PARADISO
CANTO XI
Treviso, Fondazione Cassamarca
Palazzo dell’Umanesimo Latino
10 marzo 2004
“Quidni? Nonne solis
astrorumque specula ubique conspiciam? Nonne dulcissimas veritates potero
speculari ubique sub celo, ni prius inglorium ymo ignominiosum populo
florentineque civitati me reddam?”
(“E dunque? Forse che non potrò osservare la luce del sole e degli astri in
qualunque parte del mondo mi venga a trovare? E forse che in qualunque parte,
sotto il cielo, non potrò indagare le dolcissime verità, senza dover prima
restituire me stesso, senza più gloria e indegno del mio nome, all’abietto
popolo e alla città di Firenze?”).
Trovo queste illuminanti
parole in conclusione di uno straordinario testo dantesco, l’epistola
(dodicesima e penultima nel tradizionale ordinamento delle lettere di Dante) che
egli scrisse ad un non bene identificato amico fiorentino, quando, dopo quasi
tre lustri di esilio, Firenze aveva proclamato il decreto che toglieva il bando
ai fuoriusciti i quali fossero disposti a pagare un’ammenda. Si tratta del testo
che di fatto sancisce la definitiva scelta di esulanza da parte del poeta
fiorentino il quale mai potrà accettare l’implicita ammissione di colpa che
comporta il pagamento di una somma di denaro (che del resto non possiede). Lui a
Firenze non tornerà mai se non si troverà una strada “que fame Dantisque
honori non deroget”. In quel caso, certo, tornerebbe di corsa (“non
lentis passibus acceptabo”). E del resto, conclude, -ci pare quasi di
vederlo scrollare le spalle- un boccone di pane non gli mancherà mai (“nec
panis deficiet”).
Ho deciso di partire da qui
perché in questa conversazione, più che percorrere in modo didascalico il canto,
peraltro notissimo, in cui Tommaso, nel segno della sua formazione
aristotelico-razionalista, esalta il mistico Francesco, vorrei esaminare il
clima nuovo che Dante circoscrive e la profonda modificazione della sua proposta
culturale.
Dunque dovrò ampiamente
rifarmi al canto X e tenere in qualche modo in sottofondo il canto XII che dell’XI
costituisce una continuazione perfettamente simmetrica e nel quale Bonaventura
da Bagnoregio, pensatore di impronta mistico-agostiniana e di fatto molto vicina
al platonismo, ci parla di san Domenico. Cercherò soprattutto di decodificare il
complesso tessuto simbolico su cui questi canti sono strutturati.
Dunque ogni posto del mondo va
bene per ammirare la luce del sole. E, con facile trapasso, Dante ne conclude
che ogni posto del mondo va bene per indagare la verità. Dunque luce, metafora
della verità, sole, immagine della fonte della verità, cioè di Dio stesso.
Il canto X è appunto quello in
cui Dante sale dal cielo di Venere al cielo del Sole. Il cielo della Luna, il
cielo di Mercurio e, terzo, il cielo di Venere. Sono i cieli attraversati, nella
visione cosmologica tolemaico-aristotelica che Dante fa sua, dal cono d’ombra
proiettato dalla Terra. Ombra che ha il suo vertice proprio tra Venere e Sole,
quasi a dire che col Sole si sale in una sfera più pura, meno contaminata, più
disponibile, se si può dire, a rivelare la verità. Insomma, le scorie terrestri
sono alle spalle, l’occhio di Dante, confitto e proteso alla verità, si fa più
acuto, più sicura diviene la sua indagine, più franco il suo colloquio con le
anime che lo invitano ad attingere da loro, di maggior spessore culturale e di
più vasto respiro i problemi che affronta.
Qualcuno ha voluto perfino vedere l’inizio, a questo punto, di una seconda parte
della cantica (così come c’erano stati un AntiInferno e un AntiPurgatorio). Il
canto X sarebbe il canto proemiale di questa seconda parte e il canto XI
l’esordio vero e proprio. Ogni ipotesi è buona, ma da verificare. Quello che è
certo è che Dante gioca sulle simmetrie e sulla contrapposizioni come vuole un
po’ tutta l’estetica medievale, a partire dall’arte figurativa con le sue
immagini a dittico, così usuali e radicate nel modo manicheo -tutto il bene da
una parte, tutto il male dall’altra- di vedere la cose da parte dell’uomo
medievale. Un esempio per tutti: le allegorie del Cattivo e del Buon Governo che
Ambrogio Lorenzetti dipinge nella Sala dei Nove nel senese Palazzo Pubblico,
ancora quindici anni dopo la morte di Dante.
