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TRA PRAGA E BRATISLAVA GENTILEZZA E CONTRADDIZIONI, EURO E CORONE GENTILEZZA E CONTRADDIZIONI, EURO E CORONE
Nel G8 le cui fumisterie mediatiche ci siamo lasciati alle spalle in questo caldo luglio 2009, la repubblica Ceca probabilmente non ci entrerà mai. Ma dove lo trovi un paese che per una bibita, alla faccia dei diritti di immagine e con buona pace dei più comuni canoni della comunicazione pubblicitaria, si globalizza proponendo Joseph Ratzinger e Barack Obama come testimonial? Pubblicità fotografata a Pilsen (o Plze?, come vuole la grafia locale), una delle patrie mondiali della birra. Ironia della sorte: papa e presidente USA reclamizzano una bevanda rigorosamente analcolica. E nemmeno troppo autoctona, come rivela l’etichetta.
Siamo in quattro. Mia moglie Egle (che al solito prepara il viaggio in modo scrupoloso: giornali, riviste specializzate, guide, internet) e una coppia di amici con i quali viaggiamo spesso: Edda e Danilo (Danilo è Danilo Mason, il poeta dialettale che ha anche un suo sito, molto gradevole per chi volesse conoscere la sua opera e il suo lavoro: www.danilomason.it). Le contraddizioni. La repubblica Ceca è un paese che ormai appartiene all’Europa evoluta, in cammino. Ma conserva la sua corona e ogni città ospita una miriade di uffici di cambiavalute: con oscillazioni al cambio onestamente sconcertanti. Praga è una grande città moderna. Di contro la Slovacchia possiede già l’euro ma appare un po’ in ritardo. Lo notiamo, paradosso nel paradosso, soprattutto in Bratislava che appare città poco curata nell’arredo urbano, piuttosto caotica. Alla periferia, nelle campagne e nelle zone lontane dalla capitale si respira invece un’aria più aperta, più evoluta.
A Žalina, la prima città slovacca in cui ci fermiamo dopo aver passato il confine con la repubblica Ceca, ci apprestiamo a passare la notte (tranne che nelle due capitali abbiamo approfittato sempre dei parcheggi dei grandi centri commerciali) e veniamo sottoposti ad un prolungato controllo da una pattuglia della polizia. Cortesia e sorrisi ma la presenza della polizia da queste parti è perennemente incombente: trovi una pattuglia ad ogni curva. In Cekia mai vista neppure l’ombra di una divisa. Come dire: certi modelli si dimenticano più o meno velocemente. Nella repubblica Ceca lo stipendio medio è sugli 800 euro, qualcosa di meno in quella Slovacca. Nei supermercati (a proposito: aperti tutti i giorni dalle 7 alle 20. Orario continuato e pane caldo all’apertura. La domenica aprono un’ora dopo) ci rendiamo conto che la vita è meno cara che in Italia, ma non in proporzione. E, al distributore, benzina e gasolio sono di qualche centesimo più cari che da noi. La cosa cui proprio non si può rinunciare da queste parti è l’assaggio delle diverse birre: ogni zona ha la sua e il costo è molto basso. Non ho dubbi: qui si bevono le migliori birre del mondo. A Pilsen visiteremo il museo dedicato alla bevanda che nasce da orzo e luppolo. Ne apprenderemo ogni segreto. Il nostro è stato viaggio bello, simpatico, avventuroso, denso di emozioni. Due settimane in cui abbiamo visto molte cose, conosciute molte persone. Gran bella esperienza. Ne scrivo anche per raccomandarla ad altri. La viabilità è buona. Il fondo è quasi sempre accettabile (quantomeno superiore alle attese, viste le recenti esperienze in Polonia e in altri paesi di questa parte d’Europa) anche su strade secondarie e poco battute. Quelle, per intenderci, che è bello percorrere alla ricerca di angoli sconosciuti e di piccoli/grandi tesori d’arte. Ne hanno sia la Cekia che la Slovacchia da rivelare e proporre! Per quanto riguarda le autostrade i due paesi sono un cantiere aperto. Larghi tratti si superano in un attimo; per altri, in via di completamento, si deve tornare sulla viabilità normale. In Cekia funziona il sistema della “vignette”, mentre la percorrenza è del tutto gratuita in Slovacchia. Ogni località ha forniti uffici informazioni. Gli infopoint regalano la mappa della città in cui ci troviamo, talora si trova qualcosa in italiano (magari in traduzione non eccezionale), spesso si può fruire di un internetpoint gratuito. In assoluto, se ci si ferma a chiedere spiegazioni, può esserci qualche difficoltà con la lingua (ma i giovani parlano inglese fluido) e tuttavia ognuno si prodiga con disponibilità assoluta per farti arrivare a destinazione. Partiamo di giovedì, 9 luglio. Tarvisio, Graz e Linz (col consueto rapinoso contributo della “vignette” che serve in Austria praticamente su tutta la rete stradale, cui si aggiungono altri balzelli estemporanei: ma perché l’Austria non introduce una taglia giornaliera? No, il minimo è 10 giorni: e chi ci passa restando solo poche