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PURGATORIO
CANTO X
(Treviso, Casa dei Carraresi 2 dicembre 1999)
Poi fummo dentro al soglio della
porta
Che il mal amor de
l’anime disusa
Dante, dopo aver attraversato il mondo del peccato punito per l’eternità, dopo
aver conosciuto (o riconosciuto) nell’Antipurgatorio le tante anime che ancora
attendono di essere ammesse alla espiazione della loro colpa, marca con questi
due endecasillabi scanditi e sonori un passo decisivo del suo viaggio, quello
che lo porta all’interno del Purgatorio propriamente detto.
Il poeta fissa la nostra attenzione sul momento
del passaggio, del varco (non solo porta, ma soglio della porta),
ci ricorda che l’amore può anche essere malo (cioè può indirizzarci sulla
via torta invece che su quella dritta). Poi, con quel verbo (disusa),
fa risuonare nelle nostre orecchie il cigolio di una serratura in cui la chiave
gira a fatica e, soprattutto, troppo di rado.
Un attacco in chiave
alta, dunque, per suggerire al lettore che sta per iniziare un tratto diverso
del cammino, e in cui spicca quel richiamo all’amore che è, nella filosofia
dantesca, movente di ogni azione, bene o mal indirizzata da parte dell’uomo. E
come Dante avrà modo di spiegare nei canti XVII
e XVIII
del Purgatorio, proprio sulla concezione dell’amore è disegnata l’architettura
complessiva della cantica.
In questa analisi si può partire da un dato abbastanza evidente. Nell’ottica
delle simmetrie dantesche non sarà certo casuale che il Purgatorio vero e
proprio inizi col canto X, dopo nove (numero perfettissimo) canti di
introduzione così come nel Paradiso, proprio a partire dal canto X (in cui si
racconta la salita alla sfera del sole) Dante prende a descrivere i cieli che,
per così dire, sono più Paradiso, meno attraversati e zavorrati dalla memoria
terrena. Il rilievo non è marginale: questo accenno ad una porta disusata ci
ricorda che Dante ha scarsa fiducia nelle possibilità di salvezza individuale e
davvero pochi, anzi, saranno coloro che potranno entrare nel regno della Grazia
e della Luce.
Forse è proprio per
questo che l’Antipurgatorio rappresenta un’unità narrativa -in qualche modo
autonoma- così ampia e variegata, proponendo una lunga galleria di personaggi a
diverso titolo abilitati a risiedere in sul lito diserto\che mai non vide
navicar sue acque\omo che di tornar sia poscia esperto:
da Catone a Casella, da Manfredi a Belacqua, da Jacopo del Cassero a Bonconte e
alla Pia, da Sordello a Nino Visconti e Corrado Malaspina.
Perché, insomma, sarà
pur vero che, come Dante afferma nel canto XII di questa stessa cantica, A
questo invito vengon molto radi,
ma è anche accertato che la generosità divina è inesauribile, che la
disponibilità di Dio a tener aperta la porta è sconfinata a fronte del disuso
portato dal mal amor.
Siamo dunque ad un punto nodale della cantica e nasce proprio da tale
riflessione l’atteggiamento mentale con cui dovremo leggere questa intera
sezione del Purgatorio, fino all’approccio al paradiso terrestre, viaggiando
lungo questa confessione che attraversa i sette peccati capitali.
Il primo dei quali è la superbia, forse il più
clamoroso esempio di mal amor: amore verso se stessi, verso la propria
immagine, verso il proprio successo, verso il proprio ruolo nel contesto
culturale in cui si è chiamati ad agire. Sarà così, come vedremo, per Maria, per
David, per Traiano.
Certamente ha proprio qui la sua sorgente, la
grande simpatia che dimostrano i lettori della Divina Commedia per questo canto.
Analizzato a mente fredda, i numeri e le motivazioni per questa notorietà
sembrerebbero proprio non sussistere. Il canto non ruota attorno ad un grande
personaggio che lo intrida di quella greve terrestrità che tanto piaceva a
Francesco De Sanctis ed esibisce anzi, nel suo complesso, uno di quegli apparati
dottrinari, talora perfino catechistici, che tanto urtavano Benedetto Croce.
Bisogna aggiungere che questo canto introduttivo
appare schiacciato dal punto di vista ideologico e della profondità della
riflessione dal canto seguente, là dove Dante riflette sulla forma più grave
della superbia, quella intellettuale. Nel canto XI Dante esamina l’unico
possibile rimedio proprio alla superbia intellettuale, riflettendo sulla
fragilità della gloria umana e scrivendo versi tanto famosi da appartenere alla
memoria collettiva. Come le malinconiche parole di Oderisi da Gubbio, ormai
sopravanzato da un altro pittore nell’arte della miniatura e, soprattutto, da
questi rimpiazzato sulla bocca della gente:
“Frate”, diss’elli, “più ridono le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or
suo, e mio in parte.
