L’AGRICOLA DI TACITO :
L’INDIVIDUO DAVANTI AL POTERE
A
Franco Sartori, mio maestro
Clarorum uirorum facta moresque posteris tradere,
antiquitus usitatum,
ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas
omisit,
quotiens magna aliqua ac nobilis uirtus uicit ac supergressa est
uitium paruis magnisque ciuitatibus commune,
ignorantiam recti et inuidiam.
Sed
apud priores ut agere digna memoratu
pronum
magisque in aperto erat,
ita
celeberrimus quisque ingenio
ad
prodendam uirtutis memoriam sine gratia aut ambitione
bonae
tantum conscientiae pretio ducebatur.
(Tacito, Agricola 1, 1)
84 dopo Cristo, estate
avanzata, propaggini meridionali dei monti della Caledonia. I Caledoni stanno
per gettare nella battaglia decisiva le loro ultime forze, 30mila guerrieri
fatti affluire da ogni landa della regione. Li guida Calgaco, “insigne tra tutti
i comandanti per valore e nobiltà”.È
la settima (sarà anche l’ultima) campagna militare contro i fieri e duri
abitanti di quei luoghi.
Il contingente romano è
agli ordini di Gneo Giulio Agricola, un coloniale di nobile e antica famiglia,
nato nella Gallia Narbonese 44 anni prima, a Forum Iulii, l’odierna
Frejus. Possedeva, come dice Tacito, una connaturata prudenza e sapeva
facilmente comportarsi anche tra magistrati civili.
Ha alle spalle una rapida carriera civile e militare. Console a 37 anni, alla
fine del suo mandato si è visto affidare da Vespasiano il fronte più tormentato
d’Europa, la Britannia.
“Sarebbe ingiusto, dice
Tacito, nei riguardi delle virtù di un simile uomo, lodare soltanto l’integrità
e il disinteresse. La fama, poi, egli non se la procurò ostentando i suoi meriti
o con intrighi (così fanno in molti, anche se sono uomini onesti): si tenne
lontano dalla competizione con i colleghi e dalle beghe contro i procuratori,
poiché giudicava inglorioso riuscire vincitore in simili contrapposizioni ma
anche vergognoso uscirne sconfitto”.
È dunque un uomo riservato,
di grande equilibrio, ma anche molto deciso quello che sta per rivolgere
l’ultima esortazione ai suoi uomini.
Tacito gli pone in bocca
parole vibranti come un giavellotto ben bilanciato, taglienti come un gladio
affilato:
“Vinciamo e tutto ci sarà
facile, perdiamo e avremo tutto contro. Abbiamo fatto tanta strada, superato
foreste, guadato fiumi: bello e glorioso perché stavamo avanzando. Le stesse
cose che oggi ci sono favorevoli, sarebbero di enorme pericolo per uomini in
rotta. Noi non abbiamo la stessa conoscenza dei luoghi o ugual abbondanza di
salmerie, ma solo il nostro braccio, le nostre armi, la consapevolezza che tutto
risiede in loro. Dal canto mio, da molto tempo, so bene che mai reca salvezza ad
un esercito o a un comandante girare le spalle al nemico. Dunque una morte
onorevole è preferibile a una vita di vergogna; e salvezza e onore abitano nello
stesso luogo. Del resto non c’è nulla di inglorioso cadere vicino all’estremo
confine delle terre e della natura”.
E poi, avviandosi alla perorazione finale: “Basta con le campagne militari:
chiudete con una grande giornata cinquant’anni di guerra. E provate alla
repubblica che i ritardi della guerra e i motivi delle rivolte non sono mai
stati colpa dell’esercito”.
Insomma Tacito costruisce
il personaggio/demiurgo che si sente (ma fa anche sentire i suoi uomini) sullo
spartiacque della storia. Un gigante, un titano che non solo vuole chiudere
mezzo secolo di guerre e battaglie, non solo vuole pacificare per sempre un
settore inquieto dello scacchiere politico e militare; ma vuole fare anche
meglio e di più del divino Giulio Cesare. Tacito, tracciando un bilancio della
ormai secolare contrapposizione tra Roma e la Britannia, annota: “Primo tra i
Romani, il divo Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando
gli indigeni in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona
costiera, si può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che
l’abbia trasmessa loro”.
Il demiurgo compie il progetto che Giulio Cesare era riuscito solo ad abbozzare.
Di ben diverso taglio sono
le parole di Calgaco sul fronte opposto. Ha fatto appello all’identità, al senso
di appartenenza, all’istinto di sopravvivenza. Vincere per essere liberi, o
servire da sconfitti: meglio certo morire. Fa culminare il suo dire in queste
parole: “Qui voi avete un capo, qui un esercito. Là vi aspettano tributi, lavori
in miniera e ogni altra sofferenza da schiavi: sul terreno dovrete decidere se
sopportare in eterno o vendicarvi di tutto in un sol colpo. State per andare a
combattere: pensate ai vostri antenati e alla vostra discendenza”.