ore sul territorio austriaco?). CESKÝ KRUMLOV, IL GIOIELLO La prima tappa, nella repubblica Ceca, è in quel gioiello che si chiama Ceský Krumlov. Arriviamo in serata e troviamo posto nel parcheggio contrassegnato P2, proprio vicino alle acque tumultuose della Moldava. Il fiume (Moldava è parola celtica, da queste parti il fiume è indicato col nome di Vltava) ha un corso impetuoso, con meandri ampi e segnati da poderosi picchi di roccia. Un paradiso per la canoa agonistica, come apprenderemo il giorno dopo dalle comitive che si danno appuntamento sulle rive, equipaggiate di tutto punto. Il silenzio è rotto solo dal rumore dell’acqua. Sopra incombe la sagoma poderosa dello zámek, la cittadella fortificata. Beh, niente male la prima notte in terra ceca. Il nucleo storico di Ceský Krumlov sorge su una stretta ansa della Moldava. Del resto lo stesso nome della città in tedesco antico significa “percorso tortuoso”. Quasi un’isola attraversata dall’Horní, l’asse viario, a metà del quale si allarga la Námestí Svornosti, la piazza Concordia che è il vero cuore della cittadina attorniata da edifici rinascimentali. Lì vicino c’è la chiesa di San Vito che offre il consueto assetto gotico all’esterno e arredo barocco all’interno. Dal 1992 Ceský Krumlov è patrimonio dell’umanità, protetto dall’Unesco Allo zámek si sale per una ripida ma breve salita. È l’ex castello e residenza dei Rosemberg. Uno di loro, Wilhelm, alla fine del ’500, gli diede l’aspetto odierno affidando i lavori all’architetto italiano (ticinese di Arogna, ca 1550-1619) Baldassare Maggi. Lavori che continuarono tutto il secolo successivo. Oggi si sale attraverso una scalinata: gettando lo sguardo nel fossato sottostante si vede una famiglia di orsi costretti a trascinare pigramente la loro vita. Sognano le foreste che ci circondano e sono uno dei tratti caratteristici del paesaggio.
Nello zámek si passa da un cortile all’altro in un ambiente di sapore rinascimentale. A segnare l’immagine da conservare nella memoria è la Cervená brána, cioè la Torre rossa, che accoglie i visitatori. Nelle stradine di Ceský Krumlov è bello passeggiare. Case e palazzi con facciate fittamente affrescate, taverne, botteghe di artigianato, negozi con mille curiosità. Presso un antiquario (diciamo un rigattiere evoluto, Antique Starožitnosti, milanpesek@seznam.cz) trovo due macinini per la mia raccolta. Uno molto vecchio e uno da muro in ceramica con un fregio floreale che risale probabilmente ai tempi in cui questo era impero asburgico. Contratto, tiro sul prezzo, l’antiquario è compiaciuto dalla discussione (non si aspetta nullo di diverso), alla fine concludiamo con una stretta di mano e soddisfazione reciproca.
CESKÉ BUDEJOVICE, LA PIAZZA DELLA CAMPANA
Sostiamo nella centrale Námestí Premysla Otakara II, intitolata al sovrano fondatore della città. La piazza è un quadrato circondato da edifici tardo rinascimentali e porticati. Sulla spianata sorgono sculture in metallo con cui è possibile interagire. Ad un angolo una campana che ognuno può far rintoccare. Ne chiedo il significato ma riesco solo a capire che è il ricordo di un fatto storico non felicissimo e tirare la corda e ricavarne un rintocco è beneaugurante. Sul pavimento, nei pressi della fontana centrale, si trova una pietra bianca segnata da una croce: qui, a quanto si dice, sorgeva un tempo il patibolo. La cattedrale è dedicata a san Nicola (sv. Mikuláš). Ora è chiesa barocca, ma le sue origini sono romaniche. TÁBOR, ROCCAFORTE DI JAN HUS Nel tardo pomeriggio siamo a Tábor, dove nel 1420 una comunità cristiana tentò una esperienza sociale che bandiva ogni proprietà privata. Qui sorgeva il castello dei Witkowitz ma il posto fu ribattezzato Tábor, nel ricordo della montagna della trasfigurazione di Gesù. Il simbolo stilizzato del Tabor figura ovunque, perfino sulle fiancate delle auto.
Visitiamo la Žižkovo Námestí sulla quale si affacciano edifici settecenteschi con i tipici frontali a gradini e soprattutto la chiesa decanale sorta su un antico luogo di culto hussita. Su un lato si notano delle pietre squadrate: rozze tavole che venivano usate per le celebrazioni dei riti voluti da Jan Hus e che prevedevano una liturgia eucaristica con l’assunzione delle specie del pane e del vino (liturgia utraquista, come si dice) .
ZVÍKOV, IL CASTELLO TRA OTAVA E MOLDAVA PILSEN, MADRE DI TUTTE LE BIRRE
La visita per scale, bastioni, sale grandi e piccole, segrete e sotterranei è suggestiva e immerge la nostra anima in atmosfere guerriere vecchie di quasi mille anni (il primo nucleo del castello risale al 1200). Della parte più antica fa parte la cappella con affreschi del Quattrocento e che ancora oggi viene aperta al culto. Mentre usciamo incrociamo, infatti, un corteo nuziale.
