|
PARADISO
CANTO XVII
(Treviso, Casa dei
Carraresi
8 febbraio 2001)
Qual venne a Climené per accertarsi
di ciò che avëa
incontro a sé udito,
quei ch’ancor fa li
padri ai figli scarsi
tal era io, e tal era sentito
Dante avverte che la sua condizione è simile a quella di
Fetonte, il figlio che Apollo aveva avuto da Climene, il quale per mettere alla
prova l’autenticità della sua paternità, chiede al dio di lasciargli guidare il
carro del sole. Con gli esiti disastrosi che tutti sanno, per cui da allora in
poi i genitori sono scarsi, cioè ci pensano due volte prima di
fare concessioni particolari ai loro figli. È la condizione del dubbio propria
di chi aspira ad una rivelazione piena della verità. Dante vuole, finalmente,
una parola definitiva sul futuro che lo attende.
Con questo esordio di argomento mitologico, solenne e
affettuoso insieme, Dante inaugura il canto XVII del Paradiso, terzo della
trilogia del suo avo Cacciaguida e perno centrale rispetto ai trentatré canti
della cantica.
Nel XV avevamo assistito alla grande coreografia
paradisiaca della croce luminosa da cui si era staccato Cacciaguida il quale,
dopo essersi presentato, aveva tracciato la genealogia degli Alighieri e,
prendendo spunto da questa, aveva messo a confronto la Firenze antica –frugale,
pacifica e quindi giusta- con la Firenze moderna dominata dalla gente nuova e
dai capitalisti arricchitisi alla svelta e quindi intrinsecamente violenta.
Sì pïa l’ombra di Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in
Eliso del figlio s’accorse.
L’incontro con Cacciaguida è di straordinaria importanza
tanto che Dante lo assimila a quello tra Enea e suo padre Anchise nei Campi
Elisi. Di questo bisavolo (padre di suo nonno Alighiero I) sappiamo praticamente
nulla, se si esclude un documento del 1189, che ne attesta la morte avvenuta
alcuni anni prima. Per il resto soltanto le notizie che Dante stesso ci propone
in questi tre canti: fiorentino, nato sul finire dell’XI secolo, sposa una donna
della famiglia degli Aldichieri, forse ferrarese o padovana, partecipa alla
seconda crociata al seguito di Corrado III di Hohenstaufen imperatore tra il
1138 e il 1152, muore presumibilmente attorno al 1148.
Questa assenza di notizie in qualche modo è fonte di
poesia. Cacciaguida si accampa nel poema col fascino del mistero e con la forza
di una autorevolezza che gli viene riconosciuta proprio dal nipote.
Il canto XVI ha il suo punto alto nella rievocazione delle
nobili famiglie fiorentine. Molte di loro, in auge fino a poco tempo prima, ora
sono quasi del tutto scomparse e questo, sottolinea Cacciaguida, dovrebbe far
riflettere Dante su quanto poco valgano il potere e la gloria terrena. E poi con
straordinario trapasso:
E come ‘l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di
Fiorenza la Fortuna:
È la Firenze
dentro da la cerchia antica,
che per il volgere degli eventi e del fato ora è lacerata dalle lotte politiche.
Straziata, anzi. E davanti a Cacciaguida ecco, con la sua sofferenza, il
documento vivo di questo strazio. Lo stesso Dante.
E dunque ecco anche la culminazione di questo canto XVII
che attinge forza e vigore poetici dalla complessità del dramma di Dante. Dramma
personale e pubblico, psicologico, sociale e politico, morale. Dramma che
diventa paradigma della condizione di una intera generazione e perfino di un
intero modo politico.
I temi, strettamente connessi l’uno all’altro, sono
l’esilio per affrontare il quale Dante sta cercando forza morale e, diremmo noi,
sostegno psicologico, e il significato stesso del viaggio oltremondano. Una
sorta di riassunto di tutto quanto Dante ha appreso, nel suo procedere, fino a
quel momento e soprattutto un rilancio verso il momento ultimo in cui la sua
missione potrà dirsi compiuta.
Se ci volgiamo per
un attimo indietro, ci rammentiamo che dell’esilio, con vario accento, hanno già
parlato Farinata, Brunetto Latini, Vanni Fucci, Corrado Malaspina, Oderisi da
Gubbio.
