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INFERNO
CANTO XXVI
(Treviso, Casa dei Carraresi 27 febbraio 2002)
a questa tanto
picciola vigilia
d’i nostri sensi…
Ecco alcune parole tratte dall’esordio del discorso con
cui Ulisse si rivolge ai compagni. E quando il discorso, cioè
l’orazion picciola,
come la chiama Dante in questo stesso canto, si conclude, Ulisse per dire della
rapidità del suo partire e del suo andare parla così:
de’ remi facemmo ali
al folle volo,
Tenetele presenti queste due coppie, picciola
vigilia e folle volo, perché sono le parole chiave dell’intero canto.
E consentitemi di fare un piccolo passo indietro.
Quest’anno ho scelto di commentare
due canti infernali, il V e il XXVI. Tra loro c’è la parentela di una singolare
analogia. Sono due canti di “coppia”: lì Paolo e Francesca, qui Ulisse e
Diomede. Ce ne sono altri due, molto significativi, nell’Inferno: il XXXII con
Napoleone e Alessandro, conti di Mangona, fratelli e fratricidi, e il XXXIII con
Ugolino e Ruggieri.
Motivazione affascinante, ma non sufficiente. Il
fatto è che questo canto, esattamente come il V, costringe il Dante viaggiatore
ad un violento sommovimento morale, ad una messa in discussione di motivi
centrali alla sua esperienza di cittadino e, prima ancora, di uomo di cultura. E
come è noto, quando queste due dimensioni andranno allo scontro, l’uomo di
cultura diventerà un esiliato, un profugo senza speranza di ritorno.
La picciola vigilia, ciò che resta della
nostra vita, cioè. Detto con una espressione di intensità inaudita: per Ulisse
la vita è senso, è curiosità da soddisfare, panorama da vedere, suoni da udire,
conoscenza da acquisire e cumulare. Questo determina una sorta di legge che lo
sovrasta: con mezzo mondo da conoscere non si può non andare. Chissà quali
tesori di conoscenza ci sono oltre le Colonne d’Ercole.
E chi altri potrebbe varcare il confine se non
lui, Ulisse (non dimentichiamo che l’eroe di Itaca veniva consegnato a Dante non
già dai poemi omerici ma da Ovidio e Virgilio). Ulisse, prototipo, come dice
Fubini, di quella umanità pagana che fida solo nelle sue forze e non collega il
suo agire ad una dimensione metafisica e ultraterrena. L’uomo cristiano sa bene
che esiste in Dio e in ciò che Dio ha creato una pluralità di aspetti che
sfuggono (ci verrebbe da dire: devono sfuggire) alla conoscenza umana e alle
risorse che il desiderio di conoscenza può mobilitare.
Ed eccoci al folle volo. In anni recenti un
critico come Mario Fubini, che all’Ulisse dantesco ha dedicato pagine altissime,
ha interrotto e, si può tranquillamente anche dire, sconvolto una secolare
tendenza critica. Fubini ha messo in evidenza che Ulisse qui non è affatto
punito per il peccato di superbia, per aver voluto varcare un limite
invalicabile. È punito invece, come gli altri peccatori della bolgia, per il suo
fraudolento consigliare e per il suo fraudolento agire.
Fubini osserva che, in Ulisse, l’umanità è vinta,
ma non umiliata. Ulisse non patisce le conseguenze mortificanti del peccato di
superbia.
Varcando le Colonne d’Ercole egli non ha commesso
alcunché di peccaminoso, non ha trasgredito ad alcun divieto celeste. Ma ha
tentato la sua impresa senza l’assistenza e la presenza della Grazia, che non
poteva conoscere, che non gli poteva essere concessa, a lui uomo vissuto prima
della venuta del Cristo e della riconciliazione che ne è conseguita.
Folle
dunque non vorrà dire diabolico, pazzesco, antitetico alla
divinità, ma, come in altri luoghi danteschi, eccessivo,
squilibrato, non sorretto dalla saggezza. È un termine che sta bene
in bocca ad Ulisse il quale, nella sua nuova dimensione di anima dannata, sa.