E poco più avanti coinvolgendo Giotto e Cimabue,
Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti:
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno all’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro
caccerà dal nido.
Oppure quando racconta
con efficace sintesi la scelta di vita di Provenzan Salvani, un personaggio di
cui Toscana sonò tutta:
un politico molto in vista che non esitò ad umiliarsi, elemosinando i soldi
sufficienti a riscattare un amico.
“Quando vivea più glorioso”, disse,
“liberamente nel campo di Siena,
ogni vergogna deposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar
per ogne vena.
E ci risuona con un’eco poderosa nella mente,
esemplificativo e sonoro, quel liberamente che ci ricorda quanto può
valere un atto di generosa umiltà. Infatti il superbo Provenzano, proprio per
quel suo gesto, si è visto risparmiare la lunga attesa dell’Antipurgatorio.
No, questo è un canto complessivamente di tono medio, ma non perciò meno
suggestivo, forse proprio per questo stare in primo piano dei due poeti tra lo
sbalordito e il dubbioso e per un continuo cambio di scena cui non sono estranee
né la consuetudine dantesca di pausare sapientemente il racconto né la volontà
di fornire affreschi complessivi della sua visione esistenziale.
E del resto il tema della superbia andava affrontato con una narrazione dal
respiro largo. Si tratta infatti di una trattazione attesa dal lettore perché in
nessuno dei gironi infernali abbiamo trovato dei superbi. La superbia, infatti,
entra in ogni peccato, ne fornisce, in qualche modo, la premessa, perché in ogni
situazione peccaminosa è implicito un atto di ribellione, di arroganza. Pensiamo
alla figura di Ulisse che chiude emblematicamente la prima cantica: il
navigatore proveniente da Itaca paga con la vita un desiderio di conoscenza che
lo pone al di là del confine del lecito, isolandolo nella sua folle presunzione.
Ma va ricordato anche
che la più corrente delle interpretazioni individua in una delle tre fiere del
primo canto infernale, il leone, proprio la superbia. E la superbia è la prima
delle tre scintille che hanno acceso il cuore dei Fiorentini nei quali, come è
stato osservato,
questo vizio assume tutte le gradazioni: dall’orgoglio smisurato delle genti
nuove,
all’alterigia magnatizia delle grandi casate,
dalla presunzione rabbiosa della fazione dominante, causa di sconfitte
sanguinose,
fino alla sacrilega ribellione della città all’autorità imperiale, condannata
con accenti biblici nell’epistola a Enrico.
Premessa necessaria, questa, perché, come spero
sarà evidente al termine di questa lectura, il tema della superbia è
soprattutto un tema politico. La superbia infatti non è solo arroganza,
sopravalutazione di sé, presunzione, vanità.
I superbi che qui incontriamo mentre espiano il
loro peccato, sono soprattutto quei politici che hanno amministrato il potere,
se è possibile dire così, a titolo personale, in chiave individualistica. Non
hanno compreso di essere parte di una società che non può dimenticare il suo
punto centrale di attrazione, che è l’imperatore. Hanno presunto di decidere da
soli il destino di quella porzione di umanità a capo della quale si sono
ritrovati.
* * * * *
Dante e Virgilio
prendono ad inerpicarsi con molta fatica attraverso un sentiero scavato nella
viva roccia. Il lettore viene trascinato in un clima di grande tensione emotiva:
davvero i due pellegrini non sanno come districarsi dalla situazione: per dire
delle difficoltà di seguire le rientranze e le sporgenze del sentiero, Dante ci
parla della pietra fessa\ che si moveva e d’una e d’altra parte\sì come
l’onda che fugge e s’appressa.
Virgilio, lo duca mio,
consiglia al suo discepolo di destreggiarsi impiegando un poco d’arte,
ma attenzione: la metafora della pietra che assomiglia all’onda che va e
viene non è solo suggestiva nel momento in cui richiama l’immagine del mare,
della sua provvisorietà e imprevedibilità. Serve, la similitudine, ad
introdurre in qualche modo il concetto di pietra vivente, proprio quella pietra
su cui sono scolpiti gli esempi di umiltà.
Quando finalmente Dante
e Virgilio si trovano fuor della cruna
vengono assaliti da scoramento e incertezza.
Io stancato e amendue incerti
di nostra via restammo in su un piano
solingo più che
strade per diserti.
