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PARADISO
CANTO XII
(TREVISO, PALAZZO
DELL’UMANESIMO LATINO 25 maggio 2006)
Vorrei proporvi, in apertura, questa densa,
articolata, suggestiva similitudine relativa al canto XII del Paradiso che trovo
nel commento di Tommaso di Salvo a questo passaggio del poema. Teniamo fin da
ora presente che il canto va analizzato, per così dire, in coppia con quello che
lo ha preceduto, l’XI, tutto imperniato sulla figura di san Francesco. Dopo la
celebrazione del santo di Assisi recitata da san Tommaso, tocca a san
Bonaventura cantare le lodi di san Domenico.
“Se si volesse trovare nel Duecento un
corrispettivo figurativo a questi due canti (dedicati a due grandi santi che
incisero profondamente nel tessuto teologico e morale della cristianità
occidentale) si dovrebbe pensare ad un dittico (che potrebbe anche essere un
trittico, se al centro si pone l’immagine della Chiesa per la cui salvezza i due
santi si impegnarono): uno di quei dittici in cui oltre alle figure imponenti
dei due santi, specialmente nella parte inferiore del quadro, nella predella, si
svolgono e fissano gli episodi più rilevanti e significativi che
contrassegnarono l’esistenza dei due protagonisti. Coerente con questa
impostazione figurativa, Dante non solo creò due grandi ritratti dei due santi,
non solo li definì attraverso alcuni episodi, non solo li vide uno accanto
all’altro in una corrispondenza simmetrica, analogica, di azioni e di pensieri,
ma li vide campeggiare come i santi delle pale d’altare, grandi, potenti,
efficaci, incisivi”.
Facciamo tabula rasa nella nostra mente e
dipingiamo assieme al nostro pittore del Ducento: sappiamo che ci aspetta una
simmetria insistita, fin troppo forse. Identica la struttura e identico il
procedimento: come per Francesco, anche per Domenico ci vengono proposti luogo e
tempo della nascita. E poi Domenico sposa la Fede così come Francesco aveva
sposato madonna Povertà. E, per correre alla conclusione, san Bonaventura
biasima i suoi confratelli, corrotti e lontani dal solco tracciato da Francesco.
Ma la simmetria è soprattutto ideologica. Francesco e Domenico sono i campioni
di Dio attraverso i quali storicamente si fa la proposta di Dante contro la
corruzione dei tempi di cui è segno visibile le decadenza dei due grandi ordini
da essi fondati. Urge una lotta dura e serrata contro la corruzione: non saranno
certo la curia romana e il papa a condurla, in un quadro di generale
disfacimento dei valori che si completerà nel canto XXII in cui anche l’ordine
benedettino riceve una dura, inappellabile reprimenda. I grandi ordini monastici
non sanno più distinguere tra spirituale e temporale: nati con lo statuto di
astenersi in ogni modo e con ogni mezzo dal perseguire fini temporali, hanno
tradito origini, fede, saggezza, missione e sono di giorno in giorno sempre più
impaniati nella dimensione del temporale.
Facciamo ancora uno sforzo di immaginazione per
ricreare nella nostra mente il panorama paradisiaco, drammatico e insieme
commovente e suggestivo, che si dispiega agli occhi di Dante e di Beatrice.
Siamo nel quarto cielo, il cielo del Sole nel quale, per accogliere Dante ed
esercitare la loro funzione didattica e magistrale, si sono stanziati in queste
ore del viaggio dantesco gli spiriti sapienti. Ricostruiamo questa coreografia
potente e straordinaria. Appena entrato nel cielo del Sole, Dante è circondato
da una corona di dodici beati, simile all’alone che circonda la luna quando
l’aria si satura di vapore. La colonna sonora è quella di un canto sublime,
inaccessibile al linguaggio umano, la voce narrante è quella di Tommaso d’Aquino
che presenta le pietre preziose di quella corona. Tra gli altri Salomone,
Severino Boezio, Isidoro di Siviglia, Sigieri di Brabante. Il regista è
invisibile e fa compiere, prima delle parole di Tommaso, tre giri di danza alla
corona. La danza e il canto riprendono dopo le sue presentazioni.
