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PARADISO
CANTO
VI
Treviso, Fondazione Cassamarca Palazzo dell’Umanesimo Latino 19 febbraio 2004
Il canto VI del Paradiso,
canto politico come il VI delle due cantiche precedenti, è di una scoraggiante
vastità. Per di più offre ferocemente il fianco a tutti coloro che ricercano
accanto al Dante della cosiddetta grande poesia, il Dante impoetico, il Dante
apologeta, il Dante ideologo, il Dante preoccupato prima che di ogni altra cosa
di teorizzare e di far risaltare le perfette dimostrazioni dei suoi teoremi.
Quando mi sono occupato di altri canti del Paradiso dantesco, ho ricordato e
sottolineato che, dopo le stagioni critiche che hanno condannato, dal punto di
vista del valore poetico, praticamente senza appello, il Paradiso, oggi sia in
atto una rivalutazione netta della cantica attorno al concetto elaborato dal
Getto, di Paradiso come epos della grazia, come poema epico del Dante teso a
superare se stesso, i suoi condizionamenti umani. Insomma l’epica del
transumanar, la battaglia per infrangere le barriere ultime tra l’uomo e
Dio, lo sforzo di ogni risorsa del corpo e della mente, come dice Getto, di
essere sempre un po’ più in là dei limiti umani, in una perenne addizione di
capacità umane e di aiuti che discendono dall’alto. E oggi noi “sappiamo” che in
questo consiste la poesia altissima del Paradiso. Lo sappiamo così bene che solo
ora noi possiamo spiegarci con qualche presunzione di compiutezza la
culminazione del canto XXXIII, l’ultimo, quello in cui Dante arriva ad
indiarsi.
Ma
questo canto VI fa fatica ad essere recuperato, se non per grandi linee, a
questa poetica dell’addizione, a questa poetica del “di più”.
Terreno minato, sia chiaro. Momigliano parla del canto VI come uno tra quelli
che “hanno un più alto proemio e un più alto epilogo”. E Sapegno sostiene che
quello che nel Convivio e nel Monarchia “era un concetto
storiografico e un assunto teorico” qui si trasforma “in un motivo di grandiosa
epopea, dove il protagonista è Dio stesso”.
Il
fascino del canto è profondo ma, ripeto, per me rimane comunque un recupero
piuttosto problematico. Credo lo si debba riconoscere e dobbiamo riconoscere che
il canto VI nasce soprattutto dalla preoccupazione di Dante di dare una
sistemazione definitiva al suo pensiero politico.
Preoccupazione umanissima e dolorante, se pensiamo anche solamente al travaglio
che lo conduce alla sintesi di questo canto VI, alle faticose e tese
elaborazioni del Convivio, del Monarchia, del De Vulgari
Eloquentia. Per non dire delle lettere.
Qui, in un dire di assoluta densità, Dante tenta l’ultimo, significativo balzo
che gli consente di prendere le distanze dalle partigianerie e faziosità dei
contemporanei, di cui lui è stato di volta in volta artefice, protagonista,
vittima, testimone. Dalle baruffe rionali alle contrapposizioni tra Neri e
Bianchi, dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini ai dissidi tra Papato e Impero. Il
canto nasce qui, dal poeta maturo che ha ormai tesaurizzato un cumulo enorme di
esperienze ed entra consapevolmente nella polemica ultima con chi non riesce ad
alzare lo sguardo fuori del proprio orizzonte. Il suo avversario, in ultima
analisi, è l’uomo tout court, di fronte al quale egli si erge come profeta che
ordina di essere ascoltato.
Affiora, prepotente, la venatura di pessimismo che connota tutta l’ideologia di
Dante.
Ormai lui sa bene quali guasti possano produrre cupidigia, prepotenza,
partigianeria, difesa del proprio clan. Sa soprattutto che la storia è l’inverarsi
e l’incarnarsi del progetto che la divinità persegue.
Tutti gli uomini incamminati, nella sua utopia (perché faremmo bene a
ricordarci che pur sempre di utopia si tratta) dovrebbero essere sulla strada
della verità, tutti gli uomini dovrebbero essere impegnati a fare del consorzio
umano una immagine sempre più vicina all’immagine della società ideale e
perfetta quale Dante sta incontrando e conoscendo in Paradiso.
