Gondole affogate nella neve, immobili
all’attracco, prigioniere del freddo, ostaggio della stagione. Un uomo (un
gondoliere?) posa il suo piede tra l’una e l’altra, ha un gesto antico,
tranquillo, consapevole. Sembra accarezzare. È l’immagine (paradigma e blasone
dell’intera opera) che chiude questa straordinaria silloge di Cesare Gerolimetto,
VENETO PER SEMPRE.
In didascalia e quasi in contrasto col gesto
esperto ed affettuoso dell’anonimo gondoliere, Gerolamo Priuli, il doge munifico
che all’atto della sua incoronazione fece cadere sulla folla radunata in piazza
San Marco una pioggia di monete quanto alcun altro doge mai aveva fatto,
proclama che li nobili et citadini veneti inrichiti
volevano triunfare et vivere et atendere a darse piacere et delectatione et
verdure in la terraferma et altri spassi assai abbandonando la navigatione et
compravano possessione in terraferma et facevano palagi et spendevano denari
assai…
Il tempo che passa, travolge, talora
immobilizza. Un popolo di marinai che sciama dalla nave, che rinnega i rischi
del navigare, che vuole godersi i suoi soldi in un piacere che si prolunga di
giorno in giorno e annulla le notti. Il Priuli, a differenza del fratello
Lorenzo suo predecessore e studioso dei classici, è rozzo e abbastanza
ignorante. Ha studiato alla scuola della vita però, mercatando col Levante,
stabilendo i suoi fondaci ad Aleppo, nella lontana Siria, e facendosi
enormemente ricco. Solo che il clima è quello del grande evento che ha
contrassegnato gli inizi del XVI secolo. Il 14 maggio 1509 ad Agnadello i
serenissimi generali Nicola Orsini e Bartolomeo Alviano subiscono la più
tremenda delle sconfitte. Venezia vede crollare il suo sogno di espansione.
Battista Nani scrive, con enfasi forse eccessiva, che la Serenissima stabilì
i suoi pensieri nell’arte della conservazione e della Pace.
O come ebbe a dire in anni recenti (con
immagini alla superficie gentili, in realtà ruvidissime) un grande conoscitore
del Veneto come Bepi Mazzotti il desiderio di scendere a terra è naturale per
chi si trova su una nave ancorata in porto. Venezia è simile ad una gran nave e
i veneziani sospirano la terraferma su cui sciamano tutte le volte che possono.
Comincia, da questo sospiro rivolto alla
terraferma, la stagione della penetrazione e della trasformazione del
territorio, del nascere ovunque delle ville. E nasce anche l’epopea di quella
vita in villa che ebbe in Andrea Palladio il suo massimo interprete.
Civiltà della villa, degli ideali di bellezza
e di armonia che furono elaborati da un Veneto (forse) felice e che Gerolimetto
documenta in modo magistrale. Si capisce perché Palladio sia uno dei
protagonisti della parabola culturale descritta in questo libro: non solo con le
sue ville, ma anche con le sue piazze e soprattutto con il teatro Olimpico di
Vicenza. Gerolimetto documenta, rielabora, fa suo. Ma non è questo che, per il
momento, preme sottolineare.
Urge piuttosto dire l’esemplarità, la forza,
la grande energia narrativa delle immagini del fotografo bassanese. La
dialettica presente/passato, è così profondamente, radicalmente attiva in questo
libro.
Rivedo l’immagine dello scopino che spazza,
con gesto umile, San Marco, mentre in didascalia Goethe, il grande viaggiatore,
ricorda trionfalmente che uomini intrepidi scavavano fossati, alzavano dighe,
restringevano i diritti del mare. Rivedo la foto dei due anziani combattenti
che camminano, patrio tricolore in spalla, davanti allo splendore di villa
Barbaro a Maser. Rivedo la stanca pedalata del ciclista che avanza verso la mole
imponente di villa Da Porto Pedrotti a Vivaro. Andrea Palladio gli (ci) rammenta
come i frontespizi che servono a dare prestigio e suggestione alla villa fossero
lo spazio destinato ad ospitare le insegne nobiliari. Simbolo che domina il
territorio, che lo sorveglia.
A chi parlano oggi quelle insegne? Sono mute
per sempre? Risento la voce di Gerolimetto confessare che un libro così,
anche se affidato al più grande fotografo del mondo, non è ripetibile perché più
di metà del luoghi fotografati oggi non è più così. Nella pacata
disperazione del fotografo è anche la sua capacità di raccontare.