Al nuovo fermarsi del movimento circolare della
corona, Tommaso d’Aquino tratteggia la storia e la parabola esistenziale di san
Francesco, dipingendo a tinte fosche il quadro della corruzione e della
decadenza che ora attraversano i grandi ordini monastici: il dire di Tommaso
culmina nel paradigma in cui è scolpito e inciso il quadro di ogni gregge che si
sparpaglia nei pascoli e trascura il buon nutrimento: u’ ben s’impingua, se
non si vaneggia.
Di recente mi sono letto la vita di san
Francesco scritta dal suo più autorevole biografo Tommaso da Celano e ne ricavo
un episodio piccolo che però dice molto. Nel 1209 Ottone IV di Brunswick si reca
a Roma per essere incoronato imperatore da Innocenzo III. Dietro ha un
interminabile, ricchissimo, impressionante seguito: dignitari, servi,
cortigiani, cavalieri, uomini in arme, intellettuali, vassalli, tributari. Passa
attraverso Assisi e per le genti umbre è una sorta di ottava meraviglia del
mondo, lo spettacolo più incredibile che possa capitare sotto gli occhi di un
uomo durante una vita intera. Transita per Rivotorto dove vive Francesco con i
suoi discepoli, in alcune casupole, a due passi dalla strada. Il santo ha 27
anni e sta elaborando la regola del suo ordine: non esce nemmeno a vedere il
corteo e ordina ai suoi compagni di fare come lui. Un segno preciso del distacco
da tutto ciò che è terreno. Quando scrive a Ugolino di Segni che nel 1227 salirà
al soglio pontificio assumendo il nome di Gregorio IX, gli chiede espressamente
di operare perché nessuno dei suoi frati ottenga prebende, cariche, benefici
all’interno della Chiesa. E, prima ancora, quando la regola diventa parola
scritta dice chiaramente che i frati non devono avere alcuna “potestà o dominio,
soprattutto fra di loro”.
Quando Dante parla di principi traditi, sa
quello che dice perché ha sotto agli occhi uno spettacolo degenerato. E quando
ripropone in questi termini la figura di Francesco, sa bene che il santo di
Assisi ha attraversato la storia della Chiesa e in essa rimane sostanzialmente
come un eretico, come una spina impiantata nel fianco, come coscienza critica e
dolorante.
E questo è il clima morale in cui abbiamo letto
il canto XI del Paradiso e ci accingiamo ora a leggere il XII.
Dante, dunque, è il centro, in qualche modo il
perno, di questa corona rotante. Appena san Tommaso smette di parlare, la santa
corona (qui chiamata mola come una macina di mulino) riprende a ruotare,
ma gli spiriti che la compongono non hanno ancora compiuto un giro che una nuova
corona circonda la prima accordando i due movimenti e i due canti. La
coreografia si amplifica ulteriormente, soverchia le capacità di comprensione
umana, sembra quasi che tutto l’universo si sia radunato là e giri intorno a
Dante, davanti ai suoi occhi. Il canto supera quello dei maggiori poeti e
perfino quello mitico delle sirene quanto la luce del primo splendor, del
sole cioè, supera in luminosità la luce che riflette.
Sì tosto come l’ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse
a rotar cominciò la santa mola;
e nel suo giro tutta non si volse
prima ch’un’altra di cerchio la chiuse
e moto a moto e canto a canto colse;
canto che tanto vince le nostre muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
È un panorama consueto per il lettore del
Paradiso con queste immagini, similitudini, espressioni che nascono dalla luce e
dal canto, indizi della beatitudine celeste. Il canto qui è privilegiato. Era
già accaduto con san Francesco perché il canto vuole essere segno fisico della
felicità, della condizione di distacco di queste anime beate ormai così
superiori alla limitatezza delle loro e altrui esperienze terrene.
