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LA GUERRA NEI RICORDI DI UN “MATO”
14 febbraio 2002
“El mato de guera, la follia come spazio per gridare il
proprio orrore”
6 marzo 2002
La bugia intelligente e colta della piccola Atene
UN INTELLETTUALE DI CAMPAGNA
2003 numero 2
La vita, galleria di personaggi
12 dicembre 2003
Intervista a Gian Domenico Mazzocato
31 agosto 2004
Il Trevigiano terra anche di scrittori. I successi di
Mazzocato.
9 settembre 2004
MAZZOCATO, QUEL GRILLO PARLANTE DELLA VENETICITÀ.
2 maggio 2005
Intervista
a Mariano Berti, autore di Famiglie d'altri tempi.
2 maggio 2005
Incontro con lo scrittore trevigiano.
marzo 2006

Intervista apparsa su Charitas
(2003 numero 2) rivista della congregazione scuole Cavanis
Come la devo chiamare, professore, dottore,
scrittore, traduttore…
Mi
considero un intellettuale (un intellettuale di campagna dato il mondo che
racconto nei miei libri), anche se questa parola è diventata ormai
impronunciabile. Considero il mio essere scrittore, giornalista, educatore come
diversi aspetti della mia testimonianza culturale. Per il resto, per chiamarmi,
Gian Domenico va benissimo.
Ho visitato il suo sito che ho
trovato molto interessante: le viene facile usare il mezzo informatico? cura lei
la “vetrina” nel web? E intervistarla per posta elettronica le fa un certo che?
Dico
sempre di essere un disordinato che grazie al computer è riuscito a mettere
ordine nella congerie immensa dei suoi interessi. Uno strumento indispensabile,
e scrivo i miei libri direttamente alla tastiera: procedo ad una prima stesura,
correggo, rifaccio decine di volte, riscrivo perché sono perennemente
incontentabile. Il sito è curato da un webmaster che, grande amico, ormai
capisce di me più di me stesso. Quanto all’intervista è la prima volta
attraverso email, ma trovo la situazione assolutamente nomale. Da coltivare e
sviluppare, anzi.
La sua produzione
letteraria spazia dal teatro alla recensione, dalla storiografia alla narrativa
alla poesia: da cosa derivano interessi così vasti e differenti? cosa la spinge
a scrivere?
È vero che ho moltissimi
interressi (oltre a quelli da lei citati c’è la musica, poi la fotografia e ci
sono i viaggi, di cui puntualmente scrivo) ma, in realtà, avverto la mia opera
come profondamente unitaria. La sento complessivamente come testimonianza dei
valori in cui credo: la tolleranza, il dialogo, la voglia di pace, la cultura
che sconfigge la barbarie. Dico così: ogni riga che scrivo è un tentativo di
esplorare l’uomo (ogni uomo- e me per primo- anche il più umile, il più
diseredato) e il suo essere persona, portatore di una dignità unica e
irripetibile.
Vorrei che ci parlasse di
Pietro Bianchet, l’assassino della contessa degli Onigo: la ricerca storica e
psicologica che lei ha condotto su questo personaggio e l’analisi sulla
squallida situazione delle plebi contadine pellagrose, sfruttate e affamate
descrivono uno scenario drammatico di luci e di ombre della nostra storia
locale, fatta di disperazione, di sperequazione, di fede, di rancori, di stenti.
Il mondo di Pietro è un mondo tragico, e lo sviluppo del romanzo sembra
ridimensionare la personale colpevolezza del Bianchet: era davvero questo il
clima sociale del Veneto, appena un secolo fa?
Scrittori come Fulvio Tomizza e Luca Desiato hanno scritto che i miei romanzi
hanno dato spazio (e anche dignità) ad una figura che mai fino ad ora aveva
trovato spazio nella narrativa, quello del “vinto” veneto. E la figura di
Bianchet è emblematica, un paradigma. Questo contadino, pellagroso, affamato,
ignorante, l’11marzo 1903 uccide con un colpo d’ascia la sua padrona che gli
aveva negato il permesso di tornare a casa, da sua moglie, fresca puerpera. Il
protagonista di una rivoluzione inconsapevole, di un atto di cui lui mai intuì
sostanza e conseguenze. Per quel suo delitto, come dire?, non doveva esserci
processo: reo confesso di un atto compiuto davanti a decine di testimoni. Eppure
raccolse a attorno a sé consensi (magari inconfessati) e umori, tanto che il
processo fu celebrato a Venezia per paura che a Treviso la pressione
dell’opinione pubblica, tutta dalla parte di Bianchet, condizionasse i giudici.
Errore tragico perché Venezia divenne una cassa di risonanza mondiale e i
giudici (tutti della classe sociale della nobile uccisa, si badi bene) si
trovarono di fronte ad un bivio: se giudicare Bianchet o indagare anche le
terribili condizioni di miseria, sfruttamento e ignoranza in cui il delitto
aveva messo le sue radici. Una scelta epocale. E qualche critico ha parlato del
mio romanzo come di un sottile giallo psicologico. Definizione che può anche
andarmi bene, a condizione che non si dimentichi che il vero protagonista è
questo Veneto miserabile sfruttato, tenuto consapevolmente nell’ignoranza,
questo Veneto che stipava i transatlantici che varcavano l’Oceano verso
l’America. Veneti come bestie, veri e propri extracomunitari di non molti anni
fa. Bisognerebbe ricordarlo qualche volta.
Mazzocato, lei è trevigiano di origine e non ci vuol tanto a capire che di
questa terra trevigiana lei non solo è uno studioso attento e sensibile ma prima
di tutto è innamorato, lo si capisce dai romanzi storici della contesso degli
Onigo e dell’epopea dell’emigrazione nel Bosco veneziano… Esiste per lei la “trevigianità”,
intesa come peculiare civiltà e cultura della Marca Trevigiana? E se sì, quali
ne sono i caratteri specifici?
Non
credo esista una trevigianità, in senso che potremmo chiamare cromosomico, una
trevigianità di DNA. Lo dico con forza perché su questi argomenti gli equivoci
sono facili e strumentali: non esiste una razza Piave, ad esempio. Esiste invece
una cultura veneta, con la sua storia, estremamente ricca e frastagliata, che si
incarna in mille diverse realtà locali e si esprime in tanti modi differenti.
Dal volontariato alla fantasia e capacità imprenditoriali. Posso spiegarmi con
un esempio, un po’ fuori schema? Io amo moltissimo lo sport e il rugby in
particolare (ho scritto anche qualche libro dedicato a questa disciplina).
Ebbene, il rugby mi pare una splendida metafora della nostra gente: molti uomini
(quasi 25 tra il XV in campo e la panchina) in cui ognuno ha un ruolo ed è
necessario a tutti gli altri. Non serve essere né geni né supermen: basta avere
onestà, coraggio, voglia di non tirarsi indietro, senso del gruppo, generosità.
Questa è l’immagine della gente veneta.
E’ vero, secondo lei, che
gli scrittori veneti non hanno una grande notorietà nel panorama letterario
nazionale, rispetto ad altri autori italiani? E se sì, perché?
Non lo,
forse qualcuno considera la mia una situazione di privilegio nel senso che i
miei libri girano ovunque e tirano migliaia di copie. Ma voglio dire che si
tratta di scegliere: qualcuno frequenta i talk show televisivi consapevole del
fatto che oggi o si è in TV o non si esiste. Qualcun altro, come me, per precisa
scelta valoriale, preferisce moltiplicare i suoi incontri con lettori e pubblico
(parlando anche di teatro): tra una cosa e l’altra (teatro compreso, appunto)
incontro la gente almeno un centinaio di volte l’anno. Nel Veneto e fuori del
Veneto. Preferisco così: mi faccio conoscere, ma salvo la mia zona d’ombra e
riservatezza che considero indispensabile.
A scuola i suoi libri
vengono letti? Come è stata accolta dal pubblico giovanile la sua produzione
letteraria?
Sì,
molte scuole adottano i miei libri come testo di narrativa. Qualche volta
succede che vedano le mie cose a teatro e si indirizzino ai miei libri, qualche
volta il contrario. Poi mi rintracciano nel mio sito o mi telefonano e io vado a
parlare con loro, confrontandomi. Una grande ricchezza, qualcuno si innamora di
un personaggio, qualcuno di un altro. Con molta umiltà: io penso che quello
dello scrittore sia un mestiere, che si può fare con dignità e tenendo di mira
determinati valori, oppure tenendo d’occhio solo le classifiche e il gusto
corrente. È una scelta di fondo: chi sceglie di “stare comunque sul mercato”,
come si dice, spesso produce ciarpame che non vale la carta su cui è stampato.
