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RADEGONDA
E VENANZIO,
UNA STORIA DEL VI SECOLO
Numquid non poterat humilis superare superbum,
aut non deiceret tam mente
benignus iniquum,
pacificis armis doctus
domitare rebelles?
(Venanzio Fortunato, Vita sancti Martini II,
355-357)
Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo
Latino, 21 aprile 2006
Verso la fine del 565
Venanzio Fortunato lascia Ravenna. Non vi tornerà mai più. Né mai tornerà in
Italia: come è noto, tale allontanamento rappresenta il nodo dei problemi
connessi alla biografia di Venanzio, il problema dei problemi. Di tale argomento
voglio occuparmi in questa sede solo in funzione di un altro problema. Vorrei
infatti piuttosto, sulla scia della mia traduzione dell’opera più complessa e
significativa del poeta valdobbiadenese, la Vita sancti Martini,
esaminare le motivazioni profonde che portarono alla composizione del poema.
Motivazioni, a mio giudizio, mai sufficientemente esplorate dagli studi fioriti
attorno a Venanzio.
Dieci anni dopo quel 565 egli compone il poema: 4 libri in esametri (per la
precisione 2243 esametri più i 42 versi della lettera a Radegonda ed Agnese che
rappresenta una ulteriore dedica). Lo indirizza a Gregorio di Tours, l’autore
della Historia Francorum. È l’estate del 575 e Venanzio scrive assillato
dai lavori della mietitura e nelle pause che tale oneroso lavoro comporta. Se
piove, ci si può dedicare alla scrittura. Nella sua lettera al vescovo di Tours,
Venanzio dice: “Dolce padre, perdonate tutte queste macchie: colpa della pioggia
che mi è caduta addosso mentre ero intento alla mietitura. Prega per me, santo
signore e mio dolce padre”.
Qualcuno sostiene che la lacunosa tradizione manoscritta di questa lettera
potrebbe essere collegata proprio alle macchie generate dalla pioggia sul foglio
redatto da Venanzio, che evidentemente scrive all’aperto, nei campi.
565-575: il decennio centrale della sua esistenza.
È
un miracolo operato dal santo che lo induce a scrivere la Vita di san Martino.
“È dunque una ragione importantissima a indurmi a tessere il panegirico del
vescovo che è stato all’origine della mia venuta in questo paese”, proclama
Venanzio Fortunato nei versi proemiali della sua opera.
E
nel finale, quando ha esaurito il materiale a sua disposizione e deve chiudere
il cerchio, scioglie l’enigma davanti al suo lettore. Lo fa nel contesto del
congedo alla sua opera, mentre le raccomanda l’itinerario da seguire.
Sì, lui Venanzio, ha ricevuto da Martino un miracolo immenso, la luce degli
occhi. Era ormai praticamente cieco e un giorno a Ravenna, nella basilica di
Giovanni e Paolo, si era unto gli occhi con l’olio della lampada accesa nella
nicchia dedicata al santo. Era in compagnia di Felice, il vescovo di Treviso,
affetto dalla stessa malattia, che fermerà Alboino e Longobardi sul Piave.
Racconta così. “È nella basilica innalzata a Paolo e Giovanni, che una parete
presenta una raffigurazione del santo. Il colore è così delicato che viene
voglia di abbracciare il santo. Ai piedi del giusto, è stata ricavata nel muro
una artistica nicchia: vi arde una lampada la cui fiamma fluttua dentro
un’ampolla di vetro. Ad essa mi sono avvicinato di corsa, perché mi tormentava
un vivo dolore; gemevo perché la luce stava fuggendo dalla finestra dei miei
occhi. Appena li toccai con l’olio consacrato, quel vapore di fuoco abbandonò la
mia fronte malata: il guaritore è lì, col suo dolce balsamo fa sparire il male.
Quel prodigio operato in me, i miei occhi non lo hanno mai scordato. Infatti
davanti ai miei occhi, torna nitida la visione della loro guarigione e finché
avrò corpo e vista non dimenticherò”.
Se posso aggiungere una
curiosità. La tuttora esistente chiesa dei santi Giovanni e Paolo in Ravenna
(tra via Cura e via Massimo d’Azeglio) è stata profondamente ristrutturata nel
Seicento e solo il campanile rivela elementi più antichi (forse IX secolo).
Nella sua lunga storia ha avuto anche una inversione tra ingresso principale e
altare maggiore. Ovviamente della nicchia di cui parla Venanzio non è più
traccia. Il culto di Martino è però attestato da una grande pala settecentesca
(?) che si trova su un altare laterale (a destra rispetto all’attuale altar
maggiore). Martino vi è ritratto in abiti vescovili accanto a san Rocco. C’è un
particolare intrigante: la persona che ha in cura la chiesa (l’edificio apre
solo su richiesta) racconta della leggenda di un tale che lì, nella notte dei
tempi, sarebbe stato guarito da una malattia agli occhi. Nella leggenda il
personaggio è nominato come il Veneziano. Quando me la sono sentita
raccontare non ho potuto fare a meno di pensare che il Veneziano sia il
nostro Venanzio.
Dunque la Vita rappresenta lo scioglimento di un voto, a dieci anni di
distanza.
