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PER UNA LETTURA DELLA GERMANIA DI
TACITO
Gian Domenico Mazzocato
Ipse eorum opinionibus accedo,
qui Germaniae populos
nullis aliis aliarum nationum
conubiis infectos
propriam et sinceram et tantum
sui similem
gentem extitisse arbitrantur.
(Tacito, Germania 4, 1)
Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo
Latino, 21 febbraio 2003
Negli anni Venti del XV secolo
il grande umanista aretino Poggio Bracciolini entra in contatto con un monaco
proveniente dal convento prussiano di Hersfeld, un centro di studio monastico
attivo fin dall’VIII secolo, poco a nord di Fulda, sul fiume omonimo.
Il monaco aveva annusato
l’aria ed era ben consapevole di quanto potesse valere una buona dritta, giù al
sud, in Italia dove i migliori intellettuali e soprattutto i loro sponsor
politici movimentavano somme enormi per alimentare il prestigioso mercato delle
opere antiche, il cui possesso conferiva immagine, reputazione, autorevolezza.
Cercò entrature presso la
curia romana ed incappò proprio nel nostro Poggio Bracciolini che era segretario
del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col
nome di Niccolò V. È il papa che, con la sua raccolta di codici antichi,
pazientemente, amorosamente ma anche dispendiosamente collezionati, avrebbe
costituito il nucleo originario della Biblioteca Vaticana.
Nel 1426, dai contatti e dagli
incontri tra i due, nacque una notizia che negli ambienti umanistici fece
parecchio scalpore: il Tacito noto, cioè quello degli Annales e quello
delle Historiae (opere peraltro giunte a noi mutile e lacunose, la
seconda molto più della prima) aveva per così dire un fratello ignoto che
dormiva proprio nel monastero di Hersfeld e che aspettava solo di essere
risvegliato. Nientemeno che un codice con le tre opere minori di Tacito, l’Agricola,
il Dialogus de Oratoribus e, appunto, la Germania. Qui mi fermo
perché la storia del risveglio di questo Tacito dormiente (o incatenato dai
ceppi dell’oblio per usare una immagine cara agli umanisti che amavano pensare a
se stessi come ai liberatori dei classici dai ferri e dalla schiavitù
dell’ignoranza secolare) diventa un romanzo. Ho intenzione di parlarvene in una
prossima conversazione dedicata al Dialogus de Oratoribus perché le
vicende di questo romanzo si intricano con una antichissima e irrisolta
quaestio della filologia classica, vale a dire la paternità tacitiana o meno
del Dialogus stesso.
Tacito scrive la Germania
nel 98 d. C., un anno per lui molto fertile perché in quegli stessi mesi
andava componendo la raffinata e misteriosa monografia dedicata al suocero
Agricola, presagio e premessa dell’opera storiografica maggiore.
Anno 98: è trascorso un secolo
e mezzo da quando Giulio Cesare, gettato in poche ore un ponte sul Reno, entra
in Germania, la mette a ferro e fuoco e ne trae l’asciutta narrazione
documentaria che leggiamo nel De Bello Gallico. Lì Cesare scriveva in una
logica che potremmo porre tra propaganda e politica: voleva accreditare se
stesso come il nuovo Mario, come colui che aveva reso stabili i confini dell’imperium
e anzi aperto nuove prospettive di conquista. Il padre della patria,
l’iniziatore di un’epoca di pace.
Quando scrive Tacito, tutto è
cambiato, il clima politico è infido. Basti dire che Tacito scrittore
intraprende la sua opera di storico avendo alle spalle il terribile principato
di Domiziano. E vale la pena di ricordare, a mo’ di spartiacque temporale, che
nel 9 d. C., nella selva di Teutoburgo, Arminio, condottiero dei Cherusci, aveva
sterminato un grande esercito imperiale, comandato da Publio Quintilio Varo.
Quando muore Domiziano, è tale
il sollievo che Tacito torna a respirare aria pura. Nunc demum redit animus,
ci dice nel famoso incipit del terzo capitolo dell’Agricola. Il breve
principato di Nerva è già al suo scadere ma il vecchio e saggio principe ha
designato in Traiano un successore prestigioso e forte, adeguato a garantire al
principato stesso un futuro.
Tuttavia l’eredità morale è
pesante. Il principato, come forma istituzionale inesorabilmente portato a
identificare princeps e imperium, ha già dimostrato, in assenza
anche di una classe aristocratica in grado di consigliare e dirigere, tutti i
propri limiti. E, aggiungiamo, anche qualche abisso di abiezione.