Io, per il mio mestiere, rivendico una dimensione diversa.
GIANCARLO CUNIAL
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La bugia
intelligente e colta della piccola Atene
fioi.tv di Michele Bornello
Scrittore, commediografo, editorialista. Un intellettuale che ben si è prestato
alle nostre ( mai troppo ) sferzanti domande. Una visuale di Treviso e della
Marca in pieno stile ‘fioi.tv’: pacata e spiazzante, con la compostezza del
Dandy… ( D maiuscola... )
Chi sei, dimmi chi sei...
A Treviso ci vivi, ci sei arrivato, o te ne sei partito?
Ci diamo del tu? Se lei consente, io…
Ci sono nato, a due passi da Piazza dei Signori, piassarotto del cao de qua, dei
Buranei e di piazzetta Rinaldi. Ci vivo, e non riuscirei a pensarmi scrittore
lontano da Treviso. Ci alimento l’anima, insomma.
Scrivi, dipingi, poeti, fotografi, scolpisci, insomma che fai?
Appena detto, faccio lo scrittore. Ma preferisco dire che di mestiere faccio
l’intellettuale. Parola oggi impronunciabile, ahimè, e allora correggo:
provinciale di campagna, fiero della sua riservatezza e del cono d’ombra in cui
vive.
Treviso la ami, la odi, la ami....
Mai sfogliato la margherita. Sono sempre stato per le scelte radicali, di
fondo, con intelligenza (e con istinto che dell’intelligenza è la forma
pratica). Non amo: è mia e io sono suo. È diverso, mi pare.
Di Treviso mi piace un casino....
Immagino che casino sia un modo per fare il superlativo. Il suo futuro, che
spero molto diverso dal suo oggi.
Di Treviso odio una cifra....
Mi scusi, non si è capito?
Una definizione di ‘fioi’ in due parole….
Le centinaia, forse migliaia di allieve e allievi che ho avuto. Tutti fioi e
fie miei, nell’anima, nella mente, nel cuore. Sempre. Soprattutto i più
distanti, soprattutto quelli che la pensavano diversamente da me, soprattutto
quelli che ho bocciato. Ho un affetto immenso per tutti loro.
Botta e risposta
Il lavoro a Treviso?
Ma non lo hanno portato tutto in Romania?
La cultura a Treviso?
Tanta brava gente che ha idee e vive di sfide. Uno dei miei editori,
Mazzariol, Marco Goldin, i miei amici librai, Miani, Perazzetta, Finazzi,
scrittori come me, qualche buon artista. Ma stiamo ancora cercando che il
granello di lievito dia volume e sapore al pane. Da sempre, e soprattutto da
quando, ai tempi di Comisso, si è inventato la balla della piccola Atene. La
bugia più intelligente e colta che conosca, ma pur sempre bugia.
Treviso ha un’anima, un’identità da difendere?
Guardi: a calcio giocavo col numero 10 sulle spalle, da rugbista giocavo
secondo centro: mai saputo cos’è la difesa. Treviso ha una identità da proporre,
deve imparare ad aprirsi, sentire la sua storia come ricchezza, sentire le
storie altrui (da quelle albanesi a quelle maghrebine) come altra ricchezza.
Se poi lei pensa alle invenzioni come la razza Piave, beh, doveva dirmelo prima
che si giocava a chi faceva le battute peggiori.
Treviso ed il dialetto. Lasciaci un tuo pensiero e la tua parola dialettale
preferita.
Penso in dialetto, poi traduco in italiano e, casomai vista la mia
formazione culturale, in latino.
Il dialetto è la mia maestra delle elementari. Quando buttavo via la matita e
urlavo “No son bon”, mi tirava i capelli. Poi ho imparato a dire “Non sono
capace” e tutto è andato per il meglio. Il dialetto è mio padre Guido che
sosteneva che l’italiano avrei sempre fatto tempo a impararlo. Il dialetto è mio
zio Fabio (nella realtà Sandro) il grande affabulatore di cui parlo nel mio
ultimo libro di narrativa, Gli Ospiti Notturni. È insomma quello che racconto. È
il soldato Vardanega Ugo, protagonista del mio Mato de Guera, è la voce bella e
l’anima luminosa di Gigi Mardegan, oggi il più bravo attore in lingua veneta.
La parola preferita. Mi pentirò perché poi me ne verranno in mente mille altre.
Dico “paciarea” perché è intraducibile ed è la più straordinaria onomatopea che
abbia mai sentito.
Tre grandi intellettuali Trevigiani viventi o del passato
Mi tengo largo, nel tempo e nello spazio, per non ingenerare sospetti. Anche
per stare fuori schema rispetto a risposte più convenzionali. Un trevigiano di
Fossalunga, Giambattista Marzari, medico insigne e giornalista straordinario,
vissuto tra Settecento e Ottocento. Era cento anni avanti: ha lottato contro
l’ottusità politica e l’ignoranza diffusa. Ha pagato con esilio, galera e
perdita del posto. Poi Carlo Agnoletti, un prete controcorrente di Giavera del
Montello, a cavallo tra Ottocento e Novecento: storico di altissimo livello,
intelligente, autoironico, liberale, contrario al potere temporale della Chiesa,
perennemente in rotta di collisione con le autorità ecclesiastiche locali e
soprattutto col vescovo Zinelli. Un caratterino di quelli…
Per terzo Luigi Bailo, trevisano di Treviso. Anche lui prete anticonformista e
antiautoritario. Lo conoscono tutti: l’identità culturale di Treviso, senza lui
sarebbe altra cosa. Sulla sua scia metterei Eugenio Manzato, fino a pochi mesi
fa direttore del museo di Treviso, un grande di cui si sente la mancanza.
Un intellettuale non così grande….
Mi perdoni, non faccio graduatorie. Ne dico un quarto, anzi un quinto, Toni
Benetton. Ha letto nel cuore di questo popolo soffiando l’anima dentro la pietra
inerte e il ferro incandescente. A suo modo un titano, quasi un dio.
Tu hai scritto che non si scrive per raccontare la propria vita, ma per
progettare la propria morte…ce la puoi spiegare?
È una buona citazione. Ho detto davvero così, nel mio ultimo libro. Pensando
a due cose. La prima: raccontare è un modo per esorcizzare ed esplorare il
momento del grande salto nel buio. Dieci giovani scappano dalla peste che
distrugge e uccide la loro città, Firenze, e raccontano. Una donna, Sharhazad,
blocca il suo signore che la vuole uccidere dopo una notte di amore. Gli
racconta una favola. Allontana la morte e intanto la guarda in faccia. Nascono
in questo modo i due capolavori assoluti della narrativa mondiale, il Decameron
e le Mille e una notte.
La seconda (ma in fondo è la stessa cosa): o la scrittura (vogliamo allargarci e
spendere il termine letteratura?) si pone i grandi problemi dell’uomo, la sua
provenienza, il suo destino, il suo stare nella storia oppure è ciarpame, che
non vale la carta su cui è scritto.
Treviso vista dal resto d'Italia?....
Un paesotto con tre posti da visitare: Casa delle Mostre sull’Impressionismo
a Puntate (voto 10 senza lode); Piazza del Radicchio Rosso (voto variabile a
seconda degli usi, ma la grappa al radicchio è una infamia imperdonabile); Parco
delle Panchine Segate (voto da definire: sto ancora scavando sotto lo zero).
Treviso crogiuolo di razze. Manna o dramma?
Già detto. Con una chiosa: dove mettiamo l’ipocrisia dell’imprenditore che
di giorno sfrutta gli extracomunitari (vera manna) e di notte ne sparla o peggio
(vero dramma)?
La marca ‘giosa et amorosa’ esiste ancora però viviamo di un sesso un po’
troppo mercenario. C’è sesso nelle tue opere?
Il sesso è quasi sempre (quasi: evviva le eccezioni) l’ultima spiaggia degli
scrittori che hanno esaurito le batterie. Per quanto mi riguarda: quando serve,
ma intuìto, suggerito, come visto attraverso un velo. Nulla di più erotico di
uno sguardo o di un pensiero: il difficile è suggerire lo sguardo, raccontare un
pensiero.
Si o no?
Treviso è provinciale?
Sì, grazie a dio.
Ti piace la biblioteca comunale?
Come farne senza?
Quando devi ispirarti rimani a Treviso?
Sì, o dintorni (considero il mondo periferia di Treviso).
