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IL «ROMANZO» DI TACITO MINORE
Gian Domenico
Mazzocato
Neque enim ita apppellamus nisi antiquos,
horum autem temporum
diserti, causidici et advocati et
patroni
et quidvis potius quam oratores vocantur.
(Tacito, Dialogus de
Oratoribus 1, 1)
VENEZIA, LICEO MARCO
POLO, 9 marzo 2004

Nel 1426, grazie ai contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un
monaco appartenente al monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in
Italia la notizia che in quel lontano convento prussiano dorme un fratello
minore di Tacito. Del grande storico della Roma imperiale fino a quel momento
era possibile leggere, peraltro in modo molto lacunoso, soltanto Historiae
ed Annales. Sono anni di grande fervore e la caccia ai manoscritti
sepolti, magari contenenti opere inedite o credute perdute, era una sorta di
vera e propria febbre. Quel fratello dormiente, quel manoscritto, contiene
nientemeno che le tre opere minori di Tacito, l’Agricola, il Dialogus
de Oratoribus e la Germania.
Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese Tommaso Parentucelli, destinato
a salire al soglio pontificio col nome di Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel
1447 e fu un grandissimo papa, il che, traducendo, significa che fu un
abilissimo politico. È lui che convince l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui
che di fatto scioglie il concilio di Basilea e consente alla chiesa di superare
il più drammatico scisma di quei secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli
conferiva immagine e infatti la sua raccolta di codici antichi costituisce il
nucleo originario della Biblioteca Vaticana.
Immaginarsi che colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito
sconosciuto. Opere inedite dell’autore considerato fonte e autorità di ogni
comportamento politico. E per di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva
visto un suo grandioso successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era
riuscito a conciliare al suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi
elettori tedeschi nella dieta di Francoforte.
Solo quando viene eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una
missione in Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito
dormiente. Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che
effettivamente riesce a riportare il codice in Italia.
Il manoscritto arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le
cose sono cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso
Callisto III, un papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio
del futuro Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale.
Il panorama culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande
cultura e amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi
politici sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali
successi, di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande
operazione mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara
la cultura latina) si sgonfia, perde di fascino.
E anche la situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di
risparmiare ovunque può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa
le spese brava gente come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un
codice che lui aveva portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che
ora si rivela all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo
di missioni che venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio,
acquistava e trasportava merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava
in gran parte di tasca propria.
Una sorta di condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché
il manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato
che diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando
anche un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra
congiurare, perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo
tesoro. Qui si perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di
Tacito. Solo nel 1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi,
quella del conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e
Germania. Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le
mani di un umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato,
furono riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in
Italia da Enoch d’Asoli.
Una storia, come si vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones
della filologia.
Anche perché qui entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del
codice di Jesi non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi
sulla effettiva paternità tacitiana del Dialogus stesso.
Anche se va detto che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e
stilistiche condotte sul Dialogus, uno studioso come Pier Candido
Decembrio, che ebbe modo di vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il
Dialogus ne faceva parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio,
serve ricordare, è studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore
di Omero, Polibio, Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle
bolle papali) al servizio proprio di Niccolò V e Callisto III.
E oggi, occorre aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando
una certa inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla
effettiva paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta
per moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo.
Provo ad elencare. Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito
giovane, in pieno tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile
proprio, non ancora consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto,
smagato, disilluso? Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore
giovane e in pieno apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando
qualcosa non torna, le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono
comodamente ascritte alla mancanza di maturità.
Ma non si può trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio
Giusto che è quasi sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed
era sodale di Plinio il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus
sia successivo al 96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di
Quintiliano (qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande
contemporaneo).
Questa collocazione temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima
morale che si respira nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è
l’oratore deluso, stanco, consapevole di quanto poco spazio esista per quello
che oggi chiameremmo l’intellettuale organico, l’intellettuale militante.
Curiazio si è ritirato, fa il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua
stanza, per così dire, fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio.
Coincide questa immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato
al processo per corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa
Mario Prisco. Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali
d’Africa, e suo collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel
processo si ritira dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera
storiografica (anche se non rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e
113 proconsole d’Asia).
Come se non bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta
tacitiana, c’è almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci
impedisce di cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel
dibattito un personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri
di oratoria dello stesso Tacito.
Infine anche la stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel
contesto delle abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un
adeguamento del nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono
affrontare temi di questo tipo.
Tuttavia debbo dire che, a un quadro tanto complesso e frastagliato,
sostanzialmente manca nella bibliografia relativa al Dialogus una domanda
che invece a me pare fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente
dirimere molti aspetti della questione.
La formulo così, molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella
chiave della ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo
concettuale dello storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus
esprime appieno e in modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che
percorrendo questa strada mi sono convinto che solo Tacito può averlo scritto.
Cerco di ripercorrerla qui brevemente questa strada.
