HO SCRITTO SUI GIORNALI...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21 settembre 2003

Una trevigiana racconta il suo viaggio con gli alpini sulle tracce del padre disperso in Russia
 

Khrinovoje è un minuscolo villaggio russo, sperduto nelle piane del bacino del Don, 500 km a sud di Mosca. Per moltissimi anni, prima della Rivoluzione d’ottobre, gli zar vi allevarono i cavalli da esibire nelle loro parate. Oggi, sulle mappe che ricordano l’odissea del corpo d’armata italiano mandato al macello in Russia, tra il 1942 e il 1943, è segnato come Campo di Prigionia 81.
Buttati come bestie (e trattati peggio, senza cibo ed acqua per giorni e giorni) nelle stesse stalle dei cavalli, devastati dal tifo e dalla dissenteria, bruciati dal freddo vi morirono ventimila prigionieri italiani. Furono 1844 solo tra il febbraio e l’aprile 1943.
I cadaveri erano trascinati all’esterno e caricati su un carro funebre che altro non era se non un’enorme slitta. Venivano ammucchiati alla rinfusa, in attesa che il terreno sgelasse e si potessero gettare in una fossa comune. Tra quei morti anche un trevigiano, il maggiore Aldo Desidera, classe 1895, divisione Cuneense, già combattente durante la Prima guerra mondiale e mandato in Russia nel 1942, dopo aver fatto la campagna di Albania.

Il viaggio dei ricordi
Per vedere con i suoi occhi le stesse immagini che, prima di morire, per mesi e mesi aveva visto suo padre, si è recata in quei luoghi la figlia di Aldo Desidera, Bruna. “Anche se - dice -, ho il rimpianto di non essere stata a Khrinovoje perché il programma non prevedeva questa tappa. Eppure era lì, a 150 chilometri, con la fossa comune in cui certo riposano anche i resti di mio padre. Quando siamo stati ad Opyt, lì vicino, ho un po’ invidiato una signora veronese il cui fratello è morto allora. Proprio dall’infermeria di Opyt era arrivata la sua ultima lettera. E quell’infermeria esiste ancora, addirittura in soffitta sono tuttora ammonticchiate le barelle, una emozione struggente”.
Occasione di questo viaggio nel ricordo e nel dolore è stata la Marcia della memoria promossa dall’Ana di Verona, a metà agosto: gli alpini veronesi hanno riproposto, a 60 anni dalla ritirata di Nikolajewka, i 207 chilometri che separano questo luogo, in cui si è consumata l’immane tragedia di tanti nostri ragazzi, dal Don.
Vi hanno partecipato anche, tra le altre, una delegazione di Breda di Piave e una di Mogliano (ben 26 sono stati i moglianesi dispersi nella campagna di Russia); una ragazza di Rossano Veneto ha marciato nel ricordo del nonno, che è uno dei sopravvissuti ed è scomparso tre anni fa. Si chiama Michela Guarise, ha 23 anni e fa l’arbitro di calcio. Ha detto che, mentre marciava, avvertiva di compiere una cosa importante, pensando alle sofferenze del nonno, ma anche alla insensibilità davanti agli ideali e ai valori di tanti suoi coetanei.