A noi viene in mente subito
(ci serve a chiarire) una coincidenza non casuale, nel contesto di questa
identificazione luce del sole, luce pura, verità rivelata, in continua
rivelazione, anzi. Il canto XI è il canto di Francesco il quale si era mosso,
nelle sue lodi all’Altissimo, proprio da ”messor lo frate sole”
lo qual è
jorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu et radiante cum grande
splendore:
de te,
Altissimo, porta significatione.
Cogliamo, in questa coincidenza, un segnale.
Dante aveva appreso dalla cultura del suo tempo e soprattutto dalle suggestioni
francescane, a cercare nella scienza i segni di Dio e ad ammirarli, a venerarli.
Ora si trova nel cielo del Sole e meglio riconosce i segni dell’ordine divino.
Non solo ci ricorda due volte la circolarità dei cieli (il cerchio è simbolo
della perfezione), ma circolari sono anche le corone dei beati, l’alone che
talora circonda la luna, le orbite delle stelle vicine ai poli, le donne che
danzano e ad un tratto si arrestano, ma non sciolgono la loro figura. Stanno
solo attendendo le nove note.
donne mi
parver, non da ballo sciolte,
ma che s’arrestin
tacite, ascoltando
fin che
le nove note hanno ricolte.
Immagine dolcissima e intensa che non a caso ci
riporta al clima aurorale della Vita Nuova. E non a caso il canto X si
conclude con la perfettissima immagine dell’orologio tutta affidata ad un verso
di qualità fonica così eccezionale da non avere uguali:
tin tin
sonando con sì dolce nota,
che ‘l
ben disposto spirto d’amor turge;
Il tin tin
dell’orologio ci evoca un mondo sonoro e visivo: riporta il canto mattutino, la
“mattinata”, come si diceva, dell’amante sotto la finestra della sua bella,
immagine lieve della Chiesa che recita il mattutino in gloria di Cristo. Ci
riporta la preghiera dei monaci che si levano all’alba e pregano all’unisono.
Più ampiamente l’accordo armonico che risulta dalle diverse voci dei dodici
beati riuniti in corona è lo stesso sincronico, perfetto muoversi delle ruote
dentate di un orologio in cui si riflette il modello culturale di sapienza che
Dante culla nel suo animo.
Secondo questo modello, la
cultura accetta grande diversità di voci ma le riscatta tutte in un ideale di
superiore conciliazione. La misura del cerchio, così ripetuta in maniera quasi
ossessiva, serve proprio a imprimere questa idea di perfezione che nasce dalla
diversità e non dall’omologazione. Qui cantano e si muovono dodici spiriti
sapienti che conservano intatte, anche se lontane, superate, sublimate, le
stimmate sofferenti della loro diversità.
Ma chi sono questi spiriti
sapienti? Sono i filosofi che applicarono la loro ragione alla conoscenza della
verità e sono i teologi che, per conoscere, cercarono e seguirono la via della
fede. Qui si completano, si integrano, entrano uno nei meccanismi dell’altro
come le ruote dentate di un orologio.
Come è stato detto, questa è
la biblioteca di Dante, i suoi auctores, i primordi culturali da cui
muove, gli scrittori e i pensatori che lo hanno formato. Dante fa sua la
distinzione di sant’Agostino tra sapienza (che è la conoscenza rivolta al
divino) e la scienza (che è conoscenza rivolta all’umano) e tuttavia la supera.
Perché, potremmo spiegare molto semplicemente assieme a lui, in un orologio ogni
meccanismo, ogni ruota, ogni ingranaggio è necessario. Ecco Alberto Magno, il
maestro presentato dal suo grande allievo (che è san Tommaso, appunto); ecco
Graziano, il giurista; ecco Pietro Lombardo il teologo; ecco Salomone, saggio
quanto nessun altro regnante; ecco Dionigi Aeropagita, studioso delle gerarchie
celesti ed ecclesiastiche; ecco il filosofo Boezio, di cui Dante accoglie la
notizia che fosse cristiano; ecco Isidoro e Beda. depositari di un immenso
sapere enciclopedicamente sistemato ed esposto nelle loro opere; ecco Riccardo
di san Vittore, il grande mistico.