L’esibizione muscolare di
Cesare non è nemmeno accostabile al panorama politico in cui Tacito inizia la
sua scrittura. L’analisi dell’opera, che dalla tradizione manoscritta ci è
tramandata col titolo di De origine et situ Germanorum, è frastagliata,
segnata da zone d’ombra e soprattutto da interrogativi che corrispondono alle
differenti, possibili angolature di esame e di indagine.
Intanto qualche parola sulla
struttura della monografia che nella redazione a noi giunta consta di 46
capitoletti culminanti in un finale che più aperto ed enigmatico non sarebbe
possibile.
Cetera iam fabulosa: Hellusios
et Oxionas ora hominum uultusque, corpora atque artus ferarum gerere: quod ego
ut incompertum in medium relinquam.
L’aura di mistero è aumentata
da quel cenno a Ellusii e Ossioni che troviamo nominati solo qui.
Dunque: possiamo dividere la
monografia in due parti, tutto sommato abbastanza equilibrate come distribuzione
del materiale. La prima parte comprende i primi 27 capitoli, la seconda va dal
capitolo 28 alla fine.
Dopo un capitolo di
introduzione generale che ci affaccia il panorama dilatato dei due grandi fiumi
i quali delimitano il territorio germanico, cioè il Reno e il Danubio, Tacito
esamina in modo sistematico la storia, il sistema di vita, le istituzioni delle
popolazioni che abitano la Germania. Certi capitoli sono vere e proprie
micromonografie. La tipologia delle abitazioni, i vestiti, i matrimoni, il cibo,
il vino e i vizi, i debiti di gioco, gli schiavi, i funerali per fare alcuni
esempi diversi.
Qualche stralcio, a mo’ di
esempio.
Dal capitolo V, dedicato alle
risorse economiche all’uso della moneta:
"… È una terra abbastanza
fertile ma inadatta agli alberi da frutto. Il bestiame abbonda ma è per lo più
di taglia minuta. Le bestie poi non sono particolarmente belle e le corna non
sono imponenti come dovrebbero: i Germani danno particolare importanza alla
quantità e quella delle mandrie è l’unica ricchezza che apprezzano… È possibile,
presso di loro, vedere offrire in dono ad ambasciatori o principi dei vasi
d’argento che però vengono considerati alla stessa stregua di quelli vili, fatti
di argilla… Prediligono le monete vecchie e note da tempo, dentellate e bigate.
Fanno più volentieri uso dell’argento che dell’oro, non per una particolare
passione, ma perché le monete d’argento sono di uso più facile per chi traffica
in merci comuni e di poco valore."
Dal capitolo VIII, dedicato
alle donne, al comportamento in battaglia, alla sfera del divino:
"Si racconta che gli eserciti
già vacillanti e in ritirata siano stati ricondotti al combattimento dalle donne
che insistevano nelle loro preghiere, opponevano il loro petto, indicavano la
minaccia incombente della prigionia: i Germani temono infatti la schiavitù più
per le loro donne che per se stessi, a punto che, volendo più efficacemente
vincolare le popolazioni, bisogna imporre la presenza, tra gli ostaggi, anche di
nobili fanciulle. Pensano anzi che le donne abbiano in sé qualcosa di sacro e
profetico: non osano disprezzarne i consigli o trascurarne i vaticini."
Dal capitolo X, dove si parla
di auspici, sortilegi, vaticini e presagi:
"La normale procedura per
interrogare la sorte è assai semplice. Tagliano dei piccoli pezzi da un
ramoscello tolto da un albero fruttifero, li segnano con certi simboli e li
spargono in modo casuale e fortuito sopra una candida veste. Poi il sacerdote
della tribù (nel caso di un pubblico vaticinio) o anche il padre di famiglia (se
il vaticinio è privato) prega gli dèi innalzando gli occhi al cielo. Quindi tira
su, uno alla volta, tre pezzetti e li interpreta secondo il segno
precedentemente impressovi. Se il responso è negativo, per quel giorno, non si
procede più nel cercare auspici; ma se il responso è favorevole, si richiede
anche la conferma degli auspici. Queste genti sanno anche interpretare il canto
e il volo degli uccelli, ma una loro caratteristica usanza consiste nel trarre
presagi ammonitori anche dai cavalli."
