• Il gazzettino

            UNO SCONTRO TRA NOBILTÀ E SERVI DELLA GLEBA (24 dicembre 1997)

            CON GLI UOMINI DEL MONTELLO, SIMBOLO DI LIBERTÀ (3 dicembre 1999)

           "IL CASO PAVAN", IL RITORNO DI MAZZOCATO CON L'ODISSEA DEGLI UMILI DEL SETTECENTO

        (9 dicembre 2003)

  • Il nostro tempo

            CRONACA DI UN ASSASSINIO NEL VENETO CLASSISTA (22 febbraio 1998)

            SULLO SFONDO DI UNA FORESTA DI ROVERI LA VITA DI UNA COMUNITÀ DI CONTADINI

            (13 febbraio 2000)

            QUANDO NELLE CAMPAGNE VENETE SI SOGNAVA DI RAGGIUNGERE LA MERICA (20 gennaio 2002)

  • Avvenire

            UN OMICIDIO FEUDALE PER L’ESORDIO DI MAZZOCATO (13 marzo 1998)

            NOSTALGIA DELLA TERRA NELLA SAGA VENEZIANA DI MAZZOCATO (30 dicembre 1999)

  • Famiglia cristiana

            IL PIATTO DI POLENTA FINITO IN TRIBUNALE (11 marzo 1998)

            I SOGNI E LE SPERANZE SVANISCONO NEL BOSCO (20 febbraio 2000)

  • Il piccolo

            SOGNANDO IL BOSCO VENEZIANO (28 dicembre 1999)

  • Radio Vaticana

            L’EPOPEA DI UN POPOLO (28 febbraio 2000)

            GLI OSPITI NOTTURNI (6 febbraio 2002)

  • Il borghese

            MEMORIE DAL MONTELLO AL BRASILE (15 dicembre 1999)

  • La vita del popolo

            IL DELITTO DI TEODOLINDA (30 novembre 1997)

            E LA SERENISSIMA SI RIPRESE IL MONTELLO (7 novembre 1999)      

  • La tribuna di Treviso, La nuova Venezia, Il mattino di Padova

            E TREVISO APPLAUDÌ IL CONTADINO OMICIDA (19 marzo 1998)

            IL “POPOLO” DEL MONTELLO IN UN AFFRESCO CORALE (16 dicembre 1999)

  • Arena di Verona, Giornale di Brescia, Giornale di Vicenza

            STORIA DI UN DELITTO D’INIZIO SECOLO (20 marzo 1998)

  • La domenica di Vicenza

            LE STORIE DEGLI ULTIMI (27 maggio 2000)

  • La difesa del popolo

            GLI ASPRI EROI DELLA “CANEVA” L’AUTORE INFONDE AI RICORDI IL RESPIRO DEL MITO

           (23 dicembre 2001)

            AL BUIO DEL BOSCO PROIBITO (25 dicembre 1999)

  • L'azione

            “IL BOSCO VENEZIANO”, ROMANZO DEL MONTELLO (21 novembre 1999)

  • La nuova scintilla

            STORIA DI UN BOSCO E DEL SUO POPOLO (20 febbraio 2000)

  • Trevisani nel mondo

            TREVIGIANITÀ ORMAI SCOMPARSA? (gennaio 1998)

            ULISSE FOR EVER di Lorenzo Fort (9 gennaio 2004)

 

  • La tribuna di Treviso, La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova

             L'ULTIMO LIBRO DI MAZZOCATO "QUEL COLPO GROSSO DI FINE OTTOCENTO RIEVOCATO IL   

             CLAMOROSO FURTO DI UNA CASSAFORTE DEL CONTE BRANDOLIN A SOLIGHETTO" di Anna Renda.

  • La vita del popolo

              CRONACA OTTOCENTESCA di Mario Cutuli

 


 

CRONACA DI UN ASSASSINIO NEL VENETO CLASSISTA

LUCA DESIATO, IL NOSTRO TEMPO, 22 febbraio 1998

 

Il rapporto tra padrone e servitore è vecchio come la società. Un tema stimolante per la letteratura, da Tolstoj al verismo, dal realismo socialista alla saghe sudamericane. In questo rapporto si stringono i nodi del potere e della sudditanza, del comando e dell’ossequio, dell’abuso e del rancore, della violenza fredda e della ribellione. Un uomo che comanda e uno che obbedisce, pare una contraddizione per la natura umana, di per sé libera ma diviene una convenzione stabilita e fondante il patto sociale.
Il rapporto padrone-servitore è alla base dell’insolito romanzo “Il delitto della contessa Onigo” di Gian Domenico Mazzocato.
Nelle mani di Linda Onigo, contessa ricchissima e avara, sono le sorti di uno stuolo di mezzadri, contadini, braccianti, in un Veneto classista, dalle tradizioni quasi feudali.
A compilare il resoconto del misfatto, delle antecedenti cause e delle conseguenze, è la voce narrante del conte Avogadro degli Azzoni, a suo tempo amante della contessa. Il suo diario scaverà nella vicenda e nelle carte processuali e farà risaltare le fisionomie psicologiche della vittima e del suo assassino, “un ribelle inconsapevole di sé, un eroe senza memoria”. Tale è il giovane Pietro Bianchet, frustrato nei sogni e nei progetti, rancoroso verso il mondo e la sorte avversa.
E la contessa, nata bastarda ma insignoritasi, è un personaggio ombroso e ferale; la sua cupidigia è tristezza di vivere, spavento di morte; persone come lei hanno attorno a sé, fin dalla nascita, un alone di decadenza e di disfacimento, sono destinate a finire nella terribilità dell’odio altrui.
Un incontro fra due vie drammatiche, dunque, spinte ad un ineluttabile confronto di disperazione; il vero movente, forse, oltre la filigrana dell’ingiustizia sociale e della lotta di classe.
La storia atavica di espropriazioni subite dalla famiglia della contessa e la sua appartenenza alla religione valdese, coi ricordi di stragi e diaspore, di arroccamenti alpini della sua gente, ha senza dubbio contribuito a formarne l’indole gretta e malfidata. Forse il “mistero d’iniquità” rinchiude esseri come Linda nel cerchio della costrizione dualistica, avversa alla solidarietà e all’amore. “Si vive nel bene o nel male, nel peccato o nella grazia”. Non vi è scampo.
Nel processo contro Bianchet che si terrà a Venezia sfileranno i testimoni. Secondo molti si profilerà l’idea di un complotto politico: Bianchet avrebbe ristabilito l’ordine con un atto di tribale giustizia, eseguendo “un omicidio decretato da tutto un paese”.
“Il delitto della contessa Onigo” è un’opera prima con la sua amarezza malinconica e una certa felicità di raccontare.