Sa che quel suo viaggio aveva bisogno di un
supporto, quella della Grazia appunto, che non poteva avere.
Vale la pena di sottolineare che su queste pagine
dantesche pesa, come sulla rievocazione della vicenda di Paolo e Francesca, un
fatto di cronaca che ebbe enorme rilievo. Nel 1291 (dunque esattamente duecento
anni prima di Colombo) i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi si erano
messi per mare convinti di poter raggiungere le Indie viaggiando verso Ovest
invece che verso Est.
Erano scomparsi e sulla loro fine si era
favoleggiato a lungo. Sembra che siano stati mandati a fondo da una tempesta al
largo delle Canarie, ma si disse anche che erano stati catturati, non si sa bene
da chi.
Naturalmente il fallimento dei
Vivaldi aumentò l’aura di mistero e paura per tutto ciò che si trovava oltre le
Colonne.
Ora, con questo viatico, possiamo leggere il canto
che racconta il passaggio di Dante e Virgilio dalla settima all’ottava bolgia.
Siamo dunque nell’ottavo cerchio dove sono, con pene diverse, puniti i
fraudolenti.
Il clima è di alta tragedia. Nella settima bolgia
i ladri, alla presenza del serpente che è immagine stessa del vizio, cercano di
rubarsi l’unica cosa che è rimasta loro: la forma umana. E con il canto XXVI
siamo ancora tra i ladri. Per la precisione tra i ladri di Firenze. Proprio alla
sua città Dante si rivolge con l’aspro tono dell’apostrofe e del sarcasmo.
Godi, Fiorenza, poi
che se’ sì grande
che per mare e per
terra batti l’ali
e per lo ‘nferno il
tuo nome si spande.
Tra li ladron trovai
cinque cotali
tuoi cittadini onde mi
ven vergogna,
e tu in grande orranza non
ne sali.
Si noti quel tuoi cittadini che indica già
un distacco avvenuto, una strappo irrecuperabile con la sua città ormai
irreversibilmente lontana. Con un simile fior fior di ladroni, aggiunge Dante,
il castigo non potrà essere lontano. Perfino la vicinissima Prato augura a
Firenze tutto il male possibile.
Questa visione dei cinque ladroni fiorentini fa
seguito a quanto Dante ha appreso in tutto il suo cammino infernale. Ciacco,
Farinata, Brunetto Latini e altri: il destino della sua città è proprio segnato.
Solo un terremoto morale, un cataclisma politico, una pulizia radicale, un
ricambio assoluto di persone potrà rigenerarla. Uno sbocco necessario ed un
prezzo altissimo da pagare.
E tuttavia proprio la ineluttabilità di questa
dolorosa, imminente svolta gli opprime il cuore. Venga presto, visto che deve
venire. E il colpo sarà tanto più difficile da sopportare quanto più la
vecchiaia avanza.
Così foss’ei, da che
pur esser dee!
Che più mi graverà, com’ più
m’attempo.
È vero che con quel tuoi cittadini ha preso
le distanze. Ma adesso sul piano degli affetti personali, della nostalgia,
dell’appartenenza le recupera.
È il momento della discesa, comunque, e del
passaggio, anche se il tono rimane quello di un profondo accoramento morale, di
un dolore inguaribile.
Lo sottolinea Dante nel momento in cui ci ricorda
il suo solitario andare anche quando fa corrispondere le difficoltà morali a
quelle fisiche: il passaggio da una bolgia all’altra, tutta spuntoni e macerie,
lo impegna completamente, mani e piedi.
e proseguendo la
solinga via,
tra le schegge e tra’
rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si
spedia.
Nel ricordo Dante prova ancora sofferenza, un
dolore cocente e vivissimo che si trasmuta per lui in un modello di
comportamento. Quello che ci sta per raccontare lo induce a tenere a freno il
suo ingegno, a non strafare, a non dimenticare mai i confini che deve
rispettare.
perché non corra che
virtù nol guidi;
sì che, se stella bona
o miglior cosa
m’ha dato il ben, ch’io
stesso nol m’invidi.
