IL RITORNO
RONCOLA (sostantivo femminile,
anche RONCOLO): coltello adunco e tagliente,
con manico corto
per uso dell’agricoltura.
(Giuseppe Boerio,
Dizionario del dialetto veneziano)
Quanti colpi di roncola,
nella sconosciuta microstoria
delle nostre terre.
Strumento umile,
quasi sempre utilizzato per i lavori nei campi,
talora assurto ad arma di orrendi delitti
maturati nell’ignoranza,
nella solitudine morale,
nella miseria.
Gian Domenico Mazzocato,
scrive un’altra indimenticabile pagina
della sua saga dei “vinti veneti”.
Con questo romanzo breve
Il
ritorno
ripercorre un dimenticato fatto di cronaca,
un delitto ai danni di una povera donna,
accaduto nelle campagne trevisane nel 1881.
L’omicida, incredibilmente
sopravvissuto a trent’anni di lavori forzati,
ritorna, nel 1911, in una Treviso
che ha dimenticato ogni cosa
e
vuole rimuovere quell’evento scomodo.
Trent’anni?
Non ricordavo bene, mi pareva che fosse ergastolo. Un fantasma, un fantasma che
torna.
Una breve di
cronaca in prima, non è stato possibile fare altro, il 5 gennaio.
Treviso è un
po’ stordita in questa vigilia di povera redodesa. Attorno alla città si sta per
appiccare fuoco ai falò, grandi e piccoli. E l’attenzione di tutti è
all’inaugurazione dell’Eden, il teatro nuovo, splendido e buono per tutto, in
Borgo Cavour, proprio nel quartiere fatto bello da Graziano Appiani. L’Eden
ospiterà spettacoli, conferenze, comizi, pattinaggio, balli e cinematografo.
Questi sono giorni di trionfo per Appiani. La nostra redazione è in subbuglio
per stargli dietro.
Una breve di
cronaca. Poi, nei giorni successivi mi sono dato da fare. Ho richiamato alla
memoria, sono andato a vedere le mie note di allora, ho ricostruito il processo.
Correr Giovanni fu Giosuè, come dimenticare?
Ero un
ragazzino, appena arrivato nella redazione del Progresso, il giornale della
sinistra trevisana. La redazione a due passi da qua, dal Gazzettino, in
Calmaggiore. Mio Dio, quanto tempo è passato. Facevamo le battaglie per le
cucine economiche, come le chiamavamo allora, 10 centesimi un litro di minestra,
per la gente martoriata dalla pellagra. E la nuova legge elettorale che portava
il numero degli elettori a due milioni da 600mila che erano. Bastava saper
leggere e scrivere per votare: noi a dire a tutti, a pubblicare ogni giorno che
era sufficiente presentarsi davanti a un notaio e dimostrare che si sapeva
compilare la richiesta di iscrizione alle liste elettorali. La prova che si
sapeva leggere e scrivere, insomma. Una guerra, perché i moderati non volevano
mollare su nulla.
E il divorzio.
Me ne ricordo bene perché, tra i sostenitori di Cesare Parenzo che aveva
presentato il progetto di legge, c’era Domenico Giuriati il difensore di Correr.
Una breve di
cronaca, per trent’anni di carcere duro. Il telefono numero 127, qui al civico
12 del Calmaggiore, ha cominciato a suonare tardi. Tutta gente incuriosita, che
voleva sapere chi trasportava il furgone cellulare attraverso le vie di Treviso,
verso il Duomo. Il mio primo caso, ultimi di gennaio del 1881.
Ho sentito il
bisogno, a cose concluse, di mettere in ordine i miei appunti. Trent’anni, una
vita.
Correr doveva
scontare ancora qualche giorno di carcere, prima della liberazione. Quando è
uscito, il 25 gennaio di quest’anno, sono stato a lungo con lui, l’ho
intervistato.
Ha un unico
desiderio. Vedere il mare di notte.
Sera del 3 gennaio 1911, stazione
ferroviaria di Treviso.
La motrice delle 18 e 32 proveniente da Venezia
ha fermato i suoi tre vagoni, puntuale al minuto.
È già buio da un pezzo, a Treviso, e freddo.
Il vento tira da est, una bora triestina che
porta neve marcia, mista a pioggia. Nel fascio di luce dei fanali corrono
velocemente scaglie bianche, di ghiaccio. Sotto le pensiline stazionano pochi
viaggiatori intirizziti. Sono avvolti in grandi tabarri neri o affondano il viso
nei colletti alti dei loro paltò. Battono i piedi, sbuffano in nuvole di fiato.
C’è qualcosa di strano, di diverso dal solito.
E non solo perché il treno è stato, eccezionalmente, fatto arrivare sul primo
binario.
Alcuni uomini in
uniforme si dirigono con passo deciso verso l’ultima porta del convoglio.
Scendono altri due carabinieri col mantello sulle spalle, tirati in volto. Tra
loro un uomo alto, magro, che li sovrasta entrambi. Ha le mani chiuse dai ferri.
È tranquillo, sorride quasi. Ha il capo scoperto e così si notano i capelli
bianchissimi.
Lo scambio di
consegne è rapido, poche parole, giusto quanto serve. Qualche firma, saluti
frettolosi e formali.
Un po’ discosto il
capostazione osserva la scena, nervoso. I due carabinieri col mantello chiedono
dov’è il posto di ristoro. Tra qualche ora passerà il treno che li riporterà in
Toscana. Viaggeranno tutta la notte.
Il detenuto viene
accompagnato all’esterno della stazione. Sale su un furgone che reca la scritta
“Regie Carceri”, color oro su fondo nero, praticamente una carretta con un tetto
di tela. Due cavalli a trainare, un carabiniere a cassetta, un altro dietro col
detenuto. Uno schiocco di frusta e un incitamento stridulo, quasi un singhiozzo.
