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Da La Germania, Vita di
Agricola, Dialogo degli oratori di TACITO, l’introduzione
CORNELIO TACITO
DE ORIGINE
ET
SITU GERMANORUM LIBER
LA GERMANIA
***
DE VITA IULII AGRICOLAE LIBER
VITA DI GIULIO AGRICOLA
***
DIALOGUS DE ORATORIBUS
DIALOGO DEGLI ORATORI
***
Introduzione, traduzione e note
a cura di Gian Domenico Mazzocato
INTRODUZIONE
Le tre opere minori di Tacito rappresentano ancor
oggi un complesso, intricato e composito enigma. E, del resto, abbastanza
romanzeschi sono anche i modi con cui esse sono state tramandate ai lettori
moderni.
La Germania, l'Agricola, il Dialogus de
oratoribus non ci sono pervenuti assieme alle due opere maggiori, gli
Annales e le Historiae. Anzi, si ebbe notizia di un codice che
conteneva opere sconosciute di Tacito solo nel 1426 quando l'umanista Poggio
Bracciolini entrò in contatto con un monaco proveniente dal convento prussiano
di Hersfeld (poco a nord di Fulda) il quale cercava appoggi presso la curia
romana. Poggio Bracciolini, che era segretario del sarzanese Tommaso
Parentucelli, il futuro papa Niccolò V, poteva far leva sugli entusiasmi
umanistici del suo patrono la cui raccolta personale di codici antichi costituì
poi il nucleo originario della Biblioteca Vaticana. Si fece fare allora dal
monaco un inventario dei codici del suo monastero: si diffuse in questo modo la
notizia che non tutto Tacito era conosciuto e che altre sue opere aspettavano di
ritornare alla luce. Poggio Bracciolini e il futuro Niccolò V tentarono di tutto
per raggiungere il codice ma solo quando quest'ultimo fu eletto al soglio
pontificio, fu possibile organizzare una missione in Germania che fu affidata
all'umanista Alberto Enoch d'Ascoli e che aveva tra i suoi scopi anche il
recupero del codice con le opere tacitiane.
Fu probabilmente lo stesso Enoch a riportare il
codice in Italia, nel 1455. Ma i tempi erano cambiati. Niccolò V era morto e al
suo posto era stato eletto, col nome di Callisto III, un membro della influente
casata spagnola dei Borgia, Alfonso. Costui era uomo di grandissima cultura e
insigne giurista, ma al centro dei suoi interessi era la politica estera,
soprattutto in chiave antiturca.
È plausibile che Enoch d'Ascoli si sia trovato
nella necessità (o nella tentazione) di far fruttare il prezioso codice e lo
abbia smembrato in varie parti per realizzare utili maggiori e più facili. Dal
codice di Hersfeld furono tratti almeno tre apografi, ma lo smembramento fu
rovinoso. Solo nel 1902 Cesare Annibaldi scoprì, a Iesi, nella biblioteca del
conte Guglielmo Balleani, un manoscritto (il Codex Aesinas Lat. 8)
contenente l'Agricola e la Germania (ma non il Dialogus): otto fogli del
Codex Aesinas, che includono la parte centrale dell'Agricola, furono
riconosciuti come appartenenti al codice di Hersfeld. Tutto il resto era frutto
della fatica dell'umanista di Osimo, Stefano Guarnieri che aveva riempito le
parti mancanti leggendo con tutta probabilità da uno dei tre apografi tratti
dall'originale. Il codice manoscritto Hersfeldensis-Guarnieri fu, da Stefano e
da suo fratello, riposto nella biblioteca di Iesi che essi stessi avevano
fondato e che divenne, alla fine del XVIII secolo, proprietà dei conti Balleani.
VITA DI GIULIO AGRICOLA
Nel 77 d. C. Tacito si fidanzava con la figlia di
Gneo Giulio Agricola; l'avrebbe sposata l'anno seguente, lei quattordicenne, lui
poco più che ventenne. Tacito si imparentava cosi con un personaggio in vista
che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in
Britannia dove lo attendeva una situazione particolarmente difficile. In quegli
stessi anni (imperatore è Vespasiano) Tacito inizia la sua carriera politica:
nell'88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si
allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica,
forse come legato in Germania.
