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Dal primo libro della Storia
di TITO LIVIO, proemio e primi 12 capitoli
Il primo libro racconta la storia di Roma dalle
origini alla fine della monarchia e alla istituzione del consolato (753 a. C.-
509 a. C.).
PROEMIO
Non so se vale davvero la pena raccontare
tutte le vicende del popolo romano fin dai primordi di Roma. E quand'anche ne
fossi convinto, non oserei affermarlo apertamente. Mi rendo ben conto infatti
che questa è materia antica e già sfruttata; e poi, di continuo, si fanno avanti
nuovi storici che presumono di apportare qualche dato più sicuro agli eventi
narrati oppure di superare con il loro stile più raffinato il rozzo narrare
degli antichi. In ogni caso, qualunque sia il risultato del mio lavoro, avrò pur
sempre il merito di aver contribuito per la mia parte a illustrare le gesta del
popolo più importante della terra. E anche se una schiera così folta di
scrittori eclisserà la mia fama, mi sarà consolazione la nobile grandezza di
coloro che oscureranno il mio nome. Sono, del resto, eventi d'immensa portata
poiché risalgono a più di settecento anni fa: è la storia di una città che,
partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla
sua stessa grandezza. Sono anche certo che alla maggior parte dei lettori le
lontane origini e gli eventi ad esse connessi recheranno minor diletto per
l'impazienza di giungere alla storia più recente che vede deteriorarsi da se
stesse le forze di un popolo abituato da così lungo tempo a dominare tutti gli
altri. Ma io anche questo premio chiederò per la mia fatica: allontanarmi dallo
spettacolo delle calamità che l'era contemporanea ha dovuto vedere, almeno per
tutto il tempo in cui dedicherò ogni mia energia a rievocare i tempi dei
primordi, lontano da tutte quelle preoccupazioni che magari non fanno deviare
dalla verità uno scrittore, ma ne perturbano comunque l'animo.
Quanto agli eventi che si dicono accaduti molto
prima della fondazione di Roma (o quando questa era imminente) essi appaiono più
abbelliti da fole poetiche che sostenuti da incorrotti documenti storici e non
è mia intenzione né confermarli né confutarli. È questa una concessione che si
fa ai tempi andati: mescolare vicende divine e umane per rendere più autorevoli
gli inizi delle città. Se dunque esiste una nazione cui si debba concedere di
ritenere sacre le proprie origini e di riferirle anzi agli dei stessi, tale è la
gloria militare del popolo romano che, quando esso vanta Marte come proprio
padre e come padre del proprio fondatore, le altre genti debbono mettersi
l'animo in pace e accettare questa sacralità delle origini allo stesso modo in
cui subiscono la supremazia di Roma. Ma io non mi attarderò ad esaminare
leggende di questo tipo, comunque esse saranno intese e valutate. Piuttosto, a
questo argomento ognuno rivolga con grande intensità il suo animo: quale sia
stata la vita e quali i costumi che hanno permesso la nascita e la crescita
dell'impero. E grazie a quali uomini, grazie a quali strumenti ciò sia avvenuto,
in pace e in guerra. E si consideri come il vacillare della disciplina abbia
prima snervato i costumi, poi li abbia fatti precipitare e quindi li abbia
definitivamente rovinati: siamo, ai nostri tempi, giunti al punto che non ci
possiamo permettere più né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi. Questo,
nell'indagine storica, è fertile di vantaggi futuri: il poter cogliere ogni
genere di esempi, testimoniati in uno splendido monumento.[1]
Essi ci insegnano ciò che ognuno deve
imitare per sé e per la repubblica e anche ciò che è turpe intraprendere e
compiere.
Del resto può essere che l'entusiasmo per l'opera
che ho intrapreso mi induca in errore: ma a me sembra che mai una repubblica sia
stata più grande, più sacra, più ricca di buoni esempi. Mai uno stato si è
difeso così a lungo dall'ingresso dell'avarizia e della lussuria, mai tanto a
lungo sono rimaste in auge povertà e parsimonia: quanto minore era il benessere
tanto meno si desiderava arricchirsi. Ma da qualche tempo la ricchezza ha
introdotto l'avarizia. E piaceri sempre più sfrenati hanno generato la smania di
rovinarsi e di sperperare ogni cosa nel lusso e nella libidine. Ma almeno ora,
all'inizio dell'esame di una così vasta materia, voglio evitare lamentazioni che
non saranno gradite nemmeno, forse, quando saranno necessarie. Certo: più
volentieri inizierei il mio lavoro, se come per i poeti, anche per noi esistesse
l'abitudine di invocare, con buoni auguri e voti e supplicazioni, gli dei e le
dee per ottenere da loro il felice esito per chi, come me, ha intrapreso
un'opera così grande.[2]
1
Comincio dunque dalla caduta di Troia cui, come è
abbastanza noto, seguì lo sterminio di quasi tutti i suoi abitanti; ma su due di
essi, Enea e Antenore, gli Achei non esercitarono in alcun modo il diritto di
guerra sia per un antico vincolo di ospitalità sia perché erano sempre stati
fautori della pace e della restituzione di Elena. È anche risaputo che Antenore,
dopo varie vicende, giunse nella parte più interna del mare Adriatico assieme ad
un gran numero di Eneti. Costoro erano stati cacciati dalla Paflagonia in
seguito ad una rivolta e stavano cercandosi una sede stabile e un capo dopo aver
perso, sotto Troia, il loro re Pilemene. Troiani ed Eneti si insediarono nel
luogo in cui erano sbarcati, dopo aver cacciato gli Euganei che abitavano tra il
mare e le Alpi, e chiamarono Troia il luogo in cui avevano preso terra. Dunque
questo territorio ha un nome che richiama quello di Troia, mentre quei popoli,
nel loro insieme, si chiamarono Veneti.[3]
Enea, travolto dalla stessa rovina e in fuga
dalla sua patria, era condotto dal fato ad avviare ben più significativi eventi:
prima sbarcò in Macedonia; poi, alla ricerca di una nuova sede, si trasferì in
Sicilia e di lì diresse la sua flotta verso l'agro Laurente.[4]
Anche questo luogo ricevette il nome di Troia.