UN OMICIDIO FEUDALE PER L’ESORDIO DI MAZZOCATO

CLAUDIO TOSCANI, AVVENIRE, 13 marzo 1998

 

Primi spiccioli del nostro secolo: in una tenuta della profonda provincia veneta per molti versi ancora feudale, l’atavico avvilimento mette fine alla vita della contessa Linda Onigo, donna di straordinaria durezza d’animo e di irremissibile miseria morale. Bianchet, l’assassino, tradotto in catene a Venezia, vive i tempi dell’attesa di una condanna che, all’angosciante procedere della macchinosa liturgia tribunalizia, affianca un sorprendente evolversi delle coscienze in gioco, sia private sia sociali.
Lo sviluppo binario del romanzo alterna capitoli di narrazione oggettiva, in terza persona e condotti -come si dice- dal di fuori, a capitoli-diario, stesi da un “io” narrante, il conte Francesco Avogadro degli Azzoni, cugino della vittima, ma anche suo intimo amico-amante. Il racconto intriga un buon numero di altri personaggi, ma essi sembrano prender parte alla trama in qualità di ruoli più che di persone. Perché, ed è questo il merito della sua struttura significante, “Il delitto della contessa Onigo” è un libro che, dalla rappresentazione di un evento singolo ben circoscritto, dirama all’emblematico tratteggio di una condizione generale e categoriale: la dialettica schiavo-signore che secolarmente predomina nell’avventura umana.
Al punto che l’intreccio cronistorico cui Mazzocato dà magnetica e filante forma letteraria, crea al tempo stesso un incontro-scontro di rilievo collettivo.
Da una parte il servo della gleba che con un paio di fendenti d’ascia cancella l’oppressiva contessa e incarna la vendetta di una innumere frangia di umiliati (qui miserabili contadini itterici e pellagrosi); dall’altra parte, la società borghese, coi suoi probabili o presunti eredi, coi suoi testimoni interessati, coi suoi aristocratici di parte, a braccetto delle istituzioni (nel caso in esame, giudici e macchina inquirente).
Pietro Bianchet è un accidens: non è innocente, ma il suo è un ruolo dell’ingranaggio in una controversia a lui estranea, sia la sua premeditazione o incapacità mentale, sia il suo un agguato o un raptus.
Nelle more di un processo dalle mille realtà e dalla disattesa verità, si giunge perfino a parlare di complotto e di congiura. Il sudore dei servi chiede il sangue dei padroni. È l’aspra storia della povertà cruenta.
Per Mazzocato un esordio di lusso.
Sia per tematiche assunte e “lavorate”, sia per stile posato, controllato, pieno di tattici valori formali.


IL PIATTO DI POLENTA FINITO IN TRIBUNALE

MARIA PIA BONANATE, FAMIGLIA CRISTIANA, 11 marzo 1998

 

È un Veneto feudale, nutrito di povertà, quello che fa da sfondo a questo “giallo” psicologico che parte da un fatto di cronaca, accaduto nel contado di Treviso, per ricostruire il quadro di un’epoca. Siamo all’inizio del secolo: la contessa di religione valdese Linda Onigo viene uccisa nel giardino del suo palazzo dal servitore Pietro Bianchet al quale ha negato un po’ di polenta per la moglie gravida.
Nata illegittima, Linda era stata adottata dall’ultimo degli Onigo, una casata dalla storia fluttuante, fatta di esili, di ritorni, di terre conquistate, divise e poi nuovamente riunite.
E proprio per questa storia, che le era stata data in consegna con il ricco patrimonio, si era chiusa dentro una corazza di durezza che la divideva dagli altri, odiata da tutti, accolta solo dall’amante, voce narrante del libro.
È lui, il conte Francesco Avogadro Azzoni, a rievocare il processo contro l’assassino e a far emergere dalle carte processuali lo scontro fra due mondi: quello misero, rancoroso nei confronti della propria malasorte delle plebi rurali, e quello sigillato nelle proprie ricchezze della classe nobiliare.
Ma l’altera Linda e il misero Bianchet sono molto più vicini di quanto si possa immaginare: li unisce una infelicità che li rende complementari.
Ed è in questa conclusione a sorpresa, annunciata in tutto il romanzo, che si accampa la novità e la freschezza di questo libro di un esordiente che promette bene.


STORIA DI UN DELITTO D’INIZIO SECOLO

ANIMATA DA “PIETAS”

GIULIO GALETTO,ARENA DI VERONA, GIORNALE DI BRESCIA, GIORNALE DI VICENZA,     20 marzo 22 febbraio 1998

 

Il delitto della contessa Onigo è sostanzialmente un romanzo storico: “romanzo” per tutta quella parte di ri-creazione (manzonianamente si direbbe “invenzione”) delle anime dei personaggi (l’anima semplice dell’omicida, l’anima tormentata da ombre e conflitti della vittima); “storico” in quanto quel particolare fatto di cronaca viene sentito come emblematico di tutto un nodo di temi e problemi sociali, economici, di costume tali da assumere, appunto, un forte spessore storico.
È la storia che oppose all’intransigente e miope conservatorismo dei grandi proprietari terrieri la pressione delle plebi a lungo rimaste in gravissime condizioni di arretratezza e miseria in quel nord-est contadino nel quale la pellagra, con i suoi terribili effetti sul corpo e sulla mente, era il segno più vistoso di una piaga sociale che non poteva restare più a lungo irredenta.
Mazzocato vede nei fendenti d’ascia vibrati da Bianchet quasi un evento simbolico: il simbolo della insostenibilità di una situazione, di un necessario punto di svolta.
Il coro di personaggi che si muove attorno al delitto e alla sua ricostruzione nelle sedute del processo è, nelle sue diverse componenti (i popolani, i nobili o i notabili borghesi), quasi tutto portato a valutare come condannabile il comportamento della contessa e, in qualche modo, comprensibile se non giustificabile la rabbia omicida del pisnente: appunto, anche dalla classe da cui appartiene la Onigo o da chi le è meno distante, si avverte l’inevitabilità di un cambiamento.
Questa valenza storica non esaurisce, però, la valenza del libro. Il quale afferma la sua dimensione più propriamente letteraria nella particolare struttura pensata da Mazzocato e nelle possibilità espressive che in essa si attivano.
Il racconto si sviluppa su due piani: da una parte ci sono le pagine più nudamente narrative che seguono la vicenda del trasferimento di Pietro Bianchet da Treviso al carcere di Venezia, fino alla conclusione del processo; dall’altra parte, intercalate a questa cronaca, si immaginano le pagine di un diario tenuto da un cugino e amico della Onigo, il conte Francesco Avogadro, ufficiale di carriera, durante i giorni del processo veneziano.
E la vitalità del romanzo, ben al di là del quadro storico-sociale, sta proprio nel contrappunto fra la nuda cronaca degli eventi e gli squarci che i ricorsi e le riflessioni del conte Avogadro aprono sul passato di Linda, sui condizionamenti che hanno fatto di lei una donna dal cuore di pietra nei suoi comportamenti sociali, ma, nelle piaghe segrete dell’anima, una creatura che sconta nella solitudine e nella dolorosa scissione della propria personalità il destino di essere proprio lei, donna non ricambiata nell’amore e segnata dalla sterilità del suo grembo, l’anello estremo, il punto tragicamente conclusivo di tutta una storia: la storia della sua famiglia e della sua classe.
Così, fra cronaca dei fatti e analisi interiore, le pagine di questo romanzo (che magari talora possono dare l’impressione di una certa frammentarietà) trovano invece un motivo di forte coesione nel sentimento di una pietas insieme esistenziale e storica che anima la voce narrante, sia essa, nella finzione, quella del cronista o quella del personaggio-testimone, il conte Avogadro.
E la pietas che meritano –e non certo per un capriccioso paradosso- sia il carnefice, sia la vittima: perché entrambi, nella realtà più vera del loro vivere, sono stati vittime.


