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Martino, l'uomo che divise il mantello
di Gian Domenico Mazzocato
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Davvero
solo un capriccio del calendario
il fatto che l’11 novembre
- san Martino -
segnasse il passaggio
alla nuova annata
agricola e, per tante famiglie contadine,
l’orrore dello scomio, della disdetta?
O esiste un “significato altro”,
una centralità
della figura di san Martino
rispetto al mondo degli umili
e dei diseredati?
E cosa davvero sappiamo
di questo santo straordinario
che ha segnato la storia europea?
Gian Domenico Mazzocato,
con questo
Martino, l’uomo che divise il mantello
risponde a tanti interrogativi
______________________
La popolarità di Martino è
immensa, nel tempo e nello spazio, di gran lunga superiore a quella di qualsiasi
altro santo. In Francia sono a lui dedicate quasi cinquemila tra parrocchie e
abbazie.
In Ungheria, sua terra
natale, oltre 100 chiese portano il suo nome. È patrono di Belluno e a lui è
dedicata la cattedrale di Lucca.
Quasi impossibile
determinare quante e quali categorie e associazioni hanno Martino per patrono.
E di fatto sconfinata è la
“fortuna iconografica” di Martino, legata per lo più all’atto di dividere il
mantello con il povero di Amiens, ma non solo.
Basti pensare allo
straordinario ciclo di affreschi di Assisi, dipinti da Simone Martini nella
Basilica Inferiore.
In questo
Martino, l’uomo che divise
il mantello, ne
forniamo una esemplificazione.
______________________
La Vienne è un fiume già grande quando sfocia nella Loira,
dopo aver attraversato estesi pascoli e foreste immense.
Le colline attorno sono verdi e luminose, digradano
dolcemente verso l’acqua. Candes sorge proprio al confluire dei due fiumi, un
villaggio piccolo, di battellieri e pescatori, una manciata di capanne tirate su
col fango secco, dal tetto d’erba. Poche case soltanto, sull’alto della collina,
sono di tufo bianco e dominano le due vallate.
Qui, nel cuore della Francia, l’inverno arriva presto. Di
solito, a novembre, i venti del nord spazzano la vallata larga della Loira. Non
è così quest’anno.
A Candes è tiepido autunno, quasi una primavera si direbbe.
Anzi, a sera, sembra di avvertire ancora la brezza profumata di salsedine che
viene dall’oceano.
Martino, il vescovo, si è messo in strada di buon mattino,
appena sorto il sole. Ha lasciato alle sue spalle le mura alte e imponenti di
Tours e per qualche miglio ha disceso a piedi la vallata della Loira. Candes è
una parrocchia turbolenta, fondata da poco, e lui deve proprio andarci: i
chierici di quella zona sono inquieti, qualche volta vengono a diverbio tra
loro. Menano le mani, perfino.
Lo accompagna qualche monaco, un gruppetto sparuto.

Martino è vecchio, ormai. I suoi ottant’anni hanno tolto
vigore alle braccia e, a ogni passo, i ginocchi scricchiolano. Quante miglia
avrà percorso nella sua vita vagabonda, se lo chiede sempre più spesso.
Ma lo sguardo è vivido, come sempre, e i suoi occhi hanno
bagliori di fuoco. Martino ha fatto il soldato per tanti anni e questo gli
conferisce modi spicci, ruvidi talora. E tuttavia chi gli sta vicino è pervaso
dalla pace e dalla tranquillità che infonde attorno a sé.
Ci si sente sicuri vicino a lui, e protetti, come sotto un
grande albero quando picchia il sole estivo, o come dietro le mura di Tours
quando i messaggeri recano la notizia che un crudele capo barbaro sta scendendo
con la sua tribù affamata, da nord.
Martino, il giorno prima, ha preso accordi con un
barcaiolo. L’uomo lo aspetta al piccolo molo.
Quando vede Martino e i suoi, comincia a sciogliere gli
ormeggi.
La sciabica dondola leggermente, cullata dalle onde,
guadagna il centro del fiume, prende velocità.
È una barca piccola, di quelle che servono per pescare i
lucci dalle squame d’argento.
Come al solito, Martino siede a poppa, assorto nei suoi
pensieri e nella preghiera. Non teme i pericoli, lui, e lascia che siano gli
altri a scrutare da prua l’orizzonte e le rive del fiume, a preoccuparsi dei
gorghi violenti e improvvisi dell’acqua.
Ogni volta che prende la via del fiume, non può fare a
meno, Martino, di pensare a tre anni prima. A Nîmes era stato convocato un
sinodo e quasi tutti i vescovi lì riuniti gli erano ostili.
Per via della vecchia e dolorosa questione di Priscilliano,
il teologo condannato a morte, una ferita ancora aperta nel suo cuore.
Così lui si era tenuto appartato dai lavori, ma mentre
navigava sulla scialuppa che lo riportava a Tours, un angelo era venuto dal
cielo e gli aveva raccontato tutto quello che i vescovi si erano detti. Al
ricordo, un sorriso lieve gli increspa le rughe del viso.
Alza gli occhi. Nel sole, sulla collina di Candes, il tufo
bianco delle case brilla intenso, un lampo nel tramonto tranquillo, là dove le
vallate di Vienne e Loira si congiungono.
Arrivato, finalmente.
La sciabica approda, i suoi compagni scendono.
