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PURGATORIO
CANTO XI
(Treviso, Fondazione
Cassamarca Palazzo dell’Umanesimo
Latino 17 febbraio 2003)
Il canto XI del Purgatorio ci racconta, nella sua
struttura semplicissima (una preghiera di apertura e l’esame di tre personaggi,
due prendono la parola mentre il terzo rimane silenzioso) la pena e il dramma
dei superbi. È preceduto, in strettissima simbiosi, dal canto in cui ci vengono
presentati gli esempi di umiltà: Maria che accetta la maternità, re Davide che
si fa ballerino gioioso all’incedere dell’Arca Santa, Traiano che rimanda di
qualche ora la sua partenza per la guerra e rende giustizia alla vedova cui
hanno ammazzato il figlio.
In realtà se guardiamo alla filigrana dell’intero poema
notiamo che sono molti i canti e numerose le situazioni in cui si parla della
superbia. Può essere l’arroganza estrema di Lucifero che vuole essere pari a Dio
stesso, può essere l’eretico che pretende di usurpare la verità e la strada che
ad essa conduce con una propria verità.
Dunque potremmo parlare di una superbia sottesa a
qualsiasi forma peccaminosa. Se posso usare una immagine che mi viene suggerita
dall’eterno movimento circolare che caratterizza la Commedia, penso ai cerchi
concentrici che si allargano nell’acqua quando tiriamo un sasso.
In un certo senso quel sasso e l’allargarsi dei cerchi,
siamo noi stessi, la nostra avventura esistenziale, il nostro rapporto con gli
altri, il nostro cercare un centro o comunque un punto di riferimento, il nostro
entrare a contatto (allargandoci appunto) con esperienze e umanità diverse. Se
presumiamo troppo, se facciamo i prepotenti, gli arroganti, se cioè scegliamo
una misura di ingiustizia per il nostro vivere, se, per restare in immagine, i
nostri cerchi si allargano senza tener conto dell’allargarsi degli altri,
inevitabilmente poniamo in stato di rischio un sistema, invadiamo
proditoriamente il territorio altrui, in termini danteschi mettiamo in crisi il
disegno divino, sconfinatamente più vasto della nostra intelligenza e delle
nostre capacità e abilità.
Insomma creiamo rotte di collisione violenta, disarmonie,
volontà di sopraffazione là dove servirebbe dialogo, mediazione, intelligenza,
tolleranza, capacità di adattamento all’altro e al diverso. Quanto esemplare e
unitaria è la lezione di Dante, veicolata da questo canto che sembra nascere da
mille sorgenti diverse: il catechismo, la teologia, la cronaca nera, la
politica, la sociologia, l’estetica, la letteratura e anche molto altro.
Allora direi che dobbiamo leggerci, parafrasarci e
spiegarci questa lunga introduzione articolata su una personalissima riproposta
che Dante fa del Pater noster.
Con quale atteggiamento leggere? Direi: con consapevolezza
che il Pater noster è la preghiera che meglio suona in bocca ai superbi,
che per il solo fatto di recitare si riconoscono fragili e accomunati figli di
un unico padre. È, in qualche modo, la rinuncia all’individualismo.
Aggiungo un particolare che ha la sua importanza. Pregare
costa fatica a tutti e ricordo che i superbi camminano con esasperante lentezza
sotto il peso di enormi macigni. Articolare parole è per loro durissima fatica
fisica. Stiamo per leggere qualcosa che ci dobbiamo immaginare rantolante,
franto, interrotto da sospiri, da pause di fatica. Questi parlano con la schiena
spezzata in due e con addosso l’orrore e lo strazio di una pena terribile,
sorretti solo dalla certezza che questa, prima o poi, avrà fine.
Ancora un’avvertenza: queste parafrasi di preghiere note e
quotidianamente recitate erano molto di moda nel Medio Evo e non si trattava
solo di esercitazioni retoriche in cui dimostrare la propria abilità. Una tesi
oggi generalmente sottoscritta è che proprio da queste parafrasi, per
amplificazioni successive, nascesse il dramma sacro medievale. Quindi dobbiamo
anche leggere pensando ad una dimensione teatrale dell’evento, per così dire ad
una profondità scenografica.