IL DELITTO DI TEODOLINDA

GUIDO FACCHIN, LA VITA DEL POPOLO, 30 novembre 1997

 

…Testimoni non disinteressati della vicenda sono Francesco Avogadro Azzoni e Beniamino Bresolin, maestro di scuola e di vita di Pietro Bianchet. Entrambi hanno scritto del processo e i loro appunti sono stati rinvenuti, tra polverose carte, dal narratore il quale “…ha provato quasi per gioco a sovrapporre le due narrazioni, a farle girare come due meccanismi dentati e sincroni,…” riuscendo, con l’intrigante artifizio letterario a catturare il lettore e a condurlo lungo i declivi della Valcavasia e nelle luminose stanze dei palazzi gentilizi, e dentro l’aula austera del tribunale veneziano, e tra i pisnenti della Pedemontana e del Montello a ripercorrere un’epoca, tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del nuovo secolo, attraverso figure e vicende rurali tratteggiate col piglio dello scrittore di rango che sa tessere trame interpretative di grande aderenza cronachistica e storica e ne conserva vive suggestioni oltre l’usura del tempo.
Gian Domenico Mazzocato ha sapientemente coniugato l’inconsapevole pulsione rivoluzionaria e gli effetti psicopatologici della pellagra nel personaggio centrale del romanzo, il bracciante Bianchet, predestinato a compiere l’estrema, istantanea violenza attesa dalla silenziosa moltitudine degli oppressi.
A lui ha opposto Linda Onigo, nobildonna arida e perfida, quanto sola. Due figure inquietanti, tratteggiate con finissimo intuito psicologico, per le quali non è possibile dire, fino in fondo, se appartengano alle categorie del bene o del male cui sarebbe facile consegnare ciascuna di esse.
Il rito processuale, con le sue pause, gli interrogatori, i silenzi, le attese, le irruzioni testimoniali, i resoconti giornalistici, consente allo scrittore di aprire finestre sulla storia e recuperare eventi e fenomeni che impreziosiscono, senza appesantirla, la narrazione ed accrescono l’attesa della sentenza.
Ma la prevedibilità dell’esito giudiziario, anziché spegnerlo, alimenta il desiderio di capire se esso riesca ad attenuare, o sciogliere del tutto, quella vaga ed ambigua somiglianza da cui quelle anime dolenti traggono la loro splendida modernità.
Traspaiono, nello stile asciutto ed incalzante, echi di una classicità metabolizzata che bene si attaglia alle situazioni narrate e le nobilita senza concessioni retoriche.
Invenzione letteraria ed approfondimenti storici si conciliano con invidiabile equilibrio in un’opera di innegabile efficacia comunicativa.


UNO SCONTRO TRA NOBILTÀ E SERVI DELLA GLEBA

GIANCARLO GRANZIERO, IL GAZZETTINO, 24 dicembre 1997

 

…Da questo fatto di cronaca Gian Domenico Mazzocato, trevigiano, latinista (recente l’uscita per la Newton Compton dell’opera di Tito Livio da lui curata in sei volumi) ha tratto un docu-romanzo.
Romanzo documentario, dunque, perché la vicenda –anche a voler tralasciare i particolari del processo- è conservata solo oralmente, con le inevitabili distorsioni procurate dal trascorrere dei decenni, soprattutto (ipotizziamo) in versioni contadine.
Questo romanzo primo di Mazzocato ha un tono idealmente cronistico. Ma non del semplice cronista di nera, come è caduto per libri di altri colleghi (l’autore, oltre che insegnante di lingue classiche è giornalista), anzi del più raffinato cronista di costume.
Perché il delitto è il risultato di un conflitto: quello, assai sentito agli inizi del Novecento e fino alle prime lotte sociali organizzate, tra padroni e servi della gleba. Lei, Linda, contessa (ma col primo nome assolutamente plebeo, Zenobia, e si diceva fosse una bastarda) attaccata alla terra in maniera contadina; lui, originario del bellunese, dal nome nobile, Pietro, e dal cognome plebeo, Bianchet (quella tronca, quasi un destino).
In tempi di ricchezza e di miseria, nobili e servi contrapposti, l’insofferenza degli uni verso gli altri era genetica prima ancora che atavica. L’estremo gesto del contadino contro la “parona” non è che l’estremizzazione di questo conflitto, non ancora entrato nella mente dello strato più basso della popolazione ma latente, quasi covato in sordina.
L’autore ha affrontato la vicenda, di per sé semplice, percorrendo due strade: quella del processo e l’altra dei ricordi di un cugino della contessa, che segue le ultime fasi della storia. Senza dimenticare il protagonista, uomo spento, che alla richiesta “se avesse nulla da dichiarare” risponde decisamente “no”.
Perché un povero ignorante trova difficoltà a spiegare al magistrato le motivazioni profonde del folle gesto.
Perché è un contadino, perché l’uccisa è una nobile, perché la giustizia è unilaterale (lo si vedrà qualche anno dopo, sempre a Venezia, col caso Tarnowska).
Gian Domenico Mazzocato (duemila copie del romanzo vendute in dieci giorni) ha indovinato la chiave di scrittura. La narrazione si rivela molto attenta ai particolari della vita contadina, alle impressioni di Pietro Bianchet quando arriva a Venezia e poi ai ricordi che affiorano quando è in carcere, alla descrizione dei personaggi anche di contorno, in uno stile scorrevole, tanto da far sembrare certi passi vere e proprie fotografie parlanti.
Una capacità descrittiva molto originale quella di questo “cronista epocale”. Un viaggio nel tempo che scolpisce a tutto tondo personaggi anonimi, prima di essere presi in esame dall’acuta scrittura dell’autore. In definitiva un libro “nuovo” che merita la lettura.