Insomma, possiamo tranquillamente affermare, che questo canto VI, per i temi che
affronta e per la sintesi risolutiva che propone, è una condensazione
dell’intero poema, un suo riassunto, se vogliamo dire così, oppure il punto di
arrivo di una analisi che è cominciata molto più in basso, nelle paludi
dell’ignoranza, quando Dante comincia a tremare e a indietreggiare sotto la
minaccia delle tre belve.
Sto cercando di dire: qui in questo canto VI è come se Dante affermasse con la
forza di un perentorio ultimatum che non solo davanti a quelle tre belve non si
deve fuggire, ma è anche necessario e possibile fermarsi, combattere a piede
fermo e sconfiggerle.
Il
canto VI come condensazione dell’intero poema: sarà la chiave di lettura che
proporrò in questa sede.
Segnali esterni di una indicazione in questo senso ce li dà lo stesso Dante:
questo è il discorso più lungo tenuto da una delle anime che incontra in tutto
il suo viaggio oltremondano ed è anche l’unico che occupi un canto dal primo
all’ultimo verso.
E
poi, l’inconfondibile spia dei momenti cui Dante annette particolare importanza:
l’impennarsi dello stile, il suo indurirsi e brillare come una lama al sole.
Provo ad esemplificare, trascegliendo dal ricchissimo campionario del canto.
In
primo luogo la stessa personificazione dell’Aquila, che crea un clima quasi da
evento prodigioso. Leggo qualche verso in questa prima parte del canto.
cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscío.
Poi:
Tu sai ch’el fece in Alba la sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
Solo due esempi, ma quante
terzine si potrebbero leggere in questa chiave. Cito anche qualche costruzione
ardita (in realtà una semplice figura etimologica) come
luce la lucequando
Giustinano mostra a dito Romeo. Cito l’uso continuo di parole non comuni, per lo
più latinismi: labi, riferito al Po per descrivere il suo scendere dalle
montagne; si cuba, per dire dove Ettore dorme, la Troade insomma; tuba,
per indicare la buccina guerresca; baiulo, cioè portatore, facchino e in
senso lato reggitore, parola cui sono connessi termini come bailo,
balio; colubro, per indicare il serpente che morse Cleopatra;
atra, per definirne la morte; rubro, per indicare il Mar Rosso.
Qui registriamo dunque una ricerca retorica che pare perfino eccessiva e che
talora sconfina, bisogna proprio ammetterlo, nell’enfasi: figure di parola e di
pensiero una dietro l’altra, latinismi, perorazioni ed esortazioni che nella
finzione letteraria discendono evidentemente da Giustiniano a Dante, ma che il
lettore avverte come una sorta di altoparlante divino che è indirizzato proprio
a lui. Soprattutto lo sforzo (che magari non sarà del grande poeta ma almeno
dell’abilissimo esercitatore di retorica) di condensare in pochi versi la storia
universale, citando, collegando, richiamando fonti, radunando un sapere immenso.
Come è noto, siamo nel cielo di Mercurio che ospita gli spiriti attivi, dunque
protesi al bene in senso religioso, ma anche al successo personale, all’onore,
alla fama. La voce narrante è quella di Flavio Pietro Sabazio Giustiniano, un
trace di lingua latina e nipote dell’imperatore Giustino I, militare di carriera
e imperatore a sua volta tra il 527 e il 565. Lavorò molto per riorganizzare il
territorio dell’impero, modificando l’ordinamento provinciale e abolendo molte
diocesi; attuò una politica di risanamento finanziario dell’impero e soprattutto
procedette ad un riordinamento del diritto romano classico di cui sono frutto il
Codice giustinianeo e il Digesto. Non era uomo di grandissime capacità, ma
amministratore oculato e buon giudice di uomini. Le persone di cui seppe
circondarsi e disporre in modo spregiudicato, come i generali Belisario e
Narsete, lo aiutarono molto. Fu, come diremmo oggi, un bravo politico, uno che
di istinto sapeva correggere la rotta a seconda degli eventi. Il che significa
che dovette essere anche molto crudele: quando, nel 532, dovette dirimere la
controversie interne inserendosi nella lotta tra Azzurri e Verdi, non esitò a
far intervenire Belisario con l’esercito. Si racconta che quella rivolta interna
fosse annegata nel sangue di trentamila morti. Luci ed ombre, insomma.