Nel tardo pomeriggio siamo a Pilsen, la città fondata da Venceslao II nel 1295 e autentico snodo commerciale e viario tra Ratisbona, Norimberga e Praga. Qui portano acque e commerci il Berounka e ben quattro affluenti che vi confluiscono, il Radbuza, l’Úhlava, il Mže e l’Úslava. Si produce forse la birra più famosa dell’intera nazione, la Pilsner Urquell. La Škoda vi ha importanti stabilimenti (e il suo museo storico che è visitabile). Visitiamo la Námestí Republiky e, al suo centro, la chiesa arcidecanale dedicata a san Bartolomeo, la cui torre è la più elevata del paese. A sinistra dell’altar maggiore una drammatica, potente crocifissione quattrocentesca. Alla chiesa gotica fa da riscontro, su un lato di piazza della Repubblica, l’edificio rinascimentale del municipio. Le due architetture sono divise dalla Colonna della Peste. Ci dirigiamo verso il museo della birra, ma purtroppo è quasi orario di chiusura. Sappiamo dalle guide che propone un itinerario molto interessante e, la mattina successiva, siamo lì di buonora.
Seguiamo l’orzo dalla sua semina, alla germinazione, alla fermentazione. È una tecnologia semplice ma complessa (non è un paradosso) quella che i mastri birrai hanno perfezionato e fatto evolvere nei secoli. Uno ci ha vinto pure il Nobel per la chimica con i suoi studi sull’argomento. Ci vuole arte per ottenere giuste gradazioni. Ci vuole esperienza per selezionare aromi concilianti. Ci vuole maestria assoluta per sagomare le doghe delle botti. Sulle pareti, simili a ragni giganteschi, vediamo le rastrelliere con gli attrezzi. … ma ci vuole anche molta politica per fare buona birra. Quello che apprendiamo durante il nostro giro è in qualche misura stupefacente: non sono moltissimi anni che da Pilsen esce un ottimo prodotto. Prima anzi, diciamo fino a metà del Novecento, la bionda bevanda era di pessima qualità perché i mastri maltai andavano per conto loro, gli addetti alla fermentazione usavano piante più economiche del luppolo, i mastri birrai non condividevano l’uno con l’altro i segreti del mestiere: si racconta di una clamorosa riunione tenuta nel municipio cittadino, in cui tutti gli addetti del settore hanno deciso di mettere insieme esperienza e lavoro. Col risultato che oggi qui si produce una birra che non ha rivali al mondo. Si parla di 20 milioni di ettolitri l’anno, di cui un 10 per cento circa destinato all’esportazione. Non molto a ben considerare, da queste parti la loro birra se la bevono tutta: si dice che il consumo annuo pro capite superi ampiamente i 150 litri. KARLOVY VARY, BELLEZZA E ACQUE TERMALI
Nel pomeriggio siamo nella famosa stazione termale di Karlovy Vary, che una volta si chiamava Karlsbad (e tanti hanno ancora questo nome nella mente). A quanto si racconta, l’imperatore Carlo IV stava cacciando da queste parti (era il 1358), quando uno dei suoi cani scoprì per caso il primo zampillo.
Con la funicolare (70 corone, alla Lanovka Diana, alla fine della Stará louka, il lungofiume) si può ascendere alla cima di uno sperone di roccia (Pietro il Grande, si dice, vi salì montando un cavallo non sellato e il nome reca traccia di quel personaggio: Petrova výšina) ad ammirare il sottostante panorama mozzafiato. La città attraversata dal Teplá (cioè Caldo perché d’inverno non gela), la vallata stretta scavata dal fiume e le foreste circostanti. Notte, come al solito, nel parcheggio di un centro commerciale e, al mattino di lunedì 13, partenza per Praga. PRAGA, LA MAGICA Ci siamo scaricati da internet una serie di campeggi e relativi indirizzi. Ma Praga è una città in trasformazione. Cantieri ovunque: strade nuove di zecca, rotonde appena costruite, sensi unici provvisori per via dei lavori in corso: il navigatore, per quanto aggiornato, va in confusione e comincia a farci girare a vuoto.
È qui che salta fuori l’esperienza (ma anche lo stellone) dei vecchi camperisti. Siamo praticamente in centro e non è che sia facile parcheggiare. Accosto presso una fermata del bus, raccomando ad Egle di rispondere con un sorriso alle inevitabili proteste. Mi avventuro su un viale sconosciuto di Praga. Non so davvero dove sbattere la testa e provo nell’ufficio di un assicuratore che vedo aperto. Beh, trovo una signora che non parla una parola che non sia ceca. Niente inglese, niente francese, nemmeno tedesco (per le due parole che conosco io nella lingua di Hegel). Disperazione assoluta, insomma, e buio totale. Riesco a far capire ugualmente cosa sto cercando e la signora in questione si attacca al telefono e accende il pc. In pochi minuti mi trova il campeggio più vicino, telefona per informarsi se c’è posto, mi stampa da internet la mappa e l’itinerario per raggiungerlo. Devo dirlo? Uscendo le ho dato un bacio. Sbarchiamo così, dopo qualche minuto, al bel Sunny Camp, in località Stodulky (www.sunny-camp.cz, tel. 420251625774. 720 corone per due persone, elettricità compresa e docce libere), piccolino ma molto verde e ben attrezzato. Soprattutto pulito e a poche centinaia di metri da due stazioni del metro. Noi faremo base alla stazione Luká, anche perché c’è un supermercato (e anche un mercatino di bancarelle) molto utile alla sera per la spesa. Alla reception del Sunny ci sconsigliano la Praga card. Meglio il biglietto valido su tutti i mezzi per un giorno (100 corone, le 24 ore scattano al momento della prima obliterazione).