In quel decennio si sono bruciate prematuramente
le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida
il principato appena per un biennio, tra il 79 e l'81). Succede loro Domiziano
che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all'impero un quindicennio devastante, in
cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi[1].
Il 23 agosto del 93, Agricola muore: aveva
cinquantatré anni ed era, dunque, nel fiore della vita. Su quell'uomo che ancora
tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si era abbattuta la gelosia
di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che
fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l'abilità che poi frutterà
pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto (si
legga in questa chiave tutta l'ultima parte, a partire dal capitolo 39) in cui
singoli microeventi (come il bacio frettoloso del capitolo 40), o amare
riflessioni (come, sempre in quel capitolo 40, l'abitudine della gente a
giudicare l'importanza delle persone dall'imponenza del loro seguito)
costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva.
In questo quadro matura il sospetto del veneficio
che ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i
liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di
minuto in minuto.
Ma Tacito, come si è detto, è assente. Non può
saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell'addio[2],
non può manifestare subito il suo dolore.
Nasce così, un quinquennio più tardi, questo
De vita Iulii Agricolae liber, un'opera che appartiene solo parzialmente al
genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla
monografia storica, all'indagine etnografica.
Il dibattito sul genere (che non può essere
oggetto di questa breve introduzione) rispecchia la complessa costruzione
dell'opera. Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di
servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende
insopportabile l'esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito
percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in
Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla
politica estera romana verso quella regione prima dell'arrivo di Agricola. Poi
il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi
moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione)
dell'isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte.
Lo schema appena tracciato non restituisce ancora
la frastagliata complessità dell'opera: bisogna ricordare almeno i due discorsi
(Calgaco e Agricola) che precedono la battaglia di Graupio (dal capitolo 30 al
35) e anche l'avventura della cohors Usiporum che vive uno spettrale
periplo della Britannia e va incontro ad una fine ingloriosa. E poi le vicende
familiari di Agricola, la sua educazione, le sue innovazioni strategiche, il suo
spirito attivo e ardimentoso che prende in controtempo sia l'esercito romano che
la resistenza britannica...
È possibile intravvedere un progetto e un disegno
unitari in tanta complessità? A noi pare di sì, se bene si considera il
significato della figura di Agricola, la cui opera politica e militare viene
presentata come una culminazione della storia, come una svolta degli eventi.
Agricola diventa una sorta di demiurgo assoluto che ha successo là dove tutti
hanno fallito e dove perfino Giulio Cesare si è limitato ad indicare ai posteri
la conquista, senza poterla realizzare.[3]
Allora se Agricola è il demiurgo che piega la
realtà al suo volere, va tutto bene: va bene la descrizione favolosa e
terrificante della Britannia e dei mari del Nord con le loro isole lontane, va
bene il fierissimo discorso di Calgaco, va bene persino la surreale avventura
della cohors Usiporum.
Agricola/demiurgo tiene, prima della battaglia di
Graupio, un discorso che fa sentire le forze romane sullo spartiacque della
storia. E conclude: "Basta con le campagne militari: chiudete con una grande
giornata cinquant'anni di guerra"[4].
È lui che risolve la battaglia ed è lui ad essere dappertutto per far fronte ad
ogni problema[5].
Ma la sua apoteosi Agricola l'ha celebrata ancora prima di combattere, quando ha
inventato il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno
spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono come stia loro di
fronte un nemico disperatamente invincibile[6].
Questa centralità di Agricola ci regala pagine
memorabili, come quelle del confronto tra la sua virtù e l'infingardaggine
altrui, come quelle del lutto e del dolore finali. Ma finisce con il diventare
sospetta.
Sembra funzionale a spezzare il mondo in modo
manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l'imbelle, l'invidioso; dall'altra
Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile
nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano facendo
apparire come un insuccesso completo la campagna militare contro i Catti che
invece ottenne buoni risultati (anche se poi furono puerili le smanie di trionfo
dell'imperatore); esalta in blocco l'azione di Agricola che probabilmente non
riportò al monte Graupio una vittoria cosi netta come le pagine tacitiane fanno
apparire. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima
come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc).
Sarà forse possibile allora vedere in Agricola la
proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell'epoca piena di
speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato
avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L'Agricola/demiurgo
è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto
un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res
publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità?