Dopo il loro sbarco, i Troiani (come è naturale per gente che dalle sue lunghe
peregrinazioni aveva salvato solo le armi e le navi) depredavano il territorio
circostante. Il re Latino e gli Aborigeni[5]
che allora occupavano quella regione, accorsero in armi da città e campagne, per
respingere la violenza degli stranieri. A questo punto la tradizione offre due
differenti versioni. Alcuni sostengono che Latino, una volta sconfitto in
battaglia, abbia prima sancito la pace e poi stretto rapporti di parentela con
Enea. Invece, secondo un'altra versione, quando già i due eserciti erano
schierati e poco prima che risuonasse il segnale della battaglia, Latino sarebbe
avanzato assieme ai maggiorenti del suo popolo e avrebbe chiamato a colloquio il
capo degli invasori. Latino volle sapere chi fossero, da dove venissero, a causa
di quale evento si fossero allontanati dalla loro patria e soprattutto che cosa
speravano di ottenere sbarcando nell'agro Laurente. Seppe che quella era una
moltitudine di Troiani e che a guidarla era Enea, figlio di Anchise e di Venere;
che erano fuggiti dalla loro patria e dalla loro città in fiamme; che cercavano
un luogo dove stabilirsi e fondare una città. Allora ebbe parole di ammirazione
per la nobiltà di quel popolo e del suo capo. Dopo aver apprezzato la loro
disponibilità sia a vivere in pace che a combattere, porse la destra per
stabilire un segno di futura amicizia. Tra i due comandanti fu stretto un patto
e i due eserciti si scambiarono la formula del saluto. Enea fu ospite di Latino
il quale, a questo punto, sancì il patto pubblico con un accordo domestico,
facendogli sposare la propria figlia.[6]
Ciò confermò nei Troiani la speranza di porre finalmente termine al loro
vagabondare in una sede certa e sicura. Fondarono una città che Enea chiama, dal
nome della moglie, Lavinio. Di lì a poco, da questo nuovo matrimonio, nacque un
figlio maschio, che i genitori chiamarono Ascanio.
2
Accadde
presto che Aborigeni e Troiani fossero insieme provocati a combattere. Turno, re
dei Rutuli, cui era stata promessa Lavinia prima che arrivasse Enea, mal
sopportava che gli fosse preferito uno straniero e aveva dichiarato guerra
contemporaneamente ad Enea e Latino. I Rutuli furono sconfitti, ma nessuno dei
due eserciti ebbe di che rallegrarsi della battaglia perché anche i Troiani e
gli Aborigeni che avevano avuto la meglio, persero il loro capo Latino. Allora
Turno e i Rutuli, senza più fiducia nelle loro attuali condizioni, cercarono
sostegno presso la fiorente potenza degli Etruschi e presso il loro re, Mesenzio[7].
Costui, signore della allora ricchissima città di Cere, fin dai suoi inizi
considerava di malanimo la nascita di una nuova città e pensava anzi che lo
stato troiano stesse crescendo più di quanto fosse concesso in relazione della
tranquillità dei popoli limitrofi. Dunque, senza indugio, si alleò all'esercito
dei Rutuli.
Enea, minacciato da una guerra immane, per
conciliarsi l'animo degli Aborigeni, volle che si unissero ai Troiani non solo
come portatori dello stesso diritto, ma anche nel nome: e l'uno e l'altro popolo
presero il nome complessivo di Latini. E da allora mai gli Aborigeni si fecero
sopravanzare dai Troiani in devozione e lealtà nei riguardi di Enea. Egli aveva
dalla sua, dunque, la fiducia in due popoli che di giorno in giorno desideravano
sempre più unirsi; sebbene la potenza etrusca fosse ormai a tal punto cresciuta
da aver riempito con la fama del suo nome non solo la terra ma anche il mare,
dalle Alpi al mar di Sicilia, per quanto era estesa l'Italia, Enea, pur potendo
respingere gli assalti nemici rimanendo entro le mura, volle tuttavia sfidare i
nemici in campo aperto. La battaglia ebbe esito favorevole per i Latini, ma fu
l'ultima impresa mortale di Enea: sia che debba essere chiamato uomo o dio in
virtù del diritto umano e divino, giace in riva al fiume Numico e viene chiamato
Giove Indigete[8].
3
Ascanio, figlio di Enea, era ancora troppo
giovane per regnare; tuttavia quel potere rimase intatto per lui fino alla
pubertà: nel frattempo lo stato latino e il regno avito e paterno rimasero sotto
reggenza muliebre (tanto forte era il carattere di Lavinia). Non ho intenzione
di indagare (che senso avrebbe infatti cercare certezze in una questione tanto
antica?) se l'Ascanio di cui stiamo parlando sia proprio quel Julo che la gente
Giulia proclama iniziatore del suo nome o se sia uno più anziano di lui, che
nacque da Creusa, quando Ilio si ergeva ancora incolume e che fu poi compagno
del padre durante la fuga. Questo Ascanio, non importa dove e da quale madre
nato (l'unica certezza riguarda il padre, Enea), quando la popolazione di
Lavinio crebbe oltre misura, lasciò alla madre (o matrigna) quella città già
fiorente in proporzione alle condizioni del tempo ed egli stesso ne fondò una di
nuova ai piedi del monte Albano. Dalla posizione della città, allungata sul
dorso del monte, venne il nome di Albalonga. Tra la fondazione di Lavinio e la
deduzione della colonia di Albalonga trascorsero circa trent'anni. Tuttavia
tanto era cresciuta la potenza latina, soprattutto dopo la vittoria riportata
sugli Etruschi, che né l'Etruria, né Mesenzio né alcuno tra i popoli confinanti
osarono attaccarla: nemmeno quando Enea morì, nemmeno quando il regno fu retto
da Lavinia, nemmeno quando Ascanio, ancor giovanissimo, stava apprendendo a
regnare. La pace prevedeva che, tra Etruschi e Latini, il confine fosse segnato
dal fiume Albula, lo stesso che ora chiamiamo Tevere.
Ad Ascanio, succedette suo figlio Silvio, nato,
per strano accidente, in mezzo ad un bosco. Egli generò Silvio Enea da cui
nacque Silvio Latino. Costui dedusse un gran numero di colonie che furono dette
dei Prischi Latini. E a tutti quelli che regnarono in Alba rimase il soprannome
di Silvio. Da Latino nacque Alba, da Alba Ati, da Ati Capi, da Capi Capeto, da
Capeto Tiberino il quale annegò mentre attraversava il fiume Albula e gli diede
quel nome con cui esso è noto presso i posteri. Quindi prese il regno il figlio
di Tiberino, Agrippa e, dopo di lui, Romolo Silvio ricevette il regno dal padre.