È
davvero così? Oppure, meglio: è solo questo?
Venanzio si porta dietro la sua storia personale. Incrocerà l’avventura
esistenziale di Radegonda, regina e monaca. Studiando questo incrocio cerco di
dimostrare che la redazione della Vita di san Martino rappresenta
qualcosa di ulteriore e diverso.
In questi dieci anni Venanzio gira inquieto per le Gallie. Tra il 566 e il 567 è
a Parigi e poi a Tours. I dignitari merovingi lo accolgono con calore e affetto.
Poi è in Spagna, a Braga, infine a Poitiers dove domina la personalità di
Radegonda, che nel 538 era andata sposa a Clotario e poi si era data alla vita
claustrale, consacrata da Medardo, vescovo di Noyon .
Nel monastero di Poitiers, dedicato alla Santa Croce, Venanzio ricopre diversi
ruoli, di importanza via via crescente. Il suo prestigio aumenta, la sua fama di
uomo di cultura e di letterato brillante gli apre ogni porta. Gregorio di Tours
lo esorta a pubblicare i suoi Carmina. A metà degli anni Settanta
Venanzio riceve gli ordini sacerdotali.
È
famoso e ricercato. La sua scrittura conferisce prestigio e visibilità a
occasioni e personaggi. Quando Radegonda ottiene dall’Oriente una reliquia della
Croce, egli compone due tra gli inni più famosi della Chiesa, il Pange,
lingua e il Vexilla regis prodeunt.
E
compone agiografie su commissione, compone epitaffi ed è lui a celebrare
l’intronizzazione di Gregorio.
Un passo indietro per gettare uno sguardo sulle motivazioni autentiche, ben
oltre la volontà di sciogliere un voto, che spinsero Fortunato a lasciare
l’Italia e a mai più tornarvi.
È
il nodo dei nodi, come si diceva, della biografia venanziana: Fortunato racconta
quasi tutto di sé nei Carmina, ma lascia senza risposte tutte le domande
fondamentali: quando è nato, dove ha studiato, quando ha deciso di farsi prete
e, appunto, perché ha deciso di spezzare così nettamente la sua vita in due.
Per quali motivi Fortunato intraprese quel viaggio? Se c’è una cosa che si può
affermare con tutta tranquillità è che Fortunato non offre certo di sé
l’immagine di un pellegrino che debba adempiere ad un voto. Rimane a lungo
presso Sigeberto, il terzo figlio di Clotario e re d’Austrasia dal 561. Anche a
Parigi non dimostra certo grande fretta. Del tutto fuggevole fu poi il suo
passaggio a Tours, il luogo martiniano per eccellenza. Ciò suggerisce che la
visita alla tomba di Martino sia stata un pretesto. Se Tours era la sua meta,
perché recarsi fino a Poitiers e oltre?
Certamente le vere ragioni dell’espatrio di Fortunato sono da cercare altrove.
La tesi a lungo prevalente ipotizza che Fortunato fosse diventato inviso al
governo bizantino e fosse dunque indotto a cercare la protezione di Sigeberto.
Fortunato avrebbe preso posizione a favore dello scisma dei tre Capitoli e
dunque sarebbe stato dalla parte della situazione scismatica di Aquileia. Non
abbiamo notizia di una militanza in tal senso. E, se quella di Fortunato era una
fuga dal governo imperiale, la corte di Sigeberto non rappresentava certo un
rifugio sicuro perché la corte d’Austrasia non era in quell’epoca in cattivi
rapporti con Costantinopoli. Tra l’altro è questo il periodo durante il quale
Radegonda, che viveva sotto la giurisdizione di Sigeberto, otteneva
dall’imperatore una reliquia della croce.
E
inoltre Fortunato non è arrivato in Austrasia come un “trovatore errante”. Il
fatto che gli sia stata inviata incontro una scorta di eminenti funzionari della
corte di Austrasia prova che aveva ricevuto un invito ufficiale alla corte. Non
si spendono tante formalità per accogliere quello che oggi definiremmo un
rifugiato politico. Dunque non un romantico precursore della figura del poeta
maledetto, non un ricercato dalla polizia imperiale.
Il contrario semmai, come ha ben studiato Jaroslav Šašel. Fortunato era un
agente dell’imperatore presso le corti franche e in particolare alla corte di
Metz. Non dobbiamo pensare certo ad un agente segreto che agisce sotto copertura
e che si avvale del suo ruolo di poeta mondano per nascondere oscuri e sottili
maneggi. Più semplicemente l’imperatore, preoccupato dalla minaccia longobarda,
cercava alleanze nelle Gallie. Il re di Metz che possedeva anche la Provenza
poteva tornargli molto utile. Fortunato, senza dubbio già noto per il suo
talento di poeta, era un uomo prezioso per convincere il re e i suoi grandi
riuniti nel giorno delle nozze. Fortunato arriva infatti a Metz, capitale dell’Austrasia,
proprio nei giorni in cui Sigeberto sposa Brunechilde, figlia di Atanagildo re
dei Visigoti, con tutta evidenza matrimonio di enorme importanza politica. Alle
nozze Fortunato declama un memorabile epitalamio: non certo improvvisato al
momento, ma preparato da lungo tempo e suo biglietto da visita. Un blasone anzi.