Il capitolo XI è dedicato alla
gestione del potere e alla ripartizione dei compiti sociali:
"Sugli affari di minor conto
decidono i principi, su quelli più importanti tutto il popolo (ma anche tutto
ciò che è competenza del popolo viene preventivamente trattato dai principi). A
meno che non accada qualche evento fortuito o improvviso, si riuniscono in
giorni predeterminati, in coincidenza del plenilunio o del novilunio… Dal loro
modo di vivere assai libero hanno tratto questo difetto: quando devono trovarsi
in assemblea non vi si recano tutti insieme o come persone che abbiano ricevuto
un ordine; in questo modo, per l’indugio dei partecipanti, si perdono due o tre
giorni."
Di tribunali e giustizia si
parla nel capitolo XII (dove tra i reati è indicata in modo preciso anche
l’omosessualità):
"È anche consentito presentare
delle accuse e intentare un processo capitale davanti all’assemblea. La gravità
della pena dipende dalla gravità della colpa. I traditori e i disertori vengono
impiccati a qualche albero; gli ignavi, gli imbelli, gli omosessuali vengono
annegati nel fango di una palude, stesovi sopra un graticcio.Si tratta di due
supplizi diversi perché la punizione dei delitti deve essere visibile a tutti,
la punizione delle azioni turpi deve rimanere nascosta. Per le colpe meno gravi
vi sono pene proporzionate. I rei pagano una ammenda in cavalli o bestiame: una
quota va al re o alla tribù, una quota all’offeso o ai suoi parenti. Nelle
medesime assemblee vengono designati anche quei personaggi che amministrano la
giustizia nei cantoni e nei villaggi. Ognuno di essi viene assistito da un
senato popolare di cento membri che gli fornisce consigli e ne sostiene
l’autorità."
I Germani svolgono una
politica di taglio prettamente militarista e, anzi, la guerra viene avvertita
come la migliore delle educazioni. Se ne parla al capitolo XIV, noto e
antologizzato perché in qualche modo racchiude tutta la (non troppo) segreta
ammirazione che Tacito ha per questo popolo:
"Quando si viene a battaglia,
è disonorevole per un principe essere battuto in valore dal suo seguito, ma è
anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del
principe. Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia,
sopravvivendo al proprio principe. Il più forte obbligo morale sta nel difendere
e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di
coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe.
Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti
giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù che sono in stato di
guerra… E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati
ma sicuramente abbondanti. Guerre e saccheggi consentono tale liberalità. Non si
potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad
aspettare le stagioni".
La tipologia delle abitazioni
dei Germani (che non vivono in città, come annota Tacito, perché non sopportano
le case ammassate l’una all’altra) è l’argomento del capitolo XVI:
"…non fanno uso né di pietre
squadrate né di tegole; per ogni cosa si servono di legno rozzamente sgrossato,
senza alcuna preoccupazione di eleganza o di piacevolezza. Però rivestono molto
diligentemente alcune parti di una terra così fine e rilucente, che riesce a
dare l’impressione di un legno dipinto. Usano anche scavare dei sotterranei
caricandovi sopra abbondante letame; è un modo per sfuggire al freddo invernale
e mitigarlo e anche per conservare le messi; e poi, quando sopraggiungono i
nemici invasori, costoro devastano i luoghi accessibili, ma quelli nascosti
sotto terra vengono ignorati o sfuggono alla ricerca proprio perché bisogna
andarli a trovare."
La foggia dei vestiti nel
capitolo XVII:
"Tutti vestono un saio,
trattenuto da una fibbia, o, in mancanza di quella, da una spina. Nudi in ogni
altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I
più ricchi si distinguono per la loro veste (che non è svolazzante come usano
Sarmati e Parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo.
Portano anche pelli di fiere… Le donne vestono allo stesso modo degli uomini,
anche se talora si ricoprono con sopravvesti di lino, guarnite di stoffe rosse."