Spirito da “alpini”
250 i partecipanti, arrivati in aereo fino a Mosca e poi portati a Rossosch da un viaggio in treno di 14 ore. “I disagi non sono certo mancati - dice Bruna Desidera -, senza spirito di adattamento non si vivono bene certe situazioni. Questa non è di sicuro la Russia turistica, la povertà è evidente e si ha la sensazione che, dal punto di vista economico, qui non si siano fatti molti progressi rispetto alla realtà che hanno trovato i nostri ragazzi 60 anni fa. Beni di consumo non esistono e si intuisce la fame: da ogni parte sbucavano ragazzini che non chiedevano soldi, ma solo che mettessimo un po’ di cibo nelle loro borse. Abbiamo dato tutto quello che potevamo”. A Rossosch gli alpini sono ben visti, amati anzi. Proprio qui, 10 anni fa, hanno costruito un bell’asilo e ogni anno tornano a farne la manutenzione.
Non tutti, tra i 250 partecipanti, hanno marciato, naturalmente, ma solo una metà. Molto suggestivo è stato l’incontro, avvenuto a Garbusowo, tra i marciatori e nonmarciatori. Un abbracciarsi e un commuoversi.
“Ci sono stati momenti indimenticabili - racconta Bruna Desidera -. A Nikolajewka abbiamo ascoltato messa vicino alle fosse comuni dove sono stati gettati a migliaia italiani, tedeschi, ungheresi. L’altare era formato dai nostri zaini ammucchiati. Ad un certo punto è scoppiato un temporale terribile. Non ci siamo spaventati e abbiamo continuato, fradici come eravamo. A me pareva che quell’acqua fosse un segno che il buon Dio ci mandava. Sapeva che eravamo lì a fare qualcosa di sacro e ci benediceva”.
Poi, con Bruna Desidera, una signora molto giovanile con i suoi 70 anni, intelligente e colta, il discorso si sposta inevitabilmente a memorie ormai sbiadite, alle ultime fievoli immagini del padre.
“Mio padre era uno splendido uomo - dice -. Alto, fiero della sua barba e dei suoi baffi, un alpino allegro. Era tornato da poco dall’Albania e, dopo un periodo a Cuneo, nel luglio del 1942 era partito per la campagna di Russia. Con la mamma si era dato appuntamento a Verona. Naturalmente i civili non potevano salire sulla tradotta, ma quella volta, forse perché si intuiva la tragedia incombente, si fecero delle eccezioni. Salii sul treno con mamma Antonietta e i miei tre fratelli. Quel viaggio in tradotta, sui sedili di legno, da Verona a Treviso è l’ultimo ricordo che ho di mio padre. Avevo 9 anni, tutto mi pareva meraviglioso, non mi rendevo conto della cupezza e dell’orrore del momento. Ricordo i cilindri di tela grezza che servivano a contenere l’acqua, appesi negli scompartimenti e poco altro. Mio padre scrisse a casa più volte. Riuscì anche a mandare una carta geografica perché potessimo in qualche modo capire dov’era. Quando cominciò la ritirata lui non fu tra quelli che andarono a cacciarsi in bocca al nemico a Nikolajewka. Gli toccò una trappola forse peggiore, un po’ più a sud, a Voluiki. Lì fu fatto prigioniero probabilmente il 25 o 26 gennaio del ’43. Non sappiamo bene nemmeno quando è morto. Grazie alla testimonianza del cappellano della Cuneense, Guido Maurilio Turla, abbiamo potuto stabilire che morì alla fine di aprile, anche se la comunicazione ufficiale del governo italiano, giuntaci parecchi anni dopo, parla del 4 marzo”.

Emozione
di un incontro
E allora, quali emozioni a “tornare” (in qualche modo di ritorno si tratta) in quei luoghi? Bruna Desidera ha un sorriso. Rivede i panorami desolati delle piane russe, girasoli e grano oppure sterminate lande da coltivare.
“Penso - dice -, ai nostri uomini che si fecero amare dalla gente di quei posti. Durante l’estate del ’42 aiutarono durante il raccolto e qualcuno si dava anche da fare per riparare i motori dei trattori. Ma immagino quei posti anche coperti di neve, battuti dal vento: come era possibile viverci, camminare, orizzontarsi? Mi pare di vederli quei ragazzi. Penso, per contrasto, anche ai ragazzi di oggi che farebbero bene compiere un viaggio da quelle parti. E magari a riflettere cosa vuol dire vivere sotto un regime ed essere mandati a combattere una guerra non voluta, preparata male e affrontata peggio, con attrezzature del tutto inadeguate”.
L’ultima immagine del “diario di viaggio”. Il ricordo di una vecchina che nel 1943 aveva 14 anni. A Voluiki, lei e suo padre raccolsero un italiano ferito e, quando questi morì, lo seppellirono in un boschetto vicino.
Tanti anni dopo, la vecchia russa è uscita dalla sua isba, ha fatto dei cenni agli italiani, li ha portati nel luogo della sepoltura.
Un segno anche questo, piccolo se si vuole, che l’uomo è fatto per la pace e che la guerra è sempre e comunque uno stupido orrore.