Ma
Dante, in queste situazioni, non ha bisogno di figure storiche, ha bisogno di
miti. Camuffa, manipola, imposta dimostrazioni, arriva alla verifica del suo
teorema.
Tanto per citare, da un passaggio fondamentale del canto, quello che ha, di
fatto, la funzione introduttiva.
Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e il vano.
E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi drizzò con le parole sue.
Io li credetti; e ciò che ‘n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto a lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
Qui Giustiniano lega la sua avventura esistenziale e dunque il segno che la
storia intesa come disegno provvidenziale ha voluto marcare in lui, al fatto che
egli tolse dall’enorme, incoerente, ingestibile corpus delle leggi, tutto
ciò che era troppo e vano, cioè ciò che esse avevano di
contraddittorio e di inutile e superfluo.
Lo
avrebbe fatto solo dopo essersi convertito all’ortodossia cattolica, abiurando
l’eresia monofisita così come l’aveva predicata il monaco greco Eutiche, qualche
decennio prima della nascita dello stesso Giustiniano. Secondo i monofisiti in
Cristo vi sarebbe stata solo natura divina e non anche quella umana. E avrebbe
compreso, dopo aver iniziato l’alto lavoro, che quello era il suo
compito, per cui doveva affidare tutta la cura della politica estera e delle
campagne militari al suo Belisario.
Dante qui è già al centro della sua opera di creazione di un mito. Giustiniano
fu personaggio controverso e, per esempio, non fu un assertore particolarmente
pugnace dell’unità dell’impero. Dante fa i conti soltanto con la sua missione.
Che qui è polemica.
È
lotta aperta contro la società del suo tempo, contro le istituzioni che dovevano
essere (ma non erano) colonna della storia, papato e impero, contro i potenti
che lasciavano il mondo nel disordine perché il disordine era in loro stessi,
nel loro perseguire interessi particolari e non obiettivi di un generale bene
comune.
Il
Giustiniano della storia non è il Giustiniano di Dante. Non pare vero che egli
abbia aderito alla dottrina monofisita, come invece fece sua moglie, la
ballerina e attrice Teodora. Non è vero che i suoi rapporti con Belisario furono
idilliaci: secondo una leggenda (leggenda sì, ma probabilmente significativa
della verità stoica), Belisario si sarebbe visti confiscare i beni, sarebbe
stato accecato dagli emissari di Giustiniano e fatto morire in miseria.
Non è vero che l’opera di risistemazione del diritto fu lavoro personale, quasi
da demiurgo, di Giustiniano che ebbe peraltro il merito di individuare in
Triboniano, insigne giurista bizantino, l’uomo cui affidare il lavoro e al quale
far presiedere la commissione di esperti.
Soprattutto è falso che vi sia, come individua con precisione Dante, un rapporto
di consequenzialità tra la sua conversione (che significa dunque ingresso nella
verità) e il lavoro di riassestamento legislativo e giuridico.
Ma
partiamo proprio da qui: lo facciamo con le parole di Tommaso Di Salvo.
“Giustiniano, figura esemplare di imperatore, animato solo da propositi di
giustizia (l’Impero coincide con la giustizia) può dall’alto dei cieli, con
tutta l’autorità che gli deriva dall’essere stato scelto a parlare dell’Impero,
riasserire che le imprese dei guelfi e dei ghibellini sono alla base del
disordine che percorre la società umana. L’ideale è quello dell’unità del mondo,
che coincide con l’unità della divinità (non per nulla Giustiniano si appresta
all’opera codificatrice solo dopo la conversione e il ripudio dell’eresia
monofisita). Discendendo sugli uomini, la divinità indica un solo fine che,
nelle sue due fasi, terrena ed ultraterrena, è affidata a due supreme ed
universali autorità, l’Impero e la Chiesa.”