E non possiamo dimenticare gli accenni sparsi nell’opera dantesca, soprattutto
quella toccante e dolorante testimonianza che ci è offerta dal Convivio:
poi che fu piacere de li cittadini… di gittarmi fuori del suo dolce seno…
Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo portato a diversi porti
e foci e liti dal vento secco…
Proprio una delle situazioni appena citate, l’incontro con
Brunetto Latini, consente una valutazione complessiva del canto e dell’intero
passaggio del poema. Consente, anche, in prosecuzione di quanto dicevamo ieri
commentando il canto VIII, di cogliere appieno la specificità del Paradiso e la
sua particolare, emozionante carica poetica. Brunetto aveva profetizzato,
consigliato, confortato. Aveva alluso, con rudezza perfino, alle
strumentalizzazioni di cui Dante sarebbe stato fatto oggetto:
La tua fortuna onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma
lungi fia dal becco l’erba.
È, per quanto affettuoso, il maestro che ammonisce tra i
quattro muri di una scuola. La riflessione di Cacciaguida è una meditazione
talora pacata talora vibrante: nella luce folgorante del Paradiso; nella
tensione affettiva, fervida e dolce insieme, di un padre che parla al figlio;
nel clima vibrante costruito attorno alle figure di guerrieri e di crociati,
testimoni della fede e talora martiri di essa.
In questo incontro con Cacciaguida tutto diviene più teso
e alto, più epico e grandioso: si respira il sentimento profondo che Dante ci
vuole comunicare. Che è questo: stiamo sforzandoci di uscire dallo spazio
limitato e limitante di una famiglia e di una città murata per entrare in quella
città celeste, in quella società perfetta su cui tutte le aggregazioni umane
dovrebbero modellarsi.
Il soffrire di Dante, l’angoscia dello sradicamento,
l’umiliazione di dover chiedere per sopravvivere non saranno senza senso: questo
è lì a testimoniare Cacciaguida.
Dante, terzo viaggiatore nell’oltremondo dopo Enea
(fondatore dell’Impero) e dopo Paolo (fondatore della Chiesa), riceve
dall’avo, cavaliere e crociato, l’investitura a farsi guerriero della fede e
dunque promotore del rinnovamento morale della stessa Chiesa e dello stesso
Impero. Questo canto XVII ci riporta nel clima intenso di quella poetica
dell’addizione di cui si diceva ieri e ci fa toccare con mano la straordinaria
capacità dantesca di risolvere poeticamente complessi nodi religiosi, morali,
politici.
Dopo l’esordio di taglio mitologico, Dante precisa che non
solo si sentiva pervaso dal desidero di sapere ma che anche gli altri,
soprattutto Beatrice e Cacciaguida, avvertivano questa sua tensione.
Per che mia donna «Manda fuor la vampa
del tuo desio», mi disse, «sì ch’ella esca
segnata bene de la interna stampa:
non perché nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perché t’ausi
a dir la sete,
sì che l’uom ti mesca».
Dante deve, dunque, dire la sua sete. Ci accorgiamo che il
desiderio è assimilato al fuoco che deve uscire in modo coerente e adeguato alla
interna stampa, cioè evidenziando l’acutezza del desiderio stesso,
recandone insomma il marchio. E proprio l’immagine del fuoco sottolinea, per
contrasto, quella della sete. Qui non si tratta solo della consueta situazione
in cui le anime dicono a Dante che deve chiedere anche se esse già conoscono,
guardando in Dio, le domande che saranno poste dal viaggiatore. No, Dante deve
abituarsi, a noi verrebbe da dire allenarsi, a chiedere. L’esilio gli
metterà addosso soprattutto sete materiale, sete autentica e dovrà chiedere, non
potrà pretendere che gli altri capiscano anticipatamente i suoi desideri.
Il nostro viaggiatore aggredisce qui, su questo versante,
il tema dell’esilio: comprendiamo bene che il dolore di lasciare la sua città si
combinerà con la mortificazione del dover esternare i propri bisogni, con la
situazione di fragilità derivante dal non poter contare su nulla.
