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GLI
OSPITI NOTTURNI
(Editrice Santi Quaranta, Treviso, 2001)
In copertina: Luigi Rincicotti, Maschere a
tavola, olio su tela, Anni Novanta, Collezione privata
Gli ospiti notturni è un’opera narrativa,
ispirata dai racconti orali di «zio Fabio, nella caneva, tra i profumi del
raboso», dove Mazzocato conferma la sua scrittura terragna e ammaliante, che
attraversa in profondità il mondo contadino trevigiano e veneto, con il
Montello, il Piave e il Sile in rilievo, fino a disegnare una pregnante epopea
degli umili. Spiccano poi, per scandaglio psicologico e per forza creativa, i
personaggi femminili della «Teta» e della «Antonia».
La sua lingua, tumultuosa e intrigante, colma dei
succhi e della suggestione dell’oralità, dirompe all’interno dell’italiano
nazionale con i modi e la sintassi e del lessico veneti, dando sangue e
creatività al testo. Ne esce un ritratto d’insieme di notevole fascino, e di una
forte valenza anche sociale, con ritmi immaginosi e perfino “cinematografici”.
Nell’episodio de «Gli ospiti notturni», lo
scrittore trevigiano precorre e sfrutta nelle sue potenzialità un registro
stilistico nuovo, accennato appena ne Il Bosco veneziano, in cui l’immaginosità
ancestrale lievita e tende ad una cadenza amabilmente visionaria e notturna,
talvolta anche onirica.
Mazzocato ha riunito i suoi “ospiti”, sia quelli
puramente terrestri che di quelli fantastici o metafisici, in un rarefatto
convito notturno; ma essi non amano rimanere nelle tenebre, piuttosto sembrano
in attesa della luce dolce e sontuosa dell’aurora.
ZIO FABIO
Mio zio Fabio è morto
contento.
Gli si è spezzata una
vena, proprio alla base del cervello, mentre stava nel letto della sua amica.
Devo a lui molte di queste storie.
Me lo ricordo alto, un po’
curvo in avanti, con i baffi ben curati e piccolissimi, appena un’ombra tra il
naso e le labbra sensuali e piccole. Aveva capelli brizzolati e lunghi sul
collo, gli occhi azzurri. Uno splendido uomo, insomma, che sorrideva sempre,
anche se in modo strano, proprio come di uno che nasconde segreti.
Quando era in giornata, ci
apriva le porte della caneva, ci spillava dalla botte migliore due dita di vin
raboso, ci faceva sedere sulle panche. Mio fratello, io, due cugini, tutti sotto
i dieci anni. Raccontava.
Teneva tra le mani il
bicchiere da cui avevamo bevuto tutti noi e ogni tanto buttava giù un sorso,
tirando indietro la testa, lentamente.
Per noi ragazzi era madre,
padre, dio. Per questo sentivamo un gran vuoto, una assenza di spiegazioni
quando lo vedevamo andar via il sabato pomeriggio.
La cerimonia era sempre
uguale. Tirava fuori la bicicletta, un monumento nero con i freni a bacchetta e
il manubrio grandissimo. Era elegante, profumato. Sulla porta della cucina aveva
appeso il tabarro, lungo e immenso, con il collo di astrakan.
Si calcava in testa il
cappello nero con la piuma che veniva dalla coda variopinta di un galletto
cedrone, si issava sulla bicicletta. Poi afferrava il tabarro, se lo avvolgeva
attorno con gesto da seminatore, ne posava le balze sul manubrio per evitare che
il lungo mantello si impigliasse nelle ruote. Partiva, a pedalate lente e
uguali, dominando la bicicletta e la strada.
Molto più tardi ho capito
perché mia zia Bice, sua moglie, lo seguiva con gli occhi, lungo lo stradone
bianco verso la città, senza dire parole. Mi sono reso conto, nella memoria
adulta, che nello sguardo della donna c’erano rabbia e dolore.
Soprattutto ho compreso
perché mio zio, guardato male dai fratelli e dal resto della famiglia per via
dell’amante che aveva in città, era se stesso solo quando raccontava le sue
storie, nella caneva, sorseggiando raboso, dopo averne spartito uno scampolo di
gusto e profumo con i nipoti.
* * * * *
L’amica di mio zio Fabio
vegliò il suo uomo, insonne a capo del letto, finché anche il cuore cedette,
molti giorni dopo che la vita si era spenta in lui, nell’istante o quasi di un
abbraccio e di un bacio.
Le partenze, gli addii, le
sparizioni, le bizzarrie del mazzariol, le morti misteriose che popolavano i
suoi racconti erano in qualche modo eventi che lo riguardavano da vicino.
Immaginava se stesso.
Ora so che la scrittura è
prova di recita, è iterazione, esorcismo, tensione. Dunque sperimentazione e
regola dell’unico istante veramente autentico dell’esistenza.
Il fatto è che non si
scrive mai per raccontare la propria vita, ma per progettare la propria morte.
Mai la scrittura è analisi del tempo, piuttosto è attenzione fissata sull’attimo
ultimo.
* * * * *
Quando, attorno casa, tagliavamo le rame delle siepi, divenute troppo lunghe, mi
ritrovavo tra le mani, con orrore, qualcuno dei grandi ragni grigi che recano la
croce punteggiata sul dorso. Mi veniva spontaneo schiacciarlo. ”Lascia stare,
mi diceva mio zio Fabio, non vedi che ha più paura lui di te? E poi, sai,
ragno porta guadagno. A morire c’è tempo”. Poi si allontanava, tirato chissà
dove dal giro dei pensieri.
Mi tornava vicino dopo un po’ e mi diceva, come se io avessi potuto seguire
tutto il filo delle sue idee: ”Si muore quando tocca. Se non è l’ora… Tuo zio
Ferruccio, che ha combattuto sul Carso, aveva la trincea vicino allo spaccio, ma
per andare a prendere mezzo litro di vino doveva scoprirsi e passare sotto il
tiro di una mitragliatrice austriaca. Al momento di passarci davanti lui si
metteva a correre. Ma prima si toglieva di testa l’elmetto e con quello
proteggeva il fiasco. Se è la mia ora, diceva mentre i proiettili fioccavano,
crepo lo stesso”.
Sorrideva nel suo modo strano e quella già era
la promessa per il racconto di una nuova storia. Un appuntamento nella caneva,
tra i profumi del raboso
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