Le ruote si muovono, cigolano, traballano e pestano sul terreno. Subito prendono
velocità. Qualche curioso osserva.
Il furgone passa
davanti alla barriera Vittorio Emanuele, poi prende a sinistra verso piazza
della Cavallerizza, infine piazza Duomo.
Proprio dalle
prigioni in centro di Treviso, trent’anni prima, subito dopo il processo e la
condanna, Correr Giovanni, fu Giosuè di anni 57, aveva cominciato il suo
ramingare per tutti i penitenziari italiani. Condanna “per omicidio qualificato
alla pena dei lavori forzati a vita”, come recitava il codice sardo. Di fatto
una pena capitale prolungata nel tempo, una morte consumata giorno dopo giorno.
E del resto, al processo, il pubblico ministero, Bartolomeo Favaretti,
procuratore generale dell’Appello di Venezia, aveva chiesto espressamente la
pena di morte.
Ma Giovanni è
incredibilmente sopravvissuto a trent’anni di lavori forzati e nessuno sa niente
di quel suo arrivo e dunque nessuno lo attende.
Perfino il cronista
del Gazzettino, sempre attentissimo a tutto, viene preso alla sprovvista.
Pubblica un breve articolo, in prima pagina, il 5 gennaio. Il titolo, su una
colonna, è, a suo modo, un bentornato, quasi un augurio: Verso la libertà,
si legge.
Forse, però, è
qualcosa di diverso, una sorta di esorcismo. In città si respira un’apprensione
diffusa, quasi paura. Treviso si appresta a riscoprire una pagina terribile
della sua storia. Una vicenda dimenticata, di miseria e sangue, di povertà
morale, accaduta praticamente alle porte della città.
Dimenticata e
rimossa.
La misura della
rimozione è che nessuno sa proprio nulla di questa vicenda. Si dice che
l’ergastolo è stato commutato in trent’anni di prigione per grazia sovrana. Non
è vero: l’entrata in vigore del codice italiano che soppiantava il vecchio
codice sardo, aboliva la pena di morte e dunque tutte le pene venivano ridotte
in proporzione. L’ergastolo diventava condanna a trent’anni anni.
Si dice anche che
sia stato processato per aver ucciso con tre colpi di coltello un suo rivale.
Nemmeno questo risponde a verità, si viene a sapere presto. Ma bisogna
verificare, andare a leggere le carte di allora, sentire dei testimoni o magari
qualcuno che ricorda bene.
Poco a poco, in una
Treviso vagamente allarmata, affiora qualcosa. Qualche particolare torna alla
memoria. Biancade, Biancade di Roncade. Correr, trent’anni fa, si è sbarazzato
di un suo rivale in amore. Una coltellata, forse un colpo di pistola, la memoria
è offuscata, confusa.
Poi qualcuno va a
vedere vecchie carte. No, non è un rivale che ha ammazzato, è una storia molto
più torbida, ben più intricata. E non ha usato né coltello, né pistola.
Correr ha ucciso la
sua amante con due colpi di mannaia al collo. È fuggito, in preda al panico.
Forse non voleva uccidere davvero, forse era convinto di farla franca. Si è
sbarazzato dei vestiti lordi di sangue.
Ma la donna non è
morta e quando, per caso, accorre il padrone dell’assassino (che di mestiere fa
il muratore), negli spasimi dell’atroce agonia, farfuglia il nome del colpevole.
I carabinieri di San
Biagio di lì a qualche ora trovano Correr ripulito e rivestito, col suo abito
della festa. L’unico altro abito che possiede. Ma che ci fa un povero manovale
vestito con l’abito buono, che si mette solo la domenica per andare alla messa,
in piena notte?
Gli occhi di Correr
tradiscono una inquietudine che non sfugge allo sguardo indagatore dei
carabinieri. Le sue mani hanno un tremito accentuato, farfuglia. Sì è lui
Giovanni Correr, di Giosuè detto Pin Scarper.
Non devono far gran
fatica i carabinieri. Ispezionano le vicinanze della casa del Correr e
rinvengono subito altri panni, tutti sporchi di sangue. Glieli fanno indossare,
così, già rigidi per le croste indurite. La taglia è giusta, i vestiti
potrebbero essere i suoi. Ma non sono una prova.
E a questo punto è
lo stesso Correr a dare una mano agli inquirenti. Quando si ritrova addosso i
panni luridi del sangue della sua vittima, prende a vomitare. Piange e vomita,
si accascia per terra. L’effetto su di lui è terribile. Crolla e confessa.
Nel 1881 i
quotidiani limitavano la cronaca a qualche riga, di fatto non esisteva una
cronaca cittadina. La nera poi era trattata con estrema circospezione.
A fare notizia in
prima pagina, riferiti con dovizie di particolari e seguiti assiduamente ogni
giorno, sono i grandi delitti accaduti altrove. Come il processo Faella che si
celebra alla corte di Assise di Bologna. Alessandro Faella ha ammazzato un prete
e poi lo ha buttato in un pozzo col suo mantellino e il cappello a tricorno. Nei
giorni successivi al delitto ha presentato agli eredi due cambiali false per
52mila lire, vantando diritti sui lasciti del prete. Grande scalpore e grande
risonanza: tra i periti di parte, figura nientemeno che il celebre Cesare
Lombroso. Quando il processo è girato al peggio il Faella si è ammazzato col
veleno. Lo hanno trovato nella sua cella con ancora in mano un libro. Stava
leggendo Il conte di Montecristo. Un quadro a tinte fosche, una vicenda a
suo modo romantica, proprio giusta per essere enfatizzata dai giornali.