Sono versi di notevole efficacia perché creano
quel clima di desolato silenzio che stringe il cuore in una morsa e induce il
pellegrino nell’oltretomba (ma anche il lettore) a contemplare la propria
fragilità, la dismisura tra il progetto divino e le capacità di analisi
dell’uomo, la fatica del procedere, l’inadeguatezza della dimensione umana.
È il grande tema della fatica, della stanchezza,
della paura che attraversa tutto il poema e assume fattezze via via diverse. Il
viaggiatore ultraterreno assume consapevolezza, come dice bene Erich Auerbach,
di essere umbra et figura di una entità che potrà dirsi compiuta solo
dopo la morte, nella pienezza del ricongiungimento a Dio. Come vedremo, questo
tema dell’imperfezione che faticosamente sale alla perfezione avrà proprio in
questo canto una originalissima riaffermazione nella similitudine bruco\
farfalla.
Io stancato e amendue incerti:
si tratta di una conferma che dopo i nove canti dell’Antipurgatorio comincia una
nuova unità narrativa che è dominata da un diverso clima e dunque esigerà
strumenti di analisi specifici. Ci tornano infatti in mente i versi del canto
primo che descrivono quasi con le stesse parole l’identico stato d’animo di
solitudine e di smarrimento.
Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada
che ‘nfino ad essa li
pare ire in vano.
Ma Dante sa che nulla avviene per caso in questo
suo viaggio miracoloso voluto e guidato dalla Provvidenza per donare a lui la
salvezza individuale ma anche per restituire ordine alle cose del mondo.
Siccome serve
orizzontarsi alle svelte, Dante prende ad occhio le misure della cornice e
conclude che essa è larga tre volte un corpo umano.
Poi volge lo sguardo verso il monte e la sua attenzione viene attratta da alcuni
altorilievi scolpiti là dove il pendio è meno ripido.
Là su non eran mossi i piè nostri anco,
quand’io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
esser di marmo candido e addorno
d’intagli
Come apprenderemo tra qualche istante, sono gli
esempi di umiltà destinati alle anime dei superbi che vedremo avanzare
nell’ultima parte del canto, rannicchiati sotto enormi macigni i quali li
costringono a camminare lentamente e con la testa bassa.
Per qualche momento, però, non sono i contenuti
delle scene raffigurate ad occupare i pensieri di Dante, ma la loro perfezione
assoluta, la loro verisimiglianza miracolosa.
Al punto che non pur
Policleto\ ma la natura lì avrebbe scorno.
Insomma, mai occhio umano ha contemplato sculture tanto mirabili. Il grande
scultore greco è noto a Dante attraverso le frequenti citazioni degli autori
latini, ma qui siamo davanti a qualcosa che va oltre le possibilità umane.
Il ragionamento di Dante è complesso (ma ricordo
che in Dante la complessità non è mai gratuita) e porta a concludere, in buona
sostanza, che gli altorilievi non vanno giudicati con metri umani. Infatti nella
sfera dell’umano l’arte imita la Natura che, a sua volta, è figlia di Dio e
dunque imita l’idea divina delle cose. In altre parole qui non siamo davanti a
alcuna imitazione, ad alcuna mediazione della volontà creatrice di Dio, ma ad un
suo intervento diretto.
Il tema della divina verisimiglianza degli altorilievi viene ripreso più e più
volte in questo canto, attraverso le annotazioni e le sottolineature che
riguardano i dialoghi, per così dire, posti sulle labbra dei diversi personaggi.
Si capisce che parlano e si capisce che dicono proprio quella certa cosa anche
se gli orecchi non percepiscono nulla o anche se il naso non avverte l’odore
dell’incenso i cui suffumigi sono così ben raffigurati nel corteo che accompagna
l’Arca Santa assieme a David.
Queste espressioni dantesche relative al tema
della verisimiglianza sono state enfatizzate da molti critici di diversa
tendenza e sono state soprattutto correlate alla grande riflessione sulla
fragile gloria umana che deriva dall’essere artisti anche sommi che Dante
conduce nel canto seguente. Addirittura si è voluto vedere in nuce un
trattato di critica estetica e perfino una sorta di anticipazione della grande
arte scultorea rinascimentale.
Forse sarà il caso di abbassare il tiro e di
cogliere soprattutto quel clima rarefatto di mistero che circonda il peccato e
la sua redenzione, la volontà di peccare e il pentimento, il peccato nel suo
accadere e il subentrare della voglia di espiazione. Come dire che Dante punta
soprattutto sulla straordinaria efficacia degli altorilievi e, naturalmente, sul
potente impatto emotivo che avranno sui suoi lettori. E la mente del lettore
moderno corre a quelle bibbie pauperum che i predicatori medievali si
trascinavano sulle spalle durante i loro vagabondaggi.