Ed ecco Sigieri di Brabante,
il filosofo averroista. Che appare per ultimo nel cerchio della corona e
riassume l’atteggiamento culturale di Dante. Ne costituisce in qualche modo la
verifica. Spendiamo qualche parola in questa direzione.
Sigieri era nato nel ducato di
Brabante attorno al 1225 ed era stato maestro alla Facoltà delle Arti presso
l’Università di Parigi. Dante lo conobbe quasi certamente per il tramite del suo
grande sodale Guido Cavalcanti. Fu il maggior esponente dell’averroismo latino e
professò un aristotelismo radicale che lo portò ben presto in rotta di
collisione con l’ortodossia cristiana.
essa è la
luce etterna di Sigieri,
che
leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò
invidïosi veri”.
Cioè: Sigieri, col suo
insegnamento in Via della Paglia (vale a dire in rue du Fouarre dove era la
facoltà parigina di filosofia) dimostrò coi suoi sillogismi verità che gli
procurarono odio.
Chi parla così, chi, con
accenti tanto solenni lo definisce etterna luce, è proprio Tommaso
che lo combattè aspramente nel suo De unitate intellectus. Battaglia che
registrò tali clamori che l’inquisitore francese Simon du Val, dovette convocare
Sigieri. Non sappiamo bene se sia andato sotto processo e se sia stato
condannato. Certo è che la Curia gli concedette una sorta di libertà vigilata e
che, nei primi anni Ottanta, mentre si trovava ad Orvieto, fu assassinato in
modo misterioso. Si disse allora, da un chierico al suo servizio. E forse i
mandanti erano da ricercare in qualche ordine mendicante proprio da Sigieri
duramente avversato.
Solo adesso, solo in questo
clima di battaglia composta ma non dimenticata, in questa temperie di pace
superiore in cui è evidente che ognuno è portatore di un suo tassello di verità
che va ad incastrarsi (l’immagine dei meccanismi dell’orologio ci sorregge più
che mai) siamo in grado di capire cosa motiva la presenza di san Francesco, ma
soprattutto perché Francesco venga presentato nei modi del canto XI.
Discende da qui, intanto,
l’ampio (e famoso) esordio del canto.
O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
Chi dietro a iura e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi
regnar per forza o per sofismi,
e chi
rubare e chi civil negozio,
chi nel
diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
quando,
da tutte queste cose sciolto,
con
Bëatrice m’era suso in cielo
cotanto
glorïosamente accolto.
Dove, in buona sostanza, Dante ci dice di aver superato la vanità delle cure
terrene, così come Tommaso gli ha fatto apparire i singoli apporti culturali,
sempre da recepire l’uno come complemento dell’altro. Insomma, sta ragionando in
maniera nuova, sta lavorando con la mente sgombra e pronto ad affrontare un
nuovo tema.
E affila, con l’apostrofe che
abbiamo appena letta, la spada della polemica. Pronuncerà, nei versi che stiamo
per leggere, ancora un durissimo giudizio sulla degradazione della Chiesa, in
funzione di questo canto epico delle imprese di Francesco, epos sostenuto da un
serrato dinamismo narrativo.
San Francesco (come ha ben
analizzato Erich Auerbach che alla figura del santo di Assisi e all’immagine che
Dante ne propone, ha dedicato pagine fondamentali) viene rappresentato in
maniera radicalmente autonoma rispetto alla tradizione francescana. Se, come
abbiamo ricordato, il Cantico di Frate Sole è ben presente a Dante, qui
Francesco non è l’autore del testo sublime. E non è nemmeno il predicatore
tribuno dotato di grande mimica, capace di una energia espressiva addirittura
travolgente.
Qui Francesco è molto vicino
alla visione che ce ne ha dato Iacopone, un mistico che fa del suo corpo l’alveo
in cui scorre impetuoso il fiume dell’amore divino.
Un piccolo passo indietro per
enunciare brevemente le coordinate del canto. Rivolgiamo lo sguardo di nuovo a
Tommaso che riprende a parlare:
Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in sì
aperta e ‘n sì distesa lingua
lo dicer
mio, ch’al tuo sentir si sterna,
ove
dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
e là u’
dissi: “Non nacque il secondo”;
e qui è
d’uopo che ben si distingua.