Allora leggiamo:
“O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sú tu hai,
laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di rendere grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la quotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, chè non bisogna,
ma per coloro
che dietro a noi restaro”.
Posso iniziare da un piccolo rilievo statistico? In 25
versi, Dante usa 4 volte l’aggettivo “nostro” e ben 7 volte il pronome “noi”:
Come se volesse presentare al Padre una umanità compattata dal desiderio di
raggiungerlo, di arrivare a dargli del tu. Non sarà un caso che, negli stessi
versi, i termini “tu”, “te”, “tuo” ritornino ben 7 volte.
Scelgo (visto che sono altre le cose di cui intendo
parlare) di fornire la spiegazione di volta in volta più generalmente accettata,
senza addentrami in distinzioni che dal campo filologico sconfinano
inevitabilmente nel teologico. Mi limito, per fare un solo esempio e per dire
comunque della difficoltà di lettura, ad una citazione che viene proprio da
questi primi versi, in particolare dalla seconda terzina: i termini valore
e vapore sono per alcuni attributi del Padre, per altri indicano le tre
persone della Trinità.
Parafraso: O Padre nostro che stai nei cieli, non limitato
da essi ma per il maggior amore che porti alle prime cose che hai creato (cioè
gli angeli e i cieli stessi) il tuo nome e la tua potenza siano lodate da ogni
creatura come è giusto che si renda grazie al tuo dolce amoroso spirito.
Con qualche difficoltà a comprendere che valore abbia qui
soprattutto il termine vapore, ci rendiamo conto di quanto abbia agito
sull’eloquio dantesco il Cantico delle Creature di san Francesco, come ci
rivelano il laudato sia e il da ogne creatura.
Venga verso di noi la pace del tuo regno, perché noi non
riusciamo a raggiungerla da soli, anche se ci applichiamo tutte le nostre
capacità, se non ci viene aiuto dalla Grazia. Qui Dante integra il Vangelo che
parla solo di regno (“venga il tuo regno”) e non di pace, ma pare a lui che
questo sia il senso profondo dell’espressione della sacra scrittura.
Come gli angeli sacrificano a te la loro volontà e ti
cantano osanna, così gli uomini facciano sacrificio a te della loro volontà: qui
è significativo notare come “sia fatta la tua volontà così in cielo come in
terra” acquisti una eco particolarissima in bocca dei superbi che sono, per
definizione, coloro cui maggiormente pesa sacrificare, castigare, limitare,
umiliare la propria volontà.
Dacci il quotidiano pane dello spirito, senza il quale è
impensabile poter progredire nel deserto di questa vita; anzi chi di questo pane
si priva, molto spesso regredisce. Qualche difficoltà per intendere il
significato di diserto: è la terra o è il Purgatorio? Io mi limito ad
osservare che qui mi pare prevalente il valore dell’immagine che allude alla
solitudine, alla fragilità del procedere. Il termine manna ci rimanda
esattamente alla traversata di un deserto. E poi come non riandare con la mente
ad un bellissimo passaggio proprio del canto precedente?
…restammo in su un piano
solingo più
che strade per diserti.
Poi la parte più terribile e impegnativa, ancor oggi,
della preghiera. Perdonaci nella misura in cui noi perdoniamo chi ci fa del
male, e non stare a considerare i nostri meriti. Non mettere alla prova con le
tentazioni del demonio la nostra forza morale che si lascia abbattere con grande
facilità, anzi liberaci dal demonio.
Ricordiamo: sono i superbi che parlano, in sofferenza
atroce ma pur sempre sicuri della salvezza. In bocca a loro il “non ci indurre
in tentazione” non ha senso. E Dante deve aggiungere: quest’ultima parte della
preghiera, o Signore, non la facciamo per noi, visto che non ne abbiamo
bisogno, ma per coloro che sono rimasti sulla terra.
