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UNO SCONTRO TRA NOBILTÀ E SERVI DELLA GLEBA (24
dicembre 1997)
CON GLI UOMINI DEL MONTELLO, SIMBOLO DI LIBERTÀ (3 dicembre 1999)
"IL CASO PAVAN", IL RITORNO DI MAZZOCATO
CON L'ODISSEA DEGLI UMILI DEL SETTECENTO
(9 dicembre 2003)
CRONACA DI UN ASSASSINIO NEL VENETO CLASSISTA
(22 febbraio 1998)
SULLO SFONDO DI UNA FORESTA DI ROVERI LA VITA DI UNA COMUNITÀ DI CONTADINI
(13 febbraio 2000)
QUANDO NELLE CAMPAGNE VENETE SI SOGNAVA DI RAGGIUNGERE LA MERICA (20
gennaio 2002)
UN OMICIDIO FEUDALE PER L’ESORDIO DI MAZZOCATO
(13 marzo 1998)
NOSTALGIA DELLA TERRA NELLA SAGA VENEZIANA DI MAZZOCATO (30 dicembre
1999)
IL PIATTO DI POLENTA FINITO IN TRIBUNALE
(11 marzo 1998)
I SOGNI E LE SPERANZE SVANISCONO NEL BOSCO (20 febbraio 2000)
SOGNANDO IL BOSCO VENEZIANO (28 dicembre 1999)
L’EPOPEA DI UN POPOLO (28 febbraio 2000)
GLI OSPITI NOTTURNI (6 febbraio 2002)
MEMORIE DAL MONTELLO AL BRASILE (15 dicembre 1999)
IL DELITTO DI TEODOLINDA (30 novembre 1997)
E LA SERENISSIMA SI RIPRESE IL MONTELLO (7 novembre 1999)
E TREVISO APPLAUDÌ IL CONTADINO OMICIDA
(19 marzo 1998)
IL “POPOLO” DEL MONTELLO IN UN AFFRESCO CORALE (16 dicembre 1999)
STORIA DI UN DELITTO D’INIZIO SECOLO (20 marzo 1998)
LE STORIE DEGLI ULTIMI (27 maggio 2000)
GLI ASPRI EROI DELLA “CANEVA” L’AUTORE INFONDE AI RICORDI
IL RESPIRO DEL MITO
(23 dicembre 2001)
AL BUIO DEL BOSCO PROIBITO (25 dicembre 1999)
“IL BOSCO VENEZIANO”, ROMANZO DEL MONTELLO (21 novembre 1999)
STORIA DI UN BOSCO E DEL SUO POPOLO (20 febbraio 2000)
TREVIGIANITÀ ORMAI SCOMPARSA? (gennaio 1998)
ULISSE FOR EVER di Lorenzo Fort (9 gennaio 2004)
L'ULTIMO LIBRO DI
MAZZOCATO "QUEL COLPO GROSSO DI FINE OTTOCENTO RIEVOCATO IL
CLAMOROSO FURTO DI UNA CASSAFORTE DEL CONTE BRANDOLIN
A SOLIGHETTO" di Anna Renda.
CRONACA OTTOCENTESCA di Mario Cutuli
Il rapporto tra
padrone e servitore è vecchio come la società. Un tema stimolante per la
letteratura, da Tolstoj al verismo, dal realismo socialista alla saghe
sudamericane. In questo rapporto si stringono i nodi del potere e della
sudditanza, del comando e dell’ossequio, dell’abuso e del rancore, della
violenza fredda e della ribellione. Un uomo che comanda e uno che
obbedisce, pare una contraddizione per la natura umana, di per sé libera
ma diviene una convenzione stabilita e fondante il patto sociale.
Il rapporto padrone-servitore è alla base dell’insolito romanzo “Il
delitto della contessa Onigo” di Gian Domenico Mazzocato.
Nelle mani di Linda Onigo, contessa ricchissima e avara, sono le sorti di
uno stuolo di mezzadri, contadini, braccianti, in un Veneto classista,
dalle tradizioni quasi feudali.
A compilare il resoconto del misfatto, delle antecedenti cause e delle
conseguenze, è la voce narrante del conte Avogadro degli Azzoni, a suo
tempo amante della contessa. Il suo diario scaverà nella vicenda e nelle
carte processuali e farà risaltare le fisionomie psicologiche della
vittima e del suo assassino, “un ribelle inconsapevole di sé, un eroe
senza memoria”. Tale è il giovane Pietro Bianchet, frustrato nei sogni e
nei progetti, rancoroso verso il mondo e la sorte avversa.
E la contessa, nata bastarda ma insignoritasi, è un personaggio ombroso e
ferale; la sua cupidigia è tristezza di vivere, spavento di morte; persone
come lei hanno attorno a sé, fin dalla nascita, un alone di decadenza e di
disfacimento, sono destinate a finire nella terribilità dell’odio altrui.
Un incontro fra due vie drammatiche, dunque, spinte ad un ineluttabile
confronto di disperazione; il vero movente, forse, oltre la filigrana
dell’ingiustizia sociale e della lotta di classe.
La storia atavica di espropriazioni subite dalla famiglia della contessa e
la sua appartenenza alla religione valdese, coi ricordi di stragi e
diaspore, di arroccamenti alpini della sua gente, ha senza dubbio
contribuito a formarne l’indole gretta e malfidata. Forse il “mistero
d’iniquità” rinchiude esseri come Linda nel cerchio della costrizione
dualistica, avversa alla solidarietà e all’amore. “Si vive nel bene o nel
male, nel peccato o nella grazia”. Non vi è scampo.
Nel processo contro Bianchet che si terrà a Venezia sfileranno i
testimoni. Secondo molti si profilerà l’idea di un complotto politico:
Bianchet avrebbe ristabilito l’ordine con un atto di tribale giustizia,
eseguendo “un omicidio decretato da tutto un paese”.
“Il delitto della contessa Onigo” è un’opera prima con la sua amarezza
malinconica e una certa felicità di raccontare.
Primi spiccioli
del nostro secolo: in una tenuta della profonda provincia veneta per molti
versi ancora feudale, l’atavico avvilimento mette fine alla vita della
contessa Linda Onigo, donna di straordinaria durezza d’animo e di
irremissibile miseria morale. Bianchet, l’assassino, tradotto in catene a
Venezia, vive i tempi dell’attesa di una condanna che, all’angosciante
procedere della macchinosa liturgia tribunalizia, affianca un sorprendente
evolversi delle coscienze in gioco, sia private sia sociali.