Ma, nell’istante in cui anche lui sta per appoggiare il
piede sulle assi del molo, Martino avverte il suo vecchio cuore battere
irregolare. Il sangue rallenta la corsa e le forze lo abbandonano.
Un dolore sordo in mezzo al petto, come un pugno.
È arrivata l’ora, lo comprende subito.
Sta morendo: lui che aveva affrontato tanti nemici, lui che
si era presentato all’ultima battaglia prima del congedo completamente
disarmato, il vecchio guerriero che aveva trasformato la crudeltà insensata
delle campagne militari romane nello zelo e nell’amore della fratellanza
cristiana, sta morendo.
Si appoggia ad un giovane monaco dal volto impaurito, altre
braccia lo aiutano. Si fa portare nella sacrestia della chiesetta di Candes.
Faceva sempre così, nel suo girare continuo tra le parrocchie della diocesi:
diceva che gli preparassero un giaciglio nella sacrestia, mentre i monaci del
suo seguito trovavano ospitalità e alloggio nelle case vicine. Passava la notte
in preghiera, in colloquio intimo e affettuoso col suo Dio.
Questa volta no. Il suo cuore sta cedendo, una febbre
terribile lo aggredisce. Nella sacrestia Martino ordina che gli sia preparato un
letto di cenere, vi si stende sopra. Nel segno della povertà perché povero aveva
sempre vissuto.
Non vuole coltri, prega.
I fedeli e i preti del suo seguito hanno compreso.
Lo implorano di non lasciarli. Lui che tante volte ha
miracolato gli infermi, questa volta guarisca se stesso.
Martino muove le labbra a fatica. Irradia serenità attorno
a sé, come sempre. Dice che per tanti anni ha montato la guardia al campo del
Signore. Che, se fosse per lui, non smetterebbe di essere sentinella, vedetta,
difensore.
Ma è proprio il Signore in persona che gli parla e lo
chiama: Martino deponga le armi della pace, della fede, dell’amicizia, della
comprensione. Martino venga finalmente a sedere alla sua destra.
Muore Martino, e mentre consuma la sua visionaria agonia,
gli viene a far visita ancora una volta l’antico nemico, il diavolo, contro il
quale tanto spesso egli ha combattuto. Sempre lo aveva sconfitto, anche quando
sembrava fortissimo.
Quanti posseduti aveva liberato Martino: e ora il vecchio
nemico si ripresenta al suo capezzale, proprio mentre consuma le ore estreme
dell’agonia.
Martino lo caccia indietro un’ultima volta. Come quando si
era presentato vestito di stoffe preziose e coperto di splendenti monili
affermando di essere il Cristo: Martino lo aveva confuso semplicemente
dicendogli che non poteva essere il suo Signore, la povertà fatta carne. O come
quando si presentava a lui mentre camminava, sotto le spoglie più diverse,
cercando di deviarlo dalla sua strada. Lo blandiva e lo lusingava talora, il
demonio, e più spesso lo minacciava, lo insultava, un torrente di parole ora
dolci, ora aspre. Bastava una parola di Martino per costringerlo a ritirarsi, o
anche solo uno sguardo.
Non desiste, il nemico. Ancora lì, accanto al suo giaciglio
di morte.
Martino lo guarda, gli sussurra: «Il seno di Abramo sta per
accogliermi ». Gli dice che nulla di quanto è suo appartiene al demonio.
Muore così, combattendo. Dolce e intransigente insieme.
***
Sulpicio Severo, discepolo,
amico e primo biografo, racconta così le ultime ore del santo vescovo di Tours.
Martino muore l’8 novembre del 397. Il suo corpo viene
messo su un battello che risale la corrente della Loira fino a Tours: le rive
del fiume sono piene del popolo che nei ventisei anni del suo episcopato egli
aveva difeso e protetto, dispiegando anche le sue straordinarie capacità di
taumaturgo, di guaritore e di esorcista.
Della sua santità c’era piena percezione mentre era ancora
in vita, ma si può tranquillamente affermare che Martino fu consacrato da una
eccezionale testimonianza di folla già durante le sue esequie. Sulpicio Severo
ci dice che ad aprire il corteo funebre c’era uno stuolo di duemila persone tra
monaci e religiose consacrate.
Tutti probabilmente avevano ricevuto gli ordini sacri da
lui e a lui si sentivano intimamente legati.
Il resto del corteo era formato da una moltitudine immensa.
Martino fu deposto, secondo i suoi desideri, in una tomba
poverissima, l’11 novembre, nei sobborghi di Tours, là dove sarebbe in seguito
sorta la basilica a lui dedicata.
***
11
novembre: una data destinata a radicarsi nel mondo agricolo occidentale perché
veniva considerata l’inizio della nuova annata contadina. Il giorno innanzi, il
10, era dunque la conclusione dell’annata precedente e per secoli e per intere
generazioni quello fu il temuto giorno dello scomio (o escomio, cioè la
disdetta, il congedo). Quanti “sanmartini” hanno patito e subito le nostre
genti: su una strada, da un giorno all’altro, con le poche masserizie, senza che
i padroni dovessero nemmeno giustificare la rescissione del patto. Un no senza
appello, che condannava alla fame, alla migrazione, alla disperazione.
A rileggere oggi la vita di
Martino ci si chiede se è solo per un capriccio del calendario che egli viene
considerato il santo protettore del mondo agricolo.