Il PUT è un’opera d’arte?
Vertigine, abisso, malebolge, fiume in piena rovinosa. Insomma, no.
Conosci Piazza Tommasini?
Non dovrei?
Leggi solo la Tribuna?
Ho un contratto da editorialista col Gazzettino. Cosa si aspetta che le
risponda?
Ed in futuro...?
Un post-it per Treviso. Cosa c'è da fare?
Girare pagina.
Cosa lasceresti com'è?
L’università.
Cosa cambieresti?
Dico un simbolo, un paradigma (dunque con tutto quello che c’è dietro, dalla
mentalità mercantile e strumentale in giù): lo sfregio della vetrificazione
invernale
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LA GUERRA NEI
RICORDI DI UN “MATO”
il protagonista sceglie una lucida follia per
sottrarsi all’assurdità di quel che accade fuori
ALESSANDRA
VENDRAME, IL GAZZETTINO, 14 febbraio
2002
Avrebbe potuto diventare il protagonista di un
romanzo di successo. Invece Gian Domenico Mazzocato per raccontare la storia di
Ugo Vardanega che diventa matto a causa della guerra ha puntato dritto al
palcoscenico. Forse perché una volta cresciuto e uscito dalla sua penna, questo
contadino possagnoto che con la guerra ha perso tutto, gli è sfuggito di mano.
L’ha visto lievitare di espressività sotto i suoi occhi, ed è ricorso al teatro
per contenerlo. Una storia traboccante come l’energia del suo protagonista.
Mazzocato, chi è Ugo Vardanega?
È un umile soldato-contadino della nostra terra
che nel ‘15-’18 ha vinto la guerra ma ha perso tutto il resto, la famiglia, gli
amici, l’onore e la sua identità fino a diventare un “mato de guera”. È un
profugo della vita che non sopporta la retorica e l’enfasi che, alla metà degli
anni Trenta, inneggiavano ad una nuova guerra e alla costruzione di ossari non
per onorare i morti, ma per preparare un nuovo conflitto. Si sente usato, sente
usata la sua memoria. Viene picchiato e internato. Scoppia allora in maniera
definitiva. ecco che scatta in lui la follia, l’unico spazio dove può urlare il
suo dissenso.
Si tratta dunque di un “elogio della pazzia”?
Sì, perché non la subisce ma la gestisce, e la
tiene sempre controllata. La follia diventa allora l’unica misura della
normalità, di uno spazio proprio dove sentirsi protagonisti. È questa la chiave
di lettura che il regista Roberto Cuppone ha voluto dare.
Perché la scelta di scrivere
un’opera in dialetto trevigiano, non limita forse ad un pubblico locale?
Il dialetto è l’unica lingua in cui il fluire dei
ricordi del protagonista poteva essere raccontato. C’è un solo passaggio in
italiano. Tutto il resto è in un dialetto trevigiano duro, pieno di immagini di
terra, sangue e di sofferenza ma che sa anche divertire combinandosi
perfettamente alla gestualità e all’espressività di Ugo Vardanega.
Cosa c’è di trevigiano oltre al dialetto?
I luoghi innanzitutto. La maggior parte della
scena si svolge tra l’osteria ai Due Mori e a quella della Clonetta, ci sono i
tanti personaggi che hanno fatto la guerra ai quali il protagonista presta la
voce. Poi di trevigiano c’è Gian Domenico.
C’è un lieto fine?
Il protagonista capisce che non si può morire due
volte e giunge ad una accettazione stoica e virile della realtà.
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“El mato de guera, la follia come spazio per gridare il proprio
orrore”
Va in scena domani la prima del
nuovo lavoro teatrale di Gian Domenico Mazzocato
QUANDO LA GUERRA FA IMPAZZIRE
ALESSANDRO COMIN,
IL GAZZETTINO,
6 marzo 2002
Mazzocato, ci racconti il suo “mato”.
È Vardanega Ugo –attenzione, non Ugo Vardanega, il
cognome prima del nome- un possagnoto uscito choccato dalla prima guerra
mondiale, ma non ancora folle. Il crollo avviene a metà degli anni Trenta,
quando vede costruire gli ossari non per dare sepoltura ai ragazzi morti ma per
sostenere la retorica del nuovo conflitto che si avvicina.
Vardanega Ugo lo comprende.
Sì, e comprende che su queste povere vittime si
sta costruendo l’ennesima speculazione, così come si era sfruttato il loro amor
di patria. E allora la pazzia viene fatta esplodere: perché il protagonista,
pirandellianamente, si rende conto che la follia è uno spazio dall’interno del
quale può proclamare il suo orrore. E qui inizia la sua vicenda.
Che si svolge dove?
Nel
manicomio in cui è stato portato, in una stanza che a volte, nel gioco di luci e
quinte, assume l’aspetto di una cella con sui muri numerosi graffiti, segno
delle pazzie precedenti. Con un letto che si trasforma di volta in volta in una
trincea, un camerino, un ponte. Vardanega colloquia con il suo psicanalista, si
abbandona ai ricorsi, monologhi, deliri, considerazioni.
Fa
tutto Luigi Mardegan, l’attore che già aveva interpretato “Il delitto della
contessa”.
E di
cui è prodigiosa la capacità di calarsi nei panni di una decina di attori
diversi rendendoli alla perfezione Sono reduce dalla prova generale: Gigi aveva
un abbassamento di voce ma ha riempito la scena sdoppiandosi, triplicandosi. Io
e il regista Roberto Cuppone ci siamo guardati estasiati.
Torniamo a Vardanega Ugo. Come finirà la sua storia?
All’inizio, scrivendo, pensavo ad un suicidio, poi ho capito che un personaggio
come lui non poteva che andare verso una virile accettazione del male di vivere.
La sua battuta finale è: ”Non si può morire due volte”. È in qualche modo un
messaggio di speranza per la storia.
Con
la quale lei, pur insegnandola, non è tenero.
Non lo
sono verso la guerra, che ritengo sempre assurda e inutile, il mezzo più basso
che l’uomo ha. E il messaggio mi sembra significativo, soprattutto in questi
tempi in cui si sbandiera anche quella contro il terrorismo.
Ma
la prima guerra mondiale è quella più cara al cuore degli Italiani, e
ultimamente il suo valore paradigmatico è stato ribadito anche molto in alto.
Dal Quirinale, per esempio.
Invece
io l’ho sempre vista in chiave antiretorica. E proprio questa inutile patina di
valore mi ha stimolato a ridimensionarne il mito. Per me resta un conflitto in
cui ci avrebbero dato molto di più se fossimo restati neutrali.
A
differenza de “Il delitto della contessa”, “Mato de guera” non ha alle spalle un
romanzo. Si è trovato in difficoltà a scrivere direttamente per il teatro?
Confesso la mia balbuzie in questo campo, tuttavia mi sono sentito più libero. È
stato bello confrontarsi ancora di più con la mediazione registica
scenografica, mi sono sentito completato e confortato dal lavoro degli altri.
Anche se c’è comunque un piccolo nucleo narrativo riferibile al racconto “La
strada sotto il mare”, dalla mia ultima raccolta “Gli ospiti notturni”.
Vardanega, come il protagonista di quel racconta, si porta dentro il dramma di
aver ucciso il proprio ufficiale che martoriava i suoi soldati.
Riecheggia Lussu. Lei è uomo di sterminate letture e cita spesso Pirandello. È
quest’ultimo il suo autore di teatro ideale?
È
vero, di Pirandello parlo sempre. Ma in realtà amo dire che considero
Shakespeare la quarta persona della Trinità.
Perché il suo protagonista è di Possagno?
C’è un
valore simbolico. Possagno era flagellata dai mortai del Cesen. Colpivano anche
la Gipsoteca e il tempio del Canova. Letterariamente mi è piaciuto far
corrispondere al tempio fisico quello morale, etico e familiare che si disgrega
pari pari sotto i colpi della guerra, generando la diaspora fisica e mentale dei
Vardanega, cioè della nostra gente.
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intervista apparsa su La vita del popolo il 12 dicembre 2003
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Sempre in movimento. Sempre alla ricerca di nuove storie e nuove idee per i
suoi racconti. Gian Domenico Mazzocato, scrittore e giornalista, nostro
collaboratore, si è specializzato in "casi letterari" che ci riportano
indietro nel tempo, alla scoperta delle storie dei nostri antenati. Anche
l'ultimo libro è un "caso", "Il caso Pavan" (Editrice San Liberale, pp. 200,
12 euro); sarà presentato giovedì prossimo 18 dicembre alle ore 17, presso
l'ex chiesa di Santa Croce a Treviso, dal direttore della Vita del popolo,
Lorenzo Biagi, e dal vicedirettore del Gazzettino Edoardo Pittalis. Tra i
mille impegni per l'imminente presentazione, abbiamo rivolto alcune domande
all'autore.