Probabilmente la vita di Agricola è anche tutto
ciò. Ma l'analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che
Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E
il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo
principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court.
Ecco nascere le altissime pagine del finale:
perché forse solo con il riflusso nel privato è possibile essere se stessi e
conservare la propria integrità. Agricola è davvero se stesso quando, dopo il
suo ritorno, prende a gustare tranquillità e riposo, a vivere modestamente, a
farsi accompagnare da uno o due amici soltanto. E, nonostante tutto, il suo
prestigio militare è pericolosissimo in un ambiente di imbelli.[7]
Anzi: quando i grandi pericoli incombenti sulla
patria reclamano il suo nome come quello dell'unico possibile salvatore, ciò
affretta la sua fine. Il pericolo si ingigantisce e la sua rovina si avvicina:
emergono, disperanti, tutte le contraddizioni del principato.
Annota Tacito: l'obbedienza e la moderazione, se
accompagnate da operosità ed energia, possono arrivare a tanta gloria, quanta
molti sono riusciti ad ottenere per vie difficili, diventando famosi grazie ad
una morte clamorosa senza però che lo stato ne ricevesse alcun vantaggio[8].
Si fa strada nello storico che sta progettando le
Historiae, l'amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù
bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della
res publica: tuttavia quest'epoca non fu tanto povera di valore da non
proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli
che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza;
schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di
sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile
il paragone con le più celebrate morti dell'antichità)[9].
LA GERMANIA
Nello stesso anno dell'Agricola, il 98, Tacito
compose la Germania, che i manoscritti ci tramandano col titolo di De origine
et situ Germanorum: anche quest'operetta pone notevoli problemi di
interpretazione ed analisi.
Nunc demum redit animus
(ora finalmente ci torna il coraggio) aveva proclamato Tacito nel celebre
incipit del III capitolo dell'Agricola. Nerva sta esaurendo il suo biennio di
principato, ma ha designato in Traiano un successore prestigioso e forte.
Nondimeno i problemi politici sono gravi e incombenti: quando viene annunciata
l'adozione (cioè nel 97), Traiano è governatore della Germania superiore. Sul
suo nome si è incentrata l'attenzione di quella parte della classe senatoria che
poco si era compromessa sotto il quindicennio domizianeo, ma il trapasso non è
facile. Quando Nerva muore scoppiano sedizioni pretoriane contro il successore
designato. E qui accade l'evento strano: Traiano non torna affatto a Roma,
assorbito com'è dai suoi impegni militari sulla frontiera renana. Si rivela però
un abile politico: nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature
civili e dell'amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e,
nonostante riduca della metà (sarà anche un accorto amministratore) il
tradizionale donativo concesso per l'ascesa al trono di un nuovo principe, la
successione avviene in modo indolore. In questo contesto, proprio nei mesi in
cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda nelle operazioni
militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania.
Opera di propaganda o monografia
storico-etnografica (magari in un primo tempo pensata per una delle opere
maggiori -probabilmente le Historiae- e poi diventata autonoma)? E se
opera di propaganda, a favore di cosa? A favore di una azione decisa da parte di
Traiano che ridimensionasse e riscattasse la storica sconfitta di Teutoburgo di
quasi un secolo prima oppure a favore di un prudente consolidamento del confine?
Indicazioni non ne abbiamo. Non sappiamo se a
Roma esistessero una corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua
nel settore germanico e, contrapposta a questa, una corrente tendente al
prudente contenimento della minaccia barbarica. Non abbiamo, del resto,
indicazioni dalla stessa monografia tacitiana, ad eccezione di quell'urgentibus
imperii fatibus del capitolo 33, che richiama due analoghe espressioni
liviane[10],
ma che rimane di non facile interpretazione. Nondimeno appare scontato che
proprio da questa espressione si debba partire.
Tacito sembra quasi pronunciare la frase a mezza
voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver proposto al lettore una
immagine così forte e brusca, da far quasi sbiadire la considerazione sui fati
che incombono sull'impero. Tacito sta passando in rassegna le popolazioni
germaniche e dopo Usipi e Tencteri, è la volta di Bructeri, Camavi e Angrivari.