In realtà Martino fu uomo,
prete e vescovo che visse il suo tempo dalla parte degli ultimi, difendendo i
deboli e battendosi contro l’oppressione.
Lui, soldato, ebbe a dare
testimonianze estreme di desiderio di pace e di non violenza. Ha una sua
vivissima attualità, dunque.
Che si radica dentro al tempo
in cui ha vissuto e si proietta nei secoli e nei millenni successivi.
***
Martino, che era nato attorno al 315/316, attraversò tutto
un secolo, il quarto dell’era volgare.
Un secolo fondamentale nella storia della Chiesa: il
cristianesimo esce dal chiuso delle case private in cui era confinato, smette di
essere perseguitato, soprattutto procede a fondamentali sistemazioni
dottrinarie.
Il passaggio dal terzo secolo al quarto aveva visto le
feroci persecuzioni di Diocleziano, il quale fu ottimo imperatore (tra l’altro
nel 305 abdica e si ritira a vita privata, dimostrando nessun attaccamento al
potere) ma vedeva nel cristianesimo un ostacolo al riassetto istituzionale
dell’impero e si comportava di conseguenza.
Esattamente il contrario di Costantino (o meglio, del suo
collega Licinio) che nel 313, con l’editto di Milano, concede la libertà di
culto ai cristiani. Costantino (cinico e interessato la sua buona parte) aveva
compreso che la nuova religione, così largamente diffusa soprattutto tra i
soldati, avrebbe potuto essere il collante sociale utile a tenere unita la ormai
vacillante compagine dell’impero.
Nel 330, per la prima volta, il natale di Cristo viene
celebrato il 25 dicembre, data in cui da sempre il mondo pagano celebrava il
natale del Sole.
Fu anche, il quarto secolo, periodo di dibattito e di
grandi eresie (per esempio l’arianesimo che negava la natura divina del Cristo)
e scismi che comportavano lotte accanite e coinvolgevano interi eserciti. A
Nicea, nel concilio del 325, trova una sua definizione il controverso mistero
trinitario, all’origine di tante eresie. Il Credo che ancor oggi i cristiani
recitano altro non è che il cosiddetto simbolo niciano, elaborato in quell’occasione.
A Roma si succedettero qualcosa come 11 papi (in un primo
tempo solo vescovi di Roma) e almeno 2 antipapi. Uno dei papi, lo spagnolo
Damaso (papa piuttosto turbolento, se è vero che fu coinvolto in una enorme
rissa, una battaglia, anzi - un centinaio di morti! - a Roma, nei pressi della
chiesa di santa Maria Maggiore contro i fautori dell’antipapa Ursino) stabilì
che il vescovo di Roma era depositario della linea di successione di Pietro. Il
suo successore, Siricio, è il primo ad assumere, all’atto della sua elezione
(384), il titolo di papa.
Damaso è anche il vescovo di Roma che affida a Gerolamo la
revisione del testo latino della sacra scrittura, la cosiddetta “vulgata”.
Quando san Martino nasce a Sabaria (l’odierna Szombathely)
in quella che allora si chiamava Pannonia e ora Ungheria, Costantino sta
diventando la personalità più importante all’interno della tetrarchia che regge
l’impero.
Sarà un secolo di guerre durissime, guerre civili e guerre
di contenimento dei popoli che urgono ai confini dell’impero. Attorno al 330
Martino, giovanissimo e soldato, si trova nelle Gallie. È in quel periodo che ad
Amiens avviene l’episodio del mantello cui sono legate da sempre la storia e
l’iconografia di Martino.
***
Quando nasce, il padre, militare di carriera, lo segna con
quel nome, Martino, che vuol dire “piccolo Marte”, legandolo dunque, nei suoi
progetti almeno, al ruolo di soldato per tutta la vita. Martino, subito dopo il
congedo militare e prima ancora di diventare prete, spinto da un sogno, si
recherà in Pannonia per convertire i genitori: ci riuscirà con la madre, ma suo
padre si dimostrerà irremovibile dalla fede pagana.
Proprio per seguire gli spostamenti del padre, si
trasferisce a Pavia, cittadina operosa e aperta alle novità. Martino ha 10 anni;
è qui che conosce il cristianesimo e, subito coinvolto, si iscrive al
catecumenato.
Possiamo pensare che il padre non fosse contento di questa
scelta e che ostacolasse il ragazzo in ogni modo. Infatti, sfruttando una piega
del regolamento che consentiva di anticipare a 15 anni l’arruolamento
obbligatorio (usualmente previsto per i 17 anni), il padre gli fa compiere il
giuramento militare praticamente nello stesso giorno in cui Martino depone la
toga pretesta, simbolo dell’adolescenza.
Martino è il figlio di un veterano e ciò gli conferisce dei
privilegi: ha incarichi di sorveglianza e di ronda, soprattutto riceve soldo
doppio.
È proprio durante uno dei suoi servizi di ronda che, ancora
giovanissimo, trova alle porte di Amiens (nel frattempo si era trasferito nelle
Gallie) il povero ignudo al quale regala metà del suo mantello.
Il grande poeta di Valdobbiadene, Venanzio Onorio
Clemenziano Fortunato (535-603) che a Martino ha dedicato un poema in 4 libri,
mette in bocca al giovane soldato parole che vanno diritte al cuore anche
dell’uomo moderno: «Un po’ più di caldo a te, un po’ più di freddo a me ».