G. Domenico Mazzocato

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Intervista ad Amos Luzzatto, capo delle comunità ebraiche in Italia
 

Amos Luzzatto con Gian Domenico Mazzocato

Gerusalemme, giugno 1942. Rommel ha appena sbaragliato l’VIII armata britannica del generale Wavell, guadagnandosi la promozione a feldmaresciallo. Giunge ad El Alamein, due passi dal Nilo. Gli Ebrei, chiusi in Gerusalemme, aspettano la fine.
“Avevo 14 anni e mezzo. Avevo fatto i conti delle distanze e calcolato che Rommel procedeva alla media di 74, 75 chilometri al giorno. 14 giorni ci restavano. Più veloci di lui correvano le notizie. Non uno di noi sarebbe sopravvissuto e fra i tedeschi aggressori ognuno sapeva in anticipo quale ebreo sarebbe andato a sgozzare. In cortile avevo allineato 14 birilli, uno per giorno. E ogni giorno ne calciavo via uno. Poi Rommel finì la benzina e io oggi sono qui a raccontare”.
Amos Luzzatto si passa una mano sugli occhi, a cacciare un ricordo molesto. Racconta a bassa voce.
Ospite dell’associazione culturale La Nostra Villorba, Luzzatto ha tenuto una conferenza sul tema probabilmente oggi più avvertito, quello dei rapporti tra etica e politica. Ma lui, straordinario testimone di questo tempo, non si è sottratto ad alcuna domanda. Ironico, sensibile, immediato, Luzzatto ha raccontato e più volte provocato alla riflessione. La sua idea di fondo è che non serve partire dalle questioni di principio, quanto porsi concretamente i problemi di gestione dell’esistente. E Luzzatto si spiega col paradosso dei due assetati nel deserto. Hanno metà acqua di quello che servirebbe per arrivare alla meta. Che fare? Uno si sacrificherà oppure morranno tutti e due, dividendo l’acqua finché ce n’è?

Può spiegare, professore?

E’ una metafora, con i limiti delle metafore. Ma ci si può vedere il folle correre della società moderna. I due assetati sono ad un bivio tragico: uccidere per consentire ad uno di sopravvivere o morire entrambi? Omicidio o suicidio? Guardi che questa è oggi la scelta cui si trova davanti la società, e spesso ogni individuo di questa società. Non basta dire: “non uccidere” come è scritto sulle tavole della legge. Serve preoccuparsi di come si fa a mettere in pratica il non uccidere. Fuori di metafora dobbiamo decidere se i valori sono paraventi per gestire come vogliamo l’esistente, oppure se tradurli con coerenza e rigore in termini gestionali.

Questo ci riporta al centro della questione, il rapporto tra etica e politica.

Se c’è qualcosa che caratterizza l’etica, questo risiede in un sistema di vincoli. Facciamo esempi pratici. Io credo, e più invecchio più me ne convinco, che la democrazia sia il miglior sistema politico possibile. Ma la democrazia è solo voto? E gli eletti possono poi fare qualsiasi cosa? O possono o magari devono fare quello che si sono impegnati a realizzare in campagna elettorale? Il fatto è che la democrazia deve aggiungere dei vincoli, dei contrappesi che rendano impossibili gli abusi di potere.

Il cittadino cosa può concretamente fare ?

Oggi il problema risiede nella distanza tra cittadino e delega. Come colmarla questa distanza? Io trovo ridicolo chi parla di cittadino che firma un contratto sociale col capo. Bisogna essere seri. Esiste una fase del far politica basato sulle bandiere, sui simboli, sui colori, sulla passione. Ma poi esiste anche una tecnica del far politica. In pratica: chi sa fare o anche soltanto leggere un bilancio comunale oggi? Allora ecco la strada: diffondere e far crescere la conoscenza dei meccanismi concreti del far politica. Io immagino la vita come lotta continua per comprendere come funziona la società, per arrivare a tradurre la consapevolezza in conclusioni operative.

