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UN FIORE DELLE ALPI
VINCENZO MORGANTINI
INTRODUZIONE E CURA
DI GIAN DOMENICO MAZZOCATO
(DANILO ZANETTI EDITORE)
Questo, a dire il vero,
non un libro di un amico. È piuttosto un libro che vede la luce grazie
all’amicizia con l’editore Danilo Zanetti di Montebelluna il quale mi ha messo
sulle tracce di un libro scomparso.
UN FIORE DELLE ALPI: un
feuilleton, un grande libro popolare scritto attorno al 1880 dall’abate Vincenzo
Morgantini (ecclesiastico colto e sensibile, nato nel 1840 vicino a
Valdobbiadene) e poi caduto nell’oblio.
Tanto che non è stato
facile reperirne una copia. Mentre lo cercavo mi si è dispiegata davanti una
storia editoriale che è a sua volta un romanzo. La racconto nella INTRODUZIONE
al testo che riporto integralmente in sito.
Austeri uomini d’arme e
gentili fanciulle, signorotti prepotenti e bravacci rotti ad ogni insidia, un
guerriero che dopo una vita dissipata e sanguinaria vede schiudersi un futuro di
generosità e santità; assedi e stragi; le Prealpi Trevisane, Treviso, Venezia,
Montebelluna, Valdobbiadene, il Piave, Quero e Castelnuovo; un anno cruciale:
quel 1511 in cui la Serenissima Repubblica rischiò di sparire dalla scena
politica e si salvò grazie ai miracoli diplomatici del suo senato.
Davvero ingiusto il
silenzio calato su questo romanzo popolare, tanto che il riportarlo alla luce
oggi equivale alla riscoperta di un piccolo, robusto tesoro.
Così, con l’amico Zanetti,
mi sono imbarcato in questa avventura culturale ed editoriale. Un buon servizio,
credo, a questa terra veneta così bisognosa di ritrovarsi attorno alla sua
storia.
INTRODUZIONE
La graziosa fanciulla rassomigliava
ad un modesto e solitario fiore delle Alpi,
il quale cresce e si apre al sorriso del
cielo
ed al balsamo delle celesti rugiade
senza curarsi se venga o non vagheggiato
da sguardi profani e curiosi.
(Un fiore delle Alpi, cap. 3)
O Povertà, che dal natio soggiorno
fai le turbe dolenti errar lontane
e per somma dell’uomo ingiuria e scorno
le costringi affamate a cercar pane;
quante volte al Mian farai ritorno
non udrai chiuder la porta o latrar cane
sien pur le vesti che tu hai d’intorno
e le parole tue diverse e strane
(Giuseppe Parini)
Torna alla luce, per felice
intuizione di Danilo Zanetti, Un fiore delle Alpi, romanzo popolare di
grande successo.
Le sue vicende editoriali hanno
attraversato più di mezzo secolo, a dimostrazione di una fortuna letteraria che
suggerisce anche molto di più degli eventi narrati, sul finire dell’Ottocento,
dall’abate Vincenzo Morgantini.
Un romanzo trasformato dal suo autore in pretesto per raccontare (anche) il
Veneto tra Belluno e Treviso: la storia, il territorio, gli uomini. I monti e i
fiumi, le devozioni, i santi amati e venerati dal popolo, le tradizioni, i
luoghi sacri.
E, serve dire subito, Un
fiore delle Alpi è romanzo popolare nel senso pieno di questa categoria,
così come definiva Berchet nella sua Lettera semiseria: vicenda raccolta
dall’oralità popolare che la tramanda e poi tradotta in forma letteraria da uno
scrittore che ne fa uno strumento pedagogico.
Il fiore è Margherita De
Giorgio, giovanissima e splendida figlia di Donna Lucrezia e di Antonio,
personaggio molto influente nella Valdobbiadene dei primi del Cinquecento. E le
Alpi, a questo punto si sarà già intuito, sono le Prealpi trevisane.
Il romanzo reca come
sottotitolo Romanzo storico del secolo XVI. Inizi del secolo XVI, per la
precisione: l’anno in cui si svolge la vicenda è il 1511. La guerra dei cent’anni
è finita da più di sessant’anni, ma la realtà politica ed economica in Europa e
in Italia risentono ancora delle conseguenze di quel conflitto.
A Cambrai, il 10 dicembre 1508,
era stata messa insieme una coalizione che avrebbe dovuto di fatto decretare la
morte di Venezia o quanto meno porre fine alla sua egemonia nella penisola: papa
Giulio II voleva toglierle le ricche città della Romagna; il francese Luigi XII
voleva le città lombarde su cui sventolava il leone marciano; Ferdinando
d’Aragona nutriva apprensioni per il regno di Napoli. E sui domini di terraferma
si appuntavano gli appetiti di Massimiliano d’Asburgo. Sconfitta ad Agnadello
nel 1509, Venezia si salvò grazie alla diplomazia del suo senato.
