IL BOSCO VENEZIANO

(Editrice Santi Quaranta, Treviso, 1999)

In copertina: Marco Ricci (1679-1729), Paesaggio con torrente e figure, (part), ca. 1720, olio su tela, Accademia, Venezia

Il Montello, il bosco proibito fin dal 1471 per volontà del doge Nicolò Tron, resta nella storia della Serenissima il bosco veneziano per antonomasia; così lo individuerà con rabbia il popolo esiliato dei paesi montelliani. La foresta dei grandi roveri sarà bandita alla gente comune, con vessazioni e processi di massa, non solo da Venezia, ma anche dal Regno napoleonico, dall’Austria e, per quasi un trentennio, dai governi dell’Italia unita.

Di questa vicenda, per larga parte sconosciuta, si fa narratore Gian Domenico Mazzocato ne Il bosco veneziano, un romanzo di cui è protagonista la famiglia Barro, nello svolgersi e succedersi di tre generazioni, con Ireno, con Bino e sua moglie Clotilde, e il figlio Teofilo, soprannominato Toni. La loro storia è fatta di angherie e povertà. Quando i Barro saranno costretti ad emigrare in Brasile vorranno ricostruire anche nei nomi la terra nativa abbandonata.

Al tessuto centrale l’autore raggiunge racconto a racconto, personaggio a pesonaggio: vivissimi rimangono nella memoria, oltre a Toni che ritorna -rabdomante- al suo bosco, Sereno Rudatis, nativo di Auronzo, pittore di «santi alle finestre», e la straordinaria figura di Irma, «la madre degli zattieri». ma anche la terribile piena (la brentana granda) del Piave, nel 1882.

Mazzocato ritrae con puntiglio psicologico e insieme realistico le persone e i luoghi, facendo confluire i vari momenti in una epopea sociale degli ultimi nella quale possono riconoscersi tutti gli sfruttati, e non solo i pisnenti de Il bosco Veneziano.

L’autore trevigiano mantiene, e dilata, le capacità narrative che lo hanno reso famoso con Il delitto della contessa Onigo, avvolgendo il lettore con vigore e dolcezza, conquistandolo con quelle sue atmosfere terragne e ancestrali, con quella sua scrittura impulsiva, icastica, ma così vicina all’oralità contadina. Il bosco veneziano ha una pietas evidente e si distingue per un suo timbro corale e anche dolente, per una immaginosità intrepida e larga.

 

LA LEGGENDA

 

Tra le Alpi e il mare si estendeva una ininterrotta pianura.

I fiumi che scendevano dalle montagne ancor giovani (e dunque generose di acque) spesso si ingrossavano e uscivano dal loro letto. Invadevano l'uno l'alveo dell'altro e la piana si trasformava in un'unica, monotona laguna. Allora non esisteva più confine tra la dolce acqua alpina e i fiotti salati che venivano dal mare. Ogni vita, vegetale o animale, ne era sconvolta e su quell'universo senza ordine iniziava l'attesa.

Che il caos terminasse. Che i ghiacciai riacquistassero la loro fronte marcata e definita, che i fiumi rientrassero nell'alveo, che l'acqua di montagna ridiventasse limpida.

Ad essere disperate erano soprattutto le anguane che l'acqua furiosa e trista delle piene cacciava dalle sorgenti dove abitavano. Queste entità misteriose, eternamente belle, non riuscivano più a trovare, nello sconvolgimento totale, la loro casa.

Qualcosa doveva accadere, finché la pianura era ancora giovane e fertile.

La vita doveva seguire i suoi cicli regolari, gli alberi fiorire e dare frutti nelle stagioni giuste, le sorgenti tornare ad essere il luogo chiaro e puro dove le anguane potessero abitare tranquille e ridere e chiacchierare tra loro.

Le fiumare indomabili dovevano scavarsi, una volta per tutte, la strada definitiva, trovare un letto stabile.

Serviva un equilibrio diverso, una sistemazione nuova: così, nella notte dei tempi, in un istante solo e per miracolosa figliazione dal ventre stesso della terra, emerse dalle acque una collina oblunga. E solitaria, lontana e diversa com'era da ogni altra montagna.

I fiumi appresero presto a sfiorarla, a rispettarla, a girarle attorno. Furono obbligati a correre con meno furia verso il mare.

La collina nascondeva in sé il segno misterioso della propria nascita. Aveva luoghi orridi e inaccessibili, caverne sotterranee, acque scorrenti e nascoste che talora affioravano da fontane ribollenti.