Il
teorema di Dante, cui non serve una figura storica ma un mito o quanto meno un
personaggio ideale dotato di precise caratteristiche, prende corpo.
Sintetizzo qui i termini di tale teorema, così come li ha delineati uno studioso
attento nell’analizzare il trapasso fra Giustiniano personaggio storico e
Giustiniano simbolo, come Paolo Brezzi:
1)
Giustiniano è stato l’imperatore capace di
riportare l’Italia sotto l’autorità imperiale a differenza degli imperatori
contemporanei a Dante che l’Italia l’avevano proprio abbandonata;
2)
Giustiniano è l’imperatore ideale che agisce
in accordo con la chiesa, antepone la fede alla ragione come è dimostrato dal
fatto che la sua missione si esplicita storicamente dopo il ritorno
all’ortodossia;
3)
Soprattutto Giustiniano ha assolto alla
funzione chiave, al ruolo modello di chi detiene il potere formulando le buone
leggi che sono alla base di tutto l’ordine civile.
E
insomma è proprio Giustiniano il personaggio legittimato a raccontare il correre
dell’Aquila, simbolo della dignità e del potere imperiali, dall’uno all’altro
capo del mondo.
Sotto gli occhi del lettore scorrono rapidamente secoli di storia romana, secoli
tutti obbedienti al grande disegno provvidenziale. Qui l’enfasi è notevole e
l’enfasi, come sappiamo, è la tomba dell’autentica ispirazione poetica.
E
tuttavia non riusciamo a sottrarci all’idea che in questa visone fideistica che
ci ricorda come in fondo la storia, tutta la storia, non sia altro che storia
sacra, risieda una grande emozione e dunque il respirare di un qualche afflato
poetico. Anche questo, misterioso e insondabile, è il fascino dell’opera
dantesca.
Ripercorriamo la folla di personaggi, luoghi e situazioni.
1)
Pallante, morto combattendo al fianco di
Enea;
2)
I tre secoli durante i quali l’Aquila ha
vissuto in Alba Longa fino al duello dei fratelli Orazi contrapposti ai fratelli
Curiazi;
3)
I sette re, qui indicati da due episodi che
si situano agli estremi cronologici del periodo monarchico: il ratto delle
Sabine e lo stupro subito da Lucrezia;
4)
Romani e nemici dei Romani: Brenno, Pirro,
Manlio Torquato, Cincinnato, gli eroi Deci e i 300 membri della famiglia Fabia
morti sotto le mura di Veio;
5)
Annibale, Scipione, Pompeo, Giulio Cesare e
le sue imprese da fulmine di guerra;
E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fè poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua nè penna.
6)
Poi gli esordi del principato: Bruto,
Cassio, Cleopatra, Ottaviano Augusto.
Ed
eccoci finalmente alla culminazione di questo crescendo: il principato del
secondo (“secondo” a stare agli usi di noi moderni, perché per Dante è il terzo)
Cesare, Tiberio.
chè la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
La
vendetta della vendetta (e il termine vendetta vale castigo). Qui
Dante dice una cosa precisa. Un po’ di parafrasi intanto: perché Dio, in quanto
viva giustizia e mio ispiratore, concesse al segno dell’Aquila, in mano a
Tiberio la gloria di infliggere una giusta punizione per la sua ira verso
l’uomo. Insomma Ponzio Pilato, uomo di Tiberio, è stato l’esecutore del
sacrificio che ha posto fine all’ira di Dio verso l’uomo, dopo il peccato di
Adamo. A questo punto, tu Dante, meravigliati per quanto sto per aggiungere:
dopo, con Tito, il segno dell’Aquila corse a castigare chi aveva eseguito la
giusta punizione del peccato originale. Insomma Gerusalemme prima aveva imposto
il sacrificio al Cristo come era scritto nel disegno provvidenziale, poi era
stata punita per quello che, in termini umani, era stato un atto di assoluta
ingiustizia. Dante, al solito, se la cava molto bene quando deve esprimere un
ragionamento complesso e magari contorto.