Cedette a Giulio II le ambite
terre romagnole nel contesto di una manovra grazie alla quale i serenissimi
diplomatici seppero convincere il papa che la Francia si stava ingrandendo
troppo. Ne sortì una lega (la lega santa, stipulata il 5 ottobre 1511) tra
Venezia stessa, Roma e la Spagna (l’Inghilterra vi entrerà qualche mese dopo)
che di fatto modificò irreversibilmente la struttura politica dell’Italia e i
rapporti di forza interni ed esterni ad essa.
Ma prima di quella lega santa
(che fu dunque capolavoro diplomatico della Serenissima) la terra di san Marco
era corsa e devastata dalle forze ostili e congiunte di Francia e Germania.
A moderata corsa avevano due
cavalieri oltrepassato il castello di Cornuda e seguitavano la via, che per la
stretta del Piave presso Quero, conduce nel Feltrino…: l’esordio del romanzo
ci riconduce ad uno dei punti caldissimi della scacchiere bellico, quel
Castelnuovo di Quero in cui, fin dal 1376 era stata eretta, sulla stretta
naturale del fiume, una roccaforte che consentiva il controllo di ogni traffico
tra montagne bellunesi e piana trevigiana.
I due cavalieri recano messaggi
del senato di san Marco al provveditore di quella rocca, il nobiluomo Girolamo
Miani.
Gli dicono della minaccia nemica omai vicinissima e della necessità di resistere
ad ogni costo e il più a lungo possibile.
Girolamo Miani, che dispone di
un presidio insufficiente, manda a chiedere aiuti a Valdobiadene, all’amico
Antonio De Giorgio.
Comincia a dipanarsi qui una
narrazione che lascia sullo sfondo proprio la vicenda personale del Miani
(miracolosamente liberato, come si sa, dai suoi ceppi dopo la sfortunata difesa
della rocca. In seguito si dedicherà ad opere di bene fondando, nel 1534, la
congregazione somasca).
L’ambasceria che si reca a
chiedere aiuto al De Giorgio ci porta nella casa di questi, a Valdobbiadene,
dove regna sua moglie Donna Lucrezia e in cui risplendono la bellezza e l’animo
sensibile di Margherita, sua figlia. Proprio l’amore contrastato di Margherita e
del suo Gino costituisce il filone principale del romanzo.
La vicenda è esemplata in modo
diretto e scoperto sui Promessi Sposi manzoniani. Personaggi e luoghi.
Senza incrinare il piacere di
una lettura che resta in buona misura gradevole e fluida, citeremo il convento
sull’altura feltrina del Miesna che ricorda il convento di Pescarenico; le fughe
e i viaggi furtivi che fanno di Gino, l’innamorato di Margherita, un figlio
diretto di Renzo; la figura di fra Gerardo che è un po’ fra Galdino (il nostro
fra Gerardo va alla cerca dei piselli) e un po’ fra Cristoforo (perfino con un
passato da uomo d’arme).
E la culminazione del racconto
è nel ratto che un signorotto locale, Paolo Onigo, fa operare dai suoi bravacci
nei confronti di Margherita: nell’orrore e nella paura che albergano nel cuore
della fanciulla durante i giorni del rapimento, si vede nettamente stagliarsi in
filigrana il profilo di Lucia. Il rapimento è narrato esattamente sulla
falsariga del modello manzoniano, con identici ingredienti e particolari
(perfino la vecchia che ha il compito di prendersi cura della fanciulla e il
cibo rifiutato). Tra l’altro (capitolo diciottesimo) Morgantini cita senza
mediazioni: …come nei Promessi Sposi nota il Manzoni degli Spagnuoli…
Una ulteriore suggestione
manzoniana viene dallo stesso fra Gerardo quando racconta la strada seguita per
abbandonare il monte Miesna e raggiungere Valdobbiadene attraverso una via poco
battuta -inesplorata anzi- e sconosciuta al nemico. Il suo viaggio è esemplato
su quello del diacono Martino, così come lo leggiamo nell’Adelchi:
avventuroso, irto di difficoltà e tuttavia sorvegliato e diretto da Dio. Perfino
i particolari sono fedelmente ricalcati, come la provvista di pane al casolare
di un valligiano.
Un fiore delle Alpi aspira ad
assumere un taglio culturale e poi (come risulterà evidente nel passaggio dalla
prima edizione in volume alla seconda) agiografico.
*****
Un fiore delle Alpi
vuole infatti essere anche un viaggio nella geografia e nella storia del
Trevigiano (soprattutto nella sua parte settentrionale).
Molto densi i primi due
capitoli in cui, mentre i messaggeri del senato galoppano tra difficoltà del
terreno e imboscate verso Castelnuovo, Morgantini descrive la zona della stretta
del Piave, rievoca le vicende della rocca/baluardo nei secoli, delinea il
ritratto di Girolamo Miani (collegandolo alla storia della sua famiglia),
ricapitola gli eventi politici tra 1508 e 1511. Il terzo capitolo è dedicato a
Valdobbiadene, alla sua storia, ai suoi luoghi insigni, alla sua economia, alla
sua bellezza e ai suoi uomini famosi.