La prima istantanea è quella di piazza san Venceslao, lunga e in salita, brulicante di gente, con la massiccia costruzione del Museo Nazionale a fare da sfondo al capo opposto. Si capisce subito che qui si sta bene, che questo è un contesto urbano e culturale di eccezione. Alla prima edicola mi compero Repubblica, per fame di notizie italiane (qui, come del resto in tutte le capitali europee, arriva assieme al CorSera e al rosa della Gazzetta). Al centro della piazza, il grande bronzo di Venceslao a cavallo innalza la sua lancia e lo stendardo nazionale. Ma noi ci fermiamo davanti alla lapide che ricorda il sacrificio di due giovanissimi martiri della libertà. Qui nel 1969 morirono in modo atroce, a pochi giorni l’uno dall’altro, Jan Palach e Jan Zajíc per affermare che non si può vivere se non da uomini liberi. L’assolutismo sovietico sarebbe crollato anche per la loro scelta radicale. A zonzo subito. Comincio da uno dei miei argomenti preferiti, san Martino che qui ha una basilica a lui dedicata. Purtroppo non la si può visitare perché apre solo per concerti. So che il mio incontro col grande santo che ha diviso il suo mantello col povero prevede altri appuntamenti nel corso del viaggio: per ora mi devo accontentare di un medaglione (settecentesco, direi) affrescato su una parete laterale della chiesa.
Ponte Carlo porta a Malá Strana, l’antico nucleo storico risalente al X secolo, che subì un terribile incendio nel 1541 e le distruzioni della guerra dei Trent’anni. Dalle ceneri del disastro sorse l’emozionante complesso barocco che si presenta oggi agli occhi del visitatore. Il ponte è un mondo a sé stante: artisti di strada, pittori, musicisti. Una folla variopinta e la possibilità di tanti incontri. Ai lati del ponte il visitatore è accompagnato poi da 31 sculture (soprattutto grandi statue) nelle quali sono scritte la storia e la memoria del popolo ceco. Ci si possono trascorrere ore, la guida in mano, ricostruendo il percorso di tale storia. Tra le statue ci fermiamo davanti alla più famosa raffigurazione in bronzo di un santo molto amato da queste parti, san Giovanni Nepomuceno, patrono della Boemia e protettore dei battellieri, dei ponti e anche dei confessori perché, come vuole una gentile leggenda agiografica, egli preferì il martirio alla rivelazione di un segreto ricevuto in confessione. In realtà fu torturato e ucciso da re Venceslao IV che trovò in lui un fiero oppositore della politica tesa ad impadronirsi del patrimonio della Chiesa boema. Il re lo fece precipitare da Ponte Carlo e annegare nelle acque della Moldava il 20 marzo 1393.
La via Nerudova prende il nome dal poeta Jan Neruda, autore dei Racconti di Malá Strana, che, a metà dell’Ottocento, qui abitò nella casa Ai Due Soli, al numero 47, facilmente riconoscibile per l’insegna che ritrae appunto due soli. Il Nobel per la letteratura cileno Neftali Ricardo Reyers Basoalto, attinse proprio da lui l’idea per il suo pseudonimo, Pablo Neruda.
Il battente in bronzo della porta nord della cappella di Venceslao, opera insigne del Parler, è al centro di una cruenta diceria: vi si sarebbe aggrappato proprio Venceslao colpito a morte dagli emissari di suo fratello Boleslao. Il fatto avvenne nel 929: i sicari colpirono il giovane re mentre si recava alla messa mattutina. Sul lato est si apre la Porta d’oro con i suoi tre archi gotici. Chiesa che è autentico scrigno d’arte a cominciare dai portali in bronzo che raffigurano varie scene. All’interno della cinta muraria che circonda il complesso bisogna percorrere il Vicolo d’oro. Le pittoresche case che ora sono laboratori di artigiani, una volta ospitavano i soldati del corpo di guardia. Scendiamo di nuovo verso il Ponte Carlo nella spettacolare scenografia della Moldava al tramonto e, sulla sponda opposta, della Starè Mesto. Bellissimo, indimenticabile.
Il giorno dopo, martedì 14 luglio, scendiamo alla Porta delle Polveri (Prašná Brána) la cui prima pietra fu posta da re Vladislao II nel 1475 ed ebbe storia contrastata. Il nome attuale le deriva dall’essere stata, nel XVII secolo, deposito della polvere da sparo. Alziamo gli occhi per vedere, ad un angolo della centralissima via Celetná (Celetná Ulice, al numero 34), la statua della Madonna Nera. Al numero 34 è ospitato un interessante museo del cubismo ceco.
