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PARADISO
CANTO VIII
(Treviso, Casa dei
Carraresi 7 febbraio 2001)
Dopo un iniziale disorientamento per essermi viste
assegnare due date così ravvicinate, mi sono reso conto della positività della
situazione. Nel senso che posso dare in qualche modo svolgimento unitario a
questi due commenti, quello del canto VIII e quello del canto XVII.
Con una premessa valida per
entrambi. Quando ho proposto due canti del Paradiso dantesco sapevo bene di
proporre la cantica più difficile e, diciamolo con tutta franchezza, meno letta.
Mi serve dunque qualche minuto per cercare di infliggere un colpo, sarebbe
presuntuoso dire mortale ma almeno, nelle mie intenzioni, molto deciso, a questa
inveterata e disastrosa opinione. Paradiso. Vittima di De Sanctis e della
critica romantica che lo vedevano molto poco intriso di terrestrità. Ma vittima
anche di Benedetto Croce che nella sua esasperata categorizzazione di ciò che
sia poesia e ciò che non lo sia, ascriveva gran parte del Paradiso alla sfera
della teologia e dunque della non poesia.
Oggi è in atto una autentica
rivoluzione di questo modo di vedere. Merito di un grande studioso del Medio Evo
e di Dante come Erich Auerbach, il quale analizzando l’uomo in cammino nella sua
avventura esistenziale (l’uomo medievale, voglio dire) lo definisce umbra
et figura.
Parziale realizzazione,
dunque, e anche prefigurazione di quella entità che giungerà a compiutezza e
perfezione dopo l’approdo in Dio. Se è vero questo, il Paradiso non potrà non
essere, almeno nel progetto di Dante, la cantica più alta e, ovviamente, la più
irta di difficoltà.
Ma sia chiaro, per lui
poeta, teso nello sforzo di comunicare a noi lettori il suo indiarsi,
coinvolgendoci anzi e facendoci partecipi, visto che il viaggio che compie è un
viaggio di tutta l’umanità in cerca di salvezza e riscatto. Partendo dalle
premesse e dalle riflessioni auerbachiane, un critico moderno come Giovanni
Getto ridefinisce globalmente il Paradiso come poema epico della Grazia. Cioè
come poema in cui in qualche modo rifulge il valore di un guerriero come Dante,
protagonista di una avventura tutta intellettuale e sentimentale, protesa alla
conoscenza ultima. Il Paradiso è la narrazione di questa vicenda epica, ed esige
moduli interpretativi suoi peculiari.
Epos della Grazia, poema
epico della conoscenza.
Getto parla, più
tecnicamente, di una poetica dell’addizione, del di più, volendo alludere
a questo sforzo continuo messo in atto da Dante di superare la sua condizione
umana per attingere, ancor vivo, alla meta ultima. Ma non è solo un problema
filosofico e, in particolare, un problema di conoscenza. Bisogna anche superare
le strettoie e le angustie di uno strumento linguistico ed espressivo che, per
quanto perfetto, è assolutamente inadeguato. Occorre, appunto, un di più
in progress, perché, comunque si amplifichino le nostre umane capacità, sarà pur
sempre impossibile diventare vasi sì grandi da contenere il tutto del mistero
divino.
È questa tensione
intellettuale, questo crescere del desiderio di Dio e della capacità di
coglierne l’essenza ultima, che Dante riesce a comunicare al lettore e a fare
del Paradiso una cantica affatto diversa dalle altre. E anche, nel pensiero di
chi vi sta parlando in questo momento, incommensurabilmente, la più alta.
E dunque il canto VIII che
non solo offre molta materia esemplificativa in questo senso, ma che appare
centrale nella analisi che Dante compie sul tema dell’amore e, più in generale,
sulle tendenze e sulle inclinazioni dell’uomo.
Un canto, intanto,
profondamente innervato nella complessiva tensione teologica dell’intero poema,
come dimostrano, ad esempio, i poderosi rimandi ad un altro canto in cui si
parla molto dell’amore, il V dell’Inferno. Li ha sottolineati in un suo saggio
famoso André Pézard.