I matrimoni e la famiglia (qui
vige la monogamia assoluta) sono l’argomento dei capitoli XVIII e XIX:
"…non vi è tra le loro
consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti sono
paghi di una moglie ciascuno… Non sono le mogli a portare la dote al marito, ma
i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i
doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi
alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto
e di uno scudo con framea e spada… La moglie non deve sentirsi estranea ai
pensieri di eroiche azioni e alle vicende belliche: a questo scopo, proprio
all’inizio del matrimonio, gli stessi auspici rituali la ammoniscono che essa
viene associata alle fatiche e ai pericoli e che tanto in pace quanto in guerra
soffrirà come il marito e dovrà avere il suo stesso coraggio. È questo il
significato dei buoi aggiogati… Le donne vivono in una castità ben difesa, non
corrotte dalle seduzioni di alcuno spettacolo e dagli stimoli di alcun
banchetto… In mezzo ad un popolo tanto numeroso, gli adulteri sono pochissimi:
la pena è immediata e demandata al marito. Egli taglia le chiome alla moglie
davanti ai parenti, la scaccia di casa e la insegue a sferzate per tutto il
villaggio… Lì i vizi non suscitano complici ilarità e non si usa dare il nome di
moda al corrompere e all’essere corrotti".
Nel capitolo XX si parla della
organizzazione giuridica della famiglia, e di particolare interesse è il
capitolo XXI in cui si affrontano gli argomenti della faida e dalla ospitalità:
"Viene avvertito come un
obbligo addossarsi sia le inimicizie che le amicizie del padre o anche di un
parente. Ma gli odi non sono irriducibili, al punto che perfino l’omicidio può
essere riscattato con un determinato numero di buoi e di pecore… Nessuno può
essere respinto da una casa e ciascuno ammette l’ospite alla sua tavola
imbandita come le sue possibilità gli consentono… nessuno si mette a sindacare
se un ospite è conosciuto o sconosciuto. È usanza concedere a chi si congeda da
una casa quanto abbia eventualmente chiesto ed è reciproca schiettezza nel
chiedere: tutti si compiacciono dei doni ma nessuno mette in conto ciò che ha
dato o si sente obbligato da ciò che ha ricevuto."
Interessante il capitolo XXIV
che affronta il tema di quello che doveva essere una sorta di vizio nazionale,
il gioco con relativi debiti:
"… Giocano a dadi da sobri e
con grande serietà. Sia che vincano sia che perdano, il gusto per il rischio li
coinvolge a tal punto che, quando hanno dato fondo a tutto, con un ultimo e
definitivo colpo mettono in gioco la loro libertà personale. Se uno perde anche
questo colpo, affronta una volontaria schiavitù; anche se è giovane e robusto si
lascia legare e mettere in vendita… Gli schiavi acquisiti in questo modo,
vengono venduti ad altri perché il loro padrone vuole liberarsi dalla vergogna."
E di notevole interesse è
anche il capitolo XXVI, in cui Tacito racconta come i Germani, non certo inclini
a trasformarsi in pacifici contadini, gestiscano la terra:
"Prestar denari a interesse
fino a praticare l’usura è attività del tutto ignota ai Germani; ne sono dunque
immuni, meglio che se fosse vietato per legge. Le singole tribù occupano a
turno, in proporzione al numero dei coltivatori, il terreno da lavorare, il
quale viene poi ripartito secondo la condizione sociale di ognuno. La grande
disponibilità di spazi favorisce la distribuzione dei terreni. Ogni anno vengono
occupati nuovi campi e questi non vengono mai a mancare… non piantano frutteti,
non delimitano prati, non tracciano canali per irrigare giardini. Alla terra non
si chiede altro che grano. Per questo fatto non si prendono nemmeno la briga di
dividere l’anno in quattro stagioni come facciamo noi. Conoscono il significato
e il nome di inverno, primavera ed estate, ma dell’autunno ignorano il nome e i
possibili frutti."
Il capitolo XXVII parla dei
funerali che non sono mai occasione di ostentazione e che si concludono con la
cremazione del defunto, con una cura particolare dedicata alla scelta (con
significato sacrale?) del legno usato per la costruzione della pira. Si noti il
paragone evidente, anche se implicito, con l’inutile sfarzo romano. E il lettore
della Germania coglie qui una singolare e perfino poetica coerenza con
quanto Tacito aveva detto in un precedente capitolo, parlando dei templi. I
Germani non costruiscono templi perché pare loro in qualche modo contro natura
costringere la divinità entro il chiuso di quattro mura:
"…Durante la costruzione della
pira non aggiungono né vesti né profumi. Ognuno ha le sue armi e qualcuno brucia
anche il cavallo. Il sepolcro non è altro che un cumulo di zolle: disdegnano
l’onore dei monumenti funebri innalzati con grande fatica perché pensano che sia
un peso per i morti."
