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TANAQUIL, L’ «ALTRA» DONNA DI LIVIO
A Franco Sartori, mio maestro
di Storia Greca e Storia Romana
Treviso, Biblioteca Comunale, 16 febbraio 2001

Sono rimasto coinvolto dalla
personalità di Tanaquil, energica first lady della Roma monarchica, non a causa
del mio interesse per la storia romana e neanche, almeno in primissima istanza,
dallo specifico interesse per la letteratura latina. Men che meno è mio
desiderio sfruttare in qualche modo la sempre viva attenzione generale per la
civiltà e la cultura etrusche, puntualmente ravvivate da grandi mostre che di
volta in volta vengono dedicate ai cosiddetti Tirreni. Ricordo che oltre alla
straordinaria mostra veneziana di palazzo Grassi, anche Bologna propone una
rassegna di documenti di eccezionale valore con i suoi Principi etruschi,
presso il museo archeologico.
No, a spingermi è stato un
interesse esclusivamente narratologico, maturato sulle pagine liviane, fiorito
attorno alla spessa anima simbolica che attraversa il racconto dello storico
padovano, stimolato dal confronto con un’altra figura femminile su cui Livio si
sofferma con particolare attenzione, Sofonisba (o Sofoniba, come sarebbe più
esatto dire).
Ecco, subito, la piccola
provocazione del titolo: la vicenda di Sofonisba, figlia di Asdrubale, moglie e
vedova di Siface, tanto bella da devastare il cuore del vincitore Masinissa che
decide di sposarla pochi istanti dopo averla conosciuta, ha alimentato una
straordinaria fortuna letteraria, in ogni epoca e in ogni lingua: tragedie,
melodrammi, romanzi cui va aggiunta la splendida e celeberrima novella di Matteo
Bandello. Sofonisba resta nella mente del lettore come una donna bella e
sensuale, spregiudicata e ambiziosa.
Ma appare sicuramente esangue
(e perfino bolso sembra il suo discorsetto, abbracciata alle ginocchia di
Masinissa) se messa a confronto con l’intelligenza e la femminilità di Tanaquil,
con le parole che sa usare a tempo e luogo. E Tanaquil, incredibilmente, non ha
goduto di alcuna fortuna letteraria, se si esclude un discutibile Die Sage
von Tanaquil di J. Bachofen.
Ebbene, a rendermi pensoso è
stato proprio questo silenzio letterario che appartiene senza dubbio all’area di
quel sempre insondabile mistero che è l’evento dell’invenzione e della
scrittura. Così mi si staglia davanti, aurorale e freschissimo, l’incedere di
questa donna capace della più acuta e fredda analisi politica come della più
assoluta dedizione al suo uomo e al progetto che ha concepito su di lui.
Eccola apparire, nel racconto
liviano, proprio nel segno del progetto. Donna di nobile discendenza, e dunque
abituata al potere e al benessere, si trova a fare i conti con una situazione
dinastica ed anche ereditaria intricata e ben poco promettente per il futuro. La
sua vicenda familiare si lega a quella di un fuoriuscito greco, Demarato, il
quale, esule da Corinto per opera del tiranno Cipselo, era andato a stabilirsi
nella città etrusca di Tarquinia dove si era sposato e dove gli erano nati due
figli, Lucumone e Arunte. Dunque, nei modi della leggenda, Livio propone un
accenno agli influssi della civiltà greca su quella etrusca. Sappiamo
effettivamente di una migrazione di artigiani corinzi in Etruria.
Alla morte di Demarato,
Lucumone eredita tutta la sostanza del padre perché suo fratello Arunte è morto
pochi giorni prima dello stesso Demarato. Tuttavia Arunte ha lasciato una moglie
incinta: costei partorirà un figlio postumo, Egerio, che l’etimo popolare
connette al verbo egere, cioè alla condizione di bisogno e di
povertà.
Dunque Lucumone è ricco, ma
rimane pur sempre un mezzosangue, trattato con diffidenza, tenuto lontano dalle
sale del potere. Quando, evidentemente per amore, sposa Tanaquil, è proprio la
sua sposa a mettergli nel sangue questa smania di emergere. Racconta Livio:
Lucumoni contra, omnium heredi bonorum, cum divitiae iam animos facerent,
auxit ducta in matrimonium Tanaquil, summo loco nata, et quae haud facile iis in
quibus nata erat humiliora sineret ea quo innupsisset. Spernentibus Etruscis
Lucumonem exule advena ortum, ferre indignitatem non potuit, oblitaque ingenitae
erga patriam caritatis, dummodo virum honoratum videret, consilium migrandi ab
Tarquiniis cepit. Roma est ad id potissimum visa .