Il poeta ebbe dunque l’incarico di portare avanti quella che uno studioso
francese definisce una guerra del fascino. Voleva, lui, l’italiano colto,
risvegliare in Gallia il sentimento di una comunità spirituale: la Romania
contro i barbari della seconda ondata. I valori delle arti e della cultura
potevano essere le armi buone.
Se si ferma a Parigi non è tanto per Cariberto, il figlio più vecchio di
Clotario I, re di un regno che andava da Amiens ai Pirenei e che aveva proprio
Parigi per capitale. Anche se per lui scrive un panegirico (ma di corsa e perché
in qualche modo obbligato), gli preme soprattutto far visita al vescovo Germano,
il grande amico di Radegonda. Non è dubbio che sia lui a indirizzare a Poitiers
Fortunato. E la vedova di Clotario non era certo un pezzo da trascurare sullo
scacchiere politico.
Radegonda cercava inoltre protezioni per il suo monastero. Fu forse lei a
mandare Fortunato da Martino di Braga, molto autorevole nel mondo cristiano
occidentale, uomo di sintesi fra due culture diverse. Martino di Braga era in
effetti nato nell’Europa dell’Est, in Pannonia, come il suo omonimo vescovo di
Tours. Jaroslav Šašel ha ragione di vedere in lui uno strumento di riconquista
dell’Occidente da parte di Giustiniano. I due uomini avevano bisogno di
confrontare e scambiare tra loro le rispettive esperienze.
Dunque alla fine del 567 o agli inizi del 568, Fortunato si stabilì a Poitiers
dove coprì l’incarico di segretario ed economo nella comunità fondata da
Radegonda. Il lavoro non gli mancava di sicuro. Il monastero di Poitiers era una
casa molto grande e l’amministrazione delle terre da cui il monastero traeva di
che vivere doveva essere particolarmente impegnativa. Bisognava inoltre
sorvegliare gli interessi spirituali di un ordine fondato da poco, facendo
attenzione a raccogliere tutte le protezioni possibili.
La posizione di Radegonda, infatti, era molto delicata: il vescovo Maroveo
cercava in ogni occasione di manifestare ostilità al monastero che era come
un’isola autonoma nel suo territorio. Fortunato, una volta divenuto prete
(attorno al 574/576), ebbe a sua volta a patire l’animosità del prelato.
È
dunque un letterato famoso (e già ben esercitato nell’agiografia, anche se solo
in prosa: la Vita di san Martino rimarrà l’unica da lui composta in
versi) quando si decide a sciogliere il voto formulato davanti alla nicchia
dedicata a san Martino nella basilica ravennate di Giovanni e Paolo.
Indirizza la Vita proprio a Radegonda e ad Agnese che è la monaca cui
essa cede la direzione del monastero, volendo rimanere nell’ombra.
Abbiamo molte
notizie su queste due figure femminili dalla Vita Radegundis dello stesso
Venanzio Fortunato (oltre che dal De vita sanctae Radegundis composta da
una monaca del monastero di Santa Croce di Poitiers, Baudonivia nei primi anni
del VII secolo; da notare che lo stesso Gregorio di Tours ci fornisce alcune
notizie, soprattutto riguardo ai funerali, nel Liber in gloria confessorum).
Radegonda ed Agnese sono poi le destinatarie di molti scritti e componimenti
poetici di Venanzio Fortunato.
Radegonda nasce
attorno al 518, figlia di Bertario, ultimo re di Turingia. È donna di notevole e
raffinata cultura, di grandi devozione, religiosità e pietà. Quando il regno
patrio cade sotto gli assalti dei Franchi nel 531, viene fatta prigioniera.
Riceve una buona educazione e sposa, pochi anni dopo (538, a Vitry in Artois),
proprio Clotario, re dei Franchi. Nel contesto di durissime lotte dinastiche,
Clotario uccide il fratello di Radegonda, fatto prigioniero assieme a lei. Le
ragioni della soppressione non sono note (si trattava forse di segrete intese
con Costantinopoli). Radegonda decide allora, dopo essersi consultata con
Medardo (il santo vescovo di Noyon), di entrare in convento. Consacrata proprio
da Medardo, fonda, tra il 552 e il 557, un monastero a Tours e poi un altro a
Poitiers, aiutata e sostenuta dallo stesso Clotario, che peraltro non aveva mai
smesso di amarla appassionatamente e cercò anzi di distoglierla in ogni modo
(compreso il rapimento) dal proposito di professare i voti. Radegonda vi vive
dal 560 fino alla morte (587) come semplice monaca. A capo del monastero essa
aveva fatto eleggere, come si è detto, Agnese, figlia della più alta
aristocrazia di Poitiers e consacrata da Germano, il vescovo di Parigi.