Ritrovarono serenità, le anguane. Esplorarono la collina, andando alla ricerca di altre fonti in cui abitare. Nelle loro nuove dimore, portarono i semi della vita.

Così la collina si popolò presto di una foresta densa e impenetrabile.

 

IL PRIMO CAPITOLO

 

Toni socchiuse gli occhi nella luce fredda della luna. Cercava i punti di riferimento, impressi nella mente al mattino. Distingueva bene il sentiero che scendeva ripido verso la Fontana Boera e passava poi davanti alla caverna misteriosa del Tavaran Grande. Di lì si poteva raggiungere la strada bianca per Nervesa e la vallata in cui la Piave andava a restringere il suo corso.

Riconobbe il rovere solitario, alla prima curva del sentiero, e poco più in là, alta sul declivio che si apriva dietro ai Santi Angeli e stagliata contro il cielo, la casa dei Semenzin.

Il cuore gli si fece largo per il sollievo. Respirò a fondo il vento che soffiava da sotto la collina. Scorse, di là della vallata, i lumi delle case di Colfosco, il suo paese negli anni che avevano preceduto l'esilio. Il vento attraversava le grave della Piave e ne portava verso l'alto gli odori.

Toni pensava che ogni fiume ha, come gli uomini, la sua voce particolare, un suo timbro unico. E però nella voce di un fiume si può riconoscere anche ogni altro fiume del mondo e persino tutte le acque della terra.

E chissà che voce aveva Bocca Tempesta di cui tanto gli aveva parlato suo padre Beniamino.

La Piave aveva, a saperla ascoltare, la stessa voce di Nuova Giavera, del Rio das Antas e anche del Rio Taquari che andava a gettarsi, in un turbinare di fango e detriti, nell'immenso Jacuì e poi raggiungeva l'oceano, proprio in faccia a Porto Alegre, nella Lagoa dos Patos, così estesa che pareva già un mare per conto suo. L'oceano invece aveva un suo brontolio minaccioso anche quando, rischiarato dalla luce lunare, sembrava dormire tranquillo.

Toni lo aveva attraversato quando aveva quindici anni e la sua vita ne era rimasta spaccata in due.

Quella notte, sul Montello, era salito con passi rapidi, rabbiosi. Aveva nel cuore un’emozione violenta, quasi la voglia di vendicarsi. Si era mosso da Giavera un paio d'ore dopo aver cenato, inquieto, perché nemmeno due bicchieri di vino ruspio gli avevano conciliato il sonno.

Davanti agli occhi aveva la faccia delusa del più vecchio dei Semenzin, ne riudiva le parole brusche e risentite.

I Semenzin erano Montelliani da infinite generazioni perché il loro ceppo antico era di Volpago. Quando, subito dopo l’approvazione della legge sul Montello, c’era stato il sorteggio delle quote, a loro era toccato un lotto sull’altro versante della collina. Al mattino Sante Semenzin, il capofamiglia, era stato quasi offensivo e Toni gli aveva risposto con durezza.

Perché non si può trovare l'acqua dove non c’è, anche a scavare all'infinito. E se i Semenzin volevano un pozzo proprio in centro al cortile, tra la casa e la tesa, a due passi dalla porta della stalla, beh, non bastava che lo volessero loro. Le forze che tirano l'acqua da una parte piuttosto che dall'altra sono misteriose e invincibili. Vanno rispettate.

Toni aveva passato la Brentella e lo Stradone del Bosco, che fino a qualche anno prima, rappresentavano il confine oltre il quale era proibito andare. Si era inerpicato per la strada che costeggiava il Bus delle Fade e il Forame, da cui sgorgava l'acqua chiara e spumosa della Giavera.

Poco più in giù, chissà quanti secoli prima, i Montelliani avevano tagliato la collina ricavandone, sotto il cielo aperto e a ridosso del bosco fitto, la fucina in cui lavorare i metalli. Questa era una delle leggende che Toni ricordava, tra i racconti di sua madre.

Gli antichi Montelliani avevano ricavato lì uno spiazzo e avevano orientato in faccia al vento che soffiava robusto dalla pianura, le bocche dei loro forni. Lo imprigionavano, il vento, e ottenevano che il legno duro e rosso delle querce bruciasse con più forza e rapidità, trasformando le rocce spugnose in metallo liquido e ribollente, pronto a plasmarsi docile nelle forme dei badili, delle asce, dei picconi.

La madre di Toni aveva un nome nobile, sentito da suo padre nella casa dei conti Rinaldi. Veniva, Clotilde, dal ramo povero degli Agnoletti. Quando raccontava a Toni dei primi Montelliani, aggiungeva che forse era nata così la leggenda degli uomini che strappano al cielo il segreto del fuoco.