Questo è l’esilio di Dante, emblema di ogni altro
possibile esilio: angoscia per la contemplazione di una società in sfacelo
(quella che condanna all’esilio) e umiliazioni da mettere in preventivo per i
luoghi in cui dovrà approdare, senza vela e senza governo, per citare ancora la
frase del Convivio. E Dante si rivolge alla sua piota, cioè alla
radice su cui è cresciuto l’albero della sua famiglia (il termine vale
propriamente pianta del piede, ceppo e anche base). La
piota si insusa (cioè si innalza, si sublima) a tali altezze che vede le
cose contingenti con la stessa chiarezza con cui una mente umana capisce il
teorema secondo il quale in un triangolo non possono esserci due angoli ottusi.
«O cara piota mia che sì ti insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in trïangol due ottusi,
così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che le anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
per che la voglia mia saria contenta
d’intender qual fortuna mi s’appressa:
ché saetta
previsa vien più lenta».
Le cose contingenti, contrapposte al
punto cui tutti li tempi son presenti, cioè a Dio stesso: il termine
contingente indicava nel linguaggio filosofico medievale tutto ciò che non
presenta carattere di necessità, che è subordinato ad altro. Gli eventi terreni
insomma, transeunti, cangevoli, dominati dal caso. In questa dialettica tra
le cose contingenti e quel punto è tutto il poema, tutto il senso del
viaggiare del poeta.
Un viaggio che rende tetragoni, cioè (traducendo dal
linguaggio della geometria solida e pensando a figure come il cubo) che mi fa
poggiare su una mia faccia, mi conferisce stabilità. E poi quella freccia che fa
meno male se la si vede arrivare: naturalmente è un dato psicologico, non
fisico. Dante lo dice con il tono rapido della sapienzialità popolare, del
proverbio. A noi viene in mente Petrarca col suo ma piaga antiveduta
assai men duole.
Dante ha parlato a Cacciaguida, ha obbedito a Beatrice, ha
esternato tutta la sua curiosità.
Si chiude qui la prima sequenza del canto, quella che
mette l’accento sul fatto che il viaggio paradisiaco è soprattutto desiderio di
conoscenza, bisogno di crescita interiore. Il dettato poetico ha, a questo
punto, uno slargo improvviso, una salita di tono: in fondo sta per riprendere la
parola Cacciaguida, fonte chiara di ogni notizia utile e di tutta la sapienza.
Cacciaguida non parla per enigmi come parlavano gli oracoli antichi prima della
compiuta rivelazione derivante dall’incarnazione del Cristo.
Dante trova comunque in qualche modo il sistema per
suggerirci che Cacciaguida è una sorta di fonte oracolare. Ma, sia chiaro,
illuminata dalla rivelazione.
Né per ambage in che la gente folle
già s’inviscava pria che fosse anciso
l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e
parvente del suo proprio riso:
Cacciaguida parla latino, anzi preciso latino:
difficile dire se si tratti propriamente di lingua latina o magari di volgare
arcaico, ma il contesto non lascia dubbi. Qui Dante vuole affermare che il suo
avo parla molto chiaro, in maniera diretta e comunque, a dominare, è l’immagine
dell’amor paterno, sottolineata dall’ossimoro chiuso e parvente:
Cacciaguida fasciato e nascosto dalla sua luce fiammeggiante e, allo stesso
tempo, teso a rivelare la sua gioia proprio facendo aumentare l’intensità della
propria luce. La risposta dell’ex crociato e guerriero è di largo respiro, di
solido impianto e, occorre aggiungere, anche di grande tensione emotiva, di
angoscia perfino.
Perché a questo punto non può non entrare in gioco il
grande e irrisolto problema del libero arbitrio, quesito centrale della cultura
medievale e del poema.
Va detto anzi che il Medioevo non è affatto riuscito a
risolvere il nodo duro del dogma che vuole far coesistere la libertà dell’uomo
col fatto che Dio conosce in anticipo ogni evento. La libertà vera, ultima,
assoluta appartiene soltanto al Creatore mentre l’uomo, col peccato originale,
ha rinunciato alla sua. Ciò che Dio decide per l’uomo in che misura è
condizionante? E come è definibile la responsabilità dell’uomo? Ha senso per lui
parlare di un premio autonomamente conseguito o di un castigo davvero meritato?
Dante, anche in questa occasione, deve cercare di rendere
accettabile il dogma e di risolverlo in una immagine. Parlando della
contingenza (cioè, come sappiamo, degli eventi umani) afferma che essa:
necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per
torrente giù discende.
