viola. Forse la porpora imperiale, forse il sangue del Cristo versato per la redenzione. La seconda è la convincente interpretazione del Porena.<br />
Ed entriamo in Paradiso. Canto XII, verso 19, quarto cielo, seconda corona degli spiriti sapienti. Le due corone insieme sono fatte di rose mai destinate ad appassire e pertanto eterne. Dunque ancora la rosa non in senso proprio ma come immagine.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>…<br />
</i></b><b><i>così di quelle sempiterne rose<br />
</i></b><b><i>volgiensi circa noi le due ghirlande,<br />
</i></b><b><i>e sì l’estrema a l’intima rispuose.<br />
</i></b></p>
<p>Il canto successivo, XXIII, 135. Parla san Tommaso ed esorta l’umanità. Non siano gli uomini troppo sicuri nel pronunciare giudizi, non abbiano la sicurezza del contadino che calcola come sarà la messe prima ancora che maturi. Prova e controprova: “Ho visto d’inverno un pruno secco e spinoso e poi a primavera l’ho visto far sbocciare la rosa sulla cima. Ho visto una nave correre sicura per tutto il viaggio e poi fare naufragio proprio davanti al porto.”</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Non sien le genti, ancor, troppo sicure<br />
</i></b><b><i>a giudicar, sì come quei che stima<br />
</i></b><b><i>le biade in campo pria che sien mature;<br />
</i></b><b><i>ch’i’ ho veduto tutto ‘l verno prima<br />
</i></b><b><i>lo prun mostrarsi rigido e feroce,<br />
</i></b><b><i>poscia portar la rosa in su la cima;<br />
</i></b><b><i>e legno vidi già dritto e veloce<br />
</i></b><b><i>correr lo mar per tutto suo cammino,<br />
</i></b><b><i>perire al fine a l’intrar de la foce.</i></b></p>
<p>In Pd XXII (56) Dante risponde a San Benedetto -siamo nel settimo cielo- e gli dice che il benevolo atteggiamento con cui è stato accolto ha aumentato la sua fiducia. La invitante espressione dipinta sul volto del santo lo ha fatto sbocciare, così come il sole fa sbocciare la rosa.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>E io a lui: «L’affetto che dimostri<br />
</i></b><b><i>meco parlando, e la buona sembianza<br />
</i></b><b><i>ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,<br />
</i></b><b><i>così m’ha dilatata mia fidanza,<br />
</i></b><b><i>come ‘l sol fa la rosa quando aperta<br />
</i></b><b><i>tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.</i></b></p>
<p>La rosa che esprime tutte le sue potenzialità alla luce della grazia.<br />
Ed ecco i versi che ho scelto per titolare questa conversazione. Canto XXIII (73), ottavo cielo, il cielo delle stelle fisse.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>«Perché la faccia mia sì t’innamora,<br />
</i></b><b><i>che tu non ti rivolgi al bel giardino<br />
</i></b><b><i>che sotto i raggi di Cristo s’infiora?</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino<br />
</i></b><b><i>carne si fece; quivi son li gigli<br />
</i></b><b><i>al cui odor si prese il buon cammino».</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli<br />
tutto era pronto, ancora mi rendei<br />
a la battaglia de’ debili cigli.</i></b></p>
<p>Beatrice rimprovera affettuosamente Dante. Il fatto che lui la guardi innamorato non lo deve distogliere dall’ammirare la molteplicità infinita delle visoni paradisiache. Qui è Maria, nel cui grembo si incarnò il Cristo. Il clima è rarefatto, grandioso, sospeso.<br />
E Dante lavora di enorme mestiere, a sua volta rapito e stordito. Mette insieme le litanie (Maria è rosa mistica) e la carnalità della gravidanza che ha salvato il mondo. È uno dei passaggi altissimi del poema.<br />
Che introduce alla rosa celeste, nell’Empireo. Dante vede una fiumana di luce folgorante. Ne scaturiscono gli angeli, simili a scintille che si posano sui fiori delle rive (sono i beati, immaginiamo di trovarci in un enorme anfiteatro in continua, brulicante, tumultuosa mutazione) e poi tornano nel fiume folgorante. Poco a poco il fiume di luce assume forma circolare. Una rosa immensa che si allarga sempre più fino alle ultime foglie che sono i seggi dei beati.<br />
Dante non si smarrisce. La rosa è ampia, dilatata in tutte le direzioni, ma lui, ormai cresciuto nelle sue potenzialità morali e intellettuali, riesce a percepirla nella sua infinita complessità, nella sua incredibile varietà. Siamo nell’Empireo e qui Dio governa direttamente, la legge naturale non esiste, parlare di distanza (e anche di tempo) non ha senso.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>E se l’infimo grado in sé raccoglie<br />
</i></b><b><i>sì grande lume, quanta è la larghezza<br />
</i></b><b><i>di questa rosa ne l’estreme foglie!</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza<br />
</i></b><b><i>non si smarriva, ma tutto prendeva<br />
</i></b><b><i>il quanto e ‘l quale di quella allegrezza.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Presso e lontano, lì, né pon né leva:<br />
ché dove Dio sanza mezzo governa,<br />
la legge natural nulla rileva.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Nel giallo de la rosa sempiterna,<br />
che si digrada e dilata e redole<br />
odor di lode al sol che sempre verna,</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>qual è colui che tace e dicer vole,<br />
mi trasse Bëatrice, e disse:<br />
….</i></b></p>
<p>Dante ci racconta, come solo lui sa fare, che siamo nell’eterno e nell’infinito. È il canto XXX (117 e 124),<br />
La descrizione diventa coreografia in tre dimensioni nell’incipit del canto seguente, il XXXI. Si celebrano le nozze di Cristo e della Chiesa, dunque l’abbraccio di Dio che racchiude l’umanità.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>In forma dunque di candida rosa<br />
</i></b><b><i>mi si mostrava la milizia santa<br />
</i></b><b><i>che nel suo sangue Cristo fece sposa;</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>ma l’altra, che volando vede e canta<br />
la gloria di colui che la ‘nnamora<br />
e la bontà che la fece cotanta,</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>sì come schiera d’ape che s’infiora<br />
una fïata e una si ritorna<br />
là dove suo laboro s’insapora,</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>nel gran fior discendeva che s’addorna<br />
di tante foglie, e quindi risaliva<br />
là dove ‘l süo amor sempre soggiorna.</i></b></p>
<p>Si noti quel poderoso accenno all’ape che torna all’alveare per depositarvi (Dante dice: farvi prendere sapore, addirittura delizioso) il frutto del suo lavoro. Non è casuale: qui urgono la terra, la vita degli uomini con i loro problemi. Serve ricordarlo. Le api non sono solo angeli, sono cibo, fame, dolcezza, lavoro, organizzazione, rumore, spazio percorso, pazienza infinita. Similitudine più pregnante non sarebbe possibile. E del resto Dante lo ha appreso bene dall’opera del suo maestro, Virgilio. L’Eneide e il famoso quarto libro delle Georgiche.<br />
Le ultime due occorrenze nel penultimo canto, il XXXII (15 e 120).<br />
Ancora per elencare qualcuno nell’immensa folla dei beati che popola la rosa. È san Bernardo a indicare.<br />
Ecco Eva, Rachele, Sara, Rebecca, Giuditta. E Ruth, la bisavola di Davide.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,<br />
</i></b><b><i>siede Rachel di sotto da costei<br />
</i></b><b><i>con Bëatrice, sì come tu vedi.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Sarra e Rebecca, Iudìt e colei<br />
che fu bisava al cantor che per doglia<br />
del fallo disse ‘Miserere mei’,</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>puoi tu veder così di soglia in soglia<br />
giù digradar, com’ io ch’a proprio nome<br />
vo per la rosa giù di foglia in foglia.</i></b></p>
<p><b><i><br />
</i></b>E poco più in là, quasi sulla soglia dell’ultimo atto, quello dell’entrata nel mistero divino.<br />
Bernardo mostra Adamo, il progenitore di coloro che hanno creduto in Cristo Venturo, e san Pietro. Li si potrebbe definire le radici della rosa stessa.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Quei due che seggon là sù più felici<br />
per esser propinquissimi ad Agusta,<br />
son d’esta rosa quasi due radici:</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>colui che da sinistra le s’aggiusta<br />
è il padre per lo cui ardito gusto<br />
l’umana specie tanto amaro gusta;</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>dal destro vedi quel padre vetusto<br />
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi<br />
raccomandò di questo fior venusto.</i></b></p>
<p>La rosa, insomma in tutti i suoi petali, con le sue spine. Le radici che non solo la nutrono ma anche la motivano e gli insetti che vi ronzano attorno.<br />
Una pluralità inestricabile di significati, in diacronia e sincronia.<br />
Però, proprio per questo, dirvi bene e compiutamente cosa sia una rosa, dal punto di vista letterario, non saprei e non so.<br />
Proprio per questa mia incapacità, permettetemi qualcuna delle variazioni di cui dicevo. Magari metto un po’ più a fuoco.<br />
Nel 1486, o giù di lì, Lorenzo de’ Medici compose un poemetto bucolico, il Corinto che canta l’amore non corrisposto del pastore Corinto per la ninfa Galatea. Galatea è Lucrezia Donati, gentildonna fiorentina amata da Lorenzo dei Medici. Non c’è più la campagna ruspante della Nencia da Barberino. Anzi, siamo all’idillio. Ai versi 163-185 Lorenzo parla del nostro fiore. È l’orto di Corinto su cui il pastore posa il suo sguardo.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Eranvi rose candide e vermiglie:<br />
</i></b><b><i>alcuna a foglia a foglia al sol si spiega;<br />
</i></b><b><i>stretta prima, poi par s’apra e scompiglie:</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>altra più giovanetta si dislega<br />
apena dalla boccia: eravi ancora<br />
chi le sue chiuse foglie all’aer niega:</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>altra cadendo, a piè il terreno infiora.</em></strong><br />
<strong><em>Così le vidi nascere e morire</em></strong><br />
<strong><em>e passar lor vaghezza in men d’un’ora.</em></strong></p>
<p>Le bellezza, aggressiva e struggente, che dura pochissimo.<br />