E certo era quello il motivo per cui quel luogo, un castelliere come lo chiamavano i Montelliani, era diventato sacro e intangibile. E quando da quelle parti era arrivato il cristianesimo, lì, com’era logico,  era sorta la chiesa.

Era bella anche allora, la chiesa di Giavera, in cima ad un'erta ripida e col suo cimitero intorno. Dietro, seguendo un sentiero ricavato a fatica in mezzo ai cespugli fitti di robinie, si raggiungeva il vallone impraticabile da cui nasceva la Giavera. Il fiume attraversava il paese, passava davanti all'Ispettoria e poi prendeva la strada della pianura. Giù verso Cusignana, Villorba e Treviso per andarsi a buttare nel Sile, dopo aver cambiato più volte nome.

Toni aveva attraversato il bosco, rapido, come se qualcuno lo inseguisse, col cuore in tumulto. Si lasciò sulla destra le rovine della Certosa e prese a seguire, piegando a sinistra la dorsale della collina. Bocca Tempesta, ne era certo, non doveva essere troppo lontana.

La notte, sul Montello, era splendida e lunare. E tuttavia i sentieri che penetravano nella foresta simili a gallerie, incutevano un po' di paura. I rumori erano morbidi, striscianti nel fogliame marcio del sottobosco.

Toni sapeva che era facile mettere un piede in fallo ed era anche possibile che qualche entità misteriosa e maligna lo inseguisse dal Bus delle Fade. O che magari, risalendo dalle profondità insondabili del Buoro di Ciano, un'anima inquieta lo sfiorasse o, addirittura, gli graffiasse il viso. E poteva perfino incontrare il fantasma vagante del monaco Giovanni.

Aveva solo venticinque anni, Toni. Era diventato adulto, lavorando nelle foreste immense del Rio Grande do Sul, dove lui e suo padre, isolati da tutto il resto del mondo, avevano per anni cercato di strappare alla boscaglia un po' di terra per seminarvi il soturco e tirare su una casa un po' più sicura e decente di una miserabile capanna. Aveva conosciuto la solitudine, e anche la paura.

E tuttavia il Montello era una sorta di continente concluso, grande e misterioso, con regole proprie. Toni, che ne era rimasto per tanti anni lontano, avvertiva, soprattutto quando gli capitava di muoversi di notte seguendone gli infiniti sentieri, tutto il peso di una storia antica, di leggende in cui verità e mistero si mescolavano, di rovine che documentavano un passato sconosciuto.

Aveva imparato a interrogarlo il passato, Toni, e aveva letto quel poco che gli era riuscito di trovare. Poi, quando aveva saputo che quel cugino di sua madre, diventato monsignore, viveva in seminario a Treviso, si era recato più volte a trovarlo. Carlo Agnoletti era un conoscitore profondo della storia della sua Giavera e, anzi, proprio a Giavera era nato.

Toni aveva appreso come due giorni dopo Natale, nell'inverno freddo e nevoso del 1471, un altero doge veneziano, Nicolò Tron aveva bandito il Montello a tutti, perché i preziosi roveri della collina servivano a costruire le galee che la Serenissima faceva navigare verso tutti gli angoli del mondo.

I Montelliani avevano dovuto andarsene, dalla loro collina, cominciando un esilio che sarebbe durato per mezzo millennio e popolando al di qua della Brentella e dello Stradone del Bosco i paesi della Pedemontana: Nervesa, Bavaria, Giavera e poi, sulla strada verso Montebelluna, Volpago, Venegazzù, Caonada, Biadene.

E cento anni dopo, ancora durante un inverno rigidissimo, quello del 1591, un altro doge, Pasquale Cicogna, aveva definito in modo irrevocabile i confini che nessuno, ad eccezione dei boscaioli di Venezia, poteva valicare. I taglialegna inviati dalla Serenissima, segnavano il terreno della collina, contavano gli alberi, picchiavano i Montelliani che avevano osato superare lo Stradone del Bosco, li imprigionavano e li mandavano sotto processo. Spesso lasciavano incinte e qualche volta malate di morbi innominabili le loro donne. I Montelliani avevano accumulato nei secoli odio e rancore. I Veneziani, ai loro occhi, erano diventati predatori insaziabili.

Gli artigli del leone di San Marco arraffavano legname un po' dovunque, nell'entroterra. I faggi del Cansiglio davano aste robuste e diritte, buone a far remi.  Gli alberi delle galee veneziane venivano dai larici superbi e dagli abeti del Cadore, mentre le palanche ricavate dalle querce istriane, stagionate e provate con l'acqua e col fuoco, si incurvavano docilmente a formare il fasciame robusto.