Lo sguardo che segue il corso di una nave sa bene in che
direzione essa andrà, ma non può influire sulla rotta. Soluzione ingegnosa ma, a
ben guardare, certamente non soddisfacente. L’uomo che guarda è simile al Dio
onnisciente, ma non può certo competere con lui che è anche onnipotente e
potrebbe intervenire a cambiare qualsiasi cosa.
Del resto non era
riuscito a far di meglio nemmeno san Tommaso, da cui Dante sicuramente attinge
l’idea: l’uomo che osserva la strada da un colle, osserva perciò stesso
anche coloro che in quel momento transitano per quella strada.
Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il
tempo che ti s’apparecchia.
Dalla mente divina Cacciaguida percepisce il futuro con la
stessa limpidezza con cui l’orecchio umano sente l’armonia proveniente da un
organo. Per capire serve ricordare che l’organo, già noto ai Greci e in auge
presso i Bizantini, era, nella sua versione medievale, strumento molto più
semplice dell’attuale e svolgeva il compito di accompagnare e, in qualche caso,
di sostituire la voce umana. Per la cronaca proprio da Costantinopoli arrivò in
Occidente il primo organo; era il 757 e si trattava di un dono al re francese
Pipino.
Qual si partio Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
Questo si vuole e questo già si cerca ,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo
tutto dì si merca.
Ancora una similitudine tratta dalla mitologia greca:
Cacciaguida accosta il dramma di Dante a quello di Ippolito, di cui si innamora
la matrigna Fedra. Entrambi (Dante e Ippolito) innocenti: il primo delle accuse
di baratteria, il secondo di aver tentato di tradire il padre Teseo seducendone
la giovane moglie. Entrambi lasciano le loro città con un carico di infamia,
frutto di una macchinazione tesa a ricoprirli di disonore.
Quella di cui è
vittima Dante è stata progettata a Roma, dal papa che ha trasformato la Roma
cristiana in un mercato: è il simoniaco Bonifacio VIII, della cui dannazione
eterna già sappiamo dal canto XIX dell’Inferno. Più in generale, come ben
sappiamo e come compiutamente ci riferisce Dino Compagni,
Bonifacio è il responsabile della chiamata di Carlo di Valois, della cacciata
dei Bianchi da Firenze, del sopravvento dei Neri e, nel giudizio di Dante, del
sovvertimento di valori che è seguito.
Il quadro di riferimento generale è importante perché
l’esilio di Dante non deriva da un atto di ingiustizia per quanto grande pur
sempre commessa ai danni di un singolo. È piuttosto la sconfitta della parte
buona della società fiorentina, dell’onestà, di tutti quei cittadini che
operavano per il bene comune.
La colpa seguirà la parte offensa
in grido come suol; ma la vendetta
fia testimonio
al ver che la dispensa.
Eh già, accade sempre così. Chi vince fa ricadere la colpa
dei lutti e delle malversazioni sugli sconfitti. Ma Dante non ha, né potrebbe
avere, dubbi: la vera giustizia, quella divina, distribuirà i castighi con ben
diverso senso dell’equità.
Intanto però dovrà
lasciare ogni cosa diletta più caramente:
questa è la prima conseguenza dell’esilio, il tragico riflesso a livello
personale, la premessa ad una solitudine estrema, alla fragilità, alla
provvisorietà. Ecco i versi famosi che condensano tutto l’amaro dell’esilio, con
essenzialità assoluta e lontana da ogni possibile autocommiserazione, nella
durezza del pane richiesto, nella difficoltà della strada da percorrere:
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e com’è duro calle
lo scendere
e’l salir per l’altrui scale.
Dante non vuole essere duro con chi lo ospita. Il dramma è
oggettivamente all’interno della sua condizione di esule; è intrinseco al non
avere più una patria. Poi chi gli apre le porte di casa sua può essere ospite
buono o meno buono.
Non possiamo
tuttavia a questo punto non citare una curiosa (e famosa) sottolineatura che
Dante ci propone nel Convivio, a proposito di certi signori: sono
signori di sì asinina natura che comandano lo contrario di quello che vogliono,
e altri che senza dire vogliono essere intesi, e altri che non vogliono che ‘l
servo si muova a fare quello ch’è mestiere, se nol comandano.