Gli fa eco Poliziano in <b><i>I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>I’ posi mente: quelle rose allora<br />
</em></strong><strong><em>mai non vi potre’ dir quant’eran belle:<br />
</em></strong><strong><em>quale scoppiava della boccia ancora;<br />
</em></strong><strong><em>qual’erano un po’ passe e qual novelle.<br />
</em></strong><strong><em>Amor mi disse allor: -Va’, cò’ di quelle<br />
</em></strong><strong><em>che più vedi fiorite in sullo spino.</em></strong></p>
<p>Dunque bisogna scegliere. La rosa più rosa, per così dire, è quella che, nel brevissimo acme della sua esistenza, esprime tutta la sua bellezza. E dopo la scelta</p>
<p style="text-align: center;"><b><i><br />
Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,<br />
quando è più bella, quando è più gradita,<br />
allora è buona a mettere in ghirlande,<br />
prima che sua bellezza sia fuggita:<br />
sicché, fanciulle, mentre è più fiorita,<br />
cogliàn la bella rosa del giardino.</i></b></p>
<p><b><i><br />
</i></b>E Ariosto, malizioso. Canto I del <b><i>Furioso</i></b> (42 e 43). Il rude Sacripante piange al pari di altri la perduta Angelica. La verginella, come la rosa, si conserva “sicura” sulla nativa spina per pochissimo tempo. Fino a quando, rimossa dal suo stelo, perde ogni attrattiva.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>La verginella è simile alla rosa,<br />
ch’in bel giardin su la nativa spina<br />
mentre sola e sicura si riposa,<br />
né gregge né pastor se le avicina;<br />
l’aura soave e l’alba rugiadosa,<br />
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:<br />
gioveni vaghi e donne inamorate<br />
amano averne e seni e tempie ornate.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Ma non sì tosto dal materno stelo</em></strong><br />
<strong><em> rimossa viene e dal suo ceppo verde,</em></strong><br />
<strong><em> che quanto avea dagli uomini e dal cielo</em></strong><br />
<strong><em> favor, grazia e bellezza, tutto perde.</em></strong><br />
<strong><em> La vergine che ‘i fior, di che più zelo</em></strong><br />
<strong><em> che de’ begli occhi e de la vita aver de’,</em></strong><br />
<strong><em> lascia altrui côrre, il pregio ch’avea inanti</em></strong><br />
<strong><em> perde nel cor di tutti gli altri amanti.</em></strong></p>
<p>E il celebre passaggio della <b><i>Liberata</i></b> tassiana (XVI, 14-15). Nel giardino di Armida, un pappagallo pronuncia l’elogio alla rosa.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>– Deh mira – egli cantò – spuntar la rosa<br />
</i></b><b><i>dal verde suo modesta e verginella,<br />
</i></b><b><i>che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,<br />
</i></b><b><i>quanto si mostra men, tanto è più bella.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i> Ecco poi nudo il sen già baldanzosa<br />
dispiega; ecco poi langue e non par quella,<br />
quella non par che desiata inanti<br />
fu da mille donzelle e mille amanti.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Così trapassa al trapassar d’un giorno</em></strong><br />
<strong><em> de la vita mortale il fiore e ‘l verde;</em></strong><br />
<strong><em> né perché faccia indietro april ritorno,</em></strong><br />
<strong><em> si rinfiora ella mai, né si rinverde.</em></strong><br />
<strong><em> Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno</em></strong><br />
<strong><em> di questo dì, che tosto il seren perde;</em></strong><br />
<strong><em> cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando</em></strong><br />
<strong><em> esser si puote riamato amando.</em></strong></p>
<p>Facciamo fatica a distinguere significato e significante. La rosa e la donna di cui è immagine. È già la dolente, sensuale sensibilità barocca. Afferma il senso della vanità della vita e della fuggevolezza del piacere.<br />
Gian Battista Marino nell’Adone ripropone il mito che attribuiva il rosso della rosa alla ferita di Venere ad opera di uno spino e al sangue che essa versa sui petali del fiore. La dea si innamora di Adone (III 156-157).</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Rosa, riso d’amor, del ciel fattura,<br />
</i></b><b><i>rosa del sangue mio fatta vermiglia,<br />
</i></b><b><i>pregio del mondo e fregio di natura,<br />
</i></b><b><i>della Terra e del Sol vergine figlia,<br />
</i></b><b><i>d’ogni ninfa e pastor delizia e cura,<br />
</i></b><b><i>onor dell’odorifera famiglia;<br />
</i></b><b><i>tu tien d’ogni beltà le palme prime,<br />
</i></b><b><i>sopra il vulgo de’ fior donna sublime.</i></b></p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Quasi in bel trono imperatrice altera<br />
siedi colà su la nativa sponda;<br />
Turba d’aure vezzosa e lusinghiera<br />
ti corteggia d’intorno e ti seconda;<br />
e di guardie pungenti armata schiera<br />
ti difende per tutto e ti circonda.<br />
E tu fastosa del tuo regio vanto,<br />
porti d’or la corona e d’ostro il manto.</i></b></p>
<p>E, un’ottava più in là (III 159) la rosa è sole in terra, come il sole è rosa in cielo.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Non superbisca ambizïoso il Sole<br />
</i></b><b><i>di trionfar fra le minori stelle,<br />
</i></b><b><i>che ancor tu fra i ligustri e le viole<br />
</i></b><b><i>scopri le pompe tue superbe e belle.<br />
</i></b><b><i>Tu sei con tue bellezze uniche e sole<br />
</i></b><b><i>splendor di queste piagge, egli di quelle.<br />
</i></b><b><i>Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,<br />
</i></b><b><i>tu Sole in terra ed egli rosa in cielo.</i></b></p>
<p>E solo la donna che abbia gote e labbra color della rosa potrà dirsi davvero bella (III 161).</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>E perch’a me d’un tal servigio ancora<br />
</i></b><b><i>qualche grata mercé render s’aspetta,<br />
</i></b><b><i>tu sarai sol tra quanti fiori ha Flora<br />
</i></b><b><i>la favorita mia, la mia diletta.<br />
</i></b><b><i>E qual donna più bella il mondo onora<br />
</i></b><b><i>io vo’ che tanto sol bella sia detta,<br />
</i></b><b><i>quant’ornerà del tuo color vivace<br />
</i></b><b><i>e le gote e le labra…</i></b></p>
<p>Chiudo.<br />
Lo faccio con un omaggio a Fabrizio De André in cui il tema della rosa spazia tra la sensualità mercenaria di Bocca di Rosa e la vita caduca e fragile di Marinella.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>La chiamavano Bocca di Rosa<br />
</i></b><b><i>…<br />
</i></b><b><i>metteva l’amore sopra ogni cosa.<br />
</i></b><b><i>Appena scese alla stazione<br />
</i></b><b><i>del paesino di Sant’Ilario<br />
</i></b><b><i>tutti si accorsero con uno sguardo<br />
</i></b><b><i>che non si trattava di un missionario.<br />
</i></b><b><i>C’e’ chi l’amore lo fa per noia<br />
</i></b><b><i>chi se lo sceglie per professione<br />
</i></b><b><i>Bocca di Rosa né l’uno né l’altro<br />
</i></b><b><i>lei lo faceva per passione.</i></b></p>
<p>Oppure.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Questa è la tua canzone Marinella<br />
</i></b><b><i>che sei volata in cielo su una stella<br />
</i></b><b><i>e come tutte le più belle cose<br />
</i></b><b><i>vivesti solo un giorno, come le rose.</i></b></p>
<p>Certo De Andrè ha in mente Guido Gozzano quando ricorda l’adolescenziale amore per una cocotte:</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Il mio sogno è nutrito d’abbandono,<br />
</i></b><b><i>di rimpianto. Non amo che le rose<br />
</i></b><b><i>che non colsi.</i></b></p>
<p>Il che non risolve il nodo misterioso del simbolo.<br />
Per tornare ai tempi di Dante, proviamo ad approdare nel 1327 (sei anni dopo la morte del poeta) in una abbazia benedettina dell’Italia del Nord. Raccontandocela, Umberto Eco dice esplicitamente (ma anche furbescamente) di non saper bene perché ha intitolato <b><i>Il nome della rosa</i></b> il suo primo romanzo. Tuttavia nell’ultima scena del film girato da Jean-Jacques Annaud, il novizio Adso da Melk, interpretato da Christian Slater, esclama di non conoscere il nome della rosa che ha amato furiosamente e convulsamente nelle cucine dell’abbazia. “Ma, ora che sono molto, molto vecchio, mi rendo conto che di tutti i volti che dal passato mi tornano alla mente, più chiaro di tutti vedo quello della fanciulla che ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo. Eppure, dell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, né seppi mai, il nome.”</p>
<p><b><i>Una rosa, è una rosa, è una rosa</i></b>, scrisse tautologicamente Gertrude Stein nel 1913 nel suo poema <b><i>Sacred Emily</i></b>. Non una banalità, ma la ricerca di forme assolute in un’epoca che sembra non rispettare nulla. Il fatto è che è difficile raccapezzarsi. Il verso della Stein è citato da Charlie Chaplin nel film <b><i>Luci della ribalta</i></b> (1952), da Aldous Huxley, in <b><i>The Pink Locust</i></b> di William Carlos Williams (1955), nel musical di Broadway <b><i>Bye Bye Birdie</i></b> scritto da Michael Stewart, Lee Adams e Charles Strouse (1960, adattato a film nel 1963 film). La rock band Henry Cow nel suo album di esordio canta una canzone ispirata a questo verso. Come il gruppo spagnolo flamenco-pop Mecano intona in coro <b><i>Una rosa es una rosa es una rosa </i></b>(1991, nell’album <b><i>Aidalai</i></b>).<br />
Insomma, da tutte le parti e riverberato da mille echi mi sento ripetere che la rosa è una rosa.<br />
E più in là non si va.<br />
Ma se una rosa è una rosa finisco per saperne ancora meno.<br />
E mi vedo costretto a dar ragione a un grande poeta come Giorgio Caproni che ci esorta con questi versi di <b><i>Concessione</i></b>, lirica che appartiene a una sua silloge del 1991, <b><i>Res Amissa</i></b>.</p>
<p style="text-align: center;"><b><i>Buttate pure via<br />
ogni opera in versi o in prosa.<br />
Nessuno è mai riuscito a dire<br />
Cos’è, nella sua essenza, una rosa.</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SANGUE PERFETTO, CHE POI NON SI BEVE</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2014 23:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi vari]]></category>