Lo sviluppo binario del romanzo alterna capitoli di narrazione oggettiva,
in terza persona e condotti -come si dice- dal di fuori, a
capitoli-diario, stesi da un “io” narrante, il conte Francesco Avogadro
degli Azzoni, cugino della vittima, ma anche suo intimo amico-amante. Il
racconto intriga un buon numero di altri personaggi, ma essi sembrano
prender parte alla trama in qualità di ruoli più che di persone. Perché,
ed è questo il merito della sua struttura significante, “Il delitto della
contessa Onigo” è un libro che, dalla rappresentazione di un evento
singolo ben circoscritto, dirama all’emblematico tratteggio di una
condizione generale e categoriale: la dialettica schiavo-signore che
secolarmente predomina nell’avventura umana.
Al punto che l’intreccio cronistorico cui Mazzocato dà magnetica e filante
forma letteraria, crea al tempo stesso un incontro-scontro di rilievo
collettivo.
Da una parte il servo della gleba che con un paio di fendenti d’ascia
cancella l’oppressiva contessa e incarna la vendetta di una innumere
frangia di umiliati (qui miserabili contadini itterici e pellagrosi);
dall’altra parte, la società borghese, coi suoi probabili o presunti
eredi, coi suoi testimoni interessati, coi suoi aristocratici di parte, a
braccetto delle istituzioni (nel caso in esame, giudici e macchina
inquirente).
Pietro Bianchet è un accidens: non è innocente, ma il suo è un ruolo
dell’ingranaggio in una controversia a lui estranea, sia la sua
premeditazione o incapacità mentale, sia il suo un agguato o un raptus.
Nelle more di un processo dalle mille realtà e dalla disattesa verità, si
giunge perfino a parlare di complotto e di congiura. Il sudore dei servi
chiede il sangue dei padroni. È l’aspra storia della povertà cruenta.
Per Mazzocato un esordio di lusso.
Sia per tematiche assunte e “lavorate”, sia per stile posato, controllato,
pieno di tattici valori formali.
È un Veneto
feudale, nutrito di povertà, quello che fa da sfondo a questo “giallo”
psicologico che parte da un fatto di cronaca, accaduto nel contado di
Treviso, per ricostruire il quadro di un’epoca. Siamo all’inizio del
secolo: la contessa di religione valdese Linda Onigo viene uccisa nel
giardino del suo palazzo dal servitore Pietro Bianchet al quale ha negato
un po’ di polenta per la moglie gravida.
Nata illegittima, Linda era stata adottata dall’ultimo degli Onigo, una
casata dalla storia fluttuante, fatta di esili, di ritorni, di terre
conquistate, divise e poi nuovamente riunite.
E proprio per questa storia, che le era stata data in consegna con il
ricco patrimonio, si era chiusa dentro una corazza di durezza che la
divideva dagli altri, odiata da tutti, accolta solo dall’amante, voce
narrante del libro.
È lui, il conte Francesco Avogadro Azzoni, a rievocare il processo contro
l’assassino e a far emergere dalle carte processuali lo scontro fra due
mondi: quello misero, rancoroso nei confronti della propria malasorte
delle plebi rurali, e quello sigillato nelle proprie ricchezze della
classe nobiliare.
Ma l’altera Linda e il misero Bianchet sono molto più vicini di quanto si
possa immaginare: li unisce una infelicità che li rende complementari.
Ed è in questa conclusione a sorpresa, annunciata in tutto il romanzo, che
si accampa la novità e la freschezza di questo libro di un esordiente che
promette bene.
Il delitto della
contessa Onigo è sostanzialmente un romanzo storico: “romanzo” per tutta
quella parte di ri-creazione (manzonianamente si direbbe “invenzione”)
delle anime dei personaggi (l’anima semplice dell’omicida, l’anima
tormentata da ombre e conflitti della vittima); “storico” in quanto quel
particolare fatto di cronaca viene sentito come emblematico di tutto un
nodo di temi e problemi sociali, economici, di costume tali da assumere,
appunto, un forte spessore storico.
È la storia che oppose all’intransigente e miope conservatorismo dei
grandi proprietari terrieri la pressione delle plebi a lungo rimaste in
gravissime condizioni di arretratezza e miseria in quel nord-est contadino
nel quale la pellagra, con i suoi terribili effetti sul corpo e sulla
mente, era il segno più vistoso di una piaga sociale che non poteva
restare più a lungo irredenta.
Mazzocato vede nei fendenti d’ascia vibrati da Bianchet quasi un evento
simbolico: il simbolo della insostenibilità di una situazione, di un
necessario punto di svolta.
Il coro di personaggi che si muove attorno al delitto e alla sua
ricostruzione nelle sedute del processo è, nelle sue diverse componenti (i
popolani, i nobili o i notabili borghesi), quasi tutto portato a valutare
come condannabile il comportamento della contessa e, in qualche modo,
comprensibile se non giustificabile la rabbia omicida del pisnente:
appunto, anche dalla classe da cui appartiene la Onigo o da chi le è meno
distante, si avverte l’inevitabilità di un cambiamento.
Questa valenza storica non esaurisce, però, la valenza del libro. Il quale
afferma la sua dimensione più propriamente letteraria nella particolare
struttura pensata da Mazzocato e nelle possibilità espressive che in essa
si attivano.
Il racconto si sviluppa su due piani: da una parte ci sono le pagine più
nudamente narrative che seguono la vicenda del trasferimento di Pietro
Bianchet da Treviso al carcere di Venezia, fino alla conclusione del
processo; dall’altra parte, intercalate a questa cronaca, si immaginano le
pagine di un diario tenuto da un cugino e amico della Onigo, il conte
Francesco Avogadro, ufficiale di carriera, durante i giorni del processo
veneziano.
E la vitalità del romanzo, ben al di là del quadro storico-sociale, sta
proprio nel contrappunto fra la nuda cronaca degli eventi e gli squarci
che i ricorsi e le riflessioni del conte Avogadro aprono sul passato di
Linda, sui condizionamenti che hanno fatto di lei una donna dal cuore di
pietra nei suoi comportamenti sociali, ma, nelle piaghe segrete
dell’anima, una creatura che sconta nella solitudine e nella dolorosa
scissione della propria personalità il destino di essere proprio lei,
donna non ricambiata nell’amore e segnata dalla sterilità del suo grembo,
l’anello estremo, il punto tragicamente conclusivo di tutta una storia: la
storia della sua famiglia e della sua classe.