Perfino la chiave di lettura del suo modo di
scegliere e proporre immagini. Gerolimetto ama le forme del mondo classico
(soprattutto -si sarà già compreso- nella loro rielaborazione all’interno della
temperie culturale del rinascimento veneto) ma le accompagna sempre con
un’annotazione tratta dalla quotidianità, quasi a stabilire due capisaldi
temporali.
L’allora e l’ora: bisogna avere
un gusto ben temprato, una preparazione culturale robusta, un senso alto del
discernimento per muoversi in una direzione simile. E per salvarsi dal pericolo
sempre incombente di cadere nella banalità.
Il fatto è che Gerolimetto non è un gratuito e
pedante lodatore del tempo passato. È un intellettuale cui l’educazione a vedere
con l’occhio della macchina fotografica ha affinato una sensibilità acuta,
quella che porta ad isolare simboli anonimi, particolari all’apparenza
insignificanti e farli assurgere al rango di metafore assolute. Il segno alto,
la cifra dell’artista che non dimentica mai il proprio tempo e ha il coraggio di
dispiegare le vele (si avverte una sorta di dichiarazione programmatica in
quella vela latina che, regina volubile, si avventura nel vento agli esordi del
libro) per una rivisitazione antiretorica del passato, del presente. Che è il
modo unico per guardare avanti, al domani.
Quello che emoziona nella fotografia di
Gerolimetto è questo senso poderoso del tempo. Che è voglia di documentare, di
inventariare gli oggetti in un catalogo che in qualche modo li sottragga al
volgere delle stagioni. Non sarà un caso, ad esempio, che alcune immagini
rappresentino il carnevale e la voglia eterna che l’uomo ha di mettersi la
maschera. Qui Oscar Wilde ci ricorda che solo l’uomo col volto celato è capace
di dire ogni verità, senza alcun infingimento. A Este un figurante che già si è
truccato da prete ritocca con gesto sapiente gli occhi a una bella, enigmatica
signora.
Davvero: la liturgia del carnevale, già
triste, a pensarci, e malinconico. Perché è un carnevale con la quaresima
incombente, anzi che è già quaresima. E non recita la sua parte pure la suoretta
che trascina la sporta della spesa sotto lo sguardo senza tempo delle statue
chioggiotte di piazza Vescovile? E non celebrano un rito anche le mani che
acconciano umili fiori di campo su un muretto di Monfumo? Dove vanno poi le due
figurine che allungano il passo sotto il porticato dei Muttoni, col volto che
guarda il santuario? Quale voglia di pellegrinaggio le sospinge? E non è la vita
stessa un pellegrinaggio, fatto di piccole tappe quotidiane?
Eccola la bravura di Gerolimetto: la capacità
di raccontare le piccole, anonime tappe di ogni giorno, di ogni momento della
vita umana. Il lavoro del fotografo è proprio qui: sublimarli quei momenti,
renderli eterni e significativi. Gli strumenti che egli ha scelto sono visibili,
concreti in questo libro: Gerolimetto fa parlare (è proprio lui,
fotografo/demiurgo a soffiare la vita, a regalare parola articolata e
pronunciata) le pietre dei muri, i marmi belli e solari del vicentino Teatro
Olimpico, le ville seminate come sorgenti di civiltà sul territorio.
E anche ciò che alla villa allude: i viali che
vi adducono, i giardini intorno, i panorami intravisti da lontano. La parola
appartiene anche agli scafi in regata visti da Malcesine, all’Adige che disegna
la sua grande ansa nel cuore della città, al muro solitario e tragico (una sorta
di monumento, di reliquia, forse un segno di confine) che si erge nel mezzo
della sacca di Scardovari.
E appartiene, perché no, ai più umili
abitatori di questo universo sempre meno a misura d’uomo: le oche di Tarzo; le
vacche che affacciano il loro muso paziente e rassegnato in lunga fila alla
fiera franca di Cittadella; il gatto altero (un reietto, è un gatto nero) re
della solitudine nel parco della casa patrizia; le pecore che punteggiano di
nero la neve di Sandrigo.
Perché Gerolimetto è anche consumato,
abilissimo raccontatore della natura.