Ma subito dopo Dante riprende ed enfatizza
l’elemento luministico. Le terzine che ci accingiamo a leggere sono un piccolo
capolavoro di retorica e anche un piccolo gioiello culturale in cui si fondono
in una unità che non è solo formale ma profonda e sostanziale, elementi che
pertengono alla cultura pagana ed elementi della cultura giudaico-cristiana.
Qualche parola di parafrasi. Come, nel momento in cui Giunone ordina alla sua
ancella Iride di scendere sulla terra, attraverso una nube sottile formano un
arco due arcobaleni paralleli e degli stessi colori; e come, tra i due
arcobaleni quello esterno si forma da quello interno allo stesso modo in si
forma la voce di Eco, la fanciulla costretta a vagare raminga per amore e
dall’amore consumata come il sole scioglie i vapori; come questi arcobaleni
annunciano all’uomo che il mondo non sarà più inondato in virtù del patto
stretto tra Dio e Noè; insomma come due arcobaleni, le due corone, rose mai
destinate ad appassire, ruotavano intorno, quella esterna accordandosi al canto
di quella interna.
Come si volgon per tenera nube
due archi paralleli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
nascendo di quel d’entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori,
e fanno qui la gente esser presaga,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non s’allaga:
così di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande
e sì l’estrema a l’intima rispuose.
Rimaniamo perfino storditi. Due corone come due
arcobaleni, ma anche come il generarsi dell’eco. E, a connettere, una perifrasi
tratta dalla materia mitologica greca, con Giunone e Iride, e poi il richiamo
del patto intervenuto tra Dio e Noè alla fine del diluvio. Si potrà rimproverare
a Dante una elaborazione forse troppo fine di materiale sparso e perfino una
qualche enfasi, non certo incapacità di fondere elementi diversi in un corpo
unico e compatto.
Questo fluire di metafore e immagini si propaga
alle terzine che seguono in cui vediamo ancora muoversi al ritmo di una danza
celeste le due ghirlande e le sentiamo cantare. Ad un certo momento dalla corona
più esterna si leva una voce e Dante è indotto a girarsi verso il punto da cui
essa proviene con la subitaneità con cui l’ago della bussola si orienta verso la
stella polare.
È la voce del francescano san Bonaventura da
Bagnoregio, come sapremo tra poco, che esordisce con enfasi commossa e ci
ricorda quello che già sappiamo dal canto precedente: dove si parla di
Francesco, è giusto, doveroso, utile parlare anche di Domenico. Hanno combattuto
per la stessa causa, ora debbono essere accomunati anche nella gloria.
…«L’amor che mi fa bella
mi tragge a ragionar de l’altro duca
per cui del mio sì ben ci si favella.
Degno è che, dov’è l’un, l’altro si induca:
sì che, come’elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
Abituiamoci a questa terminologia militare che
d’ora in poi sarà dominante. Ecco infatti l’esercito di Cristo che richiese, per
essere riarmato, il sacrificio grande del sangue di Cristo, muoversi a disagio,
fiacco, attraversato da dubbi dietro la sua insegna, la croce.
L’essercito di Cristo, che sì caro
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
quando lo ’mperador che sempre regna
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
e, come è detto, a sua sposa soccorse
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvïato si raccorse.
Serbiamo nella memoria le parole del domenicano
san Tommaso quando celebra il luogo in cui è nato Francesco, con quella lunga,
insistita, elaborata similitudine per la quale Assisi diventa l’Oriente da cui
nasce il nuovo sole. Ed eccoci trasportare in un minuscolo paesino della
Castiglia, Calaruega. La casa reale di Castiglia aveva, come ci ricorda Dante,
uno stemma inquartato con due leoni e due torri. Dalla Spagna si leva il dolce
Zeffiro che a primavera fa germogliare le piante in tutta Europa. I venti
vivificatori sorgono vicino alle spiagge dell’oceano Atlantico dietro le quali
va a tramontare durante il solstizio d’estate il sole, affaticato dal lungo
percorso.