Così, fra cronaca dei fatti e analisi interiore, le pagine di questo
romanzo (che magari talora possono dare l’impressione di una certa
frammentarietà) trovano invece un motivo di forte coesione nel sentimento
di una pietas insieme esistenziale e storica che anima la voce narrante,
sia essa, nella finzione, quella del cronista o quella del
personaggio-testimone, il conte Avogadro.
E la pietas che meritano –e non certo per un capriccioso paradosso- sia il
carnefice, sia la vittima: perché entrambi, nella realtà più vera del loro
vivere, sono stati vittime.
…Testimoni non
disinteressati della vicenda sono Francesco Avogadro Azzoni e Beniamino
Bresolin, maestro di scuola e di vita di Pietro Bianchet. Entrambi hanno
scritto del processo e i loro appunti sono stati rinvenuti, tra polverose
carte, dal narratore il quale “…ha provato quasi per gioco a sovrapporre
le due narrazioni, a farle girare come due meccanismi dentati e
sincroni,…” riuscendo, con l’intrigante artifizio letterario a catturare
il lettore e a condurlo lungo i declivi della Valcavasia e nelle luminose
stanze dei palazzi gentilizi, e dentro l’aula austera del tribunale
veneziano, e tra i pisnenti della Pedemontana e del Montello a
ripercorrere un’epoca, tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del
nuovo secolo, attraverso figure e vicende rurali tratteggiate col piglio
dello scrittore di rango che sa tessere trame interpretative di grande
aderenza cronachistica e storica e ne conserva vive suggestioni oltre
l’usura del tempo.
Gian Domenico Mazzocato ha sapientemente coniugato l’inconsapevole
pulsione rivoluzionaria e gli effetti psicopatologici della pellagra nel
personaggio centrale del romanzo, il bracciante Bianchet, predestinato a
compiere l’estrema, istantanea violenza attesa dalla silenziosa
moltitudine degli oppressi.
A lui ha opposto Linda Onigo, nobildonna arida e perfida, quanto sola. Due
figure inquietanti, tratteggiate con finissimo intuito psicologico, per le
quali non è possibile dire, fino in fondo, se appartengano alle categorie
del bene o del male cui sarebbe facile consegnare ciascuna di esse.
Il rito processuale, con le sue pause, gli interrogatori, i silenzi, le
attese, le irruzioni testimoniali, i resoconti giornalistici, consente
allo scrittore di aprire finestre sulla storia e recuperare eventi e
fenomeni che impreziosiscono, senza appesantirla, la narrazione ed
accrescono l’attesa della sentenza.
Ma la prevedibilità dell’esito giudiziario, anziché spegnerlo, alimenta il
desiderio di capire se esso riesca ad attenuare, o sciogliere del tutto,
quella vaga ed ambigua somiglianza da cui quelle anime dolenti traggono la
loro splendida modernità.
Traspaiono, nello stile asciutto ed incalzante, echi di una classicità
metabolizzata che bene si attaglia alle situazioni narrate e le nobilita
senza concessioni retoriche.
Invenzione letteraria ed approfondimenti storici si conciliano con
invidiabile equilibrio in un’opera di innegabile efficacia comunicativa.
…Da questo fatto
di cronaca Gian Domenico Mazzocato, trevigiano, latinista (recente
l’uscita per la Newton Compton dell’opera di Tito Livio da lui curata in
sei volumi) ha tratto un docu-romanzo.
Romanzo documentario, dunque, perché la vicenda –anche a voler tralasciare
i particolari del processo- è conservata solo oralmente, con le
inevitabili distorsioni procurate dal trascorrere dei decenni, soprattutto
(ipotizziamo) in versioni contadine.
Questo romanzo primo di Mazzocato ha un tono idealmente cronistico. Ma non
del semplice cronista di nera, come è caduto per libri di altri colleghi
(l’autore, oltre che insegnante di lingue classiche è giornalista), anzi
del più raffinato cronista di costume.
Perché il delitto è il risultato di un conflitto: quello, assai sentito
agli inizi del Novecento e fino alle prime lotte sociali organizzate, tra
padroni e servi della gleba. Lei, Linda, contessa (ma col primo nome
assolutamente plebeo, Zenobia, e si diceva fosse una bastarda) attaccata
alla terra in maniera contadina; lui, originario del bellunese, dal nome
nobile, Pietro, e dal cognome plebeo, Bianchet (quella tronca, quasi un
destino).
In tempi di ricchezza e di miseria, nobili e servi contrapposti,
l’insofferenza degli uni verso gli altri era genetica prima ancora che
atavica. L’estremo gesto del contadino contro la “parona” non è che
l’estremizzazione di questo conflitto, non ancora entrato nella mente
dello strato più basso della popolazione ma latente, quasi covato in
sordina.
L’autore ha affrontato la vicenda, di per sé semplice, percorrendo due
strade: quella del processo e l’altra dei ricordi di un cugino della
contessa, che segue le ultime fasi della storia. Senza dimenticare il
protagonista, uomo spento, che alla richiesta “se avesse nulla da
dichiarare” risponde decisamente “no”.
Perché un povero ignorante trova difficoltà a spiegare al magistrato le
motivazioni profonde del folle gesto.
Perché è un contadino, perché l’uccisa è una nobile, perché la giustizia è
unilaterale (lo si vedrà qualche anno dopo, sempre a Venezia, col caso
Tarnowska).
Gian Domenico Mazzocato (duemila copie del romanzo vendute in dieci
giorni) ha indovinato la chiave di scrittura. La narrazione si rivela
molto attenta ai particolari della vita contadina, alle impressioni di
Pietro Bianchet quando arriva a Venezia e poi ai ricordi che affiorano
quando è in carcere, alla descrizione dei personaggi anche di contorno, in
uno stile scorrevole, tanto da far sembrare certi passi vere e proprie
fotografie parlanti.
Una capacità descrittiva molto originale quella di questo “cronista
epocale”. Un viaggio nel tempo che scolpisce a tutto tondo personaggi
anonimi, prima di essere presi in esame dall’acuta scrittura dell’autore.