Tra i versi 22 e 45 del canto VIII del Paradiso troviamo i venti tanto
festini, che ci rimandano alla bufera infernal che mai non resta
e al paion sì al vento essere leggeri
.
Ancora:
Noi ci volgiam coi principi celesti
d’un giro, d’un girare e d’una sete
E siamo molto vicini alla descrizione della bufera
infernale, in una comunanza di abbandono, ben dentro alla categoria del
lasciarsi prendere e trasportare da una forza più grande e incontrollabile:
di qua, di là, di giù, di su li mena
E poi il paradisiaco
E sem sì pien d’amor,
che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete
riecheggia da vicino
l’infernale
Di quel che udire e che parlar vi piace
noi udiremo e
parleremo a voi,
mentre che il vento, come fa, ci tace.
Citazioni chiare anche se un po’ implicite che debbono
suggerire come il retroterra da cui partire per leggere questo canto, sia quel
tratto del poema in cui si racconta il dramma di coloro che dall’amore sono
stati condotti alla perdizione e alla dannazione eterna: Semiramide, Didone,
Elena, Achille, Paride, Tristano, Paolo, Francesca.
E accanto alle
citazioni implicite, una esplicita, la canzone Voi che intendendo il terzo
ciel movete,
la prima delle canzoni commentate da Dante nel Convivio, nell’ambito del
secondo trattato. E anche qui una indicazione precisa che sta ad affermare un
percorso chiaramente delineato nella mente del poeta. Nel canto V non eravamo ad
un superamento della posizione stilnovista, ma semplicemente ad una presa di
distanza, ad una ridiscussione dei presupposti stilnovisti. Nel Convivio
siamo ad una esperienza prevalentemente ed anche freddamente intellettuale.
Qui, terza tappa del percorso, subentra una esperienza
fatta di grazia e di contemplazione, di riconoscimento chiaro che in Dio è la
sintesi unitaria di tutto, il punto di riferimento ultimo. È amore riscattato
dalla fiamma della carità, in qualche modo sublimato e sottratto alla sua
aggressività carnale. E non sarà un caso che accanto a chi parla, Carlo
Martello, non vi sia la donna di cui lui era innamorato.
Con questo viatico possiamo iniziare il viaggio nel canto
VIII del Paradiso. Il canto VII si è chiuso sulle parole con cui Beatrice spiega
la corruttibilità degli elementi e l’immortalità dell’anima. Siamo nel cielo di
Mercurio, dove Dante ha seguito la scintillante disamina di Giustiniano sul
ruolo provvidenziale del Sacro Romano Impero. Questo può essere un buon punto di
partenza perché c’è in qualche misura affinità ideologica ma soprattutto
continuità poetica tra Giustiniano e Carlo Martello. Il primo è un modello
solenne, consacrato dal tempo e dal valore che nei secoli ha assunto la sua
opera politica, giuridica, militare. Il secondo in qualche modo completa: è il
principe di oggi, partecipe, sia pure dal paradiso, del dramma dei suoi sudditi
sottoposti ad un imperio crudele, oppressivo e fiscalista. A conferire un tono
di affetto è anche l’esplicito riferimento alla calda amicizia che si era
instaurata tra Dante e lui. E ben altro destino sarebbe toccato ai suoi sudditi
se la morte non ne avesse troncato i progetti, se gli stati retti dagli Angioini
non fossero capitati in mano al fratello Roberto, avaro e fanatico. Parla con
malinconia, Carlo, ma anche con la consapevolezza di attingere ad un comune,
intimo convincimento, di proporre un modello in positivo, riflessioni opportune,
stimoli di cui Dante farà buon uso al suo ritorno sulla terra. Là dove
Giustiniano era stato alto, sacerdotale, grandioso, ufficiale. Un racconto,
dunque, con cui il lettore del Paradiso si deve confrontare con visione ampia.
Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse volta nel terzo epiciclo
per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l’antico errore;
ma Dione
onoravano e Cupido
Esordio alto,
solenne che serve parafrasare. Il mondo antico, l’umanità pagana era convinta
che Venere infondesse con i suoi raggi l’amore sensuale, girando nell’epiciclo
del terzo cielo. E dunque le genti antiche, avvolte nell'errore antico
dell’idolatria, non onoravano e pregavano solo lei ma anche sua madre Dione e
suo figlio Cupido. Di Cupido Dante afferma che sedette in grembo a Dido,
con altro, esplicito rimando al canto V dell’Inferno. Dante aggiunge che da
questa Venere, nel nome del quale avvia il suo canto, le genti antiche
prendevano il nome della stella che il sole guarda ora avendola alle spalle, ora
avendola di fronte.
Io non mi accorsi del salire in ella;
ma d’esservi dentro mi fé assai fede
la donna mia
ch’i’vidi far più bella.
Dante, ormai uscito dal cielo di Mercurio, si rende conto
di essere salito nel cielo di Venere solo per il fatto che Beatrice ha aumentato
il suo splendore: ecco, anche solo in piccolo indizio, la poetica
dell’addizione. L’aumento di luce sta sempre ad indicare un aumento di verità e
di perfezione, un passo ulteriore compiuto verso la divinità.
Naturalmente Dante
era abilitato a questo tipo di visione da una serie innumere di citazioni dai
testi biblici e dell’intera tradizione cristiana. Consentitemi di riferirne una
soltanto che molto bene calza al commento di oggi e a quello di domani. La trovo
nel libro del profeta Daniele: i saggi risplenderanno come lo splendore
del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno
come le stelle per sempre.
L’immagine si
amplifica nei versi successivi perché Dante ci riferisce come davanti a lui,
nella luce uniforme e diffusa del nuovo cielo cui è approdato, appaiano altre
entità luminose che girano in tondo con velocità maggiore o minore a seconda che
(questa, dice Dante, è la sua congettura) più o meno intensa sia la loro visione
di Dio. Con la sintesi e la icasticità del suo straordinario linguaggio Dante
parla di lor visioni interne.
Sottolinea poi questo apparire di anime con due
similitudini: la sensazione è simile a quella che ci fa vedere anche nella
fiamma più intensa la maggior intensità luminosa delle faville. Ed è anche
simile a quella di chi sa distinguere in un canto a due voci, l’una voce e
l’altra quando la prima resta ferma ad una nota e l’altra si innalza.
Il passaggio è di particolare tensione emotiva, quella,
per intenderci che precede un incontro molto importante, atteso, sia pur
inconsciamente. E infatti per dirci della velocità con cui queste anime si
avvicinano e anzi gli corrono incontro, Dante ricorre ad una ulteriore
similitudine.
Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non
paressero impediti e lenti
Dunque a lasciare il loro movimento circolare che trae
origine addirittura nell’Empireo, là dove i Serafini occupano il posto più alto
e a correre in direzione di Dante, sono più veloci dei lampi (cioè i venti
visibili) e dei turbini (cioè i venti invisibili) che nascono dalle nubi
investite dal freddo. Dalle anime più vicine si sente cantare Osanna in
modo così toccante e soave che da allora in poi Dante non è più stato
abbandonato dal desiderio di risentirlo. Che il momento sia solenne lo
comprendiamo proprio da questo accavallarsi di immagini in cui Dante esibisce le
sue perfette conoscenze del canto gregoriano e poi della fisica.
È tipico dei momenti alti movimentare e sfoggiare
conoscenze disparate e diversificate. Prende la parola, evidentemente a nome di
tutte, una di queste anime. Quello che dice ci appare connotato da una
inflessione particolarmente affettuosa, da una calda corrente di simpatia.
Capiremo tra poco quando l’anima rivelerà a Dante della loro consuetudine di un
tempo, delle occasioni che consentirono la scoperta di particolarissime
consonanze ideologiche e politiche.
“Tutti sem presti
a tuo piacer perché tu di noi ti gioi.