Come è nata l’idea de “Il caso Pavan”?
Da un antico scartafaccio processuale ho appreso che a metà del Settecento
nelle prigioni di Treviso (che allora si trovavano nella centralissima piazza
di san Vito) scoppiò un incendio. Tutti i detenuti furono fatti uscire alla
svelta e, a cose finite, si ripresentarono per “tenuizzare” la propria pena,
cioè per vedersela un po’ accorciare. Si presentarono tutti, meno uno. In quel
momento ho capito che avevo in mano il mio romanzo, che potevo immaginare una
storia attorno alle tematiche che più mi premono. Così nasce il mio Tomaso
Pavan.
L’ambientazione de “Il caso Pavan” è simile a quella dei
precedenti romanzi: cosa le preme far emergere del Veneto e della sua gente
nel ‘700?
Ancora una volta parto dalle condizioni di fame, miseria, sfruttamento,
ignoranza in cui il Veneto è per troppi secoli vissuto. Ma in un periodo in
cui si fa un gran parlare di radici, di identità culturale dei Veneti, ho la
sensazione che tutto questo si traduca in tesi preconfezionate, in un qualcosa
(non so bene cosa) da dimostrare a tutti i costi. Ancora una volta i panorami
della mia narrativa sono Treviso, il suo territorio, la Serenissima, e poi le
isole del mare greco su cui ha sventolato per secoli il leone di san Marco.
Ecco, a me premeva raccontare che nell’anima della gente della mia terra
albergano anche inquietudine, voglia di cambiamento, sfida, volontà di
progresso, sete di esplorazione. E dunque spazio per la grande domanda
esistenziale che riguarda, tout court, l’uomo e il suo destino. Insomma che
cosa deve fare l’uomo della sua vita, in determinate condizioni storiche, che
senso ha il suo stare nel tempo, anzi in “quel” tempo. Se poi andiamo in cerca
di suggestioni, o anche di debiti culturali, devo citare un libro che ha
esercitato sempre su di me un influsso profondo, un fascino irresistibile: “La
storia della mia vita” di Giacomo Casanova, certamente il più grande “romanzo”
della letteratura italiana.
Le figure femminili sono molto più caratterizzate di quelle maschili. Come
mai?
Devo dire, a questo punto, che è una costante della mia narrativa. Me ne
accorgo a cose fatte, naturalmente, ma ne sono felice. La donna rimane sempre
un territorio misterioso. Si capisce di essere al suo interno dal lampo di uno
sguardo, da un odore o un profumo, da una mano che ti sfiora. Qui diventa
regina splendida la Maria Scattona, la misteriosa e bellissima contrabbandiera
che sa tutto della vita. Soprattutto che la vita è spesso storia di sconfitte,
lotta per la sopravvivenza. E poi tante altre: Betta, la dolente madre del
protagonista, Ester, la donna che gli dà un figlio, Iseppa, l’attrice factotum
della compagnia teatrale dei Desiosi.
Non un’unica storia, ma tante vicende che si intersecano attorno a quella
di Tomaso Pavan…
Ho già detto delle suggestioni che mi vengono dal grande Giacomo. E
basterebbe. Ma il fatto è che la vita è inesauribile galleria di personaggi, è
incontro/scontro con caratteri diversi e multicolori, è caravanserraglio,
sagra, fiera, confusione; è moltiplicazione e proiezione all’infinito del
proprio io. È una pietra preziosa, cangevole e rutilante a seconda di come la
luce la colpisce. Ho provato a tradurre tutto questo nella formula del
romanzo.
Come riesce a far coesistere nelle pagine di questo libro le piccole storie
contadine venete con la grande saga omerica?
Come scrittore non ho molte certezze. E tuttavia sono profondamente convinto
che nulla, come il mito, serva a spiegare e a interpretare il mistero profondo
che è l’uomo. Facciamo fatica ad ammetterlo, oppure ce ne dimentichiamo: siamo
tutti figli di Giovan Battista Vico. Con lui dobbiamo ricordarci che la
“maraviglia è figliuola dell’ignoranza”. Cioè traducendo dalla scrittura del
grande napoletano: la capacità di stupirsi, di provare sorpresa, e dunque di
apprendere, alberga nelle anime semplici. Il mito, come dice Sgorlon, è la
bussola dell’uomo moderno, lo strumento che tutti hanno (a condizione di
volerlo davvero) per avvicinarsi alla verità. In questo romanzo, ad esempio,
scopro assieme al mio lettore che il mito del mazzariol esiste ovunque, anche
se in forme diverse. E che la storia di Ulisse (ma io la racconto in modo
abbastanza inedito) è, per ramificazioni sotterranee, collegata alle storie
che le nostre mamme raccontavano fino a non molti anni fa a filò.
(Alessandra Cecchin)
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Il
Trevigiano terra anche di scrittori. I successi di Mazzoccato
intervista apparsa sul mensile di attualità,
cultura e
informazione della Giunta regionale del Veneto
Veneto Globale
(WEB)
La cultura a Treviso ha i
suoi laudatores e pure i suoi detrattori. Da quando la città veniva chiamata
la “piccola Atene” per il fiorire di talenti (uno per tutto,Giovanni Comisso)
molta acqua è passata sotto i ponti che scandiscono lo scorrere placido del
Sile. Ma a intervalli regolari, nuovi talenti si affacciano alla ribalta
letteraria, riconfermando quell’appellativo che spesso sembrava usurpato. E’
il caso di Giandomenico Mazzocato, ormai dichiarato scrittore di razza grazie
ad alcuni libri pubblicati, a opere teatrali e poetiche.
Mazzocato, nato a Treviso, laureato in
lettere classiche con una tesi su Teofilo Folengo, poi insegnante in alcuni
licei della città, ha iniziato la sua attività letteraria pubblicando varie
raccolte di liriche; si è dedicato alla traduzione di classici latini
pubblicando per la Newton Compton le opere di Tacito (Historiae, Germania e
alcune minori), quindi la traduzione della monumentale opera storiografica di
Tito Livio in sei volumi. Il successo è arrivato col primo romanzo “Il delitto
della contessa Onigo” (1997, Santi Quaranta Editrice,Treviso)), anche dramma
teatrale. Un successo confermato dal Premio Gambrinus/Mazzotti Finestra sulle
Venezie, riconoscimento tra i più significativi del panorama italiano. Attento
osservatore delle genti venete, è stato definito da Repubblica un “prestigioso
biglietto da visita della cultura trevisana e veneta nel mondo”. Al primo
romanzo hanno fatto seguito altri tre libri, tutti oggetto di critiche
lusinghiere, sempre sul Veneto, “ Il bosco veneziano””Gli ospiti notturni” e
“Il delitto Pavan” oltre a raccolte di poesie e racconti. Da tempo ha lasciato
l’insegnamento per l’impossibilità di conciliare l’attività di scrittore,
ormai in lui preponderante, a quella di insegnante. Mazzocato ha anche un sito
Internet sul quale è possibile conoscere meglio la sua personalità
(www.giandomenicomazzocato.it).
Cerchiamo intanto di conoscere meglio il
Mazzocato-scrittore.
Da Tito Livio e dai classici latini al Delitto della Contessa Onigo. Come
ti è venuta l’idea?
“È vero. Nasco latinista, ho tradotto l’intera opera di Livio e Tacito. Mi
sono laureato in lettere classiche, in storia della lingua latina per essere
esatti. Con una tesi su Teofilo Folengo, il geniale, splendido Merlin Cocai
del Baldus. Il mio lavoro di latinista mi ha portato subito sulle rive del
Mincio, dove Folengo contemplava, con la sua risata che è sempre specchio di
una disperazione, il mondo dei diseredati, dei beffati e dei bastonati dal
potere. Da Teofilo ad Angelo Beolco il passo è stato breve. La mia vocazione
di scrittore si è precisata in una visione della storia che guarda agli eventi
dalla parte degli ultimi. L’ultima cosa che ho scritto per il teatro, Mato de
Guera, trova la sua paternità in Ruzante o in Bilora. Il protagonista, Ugo
Vardanega, assomiglia molto al reduce ruzantiano. Il Mato de Guera, cui dà
voce un attore magnifico come Gigi Mardegan, sta conoscendo un successo che mi
lascia esterrefatto. Vince premi ovunque e si avvia alla centesima replica in
poco più di due anni. Questo chiude il cerchio: si capisce perché, come
narratore (ma anche come latinista), ho esordito raccontando la vicenda di
Pietro Bianchet che nel profondo veneto prebellico del 1903 ammazza la sua
padrona, la contessa Onigo, avara e sordida affamatrice. Però devo aggiungere
la magistrale lezione di Tito Livio: il grande padovano mi ha insegnato a
scrivere, ha conferito alla mia prosa un andamento secco e asciutto, l’ha
vitalizzata e innervata con un afflusso poderoso di dialettismi. Livio era o
non era un grande, immenso scrittore cui però i contemporanei rimproveravano
il fondo veneto e terragno, la patavinitas?”