La battaglia è lunga,
difficile. Agricola trionfa e le cifre a consuntivo hanno perfino qualcosa di
beffardo, di irridente: “Caddero circa 10mila nemici; noi perdemmo 360 dei
nostri, tra i quali Aulo Attico, prefetto di coorte, trascinato in mezzo ai
nemici dalla sua baldanza giovanile e dalla foga del cavallo”.
Nulla contro tutto, l’ufficiale più alto in grado tra quelli perduti è appena un
prefetto di coorte. E anche lui, se solo fosse stato un po’ più attento…
Tutto sembra finalizzato a
costruire la figura del capo demiurgo, colui che trasforma la storia e la
plasma. In quegli anni di campagna militare, tanto per fare un solo esempio, ha
stravolto ogni tattica consolidata, inventando il modo di integrare tra loro le
forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che
comprendono di avere di fronte un nemico disperatamente invincibile: “Con
Agricola la flotta divenne… parte operativa dell’esercito… la guerra avanzava
insieme per mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti,
cavalieri e marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro
imprese e le loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare
confronto. Di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste
e le onde ostili: da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano
sconfitto. …lo spettacolo della flotta stordiva i Britanni, poiché ormai
sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai vinti anche l’ultima
possibilità di scampo”.
Del resto Agricola aveva
mutato subito le regole non scritte di quella guerra: prima di lui si combatteva
d’estate e si stava tranquilli d’inverno. Col risultato che al nemico erano
concessi lunghi mesi di recupero. No, lui prende a combattere nei mesi freddi; e
però gestisce bene le conquiste e la pace imposta. Perché Agricola sa “che a ben
poco servono le armi se a esse tiene dietro l’ingiustizia. Dunque decise di
troncare i motivi di conflittualità. Cominciò da se stesso e dai suoi, tenendo a
freno il seguito… Non affidava alcun affare pubblico a liberti o a schiavi; non
assumeva centurioni o soldati per spirito di parte, per raccomandazioni o
suppliche, ma solo sulla base della loro bravura e della loro affidabilità”.
Mette ordine nel sistema di riscossione dei tributi. I Britanni non solo erano
costretti a versare parte dei raccolti, ma per farlo dovevano anche subire lo
scherno di attendere l’orario di apertura dei granai quando, dopo averlo
versato, dovevano, nei momenti più duri della stagione, acquistare il loro
stesso frumento. E magari dovevano aggiungere una mancia al funzionario
incaricato. “Agricola represse questi abusi subito, già dal primo anno; restituì
credito alla pace che, a causa della negligenza e dell’arroganza dei suoi
predecessori, era temuta non meno della guerra”.
Duro, ma giusto. Spietato, ma intelligente.
Insomma il politico
perfetto, il demiurgo, il protagonista della storia. Non è certo questa l’unica
possibile chiave di lettura della straordinaria operetta tacitiana, ma è forte
la suggestione. E forte è la spinta a pensare questa prima parte in funzione
della seconda, quando Tacito metterà a confronto la virtù di Agricola con
l’infingardaggine altrui.
È arrivato il momento di
fare un passo indietro, per spiegare come Giulio Agricola è entrato nella vita
di Tacito.
Nel 77 d. C. Tacito si
fidanza con la figlia di Giulio Agricola; l'avrebbe sposata l'anno seguente, lei
quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava così con un
personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire
come legato in Britannia. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano),
Tacito inizia la sua carriera politica: nell'88 (con Domiziano) è pretore, e,
una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come
propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania.
In quel decennio si
sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore
nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e
l'81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all'impero
un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se
stessi.
Il 23 agosto del 93,
Agricola muore: ha 53 anni ed è, dunque, nel fiore della vita. Su quell'uomo che
ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si è abbattuta la
gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non
dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l'abilità che poi
frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di
sospetto in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso di cui dirò tra
poco), o amare riflessioni sulla natura umana costruiscono un quadro di
indimenticabile tensione emotiva.
Ma Tacito è assente.
Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell'addio, non può
manifestare subito il suo dolore: “Io e tua figlia non fummo provati solo dal
dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non averlo assistito
durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia, non esserci saziati
della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto le sue disposizioni
e le sue parole, che avremmo confitto nel nostro animo. Ecco il nostro dolore,
ecco la nostra ferita: averlo perduto quattro anni prima per la nostra lunga
assenza. O migliore tra i padri, a onorarti e ad assisterti ha certo provveduto
la tua innamoratissima moglie. Però, con troppo poche lacrime sei stato composto
nel tuo sepolcro e, certo, qualcosa è mancato ai tuoi occhi, nell’ultimo barlume
di luce”.