Del resto il ricorso all’exemplum è
profondamente connaturato non solo alla letteratura classica ma anche (e
soprattutto) alla cultura medievale. Si usavano exempla
nell’insegnamento, nella predicazione, nei discorsi che i padri facevano ai
figli, in ogni occasione in cui bisognava tradurre un concetto astratto in
immagini concrete. Molte opere medievali nascono come sillogi di exempla:
così è per lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, per lo
Specchio di vera penitenza di Iacopo Passavanti, per le Vite dei santi
padri di Domenica Cavalca. È un vero e proprio genere letterario trasversale
a tutte le culture neolatine in cui predomina l’aspetto religioso ma è anche ben
rappresentata la didattica dei comportamenti sociali e del buon vivere, come nel
Libro dei sette savi. E a questo genere appartengono i famosi Fioretti
di San Francesco e, per certi aspetti, anche la prima grande raccolta di
novelle in volgare, il Novellino. Proprio il Novellino dovremo fra
poco citare.
In particolare qui Dante avrà presente, vivida nella sua memoria visiva, la
grande scultura di Andrea e Giovanni Pisano. Soprattutto è difficile pensare
che, a partire dal primo degli altorilievi esemplari proposti in questo canto,
non abbia agito profondamente la visione dell’Annunciazione che il
geniale Nicola Pisano scolpì sulla balaustra del pergamo che si trova nel
battistero di Pisa. Non a caso è proprio con Nicola che si fa strada una nuova
concezione della scultura, intesa come una vera e propria forma di narrativa.
Abbiamo detto che non bisogna tenere il tiro
troppo alto. Nondimeno non possiamo trascurare il fatto che il testo dantesco
che stiamo leggendo è un documento straordinario della temperie culturale
all’interno della quale si muovevano gli intellettuali e gli artisti dell’età
comunale alla fine del Duecento.
Siamo ormai ben oltre la visione immobile,
ieratica, fuori del tempo e dello spazio dei grandi mosaici bizantini coi loro
personaggi tutti uguali, adagiati su uno sfondo d’oro privo di dimensioni e di
connessioni con la realtà. Siamo ad una visione dell’arte profondamente e
consapevolmente rinnovata, tesa a sperimentare tutte le capacità e le
possibilità del materiale che veniva adoperato: il colore, il marmo, il bronzo
e, come in questo caso, la parola.
È la sfida culturale che
troviamo alle origini dello stilnovismo in cui Dante si è formato come
intellettuale, quando Guinizzelli proclama che la vera nobiltà non è quella
della discendenza e della razza, ma quella del cuore, dell’iniziativa personale,
della cultura. Cioè di quella dimensione morale che proprio Dante, nel canto X
dell’Inferno, non a caso mettendola in bocca al padre di Guido Cavalcanti,
definisce in modo complessivo come altezza d’ingegno.
Ecco allora, in questo canto, in un grandioso tentativo di adeguare la parola
alla materia della narrazione, la parola stessa assumere un valore plastico, al
fine di restituire al lettore in modo chiaro e semplice, la realtà sempre
cangevole dell’uomo in cammino e in ricerca.
Così come guardiamo al poema dantesco dovremmo
certo guardare, per esempio, anche alla articolata e poderosa ideologia che
sottende al progetto di Santa Maria del Fiore a cui Arnolfo di Cambio lavora a
partire dal 1296. Lavora proprio sotto gli occhi di Dante che sta compiendo, tra
guelfismo bianco e guelfismo nero, una rapida carriera politica, che lo porterà
nel 1300 alla massima carica fiorentina, il priorato. Arnolfo di Cambio, serve
ricordare, si forma come artista proprio nella bottega di Nicola Pisano,
diventando presto il principale dei suoi collaboratori.
È chiaro dunque che qui non è una urgenza estetica
a premere su Dante. Con molto ordine egli attinge un esempio dal Nuovo
Testamento (l’annunciazione a Maria), uno dall’Antico Testamento (David che
celebra con gioia non propriamente regale l’incedere dell’Arca), uno infine
dalla storia romana (Traiano che rimanda di qualche ora la partenza per una
campagna militare al fine di rendere giustizia ad una vedovella) quasi a voler
comprendere tutta la storia dell’uomo.
E allora ecco proiettarsi davanti ai nostri occhi
il film dell’umiltà.