Come ti spieghi il successo di pubblico
(che notoriamente non legge le critiche anche positive)?
“Certo, il pubblico non legge le critiche. Ma ama i buoni libri. Voglio dire,
le belle storie, magari ruvide e abrasive ma che ricollegano alla storia, a
quello che tutti si recano dentro, magari in modo inconsapevole, in termini di
eredità e memoria storica. Io ho avuto la fortuna di esordire con un libro, Il
delitto, che è piaciuto subito a tutti. Ha tirato decine di migliaia di copie,
ha vinto un premio importante, il Gambrinus Mazzotti, è diventato una piéce
teatrale di successo. Un grande della nostra narrativa, Fulvio Tomizza, ha
scritto che io avevo inaugurato la saga dei “vinti” veneti. Poi questa storia,
che è la storia di un processo, in cui la vittima finisce per diventare la
vera colpevole, massacrata dalle testimonianze dibattimentali, intriga e tira
dentro. Ha funzionato il passaparola. La gente legge e io mi sono costruito
uno zoccolo duro di lettori. Anche i due romanzi successivi, Il bosco
veneziano e Il caso Pavan hanno trovato lettori e buona critica”.
Finora hai scritto un trittico di romanzi
sulle genti venete. Pensi di continuare su questa strada?
“Devo dire che,
accanto ai tre romanzi, c’è anche una silloge di racconti Gli ospiti notturni,
in cui racconto altre storie venete e trevisane e in cui mi riconosco molto.
Alla fine dello scorso anno, poi, assieme a Il caso Pavan, ho pubblicato fuori
commercio un romanzo breve, Delitto a filò, che un settimanale ha allegato
come strenna al suo numero natalizio. Per rispondere alla domanda, con molta
umiltà: non riuscirei a scrivere altro. Raccontare questa gente, questa terra,
questa storia mi porta a scoprire spazi che la narrativa italiana e veneta non
ha mai coperto. È un po’ il segreto della mia forza”
Ti senti più scrittore o poeta?
“Non avverto questo dualismo. Ho pubblicato le mie raccolte poetiche che ora
mi sembrano documento di una ricerca di linguaggio e di delimitazione del
mondo che volevo raccontare. Piuttosto mi chiedo sempre se sono più
giornalista o più scrittore (se mai ha senso dividere una cosa dall’altra). Mi
rispondo che senza la mia esperienza di giornalista non sarebbe mai nato il
narratore. Ho acquisito negli anni capacità di inchiesta, di indagine, fiuto
dell’essenziale. Qualcuno ha scritto che il mio ultimo romanzo Il caso Pavan è
prima che ogni altra cosa una grande inchiesta sul Settecento Veneto, tra
montagna e laguna, tra Trevigiano e Veneziano. Credo sia vero. Del resto il
processo Onigo, in qualche modo, lo racconto come un cronista di giudiziaria
che assiste al dibattimento. Lo hai scritto tu, recensendomi per la terza
pagina del Gazzettino. Poi la dimensione della narrazione consente di entrare
nel profondo del personaggio, di capire di quali fantasmi si nutre il suo
comportamento, di come influisce l’ambiente sulle cose che fa e pensa. Come si
vede tutto questo appartiene anche al buon mestiere di giornalista. Il
narratore amplifica, trova spazi ulteriori”.
Cosa pensano in famiglia dello scrittore
Mazzocato?
“Beh, entriamo nel privato. I miei figli e mia moglie amano il mio modo di
raccontare. Miriam, mia figlia, anche un po’ patrizza. Con un racconto si è
appena segnalata ad un concorso internazionale ad Amsterdam. Mia moglie Egle,
lettrice esigentissima, è la prima che legge un manoscritto appena finito e mi
consiglia, mi fa tagliare, fa aggiungere. E capisce quando ho qualcosa nella
testa che prima o poi diventerà scrittura: dice che mi chiudo e non
interagisco più con l’ambiente. Che vivo in un mondo parallelo, che parlo da
solo. A me non pare, ma se lo dice lei…”
Progetti futuri. Altri delitti?
“Sto lavorando a molte cose. Ma come narratore ho tra le mani due
straordinarie storie venete. Come al solito attinte dal più grande repertorio
di romanzi che esista, la realtà. E, devo dire, raccontano entrambe di molti
delitti. Non solo perché in me alberghi uno scrittore di gialli, come ha
scritto un critico del calibro di Luca Desiato, ma perché è il meccanismo
stesso del delitto che mi fagocita (vorrei dire quasi mi cannibalizza) e mi
rende pensoso. Se penso a come è nato Il delitto della contessa Onigo: c’è un
contadino miserabile che uccide la sua padrona. È reo confesso e ha ammazzato
davanti a molti testimoni: non dovrebbe proprio esserci processo. Ma nella
mente dei giudici, forse, si insinua l’idea che accanto alla punizione bisogna
anche tener conto anche delle condizioni di miseria, sfruttamento, ignoranza
in cui il delitto ha messo radici. Un labirinto in cui lo scrittore deve
muoversi con perizia e delicatezza. E allora…”
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Intervista pubblicata sul
sito
Sane Society
31 agosto 2004
COME SONO STATI I SUOI
INIZI E COME È RIUSCITO AD APRIRSI CAMMINO A LIVELLO PROFESSIONALE?
Ho cominciato giovanissimo col giornalismo che ha sempre accompagnato la mia
attività di docente: appartengo a quella generazione che riconosce ancora
l'odore del piombo fuso dalle linotype. Questo ha significato contatti,
conoscenze, confronto col quotidiano. Tuttavia ho sempre coltivato, come
studioso, anche l'altra parte della mia anima: complementare e speculare alla
prima. L'anima del latinista vicino a quella del cronista. Non sono così
distanti, se ci si pensa. La dimensione della classicità può essere misura della
modernità. Lo spiego, credo in modo compiuto, nel mio ultimo romanzo, Il caso
Pavan, in cui narro una vicenda moderna ricollegandomi e rivisitando in maniera
nuova il mito di Ulisse-Odisseo. Così mi sono trovato a curare per una grande
casa editrice la traduzione dei due maggiori storiografi latini, Tacito e Livio.
Ero nel giro, quotato come traduttore, ma di un latinista-romanziere pareva che
non avesse voglia nessuno. Poi, agli inizi degli anni Novanta, mandai un mio
racconto al premio di narrativa Città di Monfalcone. Senza speranza perché c'era
un forte premio in denaro e io pensavo che fosse già in qualche modo
"prenotato". Invece vinsi, il che non significa assolutamente nulla. Ma
presidente della giuria era il triestino Bruno Maier, critico famoso e massimo
studioso dell'opera di Italo Svevo. Dopo la premiazione mi chiamò in un angolo e
mi disse: "Si coltivi, in lei c'è il talento del narratore di razza. Ha ancora
tanto da imparare, ma si coltivi, appunto." È nato, su questo stimolo, il mio
primo romanzo Il delitto della contessa Onigo. E ho cominciato il giro degli
editori. Ho scoperto che tutti i contatti che avevo come giornalista e come
traduttore non servivano a nulla. In Italia ti rispondono sempre che non rientri
nella loro linea editoriale. Espressione che nessuno, credo, sa bene cosa vuol
dire, ma evidentemente serve a dire di no a chi cerca di pubblicare. Oggi si
pubblica solo stando dentro ad una forza politica o ad un forte gruppo di
pressione. Se il signor Tolstoj oggi mandasse ad un editore un romanzo dal
titolo, dico a caso, Guerra e pace, e mettesse un capello tra pagina 4 e pagina
5, si vedrebbe, dopo anni e se gli va bene, restituire il manoscritto con una
lettera in cui si parla di linea editoriale ecc. E tra pagina 4 e pagina 5 il
signor Tolstoj ritroverebbe, inamovibile, il suo capello. A me nessuno però è
mai riuscito a mettere la briglia. Poi -la cosa ha dell'incredibile- mi ha detto
di sì la SantiQuaranta, una casa editrice della mia stessa città, piccola ma
ormai molto affermata e voce importante a livello nazionale. L'inizio è stato
questo. Ho tirato decine di migliaia di copie, ho vinto un premio importante, ne
ho tratto una pièce teatrale di successo.