Nel quinto capitolo è
raccontata diffusamente una storia bella, tragica e gentile, di taglio
cavalleresco e romantico, la vicenda di Rizzardo e Rosa da Vidor, accaduta nel
1328.
Il settimo capitolo ricorda che
questa è zona dei Collalto. Di questa secolare famiglia si rievocano vicende
diverse per arrivare a parlare di un cavalier Giovanni che un tempo era stato al
servizio dei Collalto e che poi era andato a stabilirsi a Bigolino diventando
semplicemente Giovanni da Bigolino, amico e sodale di Antonio De Giorgio e
soprattutto padre di Gino, l’innamorato di Margherita. Nell’undicesimo capitolo
si parla di Treviso, delle sue fortificazioni, del lavoro di fra Giocondo. Viene
rievocata anche la recente distruzione di Feltre, effettuata dalle orde tedesche
comandate da Giorgio Püller.
Anticipazione e annuncio di uno
dei capitoli più interessanti (e alti) dell’intero romanzo, il dodicesimo, che
racconta l’assedio e la distruzione di Montebelluna. Il racconto (sul quale
agisce chiaramente il modello manzoniano della Milano prima in preda ai tumulti
dettati dalla fame e poi devastata dalla peste) viene messo, con esiti
decisamente efficaci, in bocca a Gino, il fidanzato, che faceva parte della
guarnigione posta a difesa di Montebelluna.
Il più terribile degli
avvenimenti che funestassero la mia vita…, esordisce Gino. Poi tiene uditori
(e lettori) avvinti rievocando le ore snervanti in cui si attende il nemico. E
l’accorrere della gente dei dintorni, in cerca di scampo e rifugio, con le poche
masserizie e il po’ di bestiame che era stato possibile salvare. Gli uomini
arrivano trafelati seco traendo le esterrefatte mogli e i palpitanti
figliuoli.
Il tempo di una forte
esortazione, di un brivido d’amore e d’orgoglio per la propria terra e poi tutti
i montebellunesi a difendere e a respingere. Gino e i suoi compagni operano
miracoli di valore. Tuttavia il nemico prevale, le fiamme salgono al cielo
mentre l’orribile notte involgeva il ruinato castello ed il cielo nuvoloso e
privo affatto di stelle sembrava sdegnasse di mirar tanto orrore. Gino
riesce a fuggire e anche la sua fuga è avventura.
Raccontata con brio e in modo
incalzante: restano nella mente del lettore le scene di gioia selvaggia dei
vincitori che si abbandonano ai bagordi tra le rovine della città distrutta
insieme alle baldracche le quali non mancano mai in queste occasioni.
Gino vi assiste, impotente e ormai sconfitto, nel buio.
Non è facile dimenticare il
modello manzoniano pedissequamente ricalcato e l’enfasi della narrazione. E
tuttavia è una pagina di segno a suo modo alto, che in qualche misura emoziona e
coinvolge. Riporta al fervore di certi passaggi commossi (pur se artificiosi)
del Guerrazzi, del Bazzoni, del D’Azeglio, del Venosta, del Grossi, del Varese.
Insomma i difensori di Montebelluna stanno un po’ tra i lombardi che partecipano
alla prima crociata e gli eroi di Barletta. Non è scadente carta di credito per
il nostro bravo abate.
Il quattordicesimo capitolo
rievoca la storia del trevisano santuario della Madonna Grande, i miracoli che
hanno spinto la devozione popolare ad erigerlo e anche i miracoli attorno ad
esso fioriti.
E nel diciassettesimo capitolo
il lettore viene portato in un altro luogo sacro, sul monte Miesna, dove i santi
Vittore e Corona hanno la loro tomba. Davanti ad essa sono transitate legioni
intere di pellegrini da ogni parte del mondo. Dei santi vengono rievocati fatti
miracolosi e portenti in un quadro carico di religiosità popolare. Il
ventunesimo capitolo torna alla politica attuale, con l’assedio di Treviso e gli
eventi che si susseguono nel Bellunese e nel Friuli. C’è, nella narrazione del
Morgantini, anche un po’ di gloria per il pastore Bartolo Mazzolini il quale
scompagina da solo i tedeschi che risalgono disordinatamente in fuga la Val
Mariec e la valle della Rimonta: nel buio della notte, il bravo e patriottico
pastore lega torce accese sulle corna delle sue capre facendo credere che stia
abbattendosi sui fuggitivi un esercito scatenato.
Dopo questa ultima digressione
il romanzo si avvia a sciogliere il suo intreccio indirizzandosi verso
l’immancabile lieto fine.
Con qualche mugugno da parte
del lettore, come dirò tra poco.