Ma nel delitto
perpetrato da Giovanni Correr non c’è nulla di romantico.
Soprattutto è un
delitto commesso alle porte della città, vicinissimo. Correr non è un uomo
colto, un nobile, come il Faella. È un povero manovale semianalfabeta e
certamente non trarrà tutti d’impaccio con un comodo suicidio qualche ora prima
della condanna. Il suo è un delitto che ha radici nella miseria, nell’ignoranza,
nello sfruttamento, forse nell’alcol e in qualche tara ereditaria. Dunque un
evento da rimuovere in fretta, possibilmente con una punizione esemplare.
Ma in quella vigilia
di befana del 1911, la memoria pubblica e la memoria privata annaspano. Affogano
nelle ciacole. Viene riesumata la data della sentenza, il 9 febbraio 1882, un
mese e un anno dopo il delitto, e poco altro.
Treviso vorrebbe
sapere, è curiosa.
Si recano a far
visita a Giovanni Correr i tre figli. L’incontro è commovente e il giornalista
che staziona fuori del carcere raccoglie le impressioni dei familiari. È stato
un incontro struggente, di lacrime e di braccia al collo. Si è parlato anche di
perdono, perché è una colpa essere un padre che non esiste, che manca ai suoi
per un numero d’anni lungo quanto una vita. È una colpa segnare i propri figli e
tutta la famiglia con il marchio del disonore. Si sono fatti discorsi di
speranza.
L’immagine pubblica
che si cerca di accreditare del terribile assassino di trent’anni prima, è
largamente positiva. Un assassino che torna nella terra che lo ha visto uccidere
e nella città che gli ha inflitto una condanna terribile, va esorcizzato, in
qualche modo depurato dall’aura malvagia che si porta dietro.
Si dice che parla in
modo bonario e tranquillo, che è persona pacata, che durante il suo soggiorno in
carcere si è sempre segnalato per buona condotta, che ha fatto il muratore (cioè
il suo mestiere) ed anzi è diventato caposquadra. Ha in tasca 330 lire, frutto
dei suoi risparmi. “Non molto, dirà nell’intervista fattagli subito dopo la sua
liberazione, ma bisogna anche mangiare. E fumare, almeno qualche volta”.
I figli gli hanno
regalato un abito nuovo, color cenere. Un abito invernale, pesante.
Il giorno in cui
uscirà, il 25 gennaio, Treviso sarà immersa nel sole caldo di una primavera
precocissima.
Giovanni Correr
sembrerà un uomo fuori stagione.
*****
La città chiede di
sapere. E presto.
È una città vivace,
Treviso. Il giorno della redodesa, il 6 gennaio, è stato inaugurato il teatro
Eden, in Borgo Cavour, appena fuori la porta in direzione delle sbarre di San
Giuseppe. Una sorta di miracolo, quel teatro costruito e progettato
dall’architetto Modonesi e decorato dalla mano abile del pittore Tempesta.
Cinquecento metri quadri per i divertimenti della città.
Sono cambiati, i
tempi. Non c’è silenzio attorno agli eventi delittuosi come trent’anni prima.
Ora la cronaca nera fa notizia, tiene banco. Proprio in queste ore a Miane un
contadino uccide il seduttore della moglie. Tuttavia è quell’ergastolano
misterioso a mantenere desta l’attenzione di tutti.
Così ai giornalisti
del Gazzettino quasi non pare vero quando, nella mattinata del 9 gennaio,
qualcuno fa pervenire un plico anonimo nella redazione di via Calmaggiore. Una
busta gialla, con pochi fogli scritti a mano. Un pomeriggio febbrile di
verifiche: raramente il centralino di Treviso aveva smistato tante telefonate
per il numero 127.
La busta contiene
copia di un documento che era girato per Roncade poche ore dopo il delitto, il
giorno successivo, 25 gennaio 1881. Almeno questa è la data che reca. Appare
probabile che sia stato redatto nei giorni successivi e retrodatato. Ecco un
primo interrogativo: perché?
È un documento duro.
Descrive con asprezza e non lascia spazio all’immaginazione tanto è crudo.
Dipinge l’assassino
come un mostro e il delitto come la culminazione di un calvario per la povera
donna.
Naturalmente è
anonimo. E così dettagliato che pare perfino impossibile che abbia potuto essere
stilato in poche ore. Chi aveva interesse a tanto zelo, a tanta rapidità? Chi
era in grado di ricostruire così a caldo e in breve tempo eventi tanto
terribili? Chi poteva collegare, rimettere in sequenza, esprimere valutazioni e
pareri tanto precisi?
Rimane un piccolo
mistero che il processo, il quale peraltro stabilì una verità in qualche misura
diversa, nemmeno si preoccupò di affrontare. Tuttavia il documento rivela tra le
righe che la sua circolazione era destinata ad un ambito ben preciso: tutte le
persone citate dovevano essere ben note ai destinatari dello scritto. Doveva
distribuire responsabilità e colpe.
Prende le mosse da
una sera di fine gennaio, quando l’inserviente dell’orfanotrofio dell’Opera Pia
Rossi si presenta, in preda all’angoscia, alla porta di un casale di Biancade.
L’orfanotrofio ospita in questo periodo sei bambine alle quali insegna la
maestra Enrichetta Mantovani che in qualche modo viene citata nello scritto
clandestino e che sarà tra i testi al processo.
Eccone qualche
stralcio.
“Era la sera del 24
gennaio 1881 e la solita compagnia si trovava a cena in casa Bianchini, quando
tutto ad un tratto si sentì picchiare alla porta della sala. Si aprì e si
presentò la serva dell’istituto, tutta tremante dicendo che presto presto si
accorresse in aiuto perché un grave delitto era stato commesso nella casa
attigua all’istituto, abitata da Adelaide vedova Mazzon.