Serve parafrasare fedelmente perché dal tenore di
quello che Dante afferma di voler evitare possiamo capire a fondo la temperie
spirituale del canto e la sua tensione morale (che è la tensione dell’intero
poema): affinché il mio ingegno non corra senza il freno e la guida della
virtù (virtù, come vedremo, è un’altra delle parole chiave del canto).
E se la positiva influenza astrale o addirittura la Grazia divina mi ha concesso
il bene della salvezza eterna, non voglio privarmene da solo.
Sarà da intendere a fondo: in questa bolgia ho
incontrato un uomo di grande ingegno, di grande cultura, un uomo che in vita
aveva vissuto mille esperienze e che non ha voluto perdere l’occasione di
arricchirsi di esperienze ulteriori. E però ha fatto dell’intelligenza un uso
scorretto, non sorvegliato, frenato, sostenuto. È andato incontro a conseguenze
che bisogna saper evitare.
Aspettiamoci ora una scrittura
alta, molto rarefatta, ricercata, in tensione, giocata sulle regole della
retorica, su immagini diffuse, su una gamma ampia di latinismi e di riferimenti
culturali.
Per leggere il canto ho
privilegiato proprio la rete delle referenze culturali.
Dante costruisce due similitudini
molto elaborate, una tratta dalla vita quotidiana, la seconda dall’antico
testamento, per dirci che in fondo alla bolgia vede delle fiamme dentro alle
quali si celano dei peccatori. All’interno delle due similitudini troviamo tutta
una serie di perifrasi: il sole è colui che il mondo schiara; l’estate è
la stagione in cui il sole ci tiene la sua faccia meno ascosa; la sera è
il momento in cui le zanzare si sostituiscono alle mosche. Quanto numerose sono
le lucciole che a sera vede il contadino, tanto numerose sono le fiammelle che
Dante scorge.
Nella seconda il profeta Eliseo è
ricordato attraverso l’episodio biblico secondo il quale egli fu vendicato da
due orse che sbranarono alcuni ragazzi i quali lo avevano deriso per la sua
calvizie.
Eliseo guarda il profeta Elia salire in cielo, in un carro di fuoco: lo segue
con gli occhi finché vede solo la fiamma che evidentemente ancora racchiude il
suo maestro.
Allo stesso modo, sul fondo della bolgia, si scorgono fiamme che nascondono nel
loro ventre dei dannati.
Notiamo il procedimento quasi
cinematografico usato da Dante che zooma su quanto vede. Prima fiammelle, poi
fuochi molto più grandi.
Teniamo presente che il significato
del contrappasso, del resto non chiarissimo, risiede proprio qui. La cultura
medievale confondeva e avvicinava due termini latini tra loro, in realtà,
lontanissimi: calliditas (astuzia) e caliditas (calore).
Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘l mondo schiara
la faccia sua a noi tien men ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ‘ve il fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ‘l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo alti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta in su salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto
e ogni fiamma un peccatore invola.
Qui Dante, grazie alle
straordinarie risorse della sua lingua e soprattutto sorretto dalla sua forza
poetica, lavora, se possiamo dire così, su due piani contrapposti. Attraverso
due similitudini molto elaborate, ricche di incisi e di particolari diversi che
ci fanno pensare appunto ad una fiamma viva che tutto coinvolge, ci prepara al
clima rarefatto e culturalmente alto del racconto di Ulisse. E forse si precisa
in qualche modo anche il contrappasso: c’è infatti da tener conto che la lingua
dei politici fraudolenti fu pungente, caustica e soprattutto dannosa come una
fiamma.