In quella parte ove surge ad aprire
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
non molto lungi al percuoter de l’onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogni uom si nasconde,
siede la fortunata Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
dentro vi nacque l’amoroso drudo
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a’ suoi e a’ nemici crudo
e come fu creata, fu repleta
sì la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece profeta.
Poi che le sponsalizie fuor compiute
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u’si dotar di mutüa salute,
la donna che per lui l’assenso diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
che uscir dovea di lui e de le rede;
e perché fosse qual era in costrutto,
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
Domenico fu detto; e io ne parlo
sì come de l’agricola che Cristo
elesse a l’orto suo per aiutarlo.
Eccolo il contadino che Dio scelse per aiutarlo
a dissodare il suo orto, il suo campo. Chiamato con vari appellativi, come
abbiamo sentito: innamorato amante, santo atleta, amico dei credenti, nemico
degli infedeli. Privilegiato anche: ancora nel grembo di sua madre ebbe un così
straripante dono di sapienzialità che la donna ne fu, se si può dire,
contagiata. Fu invasa da spirito profetico e, come sappiamo da Teodorico d’Apolda,
il biografo di Domenico che Dante consulta, sognò che avrebbe partorito un cane
bianco e nero (che sono i due colori del saio domenicano) con una fiaccola in
bocca destinata ad incendiare il mondo intero. Ecco il battesimo, in realtà il
matrimonio con la Fede ed ecco la madrina che, come ci racconta sempre
Teodorico, sognò che sulla fronte del neonato era incisa una stella: la stella
che guida, la stella polare. Forse quell’accenno all’ago della bussola di cui
abbiamo letto, non è casuale.
E tuttavia è certo che questi sono passaggi
piuttosto freddi, necessitati dall’obbligo di rispettare il parallelo con
Francesco. Quanto più mosso, più drammatico e ad un tempo più gioioso, quanto
più coinvolgente il matrimonio di questi con madonna Povertà. Comunque fu
chiamato col possessivo, cioè con quel Domenico che sta a
significare uomo del Signore. Infatti
Ben parve messo e famigliar di Cristo.
chè ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.
Spesse fïate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: “Io son venuto a questo”.
Quel primo consiglio dato da Cristo è
senza dubbio la povertà, nel rispetto per la simmetria con Francesco. E del
resto che fosse davvero così lo testimoniano i biografi. Domenico si privava di
ogni cosa e, durante una carestia, non avendo denaro e scorte di cibo con cui
provvedere ai poveri, vendette i suoi amati libri di studio per ricavare un po’
di denaro. E un altro biografo, Vincenzo di Beauvais, ci attesta l’episodio
riferito da Dante: spesso, ancora tenerissimo infante, abbandonava il suo letto,
ne aveva in odio morbidezza e comodità, si stendeva sulla nuda terra.
Oh padre suo veramente Felice!
oh madre sua veramente Giovanna
se, interpertata, val come si dice.
Il Dante che conosce e condivide le
Derivazioni di Uguccione di Pisa, trova e avalla le corrispondenze tra nomi
e reali caratteri delle persone che tali nomi portavano. Felice il nome del
padre, e di Giovanna sapeva che il significato, in ebraico, era (lo leggeva
sempre in Teodorico d’Apolda) grazia del Signore.
Domenico diviene un acutissimo teologo: alla
teologia si applicò con lo stesso fervore con cui altri uomini si applicano agli
studi giuridici e alla medicina. Se ci ricordiamo, in apertura del canto di
Francesco Dante aveva detto: Chi dietro a iura e chi ad amforismi.
Qui stesso concetto e, ovviamente, perifrasi diverse. Gli studi giuridici sono
individuati attraverso la figura di Enrico di Susa (che Dante chiama Ostïense
perchè fu vescovo di Ostia) e quelli medici attraverso Taddeo d’Alderotto
fiorentino, fondatore della scuola medica di Bologna e autore di testi
consultatissimi.