In questo VENETO PER SEMPRE fanno da
cattivante fil rouge le foto di paesaggio. Il fotografo ama la neve (fuori e
dentro i contesti urbani), il ghiaccio e il gelo, le nebbie, le brume, le
foschie e le nuvole grazie alle quali sa disegnare contrasti violenti di colore.
Obbligatorio fermarsi davanti a queste Tre Cime di Lavaredo, vive e pulsanti
come buoni giganti emersi per prodigio da ere lontane, sentinelle e baluardi. E
il vicentino lago di Fimon allude ad una geografia dell’anima dilatata e
rigorosamente partita in due campiture contrapposte di verde e di blu. Le rocce
che strapiombano sul Garda sono graffiti incisi con pazienza millenaria
nell’infinito scorrere delle geologie montane. La visione che aggredisce con
violenta e selvaggia bellezza chi si affaccia dal passo Pordoi ha i tratti
decisi di una foto in bianco e nero, senza sfumature. Le colline di Bassano,
viste dall’altipiano, hanno un brulicare che sa d’inferno dantesco, fumigoso,
denso di minacce. Di contro, il tripudio dei papaveri davanti al lungo casale di
Dueville ha la densità di un mare diventato rosso all’improvviso per chissà
quale miracolo: nello stesso istante cogliamo, nel paradosso felice della
creatività artistica, la forza della tempesta e la pacatezza di una bonaccia. I
gelsi e i pioppi, ritratti in lunghe, allineate geometrie, descrivono con
piacere estetizzante un’avventura antropomorfica: immagini, nemmeno troppo
velate, dell’uomo e del suo stare nella dimensione terrena. I mosaici dei campi
sul delta del Po alludono senza mediazione alla pazienza umana, unica e
intelligente arma utile a sopravvivere: una tessera dietro l’altra, un frammento
che si incastra in un altro frammento. Piano, con rigore, per co-abitare e
con-vivere in modo utile per tutti.
Il paesaggio acquista così una profondità
eccezionale (sia dal punto di vista culturale che più squisitamente estetico) e
ogni profilo, ogni silhouette (di montagna, di campanile, di merlatura
castellana) sono un segno inciso con mano felicissima, senza esitazioni. Su
questa strada, abilità e sensibilità hanno condotto Gerolimetto a fotografie che
sono sintesi assoluta di significato e significante.
La nebbia che confonde i colli attorno a Teolo;
le figurine che si muovono in casuale processione sul trevisano lago di Lago; i
campanili di Nove e Cartigliano che emergono, malinconici e desolati e, per così
dire, anacronistici come Don Chisciotte e Sancho Panza, dal mare di bruma colto
nell’intervallo tra due merli di castello; l’alba livida che sorge attorno al
tempio del Canova; l’uomo e il cavallo, icone fatue e fantasmatiche nella
foschia di Montemerlo, tutto è costruito con abilità (e anche con la saggezza di
chi molto ha visto e molto ha meditato) con una sorta di non-colore, in una
dimensione metafisica e surreale che rimanda a certi balletti felliniani o alla
stampa sgranata di antichi dagherrotipi.
La foto che è blasone di questa poetica del
non-colore, credo sia da ravvisare nel gruppo di umani che lascia la barca al
centro di un lago ghiacciato (che è ancora il lago di Fimon) e guadagna la riva
con passo triste sull’acqua divenuta pietra. Anche questa una fotografia che è
paradigma di quell’andare verso terra, di quello sciamare verso riva che non è
rinuncia, ma accettazione del fatto che la vita è, prima che ogni altra cosa,
evento. Che ogni stagione ha il suo frutto e chiama comportamenti propri e
peculiari.
L’esile guscio che i ghiacci del laghetto
hanno stretto in definitivo e forse esiziale assedio, assomiglia molto alle
gondole veneziane di bacino Orseolo, sotto la neve. E la gente che si trastulla
sulla spiaggia di Cortellazzo, disegna contro la sabbia, il mare e il cielo (un
unico, appena distinto colore, un ocra increspato e luminoso), l’avventura
quotidiana dell’esistere.
Che è pur sempre viaggio. Talora viaggio
minimo, talora il chiacchierio della gente di Burano, talora il rito del caffè
al bar della trevisana piazza dei Trecento. Ma anche viaggio importante,
destinato al mutamento: il transatlantico che attende alle bocche della laguna o
il viaggio lungo e misterioso della morte. Quanta intensità, quanto umanissime
microstorie nella veneziana Isola dei Morti.