Intanto le coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione
avvenuta attorno al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano
Marco Apro (maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e
Giulio Secondo (forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito
appare marginale o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si
diceva prima). Sono i due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono
Vipstano Messalla (sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e
parzialmente portavoce di Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al
pensiero tacitiano e padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo
è storico e oratore illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo
le notizie che ci dà Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io
narrante di Tacito stesso che nelle prime battute afferma di aver seguito
giovanissimo, forse ventenne, il dibattito.
Serve ricordare anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo
un filone prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di
definire ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del
buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è
Catone.
A lui Cicerone attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì
proprio per la sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone,
agli albori del secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la
figura del perfetto oratore che doveva essere vir bonus, dicendi peritus.
Cioè un galantuomo, consapevole degli strumenti del buono ed efficace
esprimersi.
Oratori insigni furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano,
Lucio Emilio Paolo e quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire
“divino nel parlare”.
E poi la generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco
Antonio, Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto.
E naturalmente Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore,
come pubblico ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate
leggi e come avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a
noi. E poi l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il
percorso tecnico di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi
esercita l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore,
parla di arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va
affinato, alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura
giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus
Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va
dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso.
Quintiliano si pone sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una
equilibrata formazione intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva
l’accento sulla tensione etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente
dell’oratoria non era semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non
una crisi dovuta ai cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al
venir meno della libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al
potere.
Sicuramente non è un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un
altro grande di quei tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio,
il Panegyricus con cui Plinio, appena nominato console, esalta
l’imperatore Traiano.
Infine mi pare opportuno
ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della parola
pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono
qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione
attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e
coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del
resto basta andare a leggere Machiavelli.
Proprio il tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui
sono partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la
sua concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un
documento della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo,
l’austera e disincantata serenità del suo indagare?
Tacito si dichiara già nella
dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica. “Giusto Fabio,
spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile e priva ormai
della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si ricordi cosa vuol
dire la parola oratore, mentre le generazioni precedenti hanno visto
fiorire il talento e la gloria di tanti oratori eccellenti. Con questo nome,
oratore, noi indichiamo infatti solo gli antichi, perché i moderni
parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna definirli causidici, avvocati,
patroni, o quello che vuoi tu”.
Diserti, causidici, advocati, patroni: non uno solo di questi quattro
termini può essere letto in accezione positiva. Diserti indica
spregiativamente i parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli.
Oratori barocchi, diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche
in italiano, indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti
del foro, diremmo noi. Esattamente come advocati e patroni.
Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia la navigazione di questo
Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano duellare in punta di spada e
ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano arrembaggi, si sparano roghi
immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi reciprocamente senza andare tanto
per il sottile.
Fuori di metafora: sembrano perfino parlare linguaggi diversi, sono separati da
abissi, tra le diverse posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile
valutare. Giocano duro perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi.
Già questo rilievo esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico
è ricercato, aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la
consumata abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente
più vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme
composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro
tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un
segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di
Tacito, io non ho dubbi.
La stessa mano, tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro
di piaggeria, di cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano
Augusto quando i senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio,
sforzandosi di apparire sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere
quello che stanno effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche
linea decisa, ma leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e
pesante e compiuto è sull’altra faccia.
Il dialogo si snoda su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con
consumata perizia che riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata
(e bisogna aggiungere estremamente statica) come quella di un gruppo di amici
che si ritrovano a discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano
certo di frivolezze come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di
gladiatori o dagli allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo
non al completo e ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza,
interviene Vipstano Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che
diventerà protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande
effetto scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare
brevemente quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse
argomentazioni addotte. È una sorta di trampolino di lancio che permette di
entrare nel vivo della discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di
Messalla. Il nuovo venuto proprio perché non coinvolto nella precedente
discussione e perché libero dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha
preceduto, può imprimere una svolta alla discussione stessa.
La prima macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha
una funzione introduttiva rispetto alla seconda.
Si esaminano alcune motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e
anche di incondizionato coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di
scuole e maestri inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della
pubblica moralità. Come si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano.
A questo punto sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del
Dialogus.
“Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva appena finito di parlare, quando
entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli vide i volti tesi e intuì che il
discorso avviato era di grande importanza: «Forse sono stato poco tempestivo»,
si scusò, «nell’intervenire ad una riunione segreta in cui magari state
preparando la difesa per qualche processo».
«No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi avrebbe fatto piacere che tu
arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto l’abilissimo discorso che ha
fatto il nostro Apro per esortare Materno a rivolgere tutto il suo talento e
tutto il suo zelo all’attività forense. Ma anche Materno ti sarebbe piaciuto con
la sua difesa gioiosa della poesia: un’orazione risoluta, davvero utile a
difendere i poeti e più simile ad una recitazione poetica che non al discorso di
un oratore».