Senza perder tempo
accorsero sul luogo. Vista orribile! La povera Adelaide stava seduta accanto al
focolare con a fianco la signora maestra che la assisteva, tutta insanguinata il
viso. La cucina sembrava un macello perché pozze di sangue eranvi in ogni canto.
Esaminata la ferita
si trovò che la mascella inferiore era del tutto staccata e fratturata, rimaneva
sostenuta dal solo labbro inferiore rimasto incolume.
A tal vista
Alessandro Bianchini svenne.
La presenza del
medico era urgente, perciò Memi Bianchini e Memi Usoni, saliti in carrettina
affrontando il freddo ed il ghiaccio, divorando la via si portarono a Roncade e
dopo pochi minuti erano di ritorno col dottor Lamprechet.
In questo frattempo
Filippo Usoni, assistito dalla maestra, dalla serva dell’istituto e da
Schiavinato Girolamo trasportò la povera donna nella sua stanza e la coricò sul
letto. Il dottore esaminò accuratamente la ferita. Oltre la principale sopra
descritta, ne rinvenne altre due alle mani e alla spalla sinistra e trovò che lo
stato era assai grave, da esservi la necessità del prete. Allora i due Memi ed
Alessandro Bianchini che aveva recuperato energia e coraggio, a passo di corsa
si recarono dal cappellano che prontamente si unì a loro e venne sul luogo. Il
dottore intanto, assistito da Filippo e dalla maestra, cucì le ferite.
Anche Memi Bianchini
non poté più resistere. Si fece accompagnare a casa più morto che vivo e non
passò molto tempo che anche esso rinvenne e ritornò sul campo di battaglia. La
povera donna intanto aveva confessato che aveva conosciuto il suo assassino e
che era Giovanni Correr, conosciutissimo col nome di Pin Scaper di Ca’ Morelli,
muratore.
Questo nome destò le
meraviglie di tutti poiché nessuno avrebbe dubitato che l’assassino fosse un
giovinotto che fino ad ora non ebbe precedenti rimarchevoli e tanto più essendo
di famiglia abbastanza buona.
Dopo qualche minuto
di discussione sul fatto e sulle cause, il dottore disse che bisognava portarsi
subito dal sindaco per le opportune indagini; difatti, saliti in una vettura si
portarono a Roncade, trovarono il sindaco al caffè; il segretario comunale
sopraggiunse dopo pochi istanti, e raccolte le notizie compilarono un telegramma
al procuratore del re.
Intanto veniva
chiamato un fratello della povera Adelaide ed informato in parte del fatto lo si
inviò presso la sorella.
Accompagnato il
dottore a casa gli altri ritornarono a Biancade e trovarono l’ammalata
abbastanza tranquilla.
Filippo ebbe
l’incarico di far la guardia in cortile fino a che arrivava il fratello della
vedova per predisporlo e tranquillizzarlo onde evitare altre scene.
Dopo una buona
mezzora il povero diavolo giunse ed allora, accompagnato dai due fratelli
Bianchini che si erano uniti a Memi Usoni, entrò nella stanza. Scambiate poche
parole sullo stato del mal, se ne partì tranquillo conoscendo che l’inferma era
assistita da persone di cuore ed esperte nel curare ferite.
Erano le dodici e
mezza di notte quando i fratelli Bianchini, Memi Usoni e Memi Schiavinato,
rientrarono in cucina. Fu stabilito il servizio notturno: Filippo e la serva
dell’istituto presso l’ammalata; gli altri in letto pronti ad ogni chiamata.
Era appena spuntato
il giorno che tutti gli individui summentovati si trovarono al loro posto,
Alessandro Bianchini per soddisfare al desiderio della povera ferita si assunse
l’incarico di accompagnargliela in camera e ciò avvenne intanto che Memi e Momi,
accompagnati dal povero Tonon, si posero a camminare intorno alla casa per
rinvenire se vi fossero tracce che indicassero la via di provenienza e di
partenza dell’assassino.
Tale indagine non
riuscì infruttuosa poiché appena oltrepassata la siepe di cinta di detta casa
trovarono la traccia sulla neve di un uomo che corse precipitosamente perché la
differenza da un’orma ad un'altra era di circa metri 1, 20: per di più le prime
orme erano lorde di sangue e persuasero i tre perlustatori che non si erano
ingannati. Appena fatta tale scoperta, ritornarono nel cortile ed unitisi ad un
carabiniere, al cursore Mantellato e a Bianchini Alessandro e Memi Bianchini
ritornarono sulla traccia dell’assassino che, attraversando i campi, li condusse
fino sulla strada che dà a Ca’ Morelli e precisamente di rimpetto all’ingresso
della chiusura tenuta da Bredariolo.
Bisogna avvertire
che l’assassino per cura del sindaco di Roncade era già fin dalle tre
antimeridiane nella mani della giustizia e condotto alla stazione dei
carabinieri di san Biagio.
Alle sette circa il
dottor Lamprechet tornò a visitare l’ammalata e trovolla nel medesimo stato
della sera precedente. Dichiarò essere in stato di poterla trasportare
all’ospedale di Treviso, ciò che avvenne a mezzogiorno essendo anche in questo
frattempo venuti in sopralluogo un delegato di P.S. e due guardie.
Il colpevole per ben
due volte cercò di fuggire ai carabinieri. Non si poté scoprire l’arma colla
quale si è servito per ferire, ma ritiensi poterla trovare nel pozzo
dell’istituto avendo trovato delle gocce di sangue lungo il sentiero che dalla
casa conduce al detto pozzo.