TREVIGIANITÀ ORMAI SCOMPARSA?

RICCARDO MASINI, TREVISANI NEL MONDO, gennaio 1998

 Il passato della Marca Trevigiana parla anche il linguaggio della sopraffazione da parte dei potenti sui deboli, dell’umiliazione dei poveri, dell’ignoranza, delle malattie. Talvolta qualche sussulto di ribellione e qualche anelito al riscatto possono assumere anche connotazioni drammatiche.

Raccontare tutto questo in un libro che, basato su elementi storici, ma sviluppato con un codice espressivo moderno, riesce con sapiente artifizio letterario, a catturare il lettore e a condurlo per mano lungo i declivi della Valcavasia e nelle sontuose stanze dei palazzi gentilizi, come nei tuguri dei “pisnenti”.

Qui è la bravura e la spiccata versatilità di Gian Domenico Mazzocato che con il suo primo romanzo rappresenta un caso letterario con il suo successo di vendite e di critica.

Indubbiamente l’elemento storico e romanzato dell’opera, rende la lettura particolarmente piacevole e incalzante.

Con un sapore fra il thrilling e la fiction che tiene sempre sulla corda l’avidità di sapere del lettore.


 

E TREVISO APPLAUDÌ IL CONTADINO OMICIDA

NICOLÒ MENNITI IPPOLITO, LA TRIBUNA DI TREVISO, LA NUOVA VENEZIA, IL MATTINO DI PADOVA, 19 marzo 1998

 Mazzocato tiene bene le fila di questa storia, alternando continuamente interni ed esterni: il popolo, il processo pubblico, i pensieri privati, i ricordi, dando credibilità soprattutto al personaggio della contessa e del cugino che la racconta e si racconta con un pudore ed una delicatezza davvero esemplari.


 

SOGNANDO IL BOSCO VENEZIANO

GRAZIA PALMISANO, IL PICCOLO, 28 dicembre 1999

 Storia impastata di odio, di prepotenti abusi, di bastarda miseria: e quasi a contrastare tutto ciò, un poetico respiro che pur sprigiona talora dalle pagine del libro, sì da rendere vivida e affascinante la visione e la presenza del Montello, con i suoi sentieri che, inoltrandosi nella foresta, assumono l’aspetto di gallerie, mentre d’inverno, con la neve, la collina, tutta bianca, sembra dormire.

Una umanità dolorosamente mortificata, quella ritratta da Mazzocato. E se Ireno e sua moglie Gemma, in quell’estate del 1848, allorché i soldati requisirono dalla loro casa il legname portato via dal Montello, capirono che neppure alla loro generazione “sarebbe toccato il privilegio di riprendere possesso della collina proibita”, ecco che il figlio Beniamino dopo aver perduto la moglie nella tragica inondazione del Piave nel 1882, decide di partire con Teofilo alla volta del Brasile.

Ma in quel grande affresco che è “Il bosco veneziano” si muovono anche altri personaggi: ciascuno con il proprio fardello, le illusioni e la tenace speranza di poter tornare.


 

L’EPOPEA DI UN POPOLO

ANTOLOGIA CRISTIANA, RADIO VATICANA, 28 FEBBRAIO 2000 

 ...Una  storia ambientata nel XIX secolo, i cui protagonisti sono alla continua e drammatica ricerca di mezzi di sopravvivenza, costretti alla povertà dall’avidità dei regnanti via via imposti dai grandi mutamenti storici.

Il viaggio di Beniamino e Teofilo Barro emigrati in Brasile per lavorare la terra negatagli nella patria d’origine, la commovente storia di Sereno detto Luna, coraggioso pittore di santi e madonne, l’amaro destino di Jacopo, spietato cacciatore dei selvaggi assassini del Rio Grande do Sul, sono alcuni dei momenti della storia di un popolo che attende il giorno in cui gli sarà riconosciuto il diritto sulla propria patria.


  

NOSTALGIA  DELLA TERRA NELLA SAGA VENEZIANA DI MAZZOCATO

CLAUDIO TOSCANI, AVVENIRE, 30 dicembre 1999 

…Ma gustata la limpida treccia narrativa (compresa una suspense che si scioglierà nei modi propri di un giallista di rango qual è Mazzocato) questo Bosco veneziano conferma le sue capacità narrative: una accortezza strutturale che va dal centro del racconto alle sue periferie, tenendo vivi sia l’intreccio portante che le notazioni complementari; la nostalgia della terra come valore-cardine della vita; la “liquidità” della scrittura, specie quando mima la tradizione orale di storie che sono diventate leggende.


 

I SOGNI E LE SPERANZE SVANISCONO NEL BOSCO

MARIA PIA BONANATE, FAMIGLIA CRISTIANA, 20 febbraio 2000 

È un romanzo nato dal silenzioso e appartato viaggio nel passato di uno scrittore che cerca nelle vicende pubbliche e private di ieri le patrie perdute, i riferimenti che hanno fatto la storia del nostro paese.

È un percorso che aveva compiuto con successo ne Il delitto della contessa Onigo, un suggestivo giallo psicologico, ambientato in un Veneto cupo e feudale.

Anche questo nuovo racconto, ricco di splendidi ritratti di gente comune, resi indimenticabili da un vibrante linguaggio poetico, ha come sfondo la terra veneta, raccontata attraverso una vicenda emblematica delle fatiche e delle tante povertà dell’Italia contadina.

È quella che vede protagonista il Montello, il bosco proibito.

Che è anche un luogo dell’anima, dove i padri depositavano i loro sogni di riscatto rubando clandestinamente la legna, e i figli attingevano la speranza di un po’ di fortuna.

 


MEMORIE DAL MONTELLO AL BRASILE

BRUNO SACCHINI, IL BORGHESE, 15 dicembre 1999 

…Individuata, scomposta negli elementi primari della collina, del bosco, delle sorgenti, la natura si anima, dà vita al racconto povero ed epico insieme della gente del Montello. Gli elementi naturali sono essi stessi protagonisti all’interno del libro.


 

SULLO SFONDO DI UNA FORESTA DI ROVERI LA VITA DI UNA COMUNITÀ DI CONTADINI

LUCA DESIATO, IL NOSTRO TEMPO, 13 febbraio 2000 

…Il libro di Mazzocato è un romanzo corale che partendo da un’analisi storica e sociologica dei fatti, e con lo schema di una parabola sulle prevaricazioni del potere e sulla pazienza delle popolazioni sottomesse, si apparenta ad una specie di verghiano “ciclo dei vinti”.