A questo punto l'immagine-choc: “non è mancato un certo favore degli dei verso
di noi: infatti non siamo stati privati nemmeno dello spettacolo della
battaglia. Più di sessantamila sono morti: e non è accaduto sotto le spade e le
frecce dei Romani e inoltre, fatto ancor più splendido, per offrire gioia ai
nostri occhi[11]”.
Tacito gioisce dei nemici in conflitto tra loro,
a procurare mutua rovina e morte. Allora è chiaro che siamo all'interno di una
analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che gli avversari si
uccidano tra loro, togliendo difficoltà, forse altrimenti insormontabili,
all'esercito romano: “spero proprio che rimanga e anzi cresca nei popoli se non
l'amore verso di noi, almeno l'odio tra di loro, poiché il fato incombe
sull'impero e nulla di più utile ci può dare la fortuna se non la discordia tra
i nemici[12].
Il dato è importante e riprende due luoghi del
tutto analoghi dell'altra opera di questi mesi, l'Agricola[13]:
nel primo caso Tacito riflette in prima persona, nel secondo fa parlare
addirittura Calgaco in un passaggio fondamentale del suo discorso. Di converso
viene in mente Galba che, ormai incalzato dal suo destino, sapeva che quanto è
destinato dal fato, pur se riconosciuto, non può essere evitato[14].
È chiaro che sono giri di pensiero e riflessioni
abituali per Tacito e per la sua visione in negativo del momento politico. È
possibile riassumere così: un destino tremendo pesa sull'impero perché ai suoi
confini urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere
contrastato soprattutto sfruttandone i dissidi interni.
La visione politica si arricchisce (ma solo a
questo punto: l'ammirazione per l'incorrotta virtù patria dei Germani non può
essere assunta come unica motivazione della monografia) del motivo etico.
Accogliendo in parte anche l'affascinante
interpretazione di A.A. Lund (che nella sua introduzione alla Germania del
1988 parla di mundus inversus), pare evidente che Tacito ammira/teme del
popolo germanico la grande forza, lo slancio guerriero, la solidità delle
strutture sociali, i forti legami familiari, la virtus in
contrapposizione alla civiltà romana inaridita in un vuoto formalismo e
sostenuta ormai soltanto dalla fame di ricchezza, benessere e successo. Insomma
la civiltà emergente che minaccia la civiltà che ha esaurito o sta esaurendo il
suo slancio vitale.
I matrimoni dei Germani non si prestano a calcoli
di interesse, le loro donne sono caste, i figli vengono allevati in casa (si
legga la sezione dei capitoli 18-20); i liberti non hanno lo strapotere che
hanno nella società romana (il fatto che i liberti siano in condizione di
inferiorità è sicuro indizio di libertà[15]);
i giovani ricevono scudo e framea alla stessa età in cui i giovani romani vivono
l'imbelle cerimonia di indossare la toga virilis[16].
E poi il discorso sulla ricchezza che attraversa
l'intera monografia. Tacito si chiede se non sia stato un beneficio degli dei
aver negato ai barbari la consapevolezza del valore di oro e argento[17];
riflette amaramente sul fatto che i Germani hanno imparato dai Romani ad
apprezzare gli oggetti preziosi[18];
infine, per limitarsi a pochi esempi, chiude con un bruciante epifonema uno
degli ultimi capitoli: come esercitano i Romani la loro auctoritas?
Raramente, afferma, il nostro è un aiuto militare: più spesso li aiutiamo col
denaro e i soldi non valgono meno delle armi[19].
È forse questa l'estrema sintesi della visione
tacitiana: puntiamo sui conflitti interni dei nostri avversari e li corrompiamo
col nostro denaro.
Solo a questo prezzo, è possibile neutralizzare
il pericolo che viene da gente dall'integra vita morale, giustamente ambiziosa,
pronta al mutamento. È uno dei tanti approdi, realisticamente aspro e dolorante,
dell'indagine storiografica tacitiana.