A dire quanto
l’esilio sia intrinsecamente duro Dante sottolinea la sua condizione: costretto
a convivere con una compagnia che egli definisce con ben cinque aggettivi
negativi: malvagia, scempia, ingrata, matta, empia. Questa compagnia gli
graverà le spalle,
gli diventerà nemica, finirà con l’averne rossa la tempia,
cioè concluderà i suoi tentativi di rientro in un bagno di sangue.
È chiara la critica negativa che il poeta conduce sui
fuoriusciti Bianchi che dovettero rivelarsi malvagi e interessati. È anche
probabile che qui vi sia cenno ad un episodio preciso, vale a dire a quella
battaglia della Lastra (dal nome di una località vicina a Firenze) che vide
contrapporti Neri e Bianchi con un terribile scacco subito dai secondi. I
Bianchi dovettero in quell’occasione rinunciare definitivamente ai loro progetti
di rientro.
Tuttavia dobbiamo pensare soprattutto alla diversità di
atteggiamento: i fuoriusciti compagni di Dante cercarono di scendere a patti, di
trovare compromessi, di comperare (magari mascherando l’operazione con delle
ammende pecuniarie) il loro rientro.
Ma non è una strada che porta lontano e Dante scoprirà il
piacere (peraltro amarissimo) di essersi isolato da loro e dai loro squallidi
tentativi.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì che a te fia bello
averti fatta
parte per te stesso.
Chiude qui la seconda sequenza del canto e si apre
l’excursus sulle vicende dell’esilio vero e proprio.
Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ‘n sulla
scala porta il santo uccello.
Il Gran Lombardo è con ogni probabilità Bartolomeo della
Scala, signore di Verona, morto nel 1304. Noi sappiamo che proprio nei primi
mesi di quell’anno Dante fu nella città scaligera.
Non può non venirci in mente come gli Scaligeri siano
stati liquidati con un giudizio molto severo nel canto XVIII del Purgatorio, un
canto (e forse la coincidenza non è casuale) in cui pure si affronta il tema del
libero arbitrio. Nel contesto dell’episodio dell’Abate di san Zeno, Dante
riprova aspramente il comportamento di Alberto, figlio illegittimo di Alberto
della Scala. In questo cambio di atteggiamento avrà certo influito non tanto il
rapporto con Bartolomeo, cioè quello cui si fa cenno qui, quanto quello
successivo con il generoso e intelligente Cangrande.
Tra Bartolomeo e Dante ci sarà tanta cortesia che il
signore cercherà di prevenire ogni desiderio del poeta. Ed ecco subito,
sovrastante e solenne, la memoria di Cangrande, che di Bartolomeo è il fratello
minore.
Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili
fier l’opere sue.
Dunque, in questo suo soggiorno veronese, Dante conoscerà
Cangrande che, al suo nascere, ha ricevuto un forte influsso dalla stella di
Marte e sarà dunque destinato a rilevanti successi militari. Cangrande ha, nel
1300, nove anni e Dante, infatti, sottolinea:
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella
età
Di lui, signore di Verona per venti anni fino alla morte
avvenuta nel 1329, Dante racconta gli esordi politici. Nel 1311 Cangrande era
stato associato dal fratello Alboino, per il talento dimostrato nelle arti del
governo, nel reggimento di Verona. Esattamente un anno dopo, con uno stridente
confronto politico e morale insieme, il papa Clemente V aveva chiamato in Italia
Arrigo VII e poi lo aveva boicottato minando alla radice qualsiasi progetto di
restaurazione dell’impero universale.
L’uno vicino all’altro, dunque, due provvedimenti
politici: il primo lungimirante e positivo, il secondo miope e dominato dalla
malafede.
Cangrande no, profetizza Cacciaguida. Di lui
parran faville de la sua virtute
in non curar
d’argento né d’affanni.
Disinteresse, generosità personale, soprattutto la forza
di una ideologia e di una azione politica tesa al rafforzamento della dignità
imperiale: sono i tratti con cui Dante consacra la grandezza di questo
personaggio.
Cangrande
rappresenta il punto di arrivo e il punto più alto di tutta una linea di
personaggi, modellati sul Veltro oggetto della profezia del primo canto
dell’Inferno, i quali hanno il loro tratto peculiare nel disprezzo delle
ricchezze terrene. Il Veltro, si ricorderà, non ciberà terra né peltro.