 

 

CON GLI UOMINI DEL MONTELLO, SIMBOLO DI LIBERTÀ

GIANCARLO GRANZIERO, IL GAZZETTINO, 3 dicembre 1999 

Frutto di un minuzioso lavoro di ricerca, “Il bosco veneziano” ricostruisce un periodo di vita popolare dimenticato ma necessariamente presente nella “piccola” storia del Veneto, dove il Montello è un simbolo di libertà, dove si è combattuta una guerra sanguinosa, dove la volontà dei suoi abitanti lo hanno reso vivibile e meta di continui visitatori.

L’autore scava nelle psicologie dei suoi personaggi, li raffigura a tutto tondo, ne analizza i sentimenti che li rendono “diversi” in questa loro volontà di riappropriarsi del Montello.

Quasi una ricerca spasmodica del “frutto proibito” al quale arrivano dopo lunga fatica. Romanzo come paradigma di una ricerca, della volontà  umana di far riconoscere un diritto, di perpetuamento personale all’interno di quelle radici che continuano a pulsare nell’animo dei protagonisti.

Mazzocato conferma l’ottima prova precedente, anche nella ricerca di storie originali lontane dal commercialismo d’autore oggi imperante.

 


LE STORIE DEGLI ULTIMI

GIANNI GIOLO, LA DOMENICA DI VICENZA, 27 maggio 2000 

Mazzocato è il grande cantore dell’epopea dei “pisnenti”, gli ultimi fra i lavoratori della terra, i più miserabili e disperati.

Di questa gente veneta, senza nome e senza storia, simile ai latini di cui parla Manzoni (“un’immensa moltitudine di uomini che passa sulla terra inosservata, senza lasciarvi vestigio”) nel suo romanzo Mazzocato approfondisce l’indagine, ne studia le miserabili condizioni di vita non solo nella loro patria veneta, ma anche nella loro seconda patria che fondano tra le sconfinate distese delle foreste brasiliane dove sono costretti ad emigrare.

…Una pagina grandiosa ed epica che rende in tutta la sua formidabile potenza la tragedia di un’intera generazione veneta…

 


 

AL BUIO DEL BOSCO PROIBITO

LORENZO BRUNAZZO, LA DIFESA DEL POPOLO, 25 dicembre 1999 

…E la storia, politica e naturale, è anch’essa protagonista, accanto alle persone, dentro di loro. Il Quarantotto e il grande furto collettivo di legname, duramente punito dagli austriaci, il colera del ’55 e il suo fantasma, l’arrivo degli italiani nel ’66, che cambia poco o niente, la brentana grande del 1882 che spinge la famiglia di “pisnenti” del Montello, orfana della moglie-madre, a emigrare.

Il tutto raccontato con uno stile coinvolgente, che unisce un italiano fluido, aulico perfino, con termini dialettali che invece di abbassare il tono del discorso, rendendolo colloquiale, lo innalzano, lo adornano, lo impreziosiscono. Castoni raffinati e pertinenti sono anche le innumerevoli leggende e tradizioni locali, prima tra tutti quella del monaco Giovanni, il cui fantasma girovaga di notte sulla collina del Montello, cercando pace, senza mai trovarla.


 

E LA SERENISSIMA SI RIPRESE IL MONTELLO

LA VITA DEL POPOLO, 7 novembre 1999 

…Ma in questo romanzo il Montello diventa immagine e metafora universale della patria perduta, dell’esilio e dell’esproprio: vale a dire di una situazione verificatasi infinite volte in ogni tempo e in ogni parte del mondo. Attraverso le vicende di una famiglia di Giavera, quella dei Barro, lo scrittore Gian Domenico Mazzocato prosegue la saga di quel mondo contadino veneto che già aveva inaugurato nel suo precedente romanzo.

Gian Domenico Mazzocato racconta senza enfasi e senza nostalgia un mondo di fame, miseria, di arretratezza, di ignoranza e di sfruttamento.

 


“IL BOSCO VENEZIANO”, ROMANZO DEL MONTELLO

L’AZIONE, 21 novembre 1999 

…Un mondo enigmatico, anche, perché attorno al Montello, alle sue rovine misteriose e antichissime, ai suoi luoghi ancor oggi selvaggi e impenetrabili, è fiorito un complesso unico e irripetibile di “fole”, leggende e racconti che lo scrittore trevigiano puntualmente registra e riferisce spesso usando il lessico e gli schemi mentali che traspaiono dall’oralità contadina.


 

 

IL “POPOLO” DEL MONTELLO IN UN AFFRESCO CORALE

NICOLÒ MENNITI IPPOLITO, LA TRIBUNA DI TREVISO, LA NUOVA VENEZIA, IL MATTINO DI PADOVA, 16 dicembre 1999 

…È romanzo corale, di un popolo si vorrebbe dire, e Mazzocato riesce nell’operazione di fondere tanti elementi storici, dalla tragica piena del Piave nel 1882 alla colonizzazione trevigiana del mato brasiliano, in un’unica memoria, credibile e commossa.


 

STORIA DI UN BOSCO E DEL SUO POPOLO

ANGELO BUSETTO, LA NUOVA SCINTILLA, 20 febbraio 2000 

…Nel racconto generale, diviso idealmente in tre parti –fino alla piena del Piave, l’emigrazione, il ritorno- si intrecciano vicende particolari, come nella grande struttura del bosco vivono gli alti fusti e la vegetazione più bassa.

La scrittura è bella, intensa, descrittiva eppure piena di suggerimenti simbolici, capace di catturare il lettore. Porta incastonate inevitabilmente alcune parole dialettali che fanno la figura dei vecchi pezzi di intonaco dipinti sulle case di montagna.

Vi si trova il clima di una civiltà, l’odore di una terra, il sentimento di un popolo.

Un popolo di vinti? Un’intensa umanità riscatta i singoli personaggi e l’intera vicenda.

 


GLI ASPRI EROI DELLA “CANEVA” L’AUTORE INFONDE AI RICORDI IL RESPIRO DEL MITO

LORENZO BRUNAZZO, LA DIFESA DEL POPOLO, 23 dicembre 2001

 

Realtà e immaginazione: ma una immaginazione così immersa nei fatti della vita da diventarne parte indissolubile, formula di decifrazione. Un’immaginazione che straripa  in tutta la sua eloquenza onirica e simbolica nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Gli ospiti notturni sono fantasmi barcaioli evocati dal plenilunio e ritratti da uno strano, selvatico pittore, Lunardo Gironivola.

…qui riaffiora di Mazzocato quell’incredibile capacità di distillare miti universali dai profili scabri della sua terra..

Con questo nuovo libro, l’insegnante di liceo trevigiano che ha tradotto le Historiae di Tacito e l’opera monumentale di Tito Livio, conferma ciò che aveva già ben espresso negli altri suoi due romanzi: l’immaginosità ancestrale dell’uomo -abbia preso forma in classici poemi o in fole del filò- esprime i bisogni profondi, quelli radicati nel segreto dell’anima.