«Davvero», replicò Messalla, «avrei provato grandissimo piacere da questa
discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto che voi, uomini di grande
prestigio e oratori del nostro tempo, non solo esercitiate le vostre abilità
nelle pratiche forensi e negli esercizi di declamazione, ma intraprendiate anche
delle discussioni che nutrono la mente e che recano il godibilissimo conforto
della cultura e della letteratura, non solo a voi che in questa discussione
siete impegnati, ma anche a coloro che la ascoltano. Allora, per Ercole, vedo
che tu, Secondo, vieni elogiato per aver dato, con la tua narrazione della vita
di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei la speranza di molti libri di ugual
livello. Altrettanto viene rimproverato Apro, perché non ha ancora preso le
distanze dalle dispute scolastiche e preferisce impegnare il suo tempo libero
secondo le abitudini dei nuovi retori piuttosto che seguire il modello degli
oratori antichi».
Apro di rimando: «Messalla, tu
non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito,
mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho
ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che
oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una
affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica
malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.
Decolla così, a colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus
che si preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente
un dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei
praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il
proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre
bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro
luogo comune).
È anche il secondo, più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del
Dialogus. Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il
suo nocciolo duro nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i
capitoli finali, la culminazione del ragionamento.
Qui Tacito sposta, con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano
sociologico e politico.
Le parole di Materno sono
improntate a grandi equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un
solido buon senso romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità,
credibili e persuasive.
Materno riconosce, forse con
una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare più
velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al foro
in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore, in
cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al suo
discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei
patroni”.
Troppo forse, e bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle
regole. Per usare l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto,
bisognava mettere le briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei
primi mesi del 52 a. C. quando esercitò il consolato sine collega.
Imbrigliare? Per non ingenerare
dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano regole
liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel foro,
tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.
Curiazio cita tutta una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira,
si impenna. Penetra senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a
poco lo smalto del furore oratorio si è offuscato.
Tranne in un caso, clamoroso.
Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo informati da
Quintiliano.
Si tratta di un tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera
eredità. Muore una donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa
avanti un tale che sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio
della defunta. L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e
fa venir fuori la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del
genere.
L’avvocato è Asinio Pollione, brillante, irruente, coinvolgente.
Ma il testo tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un
fatto privato, una vicenda tutto sommato squallida e marginale. Se un oratore
può far brillare la sua facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi
di interesse pubblico.
Insomma anche questo va
annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo. Siamo,
come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del divo
Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del popolo,
l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta dal
principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche
l’eloquenza”.
…eloquentiam sicut omnia depacaverat.
È la natura stessa del principato che genera lo stato di cose, il prezzo
necessario da pagare alla pacificazione.
Facile sentire, dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il
riconoscimento di un superiore livello di vita.
Ed ecco il fondamentale incipit
del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore: “Quello che sto per
affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo dirò, altro non
fosse che per strapparvi un sorriso”
A me pare chiaro che non si riferisce solo alla ridicola immagine
dell’avvocato/oratore stretto nella sua paenula, nuova uniforme
dell’oratoria decaduta e prostituita. La paenula è una mantellina che
copriva anche le braccia ed era dotata della cuculla, una sorta di
cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva in viaggio e presagiva cattivo
tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la toga, vero e proprio paramento
sacro di quella liturgia che era un tempo il processo, ha ora ceduto il passo a
questo indumento dozzinale. Un segno fisico, visibile. Ma non si tratta solo di
questo.
È come se il nostro dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i
toni, parlerò per antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il
contrario di quanto io dica o possa dire”.
Intanto Tacito ci dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere
scambiate col giudice (che sappiamo essere spesso digiuno di diritto),
sufficienti ad aggiustare le cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del
potere che il suo ruolo gli conferisce e dunque influenzabilissimo da due
paroline ben congegnate.
Questo capitolo 39 gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo
delle corse ippiche.
“Allo stesso modo in cui sono
le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così anche gli
oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti da impacci:
altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.
E poco più in là, alludendo
alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un deserto, con
una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di avvertire
clamori ed applausi come se fosse in teatro”.
E poi ecco un crescendo
irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo oratore che
è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha bisogno di
sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una platea vasta e
attenta, magari non sempre favorevole e, perché no?, perfino ostile. La sfida,
l’agonismo, il sale della vita insomma. “Ed effettivamente agli oratori antichi
accadeva così: tanti e tanto illustri cittadini stipavano il foro; intere
clientele, intere tribù, delegazioni di municipi, intere popolazioni d’Italia
assistevano ai dibattimenti più importanti; e spesso, quando giudicava che si
dibattessero questioni che lo interessavano direttamente, era presente l’intero
popolo di Roma. E tutti sanno che ascoltare l’accusa e la difesa di Gaio
Cornelio, di Marco Scauro, di Tito Milone, di Lucio Bestia, di Publio Vatinio
accorreva tutta la città e l’entusiasmo del popolo diviso in fazioni risvegliava
e incendiava anche gli oratori più freddi. E così, per Ercole, ecco le orazioni
che ancor oggi troviamo nei libri e che sono il maggior titolo di merito di chi
le ha pronunciate”. Tutti i nomi si riferiscono ad orazioni ciceroniane.