Nell’ombra di una voluta posizione da comprimaria, Radegonda svolge un ruolo che
è religioso ma in gran misura anche politico. Quando Clotario muore (561) la sua
autorità cresce ulteriormente nel rispetto, anche, dei suoi figliastri Cariberto,
Chilperico, Gontrando, Sigeberto. È il vero e proprio ago della bilancia
politica del regno. È lei che ottiene da Giustino II, imperatore d’Oriente, un
frammento della Santa Croce (e Santa Croce sarà da allora il nome del
monastero). Forti sono infatti i legami con l’Oriente dove si trova una parte
della sua famiglia: il cugino Amalafrido serviva nell’armata imperiale. Per far
entrare in Poitiers la preziosa (e prestigiosa!) reliquia, Radegonda deve
vincere l’ostilità e la gelosia del vescovo Maroveo. Venanzio le era certamente
vicino, prodigo di consigli. E per l’ingresso del frammento, compone il
Vexilla regis prodeunt, ancor oggi inno vivissimo nella liturgia cristiana.
Sono proprio Radegonda e Agnese a insistere perché Venanzio ponga fine al suo
vagabondaggio e si stabilisca a Poitiers. Quando esse muoiono (rispettivamente
587 e 589), Venanzio è ancora semplicemente l’amministratore dei beni del
monastero di Santa Croce.
Soprattutto impersona sempre il fine letterato che vuole dimostrare di possedere
ancora, in tempi già bui, una straordinaria padronanza della lingua che era
stata di Virgilio e di Cicerone. Di questa sua raffinata, e per certi aspetti
esclusiva, conoscenza si fece una bandiera. La trasformò in strumento di
graziosa cortesia nei riguardi dei suoi benefattori e di carta di credito in un
ambiente in cui voleva fare carriera.
E
tuttavia si rischia di non comprendere a fondo le motivazioni che indussero
Venanzio a sciogliere il suo voto in modo così ampio e coinvolgente, se non si
tiene conto della centralità della figura di Radegonda nell’esperienza
esistenziale dello scrittore.
Una lettura in filigrana della personalità di Martino (e naturalmente delle
modalità scritturali con cui Venanzio ha deciso di proporla) porta a vedere
proprio la regina/monaca (e personalità dominante nel suo monastero e nella
politica merovingia) dietro il guerriero/monaco/vescovo.
Le avventure personali di Martino e Radegonda nascono entrambe da una condizione
di esilio spirituale.
Martino era stato in qualche modo destinato dal padre alla carriera militare fin
dalla più tenera infanzia, con l’imposizione di quel nome guerriero (Martino,
piccolo Marte cioè). E quando, dopo il trasferimento a Pavia, l’interesse del
fanciullo per il cristianesimo fu reso evidente dalla frequentazione del
catecumenato, il padre non fu contento della scelta del figlio. E ostacolò il
ragazzo in ogni modo. Infatti, sfruttando una piega del regolamento che
consentiva di anticipare a 15 anni l’arruolamento obbligatorio (usualmente
previsto per i 17 anni), il padre gli fa compiere il giuramento militare
praticamente nello stesso giorno in cui Martino depone la toga pretesta, emblema
dell’adolescenza.
Venanzio opera una scelta non casuale per gli esordi narrativi della sua opera:
la spoliazione del mantello (è questo il periodo in cui Martino riceve il
battesimo), il drammatico congedo dal servizio militare. Il primo legato al
soldato giovanissimo, quasi imberbe, il secondo legato al soldato maturo,
probabilmente ormai saturo e nauseato dall’esperienza in armi.
Non vi è dubbio che il quindicennio trascorso nelle file degli eserciti
imperiali fosse sentito da Martino come un esilio morale, come un esproprio
violento rispetto alla sua vocazione autentica.
(Del resto le stesse modalità con cui Martino viene eletto vescovo di Tours
-rapito con uno stratagemma e costretto ad accettare la candidatura episcopale-
dipingono una situazione di ulteriore esulanza psicologica rispetto alla vita
ritirata della laura che rappresentava certo l’ideale esistenziale del santo).
Anche Radegonda era stata vittima di violenza fisica connessa a violenza morale.
Ostaggio alla corte di chi aveva sconfitto la sua stirpe, riceve sì una buona
educazione (nel parallelo: chi potrebbe dubitare che l’educazione ricevuta da
Martino sotto le armi sia stata a suo modo una “buona educazione”?), ma è
costretta a diventare la terza (forse la quarta, non è ben chiara la situazione
matrimoniale di Clotario) moglie del re merovingio. Tenta la fuga, ma è ripresa
e costretta alle nozze. E la sua vita diventa autenticamente esilio.
Si sentiva chiamata all’amore mistico, più che all’amore fisico. “Più parte di
Cristo, che congiunta in matrimonio carnale” sottolinea Venanzio nella Vita
sanctae Radegundis reginae. Sposa di un re di questa terra, ma mai separata
dallo sposo celeste
.
E, nello stesso contesto, Venanzio ci racconta la feroce determinazione con cui
Radegonda sfuggiva al talamo nuziale. Quando Clotario le si avvicinava, lei si
levava dal letto con un pretesto, usciva dalla camera, stringeva vieppiù il
cilicio sulle carni, si immergeva nella preghiera, si faceva penetrare dal gelo.