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		<description><![CDATA[(Purg. XXV, 37) GIOVEDÌ 9 MAGGIO 2013 GIORNATA DELLA DANTE ALIGHIERI di GIAN DOMENICO MAZZOCATO   Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto. (Inferno III, 67-69) Questa conversazione vuole anche essere una proposta di metodo. Una lettura di Dante per temi, per linee verticali. Può essere una buona idea anche per le lecturae Dantis che si fanno a scuola. Oggi ho scelto il tema del sangue, rintracciando tutte le volte che Dante usa questo termine nella Divina Commedia. Possiamo cominciare da una curiosità. Il termine ricorre in tutta l’opera dantesca ma mai nella Vita Nuova. Con i significati stretti e larghi che conserva ancora oggi. La vita, la morte, la discendenza e l’ascendenza (cioè i figli e gli avi). Dunque la continuità e la persistenza di una famiglia. Nel territorio in cui se ne radica il ceppo o, in contrapposizione, lontano da esso. Per esilio o fuga. Il sangue, come vedremo, è segnale prima ancora che simbolo di un comportamento violento. Dunque immagine fisica della crudeltà, dell’odio, della vendetta. Poi, sangue versato nelle guerre e nelle lotte civili (quest’ultimo davvero sangue che urla vendetta al cospetto di Dio). Dunque il sangue si collega alle pene con cui sono puniti molti fra i violenti. E il sangue per eccellenza, quello versato dal Cristo, per fare della Chiesa la propria sposa. Un cenno particolare meritano le teorie scientifiche in auge ai tempi di Dante che legano al sangue il fenomeno della generazione e dunque della stessa continuità della specie umana e delle specie animali. San Tommaso parla nella Summa Theologica di un sangue più puro, per così dire più raffinato da una particolare elaborazione da parte degli organi corporali, che è destinato a confluire nel concepimento di una nuova vita: (sanguis) qui digestione quadam est praeparatus ad conceptum, quasi purior et perfectior alio sanguine (Summa Theologica III, 31, 5, ad 3). Dice anche: femina ad conceptionem prolis materiam ministrat ex qua naturaliter corpus prolis formatur (III, 32, 4, 3). Sono enunciati piuttosto generici e grossolani ma Dante aveva studiato le quattro digestiones che il sangue subisce nello stomaco, nel fegato, nel cuore e nelle singole membra nel Qānūn fī l-ṭibb del filosofo, matematico e fisico persiano Ibn Sinā, alias Abū ‘Alī al-Husayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina che l’Occidente conosce col nome di Avicenna e che visse tra il 980 e il 1037. Il libro (tradotto non sappiamo bene da chi, forse da Gerardo da Cremona, forse da Gerardo da Sabioneta) era noto a Dante col titolo di Liber canonis medicinae. Libro importante perché sarà il manuale medico più seguito fino al 1700. Per dire. Vi si esaminano le malattie contagiose e le malattie trasmesse tramite i rapporti sessuali, si parla di utilizzo dei test clinici, si affaccia l’ipotesi, evidentemente non sostenibile da adeguati strumenti scientifici, dell’esistenza di microrganismi. Stazio, nel XXV del Purgatorio, quando discute sull’origine dell’anima umana, parla di sangue perfetto (che abbiamo assunto come titolo di questa conversazione) e allude proprio a queste dottrine. Il sangue perfetto è quello che esce dal fegato depurato delle superfluità acquose per andarsi a raccogliere nel cuore. Qui, come leggo nell’enciclopedia dantesca della Treccani, subisce la terza digestio e di qui trasmette nelle membra la virtù informativa che presiede all’assimilazione. Nelle membra il sangue subisce la quarta e ultima digestio grazie alla quale le parti più sottili ed elette del sangue vanno a nutrire i membra radicalia cioè gli organi fondamentali. Da ciò che resta del sangue da questa quarta digestio si genera lo sperma. Il sangue giunge fino ai vasi seminali divenendo bianco da rosso che era e pronto alla generazione. Di qui stilla nella matrice della donna unendosi al sanguis menstruus e dando origine all’embrione. Dante traduce in versi così, affidandosi alle parole del poeta Stazio. Siamo nel canto VII del Purgatorio (seconda cornice, dove i lussuriosi camminano tra le fiamme, segno del peccato che li infiammò e bruciò in vita).  Sangue perfetto, che poi non si beve da l’assetate vene, e si rimane quasi alimento che di mensa leve, prende nel core a tutte membra umane virtute informativa, come quello ch’a farsi quelle per le vene vane. Ancor digesto, scende ov’è più bello tacer che dire; e quindi poscia geme sovr’altrui sangue in natural vasello. Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, l’un disposto a patire, e l’altro a fare per lo perfetto loco onde si preme; e, giunto lui, comincia ad operare coagulando prima, e poi avviva ciò che per sua matera fé constare.                      (Purgatorio XXV, 37-51) Il termine sangue ricorre complessivamente 47 volte nella Divina Commedia, 54 volte se si tiene conto delle parole derivate. 20 volte nell’Inferno cui bisogna aggiungere il sanguigno con cui Francesca racconta il suo dramma; il sanguinenti del canto dei suicidi con riferimento alle rotture del cespuglio; il sanguinoso mucchio con riferimento al massacro di Francesi compiuto dagli abitanti di Forlì; e infine la sanguinosa bava che riga assieme alle lacrime i tre mostruosi volti di Lucifero. Il termine occorre 17 volte nel Purgatorio. Inoltre abbiamo sanguinando, usato con grande forza in accezione transitiva, quando Bonconte di Montefeltro bagna col suo sangue il campo dopo la battaglia di Campaldino; il sanguinoso con riferimento al comportamento di Fulcieri da Calboli che fu podestà a Firenze nel 1303 e si fece strumento delle vendette dei Neri contro i Bianchi E 10 sono infine le occorrenze nel Paradiso cui aggiungiamo l’affettuoso sanguis meus con cui Cacciaguida saluta il suo discendente Dante nel XV canto. Potremmo osservare, anche se il dato è in sé poco significativo, che il termine dirada le sue occorrenze mano a mano che ci si allontana dalla terra e dal suo pesante fardello di peccato. Potremmo anche aggiungere che in Paradiso, pur essendoci, come detto, 10 occorrenze soltanto, troviamo anche un passaggio in cui il termine occorre ben tre volte in pochi versi con effetti di senso davvero notevoli. È rima difficile. Tanto è vero che troviamo il termine a fine verso in If VII, 80 dove rima con langue e angue; in Pd XVI, rima soltanto e ancora con langue. E ora andiamo ad esaminare qualcuno di questi luoghi. Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto. (Inferno III, 67-69) La nostra parola fa il suo esordio nel canto III dell’Inferno, il canto che ha il suo incipit nelle parole dure che Dante vede scritte sulla porta dell’Inferno. Siamo tra gli ignavi e il poeta vuole sottolineare la brutalità del luogo e, in qualche modo, far capire quale lettura ci si appresta ad affrontare. Vedrà il lettore dolori immondi, pene incredibili, pene infinite, frantumazioni della immagine (positiva o negativa che sia) di cui i personaggi hanno goduto nella loro vita terrena. Ecco dunque le vespe e i mosconi che tormentano la turba in movimento dei dannati costretti ad inseguire l’insegna e la bandiera, come mai avevano voluto o potuto fare in vita. E quelli a me: «Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione.                                   (Inferno VI, 64-66) Qui il termine viene usato nel significato concretissimo di “scontro decisivo” e si trova al centro di una terzina che vuole raccontare il degrado e lo stravolgimento del mondo. Siamo nel VI canto, il cerchio dei golosi e il canto politico, come in ognuna delle tre cantiche. Chi parla è il misterioso Ciacco. Misterioso perché non sappiamo chi egli sia (è probabile che non sia il Ciacco dell’Anguillaia di cui ci parla Boccaccio in Decameron IX, 8) e nemmeno che origine abbia il suo nome (Ciacco è forse il corrispettivo del francese Jacques ma non lo possiamo affermare con certezza). Ebbene Ciacco profetizza lo scontro tra Bianchi e Neri. Tra Cerchi (chiamati “selvaggi” perché sono di origine rurale, contadini inurbati, una delle cause del peggioramento sociale in Firenze come dice spesso Dante) e Donati sarà lotta aperta e i primi cacceranno i secondi. Si allude ad uno scontro avvenuto il primo di maggio del 1300 dopo il quale la situazione diventerà ingovernabile e precipiterà. Similemente a li splendor mondani ordinò general ministra e duce che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d’uno in altro sangue, oltre la difension d’i senni umani;                         (Inferno VII, 77-81) Canto VII, Dante e Virgilio scendono nel quarto cerchio dove avari e prodighi spingono pesi enormi facendoli rotolare col petto. Sono divisi in due schiere che, quando si incontrano, si ricoprono di ingiurie rinfacciandosi gli uni gli altri le colpe commesse. Fatica vana la loro, così come in terra erano state fatiche vane l’accumulo da una parte e lo sperpero dall’altra. In questo contesto Virgilio spiega a Dante che cosa sia la Fortuna. È lei, ministra del volere di Dio, che trasferisce i beni inconsistenti da un popolo all’altro, da una famiglia all’altra senza che l’uomo vi si possa opporre. Dunque ancora un’accezione nuova del nostro termine. Qui sta per “casata”, “dinastia”. Invece nel canto IX, “sangue” va oltre il proprio significato preciso e sta soprattutto come connotazione coloristica, volutamente brutale e degradata. “Animalesca” sarebbe il termine esatto. È il sesto cerchio, quello degli eresiarchi, e i nostri due mistici viandanti sono nei pressi delle porte della città di Dite. All’improvviso Dante vede una torre sulla cui cima si agitano tre furie infernali, sono le Erinni cui la gerarchia infernale affida la custodia di quelle porte. Sono le dee della vendetta e della discordia. Il sangue qui è una sorta di belletto, di unguento spalmato sul volto. E altro disse, ma non l’ho a mente; però che l’occhio m’avea tutto tratto ver’ l’alta torre a la cima rovente, dove in un punto furon dritte ratto tre furie infernal di sangue tinte, che membra feminine avieno e atto, e con idre verdissime eran cinte;                        (Inferno IX, 34-40) Il sangue si fa fiume. Canto XII, settimo cerchio, primo girone. Nei flutti rossi e ribollenti del Flegetonte, sono immersi i violenti contro il prossimo. In vita sparsero il sangue altrui, ora vi nuotano, vi annaspano, vi soffocano. Se cercano di uscirne sono bersagliati dalle frecce dei centauri. Anche qui degrado orribile, cui concorre la presenza dei centauri stessi, mezzi uomini e mezze bestie, rappresentazione corporea della violenza. Questo sangue, che invade il panorama e l’orizzonte, torna più e più volte nel canto. Una rappresentazione quasi feroce che si conclude con il guado di questo fiume orribile.  Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per violenza in altrui noccia».                                      (Inferno XII, 46-48)  Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille».                                    (Inferno XII, 73-75)  Io vidi gente sotto infino al ciglio; e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.                                 (Inferno XII, 103-105)  Così a più a più si facea basso quel sangue, sì che cocea pur li piedi; e quindi fu del fosso il nostro passo.                         (Inferno XII, 124-126)  Rappresentazione di rara potenza nel canto XIII. E anche qui l’esplorazione di un lato nuovo, di un aspetto inedito della nostra parola. Siamo tra i suicidi. E, ricordate?, su invito di Virgilio che gli dice “devi farlo tu perché se te lo racconto io tu non potresti mai crederci”, Dante allunga una mano e spezza il ramo di un pruno. Non stilla resina, non cola linfa. Esce sangue ed escono parole. Dunque sangue come misteriosa linfa di quel suicida che ha rinunciato al suo corpo ed ora è abbassato ad una forma di vita inferiore. E sangue come prodromo della parola. Siamo davanti, io credo, ad una delle tante immagini cristologiche disseminate qua e là da Dante. Sangue versato e parola che rivela sono un tuttuno. Allor porsi la mano un poco avante, e colsi un ramicel da un gran pruno; e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno?                             (Inferno XIII, 31-36) E poco più in là, con simbologia cristologica ancora più evidente: Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme.                              (Inferno XIII, 40-45) Verso la conclusione del canto ancora una associazione di sangue e parola: Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo, disse «Chi fosti, che per tante punte soffi con sangue doloroso sermo?».                        (Inferno XIII, 136-138) Nel canto XVII (settimo cerchio, terzo girone) parlando degli usurai, Dante cita un fiorentino della famiglia ghibellina degli Obriachi che individua con lo stemma impresso sulla borsa: un’oca bianca. Ma quella borsa è rossa. Non sarà solo il colore, certo, ma anche il sangue spremuto dagli strozzini alle loro vittime. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, vidine un’altra come sangue rossa, mostrando un’oca bianca più che burro.                                      (Inferno XVII, 61-63) Sangue come sede dei sentimenti, come veicolo delle emozioni. E forse anche come termometro delle emozioni stesse. Canto XXIV (ottavo cerchio, settima bolgia). Qui sono puniti i ladri, costretti a stare in mezzo ai serpenti, immagine della loro natura subdola. Anzi, i serpenti li avviluppano e li legano. Spettacolo così schifoso che a Dante si sciupa il sangue. Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa. (Inferno XXIV,78-84) Il canto XXVIII si apre con un piccolo enigma. Dante ci preannuncia sangue e piaghe. Sembra un normale panorama di pene infernali. Invece scopriremo presto che anche qui ferite e sangue si caricano di un significato ulteriore. Qui sono puniti i seminatori di discordie. Discordie religiose e dunque promotori di scismi; discordie politiche e dunque iniziatori di guerre civili. E allora quelle lacerazioni sono immagine stessa del male compiuto in vita, delle separazioni provocate. Come se non bastasse un demonio infierisce con la spada e riapre in continuazione le ferite.  Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?                           (Inferno XXVIII, 1-3) Più in là, nello spasimo delle mutilazioni, urla Mosca dei Lamberti. Il quale consigliò alla famiglia degli Amidei di rispondere ad un torto subito uccidendo Buondelmonte dei Buondelmonti. Evento da cui nacquero lotte tra famiglie che si propagarono per decenni. In quell’occasione Mosca tagliò corto dicendo che una cosa, una volta compiuta, il suo scopo lo raggiunge sempre.  E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, levando i moncherin per l’aura fosca, sì che ‘l sangue facea la faccia sozza, gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca».                 (Inferno XXVIII, 103-108) Sangue e Purgatorio. Sentiamo (canto V, antipurgatorio, schiera dei negligenti morti di morte violenta) l’emozionante racconto di Jacopo del Cassero, il nobile guelfo di Fano che fu vittima delle vendette di Azzo VIII, signore di Ferrara. I sicari dell’estense lo raggiunsero a Oriago, vicino a Mira, mentre era in viaggio verso Milano dove avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di podestà. Il movimento è drammatico. Un assassinato che riferisce in presa diretta la propria morte. Quindi fu’ io; ma li profondi fóri ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea, fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, là dov’io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che m’avea in ira assai più là che dritto non volea. Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, ancor sarei di là dove si spira.                (Purgatorio V, 73-81) Il sangue in sul quale io sedea: ricordiamoci che è un anima che sta parlando. Quando dice “io”, vuol dire “io, anima”. Dunque il sangue in cui l’anima di Jacopo, sedea, aveva sede, cioè. E qui “sangue ” sta a dire ancora qualcosa di diverso. È il principio vitale, la vita stessa che fugge dalle ferite che gli sono inferte. Subito dopo, con movimento analogo, Buonconte di Montefeltro, ghibellino di Arezzo, racconta la propria morte avvenuta durante la battaglia di Campaldino, cui probabilmente partecipò lo stesso Dante. Siamo alla confluenza del torrente Archiano nell’Arno, cioè dove il suo nome diventa vano. Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano, arriva’ io forato ne la gola, fuggendo a piede e sanguinando il piano. Quivi perdei la vista e la parola nel nome di Maria fini’, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola.                   (Purgatorio V, 73-81) Torna il foro, lo sgorgare del sangue e si aggiunge quella immagine da brivido, della carne che rimane sola, abbandonata cioè dall’anima. Nel canto VI troviamo “sangue” nell’accezione di discendenza. Annoto che è forse questa l’accezione più frequente. I personaggi parlano del proprio sangue e vogliono indicare i propri discendenti, gli eredi. In senso ampio, la famiglia. È l’invettiva di Dante che mena colpi duri sia al papato che all’impero per la disastrosa situazione politica e sociale. Si rivolge ad Alberto d’Asburgo eletto imperatore nel 1298 e ucciso nel 1308 da Giovanni duca di Svevia, rimproverandogli di non aver mai voluto scendere in Italia. O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!                                 (Purgatorio VI, 97-102) Simmetricamente nella prima cornice, dove si muovono lentamente i superbi gravati da pesi enormi, “sangue” vale ascendenza, antenati della propria famiglia. Parla Omberto Aldobrandeschi, esponente di una potente famiglia grossetana. Era morto nel 1259 forse a Campagnatico combattendo contro i senesi, forse ucciso da sicari sempre di provenienza senese. Il tema dell’antico sangue.  Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se ‘l nome suo già mai fu vosco. L’antico sangue e l’opere leggiadre d’i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre, ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante, ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno e sallo in Campagnatico ogne fante.                        (Purgatorio XI, 58-66) E tra gli esempi di superbia punita , scolpiti su lastre di marmo su cui Dante e Virgilio camminano, ecco la scena truculenta di Tamiri, la regina degli Sciti che uccise Ciro re di Persia per vendicare il proprio figlio. Ne gettò il capo mozzo in un otre pieno di sangue. Qui diventa strumento e anche immagine ed emblema di una selvaggia vendetta. Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio che fé Tamiri, quando disse a Ciro: «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».                                (Purgatorio XII, 55-57) Nel canto XIV (seconda cornice dove gli invidiosi si reggono a vicenda e hanno gli occhi cuciti da filo di ferro) affiora il tema del sangue brullo, cioè del degrado e della decadenza delle grandi famiglie, da cui non germogliano più virtù, buoni progetti e buon agire. Parla Guido del Duca, della famiglia ghibellina che dominava Bertinoro, e presenta il suo compagno Rinieri di Calboli, podestà guelfo di Parma. Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore de la casa da Calboli, ove nullo fatto s’è reda poi del suo valore. E non pur lo suo sangue è fatto brullo, tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno, del ben richesto al vero e al trastullo; ché dentro a questi termini è ripieno di venenosi sterpi, sì che tardi per coltivare omai verrebber meno.                      (Purgatorio XIV, 88-96) Il sangue, il sangue tout court, il sangue per definizione è quello del Cristo, versato per sposare la Chiesa, versato per salvare l’umanità. Ed è anche il sangue che Giuda vende ai carnefici del Cristo. Incontriamo (canto XXI, quinta cornice dove avari e prodighi giacciono bocconi, mani e piedi legati in punizione per non aver usato il proprio corpo a fin di bene) il poeta Stazio, l’autore della Tebaide e dell’Achilleide, che presenta sé stesso. Tra parentesi, qui ci imbattiamo in uno degli errori gravissimi di Dante che attribuisce origini tolosane a Stazio che invece era di Napoli. Era invece di Tolosa Stazio, il retore.  «Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto del sommo rege, vendicò le fóra ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto, col nome che più dura e più onora era io di là», rispuose quello spirto, «famoso assai, ma non con fede ancora. Tanto fu dolce mio vocale spirto, che, tolosano, a sé mi trasse Roma, dove mertai le tempie ornar di mirto. Stazio la gente ancor di là mi noma: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma.                          (Purgatorio XXI, 82-93) Infine il Paradiso. Paradiso sì, ma il sangue tiene tutta la sua valenza di ruvido contatto con la realtà. Il sangue del nemico, il sangue versato in battaglia, in altri termini la morte violenta, la contrapposizione e la crudeltà. Tanto sangue, così copioso che non si potrebbe misurare. È il sangue versato dal malvagio vescovo di Feltre Alessandro Novello, un trevigiano, che nel 1314 consegnò al vicario angioino e pontificio di Ferrara alcuni fuoriusciti ferraresi che furono decapitati. Si trattava di ghibellini che si erano rivolti a lui chiedendo asilo politico, ricevendone invece un brutale tradimento. Parole di Cunizza da Romano, la sorella di Ezzelino. Piangerà Feltro ancora la difalta de l’empio suo pastor, che sarà sconcia sì, che per simil non s’entrò in malta. Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi ‘l pesasse a oncia a oncia, che donerà questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese.                        (Paradiso IX, 52-60) In questo stesso canto Folchetto di Marsiglia parla della propria nascita e la perifrasi con cui indica la città in cui è nato, cioè Marsiglia, ha al proprio centro una immagine di sangue. Il riferimento è alla strage compiuta dal cesariano Bruto, dopo un lungo assedio e un terribile saccheggio. Questa memoria e la fotografia di un’intera insenatura invasa e fatta calda dal sangue versato, è funzionale alla descrizione del personaggio, tutta in bianco e nero, a contrasti forti. Dapprima trovatore di grande fama, nel 1205 Folchetto diviene addirittura vescovo di Tolosa ed è poi uno dei capi della cruentissima crociata contro gli albigesi del 1231. Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond’io fui, che fé del sangue suo già caldo il porto. Folco mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio; e questo cielo di me s’imprenta, com’io fe’ di lui; ché più non arse la figlia di Belo, noiando e a Sicheo e a Creusa, di me, infin che si convenne al pelo; né quella Rodopea che delusa fu da Demofoonte, né Alcide quando Iole nel core ebbe rinchiusa.                            (Paradiso IX, 91-102) Ed ecco il tema, portante nel Paradiso anche se già annunciato precedentemente, del sangue sponsale. Matrimonio difficile perché la sposa, la Chiesa, degenera spesso. Si prostituisce, si distrae, perde di vista i propri scopi. E allora, con il linguaggio tipico dei mistici (diletto, sposa, alte grida, disposò e, appunto, sangue) ecco l’annuncio dei due principi che Dio manda sulla terra per fondare due ordini che saranno traccia da seguire, colonna e pilastro, strada maestra: Francesco e Domenico.  La provedenza, che governa il mondo con quel consiglio nel quale ogne aspetto creato è vinto pria che vada al fondo, però che andasse ver’ lo suo diletto la sposa di colui ch’ad alte grida disposò lei col sangue benedetto, in sé sicura e anche a lui più fida, due principi ordinò in suo favore, che quinci e quindi le fosser per guida. L’un fu tutto serafico in ardore; l’altro per sapienza in terra fue di cherubica luce uno splendore. De l’un dirò, però che d’amendue si dice l’un... ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><b><i>(Purg. XXV, 37)</i></b></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><strong><span style="font-family: times new roman,times; font-size: small;">GIOVEDÌ 9 MAGGIO 2013<br />
GIORNATA DELLA DANTE ALIGHIERI</span></strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #000000;"><b><i><span style="font-size: medium;">di</span><br />
</i></b><span style="font-size: large;"><b><i>G</i></b></span><b><i>IAN </i></b><span style="font-size: large;"><b><i>D</i></b></span><b><i>OMENICO </i></b><span style="font-size: large;"><b><i>M</i></b></span><b><i>AZZOCATO</i></b></span></p>
<p> <img class="alignleft" alt="ignavi" src="http://www.giandomenicomazzocato.it/wp-content/uploads/2013/05/ignavi.jpg" width="502" height="197" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Elle rigavan lor di sangue il volto,<br />
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi<br />
da fastidiosi vermi era ricolto.<br />
(Inferno III, 67-69)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa conversazione vuole anche essere una proposta di metodo. Una lettura di Dante per temi, per linee verticali. Può essere una buona idea anche per le <i>lecturae Dantis</i> che si fanno a scuola. Oggi ho scelto il tema del sangue, rintracciando tutte le volte che Dante usa questo termine nella Divina Commedia. Possiamo cominciare da una curiosità. Il termine ricorre in tutta l’opera dantesca ma mai nella Vita Nuova. Con i significati stretti e larghi che conserva ancora oggi. La vita, la morte, la discendenza e l’ascendenza (cioè i figli e gli avi). Dunque la continuità e la persistenza di una famiglia. Nel territorio in cui se ne radica il ceppo o, in contrapposizione, lontano da esso. Per esilio o fuga. Il sangue, come vedremo, è segnale prima ancora che simbolo di un comportamento violento. Dunque immagine fisica della crudeltà, dell’odio, della vendetta. Poi, sangue versato nelle guerre e nelle lotte civili (quest’ultimo davvero sangue che urla vendetta al cospetto di Dio). Dunque il sangue si collega alle pene con cui sono puniti molti fra i violenti. E il sangue per eccellenza, quello versato dal Cristo, per fare della Chiesa la propria sposa. Un cenno particolare meritano le teorie scientifiche in auge ai tempi di Dante che legano al sangue il fenomeno della generazione e dunque della stessa continuità della specie umana e delle specie animali. San Tommaso parla nella <i>Summa Theologica</i> di un sangue più puro, per così dire più raffinato da una particolare elaborazione da parte degli organi corporali, che è destinato a confluire nel concepimento di una nuova vita: <b><i>(sanguis) qui digestione quadam est praeparatus ad conceptum, quasi purior et perfectior alio sanguine</i></b> (<i>Summa Theologica</i> III, 31, 5, ad 3). Dice anche: <b><i>femina ad conceptionem prolis materiam ministrat ex qua naturaliter corpus prolis formatur</i></b> (III, 32, 4, 3). Sono enunciati piuttosto generici e grossolani ma Dante aveva studiato le quattro <i>digestiones </i>che il sangue subisce nello stomaco, nel fegato, nel cuore e nelle singole membra nel <i>Qānūn fī l-ṭibb</i> del filosofo, matematico e fisico persiano Ibn Sinā, alias Abū ‘Alī al-Husayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina che l’Occidente conosce col nome di Avicenna e che visse tra il 980 e il 1037. Il libro (tradotto non sappiamo bene da chi, forse da Gerardo da Cremona, forse da Gerardo da Sabioneta) era noto a Dante col titolo di <i>Liber canonis medicinae</i>. Libro importante perché sarà il manuale medico più seguito fino al 1700. Per dire. Vi si esaminano le malattie contagiose e le malattie trasmesse tramite i rapporti sessuali, si parla di utilizzo dei test clinici, si affaccia l’ipotesi, evidentemente non sostenibile da adeguati strumenti scientifici, dell’esistenza di microrganismi. Stazio, nel XXV del Purgatorio, quando discute sull’origine dell’anima umana, parla di <i>sangue perfetto</i> (che abbiamo assunto come titolo di questa conversazione) e allude proprio a queste dottrine. Il sangue perfetto è quello che esce dal fegato depurato delle superfluità acquose per andarsi a raccogliere nel cuore. Qui, come leggo nell’enciclopedia dantesca della Treccani, subisce la terza <i>digestio</i> e di qui trasmette nelle membra la virtù informativa che presiede all’assimilazione. Nelle membra il sangue subisce la quarta e ultima <i>digestio</i> grazie alla quale le parti più sottili ed elette del sangue vanno a nutrire i <i>membra radicalia</i> cioè gli organi fondamentali. Da ciò che resta del sangue da questa quarta <i>digestio</i> si genera lo sperma. Il sangue giunge fino ai vasi seminali divenendo bianco da rosso che era e pronto alla generazione. Di qui stilla nella matrice della donna unendosi al <i>sanguis menstruus</i> e dando origine all’embrione. Dante traduce in versi così, affidandosi alle parole del poeta Stazio. Siamo nel canto VII del Purgatorio (seconda cornice, dove i lussuriosi camminano tra le fiamme, segno del peccato che li infiammò e bruciò in vita). </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Sangue perfetto, che poi non si beve<br />
</i></b><b><i>da l’assetate vene, e si rimane<br />
</i></b><b><i>quasi alimento che di mensa leve,<br />
</i></b><b><i>prende nel core a tutte membra umane<br />
</i></b><b><i>virtute informativa, come quello<br />
</i></b><b><i>ch’a farsi quelle per le vene vane.<br />
</i></b><b><i>Ancor digesto, scende ov’è più bello<br />
</i></b><b><i>tacer che dire; e quindi poscia geme<br />
</i></b><b><i>sovr’altrui sangue in natural vasello.<br />
</i></b><b><i>Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,<br />
</i></b><b><i>l’un disposto a patire, e l’altro a fare<br />
</i></b><b><i>per lo perfetto loco onde si preme;<br />
</i></b><b><i>e, giunto lui, comincia ad operare<br />
</i></b><b><i>coagulando prima, e poi avviva<br />
</i></b><b><i>ciò che per sua matera fé constare.<br />