Ora poi corre voce
che il colpevole abbia già confessato la sua colpa: cioè di essersi recato in
casa della vedova Mazzon per recuperare del denaro da molto tempo datole a
prestito ed aver invece da essa ricevuto un colpo di forbice nella mano, la qual
cosa lo obbligò a difendersi non credendo però di recarle male sì grande.
Invece la verità
sarebbe che la sua comparsa in quella casa era tutt’altro che per fini onesti,
che avendo colle minacce e poi colla forza soddisfatto i suoi malvagi desideri,
per tema di essere perciò palesato, cercò di privare della vita colei che prima
fu il suo strumento di piacere, poscia la sua vittima”.
Il Gazzettino
pubblica il documento il 10 gennaio, con buon rilievo.
Nessuno si pone il
problema di ricostruire le motivazioni di un documento simile. Voleva coprire
qualcuno? Doveva, Correr, apparire un folle isolato? Qualcuno doveva scaricare
la coscienza per non aver visto o non aver voluto vedere qualcosa che si
trascinava da molto tempo? Forse il delitto maturava lì, sotto gli occhi di
tutti e nessuno aveva fatto niente per far ragionare il Correr prima che
commettesse uno sproposito? Ancora: fu così grande il disagio nella piccola
comunità di Roncade da far iniziare già poche ore dopo il delitto il processo di
rimozione?
Probabilmente un po’ tutto questo.
A suggerirlo ci sono due precisi indizi.
Il primo. Il
documento ad un certo punto si preoccupa di spiegare perché “in questa
avventura” non compare il nome Antonio Tonon, persona che non appare
nell’inchiesta né in quel momento né in seguito. E motiva dettagliatamente
quell’assenza.
“Al primo invito di aiuto tutti accorsero sul
luogo e anche Antonio Tonon vi si era diretto. Ma appena entrato nel cortile
dell’istituto, incontratosi col servo di Bianchini che gli descrisse il fatto
spaventevole ritornò dove era partito dicendo: Ciò, che mi ghe vado altro”.
Il documento riporta proprio questa frase,
abbastanza incomprensibile, insensata. Perché preoccuparsi di questo Antonio
Tonon?
Ma c’è anche un altro indizio preciso: della
difesa era stato incaricato il noto avvocato roncadese Giovanni Battista
Radaelli, che qualche anno dopo sarebbe diventato anche deputato nelle file
degli zanardelliani, il quale preferì chiamarsi fuori. Il Radaelli ha un
fratello, Carlo, a sua volta brillante avvocato e futuro sindaco di Roncade.
Dunque ha un consolidato prestigio da difendere e tuttavia prega un ancor più
illustre collega, il grande Domenico Giuriati, di assumersi il patrocinio del
Correr. Impresa disperata perché, a norma del codice sardo in vigore, il delitto
sembra destinato a portare sulla forca il reo.
E c’è anche un altro elemento che salta agli
occhi. A dispetto dei mille particolari riferiti che documentano una conoscenza
dell’evento nei minimi dettagli, il documento propone una realtà sostanzialmente
diversa da quella che emergerà dal dibattimento in tribunale. Anzi, un’altra
realtà.
Serve proprio fare
un salto indietro di trent’anni e andare a riaprire le carte del processo.
*****
Treviso, Corte di Assise, 7 febbraio 1882,
379 giorni dopo il delitto.
Un giorno di
mercato, dunque di folla e di curiosi.
In via Canova,
dietro a piazza Duomo è un giro continuo, un avvicendarsi senza sosta, fino alla
sera. La gente chiede, si informa, si trattiene un poco, poi va. Quelli che sono
lì dalle prime ore del mattino e sono intenzionati a restare fino a tardo
pomeriggio vengono quasi tutti da Biancade e Roncade.
Anche da Spercenigo
perché questo è un mondo piccolo e Biancade fino a non molti anni fa apparteneva
proprio al comune di Spercenigo, poi sparito come ente territoriale per le
endemiche baruffe che agitavano il consiglio comunale e immobilizzavano
qualsiasi attività amministrativa.
L’usciere del
tribunale si chiama Eugenio De Prat ed è mingherlino, basso di statura. Quasi
non si vede, dietro il muro di teste. Ma ha una voce tagliente, dura e secca. In
aula e fuori, perfino in strada si fa subito silenzio quando chiama la causa “in
confronto di Correr Giovanni, detto Pin Scarper, del vivente Giosuè, di anni 27,
coniugato con quattro figli, muratore, detenuto, incensurato”.
L’attesa è grande,
palpabile. L’istruttoria, condotta a ritmo serrato, è stata affidata ad un
magistrato molto apprezzato, destinato a diventare consigliere di Cassazione,
Ferdinando Munari.
La corte è composta
dal presidente Carlo Lombardini, da Bortolo Fontebasso, da Angelo Dal Colle
Bontempi. La pubblica accusa è affidata ad un sostituto procuratore generale
della corte d’Appello di Venezia, Bartolomeo Favaretti.
La giuria è al
completo, quattordici persone. La presiede Ettore Bianchi, un uomo alto e
corpulento, con due baffoni grigi. Ha il viso arrossato e si deterge in
continuazione il sudore.
Lui, Giovanni
Correr, siede tranquillo nel suo gabbiotto. Ogni tanto gira lo sguardo attorno,
ha occhi chiari, impenetrabili. Qualcuno giura che sul suo volto appaia a tratti
un mezzo sorriso. Un mostro, un mostro che ha ucciso per motivi abietti.
Correr sa bene a
cosa si riduce il processo: pena capitale od ergastolo. Sa di non avere
possibilità di difesa.
L’impresa di evitare
la pena capitale all’assassino di Biancade spetta al miglior avvocato di
Treviso, progressista ed irredentista. Intellettuale di punta, in prima linea
per la soluzione della drammatica questione montelliana, Domenico Giuriati sarà
eletto deputato l’anno dopo.