Dante è rimasto incuriosito da due espressioni che ha usato Tommaso e chiede
maggiori lumi. La spiegazione della prima espressione è l’argomento di questo
canto, mentre la seconda riguarda il primato della saggezza di re Salomone e
sarà spiegata dallo stesso Tommaso nel canto XIII.
U’ ben si impingua, se
non si vaneggia:
con immagine mutuata da un gregge (“si nutrono bene le pecore che praticano
buoni e segnalati pascoli”) Tommaso afferma che ci si arricchisce di grazia
divina se non si va alla ricerca di beni terreni. Chi incarna in sé
l’autenticità di questa ricerca è Francesco con la sua avventura esistenziale
punteggiata da culminazioni folgoranti: soprattutto il matrimonio con la Povertà
e la morte sulla nuda terra preceduta dalla impressione delle stimmate.
Francesco, al pari di Domenico
nel canto seguente, è dunque la proposta fatta uomo, fatta carne che Dante
avanza per contrastare la corruzione contemporanea, che è soprattutto corruzione
della Chiesa e che è evidente proprio nella corruzione dei due ordini monastici,
i Francescani e i Domenicani.
Dante ce lo ha già detto
nell’apostrofe iniziale: la corruzione nasce dalla ricerca dei beni terreni,
soprattutto dal confine sempre più incerto e sempre meno marcato (sicuramente in
malafede) tra spirituale e temporale.
Credo che al lettore moderno
interessi soprattutto vedere come Dante avanza questa proposta. Cioè,
traducendo: quale immagine accredita di Francesco? Come lavora su questo
personaggio? Un cenno già è stato fatto. Per dirla con Erich Auerbach, Dante
seleziona, Dante rappresenta “solo quello che è più importante per lo scopo e il
destino finale, le grandi azioni e i propositi decisivi.”
Insomma Francesco è un eroe,
il protagonista di una vicenda epica.
Allora, consapevoli che Dante
non sparge mai tracce inutili, andiamo a leggere qualcosa nella biblioteca di
cui dicevamo prima. Cominciamo da Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa,
vissuto a cavallo tra il sesto e il settimo secolo. Nella sua vastissima opera
spiccano i venti Libri di etimologie, in cui raduna tutto lo scibile
umano studiando le parole a partire, appunto, dal loro etimo. Quando deve
definire il genere epico, Isidoro spiega così: “È chiamato carme eroico perché
in esso vengono narrate le imprese degli uomini forti. Infatti sono chiamati
eroi gli uomini che per così dire si levano alti nell’aria e appaiono degni
del cielo per la loro sapienza e forza.” Dice proprio così: aerii et coelo
digni propter sapientiam et fortitudinem.
Sono esattamente i connotati
del nostro Francesco. Ci viene in mente (e qui sicuramente è un modello di
Dante) l’Enea virgiliano in cui sapientia e fortitudo si fondono.
Dante innova rispetto alla tradizione medievale che teneva distinti i tipi
dell’eroe e del santo perché trova in Francesco il personaggio che gli permette
di superare questo dualismo. Gli consente anche proprio, per la grandezza e
complessità del santo di Assisi, una libertà di manovra capace di superare
schemi convenzionali e di proporre l’assoluta novità del personaggio. Si fondono
in lui appunto sapientia e fortitudo.
Dante deve in qualche modo
tenere ancora distinti i termini quando fa indicare a Tommaso i due principi,
cioè i due grandi fondatori di ordini monastici voluti per essere colonna della
Chiesa, Francesco, appunto, e Domenico.
L’un fu
tutto serafico in ardore;
l’altro
per sapïenza in terra fue
di
cherubica luce uno splendore.
Sul modello proposto proprio
da Tommaso nella Summa Theologiae,
Francesco viene assimilato ai Serafini, angeli dell’amore e della carità, mentre
Domenico richiama i Cherubini, angeli della sapienza. Questa distinzione
tuttavia rimanda alla simmetria della costruzione di questo canto e del canto
seguente: il mistico da una parte, il teologo dall’altra.
Ma per il resto Dante lavora
espressamente su questa identificazione dell’eroe e del santo. Quasi la
pianifica, ci verrebbe da dire.
Non era ancor molto lontan da l’orto
ch’el
cominciò a far sentire la terra
de la sua
gran virtute alcun conforto;
ché per
tal donna, giovinetto, in guerra
del padre
corse, a cui, come a la morte,
la porta
del piacer nessun disserra;
e dinanzi
a la sua spirital corte
et coram
patre le si fece unito;
poscia di
dì in dì l’amò più forte.