Ecco palazzo Kinský con la sua facciata decorata da stucchi bianchi ed ecco la casa della Campana di Pietra, antica insegna medievale. Davanti abbiamo il monumento a Jan Hus, il grande riformatore boemo andato sul rogo nel 1415 dopo la condanna pronunciata contro di lui dal Concilio di Costanza. 500 anni dopo, nel 1915, gli fu eretto questo grande gruppo di statue che raffigura la vittoria degli hussiti. A dominare la scena, la figura di Hus, solenne, ieratica. Sul volto gli si legge una determinazione assoluta, la volontà di non rinunciare alle proprie idee. A ben vedere una immagine dell’intero popolo ceco che anche nei periodi più bui non ha mai rinunciato a pensarsi libero e indipendente. Dall’altra parte della piazza, per chi arriva dalla Celetná Ulice, uno degli edifici più belli del centro storico di Praga, il Municipio (Staromestská Radnice), iniziato nel 1338 e poi ampliatosi nei secoli inglobando case adiacenti e acquisendo quello stile composito che lo caratterizza oggi.
Piccola folla ad attendere lo scadere di ogni ora (dalle 8 alle 21), quando i quadranti si animano e davanti allo spettatore passa il corteo degli apostoli (sono 11 portati a 12 dalla presenza di san Paolo) e varie figure si animano. Alla fine un gallo manda il suo chicchirichì. Dopo il pranzo breve visita a Josefov, la città ebraica col suo cimitero e le sue sinagoghe.
Anissa ci racconta delle difficoltà di controllare il fiume che talora tracima e reca distruzione e morte. Ci parla dei diversi edifici che vi si affacciano e ci incuriosisce con l’isola di Kampa, tanto che alla fine del viaggio sull’acqua (un’ora circa) decidiamo di andarla a visitare.
L’isola di Kampa è formata dal Ruscello del Diavolo, un braccio della Moldava piuttosto stretto: le acque irruente servivano a far girare ruote di molti mulini. Oggi ne sopravvivono un paio. Nei secoli l’isola ha avuto diversi usi. Anticamente era zona di orti, poi è diventata famosa come fabbrica e mercato delle terraglie. Oggi ospita ampi parchi con spazi espositivi per mostre ed è diventato il quartiere abitativo più costoso di tutta la città. Nella vicina piazza del Gran Maestro (Velkoprevorské Námestí) si trova l’antica sede del Gran Maestro dei Cavalieri di Malta che ci ricorda come Praga sia uno dei punti nodali della grande e misteriosa avventura degli ordini assistenzialisti nati dopo il Mille.
La serata in campeggio serve per appuntare qualche idea e inventariare le mille cose viste e godute. Che città è Praga? Magica a doverla definire con un aggettivo. Ma anche: molto viva, culturalmente aperta (abbiamo visto in due giorni l’offerta di almeno una decina tra concerti e spettacoli teatrali). Incredibilmente varia eppure profondamente unitaria: direi che il più bel barocco continentale (a dire il vero quasi sempre un gotico barocchizzato, con senso della misura) è qui forse più che a Vienna. Storia, memorie, identità etnica e nazionale. Con la storia, il giorno dopo, abbiamo un altro straordinario appuntamento. KARLŠTEIN, IL CASTELLO DELLE MERAVIGLIE Karlštein sorge una trentina di chilometri sotto Praga. Il borgo si stende in una stretta vallata che confluisce in quella più ampia dove scorre la Berounka ed è dominata da uno sperone roccioso con il più bel Hrad della Boemia. La Berounka va a gettarsi nella Moldova poco sotto Praga.
Incontriamo qualche inattesa difficoltà a trovare Karlštein perché il castello, a dispetto della sua importanza storica e artistica, non è affatto segnalato. Uscire da Praga e trovare il borgo ci costringe ad un giro vizioso. Raggiungiamo la cittadina di Unošt e di lì cominciamo a chiedere di paesino in paesino: strade strette e sconnesse, ma anche questo è conoscere e vedere. All’ingresso del borgo c’è un ampio parcheggio in riva al fiume (qui si va all’altezza ed è la prima volta che mi capita: 70 corone per veicoli inferiori a 2 metri e 70). Con 100 corone a persona si fruisce di una navetta che porta al castello. Vale la pena di far cenno allo spericolato procedere dell’autista e alle lunghe contrattazioni intavolate con ogni persona che incontra per stipare ulteriormente il suo veicolo. Mica ha torto, dal suo punto di vista: ogni nuovo imbarco gli vale 100 corone… La visita costa 250 corone. La guida parla inglese ed è molto disponibile. In pratica ripete le parole che possiamo leggere in italiano nella brochure che ci viene data col biglietto. Anche qui l’avvio ai lavori di costruzione fu dato da Carlo IV il 10 giugno del 1348: il re elesse il Hrad a propria residenza e ad autentico forziere del tesoro