Martino, dunque, non è il ricco che regala il superfluo: è un soldato che
spartisce la piccola risorsa di cui dispone.
L’ignudo coperto dal mantello rimanda ad un altro episodio,
meno noto, che accade a Martino quando è già vescovo. Un malato bussa alla porta
e chiede di essere rivestito, ha freddo, batte i denti. Martino ordina ad un suo
diacono di provvedere, ma questi non lo ascolta. Allora si avvicina all’uomo, si
toglie la tunica e gliela mette addosso. Poi chiama di nuovo il diacono e gli
ripete: «Guarda che c’è un uomo nudo».
Ma la nudità è, ora, la sua, a malapena celata dalla cappa
episcopale. Stizzito, il diacono butta sulla strada una tunica di lana
grossolana, fastidiosa ad essere indossata. Con grande umiltà e in silenzio,
Martino se ne riveste e si avvia a celebrare messa. La leggenda vuole che,
durante la consacrazione del pane e del vino, una luminosa fiamma circondasse le
sue mani e il suo capo.
***
Nel periodo in cui accade l’episodio di Amiens, Martino
riceve il battesimo. Non gli è possibile congedarsi, come certo vorrebbe, e anzi
fa carriera perché viene chiamato a far parte delle alae scolares, cioè del
corpo sceltissimo che costituiva la guardia dell’imperatore. Si dimostra soldato
fedele e soprattutto buon camerata, aiutando ad esempio i compagni d’armi troppo
veloci nel dilapidare la loro paga. Il servizio dura quasi venti anni.
A dire il vero, il suo biografo Sulpicio Severo, parla di
due anni soltanto, fornendoci un dato chiaramente sbagliato.
Ma questo sbaglio, certo voluto, tradisce un disagio che
accompagnò per tutta la sua vita Martino: l’aver militato nell’esercito
imperiale dopo il battesimo era considerata una macchia per il cristiano. E nel
386, papa Siricio decreta, raccogliendo un’istanza largamente diffusa, che un
soldato il quale avesse continuato la milizia dopo il battesimo, non potesse in
alcun modo essere ammesso al clero. Nel 386 Martino è già vescovo da 15 anni, ma
si può immaginare a quali difficoltà e ostilità andasse quotidianamente
incontro, a cominciare dallo stesso sinodo episcopale.
Il suo congedo fu clamoroso e destò vasta eco.
Nel 354 l’imperatore Costanzo (ma computi diversi fanno
risalire l’episodio alla militanza sotto un altro imperatore, Giuliano detto
l’Apostata) fu impegnato nelle Gallie in una campagna militare contro gli
Alamanni.
Prima della decisiva battaglia di Rauracum, nei pressi
dell’odierna Basilea, come di consueto, l’imperatore distribuisce delle
ricompense in denaro per spronare i suoi. Martino evidentemente è giunto al
limite. Rifiuta il premio e, anzi, preannuncia che sta per chiedere il congedo.
Costanzo si infuria, cerca di dissuaderlo e, quando si
rende conto che Martino è irremovibile nel suo proposito, lo fa gettare in
catene.
Sarà proprio Martino, ordina, ad affrontare per primo il
nemico, nella battaglia del giorno dopo. Insomma, un modo sicuro per votarlo
alla morte.
Martino non dice nulla e il mattino seguente si presenta in
prima linea, senza armi, senza elmo, senza lorica, senza scudo. Un bersaglio
facilissimo, inoffensivo. E gli Alamanni, i terribili nemici, a quello
spettacolo depongono le armi e chiedono la pace.
***

Comincia qui la seconda parte della vita di Martino, quella
dedicata al Signore e al popolo.
Dopo il congedo, si reca a Poitiers, dove nel 353 era stato
eletto vescovo Ilario. Anche lui era un convertito. Simpatizzano subito. Ilario
sta combattendo una dura battaglia contro l’arianesimo, fortissimo nella parte
orientale dell’impero e che l’imperatore Costanzo sta pesantemente appoggiando
anche in occidente.
Ilario ha bisogno di uomini solidi, dalla personalità
temprata e dalla fede senza crepe: propone a Martino il diaconato come premessa
al sacerdozio.
Martino sa che quella è la sua strada, ma non si sente
ancora maturo. Un giorno (dice che un sogno lo spinge a farlo) parte alla volta
della nativa Pannonia dove vuole convertire i genitori. La madre accoglie la
religione del figlio, il padre no.
Con qualche amarezza, Martino si accinge al ritorno. Sulla
via che lo riconduce alle Gallie, si ferma a Milano dove viene a sapere che,
dopo il concilio di Bèziers del 356, l’arianesimo ha intrapreso una vittoriosa
offensiva anche in occidente. Non solo, ma il campione dell’ortodossia, il suo
grande amico e protettore Ilario, è stato mandato in esilio e confinato nella
lontana Frigia.
Martino si ferma a Milano, ma il vescovo locale, Aussenzio,
molto vicino all’arianesimo (alla sua morte, nel 373, gli succederà Ambrogio)
prende a perseguitarlo. Martino si ritira su un’isoletta davanti alla costiera
ligure, Gallinaria, e trascorre un periodo di meditazione e preghiera.
Quando gli arriva la notizia che Ilario è tornato
dall’esilio, decide di raggiungerlo. Il ricongiungimento tra i due amici avviene
ancora una volta a Poitiers.
