Mato de guera con Mardegan
di Antonio Stefani
Vicenza. Dopo gli spari e le bombe, resta sempre in città qualche "mato
de guera". Qualche reduce che ha visto cose tremende, indicibili, e il
cervello gli è rimasto come scheggiato. La gente lo conosce, è abituata a
quegli occhi sbarrati, a quelle frasi sconnesse. La gente, in cuor suo, ne
rispetta lo statuto di sopravvissuto, di testimone d'orrori e perdite
lancinanti, di atrocità insostenibili. Ma l'ordine pubblico non può
permettersi di essere altrettanto compassionevole. Meglio metterlo via.
Nella Treviso del 1935 il "mato de guera" si chiama - cognome e nome, come
da matricola militare - Vardanega Ugo, uno che è stato fante sul Grappa. Ci
ha rimesso amici e famigliari, ne è uscito piegato e squinternato, ma solo
adesso finisce in manicomio, quasi vent'anni dopo. Il colpo di grazia, lo
choc definitivo, glielo infligge l'assistere alla costruzione degli ossari,
dei monumenti ai caduti, dei parchi delle rimembranze. Perché Vardanega Ugo
intuisce che il Regime, con la scusa di onorare quei morti, sta preparando
la nazione a un nuovo conflitto facendo leva sulla retorica bellica, sul
culto degli eroi "gloriosamente" caduti per la Patria.
Pazzo (forse) sì ma scemo no, comprende che i suoi compagni lasciati al
fronte diventeranno il propagandistico pretesto per una ulteriore
carneficina.
E adesso eccolo qui, recluso all'ospedale psichiatrico, che grida la sua
ribellione in un cataclisma di ricordi, in un crescendo di accuse.
Colloquiando con un immaginario dottore, evoca i suoi demoni dal fango delle
trincee, dalle assurdità dei comandi, dalle strade dei profughi. Può ben
farlo, lui: magari non avrà letto l'Amleto o Pirandello, però sa che un "mato"
può permettersi di dirle in faccia a tutti, certe cose. Anche a costo di
finire sotto chiave.
Quando Gian Domenico Mazzocato - fecondo scrittore trevigiano che deve la
sua fresca fama soprattutto al romanzo Il delitto della Contessa Onigo
- accompagnava al debutto esattamente un anno fa questo Mato de guera
, probabilmente non immaginava che in capo a pochi mesi il suo copione,
redatto con la consulenza di Luigi Lunari, sarebbe arrivato in finale alla
Maschera d'Oro, né si sarebbe mai augurato che ciò accadesse in un momento
in cui le cronache ne suggeriscono, minacciosamente, la dolorosa attualità.
Di sicuro, però, un testo così la chiamata al festival se la merita tutta,
esattamente come l'interpretazione solitaria di Luigi Mardegan e la robusta
regia di Roberto Cuppone. Raramente capita, infatti, di assistere a una
sintonia così piena tra narrato e narrazione, a un episodio in cui la parola
- e quella parola non può che avere la forza icastica del dialetto - scatena
un impatto tanto rabbioso e straziante quanto la disperata fisicità di chi
la esprime e la cruda ambientazione dello sfondo. Anzi, degli sfondi, perché
quell'arrugginito letto sopra, sotto e attorno al quale il soldato Ugo da
Possagno ripercorre la sua vicenda di ragazzo strappato alla vita e spedito
all'inferno funge sì da drammatico emblema sanitario di ricovero e
contenzione, ma diventa anche elemento scen ico in grado di evocare passaggi
tra i reticolati, muri per le fucilazioni, fragile riparo dalle pallottole o
dai gas, roccia di osservazione sulle postazioni nemiche.
Attentamente calibrato nei ritmi, nelle impennate, nei desolati abbandoni,
proprio l'insieme dell'allestimento prende dunque alla gola, sfuma talvolta
la tensione in qualche sprazzo d'amara ironia, squaderna la sua lezione di
storia vista dal di dentro, rimanda volutamente ad altre pagine di
letteratura nostrana sulla Grande Guerra - Lussu, naturalmente, ma anche
Giulio Cisco, persino il Meneghello di certe lapidi - ma soprattutto
esercita una forte denuncia pacifista contro la "vera" follia: quella cui di
solito non si impone la camicia di forza, ma che si appunta medaglie sul
petto.
Consenso unanime l'altra sera dalla platea del San Marco, al termine di una
autentica quanto sofferta prova d'attore, per Luigi Mardegan, pronto e
generoso nel girare quell'applauso alla memoria di Renato Salvato,
l'indimenticabile segretario Fita, nel primo anniversario della scomparsa.