Se posso dire molto sommessamente: qualche volta anche il
buon Omero dormicchia. Qui un sonnellino sembra farselo Dante: pare a me che
questa parte finale, con il distinguo tra chi è in Purgatorio e chi ancora
combatte sulla terra, rovini il contesto psicologico, rude e verissimo ad un
tempo, in cui la preghiera si giustifica.
Riprendo un concetto: il Pater si giustifica perché
preghiera dei superbi che rinunciano al proprio progetto di allargarsi senza
tener conto degli altri, nel momento in cui si riconducono all’unico, comune
padre, alla sorgente da cui tutti indifferentemente veniamo. È questo il giusto
diapason psicologico, il resto appare in più, fuori tono e fuori registro. Dante
avrebbe semplicemente potuto tagliare al punto giusto il Pater noster,
ottenendo anche un particolare effetto drammatico, di chiaroscuro, costringendo
il lettore a interrogarsi sulla differenza tra chi si trova ad un certo punto
del cammino della salvezza e chi, in vita, se la deve ancora guadagnare.
I versi successivi hanno una funzione di sutura, di
collegamento a loro volta abbastanza faticosa perché Dante, anche qui, forse,
con un eccesso di moralismo, esorta i buoni a recitare preghiere di suffragio
per abbreviare la pena delle anime purganti.
E tuttavia sono versi di grande spessore, di grana
volutamente grossa per restituire il lettore a quel clima di faticosa ascesa che
caratterizza questo canto come tutta la cantica del Purgatorio. Queste anime
procedono sotto un peso terribile, simile a quello che talvolta ci opprime in
sogno. È annotazione che ci toglie letteralmente il fiato, perché tutti sappiamo
quanto sia difficile liberarci da quel senso di oppressione che ci coglie
talvolta mentre dormiamo. E augurano, queste anime, buona ramogna, parola
di etimo e significato sconosciuti. Probabile che sia accostabile al francese
ramoner, “ripulire” e che voglia dire: i superbi augurano buon cammino di
purificazione, con accezione molto plausibile in questo contesto.
Così a sé e a noi buona ramogna
orando, andavan sotto ‘l pondo,
simile a quello che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la
caligine del mondo.
La narrazione, a sua volta, viene restituita a quel clima
di rude e greve realismo che non ha mai smesso di caratterizzarla. Virgilio e
Dante sono pur sempre due viandanti che non conoscono bene la strada da prendere
e, anzi, vorrebbero che fosse loro indicato se ce n’è più di una e, dunque,
quale sia la più agevole. È Virgilio che parla e questo è il momento in cui deve
dare ai poveracci che trascinano un macigno sulle spalle una informazione, in
tutti i sensi vitale, in quel momento. Uno dei viaggiatori in imbarazzo per la
strada da prendere, è vivo e dunque deve fare i conti con un disagio non da
poco.
ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco
de la carne di Adamo onde si veste,
di montar su,
contro sua voglia, è parco.
Fornisce le indicazioni una delle anime e inizia la
galleria dei tre personaggi che popolano questo canto. Eccoli in veloce
successione.
Il primo è Umberto Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo e
feudatario potentissimo nel Grossetano. Come il padre spese la sua vita a
combattere contro Siena. Sappiamo che morì nel 1259, quindi mezzo secolo prima
della scrittura di Dante. Il secondo è Oderisi da Gubbio, miniatore di cui
abbiamo pochissime notizie, anche perché è molto difficile, impossibile anzi,
attribuire una miniatura ad un artista piuttosto che ad un altro. Incerte
notizie lo vogliono a Bologna tra il 1268 e il 1271 e poi a Roma dove forse morì
nel 1295.