Tacito chiude il capitolo
dicendo che queste sono le notizie che ha appreso. Ci si potrebbe interrogare
dunque di che mano è il materiale usato.
Il successivo capitolo XXVIII
si apre con un accenno a Cesare, qui menzionato come autorevolissimo storico,
che funge da sutura con la seconda parte:
"Il divo Giulio, la cui
autorità di storico è massima, ci tramanda che in passato la potenza dei Galli
era maggiore: si può dunque congetturare che anche i Galli siano passati in
Germania. Ben misero ostacolo poteva essere un fiume: appena un popolo prevaleva
sugli altri, tendeva ad occupare o a cambiare sedi non ancora definite nei
confini e non entrate nella sfera di influenza di alcun regno."
Notiamo quell’accenno al fiume
esiguo che non può fermare un popolo, perché sarà un tema dominante della nostra
riflessione.
Nella seconda parte Tacito
descrive l’origine e la distribuzione geografica delle diverse etnie. Si
comincia con i Batavi, i Mattiaci, i Catti e si finisce con le due favolose
popolazioni citate poco fa. In generale (e in conclusione, da questo punto di
vista) Tacito dimostra buone conoscenze e consultazione accurata di fonti spesso
di prima mano.
Detto così il profilo
dell’opera sembrerebbe già disegnato con precisione: siamo davanti ad un’opera
storico-etnografica. Nata, forse, come un pollone delle Historiae e poi
diventata tanto importante e corposa da acquisire fisionomia e struttura
autonome. E i brani proposti a mo’ di esemplificazione documentano oltre ogni
ragionevole dubbio di una grande curiosità, di una voglia di conoscenza che va
al di là del semplice dato scientifico.
Dunque opera
storico-etnografica?
Così non è. Ci serve fare un
passo indietro. Già abbiamo detto di Traiano, successore designato di Nerva.
Quando viene annunciata la successione (siamo nel 97), Traiano è governatore
della Germania superiore. Sul suo nome è confluito il consenso di quella parte
della classe senatoria che non si era compromessa nel quindicennio del
principato di Domiziano: ma non mancano i contrasti, il trapasso –possiamo
immaginare- è tutto fuor che scontato, incombono gravi dilemmi e problemi di
ordine politico.
Quando Nerva muore, scoppiano
sedizioni pretoriane e il bersaglio è proprio lui, Traiano, il successore
designato. Qui però gli eventi subiscono una svolta strana, indecifrabile a
prima vista e collegabile con la lungimiranza e l’abilità politica di Traiano,
che tenta il gioco grande.
Traiano non torna affatto a
Roma, assorbito com’è dagli impegni militari e politici sulla frontiera renana.
Rivela in questo, come del resto nelle successive mosse, una straordinaria
abilità politica. Nomina suoi satelliti nei posti chiave delle magistrature
civili e dell’amministrazione pubblica; reprime la rivolta pretoriana e si
spiana la via per una successione tutto sommato indolore. Quanto egli sia
politicamente ben piantato e anche quanto il suo prestigio sia alto, lo si
intuisce dal coraggio con cui prende un provvedimento decisamente impopolare:
riduce della metà il tradizionale donativo concesso per l'ascesa al trono di un
nuovo principe. In questo modo fa capire che sarà anche un oculato
amministratore.
In questo contesto, proprio
nei mesi in cui Roma attende il nuovo imperatore e mentre costui si attarda
nelle operazioni militari sul fronte germanico, Tacito scrive la Germania.
Basta questa coincidenza per
dire che non si può trattare solo di una monografia storico-etnografica. Sarà
anche opera di propaganda, tanto per cominciare.
Già, ma propaganda a favore di
cosa? Possiamo fare delle ipotesi. Un consiglio, una esortazione a Traiano a
compiere una azione militare decisiva prima di dedicarsi alle cure complessive
del principato: l’azione dovrebbe ridimensionare e riscattare la storica
sconfitta di Teutoburgo che risale a novanta anni prima ma è ancora ben viva
negli incubi e nelle paure dei Romani. Oppure, di contro, potrebbe essere il
riflesso della volontà di preparare il terreno politico perché Traiano possa
agevolmente e con tutta calma consolidare prudentemente il confine.