L’uomo col prestigio
giusto per evitare il capestro a Correr: sta per uscire, atteso da tutti, un suo
libro Le leggi dell’amore, in cui affronta proprio le problematiche della
famiglia. In questo processo la famiglia, come istituto civile e morale,
reciterà un ruolo importante.
Il cancelliere
Tommaso Bertolini legge il capo d’accusa. Veloce, senza alzare gli occhi dal
foglio, con voce neutra. Si sforza di non far sentire l’emozione. Ma Bertolini è
giovane, questo è il suo primo processo importante, la voce si incrina quando
deve soffermarsi sui particolari più brutali.
Correr è imputato
del crimine di omicidio volontario con premeditazione. Bertolini cita gli
articoli del codice penale, poi prosegue: “per essersi alle ore otto e mezza
pomeridiane del 24 gennaio 1881, in Biancade, con disegno previamente formato di
togliere di vita Adelaide De Vidi vedova Mazzon GB, introdotto nella di lei
casa, ed avere quivi, dopo essersi accoppiato carnalmente seco lei una prima
volta, e nel mentre fingeva di adagiarsi sopra lei nuovamente per ripetere
l’accoppiamento, traendola quindi in insidia colla simulazione di nuovi
abbracciamenti, inferto alla medesima con l’intenzione di ucciderla più colpi,
parte per forte pressione contro il terreno e parte per azione di stromento
tagliente, producendole oltre ad altre lesioni di minor conto la frattura doppia
della mascella inferiore, con conseguente morte, verificatasi alle ore 6, 30 del
mattino del 13 febbraio 1881”.
Solo ora Correr
abbassa la testa, sembra avere un singhiozzo. Quasi venti giorni è durata
l’orribile agonia della povera Adelaide. L’avvocato Giuriati ha davanti una
montagna. Un orribile delitto, un reo confesso, una vittima debole e in balia
del suo carnefice, le lunghe, atroci sofferenze di questa prima della morte.
Venti giorni di
agonia, un brivido attraversa il pubblico. Adelaide aveva appena 37 anni.
Bianchi gira gli occhi sugli altri membri della giuria, quasi a sincerarsi che
si siano bene impressi in mente il particolare. Dalla folla viene un mormorio
diffuso. Il presidente Lombardini chiede silenzio, fulminando gli astanti con lo
sguardo.
*****
Domenico Giuriati ha
occhi neri, duri come il ghiaccio e mobilissimi, barba brizzolata che gli
incornicia il volto e si appuntisce in un pizzo ben curato, capelli radi. Parla
scandendo le parole, guardando ora il presidente, ora il pubblico ministero,
spesso indugiando su questo o quel membro della giuria. Comincia a scalare la
sua montagna processuale. Alza un po’ di polvere, cerca senza speranza di
togliere un po’ di tensione di dosso a Correr: chiede che il dibattimento, date
le scabrose situazioni che propone, avvenga a porte chiuse.
La Corte rigetta la
richiesta e dà la parola all’imputato. Giovanni Correr racconta la sua versione
dei fatti. Si capisce che ha imparato a memoria quello che deve dire, non
convince nessuno. All’inizio parla con voce strascicata, poi prende coraggio:
“Io sapevo come la De Vidi avesse pratiche illecite con altri ed io stesso nel
passato recente la colsi in un campo mentre ella se ne stava con un uomo.
Bisogna sapere come a questa donna io avessi fatto un prestito di lire 24 che
essa si era obbligata a restituirmi”.
Ecco, salta fuori il
famoso debito. La roccaforte della difesa di Correr. Una roccaforte che sarà
demolita dai testimoni.
Quella sera (“la
sera fatale” dice solennemente il semianalfabeta Correr e la gente sorride)
Giovanni si è fermato a lungo in un locale di Cendon, l’osteria Acerboni. Ha
giocato, ha bevuto, ha perso. Gli viene in mente quel debito che la De Vidi
aveva nei suoi riguardi. Prima di fare ritorno a casa, pensa di passare a
riscuotere.
La povera Adelaide
non li ha quei soldi, e offre in cambio l’unica cosa che possiede. Se stessa.
“Allora essa mi
provocò ed ebbi commercio illecito con lei”.
Quando ha finito,
Correr torna a reclamare il suo credito. Lei si ribella, urla, vibra un colpo
con le forbici che ha lì vicino. Correr si scansa a malapena, afferra un
ronchetto che è sul tavolo.
“Con esso diedi un
colpo senza sapere dove l’abbia colpita. Ella gridò e io fuggii. Protesto che io
non ebbi l’intenzione di uccidere la De Vidi. La ferii solo perché provocato”.
Correr chiude quasi
con un urlo la sua difesa. Ancora un mormorio tra la folla, non gli crede
nessuno. Comincia l’escussione delle parti lese e dei testimoni.
*****
Adelaide lascia una
figlia, Maria, di 16 anni e un figlio Giacomo, di 10. Non intendono costituirsi
parte civile. E non lo farà nemmeno suo cognato Carlo. Carlo ha il vestito di
tutti i giorni, quello con cui lavora nei campi. Guarda con occhi timidi, che
sembrano due fessure.
Poi i testimoni.
Nicola Orgitio è il viceispettore di Pubblica Sicurezza che ha raccolto le
dichiarazioni della moribonda. Erano presenti anche due guardie e Maria Zorzi,
una contadina di Biancade sulla cinquantina.
Il viceispettore
parla concitato, con accento meridionale. Riferisce le parole della vittima:
“Siccome non volevo affatto accondiscendere alle di lui illecite brame, così mi
afferrò, mi gettò a terra e mi stuprò”.