Noi ci volgiam
coi principi celesti
Come al solito Dante si rivolge a Beatrice per riceverne
incoraggiamento e autorizzazione. Poi i suoi occhi tornano a incrociare
la luce che promessa
tanto s’avea, e “Deh chi siete?” fue
la voce mia di
grande affetto impressa
Il viaggiatore ha colto la grande promessa che risuona
nelle parole del suo interlocutore e risponde con grande affetto. La sintonia è
già scattata. È la poetica dell’addizione ci offre la categoria di analisi più
giusta e adeguata.
E quanta e quale vid’io lei far piúe
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai,
a l’allegrezze sue.
Aumenta ancora la
luminosità dell’anima per l’accresciuta letizia che le deriva dall’essere stata
scelta da Dante a parlare. È consueto nel Paradiso. Come afferma Tommaso Di
Salvo: nelle anime beate si opera sempre un rapporto tra la dilatazione ed
intensificazione della luce e la potenziata carità che ad esse è procurata dalle
domande di Dante: rispondendo fanno del bene, questo bene si riflette sulla loro
figura che si vivifica per la gioia.
“Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato
molto sarà di
mal, che non sarebbe.
A presentarsi con queste credenziali (“avrei dovuto
vivere più a lungo per scongiurare il male seguito alla mia morte e da essa
causato”) è l’angioino Carlo Martello, figlio di Carlo II lo Zoppo e di
Maria di Ungheria, costei a sua volta figlia di Stefano V re di Ungheria. Nacque
nel 1271 e la sua prematura morte avvenne nel 1295. Prima della morte era stato
incoronato re di Ungheria. Nel 1294 si era trovato, abbastanza casualmente a
Firenze, dove si era dato appuntamento con i genitori per un incontro.
Il suo arrivo destò
grandi entusiasmo e simpatia, come sappiamo da molte fonti. Al punto che vale la
pena di registrare una (per noi) divertente curiosità. Il frate domenicano
Remigio de’ Girolami, in un suo sermone di saluto pronunciato in Santa Maria
Novella, trascinato dall’entusiasmo, impone ad ogni prete di dire tre messe, ad
ogni religioso di recitare per tre volte sette salmi con la litania, a ogni
converso di recitare trecento Pater noster.
E qui abbiamo la testimonianza che Carlo si incontrò con
Dante e che tra i due giovani di grandi speranze fiorì subito una bella
amicizia:
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che se io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor
più oltre che le fronde.
Dunque, se fosse vissuto più a lungo Carlo Martello, di
questo suo amore, avrebbe fatto vedere non solo le fronde ma anche i frutti. E a
questo punto inizia la storia di un progetto politico che non si è mai
realizzato, del male che a questa mancata realizzazione è seguito, di una
polemica che ancora non è sopita nella memoria del giovanissimo re. Alla corona
di Ungheria, avrebbe aggiunto anche quella di Provenza e dell’Italia
meridionale. E avrebbe governato anche sulla Sicilia se questa, nel 1282, non si
fosse ribellata al cattivo governo. Comincia:
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo
segnore a tempo m’aspettava,
È la Provenza, qui individuata da indicazioni geografiche
(i fiumi che la bagnano) che è procedimento frequente in Dante e, tra l’altro,
ben noto a noi Trevisani. Poi l’Italia meridionale individuata da un’ampia
perifrasi:
e quel corno di Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona
da ove Tronto
e Verde in mare sgorga.
Questa è la splendida rappresentazione dell’Italia
meridionale che ruota attorno a quel fortissimo neologismo dantesco, s’imborga,
cioè diviene città, si fortifica. Una sorta di mezzaluna, dunque, che ha
i suoi punti di individuazione in Bari, Gaeta e Catona, l’importante fortezza
angioina sullo stretto, vicino a Reggio. E sentite poi come Dante parla della
Sicilia:
E la bella Trinacria che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra il golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo,
ma per nascente solfo,
La bella Sicilia, che si copre di caligine tra capo
Passero e capo Faro, presso il golfo di Catania, che è battuto e dunque
particolarmente molestato dallo scirocco. A coprirla di caligine, aggiunge Dante
con scrupolo razionalistico e scientifico che di tanto in tanto affiora in lui,
non è il gigante Tifeo abbattuto da Giove e sepolto sotto l’Etna, ma sono le
emanazioni solforose che scaturiscono dai sotterranei dello stesso vulcano.