Possiamo, appunto, solo
formulare ipotesi. Perché non sappiamo come fossero distribuite o stratificate
in Roma le diverse sensibilità politiche. Non sappiamo se a Roma esistessero una
corrente favorevole alla belligeranza estesa e continua nel settore germanico e
magari, contrapposta a questa, una corrente tendente ad un più prudente
contenimento della minaccia barbarica.
Da questo punto di vista la
monografia tacitiana ci aiuta pochissimo.
Abbiamo, a dire il vero, nel
contesto del capitolo 33, una annotazione inquietante, anche se di non facile
interpretazione: urgentibus imperii fatis, un ablativo assoluto in cui io
sento predominante il valore causale su quello temporale. Traduco: poiché il
fato incombe sull’impero.
Tacito ha in mente Livio che
nel libro V della sua storia di Roma usa due espressioni analoghe, praticamente
identiche anzi. La prima volta Livio usa l’incombere del fato per spiegare la
fine della città etrusca di Veio, la seconda, in una situazione che presenta
qualche analogia con il testo tacitiano: sono le fasi cruciali in cui l’orda dei
Galli sta per sommergere Roma negli anni attorno al 390 a. C. Ma il testo
liviano racconta in modo epico tempi favolosi. Le parole di Tacito sono
preoccupate, doloranti, angosciate.
Tacito sembra quasi
pronunciare la fase a mezza voce, in un contesto del tutto inatteso e dopo aver
proposto al lettore una immagine così forte e brusca da far quasi sbiadire la
considerazione sui fati che incombono sull’impero.
Infatti Tacito sta passando in
rassegna le popolazioni germaniche e, dopo Usipi e Tencteri, è la volta di
Bructeri, Camavi e Angrivari. A questo punto l’immagine choc: …seu fauore
quodam erga nos deorum; nam ne spectaculo quidem proelii inuidere. Super
sexaginta milia non armis telisque Romanis, sed quod magnificentius est,
oblectatione oculisque ceciderunt. Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non
amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam
praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam.
Tacito gioisce dei nemici in
lotta fra di loro, a procurare mutua rovina e morte. È chiaro allora che siamo
all’interno di una analisi politica: il punto chiave viene dalla speranza che
gli avversari si uccidano tra di loro, togliendo difficoltà forse altrimenti
insormontabili all’esercito romano. Non si illude, Tacito, che Roma possa essere
amata. Non resta che sperare che si acuisca sempre più l’odio interno alle
popolazioni germaniche.
Il dato è importante e la sua
centralità è affermata da due luoghi del tutto analoghi dell’altra monografia
tacitiana di questi mesi, L’Agricola. Nel primo Tacito, riflettendo in
prima persona, dice a sottolineare il punto debole del nemico: Nec aliud
aduersus ualidissamas gentis pro nobis utilius, quam quod in commune non
consulunt. Nel secondo mette le sue riflessioni addirittura in bocca a
Calgaco in un passaggio fondamentale del discorso in cui l’indomito capo dei
Britanni incita i suoi alla resistenza all’invasore: …nostris illi
dissensionibus ac discordiis clari uitia hostium in gloriam exercitus sui
uertunt.
A voler ulteriormente
contestualizzare viene in mente un altro passo tacitiano, questa volta attinto
dalle Historiae. Galba, successore di Nerone e peraltro principe per
pochi mesi tra il 68 e il 69, vede declinare il suo potere. Sa bene che …quae
fato manent, quamuis significata, non uitantur.
Si tratta di giri di parole e
di frasi abituali per Tacito, dunque. Un giro di pensiero che connota
profondamente la sua analisi negativa del momento politico. Allora riassumendo
in qualche modo: un destino tremendo pesa sull’impero perché ai suoi confini
urge un grande, bellicoso, indomabile popolo. Questo popolo può essere
contrastato soprattutto (o soltanto?) sfruttandone i dissidi interni.
La visione politica si
arricchisce del motivo etico. Ma solo a questo punto: l’ammirazione, e diciamo
anche l’invidia, la nostalgia, per l’incorrotta virtù patria delle varie genti
germaniche non possono essere assunte come unica motivazione della monografia.
È nota (ed è anche
affascinante nella sua icastica brevità) la definizione di A.A. Lund il quale
nella sua introduzione alla Germania del 1988, parla di mundus
inuersus. Da tradurre più come una esortazione del tipo "guardiamoci allo
specchio, noi Romani", che alla lettera cioè "il mondo ribaltato" o cose del
genere. Definizione comunque da accogliere: pare evidente che Tacito ammira/teme
del popolo germanico la grande forza, lo slancio guerriero, la solidità delle
strutture sociali, i forti vincoli familiari, la uirtus in
contrapposizione alla civiltà romana inaridita in un vuoto formalismo e
sostenuta ormai soltanto dalla fame di ricchezza, benessere, successo personale.