Tanaquil legge
l’insoddisfazione del marito, la coniuga alla sua, è lei a prendere la grande
decisione. Roma è davvero la città adatta: un popolo giovane, dove non è
difficile diventare nobili purché si abbiano intelligenza e cuore saldo. Se
aveva trovato cittadinanza un sabino come Tazio, se Numa era stato chiamato al
trono addirittura da Curi, la città rivale e capitale dei Sabini, se lo stesso
Anco era di madre sabina, quale traguardo poteva dirsi impossibile per un
giovane ricco, ambizioso, forgiato nel crogiolo di una civiltà abituata a
gestire il potere e a pensare in grande? Facile persuadet ut cupido
honorum et cui Tarquinii materna patria tantum esset.
Ce li immaginiamo discendere
da Tarquinia, affrettarsi sul ripido pendio verso valle e andare in direzione
del litorale seguendo le acque del lago di Bolsena che la Marta convoglia rapida
e irruenta verso il mare. Ce li immaginiamo seguire la costiera fino alle foci
del Tevere e poi risalire il corso d’acqua fino al Gianicolo.
Il racconto liviano coglie
Tanaquil e Lucumone proprio ai piedi del colle che solo di recente Anco Marzio
aveva incluso nel tessuto urbano non inopia loci, sed ne quando ea arx
hostium esset.
non certo perché mancasse
spazio, ma per evitare che diventasse una roccaforte di qualche popolazione
nemica. Che Livio voglia anticiparci quanto minaccioso sia l’avvicinarsi degli
Etruschi? La domanda è legittimata dalla particolare solennità che assume
l’episodio in qualche modo isolato dal contesto e tutto tramato su allusioni
simboliche e mitiche. Un’aquila scende leviter su Lucumone, gli
porta via il cappello, si alza nel cielo compiendo ampie evoluzioni e poi plana
una seconda volta per riposare il pilleum sul capo all’etrusco.
L’aquila sembra quasi compiere un rito, poi sublimis abiit.
Tanaquil ne è felice. Lei, esperta di aruspicina, interpreta l’evento come un
prodigio del tutto favorevole.
A sottolineare la centralità
dell’episodio e della figura di Tanaquil, qui appunto chiamata ad un responso
decisivo per il futuro, vale la pena di fermarsi un attimo per ricordare come,
anche nei miti meno noti, l’aquila sia sempre associata a situazioni positive.
L’aquila è esecutrice degli
ordini di Giove: reca i fulmini con cui il dio dovrà piegare la minaccia dei
Giganti e su suo ordine va ogni giorno a sbranare il fegato di Prometeo. Inoltre
quando deve rapire Ganimede, Giove stesso prende le fattezze di un’aquila.
Telamone capisce da un aquila
inviata da Giove che il figlio che sta per nascergli sarà una grande eroe. Lo
chiamerà Aiace, nome che si vuole connettere ad a„etÒj, aquila, appunto. Il
babilonese Clini, protetto e prediletto da Apollo viene trasformato in aquila a
conforto della punizione ricevuta per un sacrificio proibito. Merope, disperato
per la morte della moglie, la ninfa Etemea, viene consolato da Era che lo
trasforma in aquila e poi lo assume in cielo, tra gli astri. L’oracolo di Dodona
dice a Telmisso e a Galeote, figlio di Apollo, che devono mettersi in viaggio e
che capiranno di essere arrivati quando un’aquila sottrarrà loro la carne di un
sacrificio. Apollo trasforma in aquila un altro suo prediletto, il mitico re
attico Perifante, famoso per la sua giustizia e la sua devozione religiosa
È poi noto l’episodio di
Rodopi, in cui si ravvisa l’archetipo della moderna favola di Cenerentola: un
aquila ruba alla bellissima fanciulla egizia un sandalo e va a farlo cadere ai
piedi del re Psammetico il quale mette sottosopra tutto il regno finché non
trova la fanciulla a cui appartiene. Un’aquila salva il bambino destinato a
strappare il regno al mitico re babilonese Sevécoro. Quel bambino altri non è
che Gilgamesh il grande re babilonese ed eroe nazionale. Valeria Luperca,
vergine di Faleria, salva i suoi concittadini dalla peste grazie ad un
sacrificio le cui modalità le sono state suggerite da un’aquila. Infine la
leggenda la quale vuole che i resti di Teseo siano trovati da Cimone nell’isola
di Sciro, proprio dove un’aquila aveva preso a grattare il terreno con i suoi
artigli.