E Marco Lombardo, nel canto XVI del Purgatorio (ancora un canto il cui tema
centrale è il libero arbitrio) analizza le motivazioni del disordine universale:
ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza
mal convien che vada;
È la stessa linea tematica su cui troviamo, nel canto XIV
del Purgatorio, Guido del Duca che rimpiange la società cortese, i suoi valori.
E si chiede perché la gente umana ponga il suo cuore solo nella cura dei beni
terreni. Più in generale Cangrande è il paradigma estremo della convinzione
dantesca secondo la quale l’uomo non può realizzare se stesso solo nella
dimensione individuale. La dimensione autentica è quella della comunità civile.
E va da sé che la corretta comunità civile è quella edificata all’interno
dell’istituto imperiale.
Tali saranno la generosità e la magnanimità di Cangrande
che anche i suoi nemici dovranno riconoscerla. Dante dovrà affidarsi a lui,
capace di trasformare i ricchi in poveri e i poveri in ricchi. Che vorrà dire
come Cangrande saprà controllare i mutamenti sociali e ristabilire il corretto
ordine. Cacciaguida chiude le lodi di Cangrande dicendo di lui cose
incredibili a
quei che fier presenti.
Il ritratto dello scaligero si connota dunque del senso
dell’attesa, dei progetti che l’intera umanità può fare su di lui. E si completa
anche il significato autentico di questa trilogia di canti. Una sorta di
trittico pittorico di argomento laico. Nel quadro centrale vediamo la Firenze
ideale e nei due quadri laterali lo stesso Cacciaguida immagine del cittadino
ideale e Cangrande immagine del signore ideale.
Comprendiamo che Cacciaguida sta esaurendo il suo compito
e anche noi ci avviamo alla conclusione. L’avo raccomanda a Dante di non covare
propositi di vendetta contro i suoi concittadini, ora che sa quanto male essi
gli stiano apprestando: il suo nome sopravviverà a quegli eventi.
Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
poscia che si infutura la tua vita
via più là che
‘l punir di loro perfidie».
Rimane aperto un discorso, un problema di fondo. Come deve
comportarsi l’intellettuale fuoriuscito? Se deve sopravvivere dovrà accettare i
compromessi, dovrà accettare di tacere su cose che magari lo muovono a sdegno.
Il problema è eterno: dove sta il confine tra l’onestà e il rigore morale che
vorrebbero che non si tacesse davanti all’ingiustizia e la necessità di trovare
i mezzi di sussistenza? Dove finisce l’obbligo di esprimere il proprio dissenso
e quale prezzo si può arrivare a pagare per tacere o parlare? Appunto un
problema di ogni società. Dante ricapitola il suo viaggio: se volge la testa
indietro, attraversando Inferno, Purgatorio e Paradiso
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo
tempo chiameranno antico».
Ecco il dilemma: sopravvivo ora nel mio corpo e nella mia
carne o faccio in modo di non morire nella memoria dei posteri? Per Dante il
problema è radicale e acquista una ruvidità assoluta nel confronto (implicito da
quanto è appena emerso dal suo colloquio con Cacciaguida) con Cangrande, il
signore ideale. La classe dirigente con cui deve fare i conti è spesso
infingarda, incapace di pensare in termini politici corretti, gretta, rivolta
alla mera conservazione della sua condizione particolare: come tacere?
La risposta di Cacciaguida ha la prontezza e la
luminosità di un lampo. La sua luce
si fé prima corusca
quale a raggio
di sole specchio d’oro;
Non possono esserci
dubbi. Colui che ha la coscienza offuscata dalla colpa propria o dalla colpa dei
suoi parenti non potrà non risentirsi delle tue parole brusche, dice Cacciaguida
a Dante: pur sentirà la tua parola brusca.
E allora?
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur
grattar dov’è la rogna.
Durissima questa nota immagine e tagliata su misura per
una società in cui la scabbia era malattia frequentissima. Chi ha motivo di
lamentarsi si lamenti pure. Dante non potrà tacere: anzi dovrà farsi un dovere
di alzare la voce. Altrimenti verrà meno alla sua stessa funzione poetica. Il
poeta (e qui non possiamo non riandare ancora alla figura di Brunetto Latini) è
soprattutto maestro di vita morale, colui che è in dialogo con Dio, colui che,
in casi estremi, può essere chiamato a compiere il viaggio che proprio Dante sta
compiendo.