Poi Domenico lavora indefessamente alla vigna
del Signore, come dice Dante. Espressione vaga con cui forse si indica la
militanza del santo spagnolo contro l’eresia albigese tra il 1205 e il 1214. Ed
ecco infatti lo spirito indomito e combattente di Domenico. Alla sede pontificia
(corrotta non come istituzione ma per colpa del malaffare dei papi) non chiede
prebende, non chiede il godimento delle decime che in realtà spetterebbero ai
poveri, non chiede benefici, ma solo di combattere per la fede.
…ma contro al mondo errante
licenza di combattere per lo seme
del qual ti fasciano ventiquattro piante.
Poi, con dottrina e con volere insieme,
con l’officio appostolico si mosse
quasi torrente ch’alta vena preme;
e ne li sterpi eretici percosse
l’impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più grosse.
Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
È certo il passaggio più alto e convincente del
canto. Qui il lessico militaresco, per così dire, si amplia, si apre e trova
nuova espansione in insiemi linguistici che appartengono all’acqua, alla
fecondità, alla crescita, al germinare. Qui il cavaliere armato delle armi che
gli sono proprie (e che, verrebbe da sottolineare, si è costruito e forgiato in
un lungo cammino di approccio alla sua missione), vale a dire lo zelo e la
cultura, diventa fiume che si ingrossa e travolge la sterpaglia cresciuta sul
letto del grande fiume che attraversa la storia, la Chiesa cioè. La sterpaglia è
l’eresia stessa, pianta inaridita dalla mancanza di humus e alimento. Ed ecco i
rivi che derivano da lui e gli arbuscelli diventare più vigorosi.
Sono rispettivamente i suoi seguaci e i suoi fedeli.
Qui il canto esaurisce la sua prima
macrosequenza, la storia e il ruolo di san Domenico. Adesso abbiamo alcuni versi
di raccordo in cui prevale ancora la terminologia militaresca. Dante introduce,
con qualche ambiguità di senso, l’immagine di una biga di cui Francesco e
Domenico sono state le due ruote. La biga, che ha affrontato e continua ad
affrontare in campo aperto i nemici della fede, potrebbe essere rappresentazione
della forza congiunta dei due ordini oppure la Chiesa stessa. Ma è evidente, più
in generale, che i versi servono a Dante per passare al secondo, grande nucleo
tematico del canto. La polemica contro i francescani che hanno tradito
l’originario statuto di povertà. Continuando l’immagine della biga, Dante ci
dice che il solco segnato dalle ruote è stato abbandonato e, con ulteriore
metafora, aggiunge che nella botte del vino francescano, la gromma, il sedimento
che garantisce la bontà del vino stesso, è diventata muffa.
La sua famiglia, che si mosse dritta
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
e tosto si vedrà de la ricolta
de la mala cultura, quando il loglio
si lagnerà che l’arca gli sia tolta.
Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
nostro volume, ancor troveria carta
u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i soglio”;
ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
là onde vegnon tali a la scrittura,
c’uno la fugge e altro la coarta.
Dunque l’ordine francescano segue sì le orme
del suo fondatore, ma alla rovescia, mettendo la punta del piede dove Francesco
metteva il calcagno. Verso un po’ arzigogolato e di difficile interpretazione,
anche se il senso generale è chiaro, e che preannuncia una terzina
tormentatissima anche perché non si capisce se Dante faccia riferimento a fatti
particolari o pronunci una generica profezia. Oltre a tutto è chiaro che il
poeta non mette sotto accusa una sola ala dei francesani deviati che, come è
noto, si erano divisi in spirituali (i radicali, quelli che applicavano in
maniera estremistica la regola) e in permissivi. Tra poco apprenderemo che la
condanna è per entrambe le ali. Possiamo intendere comunque che i frati corrotti
(il loglio, cioè), per gli effetti della cattiva coltivazione, saranno esclusi
dal granaio o, forse, dal regno dei cieli.