Siamo negli anni successivi al 360 e non vi è dubbio che
proprio in questo periodo Martino sia stato fatto prima diacono e, subito dopo,
prete. La vocazione di Martino alla vita monastica è fortissima: Ilario
possedeva dei terreni e una casa a Ligugé, poche miglia fuori Poitiers.
Fu quello il nucleo del primo monastero europeo, dove
Martino si trovò presto circondato da discepoli che dividevano la loro vita tra
l’esperienza di evangelizzazione del territorio circostante e l’esperienza forte
della “laura”. La laura era una forma di monachesimo mutuata dall’oriente, in
cui i vari monaci conducevano vita eremitica e si radunavano solo in determinati
momenti. La parola, che deriva da un termine greco-bizantino, indica una formula
a metà tra la vita cenobitica in comune e l’eremitaggio che voleva i monaci
isolati permanentemente l’uno dall’altro. Nella laura i monaci vivevano una
esperienza eremitica avendo però dei momenti comunitari (i pasti e la liturgia,
ad esempio). Sacra Scrittura e i testi dei grandi difensori della fede erano i
libri su cui si formavano i monaci.
***
La fama di Martino è grande e si diffonde sempre più.
Narra il suo biografo che in questo periodo egli compie i
suoi due primi, clamorosi, miracoli: risuscita un giovane catecumeno morto
durante la sua assenza e lo schiavo di Lupicino, un ex-magistrato romano
ritiratosi da quelle parti. Ogni volta Martino fa allontanare tutti e poi si
distende per ore sul cadavere, abbracciandolo, quasi a voler comunicare la sua
forza, la sua energia vitale al defunto.
Nel 371 muore Liborio, il vescovo di Tours, un centinaio di
chilometri a nord di Poitiers, sulla Loira. Di Martino, come nuovo vescovo di
Tours, si parla subito. Non mancano gli oppositori che tirano in campo la sua
lunga carriera militare ma che temono, con ogni probabilità, il suo carisma e
soprattutto il suo metodo innovativo.
Ma chi proprio non vuole sapere di una scelta puntata su
Martino è lo stesso Martino. Fare il vescovo, lui lo sa bene, vuol dire non solo
fare il pastore di un popolo ma anche rivestire una carica che comporta molte
responsabilità civili. Lui si sente chiamato alla vita solitaria, di
meditazione. Le traversie del suo amico Ilario sono lì ad ammonirlo. Quando
qualcuno gli avanza la proposta, lui dice che proprio non se la sente.
È a questo punto che interviene Rusticio.
***
Rusticio è un contadino di cui nulla sappiamo perché il suo
nome appare solo a questo punto della vicenda esistenziale di Martino. Va a
trovare il santo taumaturgo a Ligugé e gli racconta che sua moglie sta molto
male, è in punto di morte anzi. Martino si mette in cammino, non può sottrarsi
alla richiesta. Ma quella che lo aspetta è un’imboscata. Sulla strada di Tours
un gruppo di cristiani lo imprigiona, lo porta nella città turrita e non lo
libera fino al momento in cui lui non accetta di candidarsi all’episcopato.
L’opposizione degli altri vescovi continua, ma Martino viene eletto per
acclamazione dalla gente di Tours. Cominciano così i 26 anni di un episcopato
destinato a segnare la storia europea di quel secolo e dei secoli successivi.
Di fatto Martino reinventò e fondò per sempre ruolo e
funzioni del vescovo. Lui che aveva come ideale di vita il modello monastico e
l’isolamento che questo comporta, si diede ad evangelizzare le campagne come mai
era accaduto.
Bisogna tener presente che nel quarto secolo le Gallie
erano praticamente tutte da cristianizzare.
Il cristianesimo era radicato in qualche centro
urbano (tra cui Poitiers e Tours, appunto), nella Provenza, nelle altre zone che
si affacciavano sul Mediterraneo e tra le popolazioni rivierasche della vallata
del Rodano. Le campagne erano ancora largamente permeate li padroni,
prefigurazione di quella servitù della gleba che fu per secoli vera e propria
schiavitù.
Il contadino era gravato e vessato da una serie infinita di
tasse, balzelli, tributi che molto spesso non era in grado di pagare. Gli
insolventi venivano perseguiti da funzionari che giravano per il territorio a
capo di un vero e proprio esercito con l’incarico di esazione delle tasse. Chi
non poteva pagare veniva imprigionato, torturato e anche mandato a morte. I
supplizi e le esecuzioni avvenivano in pubblico perché fossero di esempio.
I biografi raccontano l’esemplare vicenda che vide
protagonisti Martino e Aviziano (e Aviziano appare, ai lettori moderni, come
singolare anticipazione del padrone che impone lo scomio ai suoi contadini).
Aviziano era proprio uno di questi funzionari, un comes. Il
titolo di comes (conte, cioè, vero e proprio preludio al feudalesimo) era stato
introdotto nel 330 da Costantino per spazzare via e sostituire con un unico
titolo tutti i titoli (con relative e non sempre chiare attribuzioni) della
pletorica burocrazia imperiale.
Nel caso di Aviziano, siamo di fronte ad un
plenipotenziario che aveva come unico scopo quello di riempire le esangui casse
imperiali.
Un giorno Aviziano si presenta sotto le mura di Tours con
il suo esercito e una lunga fila di prigionieri avvinti da pesanti catene.