Adelaide non aveva
minacciato il Correr, né di denunciarlo, né di vendicarsi in qualche modo. Ma
l’omicida era infuriato: spense il lume, tirò fuori la roncola che aveva in
tasca e prese a vibrare un colpo dietro l’altro. Quando la vittima aveva
cominciato a lamentarsi si era dato alla fuga.
Giuriati è in
difficoltà, cerca di controinterrogare. Ma Favaretti, il pubblico ministero, è
implacabile. Per tutto il giorno esibisce una serie di testimoni che confermano
quanto ha detto il viceispettore. Chiariscono qualche circostanza, ogni parola
suona come una campana a morto per Correr. La maestra Enrichetta Mantovani
racconta che Adelaide non aveva voluto dire a nessuno come erano andate le cose,
nemmeno il nome del feritore. Aveva atteso che fosse il funzionario di Pubblica
Sicurezza a interrogarla.
*****
Treviso, Corte di Assise, 8 febbraio 1882
Ma nemmeno al
viceispettore Orgitio, Adelaide De Vidi aveva detto tutta la verità.
Lo rivela il giudice
istruttore Ferdinando Munari. Per vergogna aveva taciuto di essere incinta di
cinque mesi. La realtà che emerge suona come una condanna anticipata per Correr,
una realtà ancora più cupa, più terribile.
Giovanni Correr
aveva una relazione da qualche mese con Adelaide. Quando aveva saputo che la
donna era in attesa di un figlio da lui, era stato preso dal terrore che sua
moglie e suo padre scoprissero la tresca. E aveva ucciso.
Munari riferisce
ancora parole della vittima: “Io credo che il Correr abbia inteso disfarsi di me
e del nascituro. Io non domandavo nulla a lui, perché vivevo del lavoro delle
mie braccia andando ad opera da Alessandro Bianchini. Quello che dico è la
verità. Sono sacramentata e presso a morire”.
Un omicidio
premeditato, freddamente progettato. Ora Correr è un mostro agli occhi di tutti.
Anche perché i testimoni descrivono Adelaide De Vidi come una donna buona,
generosa, dedita al lavoro, capace di sfamare con le sue braccia i due figli. E
nessuno dubitava che fosse onesta: la scoperta della sua relazione col Correr
era stata una sorpresa per tutti.
*****
Treviso, Corte di Assise, 9 febbraio 1882
Il giorno della
sentenza. Domenico Giuriati tiene una lunga, appassionata arringa. Profonde ogni
sua abilità oratoria. Sostiene che la premeditazione non è stata provata. Correr
ha solo ferito, senza intenzione di uccidere.
L’imputato ha la
testa bassa, tra le mani, sembra piangere. Sa di non avere speranze.
Alle 19 arriva la
sentenza. I giurati non hanno speso molto tempo per decidere la piena
colpevolezza di Correr.
Il delitto è
avvenuto “con prodizione avendo il Correr simulati atti di amicizia e di amore
per trarre nella insidia la vittima e con premeditazione”.
Tuttavia i giurati
riconobbero a Correr le attenuanti generiche e questo gli evitò la pena
capitale. Fu condannato ai lavori forzati a vita. Dopo aver pianto per tutto il
giorno, Giovanni Correr ascoltò la sentenza freddo, quasi indifferente.
Tre giorni dopo, il
12 febbraio, ricorse in Cassazione ma il ricorso fu respinto.
Cominciò il suo
pellegrinaggio in tutti i reclusori d’Italia. Alghero, dove rimase cinque anni,
poi all’Asinara per nove. Quindi a Portoferraio per tredici anni e a Pianosa
dove scontò gli ultimi diciotto mesi. In questi luoghi il senso del tempo che
passava e dell’espiazione era dato dal peso della catena. Alcuni imputati
trascinavano anche dieci chili di ferraglia. Alla fine, a forza di farsi
togliere anelli in virtù della sua buona condotta, Giovanni Correr arrivò a 600
grammi. Un giornale scrisse che, in Italia, soltanto tre o quattro detenuti
erano sopravvissuti negli ultimi tempi a trent’anni di lavori forzati.
Dall’Asinara chiese
una commutazione della pena, ma la sua richiesta fu respinta. Qualche tempo dopo
riprovò dal reclusorio di Portoferraio e questa volta la richiesta ebbe esito
migliore, perché intanto il codice penale era cambiato. La pena fu commutata in
trent’anni.
Non ricevette mai
una visita dei suoi familiari.
Ma durante la
reclusione imparò a leggere e a scrivere quanto bastava per mantenere i contatti
epistolari con i figli e la moglie.
Può cambiare un
uomo? Può cambiare davvero?
In quelle lettere
Giovanni Correr implorò mille volte il perdono. Ripeteva che aveva buttato via
la propria vita e rovinata quella dei suoi perché la sua testa era piena di fumi
malvagi. Che quei fumi erano scomparsi e pregava Dio di tornare a rivedere i
famigliari. Erano lettere struggenti, piene di verità profonda.
*****
Giovanni Correr esce
dalle prigioni di piazza Duomo alle 9 di mattina di mercoledì 25 gennaio. Lo
attende un capannello di curiosi, i due figli maschi, Luigi e Antonio, e un
cognato. Due agenti di Pubblica Sicurezza in borghese lo scortano per le ultime
pratiche all’ufficio della questura, in Calmaggiore.
Giovanni Correr ora
ha 58 anni.
Sorride tranquillo,
risponde a coloro che gli fanno un cenno di saluto. Indossa il suo vestito
nuovo, color cenere.
Fuori stagione.
*****
Il mare di notte, in tanti anni di isole
e di colonie penali, Giovanni non lo aveva mai visto.