Certo, proprio in
questa assenza struggente, matura la decisione di trasformare Agricola in mito,
cioè in paradigma compiuto e rigoroso della realtà. Con una rarefazione assoluta
di linguaggio, con una scarnificazione della parola e una fiducia nella
scrittura (più resistente del marmo e del bronzo allo scorrere del tempo) che
commuovono ed emozionano ancora oggi.
Dice nel finale,
rivolgendosi allo stesso Agricola: “Io non credo che si debbano proibire le
raffigurazioni in marmo e in bronzo, ma i simulacri sono fragili e caduchi,
esattamente come le fattezze umane. Soltanto la figura dell’animo è eterna: per
conservarla e raffigurarla non servono materia e arte, ma i tuoi stessi costumi”.
Ed è, in questo
contesto, così alta la consapevolezza del mito da celebrare che Tacito riesce,
con vertiginoso capovolgimento, a ribaltare i ruoli. Sarà lui a proporre la
grandezza di Agricola anche a chi ha potuto stargli vicino più a lungo di lui:
“Io vorrei anche insegnare, a tua moglie e a tua figlia, a venerare, con la
memoria, il marito e il padre, ripensando ad ogni cosa che tu hai fatto e detto
e abbracciando la bellezza e la nobiltà del tuo animo più ancora che del tuo
corpo”.
È in questa temperie
spirituale di grande commozione e nessuna enfasi che nasce, un quinquennio dopo
la morte del proconsole, questo De uita Iulii Agricolae liber, un'opera
che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si
amplia alla biografia, alla monografia storica, all'indagine etnografica.
Lo ricapitolo per
grandi linee per arrivare ai giorni in cui Agricola, consolidato (anche se non
totalmente pacificato, come vorrebbe Tacito) il fronte britannico, fa il suo
ritorno a Roma.
Dopo un esordio di
forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro
di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l'esempio della virtù
stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di
Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della
Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione
prima dell'arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è
il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente
positiva, normalizzazione) dell'isola. Alla fine il ritorno, le manovre di
Domiziano, la morte.
È la culminazione
dell’opera, tra il capitolo 39 e il capitolo 43. Il panorama morale è dettato
dalla gelosia di Domiziano, dai suoi dubbi, dai rovelli, da suoi timori. E, deve
essere chiaro, Tacito non ne parla per descrivere una situazione emozionale, ma
per fermare un dato politico: “Soprattutto gli era fonte di timore che il nome
di un privato superasse quello dell’imperatore: invano, dunque, aveva ridotto al
silenzio le attività forensi e l’onore dell’attività politica, se un altro si
impossessava della gloria militare. Tutto si poteva, certo, dissimulare, ma il
titolo di buon comandante era prerogativa imperiale”.
Per capire bene,
bisogna ricordare che Domiziano aveva un singolare scheletro nel suo armadio:
nell’83 aveva combattuto contro i Catti e riportato un trionfo sulla Germania.
Per celebrarlo aveva travestito con parrucche e vestiti barbarici alcuni schiavi
facendoli passare per prigionieri. L’episodio era forse una invenzione delle
malelingue e magari un topos letterario, visto che Suetonio racconta la stessa
cosa di Caligola:
ma la diceria era certamente sulla bocca di tutti e non contribuiva sicuramente
alla buona fama di Domiziano.
Agricola è, nel cuore
livoroso di Domiziano, il nemico da abbattere, ma ufficialmente è un salvatore
della patria. Bisogna accoglierlo bene perché, oltre a tutto, ha in mano gli
eserciti del Nord, temprati dalla guerra, e dunque una forza contrattuale
enorme. Domiziano si muove con consumata abilità anche, diremmo noi oggi, sul
piano mediatico: fa decretare per Agricola tutti gli ornamenti e le onorificenze
del trionfo, senza che ci sia un trionfo vero e proprio con conseguente contatto
con le folle. Fa poi circolare la voce che Agricola è atteso da un importante
incarico, la prestigiosa provincia di Siria.
Tacito a questo punto
fa apparire come una scelta personale di Agricola, come un suo atto di
discrezione, quella che fu invece probabilmente una strategia preordinata
dall’imperatore. Agricola arriva a Roma di notte, senza clamore. L’imperatore lo
accoglie breui osculo,
con un bacio frettoloso. Poi si mescola, anonimo, alla folla delle persone che
circondano l’imperatore. Dal canto suo Agricola ha una particolare misura della
riservatezza e dell’equilibrio in una Roma in cui l’apparire era il dato più
rilevante: “Il suo tenore di vita era modesto, era affabile nel parlare, si
faceva accompagnare da uno o due amici soltanto, al punto che tutti coloro che
erano abituati a misurare la grandezza degli uomini dal loro sfarzo, guardando
ed osservando Agricola si interrogavano su come si era procurata tanta fama. Ed
erano ben pochi quelli comprendevano”.