Qualche traditore, alcuni disertori, magari diventati
briganti, molti contadini insolventi. Capelli lunghissimi, braccia così
scheletriche che perfino i ceppi sono larghi, visi tanto emaciati che è
impossibile riconoscerli. Non hanno nemmeno lacrime da piangere. Piangono invece
quelli che li vedono sfilare. Fratelli, sorelle, genitori, amici, tutti
minacciati, prima o poi, di egual sorte.
Il corteo attraversa Tours, tragico monito per tutti.
Aviziano prende possesso della sede a lui riservata e ordina che siano
apprestati strumenti di tortura e supplizio per il giorno dopo.
Troppo per Martino, inaccettabile.
Il vescovo è già vecchio, gli costa muoversi ane penetrate
dal paganesimo. L’autorità del vescovo, di fatto, si esplicava solo nel contesto
urbano. Fuori delle mura della città, la sua autorità era nulla.
E serve aggiungere che l’unica realtà nelle campagne era
dettata dal rigido rapporto tra padroni latifondiari e coltivatori assoggettati
a ta- che perché sa che lo attende una prova terribile, un confronto che gli
prosciugherà ogni stilla di energia. I biografi raccontano la vicenda tra
realismo e leggenda. Martino si trascina davanti alla porta del palazzo di
Aviziano. Si stende per terra. Aspetta e prega.
Un angelo visita nel sogno Aviziano, gli dice che il santo
vescovo, il taumaturgo potente di cui tutto il mondo parla, colui che ha
colloquio diretto con gli angeli e perfino con Dio, è disteso fuori della porta,
sulla nuda terra. Come può Aviziano dormire tranquillo mentre il santo Martino
patisce il freddo della notte e della stagione? Aviziano si desta, urla ai servi
che vadano ad aprire, ma essi non vedono nulla. Tra loro corre un sorriso di
scherno. Quell’Aviziano sta proprio invecchiando, si fa impressionare dai sogni
notturni, si dicono.
Aviziano riprende a dormire e l’angelo torna a visitarlo.
Questa volta il conte va personalmente ad aprire la porta e scorge Martino
disteso. È toccato nel profondo del cuore, il crudele Aviziano.
Guarda Martino e gli dice: «Tu hai trasformato un
accusatore in un accusato. Ero io che dovevo torturare questa gente e invece sei
tu che torturi me. Mi sconfiggi, ma non combatti ad armi pari. Tu hai Dio con
te, io sono solo».
Martino non proferisce parola. Si alza e si allontana.
Il mattino seguente Aviziano chiama i suoi subalterni.
Fa aprire prigioni e gabbie, libera tutti i prigionieri e
si allontana da Tours.
Certo, tra leggenda e storia. Ma Martino quando qualcuno
gli faceva qualche offerta, magari per una miracolosa guarigione, non rifiutava
e destinava il denaro ai debiti dei contadini insolventi o, in altri casi, al
riscatto di qualche prigioniero, catturato dalle popolazioni barbariche del
nord.
***
Martino ha capito che Aviziano ha un suo disagio interiore,
un tormento profondo nell’anima.
Che non è un persecutore rozzo e sordo ai lamenti. Trova il
modo (e i biografi risolvono l’episodio nei modi mitici e leggendari del duplice
intervento angelico) di acuire il suo disagio, di farlo salire alla superficie
dell’anima.
Incontrerà ancora Aviziano, Martino, e lo libererà da un
demonio che gli sta sul collo. Di colpo Aviziano, alleggerito di quella presenza
demoniaca, si troverà a non essere più l’implacabile giudice, persecutore del
popolo. Sentirà pace e mitezza entrare nel suo cuore. Martino aveva anche questo
tipo di attenzione.
E del resto la sua azione pastorale non si fermava certo
qui, a questi atti in qualche modo appariscenti, clamorosi.
Martino l’innovatore, Martino il vescovo che sente troppo
stretto, soffocante anzi, il piccolo ambito dei bastioni cittadini. Tutto
l’episcopato di Martino è caratterizzato dalla istituzione di parrocchie rurali.
Spesso si pone l’accento sulla lotta di Martino al
paganesimo.
Una volta distrusse un tempio dedicato alle divinità
pagane. In un’altra occasione ottenne che fosse abbattuto un albero sacro in
mezzo alla ostilità della popolazione pagana. Qui si sottopose ad una sorta di
“giudizio di Dio”: per dimostrare la sua forza spirituale, fece abbattere
l’albero ponendosi nella traiettoria di caduta e riuscendo a fermarlo a
mezz’aria.
Inutile dire che ottenne una conversione in massa. Ma
questa lotta di Martino al paganesimo non è la sterile battaglia di chi vuole
distruggere una cultura per sostituirla con una cultura aliena.
È piuttosto la motivazione fondante di una strategia
pastorale volta ad una promozione complessiva della realtà contadina del suo
territorio.
Sa bene che istituire parrocchie non basta. Martino pensa
allora alla formazione dei preti. Sceglie una spianata, un po’ fuori le mura di
Tours, a Marmoutier, uno spuntone di roccia a picco sulla vallata della Loira.
Ancor oggi si possono vedere a Marmoutier le rovine
dell’abbazia che Martino vi fece costruire.
Quel luogo divenne il cuore della diocesi.
Intere generazioni di monaci vi si formarono.