e dei documenti più importanti del regno. Nei secoli il castello ha conosciuto alti e bassi e diversi rimaneggiamenti. L’ultimo, quello che lo consegna al visitatore moderno, risale alla fine dell’Ottocento ed è opera di Josef Mocker. Oggi il Hrad è un complesso magnifico, imponente, suggestivo. Sale, scale, bastioni, cappelle e chiese (soprattutto quella di Panna Maria, la Vergine cioè, con gli affreschi che rievocano scene dalla vita di re Carlo IV) e soprattutto grandi tesori artistici. Confesso: questa è per me la meta delle mete. Sono venuto qui per vedere il trittico (olio su tavola) del grande Tomaso da Modena, lo straordinario pittore trecentesco che ha operato soprattutto a Treviso. Tomaso si trovava fino a poco tempo fa nella Cappella di santa Croce (kaple sv. Kríže) preziosamente affrescata e adornata di pietre dure. Ora non più: sono concesse visite limitatissime con permessi speciali per il progressivo deterioramento degli affreschi. L’equivoco mi fa stare in angoscia fino al momento dell’incontro. Chiedo se Tomaso è visibile e la guida mi risponde di sì. Chiedo quando andiamo nella Cappella di santa Croce e mi dice che non è prevista nella visita. Fino al momento in cui vedo il “mio” Tomaso Soprattutto la Madonna è di una bellezza non descrivibile. Assorto nella contemplazione, con buona pace del signor Stendhal e della sindrome che porta il suo nome. Il sentiero che riconduce al parcheggio è immerso nel verde della foresta e poi ci porta ad attraversare il borgo. Qualche birreria e un negozietto di souvenir dietro l’altro. Il posto, come abbiamo appreso a nostre spese al mattino, è decisamente fuori mano. Chiediamo qualche informazione sulla strada migliore per recarci a Terezín, il campo di sterminio tristemente famoso per aver visto morire migliaia di bambini deportati. Seguiamo la direttrice Beroun, Kladno, Slany, circa una settantina di chilometri. TEREZÍN, LA SHOAH DEI BAMBINI
È una emozione dolorante che impedisce di parlare. Il Krematorium esibisce i suoi tragici simboli: uno spezzone di rotaia e muri impenetrabili. Siamo soli, in questo sole abbagliante del crepuscolo, e invasi dalla malinconia. Nella confusione del giorno il raccoglimento non sarebbe possibile. Ci sentiamo vicini alle vittime della shoah come mai ci era accaduto, forse nemmeno ad Auschwitz.
Torniamo sui nostri passi e passiamo la notte nell’ampio parcheggio vicino alla pevnost minore. Sull’orizzonte il sole calante fa sfolgorare l’oro della Croce cristiana e della stella di David. I due simboli si stagliano, immensi, vicino all’ingresso della pevnost dove subito dopo la liberazione e per tutti gli anni Cinquanta venne creato un cimitero per i resti di circa 10mila vittime. Solo 2386 sono le tombe individuali. Terezín ha un suo sito ricchissimo di informazioni: www.parmatnik-terezin.it, sul quale si può compiere anche un tour virtuale del lager.
Adesso nelle celle, nelle camerate, nei refettori, negli uffici di registrazione fanno il loro nido le rondini. Volano e gridano. Sembra un rito di innocenza e purificazione. Il fatto è che ad Auschwitz ti pesa addosso e ti uccide la memoria. Qui avverti le stanze piene di gente viva, ti sembra di vedere occhi che guardano, bocche affamate che implorano. E non so quale sia la sensazione più dura da gestire e rielaborare. Di qui transitarono, ad opera della Gestapo, più di trentamila oppositori del nazismo, soprattutto ebrei. Soltanto tremila i sopravvissuti. Quelli che non vi morirono direttamente furono smistati in altri lager. Vi furono fucilazioni senza processo, circa 300 persone. Il 2 maggio 1945 furono fucilati 52 prigionieri, membri dei gruppi della Resistenza. C’è anche un patibolo usato una sola volta, il 2 maggio 1945, per impiccare tre prigionieri. Uno era colpevole di aver tentato la fuga. Gli altri due, un uomo e una donna, furono scelti a caso. La scritta Arbeit macht frei non è all’ingresso, ma sulla porta che introduce al primo cortile.
Peter nacque a Varnsdorf il primo gennaio 1919. Fu deportato qui con la moglie e i genitori e smistato il 16 ottobre del 1944 verso Auschwitz, dove morì probabilmente in quello stesso mese. Fu pittore impressionista di straordinaria forza, ritrattista di grande penetrazione psicologica, paesaggista affascinante, cartellonista pubblicitario, grafico geniale sia per copertine di libri che di dischi: insomma una delle tantissime e luminose intelligenze spente dal nazifascismo. Peter continuò a dipingere anche qui, nel lager. In quali condizioni è immaginabile. E restano molti dei suoi quadri.