Questi fu colpito da un fulmine e il regno passò di mano in mano fino ad
Aventino che è sepolto in quel colle che ora è parte del territorio urbano di
Roma e che da lui prese nome. Gli successe Proca che ebbe due figli, Numitore e
Amulio. Al primo, che era anche il più anziano, lasciò in eredità l'antico regno
della gente Silvia. Ma, sulla volontà paterna e sul rispetto per l’età, finì col
prevalere la violenza. Amulio scacciò il fratello e assunse il regno. Aggiunse
delitto a delitto: trucidò i figli maschi del fratello e tolse, con l'obbligo ad
una perpetua verginità, la speranza di generare alla figlia del fratello, Rea
Silvia. Infatti, fingendo di tributarle un onore, la fece diventare vestale.[9]
4
Ma ho
motivo di credere che l'origine di una così grande città fosse voluta dal fato:
doveva nascere l'impero più prestigioso che mai sia esistito, secondo solo alla
potenza degli dei. Rea Silvia subì una violenza in seguito alla quale partorì
due gemelli. Proclamò che Marte era il padre di quella discendenza illegittima:
forse ne era davvero convinta, forse pensava che attribuire la paternità ad un
dio giustificasse la colpa. Ma certo non ci furono divinità o uomini capaci di
mettere al riparo lei e i figli dalla crudeltà del re. La sacerdotessa viene
imprigionata e incatenata. Amulio ordina poi che i due fanciulli vengano gettati
nella corrente del fiume. Per una caso provvidenziale il Tevere aveva tracimato
e aveva formato dei larghi stagni sicché non era possibile raggiungere il
normale corso della corrente. Coloro che eseguirono l'ordine avevano tuttavia
fondate probabilità che i bambini annegassero nonostante le acque ristagnanti. E
dunque, convinti di eseguire al meglio l'incarico ricevuto dal re, espongono i
fanciulli nella pozza più facilmente raggiungibile proprio nel luogo (chiamato
Romulare) in cui oggi si trova il Fico Ruminale[10].
Quelli erano allora luoghi del tutto abbandonati. Sopravvive ancor oggi la
credenza che le acque basse abbandonassero su una secca il cesto in cui erano
stati esposti i bambini e che aveva preso a galleggiare sulla corrente. Una lupa
assetata si diresse, dai colli vicini, verso il luogo da cui veniva un vagito.
Si abbassò e porse ai due fanciulli le proprie mammelle con tanta mitezza che un
pastore che custodiva il gregge del re (se ne tramanda ancora il nome: Faustolo)
la trovò mentre lambiva con la lingua i due gemelli. Faustolo li portò alle
stalle dove si trovava sua moglie Larenzia perché li allevasse. Non manca chi
crede che Larenzia, poiché‚ si prostituiva, fosse chiamata lupa tra i pastori.[11]
Così nacquero e così furono allevati. Crescendo non si dimostrarono certo pigri
nei lavori delle stalle o nel pascolare le greggi, ma preferivano errare e
andare a caccia per i boschi. Si irrobustirono in tal modo nel corpo e nel
carattere ed erano in grado non solo di affrontare le bestie selvagge ma anche
di assaltare i predoni carichi di bottino. Dividevano con gli altri pastori le
loro prede e, assieme ad essi, attendevano sia ai diversi lavori che agli
svaghi. E intanto cresceva ogni giorno, intorno a loro, la schiera di giovani.
5
Si racconta anche che già allora si celebrava
questa nostra festa Lupercale sul Palatino: il colle traeva il suo nome da
Pallanteo, città dell'Arcadia, divenuto prima Pallanzio e poi Palatino.[12]
Evandro[13],
proveniente appunto dalla stirpe arcade di Pallanteo, che già molto tempo prima
aveva occupato quel territorio, aveva istituito quella festa importandola dalla
sua terra: dei giovani nudi correvano scherzando licenziosamente in onore del
dio Pan Liceo (che i Romani avrebbero poi chiamato Inuo)[14].
Mentre i giovani erano tutti intenti a questa festa gioiosa, la cui ricorrenza
era ben conosciuta, subirono l'assalto dei predoni arrabbiati per la perdita del
loro bottino. Romolo si difese con grande vigore; ma Remo fu catturato: i
ladroni lo portarono al re Amulio e presero l'iniziativa dell'accusa nei suoi
riguardi. Fu infatti incriminato per aver invaso, assieme al fratello, il
territorio di Numitore e di essersi comportato in modo ostile raccogliendo una
schiera di giovani e depredando quel luogo. Remo fu dunque consegnato a Numitore
perché lo punisse.
Fin da quando li aveva raccolti, Faustolo aveva
sperato che coloro che aveva allevato fossero discendenti di re; conosceva gli
ordini per i quali gli infanti erano stati esposti e calcolava la coincidenza
col tempo in cui li aveva raccolti. Ma mai aveva voluto rivelare il suo pensiero
in modo prematuro perché aspettava o l'occasione giusta o lo stato di necessità.
E si verificò, per primo, lo stato di necessità: soggiogato dalla paura, rivelò
ogni cosa a Romolo. Casualmente anche Numitore era stato toccato dal ricordo dei
nipoti: aveva suo prigioniero Remo, aveva appreso che aveva un fratello gemello
e andava analizzando la loro età e la loro indole per nulla incline ad accettare
imposizioni. Indagò e, condividendo il dubbio di Faustolo, quasi gli parve di
riconoscere Remo.[15]
Contro Amulio vengono recate insidie da ogni
parte. Romolo attacca il re: non si era portata dietro una schiera di giovani
perché non aveva forze sufficienti ad un assalto frontale, ma aveva ordinato ai
pastori di portarsi verso la reggia a intervalli regolari e seguendo itinerari
diversi. Remo porta aiuto con un'altra schiera partendo dalla casa di Numitore.
In questo modo uccidono il re.
6
Numitore, al primo manifestarsi del
tumulto, sparse la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano
aggredendo la reggia, indirizzando gli uomini di Alba al presidio e alla difesa
della rocca. Poi, quando vide i giovani che gli si facevano incontro
congratulandosi per il felice esito dell'impresa, convocò lì per lì l'assemblea
e spiegò chiaramente i delitti che il fratello aveva commesso contro di lui,
l'origine e la nascita dei nipoti, la loro educazione e il loro riconoscimento.