Emerge l’umanesimo coinvolgente e colto di
Gerolimetto. Un umanesimo forgiato e cresciuto in quel Nord-Est che non è solo
latitudine e longitudine di un benessere atrofizzato nel mero godimento del
denaro. Oggi che il modello veneto appare stanco e per molti aspetti in declino,
fa bene ascoltare voci come quella del fotografo bassanese, che ci riportano ad
un patrimonio valoriale in cui a recitare con voce da protagonista è la storia.
Non l’oblio, non la smemoria, non la chiusura.
Le voci critiche, appassionate, dolenti, nutrite di meditazione e riflessione
hanno sempre eco grande e inestinguibile. Guardo i volti dei contadini che
trebbiano il frumento: da quale preistoria tecnologica sarà uscito il loro
trattore? Guardo i due profili scuri che salgono la scalinata innevata
dell’abbazia di Praglia: quale voglia di preghiera le guida? Cosa resta nelle
loro anime delle memorie fogazzariane che qui aleggiano e cui Gerolimetto allude
nel calligrafico disegno di muri e portali? Guardo il bambino che cammina senza
paure nell’acqua alta di piazza San Marco: quali rotte gli riserverà la vita?
Guardo la faccia dura dello sfalciatore che, immerso fino al petto nell’acqua
del Sile, lavora per il benessere del fiume e dunque per il benessere
dell’umanità che sul fiume si affaccia: quanti prima di lui e quanti dopo di lui
in quel gesto umile e utilissimo? Sono i gesti che eternano l’uomo e scandiscano
il suo rapporto con la natura.
Gerolimetto si è fatto narratore di questo
umanesimo che è consapevole di un passato antichissimo. È evidente la dimensione
in cui è cresciuta e maturata la sua vocazione artistica: nello stesso mondo
rarefatto, prezioso, eletto e ad un tempo -non è paradosso- concretissimo
disegnato da Andrea Palladio e Vincenzo Scamozzi e dagli artisti che hanno
illustrato e dilatato gli spazi delle loro ville, dai Tiepolo allo Zelotti.
Si allude qui dunque ad una dimensione
temporale e spaziale che si costruisce attorno ad un ideale di bellezza pura.
Che non è bellezza disumana od oltreumana: è bellezza umanissima, a portata di
mano. Mi resta negli occhi la facciata piatta di villa Contarini a Piazzola sul
Brenta. Penso alla sua vastità. La villa è immensa, quasi una città. Ai tempi
del suo splendore poteva accogliere contemporaneamente 150 ospiti con servitù e
cavalli, aveva due chiese e cinque organi, un conservatorio e perfino due
teatri. Addirittura una tipografia. Una corte vera e propria, un segno alto di
civiltà: non un semplice dato economico, ma un mondo che ospitava artisti e
concerti, che faceva risuonare le voci di poeti e filosofi, che delineava un
ideale esistenziale di grande prestigio.
Che resta di quel mondo? Risuonano ancora
nelle vaste sale le voci dei poeti?
Gerolimetto ci provoca. Ritrae villa Contarini
coperta da una coltre spessa di neve. Le statue in primo piano recano sulle
spalle e sul capo un pesante saio candido. La balaustra che regge le statue è
una lunga striscia bianca, priva di grazia. Il velo della neve che scende,
allontana e offusca la nobile facciata.
Il messaggio è chiaro, diretto, perfino duro.
Quella della villa antica è oggi civiltà perduta, ossidata, corrosa.
All’umanesimo luminoso di allora si è sostituita una logica del perbenismo e
dell’utile. Gerolimetto non pensa alla villa liberata dalla neve come ad una
improbabile, patetica Arcadia che esisteva solo nelle scialbe fantasie di
qualche damina o di qualche snervato poetastro.
Pensa piuttosto al genio umano che ha saputo
creare la villa cioè il capolavoro, pensa all’intelligenza di chi sa costruire e
sa disegnare, pur nelle difficoltà contingenti, un superiore ideale di armonia.
Dove paesaggio e costruzioni umane convivono attingendo bellezza e motivazioni
etiche l’uno dall’altra.
Lui, fotografo, si sente impegnato alla
testimonianza. Sillaba con voce chiara il suo dolore per un mondo bello che
fatica sempre di più a rintracciare. Fotografia come testimonianza, come
presidio, come sentinella, come memoria, come coscienza critica.