Il sistema era quello sempre quello della “laura”, già
sperimentato a Ligugé.
E Martino, inoltre, girava in continuazione tra le
parrocchie della sua diocesi. Le assidue visite pastorali furono forse la
caratteristica più appariscente del suo episcopato. Viaggiava a piedi, a dorso
di mulo, in barca. Nei villaggi, meta delle sue visite, si faceva preparare un
giaciglio nella sacrestia. Quando se ne andava, le pie donne del villaggio si
dividevano la paglia del giaciglio, convinte che avesse assorbito dal santo un
potere miracoloso.
Del resto la fama di guaritore di Martino era immensa anche
perché riusciva a curare a distanza.
Un nobile gallo-romano, Arborio, nipote del famoso poeta
Decimo Magno Ausonio, guarì la figlia ammalata di febbre quartana, semplicemente
mettendo sul corpo della bambina una lettera scritta da Martino.
E a una donna che soffriva i gravi emorragie bastò toccare
la frangia della sua veste per essere guarita: trasparente rivisitazione della
guarigione dell’emorroissa nell’episodio evangelico narrato da Luca (8, 43-48) e
da Marco (5, 25-34), quando Cristo dice «Qualcuno mi ha toccato, perché io ho
sentito che una virtù è uscita da me».
A dispetto della sua fama, durante i suoi trasferimenti
Martino era soggetto a tutti i rischi di chi viaggiava in quel tempo: briganti e
imboscate.
Prese più di qualche legnata, ma finiva invariabilmente col
convertire i suoi aggressori.
La situazione in cui maggiormente egli dovette riflettere
sulla sua idea di Chiesa fu, in ogni caso, la questione connessa al teologo
Priscilliano.
***
Priscilliano era spagnolo, nativo di Avila (345 ca).
Divenne famoso con le sue ardenti predicazioni che proclamavano la necessità di
compiere nella vita scelte di rigorismo ascetico. Fu fatto vescovo della sua
città, ma ad un certo punto cadde in sospetto di eresia. Era accusato di essersi
avvicinato al manicheismo e di praticare la magia a scopi delittuosi. Qualche
decennio più tardi, a dimostrazione di una avversione mai sopita, un altro
spagnolo, Paolo Orosio, scriverà in un suo promemoria ad Agostino: «Priscilliano
è uno sciagurato peggiore dei manichei perché pretende di confermare la sua
eresia anche attraverso il Vecchio Testamento».
Il processo contro Priscilliano e suoi seguaci fu istruito
a Bordeaux in un concilio appositamente convocato. Priscilliano si rifiutò di
comparire e si appellò all’imperatore Massimo.
Era di fatto una persecuzione che provocò lo sdegno di
Martino che, pur non condividendo del tutto le idee di Priscilliano, aveva
orrore del fatto che una questione dottrinaria fosse trattata in questo modo
rozzo, che fosse strumen- talizzata e soprattutto che una persona di cui egli
avvertiva la profonda onestà morale fosse condannata a morte - perché questa era
la pena prevista - per le sue idee anche se eretiche.
Scese in campo, il vescovo di Tours, proclamando ad ogni
occasione il suo dissenso.
Martino era circondato dall’ostilità di molti vescovi dei
dintorni. Dato il rigore della vita ascetica che conduceva e che imponeva ai
suoi monaci (molto spesso di buona famiglia, proclivi a comportarsi secondo i
modi raffinati della nobiltà e dunque talora restii a sottoporsi a regole
durissime) apparve, in qualche modo, complice di Priscilliano.
Ma in realtà era un pretesto per attaccarlo o quanto meno
per metterlo sulla difensiva: troppo innovativo era il suo metodo, tutto basato
su una continua e progressiva missionarietà.
Troppo accentuato il suo stare con gli umili: ogni suo atto
suonava come condanna e critica agli altri vescovi.
L’occasione che lo vedeva schierato a fianco di
Priscilliano pareva la migliore possibile per dichiarargli guerra. Il processo
presieduto dall’imperatore Massimo si tenne a Treviri (l’attuale Triers, sulla
Mosella, nel tedesco land Renania-
Palatinato). Quando Martino vi giunse, sembrò inizialmente
ottenere un buon successo: fece differire il dibattimento e ottenne da Massimo
che mai si sarebbe, in ogni caso, arrivati alla condanna a morte.
Tranquillizzato, Martino lasciò Treviri, ma dopo la sua
partenza il partito a lui contrario, capeggiato dal vescovo spagnolo Ithace,
riuscì a far cambiare idea all’imperatore. Priscilliano fu giustiziato assieme a
sei suoi seguaci.
Secondo la testimonianza di san Girolamo, fu il primo a
patire la pena capitale per eresia.
Spiazzato e confuso, Martino venne a trovarsi al centro di
una questione politica, prima ancora che religiosa, per lui del tutto nuova.
L’esecuzione di Priscilliano di fatto autorizzava e legalizzava la persecuzione
contro i priscillanisti in Spagna. Era, nella pratica, un attacco in grande
stile all’ideale di vita ascetico e alle correnti che volevano la Chiesa povera
e schierata con gli umili.
I funzionari di Massimo si scatenarono in Spagna: una vera
e propria caccia all’uomo.
Bastavano, racconta Sulpicio Severo, un sospetto e perfino
un abbigliamento non giudicato idoneo per arrestare uno come eretico.