Poi dichiarò che il tiranno era stato giustiziato su sua iniziativa. Romolo e
Remo entrarono con la loro schiera proprio in mezzo all'assemblea e salutarono
re il nonno, mentre voci di consenso si alzavano da tutta la folla che riconobbe
legittimo al re il titolo e il comando.
Romolo e Remo, lasciato in questo modo il
governo di Alba a Numitore, furono presi dal desiderio di fondare una città nel
luogo in cui erano stati prima esposti e poi educati. La popolazione di Albani e
latini era ormai eccessiva e ad essi si erano aggiunti anche molti pastori:
tutta questa gente faceva prevedere che piccole sarebbero state Alba e Lavinio a
confronto della città che sarebbe stata fondata. E in mezzo a queste
considerazioni sopraggiunse il male connaturato a quella famiglia della
cupidigia di dominio. Di qui una ignobile conflitto, sorto nonostante i pacifici
inizi. Erano gemelli e dunque l’età non serviva come discriminante: affinché gli
dei, patroni di quella regione, indicassero con segni augurali chi doveva dare
il nome alla nuova città e chi dovesse detenere il potere dopo la fondazione,
Romolo occupò il Palatino, Remo l'Aventino. Furono questi gli spazi scelti[16]
per l'osservazione degli auspici.
7
Tradizione vuole che Remo scorgesse per
primo sei avvoltoi. Quando già la visione augurale era stata annunciata, Romolo
ne vide un numero doppio. Le schiere dei fautori dell'uno e dell'altro
salutarono entrambi re, attribuendo il diritto di regnare a Remo per aver scorto
prima gli uccelli e a Romolo per averne scorti di più. Per questo nacque una
zuffa, e, sotto la spinta dell'ira, si arrivò a spargere sangue. Colpito a morte
nella mischia, Remo cadde. È comunque più diffusa la leggenda secondo cui Remo,
in segno di scherno verso il fratello, fosse saltato oltre le mura che stavano
sorgendo. Romolo, trasportato dall'ira, lo avrebbe ucciso e avrebbe inveito
contro di lui gridando: “patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare
le mie mura”. Romolo detenne così da solo l'imperio e diede il suo nome alla
città appena fondata.
Come prima cosa fortificò il Palatino, su cui era
stato allevato. Celebrò dei riti sacri a tutti gli dei secondo il rito albano; a
Ercole invece sacrificò secondo il rito greco, seguendo la liturgia introdotta
da Evandro. Si narra che Ercole, una volta ucciso Gerione,[17]
avesse condotto in quei luoghi i buoi di straordinaria bellezza che aveva
trafugato. Giunto in riva al Tevere (che aveva fatto passare a guado al suo
armento spingendolo davanti a sé), stanco per la via e in attesa che i buoi si
riposassero e riprendessero vigore pascolando abbondantemente, si sdraiò in un
luogo erboso. Lì, oppresso dal cibo e dal vino, si lasciò andare ad un profondo
sonno. Un pastore di nome Caco che abitava quei luoghi ed era bellicoso e forte,
fu preso dalla bellezza dei buoi. Progettò di derubare Ercole: se però avesse
spinto l'armento verso la sua spelonca, sarebbero state proprio le orme a
mettere sulla pista buona il padrone quando si fosse posto alla ricerca. Allora
trasse a ritroso, tirandoli per la coda, i buoi più belli nella sua spelonca.
Ercole con la prima luce si svegliò e diede un'occhiata al suo armento. Si rese
conto che ne mancava una parte e si diresse verso la vicina spelonca, sperando
che lì conducessero le impronte. Vide però che si dirigevano tutte verso
l'esterno e non in altre direzioni; allora perplesso e turbato cominciò a portar
via l'armento da quel luogo infausto. Ma mentre spingeva le vacche, queste, come
accade di solito, avvertirono l'assenza di quelle che rimanevano indietro e
presero a muggire. Quelle rimaste chiuse risposero dalla spelonca ed attrassero
l'attenzione di Ercole. Caco si oppose a forza all'ingresso di Ercole nella
spelonca, ma fu colpito dalla clava e, mentre cercava invano la solidarietà
degli altri pastori, ne morì.
In quell'epoca Evandro, profugo dal Peloponneso,
governava quei luoghi in virtù del suo prestigio più che grazie all'imperio. La
sua autorità era grande perché conosceva le meraviglie della scrittura, grande
novità tra quegli uomini ignari di ogni arte; e prestigio ancora maggiore gli
derivava dall'aura di divinità che circondava la madre Carmenta, venerata come
profetessa da quei popoli prima dell'arrivo in Italia della Sibilla. Allora
questo Evandro, richiamato dalla folla di pastori intimoriti che circondavano
quello straniero manifestamente colpevole di omicidio, volle sapere del delitto
e delle sue cause. Notò il portamento e l'aspetto di quell'uomo, assai più
imponente e augusto del comune e volle sapere chi fosse. Appena apprese il nome,
il padre e la patria gli si rivolse così: “salute a te, Ercole, figlio di Giove.
Mia madre, veridica portavoce degli dei, ebbe a profetizzarmi che tu saresti
andato ad accrescere il numero dei celesti e che a te qui sarebbe stata dedicata
un'ara. Per il popolo che diventerà il più potente della terra sarà, anzi,
questa l'Ara Massima[18]
e qui saranno celebrati riti secondo la tua liturgia.” Ercole gli porse la
destra e proclamò di accettare l'augurio e di volersi rendere garante della
profezia edificando e dedicando egli stesso l'altare. Allora, scelta una
splendida vacca dall'armento, furono celebrati sacrifici in onore di Ercole e
furono designati per i servizi religiosi e per il banchetto i Potizii e i
Pinarii, le due famiglie più illustri che abitavano allora in quei luoghi.
Accadde fortuitamente che soltanto i Potizii fossero pronti al momento fissato
e solo a loro, dunque, furono imbandite le viscere. I Pinarii giunsero solo per
il resto del banchetto, dopo che le viscere erano già state mangiate. Ciò
divenne istituzione: i Pinarii, finché durò la loro discendenza, non si
nutrirono delle viscere dei sacrifici. I Potizii, istruiti da Evandro, furono
per lungo tempo i sacerdoti di quel culto fino a quando, trasferito a pubblici
ufficiali il sacro ministero di quella famiglia, tutta la stirpe dei Potizii si
estinse. Romolo adottò, tra tanti, unicamente questi riti forestieri, già
presago dell’immortalità cui lo destinavano il suo valore e il fato.[19]
8
Compiute dunque secondo il rito le cerimonie e
adunata la gente in assemblea, Romolo dettò i fondamenti del diritto, perché
solo le leggi consentono a un popolo di diventare un unico e compatto organismo.