Ma era il Montello, rievocava con qualche fremito di rabbia suo zio Agnoletti, così vicino alla pianura, a riempire di legname prezioso i magazzini e gli squeri dell'Arsenale. Ci pensavano poi le acque abbondanti della Piave a convogliare i roveri del Montello nelle raccolte vicino alla laguna.

Nessuno, come i Montelliani, aveva patito una proscrizione tanto straziante e dura. Tanti anni dopo i decreti del doge Tron, Toni aveva subìto le conseguenze di quella proibizione crudele. Aveva visto morire di miseria sua madre e aveva lasciato dall'altra parte dell'oceano suo padre Beniamino, a combattere le mille insidie del mato.

Toni sorpassò la casa dei Semenzin, poi la corte e la tesa con le grandi arcate pronte a ricevere i foraggi per l'inverno.

Gli pareva di camminare sul vuoto.  Avvertiva che lì sotto si diramavano caverne e cunicoli. Acqua ce n'era, ma era impossibile forzarla e costringerla ad affiorare. L'acqua, bisognava lasciarla scorrere nelle falde, per intercettarla poi al punto giusto. Toni pensava alle falde un po' come alle vene dentro un corpo vivo.

Erano in tanti a chiamarlo per cercarla, l'acqua. Toni aveva deciso di lasciare il Rio Grande do Sul e rio Nuova Giavera proprio nei giorni in cui aveva imparato nelle foreste brasiliane, dal vecchio cacciatore di Bugres, a ricavare la bacchetta da una forcella di legno esile e duro. Già allora pensava al suo ritorno sul Montello. E sperava, anche, che da quella sensibilità che andava scoprendo nelle mani e nelle braccia, sarebbe venuta la sua fortuna. Sarebbe tornato magari senza soldi, ma con un tesoro. Lo avrebbero riconosciuto, forse, e lo avrebbero rispettato per la sua abilità nel trovare l'acqua.

Ma non era stato così. Se andava bene lo consideravano un po' stregone, un po' mago, se andava male lo cacciavano via a male parole. Per chi aveva una casa e aveva bisogno di un pozzo, l'acqua doveva essere proprio lì, nel punto esatto dove serviva. Toni, quando sentiva certe richieste, si ribellava. E se ne andava brusco, senza dare spiegazioni.

Tornava di notte, da solo. E cercava. Tirava fuori la sua bacchetta e la stringeva con forza e dolcezza insieme, con i pugni rivolti verso l'alto. Guardava la luna e poi la stella polare. Calcolava il punto da cui nasceva il sole e riconosceva tutti i punti cardinali. Camminava piano, ma con passo deciso nella direzione del tramonto, ogni passo un metro.

Avvertiva prima una sottile scarica elettrica e poi, all’improvviso, la bacchetta di salice selvatico si alzava, esile e viva. Fece così anche quella sera, poco sotto la casa dei Semenzin.

Mentre avanzava, i suoi pensieri erano liberi. Andavano alla dolce voce di sua madre Clotilde che gli raccontava come il Montello fosse sorto dal ventre profondo della terra, in un istante solo.

Toni pensava che certo era accaduto in una notte tranquilla e lunare come quella, quando si avverte nel mondo e nel cielo un ordine profondo e immutabile. La fiumara rabbiosa della Piave aveva dovuto imparare a rispettare la montagna appena generata dalla terra. Pensava al Montello con le sue acque nascoste e ramificate, con le sue sorgenti giovani. La Giavera diventava Pegoril e poi Botteniga e poi Sile e portava al mare l'acqua pura del Montello. Avvertiva un disegno provvidenziale in tutto questo.

Toni piantò un paletto nel luogo in cui la forcella di salice selvatico si era alzata verso il cielo. I colpi ebbero un rimbombo ovattato, che si smorzò subito.

La mattina seguente avrebbe bussato alla porta dei Semenzin e avrebbe indicato il picchetto.

L'aqua xé là. A xé aqua bona. Se ve va ben cussì, va ben. Se no, basta che me paghei, va ben istesso.

Avrebbe detto così, come ogni volta.

Toni si buttò sotto il rovere alla curva del sentiero, vicino alla casa dei Semenzin, cercando di prendere sonno. Sorrise nel buio in direzione della Piave che scorreva, poco più in basso, con un sussurro forte e continuo. Fece oscillare davanti a sé il bastone della pioggia. Socchiuse gli occhi, ascoltandone il fruscio.