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Il vento, il vento!
Esso scoppia all’improvviso
come fruscio di torrente,
scroscia come pioggia,
e cessa d’un tratto.
(Tommaso Landolfi)
Resta nell’anima, come una
dolce e ad un tempo ruvida folata di vento, questa bella silloge di Enrica
Pesole che dipana, verso dopo verso, sillaba dopo sillaba, la sua visione
esistenziale tutta tramata su un colloquio fitto e confidente con il mondo degli
affetti che la circondano.
Il vento: non solo un dato
fisico (il tepore/ sulla pelle di profumate ventate; e altrove: ora
nembi grevi/ corrono sul foglio), ma, come è facile intuire già ad una prima
lettura, anche entità morale, psicologica.
Perfino metafisica, quando,
anche nell’assenza di un solo soffio, il cielo è sgombro, e si riscopre il punto
vitale, il nodo, il quale ha generato ogni alito di vita che anima la persona (e
anche la sua chiamata ad essere poeta).
Straordinaria, in questo senso,
la lirica dedicata alla natia Napoli. Si apre su un cielo sgombro di nubi
e si chiude, con andamento vigorosamente ciclico, sulla constatazione (serena,
peraltro) che la vita è altrove/ ma resta la patria del cuore. O quando
il vento si intuisce nella forza della natura e nell’impossibilità di eludere le
codificate regole dell’esistenza: come una conchiglia/ vuota/ sbattuta
dall’onda. E soprattutto quando lo spirare diventa simbolo di inquietudine e
tormento nella sensuale, materica contemplazione di un vento che
scompaginava/ il Vangelo e il suo feretro/ accarezzava.
Così emerge, con poderosa
energia, proprio questa accettazione di ciò che la vita è: la gioia goduta degli
affetti presenti, la gioia lacerata degli affetti strappati. Come incalza il
lettore l’immagine del poeta che torna ad immergersi nella sensualità
della sua città e…
E… riabbraccio le tombe/ dei
miei morti, sussurra Enrica Pesole.
La vita è nella quotidianità
del giorno dopo giorno, ma anche nella legge del sangue che lega la famiglia e
le generazioni. Soprattutto è nella dimensione dell’eterno che proietta ovunque
la sua luce (e talora sparge ombre di un velo di mestizia).
La vita è anche nella pienezza
di chi sa assaporare le piccole/grandi gioie dell’intimità. Si parla spesso in
queste liriche dell’eterno ritornare della primavera: un ritorno vissuto sul
versante personalissimo di chi riscopre il piacere che dona ai miei sogni/
dolcezza e melodia/ ai miei versi.
La poesia circoscrive dunque
gli spazi del proprio dire, senza pretesa di strappare la parola ad altre entità
che dominano e guidano. Così l’amore (che peraltro non sa leggere)
scrive invece/ un libro suo della vita/ a due.
Memoria del passato e presagio
del futuro: i due poli dell’umano pensare e dell’umano agire, mediati da un
presente perennemente in fieri, segnato dalla consapevolezza che la vita è
passaggio, transito, progetto e figurazione di una dimensione che non è più
transeunte, ma fissa, stabile, finalmente posseduta per l’eternità dei secoli.
Tra memoria e presagio, Enrica
Pesole svolge il gomitolo della sua personale esperienza, cercando
interlocutori, confidenti, corrispondenti.
Non solo sul piano degli
affetti domestici, ma anche nella logica di un afflato universale, di un
messaggio di disponibilità personale che si rivolge a chiunque. Il poeta trae
nutrimento e forza per questa sua ricerca anche dal proprio patrimonio
culturale, che è a sua volta esperienza fattasi carne. Ritroviamo Leopardi e
Montale in queste liriche, e, per la tensione verso e attorno e dentro il
mondo piccolo, una lettura profonda della grande lezione pascoliana che
tanto ha insegnato alla poesia dell’ultimo secolo.
E, tutto ad un tratto, emerge
(e domina) Omero con l’Ulisse che vive l’eterna tentazione di Scilla e Cariddi.
Dove però, per resistere al
canto ammaliatore (subdolo, dice felicemente Pesole), non serve legarsi
ad un albero maestro ma al proprio retroterra affettivo: non t’incatenasti/
saldo ai tuoi affetti.
Immagine fertile e abrasiva,
suggerimento forte che può essere assunto come metafora complessiva di questa
silloge, come sua chiave di lettura.
Perché, dice il poeta
rivolgendosi direttamente a Odisseo/Ulisse, ora insegui chimere vane.
Consapevole che guardare in faccia la realtà è vera, autentica forza. L’unica
possibile.
Una forza però che scaturisce e
pullula da molte sorgenti diverse: la propria cultura, la propria famiglia, la
capacità di costruire giorno dopo giorno un progetto forte di esistenza (perché
è nel quotidiano che si inverano anche i progetti più grandi e ambiziosi).
Una forza che può venire
(magari non attesa, magari all’improvviso, magari dono lontano) da ogni punto
cardinale. Proprio come il vento. Che sospinge e gonfia vele. Placata la
vana/ lotta della vita, in un porto/ sicuro approderò forse felice.
GIAN DOMENICO MAZZOCATO
Treviso, ottobre 2005
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