L’invidia di Domiziano
cova sotto le ceneri, anche perché quelli non sono momenti facili e gli eserciti
romani subiscono rovesci in tutto il mondo: “I disastri si accumulavano sui
disastri e ogni anno era segnato da lutti e da rovesci: il popolo chiedeva
Agricola come comandante perché ognuno confrontava la sua energia, la sua
fermezza, la sua esperienza militare con l’inerzia e la paura degli altri. È
noto che queste opinioni colpirono anche le orecchie di Domiziano perché i
liberti pungolavano l’animo del principe già incline al peggio: i liberti onesti
lo facevano per affetto e fedeltà, i peggiori per maligna gelosia. Così Agricola
era trascinato alla gloria, come in un precipizio, dal suo valore ma anche dai
demeriti altrui”.
In ipsam gloriam
praeceps: i meriti personali come abisso
in cui si precipita. Il quadro non potrebbe essere più intenso. Quando arriva il
momento di decidere gli incarichi proconsolari, Agricola viene avvicinato da
tutta una serie di persone che, nascostamente stimolate da Domiziano, lo
incitano a rifiutare, offrendosi anche di sostenerlo nel suo rifiuto, di
aiutarlo a trovare scuse. Così davanti a Domiziano si consuma il rito
dell’ipocrisia: il principe gli offre l’incarico, Agricola rifiuta, l’imperatore
assente e Agricola lo ringrazia di aver accettato il suo rifiuto senza
recriminare. E a questo punto la perfidia di Domiziano arriva al massimo. I
proconsolari che rifiutavano l’incarico avevano diritto ad un indennizzo. Che ad
Agricola non viene nemmeno offerto, una mortificazione grave e gratuita.
E, improvvisa, arriva
la morte. Attorno alla quale un Tacito magistrale crea il clima di sospetto,
pesante, abrasivo come e più di una certezza. Quello che si sussurra ha il suo
culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i
medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in
minuto. E poi le cose che possono avere un significato e magari ne hanno un
altro, inconfessabile.
“Il compianto cresceva
quanto più girava la voce che egli fosse stato vittima di un veneficio: io non
posso riferire nulla di accertato.
Del resto durante tutta la sua malattia lo andarono a trovare sia i liberti più
influenti sia i medici imperiali con maggior frequenza di quanto siano soliti
gli imperatori che sono usi far visita attraverso intermediari: forse era
attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. Si venne
comunque a sapere che, nel giorno della morte, gli ultimi istanti di Agricola
agonizzante furono annunziati da staffette a Domiziano, mentre nessuno credeva
che in tal modo il principe affrettasse notizie che avrebbe ascoltato con
tristezza. Tuttavia ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai
liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il
dolore. Si seppe che, letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano
coerede della buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se
ne rallegrò come se si trattasse di un omaggio e di un segno di stima. Tanto era
accecata la sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere
che un padre designa coerede un principe solo quando costui è malvagio”.
Questa centralità di
Agricola ci regala pagine memorabili e sembra funzionale a spezzare il mondo in
modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l'imbelle, l'invidioso;
dall'altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il
sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano
ed esalta in blocco l'azione di Agricola. Tacito mira insomma a costruire la
coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori
(Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc).
Sarà forse possibile
allora vedere in Agricola anche la proiezione delle frustrazioni di Tacito che,
è vero, scrive nell'epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva
a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto
Domiziano. L'Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la
dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire
bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da
consegnare alla posterità?
L'analisi resta
difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la
vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua
nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista
un principe, tout court. Si fa strada nello storico che sta progettando le
Historiae, l'amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna
indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res
publica: “Tuttavia quest'epoca non fu tanto povera di valore da non proporre
anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che
seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza;
schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di
sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile
il paragone con le più celebrate morti dell'antichità)”.
Così resta memorabile
la lezione con cui Tacito inizia a raccontare Agricola: “Ben poco interessano
alla nostra epoca i suoi grandi uomini. Tuttavia neppure essa ha
trascurato l’usanza (un tempo molto più praticata) di tramandare ai posteri le
azioni e i costumi degli uomini illustri, tutte le volte che una grande e nobile
virtù è riuscita a sconfiggere e a calpestare il vizio che accomuna grandi e
piccole nazioni: l’ignoranza e l’odio verso la giustizia. Ma ai tempi dei nostri
antenati non solo era più facile e agevole compiere atti degni di essere
ricordati, ma anche i maggiori ingegni erano indotti a celebrare la virtù. E non
erano spinti da spirito di parte o ambizioni personali: piuttosto si sentivano
compensati dalla consapevolezza della propria onestà”.
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