Nulla le sembrava insopportabile tantum ne Christo vilesceret: quando
ritornava sotto le coltri era così intirizzita che né il calore del letto né il
fuoco del camino riuscivano a rianimarla.
E, al pari di Martino, anche Radegonda si spoglia dei suoi abiti.
Era, per lei, una sorta di prassi, di abitudine mentale. Ogni volta che le
fanciulle del seguito lodavano qualche suo splendido vestito, magari auro vel
gemmis ornatum, lei se ne spogliava e, cercato il luogo sacro a lei più
vicino, buttava il suo abito regale sull’altare.
Si spoglia il giorno in cui, trovandosi vicino alla cella del santo Giumerio, fa
un fagotto di tutta la ricchezza che ha indosso e lo mette nelle mani del sant’uomo.
Identica cosa fa recandosi, in un’altra occasione, presso il beato Datdone. E
naturalmente si spoglia il giorno in cui, ucciso suo fratello dal marito
Clotario, essa decide definitivamente di darsi alla vita monastica.
Certamente questo
spogliarsi si configura come ripulsa, come rifiuto del potere e del privilegio
che le venivano conferiti dal suo rango di donna andata sposa al re (che era
anche l’uomo che aveva distrutto la sua famiglia). Ma è soprattutto il segno di
una generosità assoluta, quasi una predisposizione sentimentale e mentale.
In questo sesto
secolo, la nazione franca (Clodoveo muore nel 511) comincia la sua irresistibile
ascesa, sorretta e sospinta dalla conversione al cristianesimo romano, là dove
le altre stirpi germaniche avevano compiuto la scelta ariana. È il cristianesimo
romano a favorire la fusione tra aristocrazia gallo-romana e aristocrazia
germanica.
E tuttavia la scelta
in campo religioso non era stata indolore.
La nazione franca ha
conosciuto lunghe crisi di identità, dettate anche dalle incessanti lotte
dinastiche combattute senza esclusione di colpi. E la produzione agiografica
gioca in questo ambito un ruolo preciso. Il contesto storico-geografico in cui
svolge la sua missione Martino, prefigura con nettezza di contorni la geografia
fisica e morale entro la quale prenderà corpo la missione cui i Franchi sono
chiamati. Parlare di Martino, e parlarne come fa Venanzio, significa andare in
direzione opposta rispetto alla crisi di identità, medicare la malattia
disgregatrice che da essa si origina.
Qui il cerchio si
chiude, perché in questa missione (una sorta di missione divina, la
continuazione dell’impero di Roma) le donne giocano un ruolo importante. Chi
meglio di Radegonda offriva un modello da esplorare?
Lei, regina, figlia
di re, sposa di re, matrigna di re, fondatrice di una comunità monastica che era
baricentro di infiniti interessi culturali, politici e dinastici. Lei che aveva
avuto il coraggio di puntare su Poitiers, una delle zone politicamente più
nevralgiche, perennemente al centro di lotte per il suo possesso. Lei, così
autorevole da far trasmigrare, da Oriente a Occidente, reliquie della croce su
cui era morto il Cristo.
Lei così umanamente disponibile, così intensamente passionale nel suo slancio di
carità, lei così esclusiva e radicale nelle scelte verso gli ultimi e i
diseredati. Lei così attenta all’insegnamento martiniano.
Annota Venanzio che mai presso di lei un povero faceva risuonare invano la sua
voce (apud quam nec egeni vox inaniter sonuit). Credeva che sotto le
vesti del mendicante si celassero le membra del Cristo. Ascriveva a sua perdita
ciò che non le riusciva di dare ai poveri.
E
quando si reca a Tours, visita i luoghi martiniani (sancti Martini atria,
templa, basilicam), non sa trattenere le lacrime (flens) ed anzi il
pianto non riesce a saziarla (lacrimis insatiata): si toglie ogni veste
preziosa, ogni gioiello e depone tutto sull’altare del santo.
Dunque, nel racconto di Venanzio, Martino prefigurazione di Radegonda? E,
inversamente, Radegonda che sceglie Martino come modello?
Se si può sommessamente chiedere: Radegonda, una sorta di vescovo al femminile?
Martino e Radegonda immagine sostanzialmente unitaria di un episcopato che “esce
dalle mura”, si confronta in continuazione col potere civile, esige in qualche
modo di indirizzarlo? Immagine unitaria di due personalità che consapevolmente
svolgono un ruolo politico?
Verrebbe da rispondere sì, per esempio pensando al momento in cui Radegonda si
rivolge a Medardo per essere consacrata: il vescovo esita sulla base delle
disposizioni di diritto canonico (una donna sposata e non vedova poteva essere
al massimo consacrata diaconessa) e anche intimorito dalla presenza incombente
di Clotario. Ma Radegonda lo soggioga con la forza della sua personalità, di
fatto si autoconsacra, come è stato felicemente detto.
E
naturalmente va ricordato come, alla morte di Clotario (561), la sua personalità
sia sentita come autorevole e dominante dai figliastri Cariberto, Chilperico,
Gontrando, Sigeberto.
Ma come delineare il
parallelo Martino-Radegonda? E quali suggestioni offre tale parallelo? Possiamo
partire dall’episodio del mantello.