 


QUANDO NELLE CAMPAGNE VENETE SI SOGNAVA DI RAGGIUNGERE LA MERICA

SALVATORE COUCHOUD, IL NOSTRO TEMPO, 20 GENNAIO 2002

Il lettore ha la possibilità di incontrarsi con il Turco, la Teta, Nobile, Ghericuper e tutti gli altri personaggi, un po’ verghiani un po’ felliniani, che compongono la variegata galleria dei protagonisti delle vicende, tutte ambientate nel Veneto della prima metà dello scorso secolo, anche se la particolare coloritura “regionalistica” del testo è solo apparente, né deve trarre in inganno l’uso prolungato e reiterato di venetismi e locuzioni popolari…

Libro di ciacole e di pisnenti, ma non tanto e non solo, perché se esiste una scrittura non provinciale ma di respiro profondamente “internazionale” (in cui si discute per esempio, assai più dei fazenderos sudamericani che dei coltivatori trevigiani) questa è tangibilmente quella di Mazzocato.


 

GLI OSPITI NOTTURNI DI

GIAN DOMENICO MAZZOCATO ALLA RADIO VATICANA

 RECENSIONE DI GABRIELLA CICIULLA/MERCOLEDÌ 6 FEBBRAIO 2002

 

…Le esalazioni del vin raboso, le immagini liquide del Piave con le sue anse, la serena operosità contadina dominano questo paesaggio crudo e dolce nella sua naturale purezza. Sono la guerra e l’emorragia dell’emigrazione a turbarne l’equilibrio, ma da queste situazioni critiche ecco emergere per spessore psicologico le figure femminili della Teta e della Antonia…

Un libro davvero gradevole che si nutre delle suggestioni colorite del dialetto e di una scrittura immaginosa e sanguigna.


"IL CASO PAVAN", IL RITORNO DI MAZZOCATO CON L'ODISSEA DEGLI UMILI DEL SETTECENTO

IL GAZZETTINO, 9 DICEMBRE 2003 di Alessandro Comin

 

Il ciclo dei vinti di Gian Domenico Mazzocato si arricchisce di un romanzo, si moltiplica di personaggi, si dilata di ambizioni. È tutto questo “IL CASO PAVAN”, l’ultima opera dello scrittore trevigiano che è in libreria in questi giorni.
La storia di Tomaso Pavan, alias Tomà Marchi, è come un sasso lanciato nei laghi di Revine, la terra nativa del protagonista. È il primo dei cerchi concentrici che si formano nelle duecento pagine della narrazione, capace di intrecciare plurime storie di vita, violenza e miseria e di ordinarle tutte secondo il filo di una ricerca superiore, del senso di qualcosa di più complesso per capire l’uomo e il mondo pur avviandosi da basi così umili.
Parte dalla Pedemontana trevigiana, Tomaso. Vede e vive sangue e amori, contrabbando e amicizie, e arriva fino a Corfù, in un’Odissea al contrario dove il protagonista –ma dovremmo davvero dire “soltanto” il personaggio principale- ritrova l’amico Cosma, scopre un figlio che ora si chiama Alcinoo, rievoca Nausicaa e Calypso. Uno sprofondare nel mito che depura ma non cancella il destino sofferente dell’umanità di Mazzocato, così come gli afrori della pagine vengono alleviati dalle magiche figure femminili nel nome delle quali la storia si muove.
E così alla fine la vera catarsi di Tomaso, dopo il ritorno a Treviso, è il goffo tentativo di un impegno sociale anacronistico e proibito per quel Settecento campagnolo e trevigiano: gli costerà il carcere a san Vito. Quel carcere che viene sconvolto da un incendio –verità storica- che porta al colpo di scena finale.
“IL CASO PAVAN” è il primo libro della nuova collana “I Girasoli” proposta dall’Editrice san Liberale, con sede presso il settimanale diocesano La Vita del Popolo, che segna in questo modo il proprio debutto nella narrativa.
Sempre per La Vita del Popolo uscirà a Natale “Delitto a filò”, una piccola strenna dello stesso Mazzocato ai lettori.


ULISSE FOR EVER
 

http://www.vicoacitillo.it, 9 GENNAIO 2004 di Lorenzo Fort
 

Il mito dell'eroe itacese, forse il più noto, fertile, celebrato tra i numerosissimi che l'antichità grecoromana ci ha donato, ritorna ancora una volta a vivere nelle pagine di Gian Domenico Mazzocato, scrittore e saggista trevigiano, giunto ora alla sua quarta fatica letteraria (per non contare la pièce teatrale, di gran successo, Mato de Guera).
Il nuovo romanzo s'intitola Il caso Pavan (Editrice San Liberale, Treviso 2003), è ambientato nel Settecento veneto e, con coinvolgente affabulazione, presenta le vicende ardue, tristi, se non addirittura drammatiche, di una gran folla di personaggi, umili o potenti, onesti o mariuoli, uomini di legge o ladri, biscazzieri, prostitute. L'attenzione tuttavia, e il racconto, s'incentrano
essenzialmente su Tomaso Pavan, alias Tomà Marchi, tintore di lane, attore, tipografo (ma, secondo il Collegio della Quarantia Criminale di Venezia, «farnetico et furioso», sospettato come «scrittore et estensore di libello diffamatorio in attesa di essere giudicato per detto reato dalli nobilissimi Inquisitori di Stato in nomine et mandato dell'eccellentissimo Consiglio dei Dieci», p. 197).
Originario di un piccolo paese di montagna, Longhere, sui laghi di Revine, Tomaso si reca dapprima nella Serenissima città, poi, in fuga, a Treviso, quindi di nuovo a Venezia (come giardiniere presso il convento dei Gesuati), successivamente in una delle isole del mare greco, Corfù (abitata, nel racconto di Cosma, «nei tempi antichissimi da un popolo felice, quello dei Feaci ed Alcinoo era un re buono e un giudice giusto che sapeva come mettere a posto ogni cosa, dirimere tutte le controversie, far sempre vedere il lato ragionevole delle situazioni», p. 143) inseguendo – e scoprendo infine, tramite la leggenda odissiaca – il significato recondito del tempo, della vita, della sua stessa identità («Capito cos'è il tempo Tomà? Per Odisseo era trascorsa una vita, per la dea non era passato neanche un istante, nemmeno uno sbattere d'occhi. Non si scherza con il tempo, non lo si può prendere in giro. E non lo si può neanche buttare via. Gli dei, forse, lo possono sciupare, ma noi …», p. 153). Lo sfondo, però, è quello da sempre più congeniale al poliedrico autore di Treviso: la terra veneta delle plebi contadine – misere, affamate, cinicamente sfruttate dai signori: un mondo piccolo e grande al medesimo tempo, già protagonista, pur nelle evidenti diversità di situazioni e di motivi, dei precedenti romanzi mazzocatiani: Il delitto della contessa Onigo (1997), Il bosco veneziano (1999), Gli ospiti notturni (2001), tutti usciti presso l'editrice Santi Quaranta e più volte ristampati. La solidarietà dello scrittore, infatti, si spende ancora una volta a tutto favore degli umili – gli ultimi, destinati però (forse) ad essere davvero i primi – in una sorta di ben orchestrata epopea sociale.