Consapevole che le leggi sarebbero apparse inviolabili a quelle genti ancor
rozze, solo se egli stesso si fosse reso degno di venerazione grazie ai segni
esteriori dell’autorità, accrebbe la propria maestà abbigliandosi in modo
particolare e soprattutto ponendosi vicino dodici littori. Alcuni pensano che
egli abbia scelto quel numero dagli uccelli che gli avevano profetizzato il
regno. A me non dispiace invece condividere il parere di coloro che pensano che
anche quelle guardie derivassero dai vicini Etruschi. Da essi provenivano anche
la sedia curule e la toga pretesta[20];
perfino il numero sembra importato da là: presso gli Etruschi, dopo che i dodici
popoli avevano eletto insieme un re, ognuno di questi popoli gli forniva un
littore.[21]
Intanto la città si ingrandiva e comprendeva
sempre nuove porzioni di territorio entro la cinta murata: si costruivano
fortificazioni più per la speranza della grandezza futura che sulla base del
numero di uomini effettivamente esistenti in quel momento. Poi, perché la città
non rimanesse inutilmente grande e per aumentare la popolazione, seguendo
l'antico accorgimento dei fondatori di città i quali richiamavano una folla di
persone ignobili e di bassa origine, fingendo di averla generata dalla terra[22],
Romolo aperse un asilo, nel luogo -per chi scende dal Campidoglio- recintato e
tra due boschi. Lì trovò rifugio una folla che proveniva dai popoli confinanti:
gente di ogni tipo, uomini liberi e schiavi, tutti desiderosi di rivolgimenti. E
quello fu il nucleo iniziale dell'incipiente grandezza. Romolo era soddisfatto
di quei rinforzi e nominò un consiglio per governare quelle forze. Creò cento
senatori: forse era un numero sufficiente o forse soltanto cento erano coloro
che potevano essere elevati a tale dignità. Questa loro carica li rendeva padri
dello stato e i loro discendenti presero il nome di patrizi.
9
Ormai lo stato romano era tanto forte da
poter competere in potenza militare con tutte le popolazioni confinanti.
Tuttavia, a causa della mancanza di donne, quella grandezza poteva durare quanto
la vita di un uomo: in patria non vi era speranza di prole e non esistevano
accordi matrimoniali con i vicini. Allora i senatori consigliarono Romolo di
mandare dei messi presso i popoli circostanti chiedendo per il nuovo popolo
alleanze e patti matrimoniali: le città, come ogni altro organismo, sono piccole
al loro nascere, ma grazie al valore dei cittadini e all'aiuto degli dei,
possono salire a grande potenza e a grande nome. Romolo era ben certo che gli
dei avessero garantito il loro favore alla nascita di Roma e che il valore non
sarebbe venuto meno. Dunque degli uomini non dovevano sdegnarsi di stringere
patti con altri uomini e di mescolare sangue e stirpe. In nessun luogo la
delegazione fu ascoltata con esito favorevole: da una parte a tal punto
disprezzavano i romani, dall'altra temevano per sé e per i propri figli quella
potenza che cresceva in mezzo a loro. I legati furono scacciati da quasi tutti.
E quasi tutti chiedevano perché non avessero aperto un asilo anche per le donne.
Alla fin fine non potevano che essere di questo tipo i matrimoni degni di loro!
I giovani romani accolsero molto male questa
risposta e, senza ripensamenti, si progettò di ricorrere alla violenza. Romolo,
per preparare tempo e luogo adatti ad una azione di forza, dissimulò la sua
profonda delusione e predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno
equestre[23],
cui diede il nome di Consuali. Ordina poi che circoli tra i confinanti la
notizia di un grande spettacolo: per renderlo più attraente e grandioso, lo
organizzano con il più grande apparato consentito dalle loro conoscenze e dalle
loro possibilità. Accorse gran numero di persone, anche per la curiosità di
vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumesi,
gli Antemnati[24].
E venne anche, praticamente al completo, con
mogli e figli, la popolazione dei Sabini. Ricevuti ospitalmente nelle case,
guardano la posizione, le fortificazioni e i numerosi edifici della città,
stupendosi che lo stato romano sia in poco tempo tanto cresciuto. Venne il
momento dello spettacolo che occupava totalmente gli occhi e le menti degli
ospiti: ad un certo punto nacque un tumulto (che era stato precedentemente
organizzato) e quando venne fatto il segnale convenuto, i giovani romani si
precipitarono a rapire le vergini. La maggior parte di esse fu rapita da coloro
nelle cui mani erano casualmente cadute; alcune, particolarmente belle e
destinate ai senatori più autorevoli, furono portate nelle case di questi da
alcuni uomini della plebe cui era stato affidato tale incarico. Una, fra tutte
la più bella, fu, a quanto si dice, rapita dai servi di un tal Talassio. E
siccome molti chiedevano a chi fosse portata, i servi, perché‚ nessuno la
violasse, andavano gridando che la recavano a Talassio: fu in questo modo che
nacque questo grido nuziale[25].
Il terrore turbò la festa e i genitori delle
vergini fuggirono profondamente afflitti, accusando chi era venuto meno al
diritto di ospitalità e invocando il dio alla cui solenne cerimonia e ai cui
giochi erano venuti, ricevendo il tradimento dei loro diritti e della loro
fiducia. Le rapite provavano ugual sdegno e uguale disperazione per il proprio
futuro. Tuttavia lo stesso Romolo faceva loro frequenti visite dicendo che
questo era accaduto per la superbia dei loro padri, che avevano negato matrimoni
ad un popolo confinante. Ma esse avrebbero avuto il vincolo del matrimonio e la
comunanza di tutti i beni, della cittadinanza e di ciò che è più caro a ogni
persona, i figli. Dunque attenuassero il loro sdegno e regalassero anche il loro
animo a coloro cui la sorte aveva concesso il loro corpo. Spesso, col tempo, da
una ingiustizia nasce un vantaggio ed esse avrebbero avuto mariti migliori nella
misura in cui questi, per la loro parte, si fossero sforzati di riempire il
vuoto lasciato dai genitori e dalla patria, adempiendo al proprio dovere. Si
aggiungevano le blandizie dei mariti che cercavano di rimediare alla violenza
con la loro passione amorosa; e queste sono le lusinghe più efficaci presso
l'animo muliebre.