E poi con tutta una serie di
annotazioni visive (se ripercorriamo le terzine che abbiamo appena letto:
vede… parea… vide… con li occhi seguire… vedesse…mostra…) in certa qual
maniera ci avvisa che per seguire quanto ci dirà tra poco, dovremo tenere
particolarmente desto e vigile il senso della vista. Gli occhi della mente, si
intende, perché quanto vi è di descrittivo e di evocativo in Ulisse che parla ai
suoi e poi racconta il suo viaggio, soverchia ogni altra cosa.
Cerchiamo allora, per quanto ci
compete, di fotografare a nostra volta la situazione. L’Inferno è un imbuto
scavato nella roccia e diviso in cerchi. Il più esteso di questi cerchi è quello
di Malebolge, diviso appunto in dieci bolge. Da una bolgia all’altra si passa,
se non sono crollati e se dunque non serve scendere sul fondo per poi risalire
sulla sponda opposta, attraverso ponticelli di roccia. Dante e Virgilio si
trovano, in questo momento, al colmo di uno di questi ponticelli, guardano in
basso al mare delle fiamme e Dante, ma certo è così anche per Virgilio, si
trova in equilibrio tanto precario che deve tenersi ad un
ronchion,
ad uno spuntone.
Virgilio spiega la situazione e
Dante dice che aveva già capito per conto suo. Ma ecco la curiosità vera:
chi è ‘n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surgere de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?”
Dopo la similitudine biblica, un
altro, non casuale in questo clima, riferimento colto. Dunque Dante chiede chi è
dentro la fiamma che si vede divisa in due e per farlo ricorda un episodio che
leggeva sia in Stazio
che in Lucano.
Etèocle e Polinice, figli di Edipo e di Giocasta, si odiarono a tal punto che si
uccisero a vicenda e le fiamme che scaturirono dalla pira ove era stato posto il
loro corpo rimasero divise.
Sono Ulisse e Diomede, insieme
nella punizione perché insieme erano, quando commisero i peccati per cui sono
puniti. Tre per la precisione e dobbiamo annotare che, nel primo, secondo quanto
Dante sa, Diomede non entra per niente. È dunque il nostro poeta che manipola e
adatta.
e dentro da la loro fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì dei Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamia ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta.”
Allora, nell’ordine: il trucco del
cavallo di Troia; l’aver strappato con un inganno Achille dall’isola di Sciro
dove sua madre lo aveva nascosto per evitare che andasse in guerra (e per questo
ancora piange Deidamia che Achille aveva sedotto); il rapimento del Palladio, la
statua di Pallade che si trovava in Troia.
Se ci pensiamo: tutte e tre imprese
decisive per la caduta di Troia, anche la terza perché una profezia aveva
affermato che solo senza il presidio del Palladio, la città sarebbe stata
espugnata. Ma Dante condanna, perché questo è cattivo uso dell’ingegno, una
frode tesa a far trionfare il singolo o la parte cui appartiene, è abuso
dell’intelligenza deliberatamente fuori delle regole.
Ci siamo anche resi conto che Dante
fa passare un messaggio ulteriore: Ulisse e Diomede hanno peccato e sono
giustamente puniti. Ma dal loro cattivo agire è stata aperta la porta per cui
Enea è sbarcato in Lazio e dato il via al gentil seme, alla stirpe dei
fondatori di Roma e dunque dell’impero, istituzione da sempre presente nel
progetto di Dio.
Come abbiamo già detto: c’è sempre,
nelle azioni umane, qualcosa che sfugge all’uomo e che è presente solo alla
mente di colui che tutto pensa. È, come abbiamo detto, una delle chiavi di
lettura del canto, qui riproposta quasi di soppiatto. È possibile che da una
azione malvagia e peccaminosa, scaturisca, per gli imperscrutabili disegni
provvidenziali, un bene.
Dante muore dalla voglia di parlare
con loro e anche questo suo ardore ci conduce alla culminazione del nucleo
intellettuale e conoscitivo dell’incontro.
“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar, diss’io, maestro assai ten priego
e ripriego, che il priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’lei mi piego!”