Insomma la civiltà emergente
che minaccia la civiltà che ha esaurito o sta esaurendo il suo slancio vitale.
I matrimoni dei Germani non si
prestano a calcoli di interesse, le loro donne sono caste, i figli vengono
allevati in casa (e a questo argomento viene dedicata una larga sezione
dell’opera, addirittura tre capitoli tra il 18 e il 20); i liberti (notoriamente
sentina di ogni malvagità e perversione) non hanno lo strapotere che detengono
nella società romana. Dice Tacito, apertamente giocando con le parole sulla
libertà e su quella sorta di deformazione della libertà stessa che sono i
liberti: …impares libertini libertatis argumentum sunt. E i giovani dei
Germani ricevono scudo e framea alla stessa età in cui gli adolescenti romani
vivono l’imbelle cerimonia di indossare la toga uirilis.
E poi il discorso sulla
ricchezza che attraversa l’intera monografia. Tacito si chiede se non sia stato
un beneficio degli dèi aver negato ai barbari la consapevolezza del valore
dell’oro e dell’argento: Argentum et aurum propitiine an irati dii negauerint
dubito. Poi riflette amaramente sul fatto che i Germani hanno imparato dai
Romani ad apprezzare gli oggetti preziosi: Iam et pecuniam accipere docuimus.
Infine, per limitarsi a pochi
esempi, chiude con un bruciante epifonema uno degli ultimi capitoli. Che
potrebbe essere la risposta ad una domanda come questa: come esercitano i Romani
la loro auctoritas? Raro armis nostris, saepius pecunia iuuantur, nec
minus ualent. Siamo verso la fine della monografia. Tempo di concludere ed è
forse questa l’estrema sintesi della visione tacitiana: puntiamo sui conflitti
interni dei nostri avversari e li corrompiamo col nostro denaro.
Solo a questo prezzo, è
possibile neutralizzare il pericolo che viene da gente dall’integra vita morale,
giustamente ambiziosa, pronta al mutamento. È uno dei tanti approdi,
realisticamente aspro e dolorante, dell’indagine storiografica tacitiana.
Che però non è solo questo.
Tocca a me concludere e lo faccio con una curiosità che attesta come multiforme
sia la materia anche di una tutto sommato breve monografia come questa. Si
tratta di un brano assolutamente poco noto, mai antologizzato perché pone
(soprattutto se letto assieme ad un brano per così dire gemello, come farò tra
un istante) oggettivi problemi di interpretazione e anche il traduttore più
smaliziato rischia di trovarsi a malpartito.
Si tratta della prima parte
del capitolo 45 che vi propongo nella mia traduzione:
"Oltre il territorio dei
Suioni si estende un altro mare: torpido, quasi immobile, dal quale si crede sia
cinta e chiusa tutta la terra, perché l’estremo fulgore del sole al tramonto vi
dura fino all’alba con una luce tanto chiara da offuscare quella delle stelle.
La credulità popolare aggiunge anche che è possibile udire il rumore del sole
che sorge dall’acqua, scorgere le sagome dei suoi cavalli e i raggi intorno al
capo".
Insomma, il sole a mezzanotte.
E siccome sono praticamente gli stessi giorni in cui scrive l’Agricola, a
completare la descrizione, leggo un passaggio del capitolo 12 di quella
monografia che affronta lo stesso tema:
"Sento dire perfino che, se le
nubi non velano il cielo, si può vedere di notte il fulgore del sole, il quale
non sorge e non tramonta, semplicemente trascorre nel cielo. Certo nelle più
settentrionali distese della terra, a causa delle ombre che sono basse, le
tenebre non si levano in alto e la notte non raggiunge lo spazio delle stelle".
Passo di infinita oscurità.
Tacito afferma che le terre di cui sta parlando sono molto basse e dunque non
producono grandi ombre. Quando il sole vi transita le tenebre non si possono
levare alte e rimangono rasenti al terreno senza arrivare ad oscurare il cielo.
Un arzigogolo assoluto, ma leggere Tacito significa anche affrontare questi
piccoli misteri.
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