DIALOGO DEGLI ORATORI
Il Dialogus de oratoribus propone una
discussione avvenuta, si immagina, attorno al 75 d. C., durante il principato di
Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro (maestro dello stesso Tacito e sostenitore
dell'oratoria contemporanea), Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito
e lasciato ai margini del dibattito), Vipstano Messalla (sostenitore
dell'eloquenza di modello ciceroniano e, parzialmente, portavoce di Tacito),
Curiazio Materno (che ospita in casa sua gli altri protagonisti del dialogo e
che rispecchia l'ideologia tacitiana). Ai quattro personaggi va aggiunto l'io
narrante di Tacito stesso che, nelle prime pagine, afferma di aver seguito,
giovanissimo (forse ventenne), il dibattito.
Tra le opere tacitiane, il Dialogus
resta fuori schema, la più dibattuta, la più tormentata. Proviamo ad indicare,
per cosi dire in gerarchia, i termini della quaestio praticamente da
sempre aperta.
1) L'effettiva paternità di Tacito: essa viene
oggi riconosciuta dalla grande maggioranza degli studiosi. Va detto che i primi
dubbi vennero espressi già nel 1519 dal dotto tedesco Beato Renano e furono poi
amplificati nel 1574 da Giusto Lipsio, professore dell’università di Leida sulla
base di rilievi stilistici. Ma occorre aggiungere che la tradizione manoscritta
depone sostanzialmente per la paternità tacitiana anche perché Pier Candido
Decembrio che ci ha lasciato una descrizione del parzialmente perduto e già
citato in questa introduzione codice di Hersfeld (il capostipite di tutti i
codici delle opere minori tacitiane), dichiara il Dialogus esplicitamente
come opera di Tacito.
2) Accettando la paternità tacitiana, a che
periodo della vita dell'autore va ascritta l'opera? È opera giovanile o, come
pare più probabile, appartiene alla maturità? Ha avuto validi sostenitori la
tesi che si tratti di un'opera giovanile, argomento che servirebbe soprattutto a
spiegare lo stile tanto diverso dalle altre opere tacitiane, ascrivendo il
Dialogus ad una sorta di iter culturale e di tirocinio letterario. Oggi è
prevalente la tesi che la redazione del Dialogus vada collocata tra il
102 e gli anni direttamente successivi: È infatti dedicato a Fabio Giusto che fu
console nel 102. Appare poi probabile che il Dialogus sia stato composto
dopo la Institutio oratoria di Quintiliano che fu pubblicata nel 96.
Dunque il Dialogus sarebbe contemporaneo alle Historiae e ciò
fornisce una suggestiva indicazione: Curiazio Materno, oratore deluso, stanco e
ormai letterato a tempo pieno, sarebbe trasparente immagine di Tacito stesso il
quale nell'anno 100 partecipò al processo per corruzione contro il proconsole
d'Asia Mario Prisco (suo collega nella difesa vittoriosa dei diritti dei
provinciali era Plinio il Giovane). Poi Tacito avrebbe abbandonato l’attività
oratoria per dedicarsi completamente al suo lavoro di storico (ma non l’attività
politica dato che tra il 112 e 113 fu proconsole in Asia).
3) Quanto è estesa (e dunque quali dati e quali
conoscenze ci nega?) la lacuna esistente tra i capitoli 35 e 36? Esiste poi una
seconda lacuna? E, in dipendenza a questi due quesiti, qual è l'effettivo ruolo
svolto da Giulio Secondo nel dibattito?
4) Perché infine la formula del dialogo? E perché
Tacito adopera uno stile tanto lontano da quello dell'Agricola, della Germania e
delle opere maggiori? In ogni caso, il dialogo fornisce lo schema più funzionale
a rappresentare tesi contrapposte ed ideologie lontane tra loro ed è la
struttura letteraria ad imporre il suo stile.
Nello spazio di questa introduzione, comunque, si
cercherà di rispondere ad un altro fondamentale quesito che costituisce la
filigrana di tutte le diverse questioni fin qui poste: in che misura il
Dialogus esprime una ideologia tacitiana?
Il Dialogus presenta due momenti
ideologici successivi l'uno all'altro. Nel primo, che definiremmo pedagogico ed
etico, si esaminano alcune motivazioni di facile presa e anche di pronta
intuizione: l'oratoria decade per colpa delle scuole e dei maestri inadeguati e
questa decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Cose vere e
luoghi comuni, ad un tempo: parlano tutti, anche Vipstano Messalla, che con
trovata inedita interviene a dibattito già avviato; anche Curiazio Materno, che
però non scopre le sue carte fino in fondo riservando gli argomenti forti per
quando gli altri interlocutori avranno usato i propri.