Insomma, l’aquila è un segno
che potremmo ascrivere all’insieme della conclusione. Naturalmente della
conclusione felice, tanto che qualche volta è essa stessa il vero deus ex
machina, autentica manifestazione della volontà del dio.
Si capisce bene come Livio,
proprio a questo punto consacri Tanaquil come perita, ut vulgo Etrusci,
caelestium prodigiorum mulier, fama che le resterà appiccicata nei
secoli e nei millenni. Tanaquil spiega al marito: l’uccello è messaggero di
Giove, manifestazione della sua volontà. È giunto proprio dalla parte migliore
del cielo, gli ha portato via il berretto per avvicinarlo al dio, consacrarlo,
restituirglielo divinizzato. Grazie alla moglie è un Lucumone rinfrancato quello
che cerca casa in Roma. E in Roma
Lucium Tarquinium Priscum edidere nomen. Romanis conspicuum eum novitas
divitiaeque faciebant; et ipse fortunam benigno adloquio, comitate invitandi
beneficiisque quos poteratsibi conciliando adiuvabat, donec in regiam quoque de
eo fama perlata est.
Tanaquil, a questo punto, non
si defila ma preferisce eclissarsi nell’ombra. Alla luce di quanto accade in
seguito, siamo praticamente obbligati a pensare che sia però lei a dirigere, con
consigli e suggerimenti, la carriera politica del marito. Lucumone, diventato
Tarquinio, si distingue in ogni campo civile e militare, nel pubblico e nel
privato, e alla fine il vecchio re Anco gli conferisce, nel testamento, il ruolo
di tutor dei suoi figli.
Quando, dopo 24 anni di regno,
Anco muore Tarquinio è abilissimo nel condurre la propria campagna elettorale,
elencando ed enfatizzanado i propri meriti e la propria storia personale.
Curiosamente Livio annota: isque primus et petisse ambitiose regnum et
orationem dicitur habuisse ad conciliandos plebis animos compositam.
Io non riesco a non pensare
Tanaquil, futura first lady, perennemente dietro le sue spalle, pronta ad
imbeccarlo con l’argomento giusto, prodiga di sorrisi, tranquillizzante nei
riguardi del suo uomo e anche nei riguardi dei Romani che devono pur sempre fare
i conti con l’idea di scegliere un etrusco come re.
Tarquinio è re, ed è re di
successo. Allarga la base del suo potere facendo entrare in Curia cento nuovi
senatori. Le armate romane vincono ovunque e Roma, sotto di lui, si
sprovincializza: corse di cavalli, pugilato, giochi stabili e celebrati ogni
anno. Circo Massimo e Foro acquisiscono quella fisionomia brulicante di umanità
che caratterizzerà l’Urbe nei secoli a venire. Con furba avvedutezza esalta, lui
etrusco, lo spirito nazionale romano, delimitando sul Campidoglio l’area in cui
sorgerà il tempio dedicato a Giove. Celebre l’episodio che vede il re
contrapposto all’augure Atto Navio e alla sua arte divinatoria. Un odierno
giornalista di cronaca mondana non mancherebbe di formulare l’ipotesi che
evidentemente il re, su certi argomenti, si fida solo della moglie.
E infatti quando a corte si
verifica un prodigio straordinario, ecco tornare in primo piano Tanaquil. A
interpretare, a calmare l’eccitazione altrui, a fondare il futuro per sé, per la
sua famiglia, per il nuovo popolo cui appartiene. Un fanciullo dalle origini
oscure, qualcuno lo vuole addirittura figlio di una schiava, ha, mentre dorme,
il capo circondato dalle fiamme. Tanaquil parla al marito: scire licet
hunc lumen quondam rebus nostris dubiis futurum praesidiumque regiae adflictae;
proinde materiam ingentis publice privatimque decoris omni indulgentia nostra
nutriamus.
Si chiama Servio Tullio. In
realtà non è figlio di una schiava, è figlio di una nobildonna proveniente dalla
sconfitta città di Corniculo, diventata amica di Tanaquil. E la regina ha
evidentemente intuito le doti del ragazzino. Tarquinio gli fa sposare una delle
sue figlie. Ma la voce che sia figlio di una schiava fa il gioco dei figli del
re Anco Marzio che mai hanno digerito di essere stati sopravanzati da Tarquinio.
E sono loro ad organizzare il complotto che a Tarquinio costerà la vita. Due
pastori, fingendo di voler parlare al re, riescono ad avvicinarlo e lo feriscono
a morte a colpi di mannaia.