Ma
ecco cosa suggerisce Dante nella sostanza del passaggio: il valore liberatorio
per tutta l’umanità che ha la morte del Cristo è la più solenne legittimazione
dell’Impero e del suo ruolo storico. L’Impero insomma è istituzione voluta da
Dio e da Dio marcata col segno forte di questi esordi: l’inizio della nuova
alleanza tra gli uomini e la divinità.
In
altri termini siamo alla giustificazione del canto, del poema, dell’intera
testimonianza esistenziale e scritturale di Dante.
E
subito un esempio di coerente azione, di reciproco supporto tra Chiesa e Impero.
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Il passaggio ci permette di
sottolineare che Dante non vede pause nella storia, non vede interruzioni nella
linea dell’Impero, istituzione eterna al pari della Chiesa. Non solo sta
parlando il bizantino Giustiniano che qualcuno (ma non certo Dante) potrebbe
vedere in contrapposizione a Roma, ma qui si stabilisce la continuità tra antico
impero romano e il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Cosa non da poco perché la
tradizionale tesi guelfa vedeva nell’incoronazione imperiale avvenuta a Roma la
prova storica che il potere imperiale (almeno da un certo momento in poi) è
derivazione da quello pontificio, non emanazione diretta di Dio.
Dante rovescia questa tesi e
torna a girare il ferro nella piaga. In fondo è pur sempre della lotta tra
guelfi e ghibellini che sta parlando. Fonte di ogni male, sorgente di tutte le
corruzioni. I guelfi contrappongono al simbolo del legittimo potere imperiale i
gigli dorati degli Angioini, i ghibellini strumentalizzano l’Aquila per i propri
comodi e il proprio interesse.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Dolore, rabbia, impotenza
nelle parole del poeta, ma anche analisi, se non fredda certamente molto
precisa, senza tentennamenti, zone grigie, spazi di dubbio.
Facciamo un passo indietro e
ricordiamo che questo canto è strutturato su una serie di risposte che
Giustiniano rende alle domande postegli da Dante, appena entrato nel cielo di
Mercurio. Dante aveva chiesto all’anima luminosa che lo aveva accolto
invitandolo esplicitamente a porre domande, chi fosse.
La risposta di Giustiniano
l’abbiamo appena sentita. Imperatore sì, e anche capace di segnare la storia
dell’istituzione che lo ha avuto al suo vertice. Ma soprattutto momento alto e
consapevole del volo dell’Aquila, del suo ruolo, del suo destino.
Date aveva chiesto anche
un’altra cosa.
…perché aggi,
anima degna, il grado de la spera
che si vela a’ mortai con altrui raggi.
Domanda non di poco conto:
come mai ti trovi in un cielo così vicino a quello del sole? Come mai ti trovi
in un cielo la cui luce si eclissa, immersa com’è in quella dell’astro più
luminoso dell’universo? L’interrogativo accompagna Dante in tutto il suo viaggio
nel Paradiso, a partire dal colloquio con Piccarda: vuole sapere come funziona
la giustizia divina oltre la dimensione terrena e, di converso, come fanno le
anime ad adeguarvisi, ad accettare, a non desiderare una porzione più ampia di
gloria, luce, vicinanza a Dio.
La risposta ci è in qualche
misura già nota: Giustiniano dice che una parte della beatitudine delle anime
celesti consiste proprio nel constatare come il premio di cui si gode sia
esattamente commisurato ai meriti accumulati in terra. Solo che qui si destano
echi diversi e più ampi.
Perché il tema di fondo è
proprio quello della giustizia. Come già si è detto l’impero coincide con la
giustizia, e qui Giustiniano recita una lezione non astratta, collocandosi
proprio alla sorgente di quella che in questi versi chiama la
viva giustizia,
la giustizia che non si esaurisce, che scorre nella storia e asseta di sé gli
uomini.
Giustiniano sottolinea tutto
ciò con una terzina di grande impatto, che in qualche modo segna il trapasso ad
una dimensione diversa del suo dire. Dall’enfasi della proclamazione alla
malinconia di una rievocazione, la sua parte triste. Dalla misura epica alla
misura lirica, intimistica: ci presenta l’immagine di un coro.
Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.
Apro una parentesi per
indicarvi una piccola curiosità. Questa terzina è stata tormentata dagli
studiosi e soprattutto dagli storici della musica. In essa si è voluto vedere un
cenno alla polifonia vocale che proprio in questi anni andava vincendo la sua
battaglia, sostituendosi nel gusto e nella prassi all’omofonia del canto
gregoriano.
Ed ecco il trapasso.
Giustiniano indica la figura di Romeo di Villeneuve, ministro del conte di
Provenza, Berengario IV, e poi amministratore di sua figlia Beatrice, sposa di
Carlo d’Angiò. Nel 1300, anno del viaggio ultraterreno di Dante, era morto da
cinquant’anni, ma la sua figura era ancora viva.
E anzi, attorno ad essa,
erano fiorite alcune leggende una delle quali fu fatta propria dal Villani e
raccolta e qui amplificata da Dante, anche se non ne abbiamo testimonianze
anteriori agli stessi Villani e Dante.
A farla nascere avrà
contribuito lo stesso nome Romeo, cioè il pellegrino che si reca a Roma, il
viandante, il mai-fermo, il vagabondo.
Diciamo per comodità
“leggenda”, ma sono evidenti gli archetipi di fiaba e novella (per esempio in
Sacchetti troviamo una figura simile nella novella che ha per protagonista
Mastino della Scala). Romeo è un umile viandante che un giorno chiede ospitalità
alle corte di Berengario e, grazie alle sue doti, riesce a diventare una sorta
di ministro plenipotenziario del conte.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina.
Raimondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo persona umíle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto
che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto.
Come ci racconta qui Dante,
seppe combinare buoni matrimoni per tutte e quattro le figlie del suo signore e
si mostrò amministratore attento e oculato tanto da incrementare (tale almeno la
cifra che fa Dante in queste terzine) del venti per cento il patrimonio.
Tuttavia, secondo uno schema che ben conosciamo da Pier delle Vigne in poi e che
si riconduce in ultima analisi alla categoria letteraria provenzale e siciliana
dei malparlieri, le calunnie fecero cambiare rapidamente la sua fortuna.
Berengario gli chiese conto della sua amministrazione e lui, sdegnato per la
sfiducia sottesa alla richiesta di rendiconto, tornò ad essere quello che era
sempre stato, il mai-fermo, il pellegrino povero, il viandante solitario.
È evidente a chiunque il
motivo per cui Dante sceglie Romeo, sceglie questa versione della leggenda,
contribuisce a sua volta ad ingigantire e amplificare la leggenda stessa. Come
hanno messo in evidenza un po’ tutti i commentatori antichi e moderni, Romeo è
trasparente immagine di Dante stesso. Come Dante non ha accettato il
compromesso, come Dante ha un carattere che non ammette censure o dubbi sul suo
operare, come Dante ha disegnato la propria esistenza all’insegna della
provvisorietà, dell’andare raminghi.
E tuttavia è certo più
importante sottolineare non tanto questo scoperto autobiografismo dantesco,
quanto il ruolo che gioca l’episodio nel contesto del canto e in fondo, come si
è detto, nel contesto del poema e della complessiva ideologia dantesca. Questo è
il canto della giustizia, garantita dalle due istituzioni universali, e Romeo è
personaggio che ha ben agito e che ha avuto in cambio sfiducia e ingiusto
trattamento.
È arrivato in un posto in
cui nessuno lo conosceva, si è fatto strada con la sua virtù personale, al
momento di coronare col giusto riconoscimento la sua attività, è stato rimesso
su una strada. Eppure è lì, nel cielo dei beati, ammantato di luce
straordinaria.
Qui il tema dell’esilio si
arricchisce della speranza dei giusti: la giustizia degli uomini segue strade
contorte, spesso si autodistrugge in una logica autolesionista che pare non
avere spiegazioni. Esiste tuttavia una giustizia indefettibile, più profonda e
lontana.
Se non avessero questa
certezza, suggerisce Dante, gli uomini sarebbero perduti nel loro camminare
terreno.
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