La donna per cui Francesco
sfida il mondo è naturalmente la Povertà. Qui Dante fa ricorso ad un altro pezzo
forte della sua biblioteca, quel Bonaventura da Bagnoregio che farà parte della
seconda corona di beati, quella che circonderà Dante nel canto successivo.
Bonaventura fu cattedratico di teologia all’università di Parigi e fu costretto
a lasciare l’insegnamento quando divenne ministro generale dell’ordine
francescano di cui dovette affrontare con energia la grave crisi istituzionale.
Bonaventura fu anche biografo
ufficiale di Francesco, di cui raccontò la vita nella Legenda major e
nella Legenda minor sancti Francisci: gli episodi qui rievocati sono
attinti principalmente dagli scritti di Bonaventura e sono stati resi famosi
dalle diverse trasposizioni cinematografiche della vita del santo. Francesco
dapprima vende vestiti e oggetti personali per pagare i lavori di restauro della
chiesa di san Damiano, poi subisce le ire del padre che lo cita davanti alla
corte episcopale e infine si spoglia degli stessi panni di cui è vestito, per
indicare il suo abbraccio definitivo alla Povertà. Non solo, ma per indicare che
la sua donna è la povertà economica, non certo quella sociale o spirituale.
Rileggiamo le terzine appena
citate e soffermiamoci su due espressioni: virtute e in guerra…corse:
Francesco è il cavaliere valoroso che scende a torneo per conquistare il diritto
a possedere e sposare la sua donna. E, aggiunge Dante, tutta la terra sentì ben
presto il benefico apporto del suo valore. Il panorama della sua Umbria natale
si allarga a tutto il mondo e Francesco diviene anche il cavaliere errante alla
ricerca del suo Graal.
L’atmosfera è mossa e
drammatica: la donna che Francesco cerca è disprezzata dagli altri, rifiutata,
ripugnata. Francesco ribalta il mondo e corre in guerra per la donna che
nessuno vuole e che tutti disprezzano
Il binomio santo/eroe, e dunque anche il binomio sapientia/fortitudo, è
ripreso un po’ ovunque nel canto, ne costituisce, per così dire, il tono, la
modulazione di fondo. Pensiamo a Francesco che per tutta la vita persegue il
riconoscimento ufficiale della sua regola. Una guerra, una battaglia continua:
alla fine il riconoscimento diventa una sorta di vittoria personale conseguita
sul terreno dopo un estenuante duello.
Ancora: la rievocazione del
viaggio compiuto da Francesco in Oriente nel 1219 con il proposito di convertire
gli infedeli. Non una crociata affidata alle punte delle spade (questi sono pur
sempre i tempi di Innocenzo III e dello stesso Domenico di Guzmàn), ma la
convinzione che la parola da sola bastasse a smuovere le montagne. Francesco
partì da Ancona con una dozzina di confratelli ma fu ben presto fatto
prigioniero dal sultano Malek-al-Kamil che lo trattò perfino con deferenza. La
conversione però non avvenne e Francesco decise di tornare. Tuttavia, nel
meccanismo teso ad esaltare il santo/eroe, Dante, come sempre quando gli è
utile, cambia gli eventi e parla di sete di martiro e di superbia del
sultano.
E poi
che, per la sete del martiro,
ne la
presenza del Soldan superba
predicò
Cristo e li altri che ‘l seguiro
e per
trovare a conversione acerba
troppo la
gente e per non stare indarno,
redissi
al frutto dell’italica erba,
Francesco vuole convertire con la parola. Se noi andiamo a leggerci il canto
seguente, quello di Domenico, troviamo una proluvie ben maggiore di termini
tratti dal mondo militare.
Perché Domenico è il
guerriero, colui che porta la verità sulla punta della spada, colui per il quale
la causa della fede esige guerra autentica, di sangue.
Là dove, al contrario,
Francesco è proprio il cavaliere errante della tradizione cortese, assomiglia a
Parsifal o magari a Galgano che ha impiantato da pochi anni la sua spada nella
roccia, a Chiusdino, sulle colline della vicina Toscana meridionale. San Galgano
muore nel 1181, lo stesso anno in cui nasce Francesco. Forse non è solo una
coincidenza, anche perché -per tante analogie- la vita dei due santi è stata
accostata.