Il secondo momento ideologico occupa tutto
l'intervento finale di Curiazio Materno, col suo nocciolo duro nei capitoli
compresi tra il 38 e il 40: attraverso di esso Tacito sposta il dibattito sul
piano sociologico e politico. Le parole di Materno sono improntate ad equilibrio
e dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive. Materno
riconosce che l'eloquenza era un tempo stimolata dall'abitudine al foro in cui
nessuno era costretto a concludere la sua arringa nel giro di poche ore, in cui
non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo
discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei
patroni[20].
E, insomma, bisogna riconoscere che era necessario darsi delle regole. A questo
ha provveduto Cn. Pompeo: ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel
foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori[21].
Poi il viraggio netto, ruotante attorno al
concetto di vera legalità: col principato (prezzo da pagare necessariamente alla
pacificazione) il lungo periodo di quiete, l'apatia indisturbata del popolo,
l'ininterrotta tranquillità del senato, l'assoluta disciplina imposta dal
principe avevano pacificato, come ogni altro aspetto della vita civile, anche
l'eloquenza[22].
Facile sentire, dietro alle parole tranquille,
più accorata rassegnazione che riconoscimento di un superiore livello di vita.
Ed ecco questo fondamentale capitolo 39, in cui Materno/Tacito avverte il
lettore: sta per raccontare una cosa che strapperà un sorriso. Pare chiaro: non
si riferisce solo alla ridicola immagine dell'avvocato/oratore stretto nella sua
paenula, nuova uniforme dell'oratoria decaduta. Lancia un segnale:
“forzerò i toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più di quanto
io dica o possa dire”. Il capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini:
gli oratori, come i cavalli di razza, hanno bisogno di ampi spazi per provare il
loro valore, non possono parlare nel deserto, sentono sulla pelle gli applausi e
la pressione di un pubblico grande e attento, magari non sempre favorevole,
perfino ostile.
Ed ecco il capitolo 40: immaginiamo che Materno
alzi il tono della voce e si lasci trasportare. L'oratoria antica era un fuoco e
la parità effettiva di diritti permetteva di attaccare i potenti e anzi il vanto
veniva dall'avere nemici importanti[23]!
L'argomentazione sarà ripresa e ribadita tra qualche tratto. E allora com'era la
vera eloquenza? Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione
(quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni,
provocatrice di un popolo sfrenato, restia all'obbedienza e al rigore,
insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene
ordinate[24].
Materno non ha bisogno di ricordare che sta
parlando per antifrasi, ma lo fa ugualmente anche se in modo indiretto. A Sparta
e a Creta, si chiede e chiede, c'è mai stata grande oratoria? No, perché là
funzionava una inattaccabile legalità (da leggere dispotismo, autoritarismo?).
E prosegue: fino a quando la nostra città deviò
dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di
parte; finché il foro non fu pacificato, finché il senato non trovò concordia di
intenti, finché non vi fu regola nei procedimenti giudiziari, finché nessun
rispetto era dovuto ai potenti, finché i magistrati non ebbero limitazioni al
loro potere, Roma produsse una più valida eloquenza, come un campo non domato
dall'aratro produce erbacce rigogliose[25].
L'immagine delle erbacce rigogliose è perfino
trionfale. Mediato dalla struttura del dialogo e frenato dalla naturale prudenza
indotta dai tempi, qui troviamo, nella sua interezza, Tacito, con le sue
nostalgie rassegnate, ma vivide nella memoria e ancora fertili di atteggiamenti
eticamente decorosi.
Non è casuale che il capitolo si chiuda sui
Gracchi la cui eloquenza non fu per la repubblica tanto preziosa, da tollerare
anche le loro proposte di legge[26].
Esattamente come negli Annales: i Gracchi
sono definiti, con qualche ostilità, perturbatori della plebe[27].
Ma quando la situazione si deteriora e rotola verso il peggio, ecco a
ristabilire l'ordine Cn. Pompeo: ma i rimedi sono peggiori del male e Pompeo
deve sovvertire le leggi da lui stesso create[28]!