La prima immagine è
quella dell’arcangelo Gabriele il quale reca a Maria l’annunzio che è venuto
finalmente il momento della Redenzione, punto centrale della storia umana, che
pone fine al lungo divieto,
vale a dire riapre le porte del Paradiso, da sempre chiuse e in attesa della
riconciliazione tra Dio e l’umanità. L’attenzione dell’osservatore viene
insomma catturata in prima istanza dal messaggero e non dalla destinataria del
messaggio. La scelta di Dante è in qualche modo dovuta: l’atto solenne di recare
il decreto divino di fatto stabilisce che la storia sta per cambiare e che
finalmente è giunta la molt’anni lagrimata pace.
Dopo un’attesa secolare, dal peccato di Adamo in poi, Dio inaugura l’epoca della
riconciliazione.
Gabriele saluta e Maria risponde.
Giurato si saria ch’el dicesse “ave”;
perché iv’era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amore volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella
“Ecce ancilla Dei” propriamente
come figura in cera
si suggella.
L’immagine della chiave, già anticipata in qualche
modo dall’aperse il ciel
del verso 36 (oltre che dall’esordio stesso del canto), è alta, solenne,
destinata ad imprimersi nella mente del lettore. Così come ci soccorre subito
l'immagine dolente e ieratica di Pier delle Vigne che teneva in mano ambo le
chiavi\del cor di Federigo.
Dante, lo possiamo immaginare, è sbalordito e
desideroso di fermarsi davanti a quello stupefacente racconto per immagini.
Virgilio, però lo incalza: “Non tener pur ad un loco la mente"
quasi a ricordargli che serve accumulare il massimo numero di conoscenze per
tesaurizzare al meglio il viaggio.
Dante si trova sulla parte esterna della cornice; tra lui e il pendio c’è
Virgilio e la nuova scena che gli si dispiega sotto gli occhi è, se possibile,
ancor più coinvolgente della precedente tanto che l’alunno scavalca il maestro
per avvicinarsi alle sculture. La visione è effettivamente grandiosa e
ricchissima di particolari tutti molto significativi e profondamente collegati
con il tema generale del canto: si tratta del corteo che accompagna la
traslazione dell’Arca Santa dalla casa di Abinedab in Epata a Gerusalemme,
stando al racconto che Dante legge nel secondo Libro dei Re e che, a dire il
vero, è più complesso perché dalla fonte biblica si apprende che la traslazione
stessa è avvenuta in due fasi diverse.
Dante, con sintesi potente, unifica il racconto e sottolinea ancora una volta
l’estrema verisimiglianza di quello che vede. Qui ci parla di una sorta di
guerra che nasce tra i suoi sensi perché fisicamente il suo orecchio non
percepisce alcun canto ma i suoi occhi sarebbero proprio inclini a dire che, sì,
dalle bocche dei coristi il canto esce.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un “No” , l’altro “Sì, canta”.
Similimente al fummo de li ‘ncensi
che v’era imaginato, li occhi e il naso
e al sì e al no
discordi fensi.
Protagonista è David, l’umile salmista
che avanza trescando alzato:
insomma il re d’Israele si è alzata la veste, magari fermandola alla cintura, e
danza senza alcun ritegno in segno di giubilo. E Dante con facile ed efficace
anacronismo aggiunge anche che balla il trescone, cioè proprio un ballo
popolaresco.
Quella gioia appartiene al popolo intero. Tuttavia
Di contra, effigïata ad una vista
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna
dispettosa e trista.
Dunque la regina osserva in lontananza, da una finestra del palazzo reale: non
capisce e avverte come mortificante quell’esibizione del consorte. Sappiamo,
sempre dal secondo Libro dei Re, che Micòl sarà punita con la sterilità per
questo suo atto di superbia.
Superbia che qui dunque viene analizzata sul versante molto particolare della
mancata volontà di comprendere la vera essenza degli eventi che accadono,
affidandosi senza riserve alla provvidenzialità, al disegno di Dio, come invece
sa fare David. Della punizione cui fa cenno il testo biblico (la sterilità,
appunto) non è traccia nel testo dantesco: ne risulta approfondito, attraverso
l’isolamento della regina che guarda da sola, in disparte, il clima di
desolazione e anche di mistero che circonda chi cade nel peccato, magari
inconsapevolmente
Ma l’episodio propone anche un’altra sfaccettatura del peccato di superbia che
qui si colora con le sfumature della presunzione e dell’ignoranza.
Inaugurando l’episodio Dante così aveva descritto il corteo:
Era intagliato lì nel marmo stesso
lo carro e’ buoi, traendo l’arca santa,
per che si teme officio non commesso.