*******
Un fiore delle Alpi
cominciò ad apparire a puntate il 2 settembre 1881 su un giornale trevisano che
ebbe vita contrastata e breve, Il Sile.
Si definisce, sotto la testata, religioso, politico, letterario.
Afferma nell’editoriale del primo numero di rivolgersi al popolo, di voler
parlare un linguaggio adeguato ad esso, perché un popolo senza Dio e senza
morale è abile e potente strumento nella mano dell’astuto ambizioso.
Giornale moderato, dunque, e sulle posizioni della Chiesa ufficiale. La sua
ultima campagna di spessore, nell’ottobre del 1882, sarà contro la
partecipazione al voto alle elezioni per il rinnovo nel parlamento.
Assolutamente intransigente: né eletti né elettori, riafferma come molta
stampa analoga, in un suo titolo del 29 ottobre.
Il Sile è pubblicato
dall’editore Giuseppe Novelli che ha libreria e tipografia nel cuore storico di
Treviso, a San Leonardo, al numero 1885, vicino al ponte sul Cagnan. La libreria
offre anche un ricchissimo catalogo di buone stampe. I romanzi di
appendice si inquadrano ovviamente nella pedagogia del giornale.
L’abate Vincenzo Morgantini
esprimeva, altrettanto ovviamente, una posizione del tutto ortodossa e
affidabile. Come narratore aveva alle spalle, tra l’altro, un’operetta di
carattere edificante,
il racconto della miracolosa apparizione della Madonna avvenuta a Caravaggio nel
1432 alla contadina Giannetta Vacchi.
Un fiore delle Alpi è
sicuramente opera di maggiore complessità, più matura, più ambiziosa e, come si
è visto, con notevoli obiettivi culturali.
Per l’editore Novelli,
Morgantini confezionò 28 capitoli che furono distribuiti nei numeri usciti nel
terzo quadrimestre del 1881. Le puntate furono 83 anche se Il Sile reca
una numerazione del tutto cervellotica, saltando alcuni numeri e doppiandone o
triplicandone altri. Ogni puntata corrispondeva a circa un terzo di capitolo. Le
ultime due puntate (di fatto il capitolo 26 e il capitolo 27) apparvero venerdì
30 dicembre e sabato 31, occupando addirittura due intere pagine del giornale
(che constava in tutto di quattro pagine). Dal secondo numero del 1882 il posto
che era stato del romanzo di Morgantini, fu occupato da un romanzo di Temistocle
Montenovesi, La figlia del crociato, Episodio del tempo feudale.
Solo che in questa operazione
saltano proprio le ultime pagine del romanzo di Morgantini. La pubblicazione si
arresta alla fine del capitolo 27. E l’ultimo numero dell’anno preannuncia che
la fine del romanzo apparirà nel supplemento che si sta per pubblicare.
Ma nella raccolta del giornale
conservata dalla biblioteca comunale di Treviso (l’unica raggiungibile e, forse,
anche l’unica esistente)
di tale supplemento non è traccia, né si può dire che sia stato davvero
pubblicato.
Sta di fatto che il romanzo
viene presto, prestissimo anzi, raccolto in volume: già il 28 marzo del 1882 lo
stesso Sile pubblica in quarta pagina una pubblicità del romanzo che è in
vendita al prezzo di una lira e 25 centesimi. La pubblicazione in volume a
tamburo battente dimostra l’attesa del pubblico e il successo del romanzo
stesso.
Il volume è completo del
ventottesimo capitolo che porta il lettore a 25 anni (cinque lustri) dopo
i fatti narrati.
Margherita ha due figli piccoli
(con qualche forzatura cronologica: Margherita, che si sposa giovanissima nel
finale del romanzo, dovrebbe essere ben oltre i quarant’anni) ai quali il nonno
Antonio De Giorgio racconta la santa vita di Girolamo Miani e la sua dedizione
agli orfanelli. Il titolo del capitolo: Il cuore è per i miei orfanelli.
Appare anche una Conclusione
in cui si racconta la brutta fine dei bravacci, Orsaccio e Moro, che avevano
rapito Margherita. Si fanno inoltre alcune considerazioni di condanna per
l’opera malefica di Paolo Onigo, il rapitore.
Significativa la breve
prefazione che dichiara direttamente gli intenti dell’autore.
Le finalità didattiche ed educative si fondono con la consapevolezza di quanto
ricca e suggestiva possa essere la storia della Marca Trevigiana. Dopo un cenno
polemico a tanti scritti che non… educano la ragione, [non] aprono
l’intelletto a più larghi orizzonti e [non] rendono l’uomo migliore,
Morgantini ricorda la sua terra (ricca di avvenimenti gloriosi), professa
il suo amor di patria e la volontà di riportare alla luce storie e notizie
che difficilmente si andrebbero a pescare negli annali, nelle memorie e carte
polverose del passato.
Completano il libro, prima
dell’indice e a sostegno del rigore di cui abbiamo appena sentito la
professione, quattro pagine di Citazioni e note al racconto, preziose la
loro parte.