Ma lei pensa che sia davvero possibile?

Questo è un periodo duro, non c’è da entusiasmarsi. Però abbiamo una grande occasione che si chiama Europa. Sento parlare di una Europa delle nazioni. No, questa è ancora una soluzione che porta al sangue, a quella Europa che ha riempito di morti intere pianure. Bisogna aprire un capitolo nuovo, superare la barriere. Un terreno su cui aprire, collaborare, capirsi, costruire? Quello dell’arte, della cultura, della poesia, delle scuole di architettura e pittura.

E il terreno su cui si discute molto oggi, quello delle radici cristiano-giudaiche d’Europa?

Un problema mal posto. La religione non è mai solo un insieme di persone legate dallo stesso credo, è anche una struttura sociale che educa i propri adepti in una direzione di fede. Ha senso parlare di cristianesimo, di un solo cristianesimo voglio dire? Lo chieda al patriarca ortodosso di Mosca e lo chieda al papa che a Mosca non è mai riuscito ad andarci. Oggi viviamo sicuramente una fase più concreta di un tempo, la moneta unica è un grande passo. Dico: costruiamo in Europa il terreno su cui le religioni, i cristianesimi possono confrontarsi e superare le loro rivalità.

Questa Europa si sta ponendo davvero il problema dell’emigrazione.

Due secoli di colonialismo europeo hanno la colpa prima della disperazione di questa gente. Dire portiamo lavoro a casa loro è una sciocchezza. Prima risolviamo problemi come fame e Aids. Il problema non si demonizza, né si esorcizza. Poniamoci domande vere, storicamente fondate. Per esempio l’ex Congo belga: cosa si è lasciato dietro la civiltà europea se non un cumulo enorme di cadaveri? E come mai le bande congolesi le armi le possono ancora comprare?

Inoltre questa Europa ha, al suo fianco, sempre aperta la ferita del conflitto israelo-palestinese...

Guardi che il conflitto israelo-palestinese non esiste, non è un paradosso, esiste un conflitto israelo-arabo. Un esponente libanese ha detto che una religione che si fa stato, in Medio Oriente non sarà mai accettata dal mondo arabo. Credo ci sia anche altro. Per esempio il fatto che il Medio Oriente è stato storicamente terreno di caccia delle potenze europee e che oggi è un enorme mercato d’armi sostenuto dai petroldollari. Il pericolo reale è che il conflitto si allarghi e un conflitto tra religioni armate avrebbe effetti disastrosi. Questo è un incendio che non si spegne. Serve separare i due popoli, palestinese e israeliano, poi cominciare a creare situazioni di dialogo, costruire. Non c’è alternativa. E noi occidentali dobbiamo smetterla di identificare Islam e terrorismo. Un mussulmano non è un terrorista per il fatto di essere mussulmano.
(Gian Domenico Mazzocato)


 

Amos Luzzatto è dal 1998 presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Scrittore, saggista, professore universitario, primario chirurgo e libero docente, ama definirsi “medico-studioso di cultura ebraica”. Insiste sull’identità ebraica moderna che ha valorizzato e fatto affermare l’identità nazionale accanto a quella religiosa. Ha raccontato la sua vicenda esistenziale in “Una vita tra ebraismo, scienza e politica” (ed. Morcelliana). Il suo ultimo saggio, in uscita in questi giorni per la Einaudi, si intitola “Il posto degli Ebrei in Europa e in Italia”.

 

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8 ottobre 2003

 

Devo confessarlo (ma è confessione che nasce dall’affetto e dalla malinconia per qualcosa che non c’è più): non aveva lasciato, in me, una traccia molto luminosa una delle ultime edizioni del premio Comisso. Aveva vinto (per una incollatura, con una parità, sparigliata -in modo inaspettato nel finale- da due voti) un mediocrissimo romanzo di Roberto Pazzi, spuntandola su un libro che valeva molto di più.