Una Sicilia
presentata con forti chiaroscuri, in modo drammatico e utilissimo a riferire la
rivolta palermitana passata alla storia col nome di Vespri siciliani, che costò
agli Angioini la perdita dell’isola, passata subito dopo agli Aragonesi. Ecco
muoversi Palermo a gridar: “Mora. mora!”
È questo il momento di più esplicita polemica. I Vespri
sono l’effetto del malgoverno e Carlo Martello porta il discorso sul fratello il
quale, se potesse vedere bene le conseguenze di un atteggiamento vessatorio e
fiscalista nei riguardi del popolo, certo allontanerebbe da sé i ministri e
funzionari (qui se ne precisa anche l’origine, sono catalani) i quali con la
loro rapacità stanno per appesantire di nuovi pesi la barca del suo regno già
tanto gravato da tasse e balzelli.
Precisato che era proverbiale tacciare i commercianti
catalani di avidità, fissiamo la nostra attenzione su Roberto d’Angiò, il
fratello di Carlo. Egli successe al padre Carlo II sul trono di Napoli nel 1309:
l’evento non può essere noto a Dante che compie il suo viaggio nell’oltretomba
nel 1300, ma è ovviamente notissimo al Dante che redige il Paradiso molti anni
dopo.
La prospettiva storica, dunque, si allarga al tono e al
respiro della profezia. Esiste un principio da dimostrare: il malgoverno genera
ingiustizia e si pone fuori del disegno provvidenziale. Dobbiamo capire che è
questa l’urgenza che preme su Dante, perché la contrapposizione ad altissimo
contrasto tra il giusto Carlo e l’oppressore Roberto è sostanzialmente un falso
storico. A noi corre infatti l’obbligo di ricordare che Roberto ha tutt’altro
che fama di taccagno e di gretto: Petrarca prima di recarsi a Roma per essere
incoronato poeta volle essere esaminato da lui ed è proprio la corte di Roberto
quella che Boccaccio descrive, esalta, vagheggia per tutta la vita come un
ambiente ideale. E tra i personaggi addirittura storditi dalla grande ospitalità
di Roberto e dal clima culturale aperto che egli ispirava, dobbiamo ricordare
anche Cino da Pistoia. Ma Dante, nella foga della dimostrazione del suo teorema,
non bada a mezze misure. Il governo di Roberto è paragonato ad una barca che sta
per essere mandata a fondo dal suo stesso carico:
sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco
non si pogna.
La figura etimologica carcata/incarco appare
particolarmente dura anche nella sua sonorità sinistra e pesa come una condanna.
E insiste Dante:
La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non
curasse di mettere in arca”.
Roberto è un avido, pur essendo disceso da una stirpe
generosa e liberale, e avrebbe bisogno di funzionari e collaboratori che non
pensassero solo ad accumulare tesori nei loro forzieri.
Dante risponde esprimendo la sua felicità per aver
ricevuto informazioni tanto preziose e utili. Con atteggiamento e procedimento
consueti mescola la captatio benevolentiae al disagio e all’ansia per un
nuovo dubbio che lo assale:
e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar mi hai mosso
com’esser può,
di dolce seme, amaro”.
Ecco il nuovo dubbio. Come è possibile, si chiede e chiede
Dante, che inclinazioni, tendenze, comportamenti siano tanto differenti tra
genitori e figli? Carlo e Roberto costituiscono un paradigma inquietante: il
primo ha raccolto tutto il buono della sua discendenza, l’altro se ne è staccato
in maniera radicale. Per capire bene quanto questo quesito interessasse a Dante
dobbiamo ricordare che lui, uomo del Medio Evo, crede negli influssi dei cieli i
quali sono, per loro stessa natura, positivi e positivizzanti. Infatti gli astri
sono collegati alle Intelligenze Motrici e, in buona sostanza, sono esecutori
della volontà di Dio.