</i></b><b><i>                     (Purgatorio XXV, 37-51)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Il termine sangue ricorre complessivamente 47 volte nella Divina Commedia, 54 volte se si tiene conto delle parole derivate. 20 volte nell’Inferno cui bisogna aggiungere il <i>sanguigno</i> con cui Francesca racconta il suo dramma; il <i>sanguinenti</i> del canto dei suicidi con riferimento alle rotture del cespuglio; il <i>sanguinos</i>o mucchio con riferimento al massacro di Francesi compiuto dagli abitanti di Forlì; e infine la sanguinosa bava che riga assieme alle lacrime i tre mostruosi volti di Lucifero. Il termine occorre 17 volte nel Purgatorio. Inoltre abbiamo <i>sanguinando</i>, usato con grande forza in accezione transitiva, quando Bonconte di Montefeltro bagna col suo sangue il campo dopo la battaglia di Campaldino; il <i>sanguinoso</i> con riferimento al comportamento di Fulcieri da Calboli che fu podestà a Firenze nel 1303 e si fece strumento delle vendette dei Neri contro i Bianchi E 10 sono infine le occorrenze nel Paradiso cui aggiungiamo l’affettuoso <i>sanguis meus</i> con cui Cacciaguida saluta il suo discendente Dante nel XV canto. Potremmo osservare, anche se il dato è in sé poco significativo, che il termine dirada le sue occorrenze mano a mano che ci si allontana dalla terra e dal suo pesante fardello di peccato. Potremmo anche aggiungere che in Paradiso, pur essendoci, come detto, 10 occorrenze soltanto, troviamo anche un passaggio in cui il termine occorre ben tre volte in pochi versi con effetti di senso davvero notevoli. È rima difficile. Tanto è vero che troviamo il termine a fine verso in If VII, 80 dove rima con <i>langue</i> e <i>angue</i>; in Pd XVI, rima soltanto e ancora con <i>langue</i>. E ora andiamo ad esaminare qualcuno di questi luoghi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Elle rigavan lor di sangue il volto,<br />
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi<br />
da fastidiosi vermi era ricolto.<br />
(Inferno III, 67-69)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">La nostra parola fa il suo esordio nel canto III dell’Inferno, il canto che ha il suo incipit nelle parole dure che Dante vede scritte sulla porta dell’Inferno. Siamo tra gli ignavi e il poeta vuole sottolineare la brutalità del luogo e, in qualche modo, far capire quale lettura ci si appresta ad affrontare. Vedrà il lettore dolori immondi, pene incredibili, pene infinite, frantumazioni della immagine (positiva o negativa che sia) di cui i personaggi hanno goduto nella loro vita terrena. Ecco dunque le vespe e i mosconi che tormentano la turba in movimento dei dannati costretti ad inseguire l’insegna e la bandiera, come mai avevano voluto o potuto fare in vita.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i></i></b><b><i>E quelli a me: «Dopo lunga tencione<br />
</i></b><b><i>verranno al sangue, e la parte selvaggia<br />
</i></b><b><i>caccerà l’altra con molta offensione.<br />
</i></b><b><i>                                  (Inferno VI, 64-66)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b>Qui il termine viene usato nel significato concretissimo di “scontro decisivo” e si trova al centro di una terzina che vuole raccontare il degrado e lo stravolgimento del mondo. Siamo nel VI canto, il cerchio dei golosi e il canto politico, come in ognuna delle tre cantiche. Chi parla è il misterioso Ciacco. Misterioso perché non sappiamo chi egli sia (è probabile che non sia il Ciacco dell’Anguillaia di cui ci parla Boccaccio in Decameron IX, 8) e nemmeno che origine abbia il suo nome (Ciacco è forse il corrispettivo del francese Jacques ma non lo possiamo affermare con certezza). Ebbene Ciacco profetizza lo scontro tra Bianchi e Neri. Tra Cerchi (chiamati “selvaggi” perché sono di origine rurale, contadini inurbati, una delle cause del peggioramento sociale in Firenze come dice spesso Dante) e Donati sarà lotta aperta e i primi cacceranno i secondi. Si allude ad uno scontro avvenuto il primo di maggio del 1300 dopo il quale la situazione diventerà ingovernabile e precipiterà.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Similemente a li splendor mondani<br />
</i></b><b><i>ordinò general ministra e duce<br />
</i></b><b><i>che permutasse a tempo li ben vani<br />
</i></b><b><i>di gente in gente e d’uno in altro sangue,<br />
</i></b><b><i>oltre la difension d’i senni umani;<br />
</i></b><b><i>                        (Inferno VII, 77-81)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b>Canto VII, Dante e Virgilio scendono nel quarto cerchio dove avari e prodighi spingono pesi enormi facendoli rotolare col petto. Sono divisi in due schiere che, quando si incontrano, si ricoprono di ingiurie rinfacciandosi gli uni gli altri le colpe commesse. Fatica vana la loro, così come in terra erano state fatiche vane l’accumulo da una parte e lo sperpero dall’altra. In questo contesto Virgilio spiega a Dante che cosa sia la Fortuna. È lei, ministra del volere di Dio, che trasferisce i beni inconsistenti da un popolo all’altro, da una famiglia all’altra senza che l’uomo vi si possa opporre. Dunque ancora un’accezione nuova del nostro termine. Qui sta per “casata”, “dinastia”. Invece nel canto IX, “sangue” va oltre il proprio significato preciso e sta soprattutto come connotazione coloristica, volutamente brutale e degradata. “Animalesca” sarebbe il termine esatto. È il sesto cerchio, quello degli eresiarchi, e i nostri due mistici viandanti sono nei pressi delle porte della città di Dite. All’improvviso Dante vede una torre sulla cui cima si agitano tre furie infernali, sono le Erinni cui la gerarchia infernale affida la custodia di quelle porte. Sono le dee della vendetta e della discordia. Il sangue qui è una sorta di belletto, di unguento spalmato sul volto.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>E altro disse, ma non l’ho a mente;<br />
</i></b><b><i>però che l’occhio m’avea tutto tratto<br />
</i></b><b><i>ver’ l’alta torre a la cima rovente,<br />
</i></b><b><i>dove in un punto furon dritte ratto<br />
</i></b><b><i>tre furie infernal di sangue tinte,<br />
</i></b><b><i>che membra feminine avieno e atto,<br />
</i></b><b><i>e con idre verdissime eran cinte;<br />
</i></b><b><i>                       (Inferno IX, 34-40)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b>Il sangue si fa fiume. Canto XII, settimo cerchio, primo girone. Nei flutti rossi e ribollenti del Flegetonte, sono immersi i violenti contro il prossimo. In vita sparsero il sangue altrui, ora vi nuotano, vi annaspano, vi soffocano. Se cercano di uscirne sono bersagliati dalle frecce dei centauri. Anche qui degrado orribile, cui concorre la presenza dei centauri stessi, mezzi uomini e mezze bestie, rappresentazione corporea della violenza. Questo sangue, che invade il panorama e l’orizzonte, torna più e più volte nel canto. Una rappresentazione quasi feroce che si conclude con il guado di questo fiume orribile.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia<br />
</i></b><b><i>la riviera del sangue in la qual bolle<br />
</i></b><b><i>qual che per violenza in altrui noccia».<br />
</i></b><b><i>                                     (Inferno XII, 46-48)</i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b><b><i>Dintorno al fosso vanno a mille a mille,<br />
</i></b><b><i>saettando qual anima si svelle<br />
</i></b><b><i>del sangue più che sua colpa sortille».<br />
</i></b><b><i>                                   (Inferno XII, 73-75)</i></b><b><i> </i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Io vidi gente sotto infino al ciglio;<br />
</i></b><b><i>e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni<br />
</i></b><b><i>che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.<br />
</i></b><b><i>                                (Inferno XII, 103-105)</i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b><b><i>Così a più a più si facea basso<br />
</i></b><b><i>quel sangue, sì che cocea pur li piedi;<br />
</i></b><b><i>e quindi fu del fosso il nostro passo.<br />
</i></b><b><i>                        (Inferno XII, 124-126)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i> </i></b>Rappresentazione di rara potenza nel canto XIII. E anche qui l’esplorazione di un lato nuovo, di un aspetto inedito della nostra parola. Siamo tra i suicidi. E, ricordate?, su invito di Virgilio che gli dice “devi farlo tu perché se te lo racconto io tu non potresti mai crederci”, Dante allunga una mano e spezza il ramo di un pruno. Non stilla resina, non cola linfa. Esce sangue ed escono parole. Dunque sangue come misteriosa linfa di quel suicida che ha rinunciato al suo corpo ed ora è abbassato ad una forma di vita inferiore. E sangue come prodromo della parola. Siamo davanti, io credo, ad una delle tante immagini cristologiche disseminate qua e là da Dante. Sangue versato e parola che rivela sono un tuttuno.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Allor porsi la mano un poco avante,<br />
</i></b><b><i>e colsi un ramicel da un gran pruno;<br />
</i></b><b><i>e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».<br />
</i></b><b><i>Da che fatto fu poi di sangue bruno,<br />
</i></b><b><i>ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?<br />
</i></b><b><i>non hai tu spirto di pietade alcuno?<br />
</i></b><b><i>                            (Inferno XIII, 31-36)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">E poco più in là, con simbologia cristologica ancora più evidente:<b><i> </i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Come d’un stizzo verde ch’arso sia<br />
</i></b><b><i>da l’un de’capi, che da l’altro geme<br />
</i></b><b><i>e cigola per vento che va via,<br />
</i></b><b><i>sì de la scheggia rotta usciva insieme<br />
</i></b><b><i>parole e sangue; ond’io lasciai la cima<br />
</i></b><b><i>cadere, e stetti come l’uom che teme.<br />
</i></b><b><i>                             (Inferno XIII, 40-45)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Verso la conclusione del canto ancora una associazione di sangue e parola:<b><i></i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo,<br />
</i></b><b><i>disse «Chi fosti, che per tante punte<br />
</i></b><b><i>soffi con sangue doloroso sermo?».<br />