Il testo in volume è di fatto
lo stesso testo del giornale e viene usato lo stesso piombo. Solo la prima
puntata viene ribattuta per un semplice adeguamento: su Il Sile, il
carattere con cui era stata fusa la prima puntata è diverso da quello delle
altre puntate.
Per il resto c’è solo la
correzione di qualche macroscopico (e squalificante) refuso (ad esempio nel
primo capitolo un improbabile paese di nome Rigolino riacquista il suo
vero nome di Bigolino, ma il generale La Polisse non diventa, in
più luoghi, La Palisse). Morgantini sente, in ogni caso il dovere di
scusarsi e di precisare che il lettore, riflettendo che il testo è un
estratto di giornale, perdonerà alcuni errori di stampa in esso incorsi.
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Il romanzo ebbe evidentemente
largo successo.
E allo scritto dell’abate
Morgantini toccò di essere ripreso e riedito più di mezzo secolo dopo, nel 1935,
a Milano.
L’editrice Áncora ripubblicò il volume arricchendolo con 6 tavole fuori testo e
67 illustrazioni inserite nel testo: fotografie che da una parte illustrano gli
ambienti (tra Quero e Venezia) che fanno da teatro alla vicenda, dall’altra
propongono la figura di Girolamo Miani (compreso il suo ritratto più famoso,
dipinto da Leandro Bassano e conservato nel veneziano museo Correr). Nel 1934
era stato celebrato il quarto centenario della fondazione della congregazione
somasca e la riedizione del libro (con tale sovrabbondanza di fotografie) certo
si inquadrava nelle iniziative a ricordo.
Lo riprese in mano un
Sacerdote Somasco che firma con le iniziali A. S. una introduzione in
cui dichiara la centralità del primo difensore del Piave…il veneto patrizio
Girolamo Miani, comandante la fortezza di Castelnuovo, trasformatosi poi da eroe
della patria in eroe della carità e Padre degli Orfani. Un libro di
intreccio meraviglioso oltre che tutto permeato della morale cattolica.
Un libro, inoltre, che svolge la sua azione in luoghi già famosi, ma divenuti
famosissimi in quasi tutto il mondo, per essere stati teatro della grande
guerra, e testimoni di mirabili eroismi.
L’intento dichiarato dunque è
quello di riproporre in primo piano la figura del fondatore della congregazione
somasca, che viene, in modo molto facile, presentato come precursore dei fanti
che avevano combattuto, durante la prima guerra mondiale, sul Piave.
Amor di patria e origini della
tradizione somasca radunate in un solo libro, sospinto, per buona aggiunta, da
una vicenda molto piacevole a leggersi. Che chiedere di più in questo 1935, anno
XIII dell’era fascista, in clima di post-conciliazione?
Con tutta probabilità il
revisore passa in tipografia per la composizione, un esemplare dell’edizione
trevigiana, con qualche annotazione in margine, qualche cambiamento (come si
dirà), con una distribuzione diversa del testo grazie all’introduzione di
parecchi capoversi in più, certo per rendere più appetibile all’occhio
l’approccio.
Il nostro bravo sacerdote
somasco cambia l’incipit che diventa più discorsivo, meno solenne;
dà una ripulitina allo stile: lavora soprattutto sul nesso aggettivo-sostantivo
e, per esempio, le sofferte angherie diventano le angherie sofferte;
riammoderna l’ortografia (avanzare -ma non in tutti i luoghi- al posto di
avvanzare, sopruso al posto di soppruso, biglietto
al posto di viglietto ecc).
Sopprime qualche sfoggio di
erudizione. Ad esempio, sul finire dell’ottavo capitolo, Morgantini descrive il
mal d’amore di Margherita e designa la medicina col nome di arte di Esculapio.
Nessuna traccia nell’edizione milanese.
Svecchia un po’ il lessico (prigione
diventa prigioniero, la terra adusta diventa terra arsa)
talora con disinvoltura perfino eccessiva: quando Morgantini parla di un certo
gruppo di piante dice ellera e caprifico che, nella traduzione del
revisore, diventano alloro (cosa, evidentemente, del tutto diversa) e
caprifico.
E qualche volta finisce per
impoverire il testo. Nell’incipit del terzo capitolo viene presentato il Miani
che si prefigura nella mente il combattimento ormai vicino: gli pare di sentire
i rumori echeggiare per tutta la vallata, ripercuotendosi di balza in balza,
di roccia in roccia. Che nella revisione diventa un ben meno suggestivo
di rocca in rocca.