Ed eccoci al capitolo 40. Qui dobbiamo immaginare che il tono della voce di
Materno si alzi, che egli cominci a scandire le parole, quasi a martellarle.
L’oratoria un tempo era un fuoco, e i potenti ne venivano attaccati. Senza
paura: e anzi l’importanza dell’avversario era motivo di gloria.
“Davvero! Quanto fuoco e quante
fiaccole accese apportarono al talento degli oratori le incessanti assemblee, il
diritto -valido per tutti- di attaccare i più potenti, il vanto che veniva
dall’avere nemici importanti. Moltissimi tra coloro che erano abili a parlare
non risparmiarono nemmeno Publio Scipione o Silla o Cneo Pompeo e per demolire
gli uomini più influenti, sfruttavano, con l’atteggiamento proprio di chi odia e
atteggiandosi a istrioni, le orecchie del popolo.»
E allora com’era la vera
eloquenza? «Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione (quella
che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni, provocatrice di
un popolo sfrenato, restia all’obbedienza e al rigore, insofferente, temeraria,
arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene ordinate”.
Attenzione. Dobbiamo ricordarci che Curiazio Materno ci ha detto qualche istante
fa che userà l’arma dell’ironia, che bisognerà sentirlo dire una cosa e capirne
un’altra. Lui, per questa eloquenza ribelle, nutre in realtà una grande
ammirazione.
…magna illa et notabilis eloquentia
si fa scappare a piena bocca in
questo contesto. E poi, come se ce ne fosse bisogno, ci fa capire ancora che
parla per antifrasi.
“Si è mai avuta notizia di un
oratore di Sparta o di una città cretese? No, perché ci vengono tramandate come
città severissime per disciplina e leggi. E non conosciamo nemmeno l’eloquenza
dei Macedoni o dei Persiani o di qualunque altro popolo che sia stato tenuto a
freno da un governo ben regolato. Invece si imposero alcuni oratori a Rodi e
parecchi ad Atene. Lì il popolo poteva tutto, tutto potevano gli ignoranti e, se
mi consentite il gioco di parole, tutti potevano tutto”.
C’è bisogno di dire che l’inattaccabile, inossidabile, immarcescibile legalità
che regnava a Sparta e a Creta sarà da intendere come dispotismo, come
autoritarismo?
E prosegue incalzante: “Fino a
quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a quando si consumò nelle
discordie e nelle lotte di parte, finché il foro non fu pacificato, finché il
senato non trovò concordia di intenti, finché non vi fu regola nei procedimenti
giudiziari, finché nessun rispetto era dovuto ai potenti, finché i magistrati
non ebbero limitazioni al loro potere, Roma produsse una più valida eloquenza,
come un campo non domato dall’aratro produce erbacce rigogliose”.
Dice: herbas laetiores. L’immagine delle erbacce rigogliose mi pare
perfino trionfale, pensando a quanto più ricco di significati sia il latino
laetus rispetto all’italiano lieto. Laetus è connesso con
laetamen, quasi a dire che non possono esserci gioia e crescita e maturità
senza una buona concimazione.
Personalmente non nutro dubbi. Mediato dalla struttura del dialogo e frenato
dalla prudenza indotta dai tempi, qui troviamo nella sua interezza Tacito, con
le sue nostalgie rassegnate, ma vivide nella memoria e ancora fertili di
atteggiamenti eticamente decorosi.
Non a caso il capitolo (e di
fatto il Dialogus) si chiude sui Gracchi e sul loro essere scomodi. Oggi
diremmo, intellettuali molto poco organici al potere. La loro eloquenza “non fu
per la repubblica tanto preziosa da tollerare anche le loro proposte di legge”.
Evidente ammirazione, anche se forzatamente sotto traccia
Negli Annales
aveva detto esattamente le stesse cose. È vero che i Gracchi furono
turbatores
plebis.
Ma quando le cose si mettono male, anche per colpa loro certo, arriva a
ristabilire l’ordine Cneo Pompeo. Davvero un rimedio?
Nel 52, in seguito ai tumulti che avevano sconvolto Roma dopo l’uccisione di
Clodio, il senato ricorre a provvedimenti eccezionali e nomina Pompeo consul
sine collega, una sorta di dittatura.
“Cneo Pompeo, eletto console
per la terza volta con l’incarico di riformare i costumi, usò rimedi più
pericolosi dei mali. Aveva fatto delle leggi e fu costretto lui stesso a
sovvertirle. Finì col perdere con le armi quanto con le armi cercava di
difendere”.
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Se, per quanto concerne il Dialogus, il romanzesco appartiene alla sua
storia, per così dire, esterna, per quello che a mio giudizio è il capolavoro
tra le opere minori di Tacito, cioè la Vita di Agricola, si può parlare,
in qualche modo, di romanzo in nuce.