Il riferimento è a Oza, uno dei preposti a trainare il carro, il quale, vedendo
l’Arca vacillare allunga una mano per sostenerla ed è per questo colpito da un
fulmine. Non era incarico suo e la lezione che se ne può trarre è che non ci si
deve assumere un compito se questo non ci è stato espressamente affidato.
E siamo al terzo episodio, presentato con un andamento largo e, se possibile,
ancor più solenne degli altri.
Quiv’era storïata l’alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i’ dico di Traiano imperadore.
Traiano rappresenta la gran vittoria del papa
Gregorio Magno perché questo grande pontefice, rimasto sul soglio di Pietro per
più di sessant’anni nel corso del VI secolo, avrebbe, secondo una leggenda molto
diffusa, pregato per la salvezza dell’anima di Marco Ulpio Traiano, imperatore
tra il 98 e il 117 d. C., venendo esaudito. E infatti noi troveremo Traiano in
Paradiso, tra gli spiriti giusti.
La leggenda largamente diffusa nel Medio Evo, come sappiamo anche dal
Novellino, era originata con tutta probabilità da qualche raffigurazione
scolpita su monumenti romani a noi non noti e ritraente un imperatore a cavallo
con accanto una donna inginocchiata, a simboleggiare certamente qualche
territorio sottomesso.
Qui la rappresentazione richiama il gusto ben noto di Dante per le grandi
coreografie.
E allora cerchiamo di immaginarcelo, questo scenario.
Traiano è sul punto di partire per una imprecisata campagna militare. A perdita
d’occhio, attorno al comandante, si accalca l’esercito e le aquile dorate (che
Dante –altro anacronismo- immagina ricamate sugli stendardi e non come oggetti
di metallo infissi in cima a delle aste) si muovono al vento. Tutti, si capisce,
hanno in cuore l’impresa che li aspetta e nessuno pensa certo alle beghe di
casa. Ed ecco, nelle fattezze di una vedovella, farsi avanti la più miserabile e
la più trascurabile delle vicende cittadine.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’essi in vista al vento si movieno.
La donna ci appare isolata, quasi sommersa dal mare ondeggiante della macchina
bellica che si sta mettendo in movimento. Tuttavia, per nulla impaurita dalle
aquile d’oro imperiali che tanto contrastano con la sua povertà, si avvicina al
condottiero e si para davanti al suo cavallo.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: “Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro”;
ed elli a rispondere: “Or aspetta
tanto ch’i’ torni”; e quella: “Segnor mio”,
come persona in cui dolor s’affretta,
“se tu non torni?”; ed ei: “Chi fia dov’io
la ti farà”; ed ella: “L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?”
Ond’elli: “Or ti conforta; ch’ei convene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene”.
Giustizia vuole e pietà mi ritene: con questa chiusura forte, quasi
epigrammatica, Dante ci offre una chiave di lettura complessiva. Giustizia e
pietà sono inscindibilmente le due qualità che devono caratterizzare l’azione e
la vita del principe, se non vuole cadere nel peccato di superbia.
La giustizia sarebbe astratta se non tenesse conto dell’uomo nella sua
complessità, con un atteggiamento, anche, di pietà. E dal canto suo la pietà
potrebbe essere controproducente e addirittura peccaminosa se non sorretta,
incanalata, validata, illuminata da un profondo senso di giustizia. Il problema
è dunque, in termini danteschi, un problema politico: nel disordine dei poteri,
in una situazione di forte carenza dell’autorità imperiale, dunque in assenza di
quel legame forte di giustizia e pietà, il peccato (e la superbia è il peggiore)
si manifesta con maggior virulenza e, peggio ancora, senza nessuna possibilità
di essere arginato.
È dunque il momento di chiedersi cosa leghi in profonda unità tre episodi tanto
diversi.
Maria, David, Traiano accettano, con umiltà appunto, di uscire dal proprio
ruolo, di mettersi, come diremmo noi, in discussione. Di essere altro da sé.
Maria, lei vergine, accetta la più impegnativa delle gravidanze; David, il re,
accetta di mescolarsi al popolino facendosi coinvolgere e trasportare
dall’ebbrezza e anche dagli eccessi di una grande festa religiosa; Traiano
accetta di barattare l’impegno per una grande impresa bellica con l’impegno per
un piccolissimo atto di giustizia.