«Era sufficiente uno sguardo per emettere un giudizio»,
dice con molta crudezza il biografo di Martino.
I vescovi contrari a Martino gli avevano dunque dichiarato
guerra, ma non potevano, nello stesso tempo, fare a meno del suo prestigio, del
suo enorme ascendente su tutto il territorio delle Gallie. E la persecuzione
contro i priscillanisti si rivelò per quello che voleva essere: un vero e
proprio intrigo per incastrare Martino.
Il quale si trovò davanti ad un bivio: o faceva pubblico
atto di entrare in comunione con i vescovi suoi avversari (di fatto avallando la
condanna e l’esecuzione di Priscilliano) o la persecuzione contro i
priscillanisti non si sarebbe fermata. Già i funzionari imperiali avevano le
prigioni piene e aspettavano solo l’ordine di cominciare il massacro.
In quelle ore si doveva consacrare un nuovo vescovo.
A Martino si chiedeva di partecipare alla cerimonia di
consacrazione assieme agli altri vescovi. Sarebbe stato un segnale pubblico di
comunione.
Martino, per scongiurare la strage, piegò la testa e arrivò
ad un accordo, anche se solo formale.
Cedette per quel giorno, apparì in pubblico per la
consacrazione, ma non volle mai firmare alcun documento.
Quel compromesso gli pesò addosso, come un terribile
fardello morale, per tutta la vita.
***
Del resto capitò più volte a Martino di confrontarsi col
potere. In ogni occasione ci teneva a ribadire l’autonomia della Chiesa rispetto
all’impero e ad ogni altra istituzione civile.
Strano e complesso il rapporto col potere civile: chi lo
deteneva, magari osteggiava idee, comportamenti e atteggiamenti di Martino, ma
non poteva figurare di mettersi apertamente in contrasto con lui, col suo
immenso carisma, col suo assoluto ascendente e, perché no?, anche con i suoi
miracolosi (e dunque temibili) poteri.
Parlava con gli angeli, Martino, confondeva i diavoli in
qualunque modo si presentassero e si travestissero. Una volta smascherò
clamorosamente un monaco aggregatosi casualmente alla sua comunità, Anatolio,
che sosteneva di essere in contatto diretto con il Figlio di Dio: lo costrinse
ad una figuraccia davanti a tutti.
Martino era poi profondamente, visceralmente amato, umile
tra gli umili. Guariva la malattia dei malati più immondi, i lebbrosi, baciando
le loro piaghe.
Impossibile, davvero, per i potenti non fare i conti con
l’ingombrante e fortissima personalità di Martino.
Ebbe modo di scoprirlo a sue spese, l’imperatore Massimo
(usurpatore e assassino ma, nel complesso, buon amministratore), quello che fece
condannare Priscilliano.
Approfittando della presenza di Martino a Treviri per il
processo, lo invitò un giorno nel suo palazzo imbandendo un pranzo e una festa
straordinari. Massimo voleva, a suo modo, davvero onorare il santo ospite con un
evento eccezionale, ma naturalmente Martino si accontentò di molto poco,
evidenziando anche grande disagio.
La prima coppa di vino viene porta, come di prassi, dal
cantiniere a Massimo. Ma l’imperatore fa segno che sia offerta a Martino: lui,
l’imperatore, berrà per secondo ricevendo la coppa proprio dalle mani del santo
vescovo. Una sorta di legittimazione, in un certo qual modo.
Martino beve e poi, nel silenzio e nel disagio generali,
porge la coppa al giovane prete che lo accompagnava sempre. Martino osa fare
alla mensa dell’imperatore quello che nessuno oserebbe fare alla mensa del più
basso magistrato.
I biografi sottolineano l’importanza del gesto: una
affermazione dell’autonomia della Chiesa e della sua superiorità sull’Impero.
Per buona giunta Martino predice a Massimo la sua prossima
e terribile fine: di lì a pochissimi anni, infatti, fu tradito ad Aquileia dai
suoi soldati e trucidato da Teodosio.
***
Martino visse più di ottant’anni in un’epoca in cui l’età
media non arrivava ai quaranta. Attraversò un secolo di sangue, lotte,
invasioni. Di violente contrapposizioni religiose, di intrighi, di vessazioni e
ingiustizia. Il suo comportamento fu sempre di grande generosità, di
disponibilità assoluta, di apertura senza limiti ad un popolo che viveva
nell’indigenza, nell’ignoranza, nella miseria e nella malattia.
Diede un segnale del suo animo a 15 anni, dividendo in due
il mantello. Morì facendosi distendere su un giaciglio di cenere.
Venanzio Fortunato, che due secoli dopo dedicherà a Martino
l’ultimo grande poema che la latinità abbia prodotto, lo descrive così:
indulgente verso il peccato, presidio del perdono, rifugio dei colpevoli,
speranza dei miserabili, persecutore del demonio, difensore dei fedeli, riscatto
dei prigionieri, strada per chi si è smarrito e cura per chi è malato, guaritore
di tutti, di tutti innamorato, di tutti irripetibile amico.
Molto di più di una devota litania. Un’apertura di credito
morale, piuttosto, e un riconoscimento di valori che hanno segnato la storia.
Pori
pitochi messi su le asse!…
Dise
la gente che li vede andar:
Largo, che passa
un
san Martin de strasse!
(Berto
Barbarani)
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