</i></b><b><i>                       (Inferno XIII, 136-138)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel canto XVII (settimo cerchio, terzo girone) parlando degli usurai, Dante cita un fiorentino della famiglia ghibellina degli Obriachi che individua con lo stemma impresso sulla borsa: un’oca bianca. Ma quella borsa è rossa. Non sarà solo il colore, certo, ma anche il sangue spremuto dagli strozzini alle loro vittime.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Poi, procedendo di mio sguardo il curro,<br />
</i></b><b><i>vidine un’altra come sangue rossa,<br />
</i></b><b><i>mostrando un’oca bianca più che burro.<br />
</i></b><b><i>                                     (Inferno XVII, 61-63)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sangue come sede dei sentimenti, come veicolo delle emozioni. E forse anche come termometro delle emozioni stesse. Canto XXIV (ottavo cerchio, settima bolgia). Qui sono puniti i ladri, costretti a stare in mezzo ai serpenti, immagine della loro natura subdola. Anzi, i serpenti li avviluppano e li legano. Spettacolo così schifoso che a Dante si sciupa il sangue.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i></i></b><b><i>Noi discendemmo il ponte da la testa<br />
</i></b><b><i>dove s’aggiugne con l’ottava ripa,<br />
</i></b><b><i>e poi mi fu la bolgia manifesta:<br />
</i></b><b><i>e vidivi entro terribile stipa<br />
</i></b><b><i>di serpenti, e di sì diversa mena<br />
</i></b><b><i>che la memoria il sangue ancor mi scipa.<br />
</i></b><b><i>(Inferno XXIV,78-84)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il canto XXVIII si apre con un piccolo enigma. Dante ci preannuncia sangue e piaghe. Sembra un normale panorama di pene infernali. Invece scopriremo presto che anche qui ferite e sangue si caricano di un significato ulteriore. Qui sono puniti i seminatori di discordie. Discordie religiose e dunque promotori di scismi; discordie politiche e dunque iniziatori di guerre civili. E allora quelle lacerazioni sono immagine stessa del male compiuto in vita, delle separazioni provocate. Come se non bastasse un demonio infierisce con la spada e riapre in continuazione le ferite.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>Chi poria mai pur con parole sciolte<br />
</i></b><b><i>dicer del sangue e de le piaghe a pieno<br />
</i></b><b><i>ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?<br />
</i></b><b><i>                          (Inferno XXVIII, 1-3)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Più in là, nello spasimo delle mutilazioni, urla Mosca dei Lamberti. Il quale consigliò alla famiglia degli Amidei di rispondere ad un torto subito uccidendo Buondelmonte dei Buondelmonti. Evento da cui nacquero lotte tra famiglie che si propagarono per decenni. In quell’occasione Mosca tagliò corto dicendo che una cosa, una volta compiuta, il suo scopo lo raggiunge sempre.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,<br />
</i></b><b><i>levando i moncherin per l’aura fosca,<br />
</i></b><b><i>sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,<br />
</i></b><b><i>gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,<br />
</i></b><b><i>che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,<br />
</i></b><b><i>che fu mal seme per la gente tosca».<br />
</i></b><b><i>                (Inferno XXVIII, 103-108)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sangue e Purgatorio. Sentiamo (canto V, antipurgatorio, schiera dei negligenti morti di morte violenta) l’emozionante racconto di Jacopo del Cassero, il nobile guelfo di Fano che fu vittima delle vendette di Azzo VIII, signore di Ferrara. I sicari dell’estense lo raggiunsero a Oriago, vicino a Mira, mentre era in viaggio verso Milano dove avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di podestà. Il movimento è drammatico. Un assassinato che riferisce in presa diretta la propria morte.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Quindi fu’ io; ma li profondi fóri<br />
</i></b><b><i>ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,<br />
</i></b><b><i>fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br />
</i></b><b><i>là dov’io più sicuro esser credea:<br />
</i></b><b><i>quel da Esti il fé far, che m’avea in ira<br />
</i></b><b><i>assai più là che dritto non volea.<br />
</i></b><b><i>Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,<br />
</i></b><b><i>quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,<br />
</i></b><b><i>ancor sarei di là dove si spira.<br />
</i></b><b><i>               (Purgatorio V, 73-81)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il <i>sangue in sul quale io sedea</i>: ricordiamoci che è un anima che sta parlando. Quando dice “io”, vuol dire “io, anima”. Dunque il sangue in cui l’anima di Jacopo, <i>sedea</i>, aveva sede, cioè. E qui “sangue ” sta a dire ancora qualcosa di diverso. È il principio vitale, la vita stessa che fugge dalle ferite che gli sono inferte. Subito dopo, con movimento analogo, Buonconte di Montefeltro, ghibellino di Arezzo, racconta la propria morte avvenuta durante la battaglia di Campaldino, cui probabilmente partecipò lo stesso Dante. Siamo alla confluenza del torrente Archiano nell’Arno, cioè dove il suo nome <i>diventa vano</i>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,<br />
</i></b><b><i>arriva’ io forato ne la gola,<br />
</i></b><b><i>fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br />
</i></b><b><i>Quivi perdei la vista e la parola<br />
</i></b><b><i>nel nome di Maria fini’, e quivi<br />
</i></b><b><i>caddi, e rimase la mia carne sola.<br />
</i></b><b><i>                  (Purgatorio V, 73-81)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Torna il foro, lo sgorgare del sangue e si aggiunge quella immagine da brivido, della carne che rimane sola, abbandonata cioè dall’anima. Nel canto VI troviamo “sangue” nell’accezione di discendenza. Annoto che è forse questa l’accezione più frequente. I personaggi parlano del proprio sangue e vogliono indicare i propri discendenti, gli eredi. In senso ampio, la famiglia. È l’invettiva di Dante che mena colpi duri sia al papato che all’impero per la disastrosa situazione politica e sociale. Si rivolge ad Alberto d’Asburgo eletto imperatore nel 1298 e ucciso nel 1308 da Giovanni duca di Svevia, rimproverandogli di non aver mai voluto scendere in Italia.<b><i></i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>O Alberto tedesco ch’abbandoni<br />
</i></b><b><i>costei ch’è fatta indomita e selvaggia,<br />
</i></b><b><i>e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br />
</i></b><b><i>giusto giudicio da le stelle caggia<br />
</i></b><b><i>sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br />
</i></b><b><i>tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!<br />
</i></b><b><i>                                (Purgatorio VI, 97-102)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Simmetricamente nella prima cornice, dove si muovono lentamente i superbi gravati da pesi enormi, “sangue” vale ascendenza, antenati della propria famiglia. Parla Omberto Aldobrandeschi, esponente di una potente famiglia grossetana. Era morto nel 1259 forse a Campagnatico combattendo contro i senesi, forse ucciso da sicari sempre di provenienza senese. Il tema dell’antico sangue. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Io fui latino e nato d’un gran Tosco:<br />
</i></b><b><i>Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br />
</i></b><b><i>non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.<br />
</i></b><b><i>L’antico sangue e l’opere leggiadre<br />
</i></b><b><i>d’i miei maggior mi fer sì arrogante,<br />
</i></b><b><i>che, non pensando a la comune madre,<br />
</i></b><b><i>ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,<br />
</i></b><b><i>ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno<br />
</i></b><b><i>e sallo in Campagnatico ogne fante.<br />
</i></b><b><i>                       (Purgatorio XI, 58-66)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">E tra gli esempi di superbia punita , scolpiti su lastre di marmo su cui Dante e Virgilio camminano, ecco la scena truculenta di Tamiri, la regina degli Sciti che uccise Ciro re di Persia per vendicare il proprio figlio. Ne gettò il capo mozzo in un otre pieno di sangue. Qui diventa strumento e anche immagine ed emblema di una selvaggia vendetta.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio<br />
</i></b><b><i>che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br />
</i></b><b><i>«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».<br />
</i></b><b><i>                               (Purgatorio XII, 55-57)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel canto XIV (seconda cornice dove gli invidiosi si reggono a vicenda e hanno gli occhi cuciti da filo di ferro) affiora il tema del sangue brullo, cioè del degrado e della decadenza delle grandi famiglie, da cui non germogliano più virtù, buoni progetti e buon agire. Parla Guido del Duca, della famiglia ghibellina che dominava Bertinoro, e presenta il suo compagno Rinieri di Calboli, podestà guelfo di Parma.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore<br />
</i></b><b><i>de la casa da Calboli, ove nullo<br />
</i></b><b><i>fatto s’è reda poi del suo valore.<br />
</i></b><b><i>E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br />
</i></b><b><i>tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno,<br />
</i></b><b><i>del ben richesto al vero e al trastullo;<br />
</i></b><b><i>ché dentro a questi termini è ripieno<br />
</i></b><b><i>di venenosi sterpi, sì che tardi<br />
</i></b><b><i>per coltivare omai verrebber meno.<br />
</i></b><b><i>                     (Purgatorio XIV, 88-96)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><b><i></i></b>Il sangue, il sangue tout court, il sangue per definizione è quello del Cristo, versato per sposare la Chiesa, versato per salvare l’umanità. Ed è anche il sangue che Giuda vende ai carnefici del Cristo. Incontriamo (canto XXI, quinta cornice dove avari e prodighi giacciono bocconi, mani e piedi legati in punizione per non aver usato il proprio corpo a fin di bene) il poeta Stazio, l’autore della Tebaide e dell’Achilleide, che presenta sé stesso. Tra parentesi, qui ci imbattiamo in uno degli errori gravissimi di Dante che attribuisce origini tolosane a Stazio che invece era di Napoli. Era invece di Tolosa Stazio, il retore.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto<br />