Dico subito che la discussione del genere attorno a quest’opera esiste da
sempre. Siamo nell’ambito della laudatio funebris, senza alcun dubbio, ma
qui troviamo biografia, monografia storica, trattato di indagine etnografica,
saggio di analisi politica.
Ma è chiaro che qui Tacito è preso soprattutto dalla voglia di raccontare, di
addensare attorno ad un personaggio forte e dalla moralità di alto profilo, un
racconto esemplare. Chi legge non può sottrarsi alla fascinosa e perentoria
convinzione che qui Tacito vuole raccontare il suo tempo raccontando, pur tra
mille incertezze e oscillazioni, una storia.
Se lasciamo da parte l’ipotesi che il Dialogus sia opera giovanile, qui
ci troviamo davanti all’esordio della sua scrittura. È un esordio di segno alto,
in cui già emergono le doti del grande analista e del grande narratore, capace,
per esempio, di dipingere con un solo tratto un carattere, un profilo
psicologico, una complessa situazione morale.
Gneo Giulio Agricola entra nella vita di Tacito nel 77 d. C. Tacito ha attorno
ai 23 anni, sta per fare o ha appena fatto il suo ingresso in senato. Si
appresta ad iniziare una promettente carriera politica, questore di lì a poco,
pretore dopo una decina d’anni. E si fidanza con la figlia di Agricola, allora
quattordicenne. Una storia d’amore molto vera e molto bella, come apprendiamo
dalla lettura di quest’opera.
E anche un matrimonio importante con il personaggio probabilmente più in vista
della Roma di allora, forse addirittura più in vista dello stesso principe che è
Vespasiano. Agricola usciva dal consolato e di apprestava a partire come legato
imperiale per la Britannia dove lo attendeva una delle situazioni più esplosive
dal punto di vista militare e politico di tutto il territorio su cui Roma aveva
dominio.
Nell’88 Tacito viene fatto pretore e, una volta uscito dalla pretura si
allontana assieme alla moglie da Roma, certamente per una missione politica di
prestigio a nord. Forse propretore nella Gallia Belgica, forse legato in
Germania.
A Roma sono accadute molte cose. Nel 79 è morto Vespasiano. Gli succede suo
figlio Tito che però muore di lì a pochi mesi. Aveva acceso, a dispetto di un
gran brutto carattere portato alla crudeltà e a una turbolenta vita privata,
grandi speranze. Suetonio lo definisce “amore e delizia del genere umano”, ma
Tacito, con maggior acutezza e con venatura polemica sottolinea che fu “felice
nella sua brevità”. Quando muore, Tito ha 42 anni, si trova nella Sabina per una
cura termale che invece di guarirlo gli fa contrarre una malattia ancora più
grave. Le malattie non sono mai esenti da sospetti in questi anni. Come
dimostrerà proprio la vicenda di Giulio Agricola.
Sale sul soglio imperiale Domiziano, fratello di Tito, e inaugura un
quindicennio sul quale Tacito pronuncia un giudizio estremamente negativo, molto
inquietante.
“…subentra la dolcezza
dell’ignavia stessa e la pigrizia, prima odiata, finisce con l’essere
apprezzata. Così per quindici anni (un periodo lunghissimo nella vita di un
uomo) molti sono venuti meno per casi fortuiti, ma le persone più ardite sono
venute meno per la crudeltà del principe. In pochi siamo sopravvissuti: non solo
agli altri, ma, se posso dire così, a noi stessi”.
Già, il difficile spesso è sopravvivere a se stessi.
Tacito, qualche anno dopo, nell’esordio della Historiae, racconterà così,
asciutto e disincantato, questo periodo:
“Non voglio negare che è stato
Vespasiano a far iniziare la mia carriera politica, e che Tito l’ha fatta
avanzare e che poi Domiziano l’ha portata al suo apice. Ma chi si dichiara
incorrotto assertore della verità, deve riferire di ognuno, ugualmente lontano
da simpatia e odio”.
Ma nell’Agricola vibra qualcosa di diverso, di ulteriore, di tragicamente
personale rispetto a questa dichiarazione di neutralità.
Perché quando muore, il 23 agosto del 93, Agricola ha cinquantatré anni, è nel
fiore della sua esistenza, detiene un prestigio personale che nessuno può
uguagliare. Già, proprio nessuno, nemmeno lo stesso Domiziano. La res publica
avrebbe potuto giovarsi ancora a lungo di quell’uomo, abile politico e abile
stratega. Tacito non dice e forse non può dire che sia stata la gelosia di
Domiziano ad uccidere il suocero. Manca la denuncia diretta perché mancano le
prove.
Ma questo, per il lettore moderno, costituisce una fortuna. Tacito costruisce
nella parte finale dell’operetta un clima di sospetto e di oppressione, un’aura
di incombente ineluttabilità che è presagio e anticipazione dell’opera maggiore.