Di particolare significanza, ad ogni modo, il ritorno di Odisseo attraverso la memoria e le esperienze dello stralunato Tomaso – pure lui, come il mitico sovrano, incalzato dal destino.

Odisseo, la cui isola, Itaca rocciosa, resta per l'appunto a poche miglia da Corfù; Odisseo, al quale «capitò ogni cosa che ad un uomo possa capitare, conobbe tutto quello che c'era da conoscere, tutto il bene e ogni male possibile» (pp. 144-145); Odisseo, il quale era inviso agli dèi perché «era un uomo libero, quello che voleva faceva. Era intelligente, e persuasivo nel parlare, la sua voce era musica, aveva gesti eloquenti» (p. 145). Alla fine, il vecchio eroe, dopo aver «conosciuto tutto l'odio dell'universo, tutti i casi della vita, amore, mostri, orrore e paura», si era «messo tranquillo, appagato» (p. 147).
In realtà, l'autentica versione della storia è un'altra, con il re itacese che, a un certo punto, parte nuovamente dall'isola alla ricerca della Ninfa Calipso: ma, solo e ormai vecchio, con gli occhi «bruciati dal sole, dall'acqua e dalla salsedine», non riesce a vedere «lo scoglio che ferì profondamente la chiglia della sua nave e gli fece fare naufragio». Ciò non ostante, moribondo sulla battigia, vede «con felicità, da lontano arrivare la dea. Incedeva maestosa sulla spiaggia, le onde si ritiravano al suo passaggio, sembravano obbedirle. Lei avrebbe fatto il miracolo, lo avrebbe raccolto e gli avrebbe restituito forze e giovinezza. Ne era sicuro Odisseo. Avrebbe vissuto una nuova vita». Calipso, però, «si avvicinò, si inginocchiò accanto a lui, bella e splendida come tanto tempo prima, non una ruga, non un filo bianco tra i capelli, nemmeno sfiorata dal correre degli anni.
Gli accarezzò la fronte, gli sorrise con pietà, ma non lo riconobbe nemmeno. Lo lasciò lì, a morire sulla spiaggia perché non poteva, la dea, spendere un miracolo per uno sconosciuto» (p. 152).
Triste e compassionevole, dunque, la fine del grande eroe omerico nella rivisitazione di Mazzocato.
Il suo, del resto, è un Odisseo che assomiglia un po' anche ad Attila – «il feroce, invincibile condottiero degli Unni. Conosceva bene quella storia, Tomaso, la più misteriosa tra quelle raccontate in Valmarena, ma a sentirla dalla bocca della vecchia contrabbandiera, aveva qualcosa di coinvolgente e oscuro, era nuova, come mai ascoltata … Gli Unni, i bambini della Valmarena se li vedevano perfino in sogno, erano orribili e feroci, belve autentiche, nate dall'accoppiamento del diavolo con tutte le streghe più cattive e malvagie. Anzi, erano in viaggio dalla notte dei tempi, gli Unni, venivano dalle lande sconfinate e lontane dell'Asia, dall'altra parte del mondo, sui loro cavalli, anch'essi figli del demonio. E Attila era il peggiore di tutti, il più determinato, il più instancabile, quello che non conosceva ostacoli e riposo. Aveva attraversato fiumi impetuosi, e così grandi che sembravano il mare, aveva passato catene impervie di monti ed era sceso come un avvoltoio rapace sulle piane furlane, distruggendo ogni villaggio, ogni città, Aquileia, Oderzo. Era invulnerabile, le frecce che gli venivano scoccate contro deviavano come toccate da una mano invisibile, e non c'era fendente che arrivasse a ferirlo. Aveva un segreto, Attila, la spada invincibile che il demonio, suo padre, gli aveva fatto trovare un giorno in riva ad un fiume. Quella spada garantiva vittoria eterna a lui e al suo popolo. Ad ascoltare la Scattona, Tomaso capiva che Attila era proprio uguale ad Odisseo, lo inseguiva il destino, e che la storia non cambia mai» (pp. 178-179).

Grande, insomma, la suggestione del volume di Mazzocato: un'ottima ragione per leggerlo con giusta attenzione e vivo interesse.


L'ULTIMO LIBRO DI MAZZOCATO "QUEL COLPO GROSSO DI FINE OTTOCENTO RIEVOCATO IL   

CLAMOROSO FURTO DI UNA CASSAFORTE DEL CONTE BRANDOLIN A SOLIGHETTO"

 

La Tribuna di Treviso, la Nuova Venezia, il Mattino di Padova

Una notte di centoventi anni fa nel palazzotto del conte Guido Brandolin a Solighetto, la banda di Faustino detto “Bicio” mise a segno uno dei colpi più clamorosi del secolo che aveva fruttato ai rapinatori la più imponente refurtiva di cui mai si avesse avuto notizia. Una storia di disperazione maturata nella plurisecolare miseria e ignoranza indotte dal forzato esilio e dal divieto assoluto imposto dalla Serenissima alle genti del Montello di sfruttare l’unica risorsa economica disponibile rappresentata dal legname dei boschi locali. Una vicenda oggi dimenticata. Ma che all’epoca aveva finito per assumere nell’immaginario collettivo i contorni di una leggenda.

I ladri erano riusciti in poche ore a strappare dal muro dov’era incassata una poderosa cassaforte, l’avevano quindi trascinata giù per le scale (800 chili di lamiere) e caricata su un carro traballante per correre a sventrarla qualche paese più in là. Giunti alle porte di Treviso, l’avevano gettata nelle acque di un canale, ignari però che il giorno dopo sarebbe stato svuotato per essere ripulito. E fu così che insieme al forziere era emerso anche qualche indizio che aveva smascherato i responsabili. Nel giro di due anni li avevano presi quasi tutti. Quando nel 1888 si tenne il processo nel tribunale di Treviso, la gente accorse da tutta la provincia.

E’ un vecchio fatto di cronaca che lo scrittore Gian Domenico Mazzocato racconta nel suo nuovo romanzo Banditi del Montello, dove “banditi” è da intendere nella duplice accezione di delinquenti e di esiliati dalla propria terra. Il volume esce per i tipi di Zanetti Editore di Caerano San Marco (Tv) col titolo Veneto oscuro e comprende altre due brevi storie realmente accadute, singolarmente già pubblicate: 1909 Delitto a filò e Il ritorno.