Teniamolo d’occhio, Dante. È
piegato dal desiderio, quasi accartocciato su se stesso dal rovello, dal
tormento assillante.
Virgilio è con lui, condivide
questo atteggiamento, loda il suo allievo. Però succede una cosa strana,
Virgilio gli dice che è meglio che taccia, che lasci fare a lui. Del resto
Virgilio ha concetto, capito benissimo cosa Dante vuole sapere.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto.”
Il passaggio è importante,
commovente, a sua volta di grandissima pregnanza dal punto di vista culturale.
Dante, come è noto, non conosceva il greco e il mondo della grecità gli era noto
attraverso gli scrittori latini e principalmente attraverso Virgilio, appunto.
Quello greco è un mondo sconosciuto, per certi versi vicinissimo, per altri
velato dalle nebbie di una conoscenza parziale e imperfetta.
Dante allora fa parlare colui che
gli è stato interprete, passaporto e salvacondotto in direzione di questo mondo:
un omaggio a Virgilio, una sottolineatura della sua centralità assoluta nella
cultura occidentale. Già un commentatore antico come Benvenuto da Imola se ne
era reso conto e aveva colto questa conoscenza del mondo classico, greco in
particolare, dovuta al magistero di Virgilio: mediante Virgilio, dice,
grazie alla mediazione di Virgilio.
Inutile sottolineare che questo
prendere la parola da parte del maestro contribuisce al clima di eccezionalità
dell’episodio.
I versi che leggiamo ora ci dicono
che Virgilio accetta con pienezza questo ruolo. Infatti chiede ascolto,
benevolenza, attenzione ai due ma, si capisce subito, specialmente ad Ulisse in
nome dei meriti acquisiti presso di loro, cantandone le gesta e amplificandone
la memoria nel suo poema.
“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi mi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.
Che bello e isolato quel participio
perduto che ci fa capire tantissimo. Perduto è anche parola ricca
di implicazioni perché nei romanzi in prosa che raccontano la vicenda della
Tavola Rotonda indica l’eroe che non ha più dato notizia di sé, che dunque viene
creduto morto. Ricordate i fratelli Vivaldi di cui parlavo all’inizio?
È questo un indizio preciso,
perché Dante ha scelto di modellare questo racconto proprio come una vicenda
del ciclo arturiano. C’è l’inchiesta, la ricerca, il desiderio di andare e
conoscere e trovare; c’è l’associazione di più persone (là cavalieri, qui
marinai); ci sono le Colonne d’Ercole che possono essere assimilate ad un
castello misterioso in cui si entra attraverso un pericoloso ponte levatoio o ad
una foresta incantata che chissà quali mostri custodisce al proprio interno. E
la montagna del Purgatorio e del Paradiso Terrestre si configurano dunque come
il Graal: irraggiungibile, proibito perché l’inchiesta è per sua natura
fallimentare e inesausta.
L’esordio di Ulisse è maestoso e
solenne fin nella descrizione che ce ne fa Dante:
Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
E la cima della fiamma è proprio
una lingua che parla. Quello che conosciamo è un Ulisse diverso dalla figura che
ci viene tramandata dalla tradizione sia nel carattere sia nei tratti esterni
della vicenda.
Non dimentichiamo che questo non è
l’Ulisse dell’Odissea, non è l’astuto eroe omerico. È piuttosto un uomo di
grande esperienza, un uomo che ha accumulato un enorme patrimonio culturale ma
che non ne è ancora soddisfatto. È l’Ulisse modello di virtù e sapienza di cui
ci parla Orazio parafrasando, nell’Ars Poetica, i primi versi
dell’Odissea e suggerendoci che è un profondo conoscitore di uomini.
È anche l’Ulisse che non fa ritorno
ad Itaca, ma secondo quanto riferisce Ovidio nelle Metamorfosi,
dopo un anno di permanenza presso la maga Circe, vicino a Gaeta (che
naturalmente non si chiamava ancora così perché Enea doveva ancora battezzarla
in quel modo) raduna i compagni e li esorta a rimettersi per mare.