I primi due fidano nel disegno provvidenziale che intuiscono in una volontà
superiore; il terzo, che -secondo la teoria dei due soli- deriva il suo potere
autonomamente da Dio senza la mediazione del papa (e anche questo rappresenta un
significato non secondario del canto), poggia il suo agire sulle solide
fondamenta di pietà e giustizia indissolubilmente cementate fra loro. In
particolare Traiano comprende, lui alto sul suo cavallo e la donnetta che
probabilmente non gli arriva alle ginocchia, che è chiamato a sancire con la sua
autorità una inversione di ruoli. Lui deve processare gli assassini del figlio
della vedovella, lui ha in mano tutte le leve della giustizia tanto che potrebbe
spicciarsela mandando in prigione la sua interlocutrice. E invece è la piccola
popolana indifesa a processare lui, a dirgli come deve comportarsi, a chiarirgli
qual è la vera gerarchia dei valori: prima le opere di pace, poi quelle della
guerra.
Sull’ultima battuta di Traiano, la tensione dopo essere arrivata alla sua acme
nel serrato dialogo tra il grande condottiero e la povera popolana, non può che
scemare e lasciare in Dante un gran desiderio di contemplare nel suo insieme
quel miracolo scultoreo.
Lo sbigottimento lo assale ancora e ancora una volta tocca a Virgilio guardarsi
attorno per scegliere la strada buona per salire. Nel racconto dantesco
l’imbarazzo dei due, la ricerca di un interlocutore cui chiedere informazioni,
il passaggio alla successiva sequenza narrativa si fondono in modo mirabile in
una terzina dall’andamento lento e largo che fa intravvedere al lettore la
schiera avanzante delle anime purganti.
“Ecco di qua ma fanno i passi molto radi”,
mormorava il poeta, “molte genti:
questi ne ‘nvieranno a li alti gradi”.
Sono i superbi che avanzano a passi lentissimi, perché devono reggere sulle
spalle macigni enormi. Il contrappasso è evidente. Questa era, sulla terra,
gente abituata a non abbassare la fronte, a sbandierare la propria opinione e la
propria faccia, a procedere con passo svelto, ad andare dritta allo scopo senza
nessuna esitazione. Adesso deve arrancare, sotto un fardello che esaurisce ogni
stilla di energia e tiene china la fronte. La galleria dei superbi inizierà nel
canto seguente con Omberto Aldombrandesco, potente feudatario di Grosseto,
Oderisi, rinomatissimo miniatore di Gubbio, Provenzan Salvani, il ghibellino
senese che dopo la vittoria di Montaperti, al convegno di Empoli, sostenne che
Firenze andava rasa al suolo.
Saremmo curiosi di sapere se il peso del macigno è
proporzionato all’entità del peccato. Dante ci toglierà il dubbio soltanto in
chiusura di canto: più e men eran contratti\secondo ch’avien più o meno a
dosso.
Per il momento, Dante rivolge un appello forte al suo
lettore, perché non si smaghi,
cioè non si scoraggi, non desista dai buoni propositi sentendo quanto è pesante
la pena purgatoriale. E siccome noi sappiamo che le cornici superiori ospitano
pene ben più dolorose, l’avvertimento sarà da riferirsi non solo alla penitenza
che ha sotto gli occhi, ma anche a quelle che servono a espiare tutti i
successivi peccati. Chiude la sua apostrofe: Non attendere la forma del
martìre:\ pensa la succession,
cioè pensa al trionfo finale.
Ma questa apostrofe ne prepara un’altra, ben più
ruvida e generale. Virgilio spiega la pena dei superbi. È il loro peccato,
afferma, che li rannicchia
a quel modo. E a far rima con rannicchia, per dire al suo discepolo che
deve sforzarsi di distinguere con lo sguardo, usa un verbo crudo come
disviticchia
che bene ci fa capire come macigno e uomo, peccato ed espiazione, siano un tutto
unico, avvinti, appunto, come dei viticchi.
“La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che’miei occhi pria n’ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e disviticchia
Col viso quel che vien sotto a quei sassi
Quel verbo, disviticchia, prepara dunque
l’apostrofe successiva rivolta ai cristiani superbi de la vista de la mente
infermi:
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che l’animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
Possiamo tranquillamente considerare queste due terzine come un corpus
unico, come un’immagine articolata ma sostanzialmente unitaria. Parafrasando e
sintetizzando: l’uomo è un entità imperfetta, incompiuta, proiettata però verso
la perfezione, destinata anzi ad essa. Esattamente come il bruco che diventerà
farfalla, immagine del corpo che tiene l’uomo inchiodato alla terra e dell’anima
che gli permette di spiccare il volo. L’invito di Dante è forte e rivolto, non
dimentichiamolo mai, in prima istanza a se stesso: la gloria terrena è davvero
poca cosa e all’ultimo giudizio volerà l’anima sola, sanza schermi
appunto. Cioè senza la corazza di pregiudizi e presunzione, senza le false e
illusorie protezioni che ognuno si costruisce con i propri atteggiamenti di
arroganza.