Ma è anche qualcosa di più: l’indizio del narratore di razza che sa riflettere
sui destini dell’uomo.
E, in sovrappiù, c’è una nota di dolente nostalgia, di angoscia per il tempo
perduto e irrecuperabile. Perché Tacito non è presente agli eventi tragicamente
conclusivi dell’avventura esistenziale di Agricola. E così, quando cinque anni
dopo, dà corpo e scrittura ad una decisione da lungo tempo maturata nell’anima,
scrive che quella morte ha risparmiato ad Agricola la vista di tempi ben
peggiori. Però…
“Io e sua figlia non fummo
provati solo dal dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non
averlo assistito durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia,
non esserci saziati della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto
le sue disposizioni e le sue parole che avremmo confitto nel nostro animo”.
Siamo già alla fine dell’opera ed è certo questa la chiave in cui leggerlo o
magari rileggerla.
Anche qui servono alcune coordinate esterne. L’opera ci viene consegnata dalla
tradizione manoscritta col titolo De vita Iulii Agricolae liber e consta
di 46 capitoli.
I primi tre capitoli hanno
funzione introduttiva. Sfolgora, nell’incipit del terzo capitolo, quel “nunc
demum redit animus”
che giustifica la possibilità, finalmente, di parlare di un uomo giusto come
Agricola. Anche se -Tacito non può fare a meno di precisarlo, subito dopo questo
allargarsi del cuore- è vero che dopo la morte di Domiziano è tornato il
coraggio, ma il lettore deve sapere che il clima morale di fondo è sempre
quello. Un principe pur illuminato come Cocceio Nerva ha davanti il problema
eterno: conciliare l’inconciliabile, cioè principato e libertà.
I successivi sei capitoli (4-9) percorrono brevemente i primi anni di Agricola,
dalla nascita a Frejus in quella che allora era chiamata Gallia Narbonese al
pontificato: Roma, l’Aquitania, la Britannia sono gli scenari della sua azione
accorta dal punto di vista politico e abile dal punto di vista strategico e
militare. Si segnala, si capisce subito che è il migliore della sua generazione.
Tacito fa girare questi capitoli attorno ad un dolente nucleo centrale che ci
riporta al clima oppressivo dei tempi. La morte della madre di Agricola è solo
un cenno fuggevole, e tuttavia significativo.
L’anno seguente
inflisse un duro colpo al suo animo e alla sua casa. I soldati della flotta
otoniana, vagando senza alcun freno, sottoposero a saccheggio Intimilio,
in Liguria, e uccisero la madre di Agricola nei suoi possedimenti. Depredarono
le sue terre e gran parte del suo patrimonio (questa era stata la causa
dell’uccisione). Agricola partì per tributare con pietà figliale gli onori
funebri e fu raggiunto dalla notizia che Vespasiano aveva assunto l’impero:
subito aderì al suo partito.
C’è qualcosa di tragico e ineluttabile, nella accettazione stessa, quasi come un
evento normale, della morte di una donna che se ne sta pacifica e tranquilla nei
suoi possedimenti.
Tra il 77 e il 78 Agricola è console e subito dopo gli viene conferito il
comando delle operazioni in Britannia. In quei giorni Tacito sposa sua figlia.
Agli usi e ai costumi della Britannia, alla sua storia e ai tentativi di Roma di
mettere le mani sull’isola sono dedicati i capitoli dal 10 al 17. L’excursus è
funzionale ad una tesi di fondo: le popolazioni britanniche sono feroci,
primitive, regolate dalla forma più primordiale del diritto e cioè dalla legge
del più forte. E proprio per questo Roma non è mai riuscita a sottomettere
completamente e in modo stabile l’isola.
Impresa che riesce ad Agricola. Lo dice chiaro e tondo, Tacito. Agricola è
riuscito dove tutti avevano fallito. A cominciare da Giulio Cesare.
“Primo fra i Romani, il divo
Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando gli indigeni
in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona costiera, si
può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che l’abbia
trasmessa loro”.
I ventun capitoli che vanno dal 18 al 38 raccontano i sette anni, tra il 77 e
l’84, della campagna britannica, con una culminazione assoluta sulla decisiva
battaglia del monte Graupio.
Il movimento è nettamente ascensionale. La Britannia viene presentata come una
sorta di continente concluso in sé, con regole e usanze proprie, difficile da
esplorare, ancora più difficile da sottomettere. Vorrei aggiungere difficile da
decifrare, da capire. Ma è annotazione che appartiene alla sensibilità moderna e
non certo a un imperialismo, come quello romano che ha come prima regola, quella
di dettarsi da sé le proprie regole.
E infatti qui può accadere di
tutto. Perfino che una donna, Boudicca, guidi alla riscossa il suo popolo. Era
accaduto un quindicennio prima, nel 61. Boudicca era stata sconfitta, aveva
subito il supplizio e le sue figlie erano state stuprate.