Ulisse ha voglia di andare, di
conoscere. Non valgono a distoglierlo dal suo progetto né le immagini del padre
e della moglie che non vede da tanto tempo né il pensiero del figlio che non
sarebbe nemmeno in grado di riconoscere visto che lo ha lasciato in fasce.
“Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né l‘debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola dalla quale non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia.
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
Ulisse varca lo stretto di
Gibilterra, lasciandosi Siviglia e la Spagna sulla destra e Ceuta e il Marocco
sulla sinistra. Guardiamolo andare, per il momento, e riflettiamo sulla sua
umanità complessa.
Egli ha pesato quello che nella sua
vita conta: gli affetti domestici a lungo trascurati su un piatto della bilancia
e sull’altro quello che si sente ancora più profondamente chiamato a fare. C’è
nostalgia, c’è disperazione nelle sue riflessioni. Ma anche la consapevolezza di
dover scegliere: si noti quel Io e’ compagni eravam vecchi e tardi che
riprende il tema e lo suggella. Come dire: la scelta è definitiva, non ci
avanzerà il tempo anche per tornare a casa. C’è qualcosa di struggente e
umanissimo che attraversa il brano. Anche qualcosa di misterioso, perché alla
fin fine non si sa mai bene fino in fondo perché si sceglie in quel certo modo e
non in un altro. A volte non conta nemmeno riflettere che operando una certa
scelta ci si farà del male.
Quella che Ulisse segue è la famosa
via Hêrakleia, la rotta ben nota agli antichi e denominata così dal suo primo
mitico navigatore: partiva da Cuma e arrivava ben oltre le Colonne d’Ercole.
L’interdizione al varco risale al lungo possesso arabo di quelle zone. E proprio
la leggenda araba che collocava il paradiso sulla sommità di una montagna
altissima (forse l’isola di Tenerife) è probabilmente la fonte cui si è ispirato
Dante per costruire il suo Purgatorio con il Paradiso Terrestre in cima.
Quando, dopo il passaggio, Dante si
rivolge ai suoi compagni con quella che egli stesso chiama orazion picciola,
in qualche modo ripete ad alta voce ciò che ha già rimuginato, con grande
sofferenza, dentro di sé. È onestissimo Ulisse: richiama tutti i pericoli, le
fatiche e i disagi affrontati insieme in tanti anni e nel suo dire asciutto non
è nemmeno l’ombra di un ricatto affettivo.
Non vogliate negar: li
prega, i suoi compagni, facendo forza sull’unico argomento possibile tra uomini
che si conoscono fino al punto da non avere il minimo segreto l’uno per l’altro,
che hanno condiviso tante esperienze da essere come e più che fratelli. Non è
possibile non andare, non è possibile privarsi della conoscenza.
E Ulisse motiva, enunciando la
legge, certamente superiore e ulteriore ad ogni singolo uomo, che deve far
scendere da una parte piuttosto che dall’altra i piatti della bilancia. Isola in
modo prepotente i concetti di virtute e canoscenza.
Praticare la virtù (da intendere in
senso esteso, latinamente, come affermazione del proprio valore) e apprendere la
scienza sono i due grandi ideali che qualificano l’uomo come tale, che
discendono dalla sua semenza (cioè dalla sua stessa origine, dalla sua
matrice privilegiata) e dunque lo distinguono dai bruti.
“O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”
La vita come veglia dei sensi, su
cui vi avevo allertato all’inizio. Di questa vita, Dante ci fornisce con
scrittura mirabile le coordinate geografiche che non possono non essere anche
coordinate morali.