</i></b><b><i>del sommo rege, vendicò le fóra<br />
</i></b><b><i>ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto,<br />
</i></b><b><i>col nome che più dura e più onora<br />
</i></b><b><i>era io di là», rispuose quello spirto,<br />
</i></b><b><i>«famoso assai, ma non con fede ancora.<br />
</i></b><b><i>Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br />
</i></b><b><i>che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br />
</i></b><b><i>dove mertai le tempie ornar di mirto.<br />
</i></b><b><i>Stazio la gente ancor di là mi noma:<br />
</i></b><b><i>cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br />
</i></b><b><i>ma caddi in via con la seconda soma.<br />
</i></b><b><i>                         (Purgatorio XXI, 82-93)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Infine il Paradiso. Paradiso sì, ma il sangue tiene tutta la sua valenza di ruvido contatto con la realtà. Il sangue del nemico, il sangue versato in battaglia, in altri termini la morte violenta, la contrapposizione e la crudeltà. Tanto sangue, così copioso che non si potrebbe misurare. È il sangue versato dal malvagio vescovo di Feltre Alessandro Novello, un trevigiano, che nel 1314 consegnò al vicario angioino e pontificio di Ferrara alcuni fuoriusciti ferraresi che furono decapitati. Si trattava di ghibellini che si erano rivolti a lui chiedendo asilo politico, ricevendone invece un brutale tradimento. Parole di Cunizza da Romano, la sorella di Ezzelino.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Piangerà Feltro ancora la difalta<br />
</i></b><b><i>de l’empio suo pastor, che sarà sconcia<br />
</i></b><b><i>sì, che per simil non s’entrò in malta.<br />
</i></b><b><i>Troppo sarebbe larga la bigoncia<br />
</i></b><b><i>che ricevesse il sangue ferrarese,<br />
</i></b><b><i>e stanco chi ‘l pesasse a oncia a oncia,<br />
</i></b><b><i>che donerà questo prete cortese<br />
</i></b><b><i>per mostrarsi di parte; e cotai doni<br />
</i></b><b><i>conformi fieno al viver del paese.<br />
</i></b><b><i>                       (Paradiso IX, 52-60)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo stesso canto Folchetto di Marsiglia parla della propria nascita e la perifrasi con cui indica la città in cui è nato, cioè Marsiglia, ha al proprio centro una immagine di sangue. Il riferimento è alla strage compiuta dal cesariano Bruto, dopo un lungo assedio e un terribile saccheggio. Questa memoria e la fotografia di un’intera insenatura invasa e fatta calda dal sangue versato, è funzionale alla descrizione del personaggio, tutta in bianco e nero, a contrasti forti. Dapprima trovatore di grande fama, nel 1205 Folchetto diviene addirittura vescovo di Tolosa ed è poi uno dei capi della cruentissima crociata contro gli albigesi del 1231.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Ad un occaso quasi e ad un orto<br />
</i></b><b><i>Buggea siede e la terra ond’io fui,<br />
</i></b><b><i>che fé del sangue suo già caldo il porto.<br />
</i></b><b><i>Folco mi disse quella gente a cui<br />
</i></b><b><i>fu noto il nome mio; e questo cielo<br />
</i></b><b><i>di me s’imprenta, com’io fe’ di lui;<br />
</i></b><b><i>ché più non arse la figlia di Belo,<br />
</i></b><b><i>noiando e a Sicheo e a Creusa,<br />
</i></b><b><i>di me, infin che si convenne al pelo;<br />
</i></b><b><i>né quella Rodopea che delusa<br />
</i></b><b><i>fu da Demofoonte, né Alcide<br />
</i></b><b><i>quando Iole nel core ebbe rinchiusa.<br />
</i></b><b><i>                           (Paradiso IX, 91-102)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed ecco il tema, portante nel Paradiso anche se già annunciato precedentemente, del sangue sponsale. Matrimonio difficile perché la sposa, la Chiesa, degenera spesso. Si prostituisce, si distrae, perde di vista i propri scopi. E allora, con il linguaggio tipico dei mistici (<i>diletto</i>, <i>sposa</i>, <i>alte grida</i>, <i>disposò</i> e, appunto, <i>sangue</i>) ecco l’annuncio dei due principi che Dio manda sulla terra per fondare due ordini che saranno traccia da seguire, colonna e pilastro, strada maestra: Francesco e Domenico.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>La provedenza, che governa il mondo<br />
</i></b><b><i>con quel consiglio nel quale ogne aspetto<br />
</i></b><b><i>creato è vinto pria che vada al fondo,<br />
</i></b><b><i>però che andasse ver’ lo suo diletto<br />
</i></b><b><i>la sposa di colui ch’ad alte grida<br />
</i></b><b><i>disposò lei col sangue benedetto,<br />
</i></b><b><i>in sé sicura e anche a lui più fida,<br />
</i></b><b><i>due principi ordinò in suo favore,<br />
</i></b><b><i>che quinci e quindi le fosser per guida.<br />
</i></b><b><i>L’un fu tutto serafico in ardore;<br />
</i></b><b><i>l’altro per sapienza in terra fue<br />
</i></b><b><i>di cherubica luce uno splendore.<br />
</i></b><b><i>De l’un dirò, però che d’amendue<br />
</i></b><b><i>si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,<br />
</i></b><b><i>perch’ad un fine fur l’opere sue.<br />
</i></b><b><i>                   (Paradiso XI, 28-42)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il tema del sangue sponsale circola anche sottotraccia. Ascoltiamo queste parole. È il canto XXVII che registra il passaggio di Dante dall’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, al nono, il Primo Mobile dove, distribuite in nove cerchi di fuoco, sono schierate le gerarchie angeliche.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"> <b><i>Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,<br />
</i></b><b><i>il luogo mio, il luogo mio, che vaca<br />
</i></b><b><i>ne la presenza del Figliuol di Dio,<br />
</i></b><b><i>fatt’ha del cimitero mio cloaca<br />
</i></b><b><i>del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso<br />
</i></b><b><i>che cadde di qua sù, là giù si placa».<br />
</i></b><b><i>Di quel color che per lo sole avverso<br />
</i></b><b><i>nube dipigne da sera e da mane,<br />
</i></b><b><i>vid’io allora tutto ‘l ciel cosperso.<br />
</i></b><b><i>             (Paradiso, XXVII, 22-30)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">È san Pietro che parla del proprio successore (ricordiamo che si tratta di Bonifacio VIII) come di un usurpatore che ha trasformato il luogo del martirio del primo papa in una cloaca dove scorrono il sangue delle discordie e il marciume della corruzione. In un panorama che dovrebbe suggerire ascesi ed estasi, Pietro pronuncia parole durissime e perfino triviali. Il contrasto è fortissimo proprio perché persiste nella nostra memoria l’immagine del sangue versato da Cristo e diventato linfa e sostanza della nuova alleanza. Poco più in là Pietro si infervora ulteriormente e, per tre volte in pochi versi, rievoca il sangue del proprio martirio, il sangue di altri papi martiri e poi, in durissima contrapposizione, la rappresentazione tragica dei papi odierni che quel sangue dei martiri bevono. Parla di Guaschi (con riferimento al guascone Clemente V, sul trono di Pietro dal 1305 al 1314) e di Caorsini (con riferimento a Giovanni XXII, papa dal 1316 al 1334, originario di Cahors). Sono i papi a Dante contemporanei che per così dire accompagnano la stesura del poema</span><span style="color: #000000;">.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>«Non fu la sposa di Cristo allevata<br />
</i></b><b><i>del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,<br />
</i></b><b><i>per essere ad acquisto d’oro usata;<br />
</i></b><b><i>ma per acquisto d’esto viver lieto<br />
</i></b><b><i>e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano<br />
</i></b><b><i>sparser lo sangue dopo molto fleto.<br />
</i></b><b><i>Non fu nostra intenzion ch’a destra mano<br />
</i></b><b><i>d’i nostri successor parte sedesse,<br />
</i></b><b><i>parte da l’altra del popol cristiano;<br />
</i></b><b><i>né che le chiavi che mi fuor concesse,<br />
</i></b><b><i>divenisser signaculo in vessillo<br />
</i></b><b><i>che contra battezzati combattesse;<br />
</i></b><b><i>né ch’io fossi figura di sigillo<br />
</i></b><b><i>a privilegi venduti e mendaci,<br />
</i></b><b><i>ond’ io sovente arrosso e disfavillo.<br />
</i></b><b><i>In vesta di pastor lupi rapaci<br />
</i></b><b><i>si veggion di qua sù per tutti i paschi:<br />
</i></b><b><i>o difesa di Dio, perché pur giaci?<br />
</i></b><b><i>Del sangue nostro Caorsini e Guaschi<br />
</i></b><b><i>s’apparecchian di bere: o buon principio,<br />
</i></b><b><i>a che vil fine convien che tu caschi!<br />
</i></b><b><i>               (Paradiso, XXVII, 40-60)</i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il sangue sponsale è una cosa sola con quello dei martiri che combattono per la diffusione della parola di Cristo, come ci fa sapere Beatrice nella sua catechesi a Dante (Canto XXIX, nono cielo).<b><i></i></b></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>Non vi si pensa quanto sangue costa<br />
</i></b><b><i>seminarla nel mondo e quanto piace<br />
</i></b><b><i>chi umilmente con essa s’accosta.<br />
</i></b><b><i>                 (Paradiso, XXIX, 91-93)</i></b><b><i></i></b></span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’ultima citazione del termine è proprio nel segno del sangue sponsale nel contesto coreografico e grandioso della candida rosa e della folla immensa dei beati. È l’incipit del canto XXXI in cui Dante cerca di reggere allo spettacolo solenne e sublime dell’Empireo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><b><i>In forma dunque di candida rosa<br />
</i></b><b><i>mi si mostrava la milizia santa<br />
</i></b><b><i>che nel suo sangue Cristo fece sposa;<br />
</i></b></span><span style="color: #000000;"><b><i>                            (Paradiso, XXXI, 1-3)</i></b></span></p>
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