In definitiva un libro “nuovo” che merita la lettura.
Il passato della Marca Trevigiana
parla anche il linguaggio della sopraffazione da parte dei potenti sui
deboli, dell’umiliazione dei poveri, dell’ignoranza, delle malattie.
Talvolta qualche sussulto di ribellione e qualche anelito al riscatto
possono assumere anche connotazioni drammatiche.
Raccontare tutto questo in un libro
che, basato su elementi storici, ma sviluppato con un codice espressivo
moderno, riesce con sapiente artifizio letterario, a catturare il lettore
e a condurlo per mano lungo i declivi della Valcavasia e nelle sontuose
stanze dei palazzi gentilizi, come nei tuguri dei “pisnenti”.
Qui è la bravura e la spiccata
versatilità di Gian Domenico Mazzocato che con il suo primo romanzo
rappresenta un caso letterario con il suo successo di vendite e di
critica.
Indubbiamente l’elemento storico e
romanzato dell’opera, rende la lettura particolarmente piacevole e
incalzante.
Con un sapore fra il thrilling e la
fiction che tiene sempre sulla corda l’avidità di sapere del lettore.
Mazzocato tiene bene le fila di
questa storia, alternando continuamente interni ed esterni: il popolo, il
processo pubblico, i pensieri privati, i ricordi, dando credibilità
soprattutto al personaggio della contessa e del cugino che la racconta e
si racconta con un pudore ed una delicatezza davvero esemplari.
Storia impastata di odio, di
prepotenti abusi, di bastarda miseria: e quasi a contrastare tutto ciò, un
poetico respiro che pur sprigiona talora dalle pagine del libro, sì da
rendere vivida e affascinante la visione e la presenza del Montello, con i
suoi sentieri che, inoltrandosi nella foresta, assumono l’aspetto di
gallerie, mentre d’inverno, con la neve, la collina, tutta bianca, sembra
dormire.
Una umanità dolorosamente
mortificata, quella ritratta da Mazzocato. E se Ireno e sua moglie Gemma,
in quell’estate del 1848, allorché i soldati requisirono dalla loro casa
il legname portato via dal Montello, capirono che neppure alla loro
generazione “sarebbe toccato il privilegio di riprendere possesso della
collina proibita”, ecco che il figlio Beniamino dopo aver perduto la
moglie nella tragica inondazione del Piave nel 1882, decide di partire con
Teofilo alla volta del Brasile.
Ma in quel grande affresco che è “Il
bosco veneziano” si muovono anche altri personaggi: ciascuno con il
proprio fardello, le illusioni e la tenace speranza di poter tornare.
...Una storia ambientata nel XIX
secolo, i cui protagonisti sono alla continua e drammatica ricerca di
mezzi di sopravvivenza, costretti alla povertà dall’avidità dei regnanti
via via imposti dai grandi mutamenti storici.
Il viaggio di Beniamino e Teofilo
Barro emigrati in Brasile per lavorare la terra negatagli nella patria
d’origine, la commovente storia di Sereno detto Luna, coraggioso pittore
di santi e madonne, l’amaro destino di Jacopo, spietato cacciatore dei
selvaggi assassini del Rio Grande do Sul, sono alcuni dei momenti della
storia di un popolo che attende il giorno in cui gli sarà riconosciuto il
diritto sulla propria patria.
…Ma gustata la limpida treccia
narrativa (compresa una suspense che si scioglierà nei modi propri di un
giallista di rango qual è Mazzocato) questo Bosco veneziano
conferma le sue capacità narrative: una accortezza strutturale che va dal
centro del racconto alle sue periferie, tenendo vivi sia l’intreccio
portante che le notazioni complementari; la nostalgia della terra come
valore-cardine della vita; la “liquidità” della scrittura, specie quando
mima la tradizione orale di storie che sono diventate leggende.
È un romanzo nato dal silenzioso e
appartato viaggio nel passato di uno scrittore che cerca nelle vicende
pubbliche e private di ieri le patrie perdute, i riferimenti che hanno
fatto la storia del nostro paese.
È un percorso che aveva compiuto con
successo ne Il delitto della contessa Onigo, un suggestivo giallo
psicologico, ambientato in un Veneto cupo e feudale.
Anche questo nuovo racconto, ricco
di splendidi ritratti di gente comune, resi indimenticabili da un vibrante
linguaggio poetico, ha come sfondo la terra veneta, raccontata attraverso
una vicenda emblematica delle fatiche e delle tante povertà dell’Italia
contadina.
È quella che vede protagonista il
Montello, il bosco proibito.
Che è anche un luogo dell’anima,
dove i padri depositavano i loro sogni di riscatto rubando
clandestinamente la legna, e i figli attingevano la speranza di un po’ di
fortuna.
…Individuata, scomposta negli
elementi primari della collina, del bosco, delle sorgenti, la natura si
anima, dà vita al racconto povero ed epico insieme della gente del
Montello. Gli elementi naturali sono essi stessi protagonisti all’interno
del libro.
…Il libro di Mazzocato è un romanzo
corale che partendo da un’analisi storica e sociologica dei fatti, e con
lo schema di una parabola sulle prevaricazioni del potere e sulla pazienza
delle popolazioni sottomesse, si apparenta ad una specie di verghiano
“ciclo dei vinti”.
Frutto di un minuzioso lavoro di
ricerca, “Il bosco veneziano” ricostruisce un periodo di vita popolare
dimenticato ma necessariamente presente nella “piccola” storia del Veneto,
dove il Montello è un simbolo di libertà, dove si è combattuta una guerra
sanguinosa, dove la volontà dei suoi abitanti lo hanno reso vivibile e
meta di continui visitatori.
L’autore scava nelle psicologie dei
suoi personaggi, li raffigura a tutto tondo, ne analizza i sentimenti che
li rendono “diversi” in questa loro volontà di riappropriarsi del
Montello.
Quasi una ricerca spasmodica del
“frutto proibito” al quale arrivano dopo lunga fatica. Romanzo come
paradigma di una ricerca, della volontà umana di far riconoscere un
diritto, di perpetuamento personale all’interno di quelle radici che
continuano a pulsare nell’animo dei protagonisti.
Mazzocato conferma l’ottima prova
precedente, anche nella ricerca di storie originali lontane dal
commercialismo d’autore oggi imperante.