Quello che è certo è che, come
ogni cavaliere errante, Francesco vede continuamente frustrata la sua ricerca.
Si vive per cercare il Graal, sapendo che il Graal è irraggiungibile e non lo si
troverà mai. È il grande motivo dell’inchiesta, certo il più vitale della
tradizione cavalleresca e cortese come dimostreranno molti anni dopo perfino
Ariosto e Tasso. Inchiesta, per sua stessa natura, vana e deludente.
Pensiamo a Francesco che si
reca in continuazione dal papa per ottenere l’approvazione formale della sua
regola. Innocenzo III gliela concede, ma solo orale. Deve tornare da Onorio III
che approva con tanto di bolla: è la vittoria, il trionfo dopo un’epica lotta.
Ma l’inchiesta non è ancora piena; manca sempre qualcosa, si capisce, non c’è
compiutezza in questa richiesta di riconoscimento.
Prima di andare avanti,
fermiamoci un momento per dare un’altra occhiata rivelatrice alla biblioteca di
Dante. Partiamo dalle due terzine che ci rappresentano Francesco davanti ad
Innocenzo III:
Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser
fi’ di Pietro Bernardone,
né per
parer dispetto a meraviglia;
ma
regalmente sua dura intenzione
ad
Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo
sigillo a sua religïone.
Si tratta della traduzione
quasi letterale della rievocazione dell’episodio da parte del biografo
Bonaventura: “Exposuit suum propositum, petens humiliter et instanter
supradictam sibi vivendi regulam approbari”.
Salta agli occhi una cosa:
Bonaventura ha detto umilmente, Dante stravolge e dice regalmente.
Un commentatore antico di grande intelligenza, il Benvenuto, non ha dubbi e
traduce quel regalmente con magnanimiter. Francesco si comporta
con magnanimità, non è il santo umile della tradizione. È invece il santo che si
consacra tutto alla ricerca di un ideale, che è quello della povertà. Eroe e
cavaliere errante, portatore dell’ideale pauperistico in chiara polemica con la
corrotta, opulenta e laicissima Chiesa avignonese. Francesco è il combattente
venuto a sconfiggere la lupa antica, l’avarizia e l’ingordigia.
Dante affronta il racconto di
un san Francesco tanto estraneo alla tradizione francescana con un narrare ampio
e drammatico. Se riflettiamo a quel correre prima da un papa e poi da un altro,
avvertiamo come esistano di fatto due Chiese parallele, quella ufficiale,
traditrice della sua missione, e quella autentica e vitale di Francesco. Per cui
l’inchiesta inappagata non può realizzare il suo obiettivo se non viene un
sigillo dall’alto, ben diverso dal sigillo papale.
nel crudo
sasso intra Tevero ed Arno
da Cristo
prese l’ultimo sigillo,
che le
sue membra due anni portarno.
Sono le stimmate, il segno fisico e doloroso di una approvazione superiore.
L’imitazione di Cristo fu l’ideale esistenziale di tutte le correnti mistiche di
questo periodo e naturalmente Francesco si prestava magnificamente ad essere
letto in questa chiave.
Il perfetto imitatore del
Cristo, portatore addirittura dei segni sanguinanti della crocifissione. Ma
Dante ha innovato anche qui, prendendo la distanza dalla sensibilità del suo
tempo. Le stimmate sono il segno di una diversità, non di una identificazione.
Francesco si porta dietro
tutta la sua umanità, tutte le sue fatiche, tutte le sue delusioni, tutto il suo
peregrinare. Tutta la sua fragilità. Le stimmate sono il segno estremo di tale
fragilità.
L’eroe Francesco, il cavaliere
Francesco, il santo Francesco ha cercato il suo Graal per tutta la vita e solo
il Cristo ha potuto darglielo con pienezza.
Anche qui è molto interessante
notare come Dante ha lavorato, usando il materiale biografico e tradizionale a
sua disposizione, ma trattandolo con molta libertà, innovando, presentandoci il
santo in una luce nuova e funzionale ad uno dei principali motivi della cantica
e dell’intero poema, la polemica contro la decadenza della Chiesa. Nulla Dante
inventa. Cita anzi in maniera letterale le sue fonti.
Qualche esempio. Le alte
grida
con cui Cristo sposa la Chiesa nel segno del suo sangue richiamano la quasi
identica espressione di Marco e Matteo. E lo stesso acquisto della Chiesa con il
sangue versato in croce è esattamente negli stessi termini degli Atti degli
Apostoli.