La volontà di rendere piano il
testo si fa, d’altronde, cattiva consigliera anche altrove. Nel ventesimo
capitolo, dove si racconta il rapimento di Margherita, l’espressione di
Morgantini è chiara ed efficace, a registro col contesto tutto drammatico:
L’acqua del Piave faceva sentire un sordo rumore e già i piedi… Là dove il
revisore decisamente banalizza: Il Piave fu presto raggiunto e già i piedi…
Talora il revisore, quando si
entra nel territorio dell’educazione e dalla pedagogia, si fa prendere
dall’enfasi e dallo slancio. Dove Morgantini (parlando dell’infanzia di Girolamo
Miani, nel secondo capitolo) dice Si suole predicare che ora i figli nascono
colla malizia, e con sentimenti di insubordinazione e inaugura un lungo
paragrafo sull’educazione, il revisore taglia corto e indirizza una forte
perorazione al lettore chiamando in campo la madre del Miani: Oh se tutte le
madri imitassero donna Dianora…
Qualche volta anche entra in
gioco anche lo zelo agiografico. Parlando di Miani, il revisore, nel secondo
capitolo, semina un valoroso soldato che non appare nella fonte. E non
mancano lo scrupolo moralistico e l’ossequio al nihil turpe: le dieci o
dodici baldracche che Gino vede, miste ai vincitori, durante la sua fuga, si
attenuano in qualche donna di cattivo affare.
Ovviamente il curatore deve anche attualizzare in qualche modo i
riferimenti all’attualità. E deve ricordare ancora una volta che tra la
precedente pubblicazione e l’attuale, in quei luoghi si è combattuta una guerra.
Ecco dunque, nel terzo capitolo, l’inserimento di un paragrafo intero a
ricordare il conflitto.
Tuttavia sono anche altre le
variazioni che testimoniano il cambiamento di prospettiva, di gusto, di
sensibilità. E anche diversi sono gli indizi che propone la revisione operata in
seno alla congregazione somasca.
Ne do conto (in maniera
forzatamente sommaria ma completa) seguendo la successione dei capitoli.
Nel secondo capitolo Morgantini
parla di traditori e annota che nelle nostre ultime guerre patrie vi furono
altri Trivulzi, e questi ebbero la sorte di essere dichiarati eroi. Il
riferimento è non solo a Gian Giacomo Trivulzio che aveva tradito e si era posto
al servizio di Carlo VIII, ma anche ai quattro Trivulzio che nel 1412
assassinarono Gian Maria Visconti: sottolineatura politicamente scorretta e
cassata nella revisione.
Il quarto capitolo (Donna
Lucrezia, la madre di Margherita) è quello che più esplicitamente cerca di
costruire un itinerario pedagogico e didattico. Morgantini propone le sue
riflessioni sull’educazione che donna Lucrezia dà a Margherita, in
contrapposizione all’odierna educazione di cui qualcuno dei miei pochi
lettori potrebbe essere infatuato. Il revisore semplifica molto, taglia
parecchio e, nell’elenco delle cose che si dicono al giorno d’oggi
indispensabili per la buona educazione di una fanciulla, di suo aggiunge un
chiarificatore se non sa fare dello sport, anche con grave pregiudizio di se
stessa. Dunque: buona è l’educazione di Margherita anche perché la nostra
eroina non pratica alcuna disciplina sportiva. Perfino imbarazzante.
Morgantini dedica poi un
paragrafo intero alla morale naturale, …più una morale di convenienza
che altro. Il revisore cassa dalla prima all’ultima parola.
L’undicesimo capitolo (Un
pranzo in casa del De Giorgio) è un pretesto per esaminare, attraverso le
chiacchiere dei commensali, la situazione politica. Quando si viene alla
contrapposizione tra tedeschi e latini, il revisore in parte abolisce e in parte
attenua il passaggio in cui si parla della razza germanica che sta per
allargare le braccia e minacciare noi latini, che fummo una volta i suoi padroni.
Il quattordicesimo capitolo ha
il suo nucleo narrativo nella miracolosa liberazione di Girolamo Miani. Il
revisore sente di dover aggiungere un particolare al racconto del Morgantini, a
sottolineare l’orrore della prigionia. Là dove l’autore dice che ognuno dei suoi
carcerieri era un fiero carnefice, il revisore dettaglia che il
carnefice si faceva un dovere di tormentarmi, come meglio gli riusciva
attraverso i fori della robusta inferriata che ci separava.
Il diciottesimo capitolo vede
il nostro revisore tagliare parzialmente una lunga tirata su Paolo Onigo e sul
clima di equilibrio da lui costruito attorno a sé tra odio di cui era oggetto e
terrore che incuteva. Nel successivo capitolo viene rimosso qualche particolare
realistico. Orsaccio fa le ultime raccomandazioni ai bravacci incaricati del
rapimento. Dice di far buon uso delle maschere se volete portare a casa la
pelle senza occhiali e le spalle senza fregagioni. Occhiali e
fregagioni spariscono nella revisione.
Il capitolo conclusivo
riferisce la vita di Girolamo Miani cui fu conferito di nuovo l’incarico di
Provveditore di Quero (nonostante la prassi di Venezia fosse quella di non
rinnovare l’incarico ad un magistrato che avesse fallito -e Miani era stato
sconfitto- nel suo compito) e che poi imboccò la strada della carità e delle
opere pie.