Mazzocato è il grande cantore
dell’epopea dei “pisnenti”, gli ultimi fra i lavoratori della terra, i più
miserabili e disperati.
Di questa gente veneta, senza nome e
senza storia, simile ai latini di cui parla Manzoni (“un’immensa
moltitudine di uomini che passa sulla terra inosservata, senza lasciarvi
vestigio”) nel suo romanzo Mazzocato approfondisce l’indagine, ne studia
le miserabili condizioni di vita non solo nella loro patria veneta, ma
anche nella loro seconda patria che fondano tra le sconfinate distese
delle foreste brasiliane dove sono costretti ad emigrare.
…Una pagina grandiosa ed epica che
rende in tutta la sua formidabile potenza la tragedia di un’intera
generazione veneta…
…E la storia, politica e naturale, è
anch’essa protagonista, accanto alle persone, dentro di loro. Il
Quarantotto e il grande furto collettivo di legname, duramente punito
dagli austriaci, il colera del ’55 e il suo fantasma, l’arrivo degli
italiani nel ’66, che cambia poco o niente, la brentana grande del 1882
che spinge la famiglia di “pisnenti” del Montello, orfana della
moglie-madre, a emigrare.
Il tutto raccontato con uno stile
coinvolgente, che unisce un italiano fluido, aulico perfino, con termini
dialettali che invece di abbassare il tono del discorso, rendendolo
colloquiale, lo innalzano, lo adornano, lo impreziosiscono. Castoni
raffinati e pertinenti sono anche le innumerevoli leggende e tradizioni
locali, prima tra tutti quella del monaco Giovanni, il cui fantasma
girovaga di notte sulla collina del Montello, cercando pace, senza mai
trovarla.
…Ma in questo romanzo
il Montello diventa immagine e metafora universale della patria perduta,
dell’esilio e dell’esproprio: vale a dire di una situazione verificatasi
infinite volte in ogni tempo e in ogni parte del mondo. Attraverso le
vicende di una famiglia di Giavera, quella dei Barro, lo scrittore Gian
Domenico Mazzocato prosegue la saga di quel mondo contadino veneto che già
aveva inaugurato nel suo precedente romanzo.
Gian Domenico Mazzocato racconta senza enfasi e senza
nostalgia un mondo di fame, miseria, di arretratezza, di ignoranza e di
sfruttamento.
…Un mondo enigmatico,
anche, perché attorno al Montello, alle sue rovine misteriose e
antichissime, ai suoi luoghi ancor oggi selvaggi e impenetrabili, è
fiorito un complesso unico e irripetibile di “fole”, leggende e racconti
che lo scrittore trevigiano puntualmente registra e riferisce spesso
usando il lessico e gli schemi mentali che traspaiono dall’oralità
contadina.
…È romanzo corale, di un popolo si
vorrebbe dire, e Mazzocato riesce nell’operazione di fondere tanti
elementi storici, dalla tragica piena del Piave nel 1882 alla
colonizzazione trevigiana del mato brasiliano, in un’unica
memoria, credibile e commossa.
…Nel racconto generale, diviso
idealmente in tre parti –fino alla piena del Piave, l’emigrazione, il
ritorno- si intrecciano vicende particolari, come nella grande struttura
del bosco vivono gli alti fusti e la vegetazione più bassa.
La scrittura è bella, intensa,
descrittiva eppure piena di suggerimenti simbolici, capace di catturare il
lettore. Porta incastonate inevitabilmente alcune parole dialettali che
fanno la figura dei vecchi pezzi di intonaco dipinti sulle case di
montagna.
Vi si trova il clima di una civiltà,
l’odore di una terra, il sentimento di un popolo.
Un popolo di vinti? Un’intensa
umanità riscatta i singoli personaggi e l’intera vicenda.
Realtà e immaginazione: ma una immaginazione
così immersa nei fatti della vita da diventarne parte indissolubile, formula di
decifrazione. Un’immaginazione che straripa in tutta la sua eloquenza onirica e
simbolica nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Gli ospiti notturni
sono fantasmi barcaioli evocati dal plenilunio e ritratti da uno strano,
selvatico pittore, Lunardo Gironivola.
…qui riaffiora di Mazzocato quell’incredibile
capacità di distillare miti universali dai profili scabri della sua terra..
Con questo nuovo libro, l’insegnante di
liceo trevigiano che ha tradotto le Historiae di Tacito e l’opera
monumentale di Tito Livio, conferma ciò che aveva già ben espresso negli altri
suoi due romanzi: l’immaginosità ancestrale dell’uomo -abbia preso forma in
classici poemi o in fole del filò- esprime i bisogni profondi, quelli radicati
nel segreto dell’anima.
Il lettore ha la possibilità di incontrarsi con il Turco, la Teta,
Nobile, Ghericuper e tutti gli altri personaggi, un po’ verghiani un po’
felliniani, che compongono la variegata galleria dei protagonisti delle vicende,
tutte ambientate nel Veneto della prima metà dello scorso secolo, anche se la
particolare coloritura “regionalistica” del testo è solo apparente, né deve
trarre in inganno l’uso prolungato e reiterato di venetismi e locuzioni
popolari…
Libro di ciacole e di
pisnenti, ma non tanto e non solo, perché se esiste una scrittura non
provinciale ma di respiro profondamente “internazionale” (in cui si discute per
esempio, assai più dei fazenderos sudamericani che dei coltivatori
trevigiani) questa è tangibilmente quella di Mazzocato.
GLI
OSPITI NOTTURNI DI
GIAN
DOMENICO MAZZOCATO ALLA RADIO VATICANA
RECENSIONE DI GABRIELLA CICIULLA/MERCOLEDÌ
6 FEBBRAIO 2002
…Le esalazioni del vin
raboso, le immagini liquide del Piave con le sue anse, la serena operosità
contadina dominano questo paesaggio crudo e dolce nella sua naturale purezza.
Sono la guerra e l’emorragia dell’emigrazione a turbarne l’equilibrio, ma da
queste situazioni critiche ecco emergere per spessore psicologico le figure
femminili della Teta e della Antonia…
Un libro davvero gradevole
che si nutre delle suggestioni colorite del dialetto e di una scrittura
immaginosa e sanguigna.