Perfino che una
cohors Usiporum,
una coorte di Usipi, arruolata da Roma in Germania e trasferita in Britannia,
impazzisca in blocco, si ribelli e uccida un centurione e alcuni legionari per
poi intraprendere una surreale circumnavigazione della Britannia, un po’
guerrieri, un po’ predoni, poi cannibali nel loro stesso gruppo per sopravvivere
alla fame e infine schiavi venduti sui mercati europei. Tacito, il nostro
romanziere in nuce voglio dire, sa bene che raccontare queste cose,
funziona.
Tutto, naturalmente, è funzionale a lui, ad Agricola, presentato come una sorta
di demiurgo capace di imprimere una svolta alla storia, sovvertendo perfino le
regole della tradizione strategica e bellica di Roma.
Lo si era capito subito. Già al suo arrivo aveva fatto vendetta di una terribile
e devastante incursione messa in atto dalla tribù degli Ordovici, una incursione
che aveva risollevato il morale delle popolazioni indigene.
“Agricola decise di affrontare
il pericolo anche se le truppe erano disseminate per la provincia, anche se i
soldati pensavano che fosse imminente la stasi invernale delle operazioni…
Agricola radunò le legioni e pochi ausiliari e poiché gli Ordovici non avevano
coraggio di scendere in pianura, fece salire lui l’esercito sulle alture. Si
pose davanti alla schiera perché il rischio esigeva lo stesso coraggio da parte
di tutti. Sterminò quasi tutto il popolo, consapevole che il successo deve
essere sfruttato subito e che il terrore che avrebbe potuto incutere in seguito
dipendeva da come aveva iniziato”.
Già, Agricola demiurgo che sovverte regole, prende alla sprovvista, sorprende i
suoi stessi soldati abituati al comodo trantran della guerra combattuta a
stagioni fisse, su posizioni ben delineate. Questi ventun capitoli sono da
leggere tutti su questa falsariga: affascinanti, muscolari, pianificati. Un
disegnatore odierno non potrebbe creare un supereroe più perfetto e cattivante.
Se si deve far la guerra perché andare tanto per il sottile e non combattere
anche d’inverno?
Mi limito a due esempi, omogenei, ma molto diversi tra loro. Il primo si
riferisce al sesto anno di campagna militare, l’83 dell’era volgare. Agricola
vuole andare sempre più a nord. Tacito qui dimostra di saper usare la scrittura
in chiave spettacolare, evitando peraltro enfasi eccessive.
“Con Agricola, la flotta
divenne per la prima volta parte operativa dell’esercito: seguendo le altre
forze, essa forniva un grande spettacolo, perché la guerra avanzava insieme per
mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti, cavalieri e
marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro imprese e le
loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare confronto:
di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste e le onde
ostili; da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano sconfitto. Da
quello che riferirono alcuni prigionieri, lo spettacolo della flotta stordiva i
Britanni poiché ormai sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai
vinti anche l’ultima possibilità di scampo”.
Più forte della natura stessa, sovvertitore della storia. Si noti come Tacito
giochi con grande abilità sugli effetti di straniamento, guardando ad Agricola
prima attraverso gli occhi della truppa, poi attraverso gli occhi del nemico. Ne
scaturisce un isolamento scultoreo di Agricola, un semidio sospeso tra cielo e
terra.
E la grandezza del romanziere in nuce non si ferma qui, perché Tacito fa
apparire Agricola come assolutamente consapevole di questa sua dimensione. Ed è
il secondo esempio che propongo, direttamente dal discorso che Agricola rivolge
ai suoi prima della decisiva battaglia di Graupio.
La regia è sapiente. Prima ha
parlato Calgaco,
capo riconosciuto dei Britanni che proprio davanti al pericolo romano si sono
ricompattati, e hanno trovato coesione. A lungo, con vibrato furore, partendo
proprio da questa immagine demiurgica di Agricola che sembra dare ordini perfino
a terra, mare e cielo. Poi ricorda ai suoi conterranei la storia di fierezza del
popolo isolano e infine fa loro presente che non è una semplice battaglia quella
che si apprestano a combattere, ma una guerra di civiltà. Chi ne uscirà
sconfitto, perderà l’appuntamento con la libertà e l’identità nazionale ed
etnica.
Quando parla ai suoi,
Agricola sembra quasi tener conto di quanto Calgaco ha appena detto. E in
qualche modo gli risponde. Ai suoi ricorda, a sua volta, come quella battaglia
sia l’epilogo di una lunga campagna.
“Finalmente li incontrate, ma
non perché vi abbiano atteso: siete stati voi che li avete sorpresi. La
disperazione e lo stordimento della paura estrema li hanno inchiodati qui, sulle
loro stesse orme, perché voi riportiate una vittoria bella e memorabile. Basta
con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant’anni di
guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi della
rivolta non sono mai stati colpa dell’esercito”.