Ma si sa, questi sono i premi letterari. La giuria forse aveva assaggiato un vino, senza attendere il sapore di ritorno del retrogusto, quello che persiste, fa peso, riscalda e regala sostanza. I premi letterari sono fatti così, si vincono, si perdono, rivelano qualcosa di inatteso, ma intanto segnalano titoli e scrittori al pubblico. Che sarà il giudice ultimo. I premi letterari non sono mai presuntuosi, non hanno l’arroganza di definirsi definitivi o inappellabili: danno un segno, formulano una proposta, magari sbagliano di grosso. Ma sono comunque lievito e stimolo. Un geniale, grandissimo scrittore italiano, Ennio Flaiano (l’anno scorso era il trentennale della morte e non mi viene in mente un ricordo degno di questo nome: per dire cos’è la gloria letteraria) arrivò, un anno, nella cinquina del Campiello e fu sconfitto da un libro molto inferiore al suo. Alla fine della cerimonia di premiazione, con la sua secante ironia, disse che si sarebbe fatto incidere una targhetta da apporre sul cruscotto della macchina. Con la scritta Non ConCorrere. Perché le cose vanno così, e bisogna saperne sorridere.

Quello che nessun sorriso potrà consolare è il de profundis (pare proprio definitivo) che in questi giorni siamo costretti a salmodiare sul Comisso. Muore un premio letterario importante e non mi pare che ci sia in giro gran voglia di riflettere sul perché ciò accada. Ed è questa, forse, la cosa più triste, l’amarezza più agra e pungente. Immagino gli alibi: i premi letterari sono sorpassati, inutili,  lo stesso Campiello non riesce a muovere le vendite, la produzione letteraria italiana è, più o meno, dentro il meccanismo dentato e stritolante di una premiopoli in cui io giurato-scrittore oggi premio te, a tua volta giurato-scrittore che domani premierai me. Retorica di apparato, biascicata più che convinta, e dunque vera solo fino ad un certo punto.

Perché, come si diceva, i premi, con tutti i limiti, circoscrivono e propongono una loro verità. In particolare l’amico Cino Boccazzi (cui mi sento vicinissimo in questo momento) aveva messo su un gruppo e un meccanismo che davano una credibilità spessa e soda all’evento del premio stesso. Cino prima ha dovuto pensare ad una biennalità del premio, oggi ammaina bandiera. Il merito suo e del suo gruppo è stato quello di aver fatto del Comisso qualcosa di più di un premio letterario: ne ha fatto una sorta di biglietto da visita di questa terra, un tratto dell’identikit della Marca. Il Comisso e –serve ricordare- anche l’altro prestigioso premio trevigiano, il Gambrinus-Mazzotti, appartengono alla storia, identificano questa terra, hanno un sapore e un valore unici.

Oggi pare proprio che non ci siano i soldi per finanziarlo, il Comisso. È un segno terribile e pesante. Non staremo a fare i conti di quanto costa un premio letterario pur tanto prestigioso (ma stiano tranquilli i nostri lettori: comunque poco, pochissimo e Boccazzi ha fatto spesso nozze a base di fichi secchi), ma che a Treviso, nel cuore del NordEst, non si raccattino poche migliaia di euro per un evento culturale che fornisce immagine e prestigio, è davvero grossa, insopportabile.

Non sono i soldi a mancare, latita la sensibilità. Affoghiamo giorno dopo giorno in una barbarie che privilegia ed enfatizza altre cose. Magari molto volgari. Non è un bel segno. Il Comisso che muore è uno sfregio alla civiltà della Marca.

Con molta malinconia ricopio, qui, per chiudere, le inquietanti parole che uno straordinario giornalista e poeta come Guido Gozzano scriveva agli albori del Novecento. Il cantore della signorina Felicita si riferisce alle riviste letterarie, ma come non sentirvi un  presagio triste e molto più ampio? “Le riviste e le pubblicazioni letterarie, sussurrava Gozzano, sono penetrate, trasformate dalla nuova atmosfera e i problemi politici costringono la letteratura a sempre più modesti confini.”