CHE CONSIGLIO DAREBBE ALLA GENTE CHE INIZIA A SCRIVERE E DESIDERA
INTRAPRENDERE LA CARRIERA DI SCRITTORE?
Nessun consiglio. Ho raccontato con dovizia di particolari la mia vicenda per
dire che bisogna aver fede nella propria chiamata a scrivere e nella parola
scritta. Bisogna lavorare duro per delimitare il mondo che si vuole raccontare e
per elaborarsi un linguaggio utile e adeguato. Bisogna leggere tanto "gli
altri". Io ho una predilezione per gli scrittori americani del Novecento e per
gli europei dell'Ottocento. Soprattutto per i grandi narratori francesi: credo
che la loro lezione sia insuperabile. La scrittura è un mistero grande,
vertiginoso. Non lo si può affrontare sprovveduti. Certo ci sono scorciatoie e
si può scegliere, per dire, di farsi propaganda nei talk show televisivi. Ma se
mi metto a contare i bluff scoppiati in questi anni, non mi basta il
pallottoliere.
QUAL È, SECONDO LEI, IL MOTIVO FONDAMENTALE PER IL QUALE UNO SCRITTORE
ESERCITA QUESTA PROFESSIONE?
Lei dice bene, professione. Io andrei ancora più in là, parlerei di mestiere. E
tutti i mestieri si possono fare in modo onesto oppure no. Non sto eludendo la
sua domanda. Voglio dire che lo scrittore può portare un suo mattone onesto alla
costruzione del mondo, aiutando i suoi contemporanei a decifrare meglio se
stessi, la loro storia, i meccanismi che li collegano l'uno all'altro. Uno dei
miei editori, che è anche un profondo indagatore degli enigmatici rapporti tra
l'uomo e il mistero che lo circonda, dice che lo scrittore ha l'unico e
irripetibile privilegio di collaborare alla creazione divina. Io, depositario di
una piccola e zoppicante misura di fede, non la direi in questi termini. Ma
resta il fatto che uno scopre in qualche modo di avere un mondo da proporre agli
altri. Si convince che questa cosa può essere utile, può aiutare la sua
contemporaneità e cerca di portare avanti questa sua proposta. Guardi poi che
uno scrittore se li vede riconoscere per strada, questi suoi sforzi. Io le
potrei raccontare di quel mio lettore che mi ha telefonato da Reggio Calabria
(mai visto e conosciuto, chissà come aveva avuto il mio numero di telefono) che
mi ha detto di essere un malato terminale di cancro e che un mio romanzo gli
aveva fatto passare due giorni sereni. O le potrei dire delle associazioni per i
non vedenti che mi telefonano per dirmi che hanno deciso di includere i miei
libri nel loro repertorio di cassette registrate per renderli fruibili ai loro
associati. Non è vero che la gente non legge, bisogna piuttosto proporre cose
intelligenti, non ruffiane. Cose che i lettori sentano come una parte di sé,
magari storie ruvide, perfino abrasive come faccio io. Lo scrittore che ha
consapevolezza di ciò, sarà sempre umile e lavorerà sempre al meglio.
CHE INFLUSSO HA AVUTO, A LIVELLO PROFESSIONALE E PERSONALE, L'AMBIENTE IN CUI
VIVE, NEL SUO CASO LA CULTURA VENETA ED IN PARTICOLARE TREVISANA?
Potrei dire semplicemente: non riuscirei a scrivere una riga distante dalla mia
terra, dalle mie colline, dalle mie pianure, dai miei fiumi, dalle mie montagne.
Poi se andiamo a vedere, scopriamo che il rapporto tra scrittore e ambiente è
molto complesso, articolato, dialettico. Sa come è nato il mio ultimo romanzo,
Il caso Pavan? Ho trovato per caso un vecchio scartafaccio in cui si parlava di
un incendio nella centralissima prigione di Treviso, avvenuto nel 1740. Tutti i
prigionieri vengono rilasciati per sfuggire alle fiamme e tutti si ripresentano
qualche ora dopo, docilmente, a fuoco spento, ottenendo anche uno sconto di pena
per la loro buona volontà. Si presentano tutti, meno uno, appunto il mio Tommaso
Pavan: ho capito che scrivendo la storia di quell'uno che aveva scelto la
libertà, avrei potuto raccontare il Settecento veneto come lo pensavo e come lo
conoscevo. Un Settecento inedito, sconosciuto, magmatico, misterioso; insomma ho
capito che quello era il romanzo che avevo dentro da sempre. Ma penso anche al
mio teatro. Il mio ultimo lavoro per il teatro, Mato de Guera, racconta le
vicende di Ugo Vardanega, cui regala la voce Gigi Mardegan oggi certamente il
più grande attore vivente in lingua veneta. È un testo che parla degli orrori
della prima guerra mondiale, quella che una bolsa retorica ha avuto il coraggio
di chiamare Grande Guerra. Ugo proclama che non ci sono guerre grandi, ma solo
guerre spregevoli, quelle che Erich Maria Remarque chiama il più antico disonore
dell'uomo. Non avrei mai potuto scrivere un testo simile stando distante da qui,
senza nutrirlo della memoria della mie genti e anche della parlata viva del
dialetto. Qui, attorno a me, nella mia geografia quotidiana, era fronte di
guerra, sul quale si sparavano, gli uni contro gli altri, inconsapevoli ragazzi
italiani e austriaci. Il fronte passava sul Montello e sul Piave. I miei
paesaggi di ogni giorno, fuori della porta di casa mia.
L'ARTE PUÒ AVERE UNA SUA UTILITÀ NELLA COSTRUZIONE DI UNA SOCIETÀ SANA?
Bisogna intendersi sul concetto di società sana. Lei definirebbe sana la società
attuale in cui il venti per cento della popolazione mondiale divora e sperpera
l'ottanta per cento delle risorse del pianeta, lasciando tutti gli altri
abitatori della Terra a scannarsi per le briciole? Lei definirebbe sana una
società che esalta i valori della globalizzazione senza riflettere che la
globalizzazione è un dato meramente economico e che alla globalizzazione
economica non corrisponde affatto una globalizzazione dei diritti civili e dei
valori della persona come tale? Lei definirebbe sana una società in cui si muore
dopo lo sballo settimanale? Lei definirebbe sana la società che attira i
disperati sui barconi e poi li tratta come cose? Non voglio far prediche o,
peggio, dei moralismi, ma ho la sensazione che a qualcuno questa organizzazione
delle cose vada tutto sommato bene e per molti questa sia una società
sostanzialmente sana. Basta guardare i modelli televisivi proposti ai nostri
ragazzi. Allora per farla corta: l'arte (e, come scrittore, devo sottolineare in
particolare la scrittura) ha un ruolo insostituibile. Deve parlare all'uomo
dell'unico argomento che lo coinvolga e interessi davvero: l'uomo. L'arte ha la
missione terribile di tenere alta la coscienza civile e di fondare un umanesimo
basato sui valori della persona: tolleranza, pari dignità oltre la pelle e la
religione, intelligenza, conoscenza, salute (anche fisica, certamente). Un ruolo
altissimo che ci dice anche che l'arte non si può prostituire e non deve cedere
a compromessi. Le dico la mia esperienza di scrittore che vive nel Nord-Est:
oggi questa è terra di immigrazione. Sono presenti qualcosa come venti etnie
diverse, attirate dal benessere diffuso. Ebbene fino a non molti anni fa erano i
nostri paesi a svuotarsi e la gente partiva per la Svizzera, la Germania, le
Americhe. I nostri genitori e i nostri nonni sono stati trattati peggio delle
bestie. Gli extracomunitari siamo stati a lungo noi. Nessuno lo ricorda, in
questo colpevole offuscamento della memoria indotto dal benessere. I soldi hanno
la memoria corta. Ebbene, per me, contribuire a costruire una società sana
significa anche ricordare ai miei ricchissimi conterranei i tempi in cui
elemosinavano il centesimo, avevano i calzoni sfondati e andavano scalzi a
dicembre e gennaio. Senza memoria non si va distante. Crede che per uno
scrittore sia facile avere questo ruolo?