Serve aggiungere ancora un elemento per capire a fondo il
canto. Qualcuno forse ricorderà che nel canto VI Giustiniano afferma che
all’interno dei complessi rapporti col suo generale Belisario, ad un certo punto
gli fu chiaro che doveva lasciare a lui le competenze militari e limitare il
proprio lavoro alla sfera più squisitamente politica:
al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu
ch’i’ dovessi posarmi.
Come qui. Il problema ha risvolti praticissimi. Come
andrebbero meglio le cose del mondo se gli uomini rispettassero con maggior
oculatezza il progetto specifico concepito da Dio su ognuno di loro. Diremmo noi
oggi, se rispettassero il principio dell’uomo giusto al posto giusto. Ed ecco la
risposta di Carlo, alta, solenne, di straordinario impegno filosofico ed etico:
Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza
in questi corpi grandi.
Seguiamolo questo ragionamento che si sviluppa in modo
serrato e intenso in una quindicina di versi perché esso è centrale non solo
all’ideologia dantesca, non solo all’ideologia complessiva della cantica e del
poema, ma anche a tutta la cultura medievale e alla visione delle cose tipica
dell’uomo medievale. Naturalmente il punto di partenza è il Bene sommo, Dio.
Dio che muove e
allieta i cieli attraverso i quali tu stai salendo verso l’Empireo, realizza il
suo disegno provvidenziale servendosi di questi corpi celesti e, per così dire,
impregnandoli della sua positività. Caricandoli anche delle potenzialità utili a
influenzare il mondo. Nella mente provvidenziale della divinità, perfettissima
in sé, le varie nature, pur nella loro molteplicità e diversità, sono presenti
in modo tale che si provvede al loro essere ma anche al loro benessere. Dunque
tutto ciò che la virtù di questi cieli effonde sulla terra, coglie il bersaglio
esattamente come una freccia ben indirizzata. La metafora dell’arco che scocca
il suo dardo a raffigurare il realizzarsi preciso di una determinata volontà, è
frequente nel Paradiso,
ma è già in san Tommaso: sicut sagitta…directa in signum.
Serve ricordarlo perché ora il ragionamento di Carlo si
sviluppa col rigore logico tipico delle schematizzazioni scolastiche. Ecco
infatti una tipica dimostrazione per assurdo: se le influenze celesti non
fossero preordinate e sovraordinate da Dio potrebbero rivelarsi addirittura
rovinose per l’uomo, ma ciò non è possibile perché vorrebbe dire che le
Intelligenze motrici sono imperfette e, in ultima analisi, ad essere imperfetto
sarebbe lo stesso Dio.
Carlo è travolgente e coinvolgente. Dante deve apprendere,
capire. Il giovane re lo incalza.
Vuo’tu che
questo ver più ti s’imbianchi?
Insomma: “devo essere ancora più chiaro?”, con quel
s’imbianchi poderoso che allude al colore, alla luce, allo schiarirsi,
all’addizione continua nella conoscenza del pellegrino che cerca la sua
abilitazione alla rivelazione altissima.
Dante è travolto e coinvolto. No, no, capisce benissimo,
ora, ma lo sapeva già per conto suo, che è impossibile che la natura possa venir
meno al fine che le è stato preordinato da Dio.
Fino ad ora la teoria, i principi filosofici. Adesso la
prassi, il confronto con la storia e con il quotidiano. Carlo affronta il tema
delle diverse attitudini e del loro contemperarsi alla luce delle esigenze della
convivenza sociale:
“Or dì: sarebbe peggio
per l’omo in
terra, se non fosse cive?”
Come andrebbero le cose se un uomo non fosse inserito in
un consorzio civile? Dante non ha né dubbi né esitazioni:
“Sì”, rispuos’io;
“e qui ragion non chieggo”.
Carlo non molla la presa, ora che sta approdando alla sua
vittoria intellettuale sull’ignoranza di Dante. È possibile che l’uomo sia
cive, cittadino se ognuno, qui nel mondo, non vive predisposto ed ordinato
ad esercitare funzioni diverse?
Non, se il maestro vostro ben vi scrive”.
Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: “Dunque essere diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedech e altro quello
che, volando
per l’aere, il figlio perse.