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Lo scrittore Gian Domenico Mazzocato ci presenta la figura di S. Martino, vescovo di Tours
 

Pubblichiamo questa testimonianza sulla figura di san Martino dello scrittore e latinista Gian Domenico Mazzocato che sta traducendo in questo periodo proprio la Vita di san Martino scritta da Venanzio Fortunato, il grande poeta latino di Valdobbiadene. Mazzocato scriverà, proprio attorno alla figura di san Martino, il libro-strenna che Vita del Popolo regalerà a Natale a tutti i suoi abbonati.

Undici novembre 397: si chiude, di fatto, un secolo e anche un’epoca. Quattro anni prima si era celebrata l’ultima olimpiade, 293ma della storia. L’imperatore Teodosio vi sentiva una manifestazione pagana e, per editto, aveva chiuso il tempio di Giove a Olimpia e, insieme, una tradizione più che millenaria. Proprio per questo, qualcuno individua in quel 393 la data della fine del mondo antico e dell’inizio del Medioevo.
E viene sepolto a Tours (appunto, l’11 novembre del 397) dove era stato vescovo per 26 anni, uno dei più grandi santi della cristianità, Martino. Martino (nato in Pannonia, l’attuale Ungheria, attorno al 315) lo ha attraversato tutto questo secolo che si apre con le persecuzioni di Diocleziano e si chiude sulla ormai vicina dissoluzione del potere di Roma.

Il toponimo più diffuso
Martino non ha lasciato nulla di scritto, e questo rende in qualche modo ancora più affascinante il mistero del suo radicamento nella cultura popolare e nella storia. San Martino è probabilmente il toponimo più diffuso al mondo e la lista delle categorie che individuano in lui il loro patrono è praticamente infinita: dai bottai ai detenuti, dai sarti ai soldati. E poi città (Belluno e Lucca, ad esempio), parrocchie in numero infinito (11, se abbiamo contato bene, nella sola diocesi di Treviso), enti, associazioni, organizzazioni.
Nella cultura lombardoveneta (ma anche altrove), poi, san Martino lega il suo nome alla chiusura dell’anno (10 novembre) agricolo e all’apertura del successivo (11). Nel giorno di san Martino, che spesso veniva sentito come una vera e propria festa di precetto, nella nostra realtà contadina entravano in vigore i nuovi patti e i nuovi contratti. E spesso coincideva con la tragica partenza verso l’ignoto perché il giorno prima il padrone si era presentato imponendo lo scomio (o escomio - il commiato, cioè -, la disdetta, il congedo). Un incubo, una minaccia per secoli usata dai padroni.
San Martino era temuto (come giorno) e venerato, pregato, invocato (come santo). Solo una questione di date, un punto segnato sul lunario? Solo per caso la scadenza è legata al santo sepolto in questo giorno?

Il santo dei contadini
Il fatto è che nessun santo come Martino ha legato il suo nome alla realtà rurale. Il santo dei contadini, verrebbe da dire. Con tratti di modernità sorprendenti. Lo stesso atto che ha consegnato al sentire collettivo la figura di Martino (il taglio del mantello per offrirne metà ad un povero) può essere riproposto come avviene nell’infinità di quadri che rievocano l’atto di generosità.
Ma deve anche essere restituito alla sua integrità, cioè come ce lo tramandano i suoi biografi (il primo dei quali, Sulpicio Severo, fu suo amico e discepolo). Il fatto accadde alle porte della città francese di Amiens nel 338 circa, quando Martino aveva attorno ai 17 anni: giovanissimo, dunque, e ormai soldato da qualche anno per volere del padre che già alla nascita lo aveva segnato con quel nome da guerriero (Martino è diminutivo di Marte, il dio della guerra). Martino non è ancora battezzato anche se ha frequentato il catecumenato a Pavia. Il povero è nudo, intirizzito. Martino ha a sua volta un gran freddo, ma scende di cavallo e usa quello strumento di morte che è il suo gladio per un atto di bontà. Porgendo metà del suo mantello al povero gli dice: “Un po’ più di freddo a me, un po’ di calore in più per te”.
Martino dunque non è il ricco che ha regalato il superfluo, è il povero che è comunque in posizione di privilegio rispetto ad un altro più povero di lui e vuole spartire la sua risorsa. Un atto di modernità e attualità assolute, di generosità autentica e cordiale. Ma Martino era davvero il santo dei contadini. Tra gli innumerevoli miracoli che i biografi gli attribuiscono quasi tutti sono riservati agli umili, ai diseredati che lo sentivano come protettore e difensore, guaritore e taumaturgo. Una volta Martino se la prese perfino con gli agenti atmosferici colpevoli di colpire con violente grandinate sempre la stessa zona. Martino interviene e la grandine non cade più per molti anni.