Tanaquil capisce che la sua
vita e la stessa situazione politica di Roma sono a una svolta. Per Tarquinio
non c’è più nulla da fare, ma lei lo fa portare nella parte più protetta della
reggia. E tranquillizza tutti. Il re sta bene, i medici stanno facendo il loro
lavoro, la ferita è già stata pulita e per fortuna non sono stati resi organi
vitali. Tarquinio, nelle parole di una Tanaquil straziata nel cuore e sorridente
nel volto, apparirà tra poco di nuovo tra la gente. E intanto?
Interim Servio Tullio iubere
populum dicto audientem esse; eum iura redditurum obiturumque alia regis munia
esse. Servius cum trabea et lictoribus prodit ac sede regia sedens alia decernit,
de aliis consulturum se regem esse dissimulat.
Servio sta dunque al gioco.
Anche perché è proprio Tanaquil ad avere in mano la situazione. È lei che
fronteggia il clamor impetusque multitudinis, dall’alto del
palazzo che sorge vicino al tempio di Giove Statore e ha le finestre che
guardano sulla Via Nuova.
La regina ha appena parlato a
colui che sarebbe stato di lì a qualche ora, come annota Livio, il primo re a
regnare iniussu populi voluntate patrum. Un discorso diretto,
fortemente impegnativo, coraggiosamente contro i congiurati e ancor più
coraggiosamente contro la successione dei suoi stessi figli, Arunte e Lucio:
tuum est, Servi, si vir es, regnum, non eorum qui alienis manibus pessimum
facinus fecere. Erige te, deosque duces sequere, qui clarum hoc fore caput
divino quondam circumfuso igni portenderunt. Nunc te illa caelestis excitet
flamma, nunc esxpergiscere vere. Et nos peregrini regnavimus; qui sis, non unde
natus sis reputa. Si tua re subita consilia torpent, at tu mea consilia sequere.
Il vero re è lei, padrona
della situazione. Ma anche donna con le sue fragilità. Livio annota che prima di
questo discorso, una vera e propria investitura, ha fatto appello alla necessità
che un simile delitto non rimanga invendicato. E poi ne socrum inimicis
ludibrio esse sinat, non lasci la suocera allo scherno dei nemici.
Tanaquil sparisce dalla scena.
Dobbiamo pensare che essa rimane per qualche tempo alle spalle di Servio Tullio.
E il suo fantasma torna a visitare Tullia, moglie di Tarquinio il Superbo la
quale non sa darsi pace che una peregrina mulier, tantum moliri potuisset
ut duo continua regna viro ac deinceps genero dedisset, che una donna
straniera fosse riuscita a brigare tanto da procurare due regni, uno dopo
l’altro, prima a suo marito, poi al genero.
Così non ci stupiamo della
notizia che ci regala Plinio, riprendendo Varrone, secondo la quale nel tempio
di Sanco si conservava la sua conocchia e nel tempio della dea Fortuna il manto
da lei intessuto per Servio Tullio. Autentiche reliquie, venerati oggetti di
culto. Tanaquil: donna e costruttrice di politica ad un tempo.
Tanaquil: donna e costruttrice
di politica, ad un tempo.
Come dire? Forse, troppo
donna. E dunque non ci stupisce più di tanto nemmeno il ricordo che di lei
abbozza Giovenale, apostrofando Postumo, dedicatario della VI satira e colpevole
di voler prendere moglie.
Nella lunga elencazione di
delitti e manie muliebri, tutta tesa a distogliere l’amico dall’insano
proposito, trova posto anche la donna superstiziosa, quella che non compie un
solo passo se non ha consultato l’oroscopo. E l’astrologo, naturalmente, per
risultare credibile, deve essere uno scampato alla forca o, almeno, un
exergastolano. La moglie del povero Postumo, diventa, a questo punto, per
antonomasia proprio Tanaquil, la quale rivolgendosi all’astrologo:
consulit ictericae lento de
funere matris,
ante tamen de te, Tanaquil
tua, quando sororem
efferat et patruos, an sit
victurus adulter
post ipsam.
Chiede, la tua Tanaquil,
quanto debba ancora aspettare la morte della madre itterica, ma, ancor prima la
tua morte. E quando celebrerà il funerale della sorella e degli zii? E le
sopravviverà, poi, per lungo tempo il suo amante?
Il passo di Giovenale, forse,
ci aiuta a capire la mancata fortuna letteraria di Tanaquil: non ha destato
tenerezze, resta nella memoria come una strega o quasi, si connota nel sentire
comune come spregiudicata e interessata. Peccato, davvero peccato.
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