Il mare di notte era solo un odore, come
di marcio e putredine, che giungeva a folate, e il rumore dei marosi violenti
sulle scogliere, era la brezza gentile nelle notti afose d’estate.
Alghero, Asinara, Pianosa, Portoferraio.
Trent’anni a vagabondare da una colonia agricola all’altra, coi ferri ai polsi e
alle caviglie, e addosso gli sguardi curiosi e impauriti della gente. Contando
gli anelli che gli venivano tolti dalla catena, ogni anno di buona condotta un
po’ di peso in meno da tirarsi dietro.
A testa bassa, i pugni sulle tempie, gli
occhi fissi sul pavimento sporco del ponte. I traghetti che lo portavano da un
penitenziario all’altro. Col sole, con la pioggia, come capitava. Ma il mare di
notte mai.
Lì, davanti a Portoferraio, si stagliava
il castello di Licari. Turrito, di pietra robusta, artigliato alla scogliera.
Quante volte, mentre metteva in fila i
mattoni di un muro o misurava con l’occhio esperto di chi fa il muratore da
sempre, le dosi di calce e sabbia per fare la malta buona, Giovanni aveva
sentito raccontare delle cinque figlie del castellano.
E le notti passate a sussurrare col suo
compagno di letto. Li incatenavano a due a due per paura che scappassero. O
magari per punire una infrazione minima commessa durante la giornata. Così era
impossibile dormire, trent’anni di notti bianche, di dormiveglia, di sonno
sospeso. A Portoferraio aveva diviso il pagliericcio duro come una tavola con un
ergastolano più vecchio di lui, un piemontese che in una notte di follia aveva
ammazzato i suoi tre figli. Piangeva ogni notte e parlava del nobile cavaliere
che difendeva quei posti ed era stato ucciso dagli incursori feroci del
Barbarossa, un po’ guerrieri e un po’ pirati.
Le sue bellissime figliole, per non
cadere preda degli invasori, avevano scelto la fuga più ardua, quella degli
scogli. Erano morte così, tenendosi per mano, quando la più vecchia -ma aveva
solo 15 anni- che era anche la più bella di tutte, era scivolata in acqua ed era
stata subito rapita da un’onda pietosa.
Aveva occhi chiari e i suoi capelli
avevano lo stesso colore lucente delle ali dei gabbiani. Sapeva bene cosa
sarebbe accaduto a lei e alle sorelline, se fossero state raggiunte dai feroci
inseguitori, eccitati e infoiati. Si era lasciata andare di proposito e aveva
trascinato le altre.
In silenzio, solo il rumore della risacca
e la luna alta nel cielo.
Ma ogni tanto, col plenilunio, tornavano
a correre sulle scogliere vicino al castello, e ridevano e giocavano. I lori
strilli erano la stessa cosa dell’urlo degli astori e del gheppio, unici
abitatori ormai delle rovine del castello.
Giovanni
sentiva Ansaldo (questo era il nome del suo compagno) piangere e ripensava alla
sua vita insensata, a Biancade, al nido della sua casa. Ai suoi figli che non
vedeva da tanti anni e che però gli scrivevano. La malinconia gli stringeva il
cuore. E c’era in lui un dolore grande perché sapeva che mai niente, nessuna
pena avrebbe espiato il delitto che aveva commesso. Troppo grande e orribile,
troppo sangue. Il più vecchio dei suoi figli, Luigi, aveva tre anni quando lui
era stato arrestato. Il secondo, Antonio, aveva ventinove mesi. E la più
piccolina era nata da neanche venti giorni, che si poteva quasi dire che non
l’avesse mai presa in braccio.
Mai, però, aveva ricevuto una loro foto. E lui,
naturalmente, non aveva potuto inviare alcuna immagine di sé.
Perfetti
sconosciuti, in un certo senso.
Il mattino in
cui uscì di prigione strinse il braccio a suo figlio Luigi. “Uno di questi
giorni, gli mormorò, mi porti al mare e mi lasci dormire sulla spiaggia. Torni a
prendermi il giorno dopo".
Luigi disse
sì, poco convinto. Non capì proprio.
Giovanni
pensava alla notte orribile del delitto e del suo arresto. A quei panni che gli
erano stati messi addosso dai carabinieri. A quello che aveva fatto, alle sue
mani sporche di sangue, al processo. Alla sua vita sciupata.
Sono stato messo sulle tracce
della vicenda di Giovanni Correr
da
uno scartafaccio rinvenuto in un archivio privato.
Forse
il progetto di un libro mai scritto.
Una
cartellina spessa, coi nastri grigi,
di
quelle che una volta servivano
a
conservare i quaderni di scuola.
Un’etichetta sopra, quasi un titolo:
Come cambia un uomo.
Vi
erano raccolti appunti e testimonianze
che
il giornalista Paolo B.
aveva
messo insieme un po’ alla rinfusa.
Giovanissimo cronista de Il Progresso
all’epoca del delitto, aveva seguito il caso,
come
giornalista del Gazzettino,
trent’anni dopo, all’uscita dal carcere del Correr.
In
quell’occasione lo aveva intervistato.
Aveva
(forse nei giorni
successivi alla liberazione)
copiato anche alcune delle lettere
scritte da Correr
nei
diversi reclusori
Gli
era parso di cogliere
il
cambiamento profondo dell’uomo.
La
sua solitudine, la sua voglia di sopravvivere,
la
sua presa di coscienza del male recato
ad
una povera donna innocente. (G. D. M.)
Si ringrazia il
personale della Biblioteca Comunale di Treviso, in particolare il dottor Luigi
Perino, responsabile della sezione manoscritti e libri rari.
E inoltre lo storico
Ivano Sartor per la consulenza relativa ai luoghi e ai personaggi di Roncade e
Biancade tra Ottocento e Novecento.
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