"IL CASO PAVAN", IL RITORNO DI MAZZOCATO CON L'ODISSEA DEGLI UMILI DEL
SETTECENTO
IL GAZZETTINO, 9 DICEMBRE 2003 di
Alessandro Comin
Il ciclo dei vinti di Gian Domenico Mazzocato
si arricchisce di un romanzo, si moltiplica di personaggi, si dilata di
ambizioni. È tutto questo “IL CASO PAVAN”, l’ultima opera dello scrittore
trevigiano che è in libreria in questi giorni.
La storia di Tomaso Pavan, alias Tomà Marchi, è come un sasso lanciato nei laghi
di Revine, la terra nativa del protagonista. È il primo dei cerchi concentrici
che si formano nelle duecento pagine della narrazione, capace di intrecciare
plurime storie di vita, violenza e miseria e di ordinarle tutte secondo il filo
di una ricerca superiore, del senso di qualcosa di più complesso per capire
l’uomo e il mondo pur avviandosi da basi così umili.
Parte dalla Pedemontana trevigiana, Tomaso. Vede e vive sangue e amori,
contrabbando e amicizie, e arriva fino a Corfù, in un’Odissea al contrario dove
il protagonista –ma dovremmo davvero dire “soltanto” il personaggio principale-
ritrova l’amico Cosma, scopre un figlio che ora si chiama Alcinoo, rievoca
Nausicaa e Calypso. Uno sprofondare nel mito che depura ma non cancella il
destino sofferente dell’umanità di Mazzocato, così come gli afrori della pagine
vengono alleviati dalle magiche figure femminili nel nome delle quali la storia
si muove.
E così alla fine la vera catarsi di Tomaso, dopo il ritorno a Treviso, è il
goffo tentativo di un impegno sociale anacronistico e proibito per quel
Settecento campagnolo e trevigiano: gli costerà il carcere a san Vito. Quel
carcere che viene sconvolto da un incendio –verità storica- che porta al colpo
di scena finale.
“IL CASO PAVAN” è il primo libro della nuova collana “I Girasoli” proposta
dall’Editrice san Liberale, con sede presso il settimanale diocesano La Vita del
Popolo, che segna in questo modo il proprio debutto nella narrativa.
Sempre per La Vita del Popolo uscirà a Natale “Delitto a filò”, una piccola
strenna dello stesso Mazzocato ai lettori.
ULISSE FOR EVER
http://www.vicoacitillo.it,
9 GENNAIO 2004 di Lorenzo Fort
Il mito dell'eroe itacese, forse il più noto,
fertile, celebrato tra i numerosissimi che l'antichità grecoromana
ci ha donato, ritorna ancora una volta a vivere nelle pagine di Gian Domenico
Mazzocato,
scrittore e saggista trevigiano, giunto ora alla sua quarta fatica letteraria
(per non contare la pièce
teatrale, di gran successo, Mato de Guera).
Il nuovo romanzo s'intitola Il caso Pavan (Editrice San Liberale, Treviso 2003),
è ambientato nel
Settecento veneto e, con coinvolgente affabulazione, presenta le vicende ardue,
tristi, se non
addirittura drammatiche, di una gran folla di personaggi, umili o potenti,
onesti o mariuoli, uomini
di legge o ladri, biscazzieri, prostitute. L'attenzione tuttavia, e il racconto,
s'incentrano
essenzialmente su Tomaso Pavan, alias Tomà Marchi, tintore di lane, attore,
tipografo (ma, secondo
il Collegio della Quarantia Criminale di Venezia, «farnetico et furioso»,
sospettato come «scrittore
et estensore di libello diffamatorio in attesa di essere giudicato per detto
reato dalli nobilissimi
Inquisitori di Stato in nomine et mandato dell'eccellentissimo Consiglio dei
Dieci», p. 197).
Originario di un piccolo paese di montagna, Longhere, sui laghi di Revine,
Tomaso si reca
dapprima nella Serenissima città, poi, in fuga, a Treviso, quindi di nuovo a
Venezia (come
giardiniere presso il convento dei Gesuati), successivamente in una delle isole
del mare greco,
Corfù (abitata, nel racconto di Cosma, «nei tempi antichissimi da un popolo
felice, quello dei Feaci
ed Alcinoo era un re buono e un giudice giusto che sapeva come mettere a posto
ogni cosa, dirimere
tutte le controversie, far sempre vedere il lato ragionevole delle situazioni»,
p. 143) inseguendo – e
scoprendo infine, tramite la leggenda odissiaca – il significato recondito del
tempo, della vita, della
sua stessa identità («Capito cos'è il tempo Tomà? Per Odisseo era trascorsa una
vita, per la dea non
era passato neanche un istante, nemmeno uno sbattere d'occhi. Non si scherza con
il tempo, non lo
si può prendere in giro. E non lo si può neanche buttare via. Gli dei, forse, lo
possono sciupare, ma
noi …», p. 153). Lo sfondo, però, è quello da sempre più congeniale al
poliedrico autore di Treviso:
la terra veneta delle plebi contadine – misere, affamate, cinicamente sfruttate
dai signori: un mondo
piccolo e grande al medesimo tempo, già protagonista, pur nelle evidenti
diversità di situazioni e di
motivi, dei precedenti romanzi mazzocatiani: Il delitto della contessa Onigo
(1997), Il bosco
veneziano (1999), Gli ospiti notturni (2001), tutti usciti presso l'editrice
Santi Quaranta e più volte
ristampati. La solidarietà dello scrittore, infatti, si spende ancora una volta
a tutto favore degli umili
– gli ultimi, destinati però (forse) ad essere davvero i primi – in una sorta di
ben orchestrata epopea
sociale.
Di particolare significanza, ad ogni modo, il
ritorno di Odisseo attraverso la memoria e le
esperienze dello stralunato Tomaso – pure lui, come il mitico sovrano, incalzato
dal destino.
Odisseo, la cui isola, Itaca rocciosa, resta per
l'appunto a poche miglia da Corfù; Odisseo, al quale
«capitò ogni cosa che ad un uomo possa capitare, conobbe tutto quello che c'era
da conoscere, tutto
il bene e ogni male possibile» (pp. 144-145); Odisseo, il quale era inviso agli
dèi perché «era un
uomo libero, quello che voleva faceva. Era intelligente, e persuasivo nel
parlare, la sua voce era
musica, aveva gesti eloquenti» (p. 145). Alla fine, il vecchio eroe, dopo aver
«conosciuto tutto
l'odio dell'universo, tutti i casi della vita, amore, mostri, orrore e paura»,
si era «messo tranquillo,
appagato» (p. 147).