QUALI SONO I SUOI PROGETTI FUTURI?
Beh, io svolgo una intensa attività di conferenziere e tengo abitualmente
laboratori di scrittura rivolti ai giovani. Naturalmente lavoro ad un nuovo
romanzo (come sempre top secret fino al momento di chiudere il manoscritto),
anzi a più storie che voglio raccontare. Scriverò presto ancora qualcosa per il
teatro. E ho in cantiere molti progetti di scrittura. Spero vada in porto il
progetto editoriale che mi porterà a tradurre La vita di san Martino, scritta
dall'ultimo grande poeta della latinità, Venanzio Fortunato, che oltre a tutto è
un mio conterraneo essendo nato a Valdobbiadene. Una traduzione complessa che
esigerà un impegno durissimo dal traduttore, ma anche una vicenda bella come un
romanzo. Un sogno per me: sarò traduttore e narratore nello stesso tempo.
Treviso, martedì 31 agosto 2004
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ABC Veneto.com
“Mazzocato, quel grillo parlante della
veneticità”
scritto da Albertoleoncini
Parlare di Gian Domenico Mazzocato a Treviso e nel Veneto, significa
menzionare un noto, affermato ed apprezzato scrittore, che può vantare grande
successo di critica e di pubblico (ricordiamo il grande successo del suo primo
romanzo “IL DELITTO DELLA CONTESSA ONIGO” e di una della sue piece teatrali
“MATO DE GUERA”), ma soprattutto che sovrasta di svariate spanne la mediocrità
intellettuale della provincia nostrana. Viene allora da domandarsi da dove
scaturisca questo successo. Leggendo “GLI OSPITI NOTTURNI” (Ed. Santi Quaranta,
2001- € 11,00 www.giandomenicomazzocato.it), la risposta si evince con
chiarezza: Mazzocato è, per un veneto medio, un grillo parlante, che può essere
schiacciato chiudendo i suoi libri, o ascoltato meditandoli.
Le storie narrate sono verosimili, perfino banali, se narrate per sommi capi, ma
sta proprio all’abilità narrativa di Mazzocato, portare il lettore a provare
forti sentimenti di partecipazione ed immedesimazione con lo scorrere della
storia.
L’attenzione rimane alta, visto che vengono sovente utilizzati espedienti che
vivificano il testo, come ad esempio, il procedere su vari piani di lettura
intersecati e inframmezzare la trama centrale con abili e virtuosistiche
descrizioni, indirizzate a particolari oggetti, paesaggi, personaggi, che danno
un sapore tutto particolare al complesso del testo.
La prosa di Mazzocato fonde abilmente elementi comuni di tradizione popolare e
finezze intellettuali, che gli consentono di crearsi una nicchia letteraria ed
un suo stile, da apprezzare in quanto tale, senza permettere di stabilire con
precisione i suoi auctores.
Qual è, tuttavia, l’utilità di un libro del genere? Farci trascorrere qualche
ora? Sarebbe triste se questa fosse l’utilità dei libri in genere e di questo in
particolare, perché ci scuote dalla vacuità del nostro attuale frangente,
riportandoci a riflettere sulle nostre radici, che credo debbano essere
recuperate nella loro autenticità, abbandonando la mentalità: “i nostri veci
gavaria deto che…”, per approdare alla ben più profonda consapevolezza di venire
da una matrice comune e, soprattutto, accomunante.
Mazzocato sa fare magistralmente il suo compito “sociale”: riesce sempre a
scuotere, ad indurre alla riflessione e a far trarre delle conclusioni a ciò che
ci fa leggere, senza però e questo è secondo me il suo più grosso salto di
qualità, cadere nella piaggeria, nella retorica, nella prosopopea o peggio nel
qualunquismo. E riesce in questo perché fa partecipare gli altri a ciò che
scrive, ma ne sta fuori lui. Non vuole provocarci la lacrimuccia, presto
evaporata, vuole scuoterci nel profondo, vuole insomma recuperare quel filo
rosso della tradizione capace di forgiare il nerbo delle persone. Sa infatti
essere duro, asciutto, a volte angosciante, mantenendo però le redini e il filo
del racconto e gestendolo secondo il suo volere: come un giocatore che sa
muovere le pedine sulla scacchiera.
Questi racconti sembrano quasi dei frammenti riesumati da uno scavo
archeologico, dove sta alla sensibilità del lettore trovare un filo logico ed un
insegnamento, tuttavia la pregnanza espressiva è posta, paradossalmente in
contrasto con un voluta indefinitezza dei contorni della storia, che sovente
sono presentati con tratti allusivi e chiaroscurali, con un sottofondo
agrodolce, sotto la scorza amara.
Con questa raccolta, scaturita da spunti autobiografici, l’autore ha formulato
un paradigma di un’identità, esaminandone i caratteri primari, ormai alienati o,
nella migliore delle ipotesi ridotti a sostrato. Credo che chiunque possa
rispecchiarsi almeno in uno dei personaggi del libro, non perché si vedano in
giro individui del genere, piuttosto perché questi si prefigurano come allegorie
dei caratteri pregnanti della nostra cultura.
La lettura di questo libro credo possa essere indicata a tutti, seppur sia
necessario essere nell’animo giusto per farlo e per confrontarsi con una realtà
che viene considerata come uno “scheletro nell’armadio”, da tener chiuso con
doppia mandata.
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ABC Veneto.com
Mariano Berti è autore dei due volumi usciti
sulla storia della 'famiglie d'altri tempi' di Paese in provincia di Treviso.
Questi libri meritano di essere letti e visti, poichè vi è in essi, oltre alle
'storie private' delle famiglie, un interessante apparato fotografico e
genealogico.
a cura di Abcveneto
ABCVENETO: Com'è nata l'idea di questo secondo libro?
MARIANO
BERTI: Il secondo libro non è che la prosecuzione naturale del primo, poiché le
famiglie storiche di Paese sono ancora tante anche se si perdono ormai tra
quelle immigrate. Da ricordare che Paese ha superato i 20.000 abitanti nel mese
di marzo scorso. Ho riscontrato nella gente un grande interesse e il desiderio
di lasciare traccia del loro passaggio. Il primo volume era nato raccogliendo
semplicemente una serie di articoli da me scritti per il periodico della Pro
Loco Comunale “Paese Insieme” in un decennio, opportunamente integrati. La
rubrica che curavo e che curo tuttora s’intitola “Viaggio nel passato con le
famiglie rurali”. Non fu facile convincere la gente a parlare si se stessi e
della propria famiglia, perché ciò significa esporsi a critiche e, soprattutto
nelle famiglie rurali c’è ancora del pudore nel mettersi in luce. Poi però,
anche chi si era rifiutato, visto il risultato, si è improvvisamente accorto di
non esserci ed è stato quindi un fiume di richieste. Ciò mi ha indotto a
proseguire in questo mio lavoro. La soddisfazione della gente è quella che più
ti ripaga. Infatti molti mi fermano per strada e si complimentano, chiedendomi
ora di inserire nella ricerca anche la loro famiglia, le loro storie, che, anche
se a volte non di grande importanza, cerco di rendere più appetibili e
interessanti agganciandole alla storia locale e alla più grande Storia
Contemporanea.
ABCVENETO: E' stata una lunga e faticosa ricerca?
MARIANO
BERTIi La ricerca ha comportato altre un anno di lavoro. C’è nel secondo volume
una sessantina di alberi genealogici, che ho ricostruito “seppellendomi” per
tante e ancora tante giornate negli archivi parrocchiali esistenti nel comune.
Ho scoperto tante cose che non si sapeva perché una volta i preti raccontavano
tutto della persona che decedeva, delle cause di morte ma spesso anche del
comportamento in vita, sia civile sia morale. Emergono così le fatiche, i
valori, le condizioni economiche, le malattie, i rapporti umani, la fede, ecc.
Credo essermi dedicato mediamente dalle otto alle dieci ora al giorno, spesso
alzandomi anche di notte per mettermi al computer e senza badare se era giorno
feriale o festivo. S’inizia con poco, poi l’interesse aumenta fino a diventare
una vera passione. Se non fosse tale non faresti nulla perché a scrivere libri
locali, con una tiratura modesta, non solo non si guadagna, ma si rischia di
rimetterci, in compenso si riceve la stima della gente e la si vede veramente
felice di essere considerata. Magari qualche “saccente” locale, che crede di
saperla più lunga ti critica, ma vai avanti per la tua strada proprio perché sei
stimolato dalla gente. Le gelosie e le invidie sono lunghe a morire soprattutto
quando fai qualcosa di nuovo a cui nessuno aveva mai pensato.