È
certo che il giovane soldato che divide in due il mantello alla
porta di Amiens non distribuisce il superfluo, piuttosto spartisce e comunica un
privilegio.
“Un po’ di freddo in più per lui, un po’ di calore per il povero. Un unico,
povero mantello è sufficiente per due: freddo e calore vengono ripartiti tra due
poveri, freddo e calore diventano inconsueta merce di baratto. Ma, avvolto in
quell’indumento, si rivelò il Creatore in persona: il mantello di Martino aveva
rivestito il Cristo. Mai, alcuna veste imperiale aveva meritato tanto onore, il
mantello bianco di un soldato vale più di una porpora di re”,
annota Venanzio: come sottrarsi alla suggestione che stesse scrivendo di Martino
e pensasse a Radegonda? Troppo puntuali i riferimenti alla veste che ricopre il
corpo del Cristo, alla porpora regale (purpura regis).
La suggestione si precisa nell’episodio del tutto analogo che accade a Martino
quando questi è già vescovo.
Un malato bussa alla porta del vescovo e chiede di essere rivestito, ha freddo,
batte i denti. Martino ordina ad un suo diacono di provvedere, ma questi non lo
ascolta. Allora si avvicina all’uomo, si toglie la tunica e gliela mette
addosso. Poi chiama di nuovo il diacono e gli ripete che c’è un uomo nudo. Ma la
nudità è, ora, la sua, a malapena celata dalla cappa episcopale. Stizzito, il
diacono butta sulla strada una tunica di lana grossolana, fastidiosa ad essere
indossata. Con grande umiltà e in silenzio, Martino se ne riveste e si avvia a
celebrare messa.
Se rileggiamo il testo latino, troviamo quasi le stesse parole spese per
Radegonda, esattamente gli stessi giri concettuali:
…dum clamat egenus.
Tegmine pro nudi cupiens procedere nudus
nec partiris opem sed totum cedis egenti,
haec tua sola putans, petitus si nulla negasses,
ut magis esses inops, inopi dum cuncta dedisses.
E quando incontra un
lebbroso, Radegonda lo bacia.
Esattamente come faceva
Martino, che col suo bacio sapeva guarire. Venanzio ricorda una guarigione
avvenuta a Parigi: “… trovandosi di fronte un lebbroso che procedeva verso di
lui. Quell’uomo era così malato che era divenuto straniero a se stesso: tutto
chiazzato di macchie, completamente glabro, coperto di ulcere e di piaghe
purulente; il suo passo era malfermo e la sua vista debole, il vestito a
brandelli e l’espressione inebetita; pieno di pustole era il viso, mutilati i
piedi e spezzata la voce. Il pallore aveva avviluppato quel disgraziato in un
involucro innaturale. Tutto d’un tratto il santo lo attira a sé per dargli un
bacio: abbraccia l’uomo instillandogli un medicamento che lo libera dal male.
Infatti non appena il lebbroso fu a contatto con la saliva benedetta delle sue
labbra, il fardello della malattia fuggì a quel contatto che stillava balsamo
medicinale. La fisionomia ormai scomparsa riemerge, nuova pelle ricopre il suo
volto, sulla sua fronte deformata torna alla vista il suo aspetto naturale; i
tratti del volto, a lungo cancellati, tornano a delinearsi”.
Identico è l’atteggiamento
di Radegonda. Anche lei agisce per restituire dignità e, se si può dire,
“guardabilità” al lebbroso: porta acqua calda (ferens aquam calidam) e
lava con cura ogni parte del corpo malato (facies lavabat, manus, ungues et
ulcera et rursus administrabat, ipsa pascens per singula). E naturalmente lo
bacia, anche lei lo ama con tutto il cuore (osculabatur et vultum, toto
diligens animo).
Nella vicenda di Radegonda, Venanzio aggiunge una annotazione che ritaglia in
modo crudo la figura della regina. Dopo il bacio al lebbroso, essa, in qualche
modo, si isola dal consorzio umano. Ha fatto, si direbbe, la sua scelta di
campo.
Venanzio si rivolge
direttamente a lei ed esclama: “O signora santissima, chi bacerà ora te che così
abbracci i lebbrosi?”.
Un capitolo si chiude, un altro se ne apre: la fuga dal talamo e dall’abbraccio
con il suo sposo terreno è compiuta. Dopo il bacio al lebbroso non potrà più
esserci altro bacio.
L’immagine è quella della
regina che si fa ancilla: delinea, Venanzio, una immagine molto vicina a
quella di Radegonda quando descrive l’omaggio che rende a Martino, durante un
banchetto, la moglie dell’Augusto Massimo. È la figura evangelica di Maddalena,
ma anche di Marta e Maria di Betania.
“…E intanto la regina bagna in continuazione i piedi del santo con le sue
lacrime, distesa a terra e tutta tesa ad esaudire gioiosamente i suoi desideri.