Il terzo personaggio (che a differenza degli altri due non
prende la parola) è Provenzano Salvani, uomo potentissimo in Siena e personaggio
eminente del partito ghibellino toscano. Combatté nella battaglia di Montaperti
nel 1260. Il 23 agosto 1268 era a Tagliacozzo, vicino all’Aquila, dove si
combatté la battaglia che sancì la definitiva sconfitta di Corradino di Svevia e
l’affermazione di Carlo I d’Angiò nel regno di Sicilia. In quella battaglia fu
catturato da Carlo un suo amico (forse Mino dei Mini) e per il suo riscatto
furono richiesti 10 mila fiorini. Provenzano non li aveva e per raccoglierli si
mortificò a chiedere l’elemosina ai Senesi. È questo l’episodio per cui viene
ricordato in questo canto XI perché quel suo mortificarsi gli evitò un lungo
soggiorno nell’Antipurgatorio. Sarebbe morto, Provenzano, nel 1269 cioè l’anno
successivo, sempre combattendo, durante la battaglia di Colle Val D’Elsa che
vide la sconfitta dei Senesi ad opera dei Fiorentini.
Tre superbi, tre esempi di mancanza di misura, di
tracotanza, di volontà di imporre la propria misura delle cose, distruggendo una
fortuna e innalzandone un’altra, creando un trono e scacciando il vecchio
monarca, costringendo partiti, fazioni, città a scendere in battaglia. Ma quanti
personaggi del genere avrebbe potuto proporci Dante?
Il fatto è che la scelta non è affatto casuale. Nel senso
che il poeta vuole tracciare una sorta di diagramma, di itinerario tra
personaggi che, pur appartenendo alla stessa epoca, ne caratterizzano tre
momenti e tre situazioni diverse.
Umberto è il tipico prodotto di quella società feudale che
conobbe il suo apogeo nei due secoli successivi al Mille, edificando l’apparato
ideologico della straordinaria società cavalleresca e cortese.
Molto significative, per capire, le parole con cui si
presenta:
L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in
Campagnatico ogne fante.
La comune madre
potrebbe essere la terra, potrebbe essere Eva, potrebbe valere “il fatto che
tutti nasciamo da una donna”, ma il significato complessivo è chiaro: tutti
abbiamo una origine comune. Ma appuntiamo il nostro sguardo sulla parola chiave,
quell’opere leggiadre che potremmo tradurre con opere virtuose. Per
capire dobbiamo rifarci a quanto ci dice Dante in una sua canzone, Poscia
ch’amor.
Lì il poeta ci dice come per leggiadria egli intenda “liberalità”, “amore
per la compagnia degli uomini assennati”, “coraggio”: insomma l’atteggiamento
che delinea il ritratto del perfetto cavaliere. “Leggiadria” come “cortesia”, da
“corte”, come arte della libera e liberale convivenza tra uomini. Sottolineiamo
che qui le opere leggiadre sono associate all’antico sangue.
Una congiunzione terribile, esplosiva se mal gestita, se
non metabolizzata. Ecco il complesso messaggio che esce dalle parole dantesche:
Umberto non ha saputo adeguare questo patrimonio di sangue e leggiadria al nuovo
emergente, ai valori sociali, politici, umani creati dalla società borghese e
comunale in espansione e in affermazione.
Umberto non ha capito: ha creduto di gestire il nuovo,
aggredendolo, disprezzandolo, combattendolo, isolandosi, facendosi forza e scudo
dell’antichità del suo sangue. Insomma, attenzione, perché qui Dante non parla
agli uomini del suo tempo, ma a tutte le generazioni future. Dunque anche a noi.
Con la forza di un ultimatum o, se preferite, di uno scossone. Superbia è
presunzione, è mancata volontà di capire, di comprendere quanto emerge. È
arroccarsi per comodità, è giocare in difesa.
Dante guarda con dolore e orrore al comportamento di
Umberto, perché per lui quei valori che si riassumono nel concetto di leggiadria
devono essere un patrimonio anche della società comunale, un modello di
comportamento, addirittura una forma mentis. La fusione e la sintesi tra civiltà
borghese e società cortese troverà la sua celebrazione nel capolavoro narrativo
assoluto della civiltà occidentale, il Decameron di Giovanni Boccaccio. Sono gli
ideali della cavalleria, l’istituto che rappresenta il confluire più alto della
cultura classica, della cultura celtica e della cultura cristiana.
Umberto non ha capito, si è negato all’adeguamento, non ha
operato per rivitalizzare l’antico sangue col nerbo dell’ideologia nascente. Non
ha voluto capire: questa è la sua superbia.