ABCVENETO: E' un lavoro che le ha dato molte soddisfazioni...ho visto il salone
strapieno di gente alla presentazione di questo libro...
MARIANO
BERTI Se devo dare una motivazione, la trovo nel fatto che provengo da una
famiglia poverissima, ma che ha saputo riscattarsi nel tempo a prezzo di duri
sacrifici. Ho costatato poi che c’era un vuoto da riempire. Anche Paese è ricco
di pubblicazioni che riguardano il territorio, le opere d’arte, le chiese, i
palazzi, le ville e i cosiddetti signori, ma manca in queste pubblicazioni, pur
importanti ed interessanti, l’elemento umano. Mi sono chiesto: “La gente comune
dov’era?”. Si parla delle opere costruite, ma non di chi ha contribuito ad
erigerle materialmente. Si parla di tanti signori dei quali ben sappiamo come
sono diventati “nobili” e non di coloro che hanno sofferto ogni tipo di
privazioni per permettere a codesti di sentirsi tali. Ovviamente non ho la
pretesa di riempire da solo questo vuoto, perché sarebbe un compito troppo
ambizioso, ma cerco di fare la mia parte meglio chr posso. Sperando che ciò
stimoli anche qualche altro. Ho intervistato nelle loro abitazioni i più
anziani. I racconti infatti provengono da loro. Già una decina di questi nel
frattempo sono deceduti senza aver avuto la soddisfazione di potersi leggere nei
due volumi. Contemporaneamente ho raccolto tantissime foto d’epoca che ho
memorizzato sul mio computer e su supporti elettronici, tanto che posso dire di
aver costruito un interessante archivio fotografico di tempi andati. La gente ha
capito il valore di questo mio lavoro e la massiccia partecipazione alle due
occasioni di presentazione di questi primi due volumi lo ha dimostrato, così
pure il grande intuito di persone veramente colte e sensibili, quali Ivano
Sartor e Gian Domenico Mazzocato che hanno voluto onorare questa mia fatica. Li
ringrazio in modo particolare perché non si sono soffermati alla forma, ma hanno
badato al contenuto. Da tenere presente che sono alle prime esperienze
editoriali e qualche errore può essermi scappato. Ho trovato nella Pro Loco
Comunale di Paese, in particolare dal suo presidente Paolo Badesso la persona
giusta che mi ha incoraggiato e sostenuto in questa fatica. La pubblicazione e
la divulgazione infatti è opera di questa associazione, sostenuta
economicamewnte dal Comune di Paese e dalla Fondazione Cassamarca.
ABCVENETO: Vuole raccontarci un po' la storia di questo suo lungo lavoro e se
continuerà?
MARIANO BERTI: Continuerò in questo percorso finché troverò gente che credendo
nella validità di questa iniziativa, me ne darà riscontro chiedendomi di
inserirle, poi farò dell’altro, perché i progetti non mi mancano. Nel frattempo,
su richiesta del parroco di Paese, ho scritto anche la storia delle scuola
materna parrocchiale che verrà presto data alle stampe a cura della parrocchia
stessa. Si tratta di una pubblicazione di circa 120 pagine dal titolo “La casa
degli angeli”.
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Endimione
Incontro con lo scrittore trevigiano
"Venanzio fortunato, un uomo per l'europa"
a cura di Ivano Callegaro
Valdobbiadene, Chiesa di San Gregorio, 15 dicembre 2005.
Sulla figura di Venanzio Fortunato, abbiamo intervistato lo scrittore Gian
Domenico Mazzocato, latinista e traduttore della storiografia latina di Tacito e
Livio, oltre che interprete delle grandi vicende del mondo veneto. Ha scritto
tra l’altro Il delitto della contessa Onigo, Il bosco veneziano,
Gli ospiti notturni, Delitto a filò, Il caso Pavan, e, per il
teatro, Mato de Guera. Recentemente si è interessato di Valdobbiadene
curando la ripubblicazione di Un fiore delle alpi, di Vincenzo Morgantini.
La sua opera visitabile in
www.giandomenicomazzocato.it che ha
anche una ampia sezione dedicata a Venanzio e Martino.
Come ha iniziato ad appassionarsi a Venanzio Fortunato, a studiarne e
tradurne le opere?
È
uno scrittore che studio da sempre. Grande poeta, un personaggio che ha
rappresentato, come forse nessun altro in Europa, la saldatura tra classicità e
il lungo, magmatico periodo in cui sono emerse le identità degli stati
nazionali. Grazie al Progetto San Martino nato nell’ambito della benemerita
Congrega del Tabaro, ho avuto l’occasione di tradurre la Vita di san Martino,
un vuoto nella cultura italiana. E spero che possa prendere corpo anche il
progetto per la traduzione degli 11 libri dei Carmina. Vivo con disagio
il fatto che una simile risorsa del nostro territorio e, più in generale, della
cultura classica non possa avere l’impatto sull’attualità di una traduzione
moderna. Un’assenza colpevole.
Per Cenitam gradiens et amicos Duplavenenses… dice Venanzio chiudendo la
sua Vita di san Martino. Cosa pensa dell’antica quaestio circa il suo luogo di
nascita: Ceneda o Valdobbiadene?
È
un paradosso di tutta l’opera di Venanzio, che ci racconta molto di sé. Sappiamo
tutto dei suoi gusti, degli amici, delle abitudini. Ma non ci dà elementi per
rispondere a domande fondamentali: in che anno è nato, perché ha lasciato
l’Italia (che è il problema dei problemi nella biografia del poeta), dove ha
studiato, quando e come ha deciso di farsi prete. Quanto al luogo di nascita,
non mi pongo troppi problemi. Nel contesto da lei citato appare chiaro che dove
stanno gli amici valdobbiadenesi è la terra dove sono nato, la terra del mio
sangue e dei miei genitori. Qui c’è l’origine della mia stirpe…In quel
contesto dice anche mea Tarvisus, ma non per questo Treviso è il suo
luogo natale. Avesse voluto indicare Ceneda si sarebbe espresso in modo diverso.
C’è poi la questione che da anni ruota attorno ad alcuni versi venanziani
(quo vineta iugo calvo sub monte comantur…) in cui si è voluta vedere descritta
Valdobbiadene e il monte Cesen. Può chiarire?
Beh, intanto devo ringraziare lei per avermi segnalato questo incredibile
fraintendimento. Si tratta dei versi 29-42, del carme
9, del X libro dei Carmina. Spesso citati male e tradotti peggio (e già
questo non va bene). Colline, un fiume che scorre ai loro piedi, il disegno dei
vigneti che in bell’ordine occupa tutto l’orizzonte. E vino che, nella
smagliante scrittura del poeta, sembra zampillare dalle pietre. Potrebbe essere
la descrizione di Valdobbiadene e del Piave. Ma nulla di più lontano:
Venanzio sta compiendo una crociera sulla Mosella e compone un poema ispirato al
panorama. Legge questi versi durante un banchetto tenuto nel castello di
Andernach, durante il suo secondo soggiorno in Austrasia. Sta accompagnando
Gregorio di Tours che Childeberto aveva convocato a Metz per incaricarlo di una
ambasciata presso suo zio Gontrando. Capisco come
possa essere nata questo “falso valdobbiadenese”. Magari qualcuno ha scritto che
Venanzio guarda le sponde della Mosella, ma ha nel cuore la sua patria. Ed ecco
l’equivoco. Ma certamente non è indice di serietà scrivere cose del genere senza
un piccolo sguardo alle fonti.
Lei
dunque ha tradotto la Vita di san Martino. È una storia ancora attuale e quale
messaggio possono ricavarne i lettori e soprattutto i giovani lettori?
La vicenda esistenziale di Martino è di
straordinaria attualità. Io ho tradotto, pur nel rigore scientifico,
privilegiando la leggibilità: questo libro si gusta come un romanzo. Pensiamo al
solo gesto di dividere il mantello. Martino non si presenta come il ricco che
regala il superfluo. È un povero che sta un po’ meglio di un altro povero e
spartisce il necessario. Oggi viviamo in un’epoca ammalata di guerre e violenza
perché il venti per cento della popolazione mondiale consuma l’ottanta per cento
delle risorse del pianeta. E non vuole spartire, chiuso nel suo egoismo. Ma i
motivi di modernità assoluta sono anche molti altri. Spero che qualcuno voglia
andare a scoprirli.
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