Nascere a Parigi per venire a morire qui, nello squallore di Terezín, lui che era stato amico di Picasso, Hemingway e Dos Passos e aveva scritto i versi per le canzoni di Juliette Gréco: accadde l’8 giugno 1945 per un tifo che finì col distruggere quel che restava del suo corpo già devastato dalle privazioni della prigionia. Beffardo, il destino: i russi avevano liberato il lager esattamente un mese prima. Nel 1930 aveva scritto due versi, un nero presagio. Ora io stesso non sono più che un’ombra Pochi chilometri fuori Terezín: ci facciamo tentare da due guglie di campanile. È il bel monastero, con chiesa barocca, di Doksany. Le guide che abbiamo con noi non lo citano nemmeno ed è una piccola scoperta. Se riesco a intendere bene le scritte in ceco, la costruzione dovrebbe risalire al 1144. Ha bisogno peraltro di un vigoroso restauro: vediamo qua e là qualche impalcatura, ma ci vuole ben altro. Peccato. Poi statali 16 e 38 fino a Kutná Hora, la Montagna delle Miniere, cioè, come suona la traduzione del nome. KUTNÁ HORA, LA MONTAGNA D’ARGENTO
Partiamo dalla piazza principale, dedicata ad uno storico ottocentesco, la Palackého Námestí. Lì vicino attrae l’attenzione una settecentesca, poderosa colonna della Vergine. Ecco la Kamenný Dum, la Casa di Pietra, dalla bellissima facciata gotica.
Notte tranquilla nel parcheggio di un centro commerciale vicino alla stazione delle corriere. Il giorno dopo ci muoviamo verso il confine con la Slovacchia. Da Kutná Hora attraversiamo cittadine e paesi: Caslav, Havlickuv Brod, Nové Mesto na Morave, Bystrice nad Pernštejnem, Boskovice, Prostejov, Prerov, Bystrice pod Hostynem, Valašské Mezirící. DEMÄNOSKA DOLINA, GROTTA DELLE MERAVIGLIE SVÄTY KRIŽ, CATTEDRALE DI LEGNO
Ma non è finita. La nostra prima giornata slovacca ci riserva ancora un inatteso spettacolo. Alziamo gli occhi e vediamo immensi stormi di anitre selvatiche solcare il cielo. Gruppi grandi e gruppi più piccoli, nella consueta formazione a cuneo. Decine, centinaia, forse migliaia, a ondate successive. Riempiono il cielo da orizzonte a orizzonte, volano sicure guidate dall’istinto.
La Demänovská è l’irruento torrente che attraversa questa stretta vallata. Nasce nei Bassi Tatra e si snoda tra dense foreste di pini e abeti, in un paesaggio dominato dalle torri di dolomia. È una zona di impressionanti grotte naturali. La più frequentata è la Demänovská l’adová jaskyna. Si percorre un circuito di quasi 700 metri nel ventre della montagna. Qui hanno abitato gli orsi e davvero splendide sono le cascate e le colonne di ghiaccio. Fa freddo e lo stacco con la temperatura esterna è di almeno 15 gradi. 7 euro l’ingresso, una cosa giusta. Decisamente esoso il parcheggio: identica cifra dell’ingresso.
LEVOCA, SCRIGNO D’ARTE Nel tardo pomeriggio (autostrada ancora in direzione Poprad e poi statale 18) siamo a Levoca, località poco nota ma che si rivela un autentico scrigno d’arte.
Visitiamo la chiesa intitolata a san Giacomo (sv. Jakub), la parrocchiale gotica che in questo periodo è sottoposta ad un radicale restauro. Splendidi gli affreschi gotici risalenti al Tre e Quattrocento, ma da togliere il fiato la mirabile ancona intagliata dell’altar maggiore realizzata dal massimo artista nato da queste parti, Pavol. Il maestro vi lavorò per un decennio tra il 1508 e il 1517. Visitiamo anche la barocca chiesa di santo Spirito. La chiesa è chiusa ma due giovanissimi e gentili frati francescani conventuali ce la aprono e attendono che la visitiamo illustrandoci varie figure. Che contrasto col gotico di san Giacomo! LO SPIŠ, GLI SPIŠSKÁ KAPITULA, LO SPISŠKÝ HRAD SAN MARTINO E LA STORIA DI UNA CORSA IN SALITA Siamo nello Spiš, un territorio che ha avuto uno storia abbastanza autonoma rispetto al resto della nazione. Qui, fin dal XIII secoli, erano insediate popolazioni sassoni di lingua tedesca divise in 24 distretti. A sud si estende un’area naturalistica che è la più bella di tutto il paese e cui viene dato il nome di Paradiso slovacco.
La zona degli Spišská Kapitula è dominata dallo Spisšký Hrad, il castello la cui costruzione risale al XII secolo, autentico baluardo difensivo contro le invasioni dall’est. Un terribile incendio lo distrusse nel 1780 ma oggi è visitabile in ogni sua parte. Il panorama complessivo (lo Spisšký Hrad che sovrasta gli Spišská Kapitula) è così bello che viene adottato come copertina di tutte le guide e depliant della Slovacchia. Il panorama per eccellenza.