Senza accorgercene abbiamo individuato il meccanismo di
questo canto, di questa situazione. È la dialettica vecchio-nuovo.
Alla quale risponde anche il secondo personaggio, Oderisi,
il miniatore. È la parte più alta della scrittura di questo canto, il farsi
poesia e parola di un complesso ragionamento. Leggerezza di narrazione, ma nerbo
sodo di materia trattata. Concetti squadrati come pietre. Con abilità
straordinaria Dante ci fa apparire una coppia di miniatori, appunto Oderisi e
Franco da Bologna, una coppia di pittori, Cimabue e Giotto, una coppia di
scrittori, Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti.
Dante riconosce con sorpresa ammirazione Oderisi. Che
risponde.
“Frate, diss’elli, più ridono le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare’io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove il mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è
giunta da l’etati grosse!
Un breve inciso per chiarire questa annotazione dantesca.
Il verde, cioè la fama, dura poco, a meno che non sopraggiungano etati grosse.
Insomma, se si vive in un’epoca di decadenza, in cui non fiorisce nessun nuovo
genio, è possibile che la fama personale di una artista duri un poco di più, che
nessuno la soppianti.
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e
l’altro caccerà dal nido.
Chi caccerà l’uno e l’altro dal nido è evidentemente, lo
stesso Dante. Non certo un peccato di superbia il suo, come ha voluto dire
qualcuno sottolineando una contraddizione con la materia del canto che non c’è.
Anzi, proprio il contrario, una asserzione di umiltà perché Dante non ha voluto
tirarsi fuori dalla legge che proclama la precarietà della fama. Lui supererà i
due Guidi, ma sarà, ineluttabilmente, a sua volta superato.
Il movimento è identico nelle tre coppie: Franco sta
soppiantando Oderisi, il quale ha iniziato sì a staccare l’arte della miniatura
dall’immobile universo dell’arte bizantina, ma deve accettare che Franco
amplifichi ulteriormente le possibilità della loro arte. Il termine
pennelleggia sta ad indicare che Franco sostituisce al disegno di Oderisi
una tecnica più legata all’uso del pennello, quindi più ridente, più luminosa.
Così Dante dichiara la sua maggior ammirazione per Giotto
rispetto a Cimabue, per Cavalcanti rispetto a Guinizzelli, in quello che è stato
definito un piccolo trattato della storia della cultura in Firenze tra Duecento
e Trecento. Ma il discorso morale ha ugualmente limpidezza, trasparenza.
La superbia dell’artista (splendido prodotto della cultura
borghese comunale, sia chiaro, a differenza di Umberto) è quello di vedersi come
una creatura autonoma, capace di darsi da solo le proprie leggi, autorizzato
dalla propria genialità o dalla complessità del proprio mondo culturale.
Non è così: anche l’artista più bravo, anche quello che
raggiunge le vette più alte dell’espressività e della poesia, deve aver presente
di essere un prodotto della storia.
Che ha un unico autore, Dio. L’artista è sì chiamato a
collaborare in forma altissima a questa creazione continua che è la storia, ma
deve farlo nella consapevolezza di essere strumento di una volontà superiore. Se
questo non avviene, potrebbe essere distrutto in vita dall’affievolirsi della
sua stessa fama e, in morte, da una condanna pesantissima.
Inutile illudersi: il mondo è dominato da una condizione
di fragilità, di assoluta labilità.
Lo proclama Dante con la forza di un proverbio che assume
i toni di una verità ultimativa.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che lasciassi il ‘pappo’ e il ‘dindi’
pria che
passin mill’anni?
Tra mille anni chi vuoi che si ricordi di te? E che
differenza può fare il fatto che tu sia morto vecchio e non quando eri bambino
dal linguaggio balbettante, impacciato, ridotto a pochissime sillabe?
Poco più in là, per ribadire:
La vostra nominanza è color d’erba
che viene e va e quei la discolora
per cui ella
esce dalla terra acerba.