Insomma l’invito di Cacciaguida a non tacere si può
intendere addirittura come un invito a non tradire il senso stesso della sua
presenza lì, in quel momento, davanti a lui, alla vigilia del balzo ultimo. È
dall’esperienza stessa, ormai a un passo dal suo compimento, che Dante deve
trarre l’imperio duro a non tacere. Ha attraversato, conosciuto, parlato,
appreso per poter riferire.
Prima abbiamo parlato del Veltro: forse nessuno in
particolare, forse nemmeno una profezia precisa. Forse un po’ tutti i personaggi
ideali da Cangrande in giù. Ma il primo Veltro, il primo riformatore, il primo
chiamato alla ricostruzione politica e morale del mondo è proprio lui, Dante.
Che senso avrebbe tacere?
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime percuote;
e ciò non fia
d’onor poco argomento.
Grido era nel linguaggio politico e giuridico ai
tempi di Dante il grido di accusa, anzi la stessa pubblica accusa proclamata da
un banditore. Questo è il ruolo del poeta: urlare ad alta voce e proclamare
pubblicamente i delitti compiuti contro l’edificazione di una società
politicamente ed eticamente corretta.
Però ti son mostrate in queste ruote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma piede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro
argomento che non paia».
La cultura medievale è una cultura dell’exemplum:
per dare valore ad un discorso, per scolpirne la validità nella mente del
destinatario si coinvolge un personaggio o un episodio che dimostrano la verità
dell’assunto. È un modo di organizzare il discorso che si imporrà fino a
Machiavelli e che solo Guicciardini demolirà svelandone l’inconsistenza. La
prima raccolta di novelle italiane, Il Novellino, nasce come una raccolta
di exempla e lo stesso Milione di Marco Polo fu a lungo sentito
come un enorme, mirabolante serbatoio di exempla.
Noi possiamo concludere che questo canto, anzi questa
trilogia di canti, la figura stessa di Cacciaguida, possiedono un altissimo
valore esemplare.
La sentenza di condanna in contumacia per baratteria che
fu pronunciata in Firenze dal podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio il 27
gennaio 1302 accomunava nel bando dalla città, Dante Alighieri del sesto di san
Pietro Maggiore, Palmiero Altoviti del sesto di Burgo, Lippo di Becca del sesto
di Oltrarno, Orlanduccio Orlandi del sesto di Porta Domus.
Questi momenti di passaggio, successivi alla vittoria di
un partito su un altro, erano terribili. Pensiamo alla sfiorata Fiore di
Guittone d’Arezzo. Pensiamo all’odio mai sopito di Farinata.
Il dramma di una intera generazione che arrivava a
coinvolgere famiglie, figli, nipoti, spesso tutta una discendenza. Jacques Heers
nel suo bellissimo Partiti e vita politica nell’Occidente medievale,
scrive:
Questo esilio
costituisce una frattura brutale nella vita di un uomo, comporta la rottura di
molti legami sociali e delle abitudini quotidiane. L’esule diviene un estraneo
e, lontano dalla sua città, ne conserva il tenero ricordo, ha una viva nostalgia
del passato e del quartiere dove e è nato e vissuto. Questo è testimoniato da
tutta una letteratura dell’esilio. La figura altera, dura e al tempo stesso
sensibile dell’esiliato, i suoi sentimenti e i suoi rimpianti, il suo orgoglio e
il suo isolamento talvolta struggente, il suo implacabile odio per il partito al
potere e la sua insaziabile sete di vendetta dominano e animano un considerevole
numero di opere letterarie di ogni genere.
E così se andiamo ad indagare nel modo variopinto
dell’esilio, al capo opposto di Dante troviamo un altro profugo fiorentino,
Pieraccio Tebaldi. A Faenza, dove approdò, egli si trovò molto bene tanto da
poter proclamare:
Bel vesto e calzo, e ben empio la pancia
e ben ho de’ contanti, a mia piacenza.
Ma poco oltre deve ammettere:
Vorrei partir ormai d’esta campagna
e ritornare nel dilettoso spazio
de la nobil città gioiosa e magna.
Avrebbe sottoscritto anche Dante.
Jacques Heers, Partiti e vita politica nell’Occidente medievale,
Mondadori, Milano 1983
|