Dunque anche Aristotile viene coinvolto in questa suprema
affermazione di principio. Non può esserci ordine sociale, non può esserci
organizzazione civile autenticamente rispettosa dell’ordine naturale e divino,
se per ognuna delle attività che vengono svolte all’interno dello stesso
contesto sociale non ci sono uffici diversi e uomini predisposti a tali
diversità.
Così uno nasce per fare il legislatore (Solone), un altro
per fare il generale (Serse), un altro con la vocazione sacerdotale (Melchisedech),
un altro, infine, con attitudini tecniche (Dedalo).
Ed ecco il punto nodale:
La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non
distingue l’un da l’altro ostello.
I cieli, nel loro movimento circolare attorno alla terra,
imprimono le loro influenze sugli uomini (e si capisce che distribuiscono
attitudini diverse), ma non stanno a scegliere tra famiglia e famiglia. Come ha
commentato il Benvenuto, la natura celeste a volte infonde grandezza d’animo nel
figlio di un rozzo contadino e la viltà in figlio di re.
Appena il tempo di sottolineare il ritorno della metafora
della cera, docile a ricevere l’impronta, così frequentata da Dante e poi una
sottolineatura di fondo.
Qui a parlare, per bocca di Carlo, è il Dante cittadino e
borghese, fieramente antifeudale e convinto che virtù, caratteri e disposizioni
non sono ereditari, patrimonio esclusivo di una determinata famiglia che se li
tramanda di generazione in generazione. Sono, al contrario, patrimonio
individuale, frutto e sintesi di una particolare influenza celeste e soprattutto
dell’impegno personale. Sono una conquista del singolo, non l’acquisizione di
una discendenza.
Anche questo un tema centrale in Dante, come ci sarà modo
di approfondire domani, nella lettura del canto XVII.
Gli esempi sono chiari. Il sincretismo culturale di Dante
ce ne propone, unitariamente, uno tratto dalle vicende bibliche, uno tratto
dalla storia romana:
Quinci addivien ch’Esaù si diparte
per seme da Iacob; e vien Quirino
da sì vil
padre, che si rende a Marte.
Esaù non è Giacobbe: per seme, cioè fin dal
concepimento. E quanto a Romolo, suo padre era di condizione tanto bassa che si
è avvertito il bisogno di nobilitarlo, facendolo figlio di un dio.
Carlo Martello continua e ribadisce: i genitori vorrebbero
figli uguali a sé, dei propri cloni diremmo noi oggi, ma su questa volontà e su
questo desiderio tipici degli uomini, prevale la varietà voluta da Dio.
Or quel che t’era dietro t’è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario
voglio che t’ammanti.
Dante ora non volge più le spalle alla verità. Ma,
aggiunge Carlo, perché tu sappia quanto mi sia caro questo tuo procedere nella
conoscenza e nella percezione della verità, voglio che tu ti ammanti, ti rivesta
di una ulteriore informazione.
Carlo si avvale di una potente e decisiva similitudine,
che con tutta evidenza ha la sua matrice in una nota parabola evangelica: come
il seme che non cade su un terreno a lui adatto dà cattivi frutti o magari non
li dà proprio, così la disposizione naturale che caratterizza ogni uomo, se si
trova in disaccordo o contrapposizione con le condizioni esterne in cui è
collocata, produce effetti rovinosi:
Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ogne altra semente
fuor di sua
regïon, fa mala prova.
Ma gli uomini proprio ignorano questa realtà e ciò origina
tanti disordini. Carlo alza il tono della voce e, in chiusura del canto, attinge
al livello dell’apostrofe, dell’invettiva:
Ma voi torcete a la religïone
tal che fia nato a cignersi la spada
e fate re di
tal ch’è da sermone;
Già i commentatori antichi credettero di ravvisare in
colui che era nato per fare il guerriero e che invece si trovò inserito a forza
nella carriera ecclesiastica, un fratello di Carlo Martello, Ludovico, monaco e
fatto vescovo di Tolosa nel 1296 da Bonifacio VIII. Se davvero questo era
l’intento di Dante, dobbiamo dire che ci troviamo davanti se non proprio ad un
altro falso storico, almeno ad una ulteriore semplificazione. Le notizie che
abbiamo su Ludovico parlano infatti di una sua vocazione sincera e soprattutto
non alludono a sue particolari abilità in campo guerriero e militare.