E gioiosamente gli chiede di poter lei stessa preparargli il cibo: la sua
affabilità ottiene quello che l’autorità di Massimo non era riuscita ad
ottenere. L’imperatrice gli porta personalmente la sedia, gli imbandisce la
tavola, gli versa l’acqua sulle mani: lei, da regina divenuta umile serva, gli
reca lietamente i cibi che ha cucinato con le sue stesse mani. Per tutto il
tempo in cui il santo siede a tavola, lei rimane in piedi, immobile. Porta
quindi via i piatti e gli porge personalmente la coppa: serva capace, da sola,
di soddisfare ogni desiderio di un solo uomo”.
Di Radegonda, Venanzio, dice le stesse cose: lei, regina e signora del palazzo,
era se stessa quando, fatta serva, serviva i poveri: devita femina nata, et
nupta regina, palatii domina pauperibus serviebat ancilla.
Che Radegonda sia Marta, del resto, Venanzio lo afferma esplicitamente: a chi è
impedito, essa porge il cibo con il cucchiaio. E vuole essere lei di persona,
nova Martha, a compiere l’atto di carità.
Insomma Martino e
Radegonda. Associati anche nei segni fisici: la cenere e il cilicio, ad esempio.
Martino deve distruggere un tempio pagano e trova l’opposizione della gente del
posto. Entra in penitenza per ottenere l’intervento di Dio: digiuna, si copre il
capo di cenere, si veste di cilicio.
Radegonda desidera
soffrire anche durante il riposo: cenere e cilicio.
E i miracoli.
I miracoli di Radegonda
sembrano esemplati su quelli di Martino.
La regina guarisce una
cieca di nome Bella,
Martino guarisce Paolino il cui occhio è offuscato.
Radegonda opera in continuità nell’esorcismo e nella cacciata dei demoni,
esattamente come Martino. E talora le descrizioni coincidono alla lettera, con
modalità del tutto analoghe.
Una volta Martino ebbe a
che fare con un diavolo molto recalcitrante il quale si era impossessato di un
cuoco: “E, dentro al corpo del posseduto, la bestia demoniaca era lacerata da
terribili sofferenze perché le dita le impedivano di uscire dalla bocca. Allora,
lasciando dietro di sé ripugnanti tracce del suo ripugnante ministero, la bestia
immonda, in una scarica di ventre, fuggì dall’orifizio da cui escono gli
escrementi (qua sordibus est via fluxu)”.
Esattamente come agisce Radegonda che costringe il diavolo che ha invaso e
posseduto una donna a scegliere la via più sconcia per uscire:
fluxu ventris egressus est.
Praticamente identico il miracolo del nocchiero -Martino e Radegonda sono
lontani, non fisicamente presenti, cioè, nel luogo della procella- che si trova
in alto mare e viene assalito da una tempesta.
E identico il rimedio: l’urlo che invoca il santo protettore. Il nocchiero di
Martino è un pagano e dunque sollecita, nella sua disperazione, l’attenzione di
un dio che non gli appartiene, il dio di Martino: Martini deus, eripe nos!
Il pescatore di Radegonda chiama direttamente la santa monaca: Sancta
Radegonda, dum tibi obedimus, non subdidamus naufragio, sed obtine apud Deum ut
liberemur de pelago!.E
quando operano miracoli, i due santi sembrano dover avere il vuoto attorno a
loro: allontanano tutti gli astanti perché così meglio realizzano il contatto
diretto col dio cui debbono chiedere la grazia della guarigione.
Radegonda, venuta a conoscenza della grave malattia di una monaca, se la fa
portare in cella e allontana tutti: hinc iubet omnes removeri.
Martino, subito dopo aver fondato il monastero di Ligugé, viene informato della
morte di un catecumeno. Accorre e, prima di operare il miracolo della
resurrezione, vuole il vuoto attorno a sé: cella omnes iussit abire.
Nello stesso periodo ridona la vita al servo di un magistrato romano, Lupicino.
Anche qui: expulit hinc cunctos, solus solita arma requirens.
Del resto il collegamento tra le due personalità è esplicitato dallo stesso
Venanzio proprio nella pratica dell’operazione miracolosa. Nel momento in cui
deve resuscitare dalla morte una bambina, Radegonda opera more beati Martini.
Naturalmente, prima di avere il contatto fisico con il corpicino per
ritrasmettergli la vita, Radegonda chiude dietro a sé la porta della cella
iubens longe discedere, ne quis sentiret, quid ageret.
In questa trasparente osmosi di situazioni, merita attenzione anche l’episodio
finale della vita di Radegonda in cui sembrano assommarsi e mescolarsi molti
elementi che pertengono alla storia personale e al culto di Martino.
Radegonda è alla fine dei suoi giorni. Un tribunus fisci di nome Domoleno
(uno di quei funzionari abituati a spremere tasse e balzelli con ogni metodo) è
gravemente debilitato in tutto il corpo. Gli riferiscono che la santa è lì
vicino e lui accorre per essere guarito. Radegonda opera l’ultimo miracolo e
però esige una contropartita, due anzi.
Domoleno dovrà dedicarsi alla costruzione di una basilica dedicata a Martino e
dovrà rilasciare i prigionieri (se ne precisa anche il numero, sette: debitori
insolventi, possiamo immaginare).