Aneddoto rivelatore
C’è un episodio straordinario che non appartiene all’aneddotica corrente, ma è molto rivelatore.
Martino è già vecchio (e vescovo da tanti anni) e muoversi gli costa. Un giorno arriva a Tours un funzionario imperiale, Aviziano, che cattura un gran numero di contadini, li imprigiona, li tortura e li manda a morte. Le punizioni devono essere esemplari per convincere gli altri. La maggioranza dei prigionieri, infatti, è data da contadini che non sono in regola col pagamento di tasse e balzelli davvero onerosi e vessatori. Martino si stende davanti alle porte del palazzo di Aviziano e finché non ha ottenuto la liberazione dei prigionieri non se ne va.
Come non vedere in Aviziano la tragica figura del padrone che comunica lo scomio? Forse non è solo coincidenza, forse davvero è in qualche modo giusto che san Martino si festeggi proprio in quel giorno.
Gian Domenico Mazzocato

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TREVISO IN SERIE A

dall'inserto speciale del Gazzettino del 10 settembre 2005

 

 

AMARCORD

VECCHIO, CARO TENNI.

di Gian Domenico Mazzocato

 

Parlava di uomini e di cose, mai di tattiche e strategie, di classifiche o di risultati. Il raboso ruspio di mio zio Lamberto gli scioglieva la lingua burbera. Raccontava che suo padre Giusto era macellaio e suo nonno Ludwig faceva il cambiavalute, giunto da Vienna dopo mille avventure. Di cognome faceva Rock, ma nel ’25 per lavorare nel porto di Trieste era necessario avere una italianissima tessera fascista. Il paron Rocco mi metteva giù dalle ginocchia, si lisciava la piega dei pantaloni che gli avevo barbaramente stropicciato e si metteva a ridere, lui che era sempre trasandato nel vestire. “Pensar, diceva, che Rock in todesco vol dir bel vestito”. Si metteva il cappello e aggiungeva “Deso ‘ndemo far do pasi”.

I miei zii, Gigetta e Lamberto, avevano casa in piazza Rinaldi. La meta dei do pasi era vicinissima: le mura e, poco più in là, il Comunale. Lo stadio, non il teatro. L’intitolazione al grande campione della motocicletta Omobono Tenni era di là da venire. A me pareva immenso e bellissimo.

In realtà era piccolo e provinciale, forse fatiscente già allora. Dietro le due porte nemmeno un accenno di tribuna ma solo un terreno usato durante allenamenti e riscaldamenti per non rovinare lo spazio riservato al gioco. Quando, di questi tempi, sento dire che il vecchio Tenni non ha futuro penso al grande Nereo, che a Treviso allenò per tre stagioni nei primissimi anni Cinquanta.

È giusto, le esigenze di una squadra di serie A al giorno d’oggi sono altre. Serve, dicono in molti, ben più che un impianto ormai stritolato dal tessuto urbano con un parcheggio che scoppia e una concezione costruttiva ormai superata. Sarà, ci credo.

Io, su quegli spalti, ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza squattrinate. Amavo così tanto la squadra di capitan Sperotto e poi degli Agnoletto, dei Fava, dei Taffarello e di tanti altri, che quando sapevo di non avere i soldi per la domenica andavo a vedermi gli allenamenti. Catturavo, con gli occhi, gesti tecnici che mi sembravano sublimi, con la stessa dedizione assoluta con cui collezionavo le figurine dei giocatori di serie A, quelli più famosi. Ma mi pareva impossibile che potessero essere più bravi. E anche oggi le immagini si accavallano, persistono.