Lo stesso sole che fa crescere uno stelo d’erba poi lo
inaridisce e lo fa morire.
E le potenze, le grandi città, i regni sono ovviamente
come gli uomini. Il cenno è preciso e lo troviamo proprio in questo contesto:
fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel
tempo sì com’ora è putta.
Stiamo attenti perché Dante, senza apparire troppo, ci
offre un ulteriore indizio per suggerire l’idea di quanto la fama sia aleatoria.
Di Oderisi e Franco ci ha detto, riferendoci qualcosa di esplicito rispetto alla
loro arte, al loro mestiere verrebbe da dire, in che cosa l’uno abbia
sopravanzato l’altro. Un salto di stile, una innovazione capace di catturare
interesse, di aprire nuove prospettive.
Ma per i due pittori (Cimabue e Giotto) e per i due
scrittori (Guinizzelli e il suo fraterno amico Cavalcanti) non ci dice cosa
rappresenti il progresso dell’uno rispetto all’altro. Che sia un modo per
suggerire, anche, che la cultura soggiace a sua volta ai capricci della moda,
all’ondeggiare del gusto, al fluttuare delle inclinazioni e delle particolari
disposizioni d’animo?
Passiamo al terzo personaggio, Provenzan Salvani. Che non
parla, isolato in un silenzio che gli conferisce il distacco di un Farinata o di
un Ugolino. Uno di quei personaggi che Dante sa scolpire a tutto tondo con
pochissime parole. Lo presenta sempre Oderisi, ma le notizie che di lui da il
miniatore non bastano a Dante, il quale incalza il suo interlocutore incuriosito
dal fatto che un uomo tanto superbo non sia a scontare un surplus di pena
nell’Antipurgatorio. La risposta ce la siamo già data qualche istante fa:
Provenzano si è mortificato per liberare un amico.
Ma le parole di Dante sono di quelle che non si
dimenticano:
si condusse a
tremar per ogni vena
Dante aggiunge che
Provenzano lo fa liberamente
e che per farlo depone ogne vergogna.
Adesso la galleria è completa, l’itinerario tutto
tracciato: un feudatario, un artista nato e realizzatosi nella libertà comunale,
un esponente della emergente cultura borghese.
Proprio a Provenzano Dante affida l’immagine straziante di
un uomo che sopporta la lacerazione interiore del porgere la mano in pubblico
nel segno di chi chiede elemosina. Dante sa dove vuole arrivare: il clima è
giusto per proiettare su questo scorcio di Purgatorio la propria immagine di
esule, a sua volta straziato da una umiliazione infinita e senza sbocchi.
Oderisi ormai ha capito bene chi ha davanti. “Persone molto vicine a te, dice a
Dante, presto ti daranno modo di capire cosa significhi patire in esilio”. È una
delle tante profezie del destino che attende Dante, qui espressa con una
intonazione dolente e secca che lascia il segno:
Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che i tuoi vicini
faranno sì che
tu potrai chiosarlo.
Ha commentato bene
Tommaso Di Salvo: “Il tono è volutamente misterioso come si addice alle
profezie. Ed invero ciò che dice Oderisi, cioè che Dante per malignità dei suoi
concittadini, presto potrà capire il senso profondo del gesto nobile del Salvani,
si snoda secondo la tecnica della profezia. In concreto si annuncia al poeta che
presto sarà mandato in esilio dai suoi concittadini, conoscerà le vie della
mortificazione e dell’emarginazione e della mendicità: e per quell’esperienza di
dolore saprà interpretare nel suo giusto valore il gesto del Salvani. Dopo
quella di Corrado Malaspina è questa la seconda profezia dell’esilio che si fa
nel Purgatorio. Nelle anime dei superbi, le prime incontrate nel Purgatorio,
Dante rileva alcune caratteristiche che dirà proprie di tutte le anime dei sette
gironi e che si esprimono nella preghiera del Padre nostro”.
Quella preghiera, nella sua reinvenzione dantesca, è
davvero una sintesi dell’intera cantica. Chiudiamo il cerchio e torniamo a
leggerla.
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