10
Gli animi delle rapite si acquietarono in
fretta. Ma tanto più i loro genitori, vestiti a lutto, con lacrime e
lamentazioni, eccitavano i concittadini. E la loro ira usciva anche dai confini
della patria, e da ogni parte si radunavano attorno a Tito Tazio, re dei Sabini.
E a lui facevano capo anche ambascerie perché grandissima era la sua fama in
quelle regioni. Si trattava dei Ceninesi, dei Crustumini, degli Antemanti che
erano stati coinvolti in quella ingiustizia. A costoro sembrò che troppo
lentamente Tazio si muovesse; e dunque quei tre popoli fecero parte a sé e
prepararono insieme la guerra. Ma di fronte al furore e all'ira dei Ceninesi,
nemmeno i Crustumini e gli Antemnati fanno abbastanza in fretta. E, da solo, il
popolo dei Ceninesi invade il territorio Romano. Ma Romolo li affronta mentre
questi si danno a disordinato saccheggio e con una battaglia non molto
impegnativa dimostra che a poco serve l'ira se non è sostenuta da adeguate
forze. Sbaraglia e mette in fuga i nemici; arriva perfino ad incalzarli e nella
battaglia che segue ne uccide il re, facendo bottino delle sue spoglie. Dopo
l'uccisione del comandante nemico, gli basta un assalto per prendere la città.
Ricondotto di là l'esercito vittorioso, Romolo,
abile ad agire ma anche a mettere in evidenza le sue imprese, portando le
spoglie del comandante nemico ucciso su un carro costruito a questo scopo,
ascese al Campidoglio e le depose presso una quercia venerata dai pastori. Con
quel dono delimitò il tempio di Giove e insieme aggiunse l'epiteto al dio
invocandolo con queste parole: “Giove Feretrio[26],
io Romolo, re vittorioso, ti reco queste armi di re e ti dedico, in questo
luogo, questo tempio che solo con la mia mente ho delimitato, come sede per le
spoglie opime che i posteri qui recheranno seguendo il mio esempio e dopo aver
ucciso re e comandanti nemici.” Questa è l'origine del tempio che Roma consacrò
primo fra tutti. E gli dei poi vollero che non rimanesse senza seguito la
preghiera di chi aveva fondato il tempio e aveva impegnato i posteri a portare
là le spoglie; e nemmeno permisero che molti divenissero partecipi di questo
titolo di merito svilendo così tale onore. In seguito due volte soltanto, in
così gran numero di anni e in così numerose guerre, furono ottenute spoglie
opime[27].
Tanto rara fu la fortuna di quell'onore.
11
Mentre i Romani attendono a quell'impresa,
l'esercito degli Antemnati, approfittando dell'abbandono dei luoghi, compie
un'irruzione nel loro territorio. Romolo anche contro costoro conduce l'esercito
romano e li distrugge mente sono dispersi nelle campagne. A sbaragliare il
nemico bastarono il primo assalto e l'urlo di battaglia: anche lo loro città
cadde. Ersilia, moglie di Romolo, indotta dalle suppliche delle altre donne
rapite, pregò il marito esultante per la duplice vittoria, di perdonare i
genitori e di accoglierli come nuovi cittadini. Così lo stato avrebbe potuto
metter più solide radici grazie alla concordia di intenti. Ersilia non trovò
difficoltà ad essere esaudita. Romolo poi si mise in marcia contro i Crustumini
che, a loro volta, erano scesi in guerra ma il conflitto con loro durò anche
meno degli altri perché le sconfitte altrui avevano minato la fiducia. In
entrambe le città furono mandate colonie; si trovò maggior numero di persone che
diedero il nome per andare nel Crustumino poiché quelle terre erano
particolarmente fertili. Roma fu, in seguito, sempre più spesso meta di
immigrazioni soprattutto da parte di genitori e parenti delle donne rapite.
Un'ultima guerra venne dai Sabini e fu di gran
lunga la più difficile. I Sabini infatti non erano mossi in alcun modo da ira o
da ingordigia di bottino e soprattutto non fecero trapelare nulla della loro
volontà di guerra prima di essere pronti in armi. A questa accorta strategia si
aggiunse poi l'inganno. Comandava il presidio della rocca romana Spurio Tarpeio
di cui Tazio corruppe la figlia, vergine vestale, con dell'oro perché facesse
entrare degli armati nella cittadella. Lei intanto si era allontanata per
cercare fuori delle mura dell'acqua che doveva servire per una cerimonia. I
soldati, una volta entrati, la uccisero seppellendola sotto le armi forse per
far sembrare che la presa della rocca era dovuta ad un atto di forza, forse per
dimostrare in modo esemplare che nessuna lealtà è dovuta ad un traditore. La
leggenda aggiunge anche un altro particolare. La vergine aveva pattuito come
ricompensa ciò che i Sabini reggevano con la sinistra: essi infatti portavano
normalmente dei bracciali d'oro di grande peso sul braccio sinistro e anelli
adorni di gemme e molto belli. Dunque i Sabini la ricoprirono con i loro scudi
invece che con doni aurei. Qualcuno sostiene che essa, pattuendo che le
consegnassero ciò che reggevano con la sinistra, volesse davvero avere gli scudi
e i Sabini l'avrebbero uccisa con la sua stessa ricompensa, rendendosi conto
dell'inganno.[28]
12
Comunque quel che è certo è che i Sabini
occuparono saldamente la rocca. Il giorno dopo l'esercito romano, schierato a
battaglia, empì lo spazio tra Palatino e Campidoglio[29];
ma i Sabini discesero nel piano soltanto quando i Romani, sospinti dall'ira e
dalla voglia rabbiosa di riprendersi la rocca, presero d'assalto il colle. Sui
due fronti, davanti a tutti, Mettio Curzio tra i Sabini, Ostio Ostilio tra i
Romani incitavano alla battaglia. Ostio, schierato nelle prime file, sosteneva i
suoi dimostrando tutto il coraggio del suo animo nonostante la posizione
svantaggiosa. Ma Ostio ebbe a cadere, e subito la schiera romana prese a
ripiegare e fu anzi respinta fino all'antica porta Palatina. Lo stesso Romolo fu
travolto dalla massa dei fuggitivi e, innalzando le armi al cielo, cosi pregò:
“o Giove, è qui, sul Palatino, che i tuoi uccelli mi hanno indicato il luogo in
cui gettare le prime fondamenta della città. Ora i Sabini occupano la tua rocca,
dopo averla presa con il tradimento. E vengono qui, armati, dopo aver superato
la spianata. Ma tu, padre degli dei e degli uomini, almeno da qui tieni lontano
i nemici. Libera i Romani dalla paura e arresta qui la loro ignobile fuga. Io
faccio voto di dedicare in questo stesso luogo un tempio a Giove Statore[30]
che ricorderà per sempre ai posteri che qui, grazie al tuo tempestivo aiuto, è
stata salvata la città.” Così pregò e quasi sembrava avvertire che le preghiere
erano state accolte. Allora, rivolgendosi ai suoi, disse: “Giove Ottimo Massimo
ci ordina che da qui parta la nostra riscossa, che da qui rinnoviamo la
battaglia.”