La citazione dei due principi (appunto Francesco e Domenico) del verso 35 ci
riporta a Gioacchino da Fiore, presente nella seconda corona e dunque altro
volume in questa biblioteca ideale di Dante.
L’immagine della Povertà che
sale in croce col Cristo là dove la stessa Maria rimane ai piedi del supplizio
Sì che,
dove Maria rimase giuso,
ella con
Cristo pianse in sulla croce
è ripresa pari pari dall’Arbor
vitae crucifixae Iesu di Ubertino da Casale, il grande teologo e mistico
francescano, contemporaneo di Dante che editò il suo Arbor proprio nel
1305, cioè nei primi, più crudi anni dell’esilio dantesco. Bernardino muore
attorno al 1330 e dunque Dante non lo può inserire nelle due corone dei beati,
ma è chiaro che lo ha presente e soprattutto lo ha vicino nella polemica contro
la corruzione della Chiesa che della vita di Ubertino fu il motivo conduttore.
Delle ampie e dominanti
citazioni da Bonaventura da Bagnoregio si è detto. Da Tommaso da Celano, oltre
che dallo stesso Bonaventura, Dante trae la identificazione tra Francesco e il
sole: “quasi sole fulgente questi rifulse”,
dice Tommaso, il francescano che redasse ben tre versioni diverse della
biografia di Francesco.
Citazioni precise vengono
anche dal Sacrum Commercium beati Francisci cum Domina Paupertate,
singolare trattato cui nel Medioevo si annette grande valore teologico nel quale
Francesco discute con la Povertà: un prologo e 31 serrati capitoli che lo stesso
Tommaso da Celano ha ben presenti.
E Dante conosce bene anche la
Legenda trium sociorum, una biografia in 18 capitoli giuntaci anonima.
Come si vede una quantità
enorme di materiale, che documenta sia la vastità delle conoscenze di Dante sia
il fiorire praticamente senza limiti della letteratura francescana.
Ebbene, con questo repertorio sulle spalle, non
un solo aneddoto della tradizionale iconografia del santo. Non c’è Francesco che
ammansisce il lupo e non c’è il Francesco che parla agli uccelli. E se, per fare
un solo esempio, andiamo all’episodio dell’impressione delle stimmate, nella
sterminata bibliografia dantesca troviamo un racconto dolce, tranquillo, nella
logica precisa della identificazione tra Cristo e Francesco. Tra le tante,
l’appena citata Legenda trium sociorum ci dice che l’apparizione delle
stimmate fu accompagnata dalla dolce visione di un luminoso serafino dalle sei
ali che, molto didascalicamente e per buona, edificante aggiunta, reca anche
un’immagine del Cristo crocifisso.
Dante fa giustizia di tutto, e spazza via ogni
tentazione agiografica. Qui non c’è alcun luogo paradisiaco, non c’è il
paesaggio ideale della tradizione epica, alcun letterario locus amoenus.
Già eravamo preparati dalla lettura del
paesaggio umbro che aveva visto la nascita di Francesco.
Intra Tupino e l’acqua che discende
dal colle eletto del beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente caldo e freddo
Nessuna idealizzazione: un paesaggio storicamente e geograficamente ben
identificato, drammaticamente mosso, per cui sarei quasi portato a interpretare
la discussa espressione seconda la quale Perugia sente caldo e freddo, in chiave
politica, con allusione alla dominazione tirannica esercitata da Perugia su
Nocera Umbra e Gualdo Tadino. Poi il paesaggio si allarga al Gange, all’Oriente,
al mondo intero.
E quando arriva il momento
della morte, il paesaggio non è allietato da alberi, fonti limpide e canti di
uccelli ad aiutare il raccoglimento del santo. Vuole, Francesco, morire sul duro
sasso e muovere dal grembo stesso della Povertà
e del suo
grembo l’anima preclara
mover si
volle, tornando al suo regno,
e al suo
corpo non volle altra bara.
A morire non è solo il santo, ma anche l’eroe, il cavaliere. Muore esattamente
nello stesso modo con cui Turoldo ci descrive il morire di Orlando a Roncisvalle.
E il testamento del santo/cavaliere/eroe assomiglia molto a quello di certi re
che partendo per un lungo viaggio affidavano la loro donna al più caro e fidato
amico. Francesco fa così con la Povertà.
|