E aggiunge, san Bonaventura: chi girasse per i
nostri conventi ed esaminasse i frati ad uno ad uno, magari troverebbe qualcuno
in grado di affermare in buonafede “io sono fedele alla regola” ma di sicuro
costui non proviene né da Casale né da Acquasparta. Allusioni evidenti e
chiarissime: la prima è per Ubertino da Casale, francescano cacciato dall’ordine
e approdato a quello benedettino. Era diventato tanto intransigente da
proclamare, in modo ben più radicale di Dante stesso, che Bonifacio VIII era
l’Anticristo Mistico, il diavolo fatto papa per attuare un piano metodico di
allontanamento dei cristiani dalla fede e la dissoluzione della Chiesa stessa.
L’altra allusione è per Matteo d’Acquasparta,
che fu anche generale dell’ordine francescano e cardinale. Tra il 1300 e il 1301
fu in Firenze: ufficialmente come paciere tra Neri e Bianchi favorendo però
nettamente i primi. Ma la sua colpa principale fu quella di spingere verso la
ricchezza e la potenza del suo ordine, pur profferendo a voce ipocriti richiami
alla povertà.
Siamo alla fine del dire di Bonaventura, il
quale finalmente dice il proprio nome e presenta le altre undici anime che
compongono la ghirlanda.
Ecco Illuminato da Rieti e Agostino di Assisi,
due tra i primi che seguirono Dante. Non sappiamo quasi nulla di loro ma di
Agostino ci è stato tramandato che ebbe il privilegio di morire assieme a
Francesco. Ed ecco Ugo di San Vittore, fondatore della corrente mistica e autore
di testi fondamentali per la cultura religiosa medievale; con lui sono Pietro
Mangiadore, autore di un commento allegorico alla Bibbia e così chiamato perché
divoratore di libri, e Pietro Ispano, nato a Lisbona, autore di testi di logica
e papa per pochi mesi tra il 1276 e il 1277 col nome di Giovanni XXI..
Poi un profeta contemporaneo di David, Natan;
san Giovanni Grisostomo, dalla splendida eloquenza come suggerisce il suo nome,
metropolita di Costantinopoli, Anselmo d’Aosta, il teologo autore del celebre
argomento ontologico dell’esistenza di Dio; e ancora il grammatico latino del IV
secolo Elio Donato sui cui scritti secoli di uomini colti italiani (Dante
compreso) hanno imparato il latino.
Quindi brillano le luci di Rabano di Magonza,
il dotto enciclopedista vissuto tra l’VIII e il IX secolo, e del famosissimo
Gioacchino da Fiore, il calabrese fondatore di un ordine monastico e autore di
molte opere di commento biblico tra cui l’esegesi dell’Apocalisse interpretata
in chiave profetica.
Gioacchino fu considerato eretico e i suoi
seguaci perseguitati. Tuttavia non è casuale l’onore e la fama che qui, in
questo quarto cielo, Dante gli attribuisce. Centrale alla meditazione di
Gioacchino è infatti l’idea di una Chiesa da riformare, una riforma prossima a
venire, grazie a personaggi di particolare carisma. È, il suo, lo stesso
atteggiamento del poeta che apre il poema con l’immagine del veltro riformatore.
Con il calavrese abate Giovacchino/ di spirito profetico dotato
e con il posto di rilievo, quasi una culminazione dell’elenco, che Dante gli
assegna, si chiude la teoria delle dodici anime. Altri incontri attendono il
poeta.
Conclude: a indurmi a esaltare san Domenico,
paladino della Chiesa, e a spingere i beati che sono qui miei compagni ad
associarsi nella lode, sono stati lo zelo ardente e l’eloquio chiaro di san
Tommaso. E anche se Domenico ci appare un po’ sbiadito accanto al faro che è la
personalità di Francesco, noi dobbiamo dire, magari prendendo a prestito le
parole di Bonaventura che pochi santi si prestano ad essere così chiaramente
rappresentativi dell’ideologia dantesca.
Ad invegghiar cotanto paladino
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino
e mosse meco questa compagnia».
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