Quando, la domenica, contavo le poche lire che mi giravano in tasca e vedevo che non raggiungevano neanche da lontano il prezzo del biglietto, suonavo al campanello del mio amico Carlo che aveva casa proprio sopra lo stadio. Dalla sua terrazza si vedeva il terreno di gioco.

Non tutto, diciamo due terzi. Alla mattina, dopo la comunione, pregavo che il Treviso tirasse, nel secondo tempo, contro la porta che riuscivo a vedere. E quando l’azione si svolgeva fuori dal mio campo visivo, mi facevo attento: ho imparato a decifrare i rumori della folla. Gioia, delusione, speranza, attesa. Perfino quando toccava il pallone questo o quel beniamino della gente.

E gli anni in cui la serie C poteva diventare una bellissima serie B. Campionati di testa, a suon di gol e con favolose difese, più impenetrabili di una diga. Treviso alè alè, la B aspetta te, urlava un cartello all’ingresso dei popolari, con metrica decisamente non stilnovista. Un po’ rozza anzi, ma infiammava i cuori.

E Toni Barba, capo riconosciuto e carismatico della tifoseria, arrivava (cosa succederebbe oggi?) con un grande e pesante sacco pieno di tavolette di legno. Le distribuiva a coppie, dopo averti guardato negli occhi per vedere se eri “buono”, se poteva fidarsi. Una tavoletta nella destra e l’altra nella sinistra: scandivano un tifo generoso, viscerale, senza riserve. E pulitissimo, un tifo gioioso e sereno anche nella sconfitta.

Perché naturalmente la B non arrivava proprio. Le leggende metropolitane sussurravano che la società voleva un campionato di vertice fino alla fine per vendere bene i giocatori, ma che le spese di una serie superiore erano inarrivabili.

Tuttavia le partite della speranza erano memorabili. Ne ricordo una col Monza (ahimè, non l’anno) che era una sorta di finale, di spareggio. Nel prepartita, sulla pista (di carbonella, se rammento bene, l’unica pista di atletica della Treviso di allora) passò una Topolino scoperta con un Toni Barba trionfante. A pochi minuti dalla fine, un tiro di Fava si schiantò (rombo di tuono in uno stadio col cuore sospeso) alla base del palo monzese. Il bunker lombardo, tetragono fino quell’istante, tremò ma non cedette. Finì zero a zero e si dileguarono le speranze di salto di categoria. Piansi. Buttai le tavolette nel grande sacco di Toni Barba. Nero e profondo: nemmeno la bocca degli Inferi omerici poteva esserlo tanto.

Il Comunale/Tenni era il luogo dello sport. Lo sport e basta. Un terreno, ferito e dolorante che doveva sopportare di tutto. Nel 1960 Treviso ospitò un Italia-Francia di rugby. Al Comunale non c’erano alternative. E una delle immagini che tornano alla mente, rimanda tragicomici postpartita del Treviso in serie C. Quelli del pallone ovale ritracciavano le righe sul terreno. Perché qualche minuto dopo il calcio, su quello stesso campo, andava in scena il rugby. Qualcuno stava attento che i tifosi del pallone tondo uscissero tutti, che nessuno si imboscasse. Poi venivano riaperte le porte e accolti i tifosi del rugby.

Quei tracciatori di linee mi hanno segnato e convertito. Il mio primo torneo di rugby, con le magliette del liceo Canova, lo giocai proprio nel vecchio Comunale.

Ma non ho mai tradito il vecchio, caro Tenni. È, nel mio cuore, un monumento più duraturo del bronzo, per dirla col poeta. Quando andrà in pensione o magari le ruspe cominceranno a farne strage, ci sarà una lacrima. Come quel giorno, mentre il sacco di Toni Barba ingoiava le tavolette di un popolo di tifosi, disperato.