È certo il capitolo che più
preme al nostro revisore che lo segue passo passo.
Parlando del ricovero per gli
orfani aperto dal Miani a Como aggiunge scrupolosamente al nome di Bernardo
Odescalchi, vicino al Miani in questa opera, quello di Primo Conti. Nello stesso
tempo cassa (difficile dire perché) il particolare riferito dal Morgantini
secondo il quale alcuni degli orfanelli che trovarono ricovero a Como
provenivano da Bergamo. Poi dettaglia maggiormente la collocazione geografica
del villaggio di Somasca e sostituisce ad una frase di Morgantini, una frase,
per così dire più ampia ed enfatica: aperse una casa che stabilì centro delle
sue istituzioni, là dove Morgantini aveva detto aperse una casa e vi
stabilì la sua Congregazione. Offre poi maggiori dettagli dell’episodio che
vede protagonista un nemico del Miani e delle sue iniziative benefiche, tale
Mazzoleni. Contestualmente si infittiscono le immagini relative all’iconografia
del Miani.
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Naturalmente per questa
ristampa anastatica è stata scelta l’edizione del 1882, direttamente sorvegliata
dal Morgantini. L’edizione milanese del 1935 è molto conservativa rispetto
all’originale, ma, per l’emergere di un intento dichiaratamente agiografico, di
sapore del tutto diverso.
GIAN
DOMENICO MAZZOCATO
Treviso, maggio 2005
Nel terzo capitolo Margherita De Giorgio diventa, durante una rovinosa piena
del Piave, emblema dello spirito di carità propugnato da Girolamo Miani
(Emiliani) che è in qualche modo, a sua volta, protagonista del romanzo. Nel
1767 in occasione della sua canonizzazione, Giuseppe Parini scrisse due
sonetti per il nuovo santo che così bene incarnava la sua concezione sociale
del cristianesimo. Si tratta di due apostrofi, la prima rivolta alla
Povertà, la seconda allo stesso Miani. La lettura offre, per così dire, la
premessa ideologica al romanzo di Morgantini. I: O Povertà, che dal natio
soggiorno/ fai le turbe dolenti errar lontane/ e per somma dell’uomo
ingiuria e scorno/ le costringi affamate a cercar pane;// quante volte al
Mian farai ritorno/ non udrai chiuder la porta o latrar cane,/ sien pur le
vesti che tu hai d’intorno/ e le parole tue diverse e strane:// ma con
pronto soccorso a le tue brame/ egli offrirà la sua povera mensa,/ e vorrà
parte aver ne la tua fame;// perocché tutti con affetto eguale/ sa gli
uomini abbracciar quell’alma immensa,/ e fa suo cittadino ogni mortale.
II: Milan rammenta ancor quel lieto giorno/ che pria ti vide; e le felici
squadre/ di teneri garzon, che a te d’intorno/ benedicendo ti chiamavan
“padre”:// e riverisce il loco ove soggiorno/ prima lor desti; e quei
togliendo a l’adre/ perigliose miserie ed a lo scorno,/ tu li volgevi ad
alte opre leggiadre.// E del pio duce ancor loda la mano,/ ch’oro ti offrì;
ma ripensando al zelo/ onde tu il rifiutasti, ammira e tace.// E per te
apprende che dal mondo vano/ nulla desia colui che serve al cielo,/ e che,
giovando all’uomo, a Dio si piace.
Vincenzo Morgantini (1840 - 1916) fu ecclesiastico colto e sensibile. Nativo
di Valdobbiadene (in località Ron), fu insegnante fino a quando (1876)
decise di stabilirsi come mansionario a Santo Stefano. Fu poeta e traduttore
di Venanzio Fortunato (è segnalata una sua traduzione della Vita di san
Martino del grande poeta valdobbiadenese).