In realtà, l'autentica versione della storia è un'altra, con il re itacese che,
a un certo punto, parte
nuovamente dall'isola alla ricerca della Ninfa Calipso: ma, solo e ormai
vecchio, con gli occhi
«bruciati dal sole, dall'acqua e dalla salsedine», non riesce a vedere «lo
scoglio che ferì
profondamente la chiglia della sua nave e gli fece fare naufragio». Ciò non
ostante, moribondo sulla
battigia, vede «con felicità, da lontano arrivare la dea. Incedeva maestosa
sulla spiaggia, le onde si
ritiravano al suo passaggio, sembravano obbedirle. Lei avrebbe fatto il
miracolo, lo avrebbe
raccolto e gli avrebbe restituito forze e giovinezza. Ne era sicuro Odisseo.
Avrebbe vissuto una
nuova vita». Calipso, però, «si avvicinò, si inginocchiò accanto a lui, bella e
splendida come tanto
tempo prima, non una ruga, non un filo bianco tra i capelli, nemmeno sfiorata
dal correre degli anni.
Gli accarezzò la fronte, gli sorrise con pietà, ma non lo riconobbe nemmeno. Lo
lasciò lì, a morire
sulla spiaggia perché non poteva, la dea, spendere un miracolo per uno
sconosciuto» (p. 152).
Triste e compassionevole, dunque, la fine del grande eroe omerico nella
rivisitazione di Mazzocato.
Il suo, del resto, è un Odisseo che assomiglia un po' anche ad Attila – «il
feroce, invincibile
condottiero degli Unni. Conosceva bene quella storia, Tomaso, la più misteriosa
tra quelle
raccontate in Valmarena, ma a sentirla dalla bocca della vecchia
contrabbandiera, aveva qualcosa di
coinvolgente e oscuro, era nuova, come mai ascoltata … Gli Unni, i bambini della
Valmarena se li
vedevano perfino in sogno, erano orribili e feroci, belve autentiche, nate
dall'accoppiamento del
diavolo con tutte le streghe più cattive e malvagie. Anzi, erano in viaggio
dalla notte dei tempi, gli
Unni, venivano dalle lande sconfinate e lontane dell'Asia, dall'altra parte del
mondo, sui loro
cavalli, anch'essi figli del demonio. E Attila era il peggiore di tutti, il più
determinato, il più
instancabile, quello che non conosceva ostacoli e riposo. Aveva attraversato
fiumi impetuosi, e così
grandi che sembravano il mare, aveva passato catene impervie di monti ed era
sceso come un
avvoltoio rapace sulle piane furlane, distruggendo ogni villaggio, ogni città,
Aquileia, Oderzo. Era
invulnerabile, le frecce che gli venivano scoccate contro deviavano come toccate
da una mano
invisibile, e non c'era fendente che arrivasse a ferirlo. Aveva un segreto,
Attila, la spada invincibile
che il demonio, suo padre, gli aveva fatto trovare un giorno in riva ad un
fiume. Quella spada
garantiva vittoria eterna a lui e al suo popolo. Ad ascoltare la Scattona,
Tomaso capiva che Attila
era proprio uguale ad Odisseo, lo inseguiva il destino, e che la storia non
cambia mai» (pp. 178-179).
Grande, insomma, la suggestione del volume di
Mazzocato: un'ottima ragione per leggerlo con
giusta attenzione e vivo interesse.
L'ULTIMO LIBRO DI
MAZZOCATO "QUEL COLPO GROSSO DI FINE OTTOCENTO RIEVOCATO IL
CLAMOROSO FURTO DI UNA CASSAFORTE DEL CONTE
BRANDOLIN A SOLIGHETTO"
La Tribuna di Treviso, la Nuova Venezia, il
Mattino di Padova
Una notte di centoventi anni fa nel palazzotto
del conte Guido Brandolin a Solighetto, la banda di Faustino detto “Bicio”
mise a segno uno dei colpi più clamorosi del secolo che aveva fruttato ai
rapinatori la più imponente refurtiva di cui mai si avesse avuto notizia.
Una storia di disperazione maturata nella plurisecolare miseria e ignoranza
indotte dal forzato esilio e dal divieto assoluto imposto dalla Serenissima
alle genti del Montello di sfruttare l’unica risorsa economica disponibile
rappresentata dal legname dei boschi locali. Una vicenda oggi dimenticata.
Ma che all’epoca aveva finito per assumere nell’immaginario collettivo i
contorni di una leggenda.
I ladri erano riusciti in poche ore a
strappare dal muro dov’era incassata una poderosa cassaforte, l’avevano
quindi trascinata giù per le scale (800 chili di lamiere) e caricata su un
carro traballante per correre a sventrarla qualche paese più in là. Giunti
alle porte di Treviso, l’avevano gettata nelle acque di un canale, ignari
però che il giorno dopo sarebbe stato svuotato per essere ripulito. E fu
così che insieme al forziere era emerso anche qualche indizio che aveva
smascherato i responsabili. Nel giro di due anni li avevano presi quasi
tutti. Quando nel 1888 si tenne il processo nel tribunale di Treviso, la
gente accorse da tutta la provincia.
E’ un vecchio fatto di cronaca che lo
scrittore Gian Domenico Mazzocato racconta nel suo nuovo romanzo Banditi
del Montello, dove “banditi” è da intendere nella duplice accezione di
delinquenti e di esiliati dalla propria terra. Il volume esce per i tipi di
Zanetti Editore di Caerano San Marco (Tv) col titolo Veneto oscuro e
comprende altre due brevi storie realmente accadute, singolarmente già
pubblicate: 1909 Delitto a filò e Il ritorno.
Tre romanzi-inchiesta in cui Mazzocato – come
in altri suoi scritti precedenti a partire dal noto Delitto della
contessa Onigo (nel 1997 sette ristampe in pochi mesi) – dà voce al
mondo dei vinti in un Veneto povero e indigente di appena un secolo fa, o
poco più, che rappresenta l’altra faccia di quel Veneto aristocratico e
solare e dominatore che la tradizione storico-letteraria veneziana è solita
presentare. Due mondi che viaggiano su binari distinti e paralleli ma che
talvolta s’incontrano. Mazzocato ci racconta quel punto esatto in cui, per
un attimo, si toccano. Quel punto è spesso un crimine. Che rende meno
definita e scontata l’immagine che si ha di quei due mondi. E il nobile
appare un po’ meno nobile e il reietto acquista una sua qualche dignità.