Inversamente il prete mancato sarebbe proprio l’altro
fratello di Carlo, Roberto di cui Petrarca, Boccaccio e Villani ci attestano gli
interessi teologici e l’abitudine a comporre e a leggere pubblicamente sermoni.
Il canto si era inaugurato nella memoria dell’amore come
passione, si era aperto sul tema dell’amore come amicizia e si conclude ora con
il forte auspicio di una legge d’amore e di concordia che si dovrebbe
esplicitare nell’accettazione della propria vocazione come premessa ad una
ordinata convivenza sociale.
Prima di chiudere mi sia consentita una ulteriore
annotazione. Ho volutamente scelto un canto dottrinale, in apparenza arido, poco
attraente se giudicato in superficie. Eppure spero di avervi convinto che non è
così. Che una straordinaria tensione epica vibra in quest’uomo che sta
viaggiando e vuole trarre profitto da ognuno degli interlocutori che incontra.
Come la materia più arida riceva vita e soffio creatore quando si pone come
spiegazione dei problemi ultimi dell’umanità.
Qui Dante ha affrontato con piglio duro una difficile
tematica etico-politica. Diversità di temperamenti, diversità di attitudini. Le
svolte della storia appartengono anche a questa casualità. Ma la lezione è
un’altra: il disordine nasce quando l’uomo, per pregiudizi di discendenza e di
casta, non vuole leggere a fondo la propria vocazione e le proprie inclinazioni.
Vuole piegare le sue capacità e attitudini ad attività che non gli sono
particolarmente congeniali.
Certo, per noi è difficile riportare al nostro universo
laico una visione dell’uomo intento a cogliere sul suo procedere i segni deposti
dalla divinità. Ma resta l’attualità senza tempo di un rilievo di fondo: il
disordine sociale è lo specchio e, ad un tempo, il frutto del disordine
individuale.
Ancora una breve aggiunta: ho incentrato questa mia
lettura, forzatamente limitata, alla problematica etico-politica assumendo il
canto come esemplare dell’atteggiamento del Dante pellegrino, ansioso indagatore
delle motivazioni che determinano il disordine universale e incrollabilmente
certo che le ricette per uscirne esistano. Rimane fuori tutta la problematica
più squisitamente politica: il significato che Dante attribuisce alla presenza
dello stato angioino in Italia. Una presenza perniciosa, nell’analisi dantesca.
Devo chiarire che l’esclusione di tale problematica è oggettivamente pesante
perché ci priva del sottofondo ideologico dell’incontro tra il poeta e il re. E
ci impedisce di capire perché tanta avversione verso Roberto.
Lo stato angioino è il più grande stato dello stivale e il
suo ruolo fu al centro di un intenso dibattito che vide per protagonista lo
stesso Roberto il quale andava ripetendo che l’Impero non era più il padrone del
mondo e che il papa non doveva avallare nessuna nuova elezione imperiale. Il
potere ormai apparteneva a re, duchi, conti, baroni, comunità cittadine.
Quanto poco questo potesse andare a genio a Dante è
evidente. Roberto d’Angiò che nega attualità e proponibilità alla istituzione
imperiale è la punta estrema di travaglio intellettuale che coinvolse i maggiori
ingegni dell’epoca: Bartolomeo da Capua che era il consulente giuridico dello
stesso Roberto, Francesco dei Mayronis che ebbe un aspro scontro con Dante e
contestò le tesi del Monarchia, Agostino Trionfo, Alvaro Pelayo, Pietro
Dubois, Oltrado da Ponte e l’ultimo epigono dello stilnovismo, Cino da Pistoia.
Tutti nemici dell’ideologia dantesca per la quale l’eclisse dell’Impero era
pericolosa al punto che non si poteva ipotizzare, fuori di tale istituto, un
futuro per l’umanità.
Spero vi sia spazio in altra occasione.
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