Girolamo Miani (Emiliani) nacque a Venezia nel 1486 e non nel 1481 come si
riteneva un tempo (le notizie della presente nota sono tratte dalla
Bibliotheca Sanctorum, edita dall’Istituto Giovanni XXIII della
Pontificia Università Lateranense). Dunque al tempo della vicenda narrata ha
25 anni. Nasce da un senatore della Serenissima, Angelo Miani (Emiliani), e
da Dionora Morosini. Al principio di questo 1511 va a sostituire il fratello
Luca, gravemente ferito in battaglia, alla reggenza di Castelnuovo di Quero
di Piave. Il 27 agosto viene catturato e imprigionato da Jacques II de
Chabanne de la Palice (il maresciallo di Francia il cui cognome viene spesso
erroneamente trascritto come La Palisse). Il mese di prigionia lo spinse ad
una revisione della sua concezione esistenziale. Il 27 settembre è liberato
(in modo misterioso e miracoloso, ad opera della Madonna, come egli sempre
sosterrà) e passa indenne tra i nemici. Si reca a Treviso a sciogliere il
voto alla Madonna (aveva promesso di rinunciare alle sregolatezze della sua
vita) consacrandosi, già allora, ad un’opera di sostegno di poveri, vecchi e
infermi. Riassunse per qualche tempo la reggenza di Castelnuovo e poi si
dedicò alla cura dei figli del fratello Luca e del fratello Marco. L’inizio
attivo della sua missione va posto nel 1528 quando prese a distribuire il
suo patrimonio ai bisognosi e ad aprire loro la sua casa veneziana. Fu
colpito dalla peste nel 1529 e ne guarì. Il suo itinerarium caritatis
lo porta in diverse città del Veneto e della Lombardia dove erige istituti a
favore dei bisognosi. Andava anche formandosi attorno a lui quella Compagnia
che nel 1532 tenne a Merone il suo primo capitolo assumendo la denominazione
di “Compagnia dei servi dei poveri”. Essa ebbe la sua formale
stabilizzazione nel secondo capitolo tenuto da Girolamo nel 1534 a Somasca,
nel bergamasco. In quel 1534 il Miani aperse il suo primo orfanotrofio a
Milano, presso la chiesetta di san Martino: appartiene a quel 1534 il
lieto giorno di cui parla Parini nel suo secondo sonetto. Nel 1540
(dunque dopo la morte del Miani) la Compagnia ebbe l’approvazione da Paolo
III e nel 1568 fu elevata a Congregazione dei chierici regolari di Somasca
da Pio V. Girolamo morì l’8 febbraio 1537, nuovamente colpito dalla peste
che aveva infierito in quell’anno in Somasca. Fu beatificato da Benedetto
XIV il 22 settembre 1747 e canonizzato da Clemente XIII il 12 ottobre 1767.
Il 14 marzo 1928 Pio XI lo ha proclamato patrono universale degli orfani e
della gioventù abbandonata.
Il primo numero esce il 5 gennaio 1878; la testata è L’ECO DEL SILE e
la prima annata ha cadenza settimanale. L’anno successivo (1879) il giornale
prende cadenza trisettimanale che conserva anche nel 1980 (la testata
diviene L’ECO DEL SILE GIORNALE DI TREVISO). Nel 1981 il giornale
diventa quotidiano e la testata si semplifica in IL SILE (non esce
nei giorni festivi). Nel quinto anno di vita (1882) cominciano a farsi
sentire gravi difficoltà finanziarie. Quotidiano per i primi sei mesi, il 25
giugno fa apparire una breve nota in prima pagina in cui si parla di
“sbilancio della nostra amministrazione”. Dal primo luglio del 1882 torna ad
essere settimanale e la testata diviene: IL SILE GIORNALE DI TREVISO PEL
POPOLO. Domenica 24 settembre IL SILE dà, in una breve nota
dell’editore Novelli, il suo addio ai lettori e chiude.
Caravaggio in San Vito di Valdobbiadene, Valdobbiadene, Tipografia
Soc. Panfilo Castaldi, 1878. Il libriccino reca una dedica a Maria Vergine,
nel giorno dell’Immacolata Concezione del 1877: la dedica è firmata da don
Vincenzo Morgantin (senza la i finale).
Con il cognome di Morgantin aveva firmato anche Augusta, ovvero la
vittoria della fede: racconto storico del secolo V, Modena, Immacolata
Concezione, 1868, Collezione di letture amene e oneste; Emma e Rosalia
ovvero Le spine d’una rosa: racconto del secolo XIX, Modena Tipografia
dell’Immacolata Concezione, 1870, Collezione di letture amene e oneste.
La raccolta esistente presso la Biblioteca del Seminario vescovile di
Treviso è lacunosa. In particolare possiede un solo numero dell’annata 1881.
Un
fiore delle Alpi: racconto storico del secolo XVI,
Treviso, Tipografia e Libreria dell’editore G. Novelli, 1882.
Firmata in Santo Stefano di Valdobbiadene il 2 settembre 1881.
Un
fiore delle Alpi: racconto storico del secolo XVI, scritto dall’Abate V.
Morgantini, riveduto e corretto, aggiornato e illustrato da un Sacerdote
Somasco, Editrice Áncora, Milano, 1935 (stampato presso la Scuola
Tipografica Derelitti di Genova). La copertina reca il titolo, e non il nome
dell’autore che appare solo nel frontespizio.
Così
esordisce la riedizione milanese del ’35: Due cavalieri, riccamente
vestiti e carichi d’armi, a corsa moderata avevano oltrepassato il castello
di Cornuda…
Il
testo dell’edizione milanese: …rivincita fatta poi pagare ad assai caro
prezzo sotto la minaccia di una novella servitù alla dominazione teutonica,
che alzava di nuovo il capo. Vennero però gli ultimi memorabili avvenimenti,
i quali hanno dimostrato che la razza latina appare ognora la più scaltra e
la più forte.
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