La metamorfosi bruco\farfalla o, se si preferisce, la dialettica corpo\anima,
esige un cammino faticoso, una consapevolezza estrema della propria verità
terrena.
Ed allora ecco che lo sguardo torna al malagevole, impacciato, dolorante
procedere dei superbi che in questo contesto attinge a livelli di estremo e
sconvolgente realismo. Il poeta affida tutto ad una immagine che si genera
spontaneamente da un canto il cui baricentro gravita attorno alle tre grandi
sculture di cui abbiamo parlato.
Qui i superbi sono paragonati a delle cariatidi, vale a dire a quegli elementi
architettonici così largamente impiegati in ambito romanico e gotico,
soprattutto nei capitelli, a sostenere pergami e architravi. Spesso si tratta di
figure che danno la sensazione del faticoso sorreggere, facendo toccare il petto
dalle ginocchia.
Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugnere le ginocchia al petto
la qual fa del non ver vera rancura
nascere ‘n chi la vede;
È una fatica straziante e, appunto, disumana. Dalla bocca dei superbi esce un
lamento e perfino coloro che affrontano con maggior pazienza il supplizio
purgatoriale urlano che non ce la fanno più ad andare avanti:
e qual più pazïenza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: “Più non posso”.
In realtà le voci dei superbi schiacciati dal fardello del loro peccato si
uniranno tra un istante nella recita della preghiera degli umili, di coloro che
si riconoscono tutti figli di un unico padre. I superbi, li sentiremo,
nell’esordio del canto XI, recitare la più straordinaria reinvenzione del
Pater noster evangelico che un uomo abbia mai scritto.
Gian Domenico
Mazzocato, che comincia oggi la sua collaborazione alla Dante Alighieri col
commento al canto X del Purgatorio, è docente di lettere presso il liceo
scientifico Da Vinci di Treviso.
Negli ultimi anni si
è dedicato soprattutto alla traduzione di classici latini: ha tradotto per la
Newton Compton Editori le Historiae di Tacito e la trilogia delle opere
minori dello stesso autore.
Recentemente ha curato, sempre per la
Newton Compton, la traduzione e il commento dei 35 libri che compongono la
monumentale opera storiografica di Tito Livio.
Ma è ormai noto a livello nazionale anche come autore de IL DELITTO DELLA
CONTESSA ONIGO, un romanzo che ha conosciuto uno straordinario successo di
critica e di pubblico tanto da giungere in pochi mesi alla quarta edizione e da
aggiudicarsi nel 1998 il prestigioso premio letterario Gambrinus
Mazzotti-Finestra sulle Venezie.
Proprio in questi
giorni è
uscito il
suo secondo romanzo IL BOSCO VENEZIANO, edito dalla Santi Quaranta che è già
entrato nelle classifiche dei libri più venduti.
IL BOSCO VENEZIANO
continua la saga del mondo contadino veneto attraverso il racconto delle vicende
di una famiglia montelliana, colta nello svolgersi di tre generazioni.
Attraverso la
famiglia Barro di Giavera del Montello, le cui vicissitudini attraversano tutto
l’Ottocento, è visitata una pagina sconosciuta della storia veneta: quella
dell’esilio secolare cui prima Venezia, poi i Francesi di Napoleone, poi gli
Austriaci e infine trent’anni di governo italiano condannarono le genti del
Montello perché sulla collina dovevano crescere i roveri destinati a far
lavorare i cantieri navali.
Nel romanzo di Gian
Domenico Mazzocato il Montello diventa immagine e metafora delle mille patrie
perdute.
Come la foresta
impenetrabile del brasiliano Rio Grande do Sul in cui i coloni veneti danno la
caccia agli indigeni per far posto alle loro fattorie. Come la Sicilia in cui
Garibaldi e Bixio fanno fucilare i contadini che reclamano la terra. Come il
Cadore sconvolto dalla apocalittica alluvione del 1882.
Il romanzo si
rivolge a tutti coloro che amano le grandi storie e la cultura veneta e
trevigiana.
IL BOSCO VENEZIANO
sarà presentato proprio domani a palazzo Giacomelli dallo scrittore e
antropologo Ulderico Bernardi.
L’invito è esteso
caldamente a tutti i presenti. Tuttavia, visto che è sempre difficile
programmarsi da un giorno all’altro, il nostro autore sarà felice di incontrare
gli amici della Dante Alighieri nel corso di un’altra presentazione che sarà
tenuta presso la libreria Marton, venerdì 14 gennaio alle ore 18, 30.
Ma torniamo a Dante
e al suo canto X del Purgatorio.
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