Vallate, foreste, borghi, ancora vallate e i nastri azzurri delle strade di collegamento: è difficile godere di visioni tanto ampie e struggenti. Ai nostri piedi tutta la struttura difensiva del castello di cui si può visitare l’antica sala delle torture e una parte museale. Vi sono conservati antichi strumenti domestici e soprattutto armi, cannoni compresi. In uno stanzone funziona una taverna. Nei diversi cortili sono aperti negozi di souvenir. Noi acquistiamo piccole ceramiche che riproducono torrioni del Hrad. Proprio giuste per fare i regalini al ritorno. Verso sera prendiamo l’autostrada verso Bratislava (quasi completa, brevi tratti sulla viabilità normale) e con le prime ombre ci fermiamo a Trnava, ad una cinquantina di kilometri dalla capitale. BRATISLAVA, CITTÀ DI RE Bratislava ci accoglie nel suo fatiscente campeggio. Da Trnava sono pochi minuti di autostrada. Scegliamo l’uscita che indirizza al centro della città. Col senno di poi sappiamo che l’uscita per l’aeroporto è la più utile per raggiungere il camping Zlaté Piesky. Ne avevamo l’indirizzo ma visti i precedenti cittadini del navigatore speriamo nella nostra buona stella. In effetti vediamo un segnale che indica il campeggio. Lo raggiungiamo con qualche fatica, chiedendo informazioni. La segnaletica non abbonda.
Campeggio carente come pulizia e manutenzione. Le docce colpiscono come colpi di cannone e gli scarichi non funzionano. Poco costoso, questo sì, meno di 19 euro a notte. Ci si adatta, anche perché la fermata del bus (linea 4) è praticamente fuori della porta. Il biglietto costa 70 centesimi e dura un’ora. Non l’ultimo grido in fatto di modernità, ma dopo venti minuti scendiamo a due passi dalla Hviezdoslavovo Námestie: più che una piazza, un lungo viale chiuso ai due estremi dall’edificio del Teatro nazionale slovacco e dal monumento di Pavol Ország.
La Staré Mesto, la Città Vecchia è a due passi. Cominciamo dalla cattedrale, il Dóm sv. Martina. La si vede da lontano. Sulla cuspide della torre, alta 85 metri, si trova la corona d’oro simbolo del potere regio. È alta un metro e 57 e pesa 300 chili. La prima pietra fu posta nel 1221 e la costruzione fu in stile romanico, di cui peraltro rimane ben poco per via di tutti i rifacimenti successivi. Tra il 1563 e il 1830 qui furono incoronati tutti i sovrani ungheresi e ancor oggi, abbassando gli occhi sul selciato, si possono notare le piccole corone in oro che segnavano il percorso del corteo reale. L’interno, molto severo, è a tre navate. L’immagine di Martino (nel gesto consacrato dalla iconografia col taglio del mantello e la sua spartizione col povero) è affidato ad una grande scultura in marmo nero. La eseguì nel 1734 Jurai Rafael Donner (1693-1741). Martino è un uomo maturo (non un adolescente come sappiamo dai suoi biografi) e veste i panni di un nobile ungherese. Del resto Martino nacque proprio in Ungheria e ogni epoca vorrebbe farlo proprio. Davvero un santo per tutte le stagioni.
Ci incamminiamo poi verso il Hrad. Il castello sorge su un colle che domina il Danubio. Qui era il cuore di Bratislava già prima del Mille. Poi fu fortezza romanica e con gli ungheresi si trasformò fino a diventare un baluardo insormontabile. Tra il 1552 e il 1570 divenne una sorta di cittadella inespugnabile. Nemmeno le invasioni ottomane riuscirono a farlo cadere. La sua aura di inespugnabilità lo fece scegliere come abituale residenza della famiglia reale ungherese e come cassaforte del tesoro della corona. Nel Settecento assunse la forma di quadrilatero che adesso caratterizza il panorama di tutta la città.
Poi lo stará radnica, cioè il municipio vecchio. Da lì passiamo al Primaciálny palac, il palazzo primaziale, il municipio moderno. Nell’atrio una serie di pannelli luminosi illustra la storia dell’edificio e dell’intera zona con attenzione soprattutto alla raccolta di arazzi con scene mitologiche. Lì vicino la Františkánske Námestie con la chiesa dei Gesuiti (che barocchizzarono il precedente tempio luterano) e la chiesa dei Francescani, un edificio in origine gotico ma poi rimaneggiato. Ci perdiamo nei vicoli tra bancarelle e souvenir. Bratislava ci ricorda certe città spagnole che hanno disseminato il contesto urbano di statue bronzee negli atteggiamenti più disparati. Da un angolo un fotografo punta il suo obiettivo spione. Da un tombino emerge un operaio che guarda il mondo da sotto in su. A due passi un artista di strada, di quelli che hanno eletto l’immobilità assoluta a proprio mestiere, lo imita. Difficile distinguere la fissità eterna del bronzo da quella effimera dell’uomo. Verso sera ci sediamo in uno dei tanti caffè. Un paio di birre, ovviamente. E poi ritorno nel nostro campeggio. Sull’autobus una ragazza (indiana?) improvvisa un piccolo show con la sua fisarmonica. In giro per il mondo capita di vedere queste cose nel metro, ma su un autobus è proprio la prima volta. Qualche moneta e la ragazzina dagli occhi nerissimi e dal sorriso triste scende alla successiva fermata. Ci fermiamo in un centro commerciale per acquistare qualche specialità culinaria da portare a casa agli amici. In primis, sempre birra, naturalmente. Prima di dormire diamo un’occhiata all’atlante. Vienna è a pochissimi chilometri da qui. Il confine tra Slovacchia e Austria è a due passi. Nel mio cuore traccio un bilancio bello e forte: queste due nazioni hanno rivelato tanta bellezza e identità robusta. In modo, per noi, forse inatteso.
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