Tre romanzi-inchiesta in cui Mazzocato – come in altri suoi scritti precedenti a partire dal noto Delitto della contessa Onigo (nel 1997 sette ristampe in pochi mesi) – dà voce al mondo dei vinti in un Veneto povero e indigente di appena un secolo fa, o poco più, che rappresenta l’altra faccia di quel Veneto aristocratico e solare e dominatore che la tradizione storico-letteraria veneziana è solita presentare. Due mondi che viaggiano su binari distinti e paralleli ma che talvolta s’incontrano. Mazzocato ci racconta quel punto esatto in cui, per un attimo, si toccano. Quel punto è spesso un crimine. Che rende meno definita e scontata l’immagine che si ha di quei due mondi. E il nobile appare un po’ meno nobile e il reietto acquista una sua qualche dignità.

Così in Banditi del Montello c’è una rapina che non si spiega del tutto e che, udienza dopo udienza, mette in ombra la stessa figura del conte, sospetto di essere il vero mandante di quel furto. Che avrebbe organizzato forse per giustificare un ammanco, lui, Guido, erede di una famiglia ricca e potente, fratello di Annibale proprietario del magnifico Castello di Cison di Valmarino, imparentato con il vescovo di Ceneda e con un altro Brandolin possidente di terre immense e villa a San Cassan di Meschio. Ma prove contro di lui non si cercano neppure. Pagheranno gli altri. Gli elementi emersi durante il processo, nel libro ci sono tutti. Anche le testimonianze rese. E il duro verdetto dei giudici.

E al di là del mero fatto di cronaca è una fetta di storia locale che esce da queste pagine. Che spiega la cattiva fama dei Montelliani, riporta curiosità e dati poco noti sull’emigrazione veneta, descrive come venivano trattati i poveri che si ammalavano di colera o di vaiolo, le terribili condizioni dei galeotti condannati ai lavori forzati, con qualche cenno al colorito gergo della malavita e al ruolo dei confidenti delle forze dell’ordine. Ma si parla anche dei primi segnali di progresso a Treviso, le prime lampadine, il nome dei primi dodici abbonati al neonato servizio telefonico nel 1886, l’anno della rapina.

Nessuno ha mai saputo se nella cassaforte rubata ci fossero davvero tutti quei soldi che si era detto. Né che fine abbiano fatto. Il tesoro di Bicio non è mai stato trovato. E nei paesi del Montello e della pedemontana trevigiana, su fino alle vallate del Cadore, del Comelico e dell’Agordino, c’è ancora chi lo sta cercando.


CRONACA OTTOCENTESCA

La vita del Popolo

Banditi del Montello, l'ultimo lavoro di G.D. Mazzocato si inserisce nella serie “Veneto oscuro". In uno sfondo di miseria e precarietà riaffiorano i crimini mitizzati della banda Soligo

A scrivere di lui si rischia di cadere nell’ovvio, nel “già detto”, nella più monotona ripetitività.

Di Gian Domenico Mazzocato sappiamo tutto. O quasi.

Prima attraverso le raccolte di liriche, poi attraverso le fortunate traduzioni delle Historiae di Tacito e della Vita di san Martino di Venanzio Fortunato, poi soprattutto attraverso i romanzi, ormai noti nel panorama letterario non solo regionale, Mazzocato è riuscito a disegnarsi uno spazio tutto suo, originale eppur noto al grande pubblico che in esso ritrova le matrici prossime di essere, di pensare, di agire. I personaggi dei fortunati romanzi - Il delitto della contessa Onigo, Il bosco veneziano, Gli ospiti notturni, Il caso Pavan - sono uno spaccato fedele di quel Veneto tra Ottocento e Novecento, di una terra povera, martoriata dalla pellagra, che vede nell’emigrazione l’unico mezzo per sopravvivere. Un mondo che più di un critico ha felicemente accostato a quello verghiano, una terra di “vinti”, piegati per sempre dal destino, impossibilitati a modificare le proprie condizioni esistenziali.

Personaggi che, sin dalle prime battute di ogni storia, vivono di una luce propria e non tardano ad entrare nel cuore del lettore che in essi rivede nomi e volti, magari conosciuti attraverso il racconto dei nonni e ai quali Gian Domenico, con indiscussa padronanza, sa ridare vita e calore. Così è anche per “Banditi del Montello”, una storia veramente appassionante che insieme al “1909 Delitto a filò” e a “Il ritorno” edite precedentemente, adesso danno vita a “Veneto oscuro” per le edizioni Zanetti, euro 10.00. Ancora una volta Mazzocato ci riporta nel “Veneto oscuro”, terra di miseria e di fame, nella “Treviso povera, dissanguata dall’emigrazione, preoccupata dal colera alle porte” che vive ai margini del progresso, come molte piccole province italiane di fine ottocento.

Questa volta la storia ha come scenario preciso la provincia trevigiana, quel Montello da poco restituito ai suoi abitanti per decreto di re Umberto, dopo più di quattrocento anni di usurpazione da parte della Serenissima; quel lembo di terra dove il popolo vive “di espedienti, di furterelli, di commercio illegale del legname strappato con grave rischio alla collina” e sconta “una condanna perenne alla povertà e all’ignoranza, al malessere e al disagio”; dove “il colera infuria nel modo più terribile e virulento” e “decine di persone vivono ammucchiate come bestie in casupole miserabili”. E’ in questo scenario che opera la banda di Soligo, un aggregato di individui che all’occorrenza, spinti dalla miseria e nel tentativo di dare finalmente una svolta radicale alla grama vita di tutti i giorni, sanno fare gruppo e che sembrano inverare il pregiudizio di un Montello terra di malfattori, soprattutto ladri.

Mazzocato riscrive il processo a carico della banda Soligo che animò le cronache trevigiane nel gennaio del 1888. Lo fa riconfermando quelle doti di attento osservatore e non di semplice cronista, calandosi negli eventi e nei personaggi dei quali sa cogliere con rara capacità i tratti tipici del loro essere. Sa leggere con spiccata capacità nelle pieghe più recondite, non riuscendo a mascherare l’attaccamento ad ognuno di essi.

E con i personaggi così genuinamente fotografati nel loro mondo, il lettore ricostruisce in pieno quel contesto nel quale essi vivono ed agiscono, quella pagina di storia fatta di miseria e precarietà, dove gli anni di carcere possono conferire a chi li ha subiti un miserabile blasone di nobiltà, come si vanta Faustino Soligo “Tasi su, parché ti da me te ga tuto da imparar, i go fato quaranta ani de galera, mi”. Personaggi e vicende che restano scolpite nella mente di chi legge inconsciamente disposto a riconoscere quella mitizzazione che di essi ne hanno fatto i protagonisti dei tanti filò nelle lunghe serate invernali della campagna trevigiana.