Non solletica solo l’amor proprio dei suoi soldati, ma li fa sentire su una
sorta di spartiacque della storia. Non vi è dubbio: qui si celebra un rito. C’è
qualcosa di misterioso e sacrale in questo, una sorta di investitura: il
demiurgo investe delle sua divine facoltà l’intero esercito, per quella sola
occasione delega ogni soldato ad essere demiurgo insieme a lui.
E Tacito? Tacito, travolto dalla potenza stessa della sua scrittura, passa in
sottordine lo scrupolo storico. Come tutti i grandi scrittori scrive in bianco e
nero, quando serve rinuncia alle sfumature. Ho la sensazione che perfino bari
con i numeri. Ci dice che a cadere furono diecimila Britanni a fronte di soli
trecentosessanta Romani.
I panorami, fisici e morali insieme, dei due eserciti: il vincitore e lo
sconfitto:
“La notte, trascorsa
nell’allegria per il bottino fatto, fu piacevole per i vincitori. I Britanni,
sparsi qua e là, piangevano e mescolavano il loro pianto con quello delle donne;
abbandonavano le case e le incendiavano, con furore, di loro iniziativa…”.
Gli eventi successivi
dimostrarono che la vittoria non fu poi così netta e risolutiva. In questo
stesso contesto
si fa beffe della campagna condotta da Domiziano nell’83 contro la popolazione
germanica dei Catti, dopo la quale l’imperatore celebrò un trionfo fittizio. In
realtà quella fu una campagna militare di buoni risultati che portò al
consolidamento dei confini in quello scacchiere.
Ma Tacito non va tanto per il sottile. Grande generale Agricola, militare da
operetta Domiziano, trionfo meritato quello del primo, plateale messinscena il
secondo. Non fu così, ma qui bisogna procedere in bianco e nero, tutto il bene
da una parte, tutto il male dell’altra. È la dialettica ignobile tiranno/nobilissima
vittima di cui da sempre si nutre la tragedia.
E nascono proprio qui le straordinarie pagine finali. Tacito sottolinea la
sorniona prudenza di Domiziano, che è il primo a decretare onori trionfali per
il generale vittorioso. Ma nasce in lui il tarlo del sospetto, la gelosia per un
successo autentico, il timore che Agricola possa, sulle ali del consenso
popolare e militare, aspirare al principato. E si addensa una pesante aura di
dramma.
Agricola ha pagato con la sua vita e con i suoi anni più fertili il suo retto
agire, la sua intelligenza, la sua abilità. Tacito poco a poco instilla nel
lettore un dubbio: che la colpa del male non sia nel fatto che esista un cattivo
principe, ma che esista semplicemente il principe, tout court.
Quando torna a Roma, tutto
sembra congiurare perché l’arrivo in città avvenga di notte, lontano dai
clamori. E Domiziano lo accoglie con un brevi osculo, un bacio frettoloso.
Quale possibile salvezza? Anche
la risposta a questa domanda porta alla tragedia. Forse solo nel riflusso nella
dimensione privata. Agricola è davvero se stesso quando, dopo il suo ritorno,
prende a gustare tranquillità e quieto vivere. E quando si reca nel foro si fa
accompagnare da un paio di amici soltanto: ma come, un uomo del suo prestigio,
ben altro codazzo dovrebbe avere al seguito.
Su Roma incombono continue minacce. Ogni volta che si parla di un generale atto
a risolvere questa o quella questione ai confini, salta fuori il suo nome,
Agricola. Faceva paura anche disarmato, solo, bonariamente in compagnia di pochi
e scelti amici.
Gli eventi precipitano. Agricola rifiuta questo o quell’incarico in zone
periferiche dell’impero. Domiziano lo ascolta bonariamente, sembra scusarlo. E
tuttavia lo mortifica. Quando un magistrato rinunciava ad una carica aveva
diritto ad una indennità molto ingente, e Domiziano non la concede affatto ad
Agricola.
“Forse si era risentito che non
gli fosse stata richiesta, forse comprendeva che sarebbe sembrata il prezzo del
rifiuto da lui stesso imposto”.
Si arriva così allo straordinario finale, che leggo e con cui chiudo, perché qui
risiede un esempio mirabile della scrittura di Tacito e un indizio importante
del romanziere in nuce, che gioca, ora sì, sui chiaroscuri del dubbio,
sulle certezze trattenute tra le labbra e non pronunciate.
“Nessuno, alla notizia della
morte di Agricola, provò gioia o dimenticò subito. Il compianto cresceva quanto
più girava la voce che egli fosse stato vittima di veneficio: io non posso
riferire nulla di accertato. Del resto, durante tutta la sua malattia, lo
andarono a trovare sia i liberti più influenti sia i medici imperiali …: forse
era attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. …Nel giorno
della morte gli ultimi istanti di Agricola furono annunziati da staffette a
Domiziano” il quale “ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai
liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il
dolore. Letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano coerede della
buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se ne rallegrò
come si trattasse di un omaggio o di un segno di stima. Tanto era accecata la
sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere che un padre
buono designa coerede un principe, solo quando costui è malvagio”.
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