I Romani si fermarono, come se avessero ricevuto
un ordine dall'alto. Lo stesso Romolo volò in prima linea. Mettio Curzio,
davanti a tutti i Sabini, era sceso dalla rocca e aveva incalzato i Romani
sparpagliandoli per tutta l'estensione attuale del Foro. Ormai vicino alla porta
Palatina, urlava: “abbiamo sconfitto degli ospiti malfidati, dei nemici incapaci
di combattere; gli abbiamo insegnato che non è la stessa cosa rapire vergini e
combattere con degli uomini!” Proprio contro di lui che si vantava in tal modo,
si avventò Romolo con una schiera di fierissimi giovani. Mettio, in quel
momento, combatteva stando a cavallo e dunque fu più facile respingerlo
indietro. E una volta respinto, i Romani lo incalzavano. Nel frattempo il resto
dell'esercito romano, pungolato dal coraggio del re, sbaragliò i Sabini. Mettio
andò a cacciarsi in una palude[31]
poiché il suo cavallo si era impaurito per lo strepito degli inseguitori. I
Sabini, scorgendo il pericolo di un cosi valoroso combattente, furono distolti
dalla battaglia. Allora presero a far cenni e ad invocare Mettio, il quale
riprese animo grazie all'incitamento di tanti e riuscì a trarsi d'impaccio.
Romani e Sabini rinnovarono la battaglia nella valle compresa tra i due colli,
ma ormai i Romani stavano prendendo il sopravvento.
[1]
Che è, dunque, la storia stessa di
Roma.
[2]
È questo il proemio dell'intera opera.
Alto, commosso, solenne: Livio affronta temi, argomenti, eventi già narrati
da altri e non può pretendere di riuscire nuovo al lettore: non così
catturerà il suo interesse. Ma proprio questo rilievo segnala al lettore il
registro alto del dettato, l'impegno dello scrittore, il rigore
dell'approccio. Con estrema sincerità e correttezza, Livio suggerisce fin
dalle prime pagine come il suo racconto si stratifichi su due piani. C'è il
piano della storia che definiremmo, comunque narrata (anche a costo di
essere ripetitivi, cioè): essa ha un senso perché indica come Roma è
diventata grande, come è stata chiamata al suo ruolo guida e come ha
realizzato la sua missione. È una vicenda esemplare a dispiegarsi agli occhi
del lettore e in questo senso la storia è prima res, poi
monumentum, cioè evento accaduto che diventa memoria e monito.
Ma
siccome i tempi in cui Livio scrive fanno intuire parecchie crepe nel
sistema (cosa questa che giustifica la necessità del monumentum il
quale stimola alla risalita nel tempo e alla riscoperta) ecco anche il piano
personale: raccontare e rinnovare gli eventi è consolatorio per lo
scrittore, gli ridona fiducia, gli fa intuire un senso del narrare. Non
importa che sia difficile, soprattutto nei periodi iniziali della storia
romana, separare verità e leggenda incrostata sopra la verità: anzi. Là dove
storia e leggenda si confondono è, per così dire, più facile innervare nel
racconto una tensione ideale che affiora, soprattutto in questo primo libro,
anche negli scorci lirici e nel diffuso gusto per la novella.
[3]
Qualche perplessità, peraltro
marginale, esiste attorno al brano appena letto. Intanto pagus indica
sia il villaggio che il gruppo di villaggi (quindi un territorio): Eneti e
Troiani arrivano ad un compromesso nell'attribuire i nomi alla nuova sede,
ma non si capisce se i Troiani diano il proprio nome ad un villaggio o ad un
intero territorio. Non risulta poi dalla tradizione che Enea avesse rapporti
di ospitalità e cordialità con i Greci: avrà agito sul padovano Livio la
voglia di mettere sullo stesso piano Enea e il fondatore della sua città,
Antenore (che tali rapporti, invece, aveva)? Quanto alla derivazione del
termine Veneti da Eneti essa appare problematica. Richiama quella,
altrettanto improbabile, di Tacito che fa derivare il nome dei Giudei da
quello degli abitanti del monte Ida in Creta (Historiae V, 2).
[4]
L'ager Laurens, su cui dunque
veniamo sapere che sorse la nuova Troia (questo il nome del primo
insediamento di Enea), è la regione a Sud-ovest di Roma, tra il Tevere e
Ardea, la capitale dei Rutuli. Di lì a poco, in quel territorio, sorgerà
anche Lavinio.
[5]
Sarebbe questo il nome antico dei
Latini, che gli antichi spiegavano con l'etimo ab origine. Due
etimologie greche spiegherebbero il nome come uomini del Nord o come
uomini delle montagne. A confondere ulteriormente i termini della
questione Livio ci propone, nel capitolo seguente, una notizia inverosimile:
Latini sarebbe il nome dato al popolo che nasceva dalla fusione di Aborigeni
e Troiani.
[6]
Lavinia, come si ricaverà tra un attimo
dal nome della città che porta il suo nome.
[7]
Mesenzio era lucumone di Caere/Caeres
(grecamente Agylla, oggi Cerveteri), una delle dodici città della
confederazione etrusca.
[8]
Cioè eroe patrio, eroe nazionale. Il
Numico (o Rio Torto) scorre tra Lavinio e Ardea e sulle sue rive sorgeva un
tempietto dedicato al dio patrono del luogo (Iuppiter indiges). Il
tempietto fu creduto la tomba di Enea quando l'eroe venne identificato con
questa divinità indigena.