Così in Banditi del Montello c’è una
rapina che non si spiega del tutto e che, udienza dopo udienza, mette in
ombra la stessa figura del conte, sospetto di essere il vero mandante di
quel furto. Che avrebbe organizzato forse per giustificare un ammanco, lui,
Guido, erede di una famiglia ricca e potente, fratello di Annibale
proprietario del magnifico Castello di Cison di Valmarino, imparentato con
il vescovo di Ceneda e con un altro Brandolin possidente di terre immense e
villa a San Cassan di Meschio. Ma prove contro di lui non si cercano
neppure. Pagheranno gli altri. Gli elementi emersi durante il processo, nel
libro ci sono tutti. Anche le testimonianze rese. E il duro verdetto dei
giudici.
E al di là del mero fatto di cronaca è una
fetta di storia locale che esce da queste pagine. Che spiega la cattiva fama
dei Montelliani, riporta curiosità e dati poco noti sull’emigrazione veneta,
descrive come venivano trattati i poveri che si ammalavano di colera o di
vaiolo, le terribili condizioni dei galeotti condannati ai lavori forzati,
con qualche cenno al colorito gergo della malavita e al ruolo dei confidenti
delle forze dell’ordine. Ma si parla anche dei primi segnali di progresso a
Treviso, le prime lampadine, il nome dei primi dodici abbonati al neonato
servizio telefonico nel 1886, l’anno della rapina.
Nessuno ha mai saputo se nella cassaforte
rubata ci fossero davvero tutti quei soldi che si era detto. Né che fine
abbiano fatto. Il tesoro di Bicio non è mai stato trovato. E nei paesi del
Montello e della pedemontana trevigiana, su fino alle vallate del Cadore,
del Comelico e dell’Agordino, c’è ancora chi lo sta cercando.
CRONACA
OTTOCENTESCA
La vita del Popolo
Banditi del Montello,
l'ultimo lavoro di G.D. Mazzocato si inserisce nella serie “Veneto oscuro".
In uno sfondo di miseria e precarietà riaffiorano i crimini mitizzati della
banda Soligo
A scrivere di lui si rischia di cadere
nell’ovvio, nel “già detto”, nella più monotona ripetitività.
Di Gian Domenico Mazzocato sappiamo tutto. O
quasi.
Prima attraverso le raccolte di liriche, poi
attraverso le fortunate traduzioni delle Historiae di Tacito e della Vita di
san Martino di Venanzio Fortunato, poi soprattutto attraverso i romanzi,
ormai noti nel panorama letterario non solo regionale, Mazzocato è riuscito
a disegnarsi uno spazio tutto suo, originale eppur noto al grande pubblico
che in esso ritrova le matrici prossime di essere, di pensare, di agire. I
personaggi dei fortunati romanzi - Il delitto della contessa Onigo, Il bosco
veneziano, Gli ospiti notturni, Il caso Pavan - sono uno spaccato fedele di
quel Veneto tra Ottocento e Novecento, di una terra povera, martoriata dalla
pellagra, che vede nell’emigrazione l’unico mezzo per sopravvivere. Un mondo
che più di un critico ha felicemente accostato a quello verghiano, una terra
di “vinti”, piegati per sempre dal destino, impossibilitati a modificare le
proprie condizioni esistenziali.
Personaggi che, sin dalle prime battute di
ogni storia, vivono di una luce propria e non tardano ad entrare nel cuore
del lettore che in essi rivede nomi e volti, magari conosciuti attraverso il
racconto dei nonni e ai quali Gian Domenico, con indiscussa padronanza, sa
ridare vita e calore. Così è anche per “Banditi del Montello”, una storia
veramente appassionante che insieme al “1909 Delitto a filò” e a “Il
ritorno” edite precedentemente, adesso danno vita a “Veneto oscuro” per le
edizioni Zanetti, euro 10.00. Ancora una volta Mazzocato ci riporta nel
“Veneto oscuro”, terra di miseria e di fame, nella “Treviso povera,
dissanguata dall’emigrazione, preoccupata dal colera alle porte” che vive ai
margini del progresso, come molte piccole province italiane di fine
ottocento.
Questa volta la storia ha come scenario
preciso la provincia trevigiana, quel Montello da poco restituito ai suoi
abitanti per decreto di re Umberto, dopo più di quattrocento anni di
usurpazione da parte della Serenissima; quel lembo di terra dove il popolo
vive “di espedienti, di furterelli, di commercio illegale del legname
strappato con grave rischio alla collina” e sconta “una condanna perenne
alla povertà e all’ignoranza, al malessere e al disagio”; dove “il colera
infuria nel modo più terribile e virulento” e “decine di persone vivono
ammucchiate come bestie in casupole miserabili”. E’ in questo scenario che
opera la banda di Soligo, un aggregato di individui che all’occorrenza,
spinti dalla miseria e nel tentativo di dare finalmente una svolta radicale
alla grama vita di tutti i giorni, sanno fare gruppo e che sembrano inverare
il pregiudizio di un Montello terra di malfattori, soprattutto ladri.
Mazzocato riscrive il processo a carico della
banda Soligo che animò le cronache trevigiane nel gennaio del 1888. Lo fa
riconfermando quelle doti di attento osservatore e non di semplice cronista,
calandosi negli eventi e nei personaggi dei quali sa cogliere con rara
capacità i tratti tipici del loro essere. Sa leggere con spiccata capacità
nelle pieghe più recondite, non riuscendo a mascherare l’attaccamento ad
ognuno di essi.
E con i personaggi così genuinamente
fotografati nel loro mondo, il lettore ricostruisce in pieno quel contesto
nel quale essi vivono ed agiscono, quella pagina di storia fatta di miseria
e precarietà, dove gli anni di carcere possono conferire a chi li ha subiti
un miserabile blasone di nobiltà, come si vanta Faustino Soligo “Tasi su,
parché ti da me te ga tuto da imparar, i go fato quaranta ani de galera,
mi”. Personaggi e vicende che restano scolpite nella mente di chi legge
inconsciamente disposto a riconoscere quella mitizzazione che di essi ne
hanno fatto i protagonisti dei tanti filò nelle lunghe serate invernali
della campagna trevigiana. |