GERMANIA, VITA DI GIULIO AGRICOLA,
DIALOGO DEGLI ORATORI: TRADUZIONI
Per la traduzione dell'opera tacitiana,
punto di riferimento rimane sempre la splendida versione di Bernardo Davanzati
(1529-1606) compiuta tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento.
Assieme allo stile che tendeva a riprodurre la densa concisione del modello
latino, va ricordato che si tratta di una traduzione ideologicamente molto
orientata in quanto essa costituisce il più cospicuo documento dell'imperante
tacitismo (che era un modo per proporre Machiavelli senza doverlo mai nominare).
Va anche ricordato che la traduzione del Davanzati nasceva nel segno della
polemica contro l'umanista francese Henri Etienne (Henricus Stephanus) che aveva
sostenuto l'inadeguatezza della lingua italiana a rendere l'icastica concisione
della lingua latina.
Tra le traduzioni moderne è stata tenuta
presente la traduzione francese della Belles Lettres (TACITE, Dialogue des
Orateurs, Vie d'Agricola, la Germanie, Paris, Les Belles Lettres, 1922, Texte
établi et traduit par H. Goelzer, H. Bornecque, G. Rabaud).
Le traduzioni italiane consultate:
TACITO, Opere minori, Dialogus de
oratoribus, Vita di Agricola, Germania, Firenze, Vallecchi, 1922, tradotte e
illustrate da Cesare Giarratano;
CORNELIO TACITO, Il Dialogo degli oratori,
Milano, Signorelli, 1935, traduzione, introduzione e commento di R. Giani;
CORNELIO TACITO, Germania, Agricola,
Milano, Signorelli, 1936, traduzione, introduzione e commento di R. Giani;
CORNELIO TACITO, Le Storie e le Opere
minori, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1945, versione di Camillo Giussani;
TACITO, La Germania, La vita di Agricola,
Dialogo sull'eloquenza, Bologna, Zanichelli, 1964, prefazione e traduzione di
Anna Resta Barrile;
TACITO, Storie, Dialogo degli Oratori,
Germania, Agricola, Torino, U.T.E.T., 1970, a cura di Azelia Arici.
[1]
...non modo aliorum, sed etiam nostri superstites sumus. (Agricola,
3).
[2]
...satiari vultu, complexuque non contigit.
(Agricola, 45).
[3]
Divus Iulius...potest videri ostendisse posteris, non
tradidisse. (Agricola, 13).
[4]
"Transigite cum expeditionibus, imponite quinquaginta
annis magnum diem..." (Agricola, 34).
[5]
Quod ni frequens ubique Agricola ...iussisset.
(Agricola, 37).
[6] ...visa classis obstupefaciebat, tamquam aperto maris sui
secreto, ultimum victis perfugium clauderetur. (Agricola, 25).
[10]
iam urgentibus Romanam urbem fatis
(Livio, V, 36) e iam fato quoque urgente (Livio, V, 22).
[13]
Nec aliud adversus validissimas gentis pro nobis utilius,
quam quod in commune non consulunt (Agricola, 12);
... nostris illi dissensionibus ac discordiis clari vitia hostium in
gloriam exercitus sui vertunt (Agricola, 32).
[14]
...quae fato manent, quamvis significata, non vitantur.
(Historiae, I, 18).
[15]
...impares libertini libertatis argumentum sunt.
(Germania, 25)
[17]
Argentum et aurum propitiine an irati dii negaverint
dubito. (Germania, 5).
[18]
Iam et pecuniam accipere docuimus.
(Germania, 15).
[19]
Raro armis nostris, saepius pecunia iuvantur, nec minus
valent. (Germania, 42).
[20]
Dialogus de oratoribus, 38.
[21]
Dialogus de oratoribus, loc.
cit.
[22]
Dialogus de oratoribus, loc.
cit.
[23]
Dialogus de oratoribus, 40.
[24]
Dialogus de
oratoribus,
loc. cit.
[25]
Dialogus de oratoribus, loc.
cit.
[26]
Dialogus de oratoribus, loc.
cit.
[27]
Hinc Gracchi et Saturnini turbatores plebis...
(Annales, III, 27).
[28]
Cn. Pompeius,...corrigendis moribus delectus et gravior
remediis quam delicta erant, suarumque legum auctor idem ac subversor...
(Annales, III, 28).
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