[9]
Tito Livio
percorre con questo rapido capitolo tutto lo spazio temporale che va dalla
morte di Enea alla nascita di Romolo e Remo. Eratostene, con i suoi calcoli
cronologici, aveva reso impossibile conciliare la data della presa di Troia
(1184 a. C.) con la fondazione di Roma (753 a. C.): pertanto fu necessario
correggere la tradizione seguita ancora da Ennio e Nevio secondo cui Romolo
era direttamente nipote di Enea. Ecco dunque la lunga serie di re albani,
variamente riferita dagli antichi: accanto ai quattordici nomi riferiti da
Livio, ci sono i sette riferiti da Floro. Da notare che sotto la
denominazione Prisci Latini si indicavano le più antiche città della lega
latina come Tibur, Praeneste, Gabii, Tusculum.
[10]
Secondo Ovidio (Fast. II, 411)
invece, dell'albero, che si trovava ai piedi del Cermalo, una delle due
alture del Palatino, remanent vestigia. Ma Ovidio concorda con Livio
nel ritenere che Ruminalis sia corruzione di Romularis:
ricordiamo che ruma/rumis/rumen era la gola e che Rumina era dunque
la divinità patrona dei poppanti. Qualcuno connette il termine con la radice
rumon che indica il fiume.
[11]
Ecco, nel contesto della poetica
rievocazione della leggenda, un particolare razionalistico: non è credibile
che una lupa allatti due bambini. Allora lupa (nel senso di
prostituta) avrebbe generato la leggenda della belva mansueta. In realtà
tutto il brano appare pervaso da un simbolismo affidato ai nomi: il nome
beneaugurante di Faustolo, il nome di Acca Larenzia che richiama con
immediatezza quello di una antica divinità italica in onore della quale si
celebravano il 23 dicembre i Larentalia, feste che offrivano
occasione per invocare la fertilità dei campi.
[12]
I Lupercalia (da Lupercus,
uno dei nomi latini del greco Pan) erano un ludicrum, vale a dire un
rito di carattere gioioso; si celebravano il 15 febbraio; alcuni giovani
seminudi correvano recando uno staffile e percuotendo (l'essere colpiti
veniva interpretato come buon augurio soprattutto da parte delle donne
sterili che speravano di diventare feconde) i passanti. Quanto all'etimo di
Palatium, questo toponimo è probabilmente connesso con la radice di
pasco.
[13]
È il celebre personaggio dell'ottavo
libro dell'Eneide che va a stanziarsi, assieme alla madre Carmenta, sui
luoghi della futura Roma.
[14]
Pan era adorato sul monte Liceo, in
Arcadia. Quanto ad Inuus il termine è connesso al verbo ineo
con allusione alla penetrazione e alla fecondazione. Virgilio (Aen.
VI, 775) ci ricorda un Castrum Inui tra Ardea e Anzio.
[15]
Livio (spesso la sua narrazione ha
questa rapidità) salta i passaggi del riconoscimento vero e proprio e
dell'accordo tra il nonno e i nipoti.
[16]
templa:
il termine qui è usato nel significato originario di spazio che era
tracciato a terra dal bastone dell'augure e che diventava il circolo dal cui
interno si osservavano gli uccelli. Dalla stessa radice in greco viene il
termine con cui si indica il recinto
(tšmenos).
[17]
Una delle più famose imprese di Ercole.
Gerione era un mostro che abitava l'isola Eritea presso Cadice e possedeva
un armento formato da splendidi animali. Ercole uccise il mostro e si portò
via le bestie affrontando un lungo viaggio attraverso tutta Europa.
[18]
L'Ara Maxima era un antico
santuario ai piedi del Palatino, su cui veniva sancita la sacralità dei
trattati.
[19]
Sarà da intendere che Romolo sceglie
tra tanti il culto di Ercole perché ravvisava in esso una prefigurazione del
suo destino di immortalità che lo avrebbe portato ad essere accolto tra gli
dei.
[20]
La sella curulis era l'insegna
delle magistrature maggiori. La toga praetexta, orlata di porpora,
era la veste dei magistrati (e la portavano anche gli adolescenti fino a 17
anni).
[21]
Allusione alla confederazione delle
dodici città etrusche.
[22]
Passo variamente inteso: noi, seguendo
l'ipotesi prevalente, pensiamo ad una allusione al mito di Cadmo che, ucciso
un drago, ne seminò i denti facendo nascere dalla terra i capostipiti della
nobiltà tebana.
[23]
Secondo la leggenda
Nettuno aveva fatto nascere il primo cavallo dalla roccia. Nettuno equestre
veniva identificato con il dio agricolo di origine italica Conso: e
Consualia chiama Romolo i giochi.
[24]
Abitanti rispettivamente di Caenina,
tra Roma e Tivoli; Crustumerium (identificata da qualcuno con
l'odierna Monterotondo), alle sorgenti dell'Allia; Antemnae, alla
confluenza tra Tevere e Aniene.
[25]
Questo grido augurale per la sposa
novella (Talassio!) trova qui la spiegazione che le attribuiva la
tradizione. In realtà questa parola, diventata anche sinonimo di imeneo,
matrimonio, è di origine sconosciuta.
[26]
Juppiter Feretrius:
dunque, secondo Livio, questo epiteto di Giove sarebbe da connettere col
verbo fero, o, se si vuole, con ferculum (carro, ma
anche barella), vale a dire il veicolo destinato a trasportare
spolia opima (con questo termine si indicavano lo spoglie catturate a re
o comandanti nemici). È possibile che sia invece da connettere col verbo
ferire (che indica l'atto di colpire).
[27]
Da parte di Cornelio Cosso che uccise
Tolumnio re dei Veienti e di Claudio Marcello che uccise Viridomaro re degli
Insubri.
[28]
Insomma la figlia di Spurio Tarpeio
avrebbe finto l'accordo con i Sabini per ottenerne gli scudi e renderli
dunque più facilmente vulnerabili da parte dei Romani. È la versione, di
comodo e molto patriottica, dell'annalista Pisone.
[29]
Nella zona in cui poi sarebbe sorto il
Foro.
[30]
Connesso col verbo sisto: nel
luogo in cui appunto Giove è riuscito a sistere, ad arrestare
l'indecorosa fuga dei Romani.
[31]
È il lago Curzio che si trovava in
mezzo al Foro e che prese nome proprio da questo episodio (vedi anche
Tacito, Historiae I, 41 e II, 55).
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