Prima quell’occidente, il
luogo dove tramonta il sole, il punto cardinale che non è una meta lontana, una
astrazione geografica, ma un obiettivo raggiunto. Come dire: siamo già dove
tramonta il sole. E allora di retro al sol, inseguiamolo il sole,
nell’emisfero mai esplorato, nel mondo della solitudine, dove non abita il
genere umano, il mondo sanza gente, dove saremo affidati solo alla nostra
abilità. Poi dirà volta nostra poppa nel mattino, con una espressione
dura e definitiva come di quei pirati che davano fuoco alla proprio nave perché
fossero stimolati a conquistare, nell’arrembaggio, quella avversaria. Si capisce
che non ci sarà ritorno e nemmeno possibilità di recupero. Itaca, le spose, i
figli, i padri lontanissimi, irrecuperabili alla propria sfera affettiva.
E nei compagni di Dante il
desiderio diventa acuto, pungente. Ecco il folle volo, ma ecco
soprattutto i remi che diventano ali,
con felice metafora e audace trapasso cui certamente non è estraneo il fatto che
le ali siano una immagine ricorrente nell’opera Dante il quale spiegava il
proprio cognome Alighieri come Alagherius, cioè portatore d’ali.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ala al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Cioè andando sempre a sinistra,
diremmo noi, a sud-ovest.
Il modello della figura di Ulisse e
l’architettura generale dell’episodio sono stati forniti a Dante da un filosofo
danese, Boezio di Dacia, che gli era noto probabilmente attraverso Guido
Cavalcanti. Il filosofo, noto per i suoi commenti all’opera di Aritostile e a
lungo e a torto ritenuto un averroista, nella sua opera più importante De
modis significandi, delinea in qualche modo l’allegria che precede il
disastro e il naufragio.
La fiducia e l’allegria sono il
tratto distintivo dell’essere razionale che persegue il vero e il bene (virtute
e canoscenza), ma diventa preda dell’illusione fatale. Non si possono
attingere quegli obiettivi con mezzi soltanto umani, fidando solo sulla
conoscenza sensibile e illudendosi che i principi generali, le leggi ultime, si
possano sempre e rigorosamente dedurre dagli aspetti particolari e parziali
della realtà.
È questa illusione che spinge
Ulisse nel mondo sanza gente, fin sotto l’equatore tanto da vedere tutto
un altro cielo stellato. Altre costellazioni, altri (ma indecifrabili) punti di
riferimento. E questo per cinque giri di luna, quasi cinque mesi.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto della luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Ulisse descrive con calma, quasi
che la cosa non lo riguardasse. È, in questo, fratello di Farinata. Ribadisco
che non sta raccontando il peccato per cui è eternamente dannato, ma una vicenda
esemplare, utile a Dante, al suo viaggio, agli obiettivi del viaggio stesso.
Il riflesso delle sue emozioni
bisogna cercarlo, per così dire, sotto traccia. Come un’eco lontana.
Cinque volte, riferito alle
lunazioni, anticipa il tre volte, il triplice giro cui sarà sottoposta la
sua nave. Il tono della voce (e dobbiamo pensare anche alla fiamma che si agita)
probabilmente sale.
In Ulisse si fa strada la
consapevolezza dei suoi limiti: vediamo profilarsi in lontananza la montagna,
altissima, scura, minacciosa, intangibile.
Per chi ha viaggiato per cinque
mesi è la salvezza, l’approdo a lungo sognato. È anche il segnale che il
progetto si è realizzato, che valeva la pena di rischiare, che l’uomo ha forze
sufficienti per osare l’inosabile.
Lì davanti c’è la nova terra,
la meta raggiunta. L’illusione cui segue la delusione perché da lì nasce un
turbo, un vento rapinoso, un uragano. La gioia diventa pianto e la navicella
dell’ingegno umano diviene preda di una forza incommensurabilmente più grande di
lei.
Tre giri vorticosi, senza più
possibilità di tenere la rotta, e il quarto è quello fatale. Come all’improvviso
si staglia il monte, ecco farsi strada la consapevolezza di un'altra volontà,
diversa, non gestibile (com’altrui piacque).
E quando il mare si rinchiude Dante
costruisce la frase con un verbo al passivo, come alludendo ad un oscuro,
inafferrabile, ma ben presente agente.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
e la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.
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