Notiamo la riproposizione di situazioni già note per Martino: rapporti
conflittuali con gli agenti del fisco;
volontà di liberare prigionieri ingiustamente detenuti come nell’episodio di
Aviziano
e soprattutto, da parte di Radegonda, la voglia di legare la propria personale
memoria all’erezione di un tempio che consacri definitivamente il culto di
Martino.
Un rapporto
ideologico fortissimo. Il monaco che è portato alla solitudine e al rigore
ascetico e che deve invece essere vescovo controvoglia. Si trova a confrontarsi
con problematiche civili e religiose: due realtà che Martino ha fatto coesistere
nella sua esperienza quotidiana.
La vicenda personale di Radegonda, con eventi tanto dolorosi e strazianti alle
spalle, la sua posizione, le sue scelte costruirono per lei una condizione di
grande solitudine. L’atteggiamento ostile e perfino sprezzante nei suoi riguardi
del vescovo Maroveo (l’episodio della ostentata assenza il giorno dell’arrivo
delle reliquie è documentato da Gregorio di Tours)
la spinsero a cercare una regola che le consentisse una sorta di affrancamento
dal potere episcopale.
Serve ricordare che, proprio a partire dal quinto secolo, la figura del vescovo
divenne di assoluta preminenza nella vita cittadina perché le sue competenze
politiche e militari andarono via via incrementandosi. La politica di fondazione
dei monasteri era dal vescovo rigidamente governata e sorvegliata perché lo
stabilirsi delle comunità monastiche sul territorio non poteva sfuggire ad una
logica di controllo, penetrazione e presenza sul territorio stesso.
L’ostilità di Maroveo si traduceva in opposizione certamente intollerabile per
Radegonda che dunque, pur con il modello di san Martino, per così dire, tanto a
portata di mano, guarda in altra direzione per il suo modello monastico. Lo
trovò nella Regula di Cesario di Arles. La regola di Cesario le conferiva
autonomia dal potere episcopale.
E
nondimeno Venanzio propone san Martino a Radegonda come figura guida e nume
tutelare. Perché anche quella di Martino era stata una personalità isolata e
solitaria. Serve ricordare la sua situazione di forte conflittualità con gran
parte dell’episcopato delle Gallie.
E
soprattutto il suo essere dimidiato tra vocazione alla solitudine monastica e la
sua chiamata (costrizione, verrebbe da dire, pensando ancora a come viene rapito
e viene costretto ad accettare il soglio episcopale) all’episcopato, lo
avvicinano prepotentemente a Radegonda.
Che lega la sua scelta monastica ad una regola rigidissima (quella di Cesario,
appunto) ma deve, lei che pure aveva scelto di non essere badessa ma soltanto
monaca tra le altre e come le altre, almeno apparentemente, difendere un regime
di eccezioni dalla regola stessa per quanto personalmente la riguardava.
Radegonda tiene, contro la regola, una cella tutta per sé e conserva rapporti
intensissimi col mondo esterno. Che volesse una cella per sé soltanto è
certamente connesso con la durezza delle pratiche penitenziali cui si
sottoponeva.
Ma questa sua autonomia, nel convento e dalla regola, era fondamentale per la
sopravvivenza della comunità, del monastero, ma soprattutto per la sua funzione
equilibratrice del convulso panorama politico.
Il binomio vita
monastica/ruolo pubblico (con tutte le difficoltà a far coesistere due realtà
tanto diverse) caratterizzarono la vita di Martino e quella di Radegonda.
Sul modello di Martino, ecco la figlia di una stirpe sconfitta, costretta ad
essere regina e moglie: una violenza, avvertita soprattutto nella condizione
maritale. Preferisce l’ombra del chiostro e tuttavia non rinuncia ad essere
nella storia del suo popolo.
Martino e Radegonda trovano nell’amore per gli umili questo tratto forte che
rende sopportabili le contraddizioni dell’esistere.
Venanzio scrive di
Radegonda e Martino, delinea un unico ideale umano.
Del resto Radegonda è
la destinataria eletta e talora perfino esclusiva della scrittura di Venanzio.
Fortunato dedicò moltissimi dei suoi Carmina a lei (e ad Agnese):
affettuosi, simpatici, talora perfino scherzosi (Venanzio non manca certo di
humour e di ironia). Questo mi autorizza a chiudere quasi con una battuta e a
suggerire una chiave sorridente del fervido rapporto tra i due. Radegonda doveva
avere qualche disturbo di stomaco ed ecco il consiglio che le dà il poeta: “Se
la pietà e il santo amore rispondono ai voti di chi li prega, esaudisci i tuoi
servi, tu così generosa dei tuoi doni. Il vostro segretario Fortunato e anche
Agnese ti pregano in questi versi di bere del vino che ti ristorerà dalla tua
grande fatica. Che il signore ti conceda tutto quello che tu gli avrai
domandato… Ma senza offesa, noi, tutti e due, ti chiediamo pressantemente, o
madre nobilissima, di rassicurare i tuoi due figli. Che sia un motivo serio, non
il piacere della gola a spingervi oggi a bere del vino, perché una tale bevanda
reca giovamento agli affaticati organi del corpo. È a questo modo che Paolo,
irripetibile tromba dei popoli, invita Timoteo
a bere vino per far star bene il suo stomaco